Un cameriere/attore contro Mayweather e Pacquiao…

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Maggio 2014. È l’inizio di una storia che non è ancora finita. I due protagonisti principali hanno cambiato obiettivi. Manny Pacquiao il 25 agosto ha perso contro Yordenis Ugas quello che dovrebbe essere stato l’ultimo match della sua carriera, ora penserà alle elezioni presidenziali. Floyd Mayweather non disputa un match vero da sei anni. E Gabriele Rueda (foto sopra), in arte Gabriel Salvador  il terzo uomo della storia recita sempre in qualche serie televisiva. Il racconto parte da quel 2014 e va avanti nel tempo, lentamente, come le cause in tribunale…

Al civico 8826 di Melrose Avenue, in piena West Hollywood a Los Angeles, c’è un ristorante frequentato dai divi del cinema (nella foto sotto l’attrice Oliva Culpo). Buona cucina, 20 dollari per una tartare di tonno, 36 per una carbonare al tartufo, 60 per un Pinot Grigio Livio Felluca, 420 per un’Ornellaia.
Ma non scrivo per una rivista di cucina, e allora la finisco qui.
C’è una ragione che mi ha spinto a curiosare su quel posto.
È lì che lavora come cameriere Gabriel Rueda. Un giorno pensa di avere pescato il biglietto vincente della lotteria.

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Riesce a far sedere attorno allo stesso tavolo Manny Pacquiao, Freddie Roach e Leslie Moonves. I primi due li conoscete, ma forse non sapete che il terzo è il presidente della CBS-Tv, uno dei tre grandi network americani.
A fine cena sembra che i tre lo salutino con una promessa, una ricompensa di quelle che gli avrebbero permesso di godersi vacanze infinite al sole dei Caraibi, senza dover pensare al conto da pagare: il 2% del movimento di denaro che avrebbe generato l’incontro.
Se il progetto di un match con Floyd Mayweather jr fosse andato in porto, gli avrebbero versato quella percentuale.

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Il 2 maggio del 2015 Pacquiao e Mayweather jr sono saliti sul ring di Las Vegas.
Il match è stato venduto a 6.4 milioni di case in pay per view e ha generato un movimento di 670 milioni di dollari.
Quando Gabriel Rueda, a contratti firmati, si è presentato all’incasso si è visto ricompensare (a suo dire) con una mancia vergognosa: un biglietto di bordo ring, una notte tutto pagato a Las Vegas e diecimila dollari. Pochi, troppo pochi. Altro che vacanze per tutta la vita ai Caraibi, al massimo poteva passare qualche mese in un motel di Ames nell’Iowa.
Ha così pensato di portare la rivendicazione davanti a un tribunale di Los Angeles, città in cui il reato sarebbe stato consumato.
Ha chiesto 8.6 milioni di dollari.
Il giusto” precisa Mr. Rueda, “senza di me quel match non si sarebbe mai fatto”.
Il primo a raccontare la storia è stato il giornalista Richard Johnson sul New York Post. E ha aggiunto anche il seguito.

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Se prendi la macchina e guidi per meno di dieci minuti lungo il Santa Monica boulevard, arrivi a alla Mulberry Street Pizzeria di Beverly Hills. Locale che fa parte di una catena molto alla moda. Il proprietario è Richard RIchie Palmer, nativo del Bronx, New York. Amico di lunga data di Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger e Mickey Rourke. Uomo d’affari e soprattutto l’ex marito di Raquel Welch (foto sopra).

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Palmer si è gettato nella mischia.
Conosco Freddie Roach da una vita. Quando ho sentito che un tizio gli stava facendo causa sono andato da quel cameriere e gli ho ricordato che lui si era rivolto a me per combinare l’incontro tra quei tre signori. Vuole fottere i miei amici? Bene, allora lo porto in tribunale gli chiedo il 50% di quanto riuscirà ad ottenere”.
Sembra che al gruppo, così scrivono i giornali americani, si sia poi aggiunto Keith Donovan, avvocato per la parte querelata.
Rueda dice che l’avrebbe avvicinato aumentando leggermente l’offerta iniziale: 50.000 dollari esentasse e la possibilità di lavorare (Rueda fa anche l’attore con lo pseudonimo di Gabriel Salvador, ha lavorato in Bones e in altre serie) nel cinema o in televisione.
“E se rifiutassi?” pare abbia aggiunto il querelante.
“Non lavoreresti più a Hollywood, nè come cameriere, nè come attore”.
Rueda ha allargato la denuncia mettendo dentro Pacquiao, Roche, lo stesso Davidson, CBS e Showtime.
Il giudice della prima udienza ha detto che la causa sarebbe andata avanti.
Non si hanno notizie di una chiusura.
La storia continua…

Il presidente della Fpi, un articolo e il disastro azzurro

Il presidente federale scrive su Facebook (in fondo il testo integrale) una nota che penso sia una risposta al mio ultimo articolo (pubblicato in coda, dopo quello del presidente).
Purtroppo, come ormai è diventata una norma, non nomina né il servizio, né l’autore dell’articolo, né dove è stato pubblicato.
E allora, sentendomi tirato in causa rispondo a prescindere.
Chi ha mancato di rispetto non sono certo stato io, ma il responsabile della pubblicazione ripetuta più volte sul sito federale, con grande evidenza, delle sei medaglie di bronzo prese ai campionati europei Schoolboys e Schoolgirls di Sarajevo. Risultato esaltato senza indicare il contesto in cui è stato ottenuto.
Probabilmente il presidente è un sostenitore del placebo (una sostanza inerte o un trattamento medico senza alcuna proprietà terapeutica), usato nella speranza che abbia effetto.
Raccontare a delle ragazze che debbono esaltarsi per un bronzo conquistato senza combattere, questa sì è “mancanza di rispetto”.
È distorcere la realtà, per agevolare una narrazione affabulatoria e decisamente di parte. Non ce la faccio a condividere il modo di agire di chi spinge affinché al malato si racconti che è in ottima salute e gli si somministri acqua facendola passare per antibiotici.
La passione che ho per la boxe mi ha spesso consigliato di contare fino a dieci prima di esprimere un’opinione. Vedo che non è così per tutti. E, per favore, non insultate la mia intelligenza dicendo che le giuste critiche o le critiche costruttive sono accettate. Voi non volete proprio essere criticati. E poi, leggete con attenzione prima di sparare a pallettoni, che per fortuna sono a salve.
L’articolo è a sostegno dei giovani, il che non significa raccontare loro delle favole. È a sostegno perché riconosce il grande temperamento di tutti, una dote indispensabile per fare il pugile; perché suggerisce di tutelare la loro incolumità fisica; perché invoca prudenza nella gestione di ragazzi di 13/14 anni. Questo ho scritto, questo ho suggerito di fare.
Le dosi di ottimismo le lascio ai federali che da tempo immemorabile ci stanno inondando di chiacchiere. Ci hanno raccontato che tutto andava bene, ci hanno spiattellato centinaia di medaglie e medagliette per poi restare a zero in rapida successione in tre mondiali e due Olimpiadi.
I giovani vanno aiutati nel processo di crescita, non fatti vivere nell’illusione di qualcosa che non c’è.
Complimenti poi ai saltatori professionisti, quelli che con incredibili acrobazie, senza neppure curarsi di sapere di cosa si parli, si lanciano sul carro del presidente.
Non commento i deliranti post che ho letto, dico solo al capo allenatore Valeria Calabrese che non ho geniali soluzioni, che non ho mai avuto ambizioni dirigenziali di alcun tipo. E, mi creda, scrivere richiede lo stesso impegno di qualsiasi lavoro. A patto che il lavoro sia fatto bene, ovviamente.
Continuate pure così. Esaltatevi per la memorabile impresa di avere conquistato sei bronzi con quattro match (la risposta al miracolo è nel mio articolo in fondo), senza spendere neppure una parola sulle 22 sconfitte in 30 combattimenti. Le brutte notizie è meglio nasconderle sotto il tappeto.
Io resto dell’idea che ragazzi/e di carattere andrebbero accompagnati/e verso una crescita tecnico-tattica con meno rischi.
Voi non siete dello stesso avviso.
Ma io faccio il giornalista, voi siete dirigenti e tecnici. Siete voi i deputati all’opera di ricostruzione di un tessuto devastato, ridotto ai minimi termini, quasi azzerato. Finora ho avuto la fortuna di raccontare la verità, i risultati mi hanno dato ragione. A voi è andata decisamente peggio, sono i fatti a testimoniarlo. Perché, caro presidente, è difficile raccontare che lei non sia coinvolto nello sfacelo dei Mondiali e dell’ultima Olimpiade essendo stato il volto, la parola e il compagno di lavoro del primo della lista. Questo rimbalzo delle responsabilità l’ho già visto fare all’ex Vittorio Lai (giustamente nominato presidente onorario per meriti ottenuti sul campo) che ha scaricato tutte le colpe del mondo (gli ha risparmiato solo l’uccisione di John F. Kennedy e Martin Luther King) su Alberto Brasca. Poi ha preso lui il comando, con lei a fianco, e la tradizione italiana è tornata a brillare.
Il paziente è in uno stato di salute precario (ct. presidente FPI), solo voi potete curarlo. In bocca al lupo.
Mondiali e Olimpiade di Parigi 2024 sono dietro l’angolo.


Flavio D’Ambrosi (Facebook)
Volteggiare la scure della critica utilizzando anche i giovani atleti non è bello e ancor di meno sminuire pubblicamente i risultati da loro raggiunti.
A mio modesto parere, ciò equivale a mancanza di  rispetto non tanto alla Fpi ma al lavoro dei tecnici e delle società che quei ragazzi hanno individuato e stanno crescendo con passione e sacrifici.
Da sempre, il paziente che versa in stato di salute precario, lo si cura con i giusti interventi medici ma soprattutto con la somministrazione delle giuste dosi di ottimismo!
Il “ricordati che stai per morire” rischia di soppiantare ogni processo terapeutico in corso ed anzi accelera il decesso.
Per favore, se volete bene alla nobile arte italiana, divulgate un po di positività pur senza lesinare le giuste e legittime critiche.


Dario Torromeo (boxeringweb, blog dariotorromeo, Facebook)
Leggo sul sito federale le parole del presidente Flavio D’Ambrosi.
Non dobbiamo dimenticare che – a prescindere dalla medaglia olimpica di Irma Testa – il movimento pugilistico azzurro è ancora lontano da quella posizione di alto livello che meriterebbe in relazione alla sua gloriosa storia. 
Un passo avanti rispetto al recente passato.
Poi aggiunge.
Per le squadre azzurre di categoria sono stati scelti dei tecnici con spiccate attitudini all’insegnamento delle abilità tecnico tattiche di base, e con la capacità di lavorare in stretta sinergia con i tecnici delle società. In altre parole, in questa fase della carriera i giovani atleti dovranno apprendere i fondamentali del pugilato – quelli che la tradizione ci ha tramandato – e si dovrà, nei limiti del possibile, rendere omogeneo l’insegnamento e la preparazione tra società e Squadre azzurre. 
Altro passo avanti.
Convinto, presumo, di essersi sbilanciato troppo,frena. E ci ripropone per l’ennesima volta su fpi.it la favoletta incentrata sulle sei medaglie di bronzo conquistate dall’Italia agli Europei Schoolboys e Schoolgirls di Sarajevo.
Credo sia necessario chiarire il peso di quelle medaglie.
Due bronzi sono arrivati senza la necessità di salire sul ring.
L’esordio di due ragazze è avvenuto nella semifinale della loro categoria.
Gli altri quattro sono arrivati dopo un solo match.
Gli Europei hanno evidenziato lacune preoccupanti sul piano tecnico-tattico nella squadra azzurra. Tutti, e dico tutti (quattordici ragazzi tra i 13 e 14 anni, nove ragazze della stessa età), si sono battuti con grande coraggio, dimostrando di avere temperamento. Questo, in fase di scelte, avrebbe dovuto consigliare prudenza, così da non disperdere il valore assoluto della preziosa caratteristica.
E invece la decisione sul numero degli atleti partecipanti è stata la stessa degli ultimi anni.
La maggior parte degli atleti non aveva la caratura tecnico/tattica per affrontare un impegno che li avrebbe visti (come poi è stato) opposti a rivali russi e ucraini dotati di maggiori qualità su questo fronte.
Mi dispiace, ma non sono d’accordo con il capo allenatore Valeria Calabrese quando dice a gazzetta.it (articolo pubblicato ieri sul sito federale): “Per i pugili così piccoli, oltre la condizione fisica e la tecnico-tattica pugilistica, è necessario allenare anche l’aspetto psicologico perché hanno avuto meno occasione di vivere emozioni così forti data la loro giovane età”.
Ecco, quelle emozioni forti,gliele avrei evitate. Avrei invertito la scaletta degli impegni. Prima mi sarei preoccupato che i ragazzi/ragazze avessero le giuste qualità tecnicotattiche, poi li avrei portati a un campionato europeo, anche se di categoria.
Ho dato uno sguardo alle nazioni in competizione, delle 26 squadre che hanno partecipato solo due erano dell’Europa occidentale: Italia e Spagna. Non vi suona strano? Non vi chiedete perché Gran Bretagna, Irlanda, Francia, Belgio, Olanda e Germania siano rimaste a casa?
Portando sul ring ragazzi/e inesperti/e si rischia due volte.
La prima, la più importante, è che si facciano male.
La seconda è che possano perdersi come atleti.
La boxe non è uno sport per tutti, le partecipazioni, soprattutto quelle giovanili, vanno gestite con estrema prudenza.
In conclusione, credo che dagli Europei di Sarajevo l’Italia non sia uscita arricchita, ma con un consuntivo decisamente negativo. Ha portato 23 partecipanti, affrontando la manifestazione come una lotteria che ha prodotto
13 sconfitte e 6 vittorie tra i maschi,
9 sconfitte e 2 vittorie tra le donne.
Ventidue sconfitte in trenta match (73%) sono un risultato decisamente negativo. Altro che sei bronzi, altro che… bello il futuro del pugilato italiano.

Europei giovani, bilancio negativo. Altro che bel futuro

Leggo sul sito federale le parole del presidente Flavio D’Ambrosi.
Non dobbiamo dimenticare che – a prescindere dalla medaglia olimpica di Irma Testa – il movimento pugilistico azzurro è ancora lontano da quella posizione di alto livello che meriterebbe in relazione alla sua gloriosa storia. 
Un passo avanti rispetto al recente passato.
Poi aggiunge.
Per le squadre azzurre di categoria sono stati scelti dei tecnici con spiccate attitudini all’insegnamento delle abilità tecnico tattiche di base, e con la capacità di lavorare in stretta sinergia con i tecnici delle società. In altre parole, in questa fase della carriera i giovani atleti dovranno apprendere i fondamentali del pugilato – quelli che la tradizione ci ha tramandato – e si dovrà, nei limiti del possibile, rendere omogeneo l’insegnamento e la preparazione tra società e Squadre azzurre. 
Altro passo avanti.
Convinto, presumo, di essersi sbilanciato troppo,frena. E ci ripropone per l’ennesima volta su fpi.it la favoletta incentrata sulle sei medaglie di bronzo conquistate dall’Italia agli Europei Schoolboys e Schoolgirls di Sarajevo.
Credo sia necessario chiarire il peso di quelle medaglie.
Due bronzi sono arrivati senza la necessità di salire sul ring.
L’esordio di due ragazze è avvenuto nella semifinale della loro categoria.
Gli altri quattro sono arrivati dopo un solo match.
Gli Europei hanno evidenziato lacune preoccupanti sul piano tecnico-tattico nella squadra azzurra. Tutti, e dico tutti (quattordici ragazzi tra i 13 e 14 anni, nove ragazze della stessa età), si sono battuti con grande coraggio, dimostrando di avere temperamento. Questo, in fase di scelte, avrebbe dovuto consigliare prudenza, così da non disperdere il valore assoluto della preziosa caratteristica.
E invece la decisione sul numero degli atleti partecipanti è stata la stessa degli ultimi anni.
La maggior parte degli atleti non aveva la caratura tecnico/tattica per affrontare un impegno che li avrebbe visti (come poi è stato) opposti a rivali russi e ucraini dotati di maggiori qualità su questo fronte.
Mi dispiace, ma non sono d’accordo con il capo allenatore Valeria Calabrese quando dice a gazzetta.it (articolo pubblicato ieri sul sito federale): “Per i pugili così piccoli, oltre la condizione fisica e la tecnico-tattica pugilistica, è necessario allenare anche l’aspetto psicologico perché hanno avuto meno occasione di vivere emozioni così forti data la loro giovane età”.
Ecco, quelle emozioni forti,gliele avrei evitate. Avrei invertito la scaletta degli impegni. Prima mi sarei preoccupato che i ragazzi/ragazze avessero le giuste qualità tecnicotattiche, poi li avrei portati a un campionato europeo, anche se di categoria.
Ho dato uno sguardo alle nazioni in competizione, delle 26 squadre che hanno partecipato solo due erano dell’Europa occidentale: Italia e Spagna. Non vi suona strano? Non vi chiedete perché Gran Bretagna, Irlanda, Francia, Belgio, Olanda e Germania siano rimaste a casa?
Portando sul ring ragazzi/e inesperti/e si rischia due volte.
La prima, la più importante, è che si facciano male.
La seconda è che possano perdersi come atleti.
La boxe non è uno sport per tutti, le partecipazioni, soprattutto quelle giovanili, vanno gestite con estrema prudenza.
In conclusione, credo che dagli Europei di Sarajevo l’Italia non sia uscita arricchita, ma con un consuntivo decisamente negativo. Ha portato 23 partecipanti, affrontando la manifestazione come una lotteria che ha prodotto
13 sconfitte e 6 vittorie tra i maschi,
9 sconfitte e 2 vittorie tra le donne.
Ventidue sconfitte in trenta match (73%) sono un risultato decisamente negativo. Altro che sei bronzi, altro che… bello il futuro del pugilato italiano.

Che senso ha dire: Abraham ha cancellato il ricordo di Džeko?

Lo so. Mi sto imbarcando in un discorso impopolare. Tammy Abraham vive un momento di grande popolarità, ha giocato una splendida partita di esordio contro la Fiorentina. Il discorso che vado a fare si potrebbe prestare a facili incomprensioni. Ma credo che un giornalista debba raccontare quello che vede, esprimere liberamente il suo pensiero. A prescindere dai like o dai consensi che prenderà.
E allora, ecco cosa penso.
Abraham gioca 68 minuti contro la Fiorentina e il Corriere dello Sport Stadio titola

CON LE PRIME PRODEZZE ABRAHAM CANCELLA IL RICORDO DI DZEKO
(a tutta pagina, in prima)

I TIFOSI HANNO GIA’ DIMENTICATO DZEKO
(all’interno).

Dopo una spinta continua alla cessione del bosniaco negli ultimi tre anni, il quotidiano evidentemente non è ancora soddisfatto del trattamento riservato all’attaccante. Va oltre, supera i limiti del possibile.
In questo articolo che state leggendo il soggetto del discorso non è certo Abraham, e neppure Džeko. È il modo di fare giornalismo oggi.
Anche se Abraham diventasse il più forte giocatore del mondo, quanto fatto oggi dal quotidiano sportivo romano non va bene.
La fretta di proporre sentenze definitive, porta a dare giudizi trancianti a ogni partita. 
La smania di stupire porta ad allargare il contesto del discorso dal particolare all’universale.
I numeri dicono che Džeko è un grande attaccante, uno che nella Roma ha realizzato quello che (in molti casi) nessuno o pochi hanno fatto in questa società.
È il terzo marcatore nella storia della Roma, dopo Totti e Pruzzo.
È il giocatore straniero che ha segnato più gol in questa squadra.
È il calciatore romanista che ha realizzato più gol nella Coppa Uefa.
È l’autore della prima tripletta di un romanista in Coppa Campioni.
E questi sono fatti. Ma con Džeko il Corriere dello Sport e gran parte della tifoseria sembra abbiano un conto aperto. Io dico solo che confrontare una carriera fatta di risultati da record con 68 minuti di partita, non è un modo di fare giornalismo che mi piace.
E, lo ripeto, Abraham è forte, può diventare fortissimo, essere il futuro faro della Roma, una stella di livello internazionale. Ma non è di questo che sto parlando nell’articolo, in ogni statistica che si rispetti vanno messi a confronto elementi omogenei. In questo caso non è stato fatto.
Chiusura per chi ancora non avesser colto il senso del discorso.
Non ho scritto che Džeko è più forte di Abraham.
Non ho scritto che è esagerato lodare (nel contesto della partita) il calciatore inglese.
Ho solo detto che cancellare (a parole) il ricordo di Džeko è sbagliato, giornalisticamente parlando.

In ricordo di Mazzinghi, grande guerriero senza paura

“La mia vita?
Un tenebroso uragano,
solcato qua e là
da splendidi soli”
(Charles Baudeleire)


Così, con quello che a me sembrava il giusto epitaffio per il grande campione, chiudevo un anno fa il racconto di un’esistenza drammatica, piena di sofferenze, addirittura tragedie, ma anche di lampi di gioia. Era il 22 agosto del 2020 e lui ci aveva appena lasciato.

Sandro Mazzinghi se ne è andato via per sempre dopo una vita intensa.
Da bambino aveva attraversato gli anni della guerra, conosciuto le bombe che i caccia del generale Nathan Twining lanciavano su Pontedera.
L’attacco era cominciato a mezzogiorno del 18 gennaio 1944.
Sandro aveva poco più di cinque anni.
Perché, una volta cresciuto, avrebbe dovuto avere paura di un altro uomo sul ring?
Aveva incontrato la fame. Quella vera che gli faceva sognare il pane di notte.
Credete gli servissero altre motivazioni per essere quel guerriero che poi è stato?
Amava il ciclismo, sognava di diventare come Bartali, anche se tifava Coppi. Ma per comprare una bici servivano soldi, la boxe invece i soldi li dava. Prima una bistecca, un pezzo di pane e una frutta. Poi, quando titoli e professionismo erano arrivati a riempire il bicchiere, soldi abbastanza per comprare una casa con un bel vigneto, sulla collinetta di Cascine di Buti.
Faceva il pugilato nello stesso modo in cui affrontava la vita. Sempre a corta distanza, a contatto con il pericolo, facendo del dolore una risorsa piuttosto che interpretarlo come un freno.
Tirava giù una mazzata dopo l’altra, un colpo a cui ne seguiva subito un altro, e poi un altro ancora. Un demolitore che picconava la resistenza dell’avversario sino a quando non lo vedeva cedere.
È stato due volte campione del mondo dei superwelter.
Ha conquistato il titolo contro Ralph Dupas, al Vigorelli di Milano. Lo ha difeso, contro lo stesso Dupas a Sydney.
Campione, personaggio popolare, i primi accenni di benessere economico. Addirittura l’amore. Aveva sposato Vera Maffei, una bella ragazza del quartiere di Santa Croce. Dieci giorni dopo le nozze, mentre tornavano verso casa, la ragazza era morta in un incidente stradale.
Se me lo chiedete adesso, vi rispondo che è impossibile riprendersi da un colpo così. Lo pensava anche Sandro. Si sentiva uno straccio, un uomo finito.
C’era un solo modo per combattere l’apatia, la rabbia, il dolore. Ecco, proprio il dolore. Doveva andarci incontro, come gli aveva insegnato la boxe. Perché solo dopo avere sofferto sino in fondo, avrebbe potuto tentare di riallacciare un legame con la vita. Lentamente, era tornato a combattere. Il fisico sembrava rispondere, la testa no.
E sembrava che la gente godesse ad affondare il coltello, a pungere, a insinuare. Parlavano tutti della stessa cosa. Lo facevano i tifosi, i tecnici, gli uomini di sport. A Sandro sembrava lo facesse anche qualcuno del clan. Ma non urlava, confessava la rabbia al suo diario. Reprimendo le insofferenze, aumentava il senso di disagio.
Alla fine quel mondiale arrivava. Il rivale era Nino Benvenuti, un predestinato. Oro e miglior pugile dei Giochi di Roma 1960. Talentuoso, bello, dalla parola facile, comunicativo.
Si viveva una rivalità che oggi è difficile capire. La boxe, allora, era sport di prima fascia. Ogni parola di Nino finiva su un titolo a nove colonne, ogni replica di Sandro occupava gli stessi spazi. Televisione, cinegiornali, radio. E poi discussioni ai bar, in piazza, nei paesi e nelle città.
L’unico paragone possibile, era quello della rivalità tra Fausto Coppi e Gino Bartali. Erano spiati, inseguiti, intervistati.
Si combatteva allo stadio di San Siro, decine di migliaia di spettatori. Tifo diviso quasi a metà.
Per cinque round la pressione del toscano godeva di una leggera preferenza sui cartellini dei giudici, poi nella sesta ripresa arrivava la magia di Benvenuti. Un montante fantastico, un capolavoro.
E Mazzinghi finiva ko.
Ma la rivalità rimaneva in piedi.
Rivincita a Roma, al Palasport.
I mazzinghiani avevano più ritmo nel cuore. A ogni colpo del loro eroe, sembrava che quelli degli anelli superiori venissero giù come le onde di una mareggiata. Combattevano assieme a lui. E Sandro li accontentava.
Stavolta l’incontro finiva ai punti, c’era estrema incertezza sul risultato. Il popolo della boxe era diviso a metà. I giudici premiavano Nino.
Mazzinghi era condannato a ricominciare.
Cinque europei, altrettante vittorie. Poi, ancora un’occasione mondiale.
La corrida contro Ki Soo Kim. Guarda caso, l’uomo che aveva tolto il mondiale proprio a Nino Benvenuti a Seul, in un match strano, con dei risvolti farseschi.
Sandro sconfiggeva il coreano e tornava campione.
Ecco, questo è l’uomo che ha scritto pagine importanti nella storia della boxe, non solo di quella italiana. Un pugile che ha sempre inseguito una pace che sul ring non ha mai trovato. Su quel quadrato ha incontrato solo trionfi e rarissime sconfitte.
La pace l’aveva in casa. Accanto alla seconda moglie Marisa, donna meravigliosa, ai figli David e Simone che l’hanno chiuso in una bolla d’affetto sino all’ultimo secondo di un’esistenza intensa, da combattente. Allo stesso modo in cui viveva i suoi match. Senza il lusso di potersi concedere una pausa.

Nino si sentiva felice. La moto, il mare, l’amore. Poi la morte…

kover

Ogni anno, quando agosto si avvia verso l’ultima decade, penso a lui. E mi dico che sarebbe giusto ripubblicare la sua storia, così come me l’hanno raccontata qualche tempo fa. È la storia di Nino Castellini, giovedì prossimo saranno passati quarantacinque anni da quando se ne è andato via per sempre. Era un giorno di sole, correva sulla moto della passione, accanto al mare di casa, abbracciato all’amore della vita.

Per quanto bella sia stata
la commedia in tutto il resto,

l’ultimo atto è sempre sanguinoso.
Alla fine, con una vanga
si getta della terra sulla testa.
Ed ecco fatto, per sempre.
(Blaise Pascal)

Aveva i capelli folti e mossi, di un colore corvino da buon mediterraneo. Occhi marroni, baffoni spioventi. Non potevi non riconoscerlo al primo sguardo. E poi c’era quel sorriso disarmante, una linea d’amore che addolciva il corpo massiccio, muscoloso, pieno di voglia di vivere.
Antonio, ma da sempre tutti lo chiamavano Nino, era nato nell’aprile del ’51 e faceva il pugile.
Dilettante poco più che bambino, la boxe scoperta nella palestra del maestro Franco Tomaselli. Duemila lire a match, poi era arrivato il titolo italiano dei welter e il compenso era salito fino a quindicimila. L’Olimpiade maledetta di Monaco ’72 aveva chiuso quella parte dell’avventura.
Adesso era professionista, campione italiano dei medi jr, e sembrava proprio che in arrivo ci fosse l’europeo contro Vito Antuofermo.
Antonio Nino Castellini si sentiva felice. Era salito sulla moto comprata da poco, una Kawasaki fiammante, ed era andato a prendere lei.
“Ieri sera, come al solito, abbiamo tirato tardi, abbiamo parlato di tante cose e fatto per la prima volta progetti mai fatti chiaramente prima. E poi c’è da portare anche la mia mitica 500 blu da Emanuele. Ieri sera facendo la curva a Piazza Leoni la macchina ha sbandato, perchèésembra che i freni non abbiamo fatto il loro dovere, lui si è arrabbiato moltissimo e mi ha detto che non devo assolutamente andare in giro così, che è estremamente pericoloso, per cui oggi al mare si andrà con la sua moto e la macchina la lasciamo in officina. Bisogna anche andare a prendere il regalo per mio fratello Yari, oggi è il suo onomastico e lui vuole assolutamente fargli un bel regalo, perché per il compleanno a giugno non è potuto venire su a Milano a causa degli allenamenti. Gli compreremo una bella pista con il trenino elettrico, sa già dove andarla a prendere, da un suo amico in via Roma, poi andremo a prendere una bella torta, gli ho fatto presente che non è un compleanno, ma lui non vuole sentire ragioni, dice che l’onomastico del suo “figlioccio” va festeggiato come si deve”.

rosi 

La Palermo-Punta Raisi è un’autostrada da cui puoi vedere il mare. Era una giornata di sole e lei da dietro lo stringeva con affetto. Nino pensava agli anni difficili. Undici i figli di Paolo e Angela, sei maschi e cinque femmine. Salvatore, Achille, Enzo, Ignazio, Caterina, Pina, Mariella, Franca, Rosetta, Rita, una bimba morta poco dopo la nascita e Nino.
Vivevano al Noce, un quartiere molto popolato e povero di Palermo, chiuso tra la Zisa, Malaspina-Palagonia e la tangenziale.
Il papà faceva l’usciere, la mamma sgobbava come solo le donne povere ma oneste sanno fare. Nino lavorava come muratore. Poi la boxe aveva portato qualche soldo in casa e lui aveva cominciato a dividerlo con la famiglia dedicandosi solo al pugilato.
Ora qualcosa di speciale stava di nuovo cambiando la sua vita.
“Ancor prima del suono del clacson ho sentito il rombo della moto, non è che io sia molto felice di questa scelta, preferivo l’Alfa dove ho imparato a cambiare le marce in quella stradina isolata dalle parti di Scopello, ma lui sembra così felice in sella alla sua moto, che non me la sento ogni volta di ripetergli sempre la stessa cosa, magari col tempo lo convincerò a rivenderla. Come farà se no a venirmi a trovare quando è su a Nervi, soprattutto d’inverno, l’autostrada dei fiori non è che sia poi così bella: piena di nebbia, neve e vento. Meglio una bella macchina, no?”

Castellini (sopra il tributo che gli ha dedicato Tony Castellana) era diventato un nome popolare, non solo a Palermo. La boxe di Nino era definita grezza dagli esteti del pugilato. Ma era anche estremamente concreta. Un fighter che non faceva mai un passo indietro. Non era un caso che il suo idolo fosse Sandro Mazzinghi. Aveva coraggio e potenza dei colpi, ma bisognava lavorare sopra quella voglia infinita di andare avanti, di sbilanciarsi in attacco alla ricerca del colpo che avrebbe risolto la sfida. Rischiava troppo e questo non andava bene. Glielo aveva ripetuto più volte il maestro Tomaselli, glielo diceva anche Rocco Agostino. Il giovanotto palermitano era entrato nella colonia della Fernet Branca, si allenava spesso a Bogliasco, viveva a Villa Flora. E non deludeva quasi mai.
Certo, aveva messo assieme le sue quattro sconfitte. Ma di nessuno riusciva a lamentarsi, se non di quella squalifica per eccesso di foga contro Damiano Lassandro. Sapeva che con il tempo una vittoria avrebbe cancellato quella macchia.
“Adesso andiamo a fare un bagno a Capaci, ma prima passiamo da quel negozio di giocattoli che c’è in via Roma, così mi faccio mettere da parte il regalo e nel pomeriggio al ritorno dal mare passiamo a prenderlo.
Lui spiega ad Emanuele il problema che ha avuto la mia macchina la sera prima, dice che non si sente tranquillo nel sapermi in giro per Palermo con quel mezzo, vuole che gli dia una bella occhiata e poi di farci sapere cosa c’è da fare. Mi porge gli occhialoni, infila il suo casco, un ultimo saluto ad Emanuele e via”.

nino

La vittoria con Aldo Bentini a Palermo gli aveva portato in casa il titolo italiano. Una soddisfazione. Altre se ne era prese lungo il cammino battendo Walter Guernieri, Pascal Zito, Marcel Giordanella, Vincent Parra. Aveva perso contro Vito Antuofermo, ma adesso era in arrivo la rivincita. E in palio ci sarebbe stato addirittura il titolo europeo.
Si sentiva internazionale Nino, anche se conservava l’animo semplice e combattivo della gente del Sud. Di quelli che sanno che per arrivare a cogliere la mela devi faticare, non casca da sola.
Aveva combattuto a Parigi, nel dicembre del ’75. Al Nouvelle Hippodrome aveva perso ai punti contro Jules Bellaiche. Era la stessa notte in cui Carlos Monzon aveva distutto in cinque riprese Gratien Tonna.
Il record di Castellini adesso parlava di 28 vittorie, 14 per ko, e quattro sconfitte. Ma era il suo rapporto con il pubblico, con la gente a essere il risultato più bello. Entrava in contatto diretto, aveva una forza naturale per comunicare con le persone. E tutti gli volevano subito bene.
“Siamo dalle parti di via Roma, c’è molto traffico, andiamo piano e ad ogni incrocio c’è sempre qualcuno che lo riconosce e lo saluta. Penso che al mare non ci ariveremo più. Glielo dico e lui fa il mitico fischio e ride insieme a me. Il negozio di giocattoli è chiuso, apre nel pomeriggio.
-Pazienza – mi dice -Vorrà dire che torneremo prima dal mare, così avremo tutto il tempo per scegliere il regalo ed andare a prendere la torta.

Matchs

La vittoria contro Damiano Lassandro gli aveva restituito il titolo italiano. Erano passate meno da due settimane dall’ultimo match, un successo ai punti contro Simon Bereck Rifoey a Ospedaletti. C’era Antuofermo nel futuro. L’italo americano era pugile tosto anche lui, come Nino era uno che amava la battaglia. Ci sarebbe stata tanta gente e sarebbe stato un grande spettacolo.
Il pugilato è un frullato di emozioni. Quando sul ring ci sono due uomini che hanno coraggio, forza e voglia di vincere lo show è assicurato.
La Kawasaki marciava forte, mangiava la strada.
Lui e lei erano arrivati dalle parti di Sferracavallo, stavano per imboccare la galleria Tommaso Natale. Nelle loro teste c’era gioia, ringraziavano il mondo e il cielo per aver regalato loro una giornata così.
“Siamo quasi arrivati all’imbocco dell’autosrada per Punta Raisi, l’asfalto è lucido sotto il sole, per parlare devo urlare.
-Nino mi raccomando non correre…
Lui urla più forte di me.
-Hai paura? Lo sai che sono un campione, stringiti forte che arriviamo al mare.
Il mare è già lì alla mia destra, una tavola blu e immobile, splendente, mi giro a guardare alla mia sinistra la montagna, il sole illumina ogni cosa, ripenso alle frasi che ci siamo detti la sera prima, lo stringo più forte. Non so se qualcuno ha mai provato l’attimo di felicità perfetta, io quell’attimo lo stavo vivendo, una sensazione unica e irripetibile, ogni cosa era al suo posto, ogni emozione, ogni sentimento aveva la giusta collocazione, il mondo era stretto nelle nostre mani, il futuro ci aspettava. Vedo l’imbocco della prima galleria alla mia destra, abbiamo appena sorpassato una macchina bianca, proprio mentre stiamo per entrare in galleria, noto il telone verde che hanno in genere quei camion che trasportano la frutta, poi il buio più assoluto, un lampo che spacca ogni cosa. Silenzio. Il sogno è appena finito”.

tomaselli 

Per uno strano gioco del destino il primo ad arrivare sul posto era stato Franco Tomaselli, faceva il poliziotto. Piangeva, dava un buffetto a Nino, lo accarezzava.
Te l’avevo detto di non comprare la moto.
Nino non poteva sentirlo. Giaceva immobile sull’asfalto. La moto era andata a sbattere contro la parete rocciosa del tunnel e aveva sbalzato i passeggeri.
Lui era morto sul colpo. Lei gravissima era stata velocemente ricoverata in ospedale. Era rimasta in coma per mesi. Ma alla fine Lisa si era salvata.
Sono sue le parole che raccontano il rapporto con Nino, le ha affidate a una splendida, struggente lettera con cui ha voluto fissare per sempre nel tempo una passione forte, incancellabile. Lei ce l’ha fatta, il tempo ha solo attenuato il dolore. Ha avuto la forza di ricostruirsi una vita. Si è sposata, ha avuto dei figli. Ma il lampo accecante e il buio improvviso di quel giorno non lo dimenticherà mai.
“Negli anni successivi, ogni volta che passavo da quella galleria sentivo il tuo fischio, mi sei stato vicino nella tremenda lotta contro la morte, mi hai aiutato a superare i momenti bui, ad alzarmi da quel letto d’ospedale contro il parere di ogni medico, mi hai dato la forza per sconfiggere l’incubo di una sedia a rotelle, mi hai spronato a riprendere la scuola, mi hai obbligato a riprendere in mano la mia vita e a viverla anche per te. Alla fine ho vissuto una vita decente, ho avuto un marito, dei figli, momenti bui e momenti felici come tutti in questa vita, ma solo noi due conosciamo il filo che ancora oggi ci unisce e che non ho mai, anche solo per un momento, pensato di spezzare, perchè sarebbe davvero decretare la tua morte e questo tu lo sai che non accadrà fino a quando io ci sarò. Oggi voglio dirti grazie per aver fatto parte della mia vita, sebbene per poco, mi hai insegnato tanto e tanto mi hai donato, ci siamo scambiati pensieri e speranze, sogni e forse qualche illusione, ma tutto è stato vissuto con la gioiosa consapevolezza della nostra giovane età”

Nino Castellini è morto il 26 agosto del 1976. Chiunque l’abbia conosciuto non l’ha mai dimenticato. La palestra di Palermo del maestro Tomaselli porta il suo nome, una pagina Facebook (sopra la clip realizzata da uno del gruppo, Nando Di Felice) creata dal fratello Ignazio e da “zia Laura” lo ricorda ogni giorno attraverso aneddoti, foto e con la voglia di raccontare la boxe di ieri e di oggi. Perché quello era il suo mondo. L’ha lasciato a 25 anni in un giorno di felicità. La vita sa nascondere la crudeltà avvolgendola nel manto della gioia.

Voglio però ricordarti com’eri
pensare che ancora vivi
voglio pensare che ancora mi ascolti
e che come allora sorridi
e che come allora sorridi
(Francesco Guccini)

 

Don King ne fa 90. Una vita fra tragedie, carcere e successo…

Don King è un promoter,
sa vendere un match,
sa come vendere un evento.
nessuno vende i biglietti come Don King

(Bob Arum)

Eccolo di nuovo. 
L’avevo perso di vista qualche anno fa, quando era improvvisamente tornato sotto i riflettori grazie a Bermane Stiverne che aveva conquistato il titolo Wbc dei pesi massimi. Dopo la sconfitta contro Deontay Wilder nel gennaio 2015, l’anziano promoter era rientrato nell’ombra.
Poi si è rituffato nella mischia con Trevor Bryant, che il 29 gennaio scorso è diventato il campione lineare dei massimi per la Wba. 
Poca cosa rispetto a un passato in cui riusciva a mettere in piedi 47 titoli mondiali in un solo anno, era il 1994.
Don King, la citazione va sempre fatta così: nome e cognome, ha da tempo ridotto le sue ambizioni. Ha spostato l’ufficio dall’East Side di Manhattan a New York, a Deerfield in Florida. Ha tagliato l’80% del personale che lavorava per lui. In banca dicono gli siano rimasti 30 milioni di dollari. Tanti per tutti di noi, non poi così tanti per uno che ne ha guadagnati 500.


Una faccia di gomma, il sigaro perennemente in bilico sulle labbra, baffi sottili e capelli sparati verso il cielo. Una giacca jeans con mille pin che faticano a trovare posto, coccarde presidenziali, una croce con finti diamanti. Decine di bandierine sempre a portata di mano, per qualsiasi evenienza.
Inconfondibile, unico. Tenta di sopravvivere a se stesso. È una delle poche figure del pugilato universalmente riconoscibili, anche adesso che ha toccato il traguardo dei 90. Li compie oggi, venerdì 20 agosto 2021.
In quasi cinquant’anni di attività ha promosso eventi per tre miliardi di dollari, almeno 500 milioni sono finiti sul suo conto in banca.
È sempre stato più bravo a promuovere sé stesso che i suoi pugili” dice Steve Cunningham, ex mondiale dei massimi leggeri che ha lavorato otto anni con lui.
Da tempo, molto è scivolato via dalle mani dell’omone dalla criniera al vento.
Ha avuto controversie legali con Ali, Holmes, Witherspoon, Tyson, Norris, Lewis e Byrd.
L’ultimo colpo da ko l’ha subito da Mike Tyson che l’ha citato in giudizio chiedendo 100 milioni di dollari di risarcimento. La causa si è chiusa con un accordo extragiudiziale di 14 milioni. Una brutta botta.

Don King continua a parlare di futuro, di mondiali da portare in giro per il mondo, di nuovi campioni da gestire. La realtà racconta storie diverse.
È difficile fare la comparsa quando sei stato un protagonista assoluto.
È stato un numero 1, da molto tempo ha imboccato il viale del tramonto.
La gente ha negli occhi la sua inconfondibile figura. Gli chiede l’autografo, lo prega di posare per una foto, lo saluta da lontano.
Lui mi ha sempre dato l’idea di un personaggio dei fumetti. Troppo colorato, troppo esuberante, troppo vistoso, con una voce cantilenante con cui mette in piedi improvvisati rap ogni volta che pensa di doverti convincere di una sua tesi.
Donald King, per tutti Don King. Chiamato sempre con il nome intero, come Charlie Brown. Anche se il promoter americano non ha certo il candore del protagonista dei Peanuts di Charles M. Schultz.
Nei comics è entrato da personaggio chiave per la serie I Simpson.

La sua è una storia che merita di essere raccontata.
Era uscito due anni e mezzo prima dal carcere, dove aveva scontato una pena per omicidio colposo, quando ha piazzato il colpo della vita. Aveva tentato la carriera di manager, ma i suoi pugili erano tutti finiti knockout. Poi aveva avuto l’intuizione giusta. Padrone solo della sua dialettica, aveva convinto Muhammad Ali e George Foreman a firmare per la grande sfida. Soltanto dopo avere il contratto in mano aveva trovato i soldi.
Era nato “Rumble in the Jungle”.
I nemici dicevano che i suoi capelli fossero come lui: non rispettavano nessuna legge, neppure quella di gravità. Don King aveva, ovviamente, una spiegazione più spirituale.
«Stavo cercando di prendere sonno quando mi sono sentito come un rombo in testa. Sono corso allo specchio e ho visto i miei capelli dritti come frecce. Anche il barbiere, il giorno dopo, non è riuscito a far niente: ogni volta che provava a tagliarli, sentiva come una scossa. Era il segnale divino: è da quel momento che sono in missione per conto di Dio».
Un po’ come i Blues Brothers.

Ho parlato con Don King.
L’omone che viene da Cleveland ascoltava le domande e poi si lanciava in un rap in cui metteva in fila la comunità nera, celebri scrittori, la grandezza dell’America. Chiudeva ogni verso con una fragorosa risata e una richiesta.
Salutami Berlusconi”.
Richiesta ovviamente mai esaudita, io Berlusconi l’ho visto solo in televisione.
Rideva quando parlava del suo conto in banca. Rideva quando raccontava la lite con Mike Tyson.
«Troppi Jago attorno a lui. Gli hanno sussurrato all’orecchio mille bugie, hanno messo nella sua testa falsità. E lo hanno rovinato. Mestatori di professione hanno convinto Mike che io ero il suo nemico. Ma basta guardare quello che ha fatto quando era con me e quello che ha fatto dopo, per capire chi fossero i nemici
Rideva e il pancione tremava.
Non rideva Mike Tyson quando parlava di lui.
Ho scoperto che qualcuno che credevo fosse mio padre, mio fratello, uno che aveva il mio stesso sangue si era rivelato il vero Zio Tom, il vero negro, il vero traditore. Ha fatto più male lui ai pugili neri che qualsiasi organizzatore bianco nella storia della boxe. Pensavo fosse il mio fratello nero. È solo un uomo cattivo, un vero uomo cattivo . Non sa amare nessuno”.
Don King è un signore di 190 centimetri per 120 chili, vestito con poco riguardo per l’accoppiamento dei colori e con quei capelli sparati verso il cielo si fa fatica a non notarlo.
A dimenticarsi di lui erano stati però molti dei testimoni chiamati in tribunale nel lontano 1966. King aveva ucciso un tale di nome Sam Garrett, sbattendolo sul marciapiede e rompendogli la testa. Il primo verdetto era stato di omicidio di secondo grado, poi diventato omicidio preterintenzionale.


Tre anni e undici mesi nel penitenziario di Marion, dove ha letto Omero, Shakespeare, Hegel, Socrate. Da ragazzo non poteva permetterselo. Il papà era morto quando lui aveva nove anni, precipitato nell’acciaio fuso. La mamma vendeva torte. Lui, non appena l’età e il fisico glielo avevano permesso, si era messo a riscuotere e pagare le puntate del bingo per il boss locale Tony Panzanello.
Nel 1954 aveva ucciso un uomo che aveva cercato di rapinare l’incasso della lotteria clandestina. Gli era stata riconosciuta la legittima difesa. Poi il secondo omicidio e la condanna.
Era uscito dal limbo grazie a Muhammad Ali.
«Il match tra Ali e Foreman a Kinshasa è stata la cosa più grande che abbia fatto nella mia vita. L’orgoglio del popolo nero. Siamo come il pugilato, usciamo a testa alta dalle guerre che il mondo ci fa. Oggi non ci sono più grandi pesi massimi. Ma è ingiusto paragonare epoche diverse. Una volta la posta viaggiava sui pony, oggi vola con i jet. Io dico: torniamo indietro nel tempo, alle tradizioni. Restituiamo il pugilato ai grandi personaggi. Solo così riconquisteremo il mondo e vedremo un nuovo Ali».
Rideva per il suo ultimo appello. Poi tornava all’interno del clan che lo proteggeva con decisione e amore. Quando uno ha cento pugili sotto contratto, può sempre esserci un’anima candida che pensi di farsi giustizia da solo.
Oggi, sembra, non deve temere più nessuno, se non se stesso.


Ha gestito grandi campioni. Sotto la sua sigla hanno combattuto Ali, Foreman, Holmes, Tyson, Holyfield. Tanto per restare tra i massimi. Leonard, Benitez, Duran, Sanchez, Gomez, Arguello, Chavez, Pryor, Hopkins, Lopez, Trinidad, Zarate, McCallum, Jones jr nelle altre categorie.
Ha organizzato sfide mitiche.
Ali-Foreman a Kinshasa, Ali-Frazier a Manila, Leonard-Duran. È stato il promoter del match che ha avuto il più alto numero di spettatori nella storia: 132.000 paganti per Chavez-Haugen allo stadio di Città del Messico. È stato sicuramente per molti anni il più “chiacchierato” uomo di pugilato. Di lui hanno detto e scritto le cose peggiori.
Don King si è sempre difeso con una frase che è diventata il suo motto.
Io sono la dimostrazione vivente del sogno americano. Io sono l’esaltazione di questa grande nazione. Tutto è possibile in America, solo in America”.


Non è sulla stessa lunghezza Larry Holmes, uno dei più grandi pesi massimi della storia.
Don King sembra nero, vive da bianco, pensa verde”.
Il riferimento al dio dollaro non è del tutto casuale.
Bob Arum, il grande nemico, l’appuntamento con i 90 anni lo avrà a dicembre, ma è ancora in piena attività anche se recita da co-protagonista. Al Haymon, Eddie Hearn, Oscar De La Hoya sono i nuovi padroni del pugilato mondiale. Don King è scivolato nell’ombra imboccando il viale del tramonto, quella risata di pancia che chiudeva ogni discorso oggi è solo l’ultimo bugia di un clown triste.

Canelo vs Plant, mondiale supermedi unificato. È fatta!

Il 6 novembre all’MGM Grand di Las Vegas (Nevada, Stati Uniti), andrà in scena il mondiale unificato dei pesi supermedi tra il messicano Saul Canelo Alvarez (56-1-2, 38 ko, campione WBC, WBA, WBO) e lo statunitense Caleb Plant (21-0, 12 ko, campione IBF).
Lo scrive Joseph Santoliquito su ringtv.com.
L’accordo sarebbe stato raggiunto tra Eddy Renoso, manager oltre che allenatore di Alvarez, e Al Haymon boss della Premier Boxing Champions (PBC).
Per i pugili si prospettano borse record.

Il peggio non è certo passato, il disastro non è stato cancellato

L’Olimpiade di Tokyo 2020 è in archivio.
L’Italia ha chiuso con una medaglia di bronzo, conquistata da Irma Testa nella categoria pesi piuma.
Un risultato che ci vede superati nel medagliere da quattordici nazioni, appaiati al quindicesimo posto da altre dieci. Parlare di uscita dalla crisi, mi sembra un po’ eccessivo.
Non si può dimenticare così in fretta il disastro della mancata qualificazione al torneo maschile, quello sì storico. In oltre cento anni non era mai accaduto che i Giochi si svolgessero senza alcun rappresentate italiano sul ring.
La boxe è nella tradizione del nostro Paese, siamo quarti nel medagliere generale dopo Stati Uniti, Cuba e Gran Bretagna. Abbiamo conquistato 15 ori, 16 argenti e 17 bronzi.
Il settore maschile non è andato a medaglia (ovviamente) non avendo neppure partecipato, a Tokyo 2020. Come era già accaduto a Rio 2016. Ma non è salito sul podio neppure negli ultimi tre Mondiali: 2015, 2017, 2019.
Come si può parlare di uscita dalla crisi davanti a questi numeri?
Siamo predisposti al facile entusiasmo, nascondiamo sotto il tappeto le sconfitte e ci entusiasmiamo per successi che non hanno peso (non mi riferisco certo al bronzo della Testa, meglio specificare…).
Mondiali e Olimpiadi sono il termometro reale del valore assoluto di una nazione. E gli azzurri dal 2015 in poi, sei anni, non hanno preso una medaglia nei cinque grandi tornei disputati in questo periodo.
Brava Irma Testa, applausi alla ragazza di Torre Annunziata e al suo maestro Lucio Zurlo. Bel colpo!
Ma fermiamoci qui.
Il settore maschile deve essere totalmente ricostruito, la rivoluzione è stata da tempo annunciata per la fine del mese, sapremo tutto dopo il Consiglio Federale. La scelta di chi andrà a guidare il futuro degli azzurri sarà fondamentale.
Servirebbe un leader con capacità tecniche, esperienza, carisma e attitudini gestionali. Un coach disposto a impegnarsi a tempo pieno nella ricostruzione della tradizione italiana, partendo da una situazione oggettivamente molto difficile.

Il mondiale Pacquiao vs Ugas trasmesso in diretta da Sky

Bel colpo di Sky per quel che riguarda la boxe.
Trasmetterà il match per il titolo WBA dei welter tra Manny Pacquiao (62-7-2, 39 ko) e Yurdenis Ugas (26-4-0, 12 ko).
La diretta, dalla T-Mobile Arena di Las Vegas, avrà inizio alle 3 della notte italiana tra sabato 21 e domenica 22 agosto sul canale Sky Sport 256 HD, in pay per view al costo di 9,99 euro.
Le repliche durante la giornata di domenica sul canale Sky Sport 259.
Telecronista Mario Giambuzzi, commento tecnico di Francesco Damiani.
I match saranno trasmessi da Sky seguendo questo ordine (approssimativo, a secondo della durata effettiva dei combattimenti).
ore 3:00 (domenica 22) Inizio trasmissione in diretta
ore 3:10 Piuma (10×3) Carlos Castro (26-0, 11 ko) vs Oscar Escandon (26-5-0, 18 ko)
ore 4:00 Piuma (WBC eliminatoria mondiale, 12×3) Mark Magsayo (22-0, 15 ko) vs Julio Ceja (32-4-1, 28 ko)
ore 4:45 Welter (10×3) Robert Guerrero (36-6-1, 20 ko) vs Victor Ortiz (32-6-3, 25 ko)
ore 5:45 Welter (mondiale WBA, 12×3) Manny Pacquiao (67-7-2, 39 ko) vs Yordenis Ugas (27-0, 21 ko)

Altro grande pugilato in tv con il mondiale WBC dei pesi massimi tra Tyson Fury (30-0-1, 21 ko) e Deontay Wilder (41-1-1, 41 ko). La terza sfida tra i due colossi era in programma il 24 luglio, sempre da Las Vegas, ma il campione è risultato positivo al Covid-19. Ora Tyson Fury si è ripreso e il combattimento è stato fissato per il 9 ottobre 2021, sempre alla T-Mobile Arena di Las Vegas.
Anche qui diretta in pay per view a 9,99 euro su Sky la notte del match e differita il giorno dopo in compagnia della coppia Mario Giambuzzi&Francesco Damiani.