Tâm, viene da Hà Nội e porta il Vietnam sul ring olimpico

Per la prima volta nella storia olimpica, una donna rappresenterà il Vietnam nel torneo di pugilato.
Nguyễn Thị Tâm di Hà Nội ha staccato il pass e salirà sul ring nella categoria fino a 51 kg. Un limite impegnativo per una ragazza alta 1.68.


La prima volta che è entrata in palestra, dieci anni fa, era piccola e magra, ma incredibilmente rapida. La boxe le piaceva, era eccitata dagli allenamenti. Poi ha fatto la prima sessione di sparring ed è scappata via, terrorizzata. Aveva paura del dolore che avrebbe potuto sentire.
Con pazienza e abilità il coach è riuscito a riportarla sul ring.
Adesso è la punta di diamante del movimento.
Il maestro si chiama Nguyễn Như Cường ed ha visto realizzare un sogno. Quando è stato chiamato alla guida del movimento nel 2004 sperava di ottenere buoni risultati. Ora è esaltato da quello che potrebbe accadere.
È stato pugile anche lui, ha boxato a 57, 60 e 64 chili. Ha partecipato agli Asian Games nel 1990. La cosa più difficile, dice, nel fare il tecnico di pugilato femminile in Vietnam è convincere le famiglie a lasciare che le loro figlie tirino di boxe.
Quando ci riesci e loro sono diventate brave, si sposano. E tutto finisce lì.
Con Tâm è diverso. Lei è stata la prima vietnamita a vincere i campionati asiatici, è accaduto nel 2017.
Dice il coach.
“Lei ha il vantaggio dell’altezza, della forza fisica, della lunghezza delle braccia e dei riflessi estremamente veloci che le danno la capacità di lanciare un attacco continuo per costringere il suo avversario a cadere in una posizione passiva”.
Quando suonerà il primo gong, comunque vada, Nguyễn Thị Tâm avrà scritto una pagina importante nella storia sportiva del suo Paese.

Christine mamma a 12 anni, a 27 ha imparato a sorridere…


La vita nel ghetto è dura, spietata, non concede spazio per i sogni.
È una continua lotta per la sopravvivenza.

Christine ha undici anni, è figlia di una ragazza madre. È cresciuta a Nairobi, in una delle aree con la maggiore densità di popolazione. L’odore delle fogne a cielo aperto, rivoli di acqua stagnante e immondizia, ricorda a ogni essere umano che la vita è sofferenza.
Lei abita in una casa lungo Kamunde Road a Kariobangi North, strada e fogne sembrano essere state sottoposte a lavori di ristrutturazione, ma l’odore fetido che entra nelle narici non lascia spazio alle illusioni.
Christine Ongare quando mette al mondo suo figlio ha 12 anni. Solo oggi, che di anni ne ha 27, ha imparato a sorridere.
È stata dura.
Si è dovuta difendere da una società maschilista che la vedeva come un oggetto, una facile preda. I maschi pensavano fosse incapace di opporre resistenza. Era piccola, minuta. Con il tempo avevano scoperto che era anche una guerriera.
«Sono una ragazza del ghetto, vengo da lì».
Piccolina, 1.54 per 51 chili (pesi mosca), ha una grande forza interiore.
La vita finora le ha dato davvero poco.
«Mi hanno sempre detto che quando cadi ti deve rialzare. Ci ho provato con tutte le forze. Mi sono rialzata. È una lezione che ho imparato fin da piccola. E io sono caduta. Spinta dal gruppo dei miei pari età ho voluto provare una cosa che non conoscevo e mi sono fatta e ho fatto del male».
Gli amici hanno cercato di bullizzarla. Con le parole, con la forza fisica, con quella psicologica. Lei, sbagliando, ha ceduto alle pressioni.
Una volta sola, dice. Per non sentirsi fuori dal gruppo, a volte si fanno cose di cui poi ci si pente. Ha subìto un trauma fisico e psicologico, precipitando in una situazione che l’ha costretta a tagliare i ponti con il resto del mondo.
«Anche mamma è stata una madre single giovanissima. Ha cresciuto i suoi figli senza avere un uomo accanto. Ha fatto debiti che non so come, e quando, riusciremo a restituire».
È in questo universo, in cui non c’è spazio per l’adolescenza, che è cresciuta Christine.
«Non ne sarei uscita senza l’aiuto di mia madre. Lei si è presa cura di me e del mio bambino, che ora la chiama mamma. Ho un solo modo per guadagnare onestamente denaro, per cercare di realizzare i miei sogni, per coprire gli interessi che il debito ha generato».
Christine, che appartiene alla fascia più povera tra i poveri, ha puntato tutto su quello che crede possa regalare sicurezza a lei a suo figlio, oramai quindicenne. Lui gioca al calcio, benino dicono, lei tira di boxe. Ed è proprio il pugilato che dovrebbe darle la chiave per aprire il mondo dei sogni.
Si è presentata ai Commonwealth Games del 2018 a Gold Coast, Australia, con un record di 5-3-0. E ha vinto il bronzo nei pesi mosca. Prima di lei nessuna donna keniota era mai riuscita a conquistare una medaglia nella boxe.Ha insistito, ed è entrata in nazionale. A febbraio 2020, nelle qualificazioni africane di Dakar in Senegal, ha sconfitto l’ugandese Catherine Nanzizi e ha staccato il biglietto per Tokyo 2020.
«A guidarmi è la forza della disperazione, il coraggio che mi viene dal sapere che, vincendo qualcosa di importante, potrei realizzare il mio obiettivo».
Christine ha deciso di impegnarsi in uno sport duro, difficile, una disciplina che non ammette tentennamenti. L’Olimpiade è tosta e in tabellone troverà ragazze più forti di lei. Il podio è lontano, molto lontano.
Ma c’è una spinta decisamente importante, c’è il futuro di suo figlio, la tranquillità della madre.
Di battaglie ne ha già combattute tante, soprattutto nella vita.
«Non mi va di parlarne. Ma credo sia facile intuire cosa significhi diventare madre a dodici anni. Mamma dice che soldi se ne sono sempre visti pochi, che ci sono stati giorni in cui abbiamo dovuto dormire fuori di casa perché non avevamo pagato l’affitto e il padrone aveva messo un lucchetto alla porta. Ci siamo piegati, abbiamo sofferto, ma non ci siamo mai arresi».
Adesso qualche volta le capita addirittura di sorridere, anche se non dimentica uno solo dei drammi della vita.
«È davvero cambiato qualcosa nella mia vita. Ma il sogno non è essere popolare, il sogno è un altro. Mi basterebbe che tutte le coppe che ho vinto, le medaglie, i titoli dei giornali si trasformassero in soldi. Non per comprami una casa o una macchina. Ma per garantire il cibo al mio ragazzo, lui non deve soffrire quanto ho sofferto io».
Christine Ongare ha raccontato la sua storia alla televisione. Olympic Channel le ha fatto le domande, poi ha montato il servizio mandando in video solo le risposte. Ne è venuta fuori una confessione dura, intensa, struggente.
A 12 anni era già mamma, a 27 ha imparato a sognare.
Ma senza esagerare.

(estratto dal libro SOLO COME UN PUGILE SUL RING di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free Libri)

Occhio ragazze, ecco i pericoli lungo la strada per il sogno…

Il sorteggio è un momento di grande tensione prima dell’inizio del torneo.
Prima o poi, se vuoi arrivare sino in fondo, dovrai affrontare le migliori. Ma, come ovvietà impone, meglio vedersela con loro dopo piuttosto che prima.
Ecco un quadro dei pericoli per il nostro Poker di Donne (in alto e nel resto dell’articolo, foto FPI/Bozzani, da sinistra Nicoli, Sorrentino, Testa, Carini).
Dal pericolo numero 1, alle due rivali che sarebbe preferibile incontrare più in là.
Le azzurre sono forti, ma se la buona sorte ci desse una mano non la prenderemmo certo a male.

MOSCA (51 Kg)

Pericolo numero 1.
Buse Naz Cakiroglu (Turchia).

Nata il 26 maggio 1996.
Ha sconfitto Mary Kom ai Mondiali 2019 e Charley Davidson in finale alle qualificazione europee dello scorso mese a Parigi.
Argento ai Mondiali 2019, oro agli Europei 2019 e argento a quelli del 2018.
Numero 1 del mondo nelle ultime classifiche della Boxing Task Force del CIO (21 giugno 2021).
Buona difesa, incontrista, aspetta l’attacco della rivale per beffarla sul tempo. Tira pochi colpi, ma sono sempre efficaci.
Mancina.

Altri pericoli.
Yuan Chang (Cina), Hsiao-Wen Huang (Taipei).

L’azzurra.
Giordana Sorrentino, nata il 27 aprile 2000 a Roma (vive a Fiumicino)
1.54 di altezza
36-20-0 (2 ko)
Migliori risultati: Quarti di finale Mondiali Militari 2019
Mancina
Numero 13 nelle ultime classifiche mondiali.
CS Carabinieri.

PIUMA (57 kg)

Pericolo numero 1
Lin Yu-Ting (Taipei)

Nata il 13 dicembre 1995.
Ha sconfitto nel 2020 la cinese Yin Junhua, argento a Rio 2016.
Oro ai Mondiali 2018 (gallo, 54 kg), bronzo a quelli del 2019 (piuma 57 kg). Bronzo ai Giochi Asiatici 2018 (mosca 48 kg).
Numero 1 del mondo nelle ultime classifiche della Boxing Task Force del CIO (21 giugno 2021).
Mobile, boxa in linea. Si apre la strada con il sinistro lungo e chiude con il gancio destro. Longilinea porta bene il montante con entrambe le mani.
Destrorsa.

Altri pericoli.
Sena Ierie (Giappone), Michaela Walsh (Irlanda).

L’azzurra
Irma Testa, nata il 28 dicembre 1997 a Torre Annunziata.
1.74 di altezza
125-24-1 (1 ko)
Migliori risultati: Oro Europei 2019, oro Europei Under 22 del 2017, oro Europei Youth 2015, Oro Mondiali Youth 2015, Oro Mondiali Junior 2013, Quarti di Finale Giochi di Rio 2016. Ha vinto il torneo di qualificazione dello scorso mese a Parigi.
Mancina.
Numero 6 nelle ultime classifiche mondiali. È testa di serie, in avvio il sorteggio non dovrebbe opporle le migliori.
GS Fiamme Oro.

LEGGERI (60 kg)

Pericolo numero 1
Kallie Harrington (Irlanda)

Nata l’11 dicembre 1989.
Oro ai Mondiali 2018, argento (nei superleggeri 64 kg) nel 2016.
Numero 1 del mondo nelle ultime classifiche della Boxing Task Force del CIO (21 giugno 2021)
Ha sconfitto Caroline Dubuois nella finale delle qualificazioni europee a Parigi, lo scorso mese.
Mancina, spesso boxa in guardia frontale. Attaccante, grande carattere, ottima forza nelle gambe.
Destrorsa.

Altri pericoli
Soares Ferreira (Brasile), Caroline Dubois (Gran Bretagna).



L’azzurra
Rebecca Nicoli, nata il 14 settembre 1999 a Milano, vive a Pavia
1.64 di altezza
39-12-1 (1 ko)
Mancina.
Numero 24 nelle ultime classifiche mondiali.
GS Fiamme Oro.

WELTER (69 kg)

Pericolo numero 1
Busenaz Surmeneli (Turchia)

Nata il 25 giugno 1998.
Oro ai Mondiali 2019, argento agli Europei 2019.
Numero 1 del mondo nelle ultime classifiche della Boxing Task Force del CIO (21 giugno 2021),
Gambe forti, si avvicina, accorcia la distanza e scarica a due mani. Ganci soprattutto. Buona colpitrici nel corpo a corpo.
Destrorsa.

Altri pericoli
Hong Gu (Cina), Nien-Chin Chen (Taipei).

L’azzurra
Angela Carini, nata il 6 ottobre 1998 a Napoli, vive ad Afragola.
1.72 di altezza
69-15-0 (2 ko)
Migliori risultati: Oro Europei U22 del 2021, Argento Mondiali 2019, Argento Europei U22  del 2019, Oro Europei Youth del 2015 e 2016, Oro Mondiali Youth 2015 e Junior 3014.
Mancina.
Numero 8 nelle ultime classifiche mondiali.
GS Fiamme Oro

Mary, 38 anni e sei mondiali, cerca l’ultimo hurrah…

Domani, con il sorteggio, si entra nel vivo dell’Olimpiade.
Le quattro azzurre (Giordana Sorrentino, Irma Testa, Rebecca Nicoli e Angela Carini) attendono con impazienza di conoscere la composizione dei tabelloni per capire quante difficoltà la sorte metterà sul loro cammino.
Mary Kom, 38 anni compiuti da un po’, è consapevole che questa sarà la sua ultima occasione. Ha vinto tanto (sei mondiali), ha ricevuto onori che neppure osava sognare (è membro del Parlamento indiano), ha una bella famiglia (quattro figli). Vuole chiudere in bellezza…

Proud Mary è a Tokyo.
E lì per completare il viaggio lungo il viale della gloria.  
Tutto è cominciato nel 2001 a Scranton, Pennsylvania. Il luogo dove Simona Galassi ha vinto il suo primo titolo.
C’era il mondiale e Proud Mary aveva 18 anni. Abbastanza per portare nel suo Paese la medaglia d’argento, la prima della boxe indiana femminile.
Venti anni dopo lei è ancora lì, su un ring di una grande manifestazione.
In mezzo ci sono stati sei titoli mondiali (solo Felix Savon è stato capace di tanto) con l’aggiunta di un argento e un bronzo. Ci sono stati anche cinque ori ai Giochi Asiatici.
E un’altra Olimpiade, quella di Londra 2012 in cui ha chiuso con il bronzo, battuta in semifinale da Nicole Adams (6-11).
Un risultato esaltante per l’India. Abbracci, strette di mano, applausi, titoloni sui giornali e un premio complessivo di 217.000 dollari (tradotto in valuta americana).
Il destino l’aveva scritto nel nome.
Quando è nata l’hanno chiamata con un agurio: Mangte Chungneijang, che vuol dire più o meno vigorosa, prosperosa.
Quando è diventata grande, in tutti i sensi, hanno scritto un libro su di lei (Unbreakble, infrangibile o meglio indistruttibile) e girato un film che porta il suo nome.
Lei è Magnificent Mary, Proud Mary.
Ovvero, Mary Kom. Membro del parlamento indiano, animalista convinta, leader di una campagna per combattere il cancro.
Ma anche madre di quattro figli. Fidanzata con il calciatore K Onler Kom nel 2001, è diventata sua moglie quattro anni dopo. Non è che tutti gli abitanti dell’India si chiamino allo stesso medo. Quello che a noi sembra un cognome, in realtà è l’appellativo della comunità tribale di Manipur nel NordEst del Paese.
Proud Mary ha due idoli.
Quello da adolescente si chiama Dingko Singh. Nel 1998 ha vinto gli Asian Games e le ha fatto pensare che anche lei un giorno avrebbe potuto fare grandi cose, se avesse indossato un paio di guantoni. Quello di sempre è Muhammad Ali, e non mi sembra il caso di spiegare chi sia.
Ha vinto tanto Mary Kom, è ancora molto competitiva. A 38 anni è la numero 6 del mondo. Ha perso un po’ in velocità di braccia, è meno resistente di una volta, ha tempi di recupero più lunghi. Ma è anche più potente, soffre di meno nel fare il peso. Viene dai pesi minimosca, è salita a 51 kg che sono sempre tanti per una alta 1.57, ma almeno non sono i 48 kg di un tempo. Negli ultimi tempi non ha brillato. Un’infezione causata da pizzichi di zanzara le ha provocato la febbre alta per settimane e la perdita della voce per alcuni giorni nel novembre scorso. La paura che potesse essere contagiata da qualche persona positiva al Covid l’ha tenuta inizialmente lontana dal collegiale in Italia a fine giugno. Si è aggregata solo successivamente agli otto componenti della squadra e tutti insieme sono partiti da Roma per Tokyo, l’obiettivo (centrato) era evitare la quarantena all’arrivo in Giappone.
A Tokyo 2020 ci riprova. Si è qualificata e spera. Durante la fase più intensa della preparazione, oltre che dal ct Raffaele Bergamasco, si è fatta seguire da un coach personale, Chhota Lal Yadav, e dal suo fisioterapista.
Cosa farà ai Giochi è un grande punto interrogativo, il pronostico è pieno di incognite.
C’è comunque una cosa che nessuno le potrà togliere.
I sei ori mondiali, certo. Ma anche l’orgoglio di arrivare nella sua casa nel distretto di Imphal West, percorrendo la strada che conduce al Villaggio
dei Giochi Nazionali.
Una strada che si chiama viale Mary Kom.
Non male, eh?
Proud Mary ha tutte le ragioni per sentirsi orgogliosa.

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17 luglio: Il mago ci crede. Irma, stesso talento, più determinazione
18 luglio: Rebecca supera ogni ostacolo. A cavallo, nella vita e sul ring
19 luglio: Angela è a Tokyo per una medaglia. In nome del padre…
20 luglio: Saranno i Giochi del silenzio. Gli sponsor sono in fuga.

Saranno i Giochi del silenzio. Gli sponsor sono in fuga…

Dopo la storia del poker di donne azzurre alla conquista dell’Olimpiade, oggi vi racconto una storia di soldi.
Il Giappone non vuole i Giochi, le compagnie non vogliono inimicarsi potenziali clienti. E così escono di scena.
Ha cominciato la Toyota, ci stanno pensando altre sessante aziende che sponsorizzano la manifestazione con tre miliardi di dollari…

Se vuoi capire cosa stia accadendo, segui il cammino dei soldi. È sempre stato così. I Giochi di Tokyo 2020 non fanno certo eccezione, anzi.
Il Comitato Olimpico Internazionale perderebbe almeno sette miliardi di dollari se dovessero saltare, ne svanirebbero 15,6 che rappresentano il costo degli impianti (6,7 da parte di privati, 1,5 dal CIO, il resto è denaro pubblico come ha documentato nei giorni scorsi il New York Times) e il Giappone dovrebbe occuparsi di un calo dell’1,4% del prodotto interno lordo.
Seguendo la via dei soldi, si scopre che l’organizzazione giapponese sta tremando.
La Toyota ha annunciato il blocco degli spot pubblicitari televisivi previsti per l’Olimpiade di casa. C’è il reale pericolo che l’esempio possa essere seguito da molti dei sessanta sponsor che hanno sottoscritto un contratto da tre miliardi di dollari con il Comitato locale.
I giapponesi non vogliono l’Olimpiade. E le aziende nazionali devono tenere in considerazione l’opinione dei potenziali clienti.
L’Asahi Shimbun (milioni di copie vendute ogni giorno) aveva chiesto tempo fa ai suoi lettori cosa pensassero dei Giochi. In meno di due settimane sono arrivate 400.000 firme di persone che volevano che l’Olimpiade fosse annullata.
Sempre l’Asahi Shimbun ha fatto un sondaggio in questi giorni, è risultato che il 68% dei votanti non pensa che l’organizzazione riuscirà a contenere i contagi, mentre il 78% resta comunque contrario alla manifestazione.
Davanti a questi numeri la Toyota (ha un contratto da un miliardo per otto anni con il CIO) si è arresa, niente spot e nessun rappresentante della casa presente alla cerimonia inaugurale.
Le altre industrie meditano sul da farsi.
In tutte le prefetture che ospitano le gare è stato prolungato lo stato di emergenza almeno sino al 22 agosto. Come si sa, non ci saranno spettatori. L’intero programma sarà a porte chiuse, dalla cerimonia di apertura di venerdì alla conclusione dei Giochi. Senza eccezione alcuna.
Ci sono zero rischi che gli atleti contagino il popolo giapponese, il Villaggio Olimpico è il posto più sicuro di Tokyo” ha detto Thomas Bach, presidente del CIO.
Poi sono arrivati i primi cinque atleti positivi: un giocatore di volley, due calciatori, un ginnasta, una tennista. Successivamente i casi riconducibili all’Olimpiade sono saliti a quindici.
E ieri un giornalista italiano appena atterrato a Tokyo non ha passato l’esame salivare. Positivo al Covid. Dall’aereo è stato direttamente accompagnato in un albergo per la quarantena prevista. Le gare le vedrà dal televisore della sua camera.
Il possibile annullamento dei Giochi non avrebbe solo fatto perdere una montagna di soldi al CIO e agli organizzatori, ma avrebbe messo in serie difficoltà lo sport mondiale.
È vero che la NBC ha pagato a peso d’oro i diritti televisivi (4,38 miliardi di dollari per quattro edizioni dei Giochi: due estive e due mondiali), ma è anche vero che ha incassato solo per Tokyo 2020 la considerevole cifra di 1,250 miliardi in pubblicità.
“Sono Giochi tenuti in piedi per i telespettatori americani” ha scritto il Washington Post.
Senza i soldi della televisione (il 73% degli introiti) il CIO si sarebbe visto costretto a diminuire e in alcuni casi ad annullare i contributi alle Federazioni Internazionali mondiali, con la conseguenza di bloccare l’intero movimento sportivo. E in seconda battuta avrebbe annullato i finanziamenti ai Comitati Olimpici Nazionali (circa 260 milioni di dollari). E molti CN vivono solo di questo.
Al momento sono otto le Federazioni che potrebbero garantire sulla loro sopravvivenza: atletica leggera, nuoto, calcio, pallavolo, basket, ginnastica, tennis e calcio. Le andrebbero incontro a tempi duri.
È in questa insolita e assurda cornice che si colloca l’Olimpiade giapponese. Si corre, si salta, si gioca in uno stadio muto, lungo strade deserte, in palazzetti vuoti. Non c’è pubblico, non c’è amore. Resta solo il sacrificio degli atleti, esaltati da una passione infinita. Alla fine neppure un applauso a celebrare il trionfo. Solo silenzio.

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Angela è a Tokyo per una medaglia. In nome del padre…

Quarta donna del poker. Il viaggio continua, tra qualche giorno avrà inizio il torneo olimpico.
Oggi racconto la storia di Angela Carini (peso welter, 69 kg). Una storia drammatica, un racconto di sofferenza e amore. Quello che c’è tra un padre e una figlia. Forte, assoluto…

Angela lo sa.
La felicità si muove in spazi ristretti.
L’ha imparato presto, era una bambina.
Questa verità sofferta, lei la racconta con le parole, ma anche con uno sguardo sempre pieno di tormenti.
E, come se non avessero pagato abbastanza, da poco la vita ha appena piazzato un altro colpo. Vigliacco e ingiusto.
Angela di cognome fa Carini, Giuseppe detto Peppe è il papà. Lui faceva il poliziotto, è stato ferito in servizio. La sedia a rotelle e il pensionamento in giovane età sono state le dure conseguenze da sopportare.
Lei aveva poco più di due anni.
I drammi a volte uniscono ancora di più.
Padre e figlia hanno stretto un legame profondo, vivono l’una per regalare all’altro qualche attimo di felicità.
È diventata pugile per soddisfare un sogno del papà.
Lei in testa aveva il tiro al piattello. Pensava che quello sport potesse portarla a un’Olimpiade. Ai Giochi c’è andata, ma in un’altra disciplina.
La mamma la vedeva ballerina, si è dovuta arrendere.
Angela Carini è una ragazza di talento. Oro europeo negli Under 22, argento ai Mondiali nella categoria Elite. Successi importanti a livello giovanile. E adesso, a 22 anni, il grande salto. L’Olimpiade.
Quando ha staccato il pass a Parigi, ho scritto.
“Questo era probabilmente il risultato più scontato dell’intera squadra azzurra. Una prima ripresa vinta perché Angela è decisamente più forte della Sovico, anche se è stata costretta a pagare il nervosismo per il debutto nella competizione e per qualche magone che si portava dietro. Poi tutto in discesa, con alcuni sprazzi di grande boxe, quegli uno-due in linea che andavano a bersaglio per il piacere dei nostri occhi e il dolore della francese.
Penso che la Carini sappia boxare meglio di quello che ha fatto vedere in questa occasione, anzi ne sono convinto. Perché è da lei, come dal resto delle ragazze che l’accompagneranno in Giappone, che mi aspetto qualcosa di veramente bello.
Il successo contro la Sovico, paradossalmente, non esalta, perché ottenuto con grande facilità, senza affanno. Una supremazia netta e la conferma che su di lei si può contare”.
Guerriera coraggiosa, a mezza via tra una tigre e una principessa. Lotta con tenacia, ha colpi e movimenti tecnici per esaltare. Il dolore che si porta dentro potrebbe essere una spinta o un freno. Penso che la pena che ha per il papà, aggravatosi proprio alla vigilia della partenza per il Giappone, sia superiore a qualsiasi altra cosa.
Ha messo in dubbio la sua partecipazione, si è chiesta se sia giusto combattere a Tokyo quando a casa, ad Afragola, la persona a cui vuole più bene al mondo sta soffrendo. A togliere ogni perplessità ci ha pensato lui. Peppe, che anche se su una sedia a rotelle non ha mai perso fermezza e rispetto che la divisa da poliziotto impone, è stato chiaro.
Si sono parlati, poi hanno aperto le porte e fatto diventare quelle parole universali attraverso i social.
Vigilia della fase finale delle qualificazioni.
“Papà vado a Parigi per strappare il pass. Io a Tokyo ci vado, te lo meriti”.
Ottenuto il pass.
“Angela, i tuoi sacrifici sono stati ricompensati”.
“Io combatterò sul ring olimpico, tu papà combatterei sul ring della vita. Ma combattiamo, lottiamo, io e te non siamo abituati a perdere”.
“Io sono qui, e più tu combatterai forte, più il mio cuore riprenderà a battere. Più tu rallenterai, più il mio cuore rallenterà. Porta quella medaglia qui”.
“Questa volta non ti sistemo sulla tua carrozzina, questa volta non ti stringo forte a me prima di andare via, questa volta è tutto diverso. Ci siamo fatti questa promessa, mi hai detto qualsiasi cosa accada tu vai a Tokyo e vinci per me. In quest’ultima settimana quel qualsiasi cosa accada, è accaduto. Io ti ho fatto una promessa e come vedi stamattina parto per Tokyo per onorare la nostra bandiera e coronare il nostro sogno. Sei da sempre la mia forza, il mio punto di riferimento e oltre ad essere mio padre, sei il mio migliore amico. Io vado a mantenere la nostra promessa, tu continua la tua lotta e dimostrami ancora una volta quanto sei forte. Ti amo, la Tua Angelina”.
Chi vede retorica in queste parole, non conosce chi le ha pronunciate. Il rapporto tra i due è sempre stato fortissimo. Il pugilato ha solo esaltato una realtà già esistente. Attraverso a boxe hanno vissuto momenti di gioia, il ring ha regalato ad Angela medaglie e a Peppe lampi di felicità.
Il dialogo appena proposto è il loro linguaggio, chi ne sta fuori non può capirlo. Dentro c’è passione, sentimento, rispetto. Lo so anch’io, il male si sconfigge attraverso la scienza, non si può certo prendere a pugni. Magari si potesse. Ma a volte restare sospesi in un campo neutro dove cullare i propri sogni, aiuta a sperare, ad andare avanti.
Provo a inserire un tocco delicato per allentare anche se solo per un attimo la tensione. Vi propongo il commento tecnico della più grande campionessa che il pugilato italiano abbia mai avuto.
È una sorta di investitura ufficiale.
Dice Simona Galassi: “Angela è giovane, ma ha esperienza. Avere tanti match alle spalle significa affrontare alla pari rivali che una volta potevano contare su un centinaio di combattimenti mentre noi ci fermavamo a poche decine. E poi ha un’ottima tecnica. Si muove bene sul ring, mi ha fatto una grande impressione, il suo è un pugilato piacevole da vedere ed efficace. Possiamo contarci”.
Tra pochi giorni Angela Carini salirà sul ring di Tokyo 2020. Gli occhi del papà saranno sempre su di lei. Quasi diecimila chilometri dividono in linea d’aria Afragola da Tokyo. Sarà terribilmente dura.

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Rebecca supera ogni ostacolo. A cavallo, nella vita e sul ring

Continua il viaggio attorno al poker di donne che rappresenteranno l’Italia ai Giochi di Tokyo 2020.
Conosciamo meglio le ragazze azzurre.
Oggi tocca alla milanese, residente a Pavia, Rebecca Nicoli (peso leggero, 60 kg).

I cavalli, poi i tuffi, addirittura il parkour, prima di approdare alla boxe.
Cominciamo dal parkour.
parkour ‹parkùr› s. m., fr. [da parcours (du combatant) «percorso (di guerra», con mutamento di c in k per influenza dell’ingl. park «parco», ma anche per contaminazione dal linguaggio giovanile]. – Pratica ludico-sportiva inventata nel 1998 in Francia da David Belle, e diffusasi nei centri urbani; consiste nell’affrontare un determinato percorso superando gli ostacoli che via via si presentano (muretti, scale, fossi, ecc.) con salti, capriole, arrampicate e varie altre acrobazie. (dal portale treccani.it).
Un’esperienza per ragazze sedentarie…
Rebecca Nicoli ha fatto anche quello.
Prima era andata avanti per una decina di anni con i cavalli, salto a ostacoli. Un’esperienza nata e sviluppata nell’azienda agricola che il papà ha ad Aqui Terme in Piemonte. Questo e molte altre cose racconta Mario Calabresi nella sua newsletter Altre/storie.
Daniela era il nome della prima cavalla montata da Rebecca, poi ha lavorato con altre/i cinque. Con l’ultimo, Macho, ha esordito in gara.
Il periodo dei tuffi è durato decisamente meno.
Il fatto è che nella testa di questa milanese di nascita, trasferitasi da ragazza con la famiglia a Pavia, girava il ritornello di un vecchio progetto fatto quando aveva appena cinque anni.
Era con i genitori in un campeggio vicino Genova.
“Cosa vuoi fare da grande?” le chiedeva un amico di famiglia.
“Voglio andare alle Olimpiadi” rispondeva pronta la piccola.
Semplice, no?
Sembrava che il problema fosse solo scegliere lo sport con cui andare ai Giochi.
Il week end impegnato con il salto a ostacoli, e il resto della settimana? Doveva trovare qualcosa. Ci pensava la mamma che, visti alcuni volantini fuori dal PalaTreves, li portava a casa e li mostrava a Rebecca. L’idea le piaceva, completata una prima visita in palestra annunciava di voler continuare. Era amore a prima vista. Il maestro Gianni Birardi aveva subito capito che in quella ragazzina c’era del talento.
Esordio ufficiale il giorno del compleanno del papà. La grande avventura era appena cominciata.
Proprio quando l’Olimpiade sembrava a portata di pugno, per due volte temeva di perderla. Tokyo 2020 rischiava di diventare solo un miraggio.
A novembre dello scorso anno subiva un intervento all’anca. L’operazione andava bene, ma i tempi di recupero erano lunghi e lei camminava con le stampelle.
Ci pensava Fabio Morbidini, con la complicità dei maestri Birardi e Michele Caldarella, a rimetterla in sesto. Il fisioterapista della nazionale lavorava a tempo pieno sulla piccola combattente lombarda e alla fine la restituiva alle gare in tempo per il torneo di qualificazione.
Un match ancora e avrebbe staccato il pass.
Davanti aveva Caroline Dubois, un talento puro. La Nicoli era brava, ma non ce la faceva. Il dubbio si riproponeva.
Sarebbe riuscita a mantenere il programma tirato giù quando aveva appena cinque anni?
Spareggio contro Nikoleta Pita.
Andava bene.
Io l’ho raccontata così.
“Rebecca Nicoli ha 21 anni e un cuore da guerriera. Ci sono quelle giornate in cui devi mettere da parte la ricerca della perfezione, l’esasperazione del bel gesto tecnico. Sali sul ring e sai che come unica compagna di avventura avrai la tigre che si nasconde dentro di te. Rebecca non ha dimenticato di scavare in fondo all’anima per tirare fuori ogni goccia di coraggio. La rivale cercava lo scontro fisico, una guerra fatta di piccoli sotterfugi e grandi trattenute. L’avversaria era Nikoleta Pita. L’avevo definita la regina delle sorprese. La vittoria nella prima fase delle qualificazioni a Londra contro Delfine Persoon, mi aveva fatto pensare meritasse quel soprannome. Dopo averla rivista all’opera, mi sono convinto che il nickname che le si addice di più è un altro. La piovra. Mille scorrettezze per tenere a freno la migliore tecnica dell’azzurra. Un’esagerazione di trattenute che le sono valse la prima ripresa a stretta maggioranza (due giudici per Rebecca, tre per la greca). Poi non c’è stata più storia. La più brava, la migliore delle due ha staccato il pass per Tokyo”.
E adesso anche lei è a Tokyo, combatterà nella categoria 60 kg (pesi leggeri). Sarà dura, Rebecca Nicoli è una tosta e saprà farsi rispettare. Ha già superato molti ostacoli, altri dovrà superarne. Percorso complicato, ma non bisogna lasciarsi sopraffare dal pessimismo.

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Il mago ci crede. Irma, stesso talento, più determinazione

Secondo appuntamento.
Dopo Giordana Sorrentino, tocca a Irma Testa (57 kg, pesi piuma), la più conosciuta del poker di donne vestite di azzurro che oggi pomeriggio partiranno per Tokyo. L’Olimpiade le aspetta. Tra una settimana avrà inizio il torneo.

Il talento è lo stesso, ma la ragazza che vola verso la sua seconda Olimpiade è diversa.
Irma ha corso troppo in fretta, rischiando di sciupare un dono che la natura le aveva assegnato e un mago aveva cercato di perfezionare.
Lucio Zurlo è il nome del mago.
Irma Testa è il nome della predestinata.
La torrese ha imparato con il tempo che tutto e subito è un risultato che difficilmente si può centrare. Sono quasi convinto che a influire negativamente sulla situazione sia stata anche un’esposizione mediatica eccessiva, sinceramente superiore al peso dei trofei. Un libro e un film dovrebbero essere testimonianze di un percorso che si è concluso, possibilmente con in bacheca successi importanti. E invece erano diventati un peso da caricare sulle spalle di una diciottenne, spalle piegate dalla responsabilità di essere indicata tra le favorite e dalla scoperta che, quando vai a sfidare il mondo delle grandi, puoi trovare qualcuna più brava di te.
Tutto questo, fortunatamente, appartiene al passato.
Adesso Irma ha acquisito maggiore consapevolezza dei suoi mezzi, che sono tanti e di grande qualità. E, credo, affronterà i Giochi con una mentalità diversa. Penso che per il talento debba ringraziare il cielo, per i progressi sul ring debba ringraziare sé stessa e per la nuova dimensione debba sorridere al maestro di sempre. A Lucio basterà quel sorriso perché ha sempre creduto in lei. Irma è forte di suo, ma il tocco in più è stato quello di questo uomo di grande saggezza e capacità.
Emanuele Renzini, il coach della nazionale, ha aggiunto un contributo importante, per carità, ma l’artefice del capolavoro abita a Torre Annunziata.
Lucio è la Boxe Vesuviana, società dalle nobili tradizioni con un maestro d’eccezione. Lui appartiene a una razza da salvaguardare come una volta faceva il WWF con i panda. Insegna pugilato e dà consigli di vita. Per i suoi atleti è allenatore, padre e amico. Un maestro con una faccia che meriterebbe un posto d’onore nell’archivio delle grandi maschere napoletane. Una saggezza antica, la conoscenza profonda dello sport che insegna.
Un’immersione nella casa del pugilato a Torre Annunziata ha restituito al popolo della boxe una campionessa, un’atleta che ha manifestato grandi doti fin dalle prime volte che è salita su un ring. Ora in più c’è la maturità di una giovane donna che, a parole ma soprattutto con i fatti, ha mostrato quanto lontano possa arrivare.
Sul ring delle qualificazioni europee ho ammirato una ragazza che può puntare in alto, sino al gradino più alto del podio. Calma, non sto dicendo che vincerà l’oro. Ma che ha i mezzi per farlo. Poi ci sono le avversarie di grande livello, la sfortuna, il tabellone (qui l’essere testa di serie dovrebbe darle una mano in positivo), la responsabilità di affrontare un torneo olimpico tra le favorite.
Irma ha dato concretezza a una boxe che era fatta più di belle intenzioni che di pugni a segno. Ha fatto vedere di essere in grado di interpretare qualsiasi copione tattico. Ha boxato da incontrista e attaccante, sulla scelta di tempo e sulla velocità. Ha fatto cose che solo i campioni possono permettersi. Ritmo, giusta distanza, un passo laterale per uscire dalla traiettoria dei colpi della rivale, schivate millimetriche e rientri d’anticipo.
Lo so, corro il rischio di cadere nello stesso errore che ho condannato quattro anni fa, quando erano altri ad andare così lontano ancora prima di partire. Il fatto è che oggi mi sembra sia tutto così diverso. Le rivali sono alla sua portata, può giocarsela contro chiunque tra le più forti. È una donna, non più la ragazza con la testa piena di miraggi e una timidezza inconscia che affiorava subito dopo il suono del primo gong. Fintava, fintava, fintava. E non partiva quasi mai.
Adesso guai a starle davanti senza muoversi in continuazione, guai a credere che la sua non certo devastante potenza possa essere affrontata attaccandola. Lei è pronta a punire chiunque cadrà in un errore che conosce benissimo, l’ha commesso quattro anni fa.
La ventitreenne ammirata su ring di Parigi ha testa, tecnica e fisico per regalarci la gioia più bella per lo sport italiano. Il popolo della boxe ne ha un terribile bisogno.

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Entriamo nel cuore dei Giochi di Tokyo 2020.
Domani la nazionale azzurra partirà per il Giappone, quattro donne a difendere i colori dell’Italia.
Conosciamole meglio.

Giordana in casa ha sentito parlare di boxe sin da quando era bambina.
Il nonno paterno era pugile, come lo è stato Emanuele Della Rosa, il cugino: campione italiano dei superwelter e sfidante all’europeo.
In palestra l’ha portata il fratello. Prima alla Pugilistica Volsca con Daniela Valeri, poi a Fiumicino con Luciano Sordini, un uomo con una gioventù difficile e una maturità di sofferenza. Un maestro tosto, dalla battuta pronta, mediomassimo professionista arrivato a battersi per il tricolore.
Giordana oggi ha 21 anni e da sette tira pugni. Al sacco, alle sparring, alle avversarie.
Sognava un futuro sui pattini a rotelle, si allenava nell’artistico. Un infortunio al ginocchio e la voglia di evitare l’operazione, l’hanno convinta a cambiare strada. Si è così spostata da una storia di sacrifici all’altra.
Giordana Sorrentino, romana di nascita, è stata adottata da Fiumicino, sul litorale della Capitale, poco più di trenta chilometri dal Campidoglio.
In lotta da qualche tempo con il peso. È scesa dai 54 kg, categoria in cui è campionessa italiana, ai 51. Un peso mosca, alta 1.54, che concede spesso qualcosa in altezza alle rivali. Ma non è questa la preoccupazione, il problema è la dieta. Un solo pasto senza restrizioni, la colazione. Poi comincia la lotta con la bilancia.
Nata destrorsa, è stata successivamente impostata come mancina. È soddisfatta della scelta.
Ritmo, concentrazione, costanza di rendimento nel corso del match. Questi i punti di forza, i valori che le hanno permesso di conquistare il pass olimpico, compiendo autentiche imprese. A Londra, nella prima fase delle qualificazione europee, ha firmato il suo capolavoro. Ha sconfitto la testa di serie numero 2, l’armena Anush Grigoryan, campionessa europea Under 22. La romana è stata perfetta, l’ha dominata.
Altro piccolo grande colpo nelle quali di Parigi un anno dopo. Battuta Nina Radovanovic. Diretto sinistro e gancio destro i colpi che le hanno permesso di aggiudicarsi la sfida. Un match vinto con la testa ed il fisico, un’interpretazione estremamente positiva in un momento decisivo della carriera.
Nella sua categoria la lotta sarà dura. Giordana è comunque convinta di tornare da Tokyo con una medaglia al collo.
Fiumicino è pronta a festeggiarla.

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Comincia oggi il racconto dell’Olimpiade più difficile della storia. Travolta dalla pandemia, è stata rinviata di un anno.
Dal 23 scattano le competizioni.
Nel torneo di pugilato il nostro Paese sarà presente con quattro azzurre. Per la prima volta, da Anversa 1920 a oggi, non ci saranno pugili italiani sul ring.
Seguirò con grande attenzione le prestazioni del poker di donne, credo ci siano concrete possibilità di medaglia.
Oggi apro con una Guida ai Giochi. Notizie per seguire la competizione.
Rimaniamo in contatto.

COSA
Giochi di Tokyo 2020.

DOVE
Kokugikan Arena (Tokyo).

QUANDO
Dal 24 luglio all’8 agosto 2021

ORARI
(ora italiana, sette ore di ritardo rispetto a Tokyo. Esempio: 11 del mattino in Giappone, 4 del mattino in Italia).
Dal 24 luglio al 3 agosto
Ore 4 del mattino (prima sessione), ore 10 del mattino (seconda sessione).
Dal 4 all’8 agosto
Ore 7 del mattino.

AZZURRE
51 kg (pesi mosca)
Giordana Sorrentino, nata il 27 aprile 2000 a Roma (vive a Fiumicino)
1.54 di altezza
36-20-0 (2 ko)
Esordio: 6 luglio 2014, sconfitta contro Claudia Toto
Migliori risultati: Quarti di finale Mondiali Militari 2019
Mancina
CS Carabinieri.

57 kg (pesi piuma)
Irma Testa, nata il 28 dicembre 1997 a Torre Annunziata
1.74 di altezza
125-24-1 (1 ko)
Esordio: 14 aprile 2012, vittoria contro Luisa Ribatezzati.
Migliori risultati: Oro Europei 2019, oro Europei Under 22 del 2017, oro Europei Youth 2015, Oro Mondiali Youth 2015, Oro Mondiali Junior 2013, Quarti di Finale Giochi di Rio 2016.
Mancina.
GS Fiamme Oro.

60 kg (pesi leggeri)
Rebecca Nicoli, nata il 14 settembre 1999 a Milano, vive a Pavia
1.64 di altezza
39-12-1 (1 ko)
Esordio: 14 aprile 2016 batte Petra Scaringelli
Mancina.
GS Fiamme Oro.

69 kg (pesi welter)
Angela Carini, nata il 6 ottobre 1998 a Napoli, vive ad Afragola.
1.72 di altezza
69-15-0 (2 ko)
Esordio: 15 settembre 2013 batte KadiOlga Dembala
Migliori risultati: Oro Europei U22 del 2021, Argento Mondiali 2019, Argento Europei U22  del 2019, Oro Europei Youth del 2015 e 2016, Oro Mondiali Youth 2015 e Junior 3014.
Mancina.
GS Fiamme Oro

FAVORITE
(nelle categorie delle azzurre)
Mosca: Yuan Chang (Cina), Buse Naz Cakiroglu (Turchia), Hsiao-Wen Huang (Taipei), Roumaysa Boulam (Algeria).
Piuma: Yu-Ting Lin (Taipei), Irma Testa (Italia), Sena Ierie (Giappone), Michaela Walsh (Irlanda).
Leggeri: Kellie Harringgton (Irlanda), Soares Ferreira (Brasile), Caroline Dubois (Gran Bretagna), Simrankit Kaur Baatth (India).
Welter: Busenaz Surmeneli (Turchia), Hong Gu (Cina), Nien-Chin Chen (Taipei), Angela Carini (Italia).

SQUADRA
Atlete: Giordana Sorrentino, Irma Testa, Rebecca Nicoli, Angela Carini.
Tecnici: Emanuele Renzini (capo allenatore), Riccardo D’Andrea (allenatore).
Fisioterapista: Fabio Morbidini
Team leader: Vittorio Lai

STORIA
Londra 2012: nessuna italiana in gara.
Rio 2016: Irma Testa (leggeri, 60 kg). Preliminari: batte Watts (Australia). Quarti di finale: perde contro Mossely (Francia).