Russo è stato odiato o amato. Comunque, è un campione

Queste sono le mie opinioni
Se non vi piacciono, ne ho delle altre
(Groucho Marx)

Clemente Russo ha ufficialmente annunciato il ritiro dal ring. L’ha fatto in controtempo, in piena Olimpiade. L’ha fatto mettendosi al di fuori della cronaca, come del resto ha sempre gestito la carriera. L’ha fatto dopo avere di recente raccontato favole a giornalisti che non si sono vergognati di farle passare per realtà.
Ma questo fa parte del personaggio, il pugile è altra cosa. Anche se, debbo dirlo, è stato lui a creare questa fusione dei ruoli, godendone poi i benefici.
Detto quello che credo fosse giusto dire, vado oltre. E aggiungo, Clemente è stato un grande dilettante.
È una verità confortata dai fatti, anche se chi non l’ha mai sopportato ha approfittato della parte finale della carriera per infierire, traendo da una serie di eventi recenti lo spunto per giudicare fallimentare l’intero percorso.
Come se due argenti olimpici e due ori mondiali, la conquista delle WSB, i successi su Danny Price, Oleksandr Usyk, Deontay Wilder, Egor Mekhontsev potessero essere il frutto solo di una fortuna sfacciata.



Russo è uno che nel pentolone mediatico c’è finito dal primo momento in cui è salito sul ring. Gli insulti che ha ricevuto sono stati (spesso) superiori ai complimenti.
Capisco che si potesse non gradire il suo modo di boxare. Anche a me non piaceva, anzi era uno stile che non sopportavo. Era un pugilato fatto più di astuzia ed esperienza che di un talento classico. È vero, spesso portava sventole larghe che finivano sul bersaglio, schiaffi senza valore. Ma non ci sto quando sento dire che non è stato un campione tra i dilettanti.

Anche perché ha sempre inseguito e raggiunto il successo con determinazione. Ricordate la semifinale dei Giochi di Londra 2012? Contro Mammadov sembrava fosse finita dopo appena un round e due conteggi. E invece ne è uscito vincitore.
Quando in una calda mattinata duranti i Giochi di Londra 2012, gli ho chiesto quale fosse la chiave delle sue vittorie, mi ha risposto con quel sorriso con cui sembra prendere in giro il mondo intero.
Cuore e testa. Vinco così. Il cuore per trovare il coraggio di soffrire, la testa per motivazioni e orgoglio.”
Gli ricordavo i fischi del pubblico dopo il bruttissimo match con il cubano Lardouet Gomez e lui replicava.
I fischi sono stati la reazione al fatto che non avevano visto del pugilato. Perché, è vero, quella sera di boxe non se ne è vista per niente.

Alle critiche è dunque abituato. Gliene sono arrivate a fiumi.
È l’invidia, guaglio’. Ho letto un commento molto bello di Marco Maddaloni, mio cognato. Diceva: “Ragazzi, purtroppo l’invidia è l’arma peggiore che viene puntata contro il campione”. Anche se non hai nulla contro Usain Bolt, avresti voluto che vincesse Gatlin. Non può vincere sempre lo stesso. Hanno goduto tantissimo anche sulle sconfitte della Pellegrini. Sono dei gufi maledetti, chi vince dà fastidio. È così da sempre. E poi c’è un’altra cosa…

Dimmi…
Stravinci e l’avversario nun nè bbuono, straperdi e si ‘nu scemo, che amma a fa’? Voglio prendere i fischi sino alla fine, me ne strafotto. L’importante è il risultato”.
Era stato così a Londra, come lo era stato a Pechino, ai Mondiali di Chicago e a quelli di Almaty.
Quando era al massimo della condizione Russo era resistente, abile nella difesa (“Il mio maestro, Domenico Brillantino, mi ha insegnato che è un’arte determinante in questo sport. Non l’ho mai dimenticato”) e sapeva colpire rapido per poi uscire altrettanto velocemente dalla replica dell’avversario. Portava i colpi attraverso strane traiettorie. Impossibili per chiunque, ma non per lui. E faceva risultati. Poteva non piacere, ma è stato sicuramente un dilettante fortissimo.
Non so cosa avrebbe fatto da professionista. Mi dispiace non ci abbia provato, anche perché resto dell’idea che un pugile che si limiti al dilettantismo rimanga un incompiuto, uno che non può essere giudicato in assoluto. Ma ho rispetto per la sua scelta.
Quelli che oggi chiamano haters, perché non odiatori professionisti?, gongolano. Si eccitavano davanti alle sconfitte di Clemente, cancellavano con un ingiusto colpo di spugna il passato. E adesso godono del ritiro.
Non funziona così. Ed è proprio il pugilato a insegnarcelo.
I punti accumulati nelle riprese iniziali di un match valgono quanto quelli messi assieme negli ultimi round. Russo campione lo è stato, il fatto che negli ultimi anni si sia mosso su bassi livelli di rendimento non giustifica i cartellini di chi non gli assegna alcun merito nell’intera carriera.

Clemente Russo ha segnato una linea di confine. È stato un dilettante che ha goduto di grande popolarità. Ha agito da protagonista in televisione, sulle prime pagine dei giornali, sulle riviste non sportive. E questo gli ha dato riconoscibilità, soldi e sicurezza. Ma ha minato l’attendibilità dei giudizi. Troppo spesso si è portati, anche inconsapevolmente, a giudicare il personaggio e non l’atleta. E lui, con l’atteggiamento fuori dal ring nel finale di carriera (nelle interviste, intendo) ha dato materiale in abbondanza agli odiatori di professione.
Clemente Russo, anche se il suo stile non piaceva agli amanti della nobile arte, me compreso, è stato un degno campione tra i dilettanti. Chi non lo sopporta, se ne faccia una ragione.

Scende dal ring un campione. I risultati che ha ottenuti sono esaltanti. Non lanciamoci in confronti azzardati. Clemente Russo ha in bacheca risultati che pochi pugili sono riusciti a mettere assieme nel mondo del dilettantismo. E allora, per una volta, mettiamo da parte antipatie e gusti tecnici. Applaudiamo l’uscita di scena di un pugile che di sicuro questi applausi li merita tutti.
A Clemente dico solo, avessi evitato le ultime interviste sarebbe stato tutto più facile…

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