L’incredibile storia di Barbora, Cenerentola al Roland Garros

Non so se ci fosse il sole quella mattina a Omice, 17 chilometri a est di Brno nella Repubblica Ceca. So per certo che una delle 758 abitanti del posto se ne stava in giardino a prendersi cura dei fiori, quando si è sentita chiamare. Si è girata e ha visto una ragazza alta e magra, un viso pieno di speranza, un naso a punta che indicava il futuro.
“Ciao Jana”.
“Ciao, ci conosciamo?”
“Io conosco te”.
“Dimmi”.
“Sono in cerca di un aiuto”.
“Cosa posso fare?”
“Ho 18 anni, ho vinto qualcosa di importante a livello junior. Per fare il salto nel tennis degli adulti ho bisogno di una grande maestra”.
“Vediamoci giovedì al club, prenoto il campo”.
Sono rimaste assieme tre anni. Un rapporto professionale forte, intenso. Jana le insegnava il tennis e la vita.
Veloce la gioia, lungo e straziante il dolore. 
Il 19 novembre del 2017 il cancro si portava via per sempre la Novotna, lasciando alla giovane allieva tanta tristezza e sette parole di speranza.
“Divertiti e prova a vincere uno Slam”.
Il tennis Barbora Krejcikova l’aveva scoperto che era bambina. Nella cucina di casa, a Brno. Era lì che assieme alla mamma guardava la tv. A otto anni, stupita, aveva ammirato la prima eroina. Piccola e fragile agli occhi di chi non la conosceva, Justine Henin in campo si trasformava in un gigante e vinceva il Roland Garros. Quando sabato 12 giugno Barbora se l’è vista davanti, per un attimo ha pensato non fosse vera, poi si è arresa.
“È un mito che esiste in carne e ossa, e conosce addirittura il mio nome”.
Questa è una storia con un epilogo degno di Cenerentola. La felicità però me la sono sempre immaginata in modo diverso.
Se arrivi al Roland Garros senza essere testa di serie e di Slam in singolare ne hai giocati appena quattro e poi alzi la Coppa al cielo, dovresti esplodere di gioia. Barbora, dopo il punto della vittoria, ha mostrato il pugnetto, alzato le braccia per non più di cinque secondi e si è chiusa in una malinconia da spezzare il cuore. Forse aveva paura di sorridere, temeva che se lo avesse fatto, non sarebbe più riuscita a trattenere le lacrime. Alla fine ha ceduto e un bacio è voltato in alto, ben sopra il Centrale del Roland Garros.
“Spero che lei sia felice” ha sussurrato.
Aveva appena sconfitto Anastasia Pavlyuchenkova e cercava di tenere lontane memorie ingombranti. Alzava ancora una volta la mano destra verso il cielo, così Jana era più vicina. L’aveva cercata altre volte in queste due settimane. Era esplosa in un pianto nervoso prima di affrontare Stephens e Sakkari. La psicologa le aveva dato una mano ricordandole il mantra che proprio la Novotna le aveva affidato.
“Divertiti”.
A quello si era aggrappata mentre giocava contro i cinque set point di Coco Gauff nei quarti, il match point annullato e i tre falliti contro Maria Sakkari in semifinale. Si è arrampicata per salite insidiose, ha attraversato il deserto dei dubbi e alla fine è arrivata alla meta per scoprire che era tutto vero, reale. Non un miraggio, ma la Coppa Suzanne Lenglen.
Appena un anno fa giocava il primo Roland Garros e non era tra le Top 100. Adesso, fuori dalla lista delle favorite, fuori dalle teste di serie, lontana dai nomi che catturano i titoloni dei giornali, ha vinto.
Alla fine le lacrime sono arrivate. Jana è stata celebrata.
Barbora è una Cenerentola che non ha mai incontrato la strega cattiva. Sul suo cammino per tre anni ha avuto una compagna di viaggio che l’ha spinta sul giusto sentiero. Lascia Parigi con il primo successo in uno Slam, il secondo torneo della carriera. L’altro l’ha vinto a Strasburgo una settimana prima.
“Barbora Krejcikova è una supernova, la giocatrice di un piccolo club di provincia della Repubblica Ceca, il trionfo della normalità in un circuito dove tutti cercano di distinguersi” Sophie Dorgan, l’Équipe
Un altro giornalista ha subito visto le qualità di questa ragazza. Christopher Clarey ne ha scritto lo scorso anno sul New York Times. È leggendo quell’articolo che ho scoperto l’intensità del rapporto sportivo e umano con Jana Novotna.
Quando ho visto Barbora impegnata nella più veloce celebrazione di un trionfo a cui abbia amai assistito in cinquant’anni di professione, mi sono convinto che la sua fosse davvero una storia da raccontare.

Le sceneggiate fanno bene alla boxe? È come dire: il porno fa bene al cinema…

L’esibizione di Floyd Mayweather jr con Logan Paul è stata comprata da un milione di persone al prezzo di 49.99 dollari. Una fantastica operazione commerciale.
Lo show messo in piedi da Mike Tyson e Roy Jones jr ha convinto 1,4 milioni di spettatori a pagare 49.99 dollari.
Sono numeri che raramente la pay per view offre.
Da qui è nata la favoletta “se ne parla, fa bene alla boxe”.
Mi sono chiesto quanto potesse essere vero.
Se il volume di affari prodotto dovesse essere l’unico parametro da tenere in considerazione, estendendo il concetto potrei dire che l’industria del porno fa bene al cinema. È un mercato che annualmente genera nel mondo un volume di affari di 100 miliardi di dollari, ha fidelizzato un pubblico al 60% sotto i 24 anni e quindi con larghe prospettive di sviluppo nel tempo.
C’è qualcuno che sia davvero convinto che il porno faccia bene all’industria cinematografica? È questo il futuro del cinema?
Chi è pronto ad accettare la trasformazione della realtà sportiva in uno spettacolo in cui i protagonisti interpretino la parte del pugile, si prepari ad accettare la trasformazione della boxe in una sceneggiata totalmente priva della componente agonistica. Futuro che potrebbe non essere poi così improbabile. Del resto, se chi ha rispetto per memoria, passione ed etica viene etichettato come nostalgico, non mi sembra che lo scenario sia poi tanto lontano nel tempo.
Lennox Lewis ed Evander Holyfield sono in fila per il ritorno sul ring di Mike Tyson, previsto per il prossimo settembre. Quel giorno Iron Mike avrà 55 anni, Lewis 56 e Holyfield sarà molto vicino ai 59…
Basta che se ne parli”.
Contenti voi…

Holmes vs Cooney, una sfida tra boxe e razzismo

È l’11 giugno del 1982, trentanove anni fa. Larry Holmes affronta Gerry Cooney al Caesars Palace di Las Vegas per il mondiale Wbc dei pesi massimi. Arbitra Mills Lane. Trentamila spettatori per un incasso al botteghino di oltre sette milioni di dollari.

Mio padre mi ha insegnato cinque cose: tu non sei buono, sei un fallimento, non sarai mai nessuno, non fidarti di nessuno e non rivelare a nessuno il tuo business.”

La famiglia Cooney vive a Long Island, ha origini irlandesi ed è cattolica. In quella casa Gerry non si sente certo protetto dall’affetto del papà. Eppure è stato proprio lui a spingerlo in palestra, è lui a svegliarlo ogni mattina all’alba per costringerlo a correre. Dedito all’alcool e con uno sfortunato passato da aspirante pugile il signor Cooney è una presenza inquietante nella vita del giovane figliolo.

Vivo nella paura” confessa Gerry a un amico.

Nel 1976 il papà muore di cancro.

Gerald “Gerry” Cooney è ormai un pugile e dopo una discreta carriera da dilettante decide di tentare l’avventura nel professionismo.

E’ alto 196 centimetri, è grosso, è un peso massimo per stazza e potenza di pugno. Il sinistro, soprattutto quando è portato in gancio, provoca seri danni. Va avanti vittoria dopo vittoria sino ad arrivare all’11 maggio 1981 quando sale sul ring del Madison Square Garden per affrontare Ken Norton.

Il match dura soltanto 54”. L’ex campione del mondo è travolto dai colpi dell’irlandese e rischia addirittura qualcosa più della sconfitta per colpa di un tardivo intervento dell’arbitro.

Don King vuole mettere su la sfida per il titolo Wbc contro il detentore Larry Holmes. I due manager di Cooney innescano una corsa al rialzo prima di firmare il contratto. Dennis Rappaport e Mike Jones chiudono l’accordo per una borsa record di dieci milioni di dollari, la stessa che intascherà Holmes. Si attende solo la data della sfida.

Nell’attesa, Cooney non combatte. I suoi manager temono di rovinare l’affare nel caso si verifichi un incidente di percorso.

Holmes difende il titolo contro Berbick, Leon Spinks e Snipes.

Don King annuncia il mondiale per il 15 marzo 1982. Cooney subisce un leggero infortunio alla schiena. La sfida viene rinviata all’11 giugno.

È a questo punto che comincia la nostra storia.

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Non si parla più di sport, ma di scontro razziale.

Don King definisce Gerry la “Grande Speranza Bianca”.

Lui è bianco, è irlandese, è cattolico. L’altro è nero. Non ho bisogno di aggiungere altro.”

Dennis Rappaport guida il gruppo dello sfidante.

Non rispetto Holmes nè come uomo, nè come pugile: non è degno di essere campione del mondo.”

Sono ventitrè anni che un pugile di origini caucasiche non sale sul trono dei massimi, l’ultimo è stato lo svedese Ingemar Johansson che il 26 giugno del 1959 ha sconfitto Floyd Patterson per kot 3 allo Yankee Stadium.

Don King e Rappaport esagerano. Lo scontro verbale diventa quasi una rissa.

Un gruppo di razzisti afferma di avere agenti pronti a sparare contro Holmes quando salirà sul ring.

I supporter afroamericani rispondono sullo stesso tono. Sono pronti a replicare anche con le armi.

Il mondiale si svolge nel parcheggio all’aperto del Caesars Palace di Las Vegas.

La polizia posiziona decine di tiratori scelti sui tetti di tutti i grandi alberghi che circondano l’arena.

I servizi segreti entrano nello spogliatoio del gigante irlandese e fanno installare un telefono “pulito”, non controllato. Mezzora prima del match il telefono suona, all’altro capo del filo c’è Ronald Reagan, il presidente degli Stati Uniti d’America.

Gerry riporta a casa il mondiale dei massimi.”

Nel camerino del campione c’è solo il silenzio.

«Cooney mi ha sempre trattato come se fossi immondizia. È incapace di tirare fuori il buono che c’è nella gente, è bravo solo a esaltare la cattiveria che c’è nei bianchi. Se ne sta al Caesars Palace e non vuole che nessuno passi per il suo piano quando è in stanza. Quelli dell’albergo l’hanno accontentato. Con me non l’hanno mai fatto, eppure io lì ho combattuto dieci volte. Sono tutti con lui, contro di me

In platea ci sono decine di personaggi famosi: Joe Di Maggio, Fara Fawcett, Ryan O’Neal, Jack Nicholson, Wayne Gretzky. Contro ogni tradizione il primo dei pugili ad essere annunciato è il campione. È imbattuto dopo 39 match, anche lo sfidante ha vinto tutti e 25 i match disputati. L’arbitro è Mills Lane. I due si toccano i guantoni al centro del ring, a parlare è solo il campione.

Buon combattimento.”

Si comincia.

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Nel secondo round un perfetto uno/due chiuso da un potente diretto destro mette al tappeto Cooney che prima di andare giù barcolla sulle gambe, prova a tenersi alle corde, insegue un equilibrio che non c’è.

Nell’intervallo all’angolo cercano di scuoterlo, di restituirgli fiducia in se stesso. Danny Rappaport gli urla in faccia.

L’America ha bisogno di te!

Nel quarto un gancio sinistro al corpo doppiato da un destro fa traballare Holmes che viene salvato dal gong. Va all’angolo, è malfermo sulle gambe.

Dal quinto all’ottavo la sfida è combattuta, ma si muove su un piano di sostanziale equilibrio.

Poi ha inizio il forcing del campione. Gerry non ha l’esperienza per tirarsi fuori da quella situazione con il minimo danno.

Nel decimo Cooney colpisce per tre volte sotto la cintura, nell’ultima raggiunge il rivale con un terribile montante.

Ho continuato a sentire il dolore per oltre vent’anni, ogni volta che ci penso mi sento male” dice ancora oggi sorridendo Larry. L’arbitro punisce il comportamento scorretto con tre punti di penalizzazione.

Cooney è ferito sotto l’occhio sinistro ed è in evidente affanno.

Nel tredicesimo Holmes tortura il rivale. Un cross destro stretto, un sinistro devastante.  Cooney barcolla, si appoggia alle corde, aspetta l’ultima stoccata. Victor Valle, il suo maestro, lancia l’asciugamano e salta sul ring. Il mondiale è finito.

Cinque persone si suicidano per quella sconfitta. Nel Mississippi alcuni bianchi sparano e uccidono dei neri. A Kansas City ci sono tumulti, i neri vengono picchiati nelle strade. La casa di Larry, a Easton, viene imbrattata con scritte razziali, la buca della posta è piena di lettere con minacce di morte. Non è stato solo un match di boxe quello che il campione ha appena vinto.

Gerry Cooney va in depressione, disputa altri cinque match e poi si ritira. Cade nell’alcolismo, va in un centro di recupero e ne esce guarito. L’ultimo bicchiere lo ha bevuto una vita fa, il 21 aprile del 1988.

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I due sono diventati amici. Larry Holmes è un ricco industriale che ha combattuto fino a 53 anni. Sta bene, frequenta ancora il pugilato ed è pieno di soldi. Spesso lo si può vedere nelle serate organizzate per beneficienza dal vecchio rivale.

Gerry Cooney vive a Fanwood, New Jersey con la moglie Jennifer e due dei tre figli: Jackson (di 18 anni) e Sara (14). L’altro, Chris (27), abita a New York. Il colosso di origini irlandesi ha un programma radiofonico settimanale in cui parla di boxe. È impegnato in due associazioni. La prima tutela i pugili dopo il ritiro, l’altra si occupa della lotta alla violenza domestica.

Sono passati trentasei anni da quella notte a Las Vegas, ma se vi capitasse di chiedere a Gerry Cooney un commento di quel mondiale vi sentireste rispondere sempre allo stesso modo.

Mio padre mi ha insegnato cinque cose: tu non sei buono, sei un fallimento, non sarai mai nessuno, non fidarti di nessuno e non rivelare a nessuno il tuo business. Quella notte ho pensato che avesse ragione.

(da “Non fare il furbo, combatti” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

Galassi, la regina. E il poker di donne per Tokyo 2020…

Simona Galassi*, hanno aperto le Olimpiadi alle donne quando eri già una professionista. È accaduto a Londra 2012. È una competizione di cui senti la mancanza?
“Ai Giochi ho pensato a lungo. La prima volta che ne ho parlato, è stato con Enza Jacoponi durante Mondiali di Scranton nel 2001. Il CIO aveva ipotizzato la possibilità di inserire la boxe femminile ad Atene 2004. Per questo sono rimasta dilettante per tanto tempo. Quando ho capito che anche a Pechino 2008 non ci saremmo state, sono passata professionista. Peccato. È il sogno di una vita che non si è realizzato. Per me l’Olimpiade è l’essenza di quello in cui credo, lo sport ai massimi livelli, quello che amo”.
Quattro ragazze, giovanissime, hanno conquistato la possibilità di disputare i Giochi di Tokyo 2020.
“Risultato pienamente meritato. Sono contenta per loro, per il pugilato, per le donne che praticano la boxe”.
Partiamo dalla Testa, cosa mi dici di lei?
“Mi ricordo le prime volte in cui mi chiedevano di Irma. Dicevano che era una grande campionessa, ma i successi erano arrivati solo a livello giovanile. Non mi piaceva parlare di lei. Mi sembrava una campionessa annunciata, che non aveva ancora dimostrato di esserlo. Poi, si è qualificata per l’Olimpiade di Rio 2016 ed è uscita al secondo match. Ho pensato: è la sua grande opportunità per dimostrare che è una fuoriclasse. Da questa esperienza può imparare tanto. Può trasformare la sua carriera, può vincere fino a diventare una grande protagonista. Ma può anche uscirne male, distrutta. I fatti hanno dimostrato che lei ha imparato la lezione. Non si è accontentata di quello che il talento avrebbe potuto darle. Ha lottato contro sé stessa, ha modificato atteggiamento. Sul ring ha saputo adattarsi alle esigenze del match, ha cercato la tattica migliore per ogni rivale. E adesso affronterà l’Olimpiade più forte, con maggiori certezze della prima volta”.
Angela Carini, argento ai Mondiali, va in Giappone con grandi speranze.
“Ho visto alcuni video dei suoi allenamenti e qualche match. Mi è piaciuta. È giovane, ma ha esperienza. Avere tanti match alle spalle significa affrontare alla pari rivali che una volta potevano contare su un centinaio di combattimenti mentre noi ci fermavamo a poche decine. E poi ha un’ottima tecnica. Si muove bene sul ring, mi ha fatto una buona impressione, il suo è un pugilato piacevole da vedere. Possiamo contarci”.
Giordana Sorrentino e Rebecca Nicoli hanno 21 anni e l’esuberanza della gioventù.
“Giovanissime, hanno avuto l’occasione della vita. E se la sona giocata alla grande. Se mi è concessa una parolaccia, dico che probabilmente hanno pensato: ‘fanculo tutti. Io me la gioco, poi vediamo. Mi è piaciuta la loro determinazione, quella che sfiora l’incoscienza, ma senza lasciarsi dietro alcun rimpianto. Non avevano niente da perdere, hanno lottato per ottenere quello che sembrava impossibile. Avevano un’unica possibilità e hanno saputo sfruttarla. Brave, no? Hanno abbandonato qualsiasi atteggiamento calcolatore. La gioventù, per le atlete che valgono, ha questo vantaggio. Non stai lì a pensare ogni attimo come sarà il futuro della tua carriera, pensi solo a vincere il match che stai combattendo. Ricordo benissimo quella sensazione, era estremamente piacevole. La prima volta che l’ho provata è stata ai mondiali americani. Ero pronta a tutto, mi mangiavo anche i sassi. Così hanno fatto Giordana e Rebecca, così dovranno fare in Giappone”.
Quattro azzurre all’Olimpiade. Gli uomini restano a casa. Perché?
“Non ho mai generalizzato, non ho mai affermato: gli uomini sono così, le donne sono così. Dico solo che le donne mi sembra abbiano una tecnica migliore. Forse nasce da quella che chiamerei pignoleria. È nel carattere femminile andare a cercare i particolari per migliorarli. Noi non pensiamo solo alla forza fisica. Cerchiamo anche l’estetica del gesto. E alla fine aggiungiamo il nostro temperamento. Non vale per tutte. Ma vale per le quattro che hanno staccato il pass”.
Eppure si dice che nello sport si trovano spesso donne insicure, atlete che non si sentono all’altezza.
“È vero. Accade. Come accade tra gli uomini. Ma credo che il campione o la campionessa escano da questi schemi. Cercano sempre di dare il massimo, non fanno calcoli”.
Quale è la differenza sostanziale tra dilettantismo e professionismo?
“Parliamo solo da punto di vista agonistico. Il resto sarebbe troppo lungo e difficile da spiegare. Da dilettante, la difficolta sta nel fatto che devi entrare subito al massimo livello della prestazione. Hai poco tempo per riparare. Se vedi che qualcosa non va, devi essere velocissima nel cambiare. Ti muovi su tempi stretti. In tre round ti giochi tutto. Il professionismo ha tempi più lunghi”.  
Quando senti che sta arrivando la tensione nel corso di un torneo?
“Per quanto mi riguarda, non la notte prima del match. Ho sempre dormito tranquilla. La grande tensione arrivava immediatamente prima di salire sul ring, negli spogliatoi. Ma si scioglieva al suono del gong. Pensieri negativi ne avevo, cercavo ottimizzarli. Sono maniaca della preparazione. Nei miei primi mondiali sono arrivata a scrivere uno schema delle azioni che avrei voluto eseguire in combattimento. Avevo lo stomaco chiuso. Ma cercavo di nascondere tutto, non volevo concedere vantaggi alle mie avversarie”.
Nel libro che racconta la tua vita, A modo mio, hai detto: La boxe è piena di nemici invisibili. Chi sono?
“Il primo sei tu stessa. Tante persone parlano, giudicano, ma alla fine non hanno mai provato quello che prova chi accetta di confrontarsi con sè stessa, con le sue paure, le sue insicurezze, con i pensieri che vorrebbe allontanare. La boxe è uno sport difficile, credo la possano capire in pochi”.
Il pugile è sempre solo sul ring?
“Fino a un certo punto. La battaglia che fa è una battaglia per vincere i propri limiti. E questo spesso ti fa sentire sola. Per esperienza personale dico però che un maestro di cui puoi fidarti ciecamente è un grande aiuto per non sentirti sola contro il mondo intero. La volta in cui mi è capitato di non avere al mio angolo una persona che non mi conoscesse a fondo, è stato tremendo. C’era un maestro bravo, di cui avevo grande stima. Uno che mi ha detto cose che nessuno dei miei maestri mi aveva mai detto. Ma io avevo bisogno di altre parole, di conforto, di stimoli. Quell’uomo all’angolo non mi ha aiutato, mi ha buttato ancora più giù. Non mi conosceva. Il tuo maestro è l’unica persona che non ti fa sentire sola sul ring”.
In una scala di valori, come collocheresti oro ai Mondiali dilettanti, conquista del mondiale professionisti e oro olimpico?
“Credo che metterei la vittoria ai Giochi nel mezzo. Ma è un giudizio che mi riesce difficile dare, perché mi manca uno dei parametri di riferimento. Un’Olimpiade non l’ho mai fatta, quindi non so realmente che sensazioni possa regalare. So quanta fatica ho fatto nel professionismo. Fatica umana, intendo. È stata una conquista che riguarda più la vita che lo sport. È per questo che per me quel titolo ha un valore ancora più grande. L’ho portato a casa con determinazione, resilienza, forza. Lo metto sopra qualsiasi cosa”.

* Simona Galassi, La regina di Romagna. Nei dilettanti campionessa del mondo a Scranton 2001, Antalaya 2002, Podolsk 2005. Ottantasei match, 85 vittorie e 1 sconfitta. Tre europei: 2003, 2004, 2005. Professionista dal 2006. Campionessa del mondo mosca Wbc (2008/2011), supermosca Ibf (2011/2012). Campionessa europea mosca 2007, 2013, 2014. Ventisette combattimenti, 23 vittorie, 3 sconfitte, 1 pari.

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Testa d’oro. Regina in Francia, Tokyo la aspetta…

Vittoria, oro, dominio.
E ancora una volta un tema tattico diverso.
Contro la Vorontsvova ha boxato da incontrista, schivando con millimetrici spostamenti del tronco, o con un passo di lato, per poi rientrare e colpire. Contro la Cacic è diventata attaccante, andando a cercare la croata, beffandola sul tempo, imponendole una boxe che non concedeva speranze.
Oggi contro la Walsh ha mostrato che si può anche boxare di anticipo, spezzando l’azione dell’altra sul nascere, togliendole la possibilità di mettere a segno i suoi colpi, privandolo dello spazio per agire.
Signori, Irma Testa ha mostrato in questo torneo che davvero può andare a Tokyo indossando i panni della protagonista. Ha talento, saggezza tattica, capacità tecniche. Lucio Zurlo, il mago di Torre Annunziata, ha formato una campionessa. Irma è forte di suo, ma il tocco in più è stato quello di un maestro di grande saggezza e capacità.
Emanuele Renzini ha aggiunto un valido contributo, come del resto ha fatto con il poker di regine che ha portato a Tokyo.
Testa d’oro dunque. Verdetto unanime, nonostante l’incomprensibile cartellino dei giudici del Tagikistan (ancora lui) e dell’Uganda nella ripresa finale assegnata a Michaela Walsh. Ma fateci il piacere…

POKER DI DONNE
In Giappone ballerà sul tappeto (del ring) un poker di donne azzurre.
Giordana Sorrentino (mosca, 51 kg), Irma Testa (piuma, 57 kg), Rebecca Nicoli (leggeri, 60 kg), Angela Carini (welter, 69 kg). A Tokyo saranno protagoniste. Alla vigilia dei Giochi capiremo meglio fin dove potranno arrivare. Ne riparleremo dopo il sorteggio, che non dovrebbe essere poi così male per Irma Testa, che avrà il meritato vantaggio di essere testa di serie.
L’Italia è pronta, i pugni delle donne si spera ci portino lontano. Perché loro sono quattro regine di cuori, ma hanno gli occhi della tigre.
FINALE – Donne, piuma (57 kg) Irma Testa (Italia) b. Michaela Walsh (Irlanda) 5-0

Poker di donne. Nicoli completa l’impresa. In quattro sul ring dell’Olimpiade di Tokyo

Rebecca Nicoli ha 21 anni e un cuore da guerriera.
Ci sono quelle giornate in cui devi mettere da parte la ricerca della perfezione, l’esasperazione del bel gesto tecnico, Sali sul ring e sai che come unica compagna di avventura avrai la tigre che si nasconde dentro di te. Rebecca non ha dimenticato di scavare in fondo all’anima per tirare fuori ogni goccia di coraggio.
La rivale cercava lo scontro fisico, una guerra fatta di piccoli sotterfugi e grandi trattenute. L’avversaria, Nikoleta Pita. L’avevo definita la regina delle sorprese. La vittoria nella prima fase delle qualificazioni a Londra contro Delfine Persoon, mi aveva fatto pensare meritasse quel soprannome. Dopo averla rivista all’opera, mi sono convinto che il nickname che le si addice di più è un altro. La piovra.
Mille scorrettezze per tenere a freno la migliore tecnica dell’azzurra. Un’esagerazione di trattenute che le sono valse la prima ripresa a stretta maggioranza (due giudici per Rebecca, tre per la greca). Poi non c’è stata più storia. La più brava, la migliore delle due ha staccato il pass per Tokyo.
I pugni delle donne hanno la forza della determinazione.
In quattro voleranno in Giappone, il poker è stato calato e ha fatto rumore.
Non c’era nessuna italiana a Londra 2012 quando il pugilato femminile ha esordito in maniera dirompente nell’agone olimpico. Claressa Shields, Nicole Adams e Katie Taylor hanno scritto la storia. La nostra, di storia, è quella raccontata da Irma Testa a Rio de Janeiro. Prima e (finora) unica italiana a salire su un ring ai Giochi. Era troppo giovane, troppo inesperta, troppo affaticata, troppo convinta che fosse più semplice di quanto pensasse. A fine luglio la campionessa di Torre Annunziata tornerà in un’Olimpiade, stavolta per boxare da protagonista. Non più una speranza, una promessa. Ma la certezza che laggiù saprà farsi valere.
Accanto a lei ci sarà Angela Carini, altra capitana coraggiosa, altra solida pedina in maglia azzurra. E poi due ragazze esuberanti che non hanno paura di nulla. Giordana Sorrentino e Rebecca Nicoli.
Sono loro che mostrano i pugni delle donne. Rappresentano, mi sia concesso, un pugilato antico, legato alla tradizione. Una boxe classica ed efficace che, non so quanto volontariamente, si ispira a quella di Simona Galassi. Una fuoriclasse assoluta, una pioniera del pugilato femminile, una campionessa mondiale da professionista e da dilettante. Peccato che ai suoi tempi l’Olimpiade del ring fosse ancora una competizione only for men. Solo per uomini.
Rebecca è stata l’ultima a unirsi al gruppo. Lo ha fatto mettendo sul piatto dello spareggio una forza d’animo e di fisico che potrebbe essere presa da esempio. Una voglia di arrivare, non sporcata dalla mancanza di lucidità provocata dall’importanza del premio in palio.
I pugni delle donne hanno calato il poker.
A Tokyo 2020 sapremo chi andrà a vedere il punto.
E alla fine saremo pronti ad applaudire la vincitrice.

Spareggio donne, leggeri (60 kg) Nicoli (Italia) b Pita (Grecia) 5-0.

Testa in finale. Sorrentino sconfitta dalla Davison, madre di tre figli. Carini fuori, forse meritava di più

Irma Testa sarà l’unica azzurra in finale, affronterà l’irlandese Michaela Wlash (sorella di AIdan, peso welter che si è guadagnato il pass per Tokyo al Torneo di Francia):
C’è un termine che i bookmaker di Las Vegas usano quando va in scena un match il cui esito è fin troppo scontato e loro non accettano scommesse, scrivono exibition. E la sfida della campionessa di Torre Annunziata contro la rumena Maria Nechita è stata proprio così, un’esibizione. Un modo per consentire a chi ama la boxe di ammirare ancora una volta il modo con cui l’azzurra si toglie dal furore agonistico dell’avversaria, di come riesce a sgusciare via leggera e impalpabile ai colpi che la ragazza che le sta davanti prova a tirarle. Di vederla rientrare con veloci uno-due, con diretti sinistri, a tratti con il gancio destro, in un paio di occasioni mi è parso addirittura di vedere altrettanti montanti, roba rara da queste parti.
La Testa è in finale e va a chiudere un torneo per lei, e per il gruppo femminile, davvero esaltante. I pugni delle donne sanno pungere più di quegli degli uomini.
E non solo sul ring, ma anche nella vita.
Ce lo insegna Charly-Sian Davison, il peso mosca che ha sconfitto una brava e combattiva Giordana Sorrentino. Una lungona che usa assai bene le sue leve infinite, una mancina che sa gestire i tempi di attacco. Come sa gestire le sue convulse giornate. È andata alle qualificazioni con un sogno, per realizzarlo ha scommesso su sé stessa.
Ha 26 anni. Da giovanissima ha vinto l’europeo youth e l’argento ai mondiali giovanili. Poi, ha avuto il primo figlio. Accadeva sette anni fa. Si è ritirata, ha lasciato il pugilato. Ha avuto un secondo figlio cinque anni fa, un altro tre anni fa. In casa a lavorare per loro, per poi a portarli a scuola o all’asilo. Mamma di tre bambini ha sentito dentro il cuore la voglia di riprovarci. È andata in palestra, ha fatto incredibili sacrifici per tenere in piedi famiglia, prole e sport. Ha scoperto che la passione era rimasta intatta.
Sette anni dopo l’abbandono è tornata a combattere, si è guadagnata un posto nella squadra britannica per le selezioni della zona europea. Domani combatte per l’oro.
Il sogno di volare a Tokyo è stato realizzato.
Brava Giordana Sorrentino, doveva fare pressione e l’ha fatta, cercando, e spesso riuscendo, a passare sotto il jab della britannica, non altrettanto rapida nello scaricare i colpi una volta raggiunta la corta distanza. Bene comunque, obiettivo centrato. Il biglietto per il Giappone lo aveva già in tasca.
Niente finale neppure per Angela Carini. Match incerto, sul filo dell’equilibrio nel primo round (io avevo avanti l’azzurra), deciso da non più di un paio di diretti in favore della 35enne tedesca Nadine Apetz il secondo, chiaramente per l’italiana il terzo. Quattro giudici per la tedesca. Sconfitta che avrebbe potuto non esserci, ma non certo uno scandalo, per la Carini che ha chiuso il torneo con una prova meno brillante della precedente esibizione. Applausi, in ogni caso.

SEMIFINALI DONNE: Mosca (51 kg) Davison (Gran Bretagna) b. Sorrentino (Italia) 5-0; piuma (57 kg) Testa (Italia) b. Nechita (Romania) 5-0; welter (69 kg) Apetz (Germania) b. Carini (Italia) 4-1.
FINALE DONNE – Piuma (57 kg, oggi ore 18) Irma Testa (Italia) vs Michaela Walsh (Irlanda del Nord)
TELEVISIONE – Gli incntri potranno essere visti in streaming sul Canale Olimpico: https://olympics.com/en/olympic-channel.

Un’analisi sul disastro del pugilato maschile italiano, da sei anni mai sul podio nei tornei mondiali…

Nessun azzurro si è qualificato direttamente per l’Olimpiade.
Eppure non si riesce ad accettare la disfatta. Il ct Emanuele Renzini contribuisce a creare una realtà virtuale in cui il mondo intero congiura contro di noi con l’unico scopo di affossarci. Gli azzurri non perdono mai, sono sempre e solo battuti da una giuria incapace. È la costruzione di questo mondo dei sogni che impedisce di vedere colpe e studiare soluzioni.
Zero medaglie a Rio 2016.
Zero medaglie ai Mondiali 2015, 2017, 2019.
Dopo cento e uno anni (Anversa 1920), per la prima volta nella storia, nessun uomo qualificato in via diretta per i Giochi.
Ma quale altra disfatta aspettiamo prima di ammettere gli errori del sistema?
E invece continuiamo la caccia a giustificazioni che non esistono, la colpa è sempre di qualcun altro.
L’Italia del pugilato AOB maschile accumula risultati disastrosi e si continua a ballare sul Titanic che affonda. Ora, a meno di un recupero in extremis di Salvatore Cavallaro grazie alla classifica e alla qualificazione diretta dei due che lo precedono in Europa, l’Olimpiade dovremo vederla in televisione.
L’anno 2000 segna lo spartiacque.
Comincia lì la rivoluzione al contrario del pugilato italiano, partono da quella data le decisioni politiche che ci hanno portato a questa situazione umiliante.
Blocco del passaggio al professionismo da parte dei migliori dilettanti. Inserimento nei gruppi militari (indispensabili, per carità, per l’attività agonistica) e garanzia di stabilità economica per un gruppo ristretto di atleti. Il pugilato italiano si trasformava in quello che una volta era lo sport nei Paesi dell’Est. Nascevano i Dilettanti di Stato. Solo che non avevamo i numeri, né le capacità gestionali per sostenere un simile movimento.
La nazionale diventava una sorta di club privato. Alcuni atleti hanno portato avanti carriere dilettantistiche decennali. Ma l’età avanza e non perdona.
La chiusura del naturale serbatoio del dilettantismo che produceva campioni da far combattere nel professionismo, ha dato forza per due cicli olimpici alla squadra azzurra. Dopo il bronzo di Cammarelle ad Atene, sono arrivate le medaglie di Pechino 2008 e Londra 2012. Poi, il crollo verticale.
Fuori dal podio, dove sono salite decine di nazioni, in ogni competizione di livello mondiale.
Ripetuti cambi di gestione tecnica, ma nessun cambio per quel che riguardava la visione politica del problema. Sempre e solo una guida a dettare le direttive all’intero movimento, sempre e solo un unico pensiero. Quel pensiero che ha portato il pugilato maschile italiano alla situazione attuale.
Un disastro.
La crescita sul piano della quantità dei tecnici affiliati alla FPI non ha prodotto un innalzamento della qualità. Si sono perse lungo il cammino quelle che avrebbero dovuto essere le linee guida di questo sport: insegnamento della tecnica e della tattica di combattimento. È stata creata una moltitudine di tecnici pur non essendoci possibilità di collocamento nell’ambito dell’agonismo reale.
Le società sportive oramai si avvicinano a mille (attualmente siamo a 948), ma nella quasi totalità dei casi sono improduttive sul piano della creazione di pugili di valore.
In altre parole il dilettantismo è stato da una parte confinato in una sorta di club privato con sede nel Centro Nazionale di Santa Maria degli Angeli, dall’altra è cresciuto e si è moltiplicato senza che si siano visti risultati concreti di crescita qualitativa.
Non ha funzionato.
E negli ultimi anni non ha funzionato neppure a livello mediatico. È stata raccontata sino allo sfinimento la favola di un pugilato italiano in salute, ricco di medaglie e di trionfi. È stata usata come promozione la ripetizione sistematica di una realtà creata per essere propagandata affinché la base si convincesse che il processo di evoluzione fosse in piena crescita.
E a questo hanno contribuito i tecnici che non hanno mai riconosciuto il valore degli altri. La sconfitta non ci appartiene. Se perdiamo è sempre e soltanto per colpa di chi non vede il nostro valore.
Il 2021 è così diventato l’anno zero, in tutti i sensi, del pugilato italiano.
Il settore femminile avanza perché si muove in un contesto meno complesso, vero. Ma anche e soprattutto perché le ragazze hanno classe e determinazione, talento,  basi tecniche su cui poggiare le proprie ambizioni. In altre parole Irma Testa, Angela Carini, Giordana Sorrentino e Rebecca Nicoli sanno esprimere un pugilato che si rispecchia nella nostra tradizione.
Come insegnavano i maestri di una volta.
Parlo di Steve Klaus, Natalino Rea, Cesaretto De Santis, Pipero Panaccione, Elio Ghelfi, Ottavio Tazzi, Domenico Brillantino tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente, a cui aggiungo alcuni vecchi saggi che ancora oggi si muovo in quella direzione. Lucio Zurlo, Gino Freo, Meo Gordini e altri ancora.
Come facevano gli ultimi tre tecnici che hanno portato gli azzurri sul podio: Franco Falcinelli, Patrizio Oliva e Francesco Damiani.
Sono legato al passato? Sì, perché allora tornavamo dalle Olimpiadi a mani piene e oggi neppure ci andiamo.
Qualcosa forse si sta muovendo. Ci vuole tempo e pazienza per cambiare la mentalità di chi è convinto di essere nel giusto anche se i risultati dicono il contrario.
Intanto incassiamo questa mazzata. Un ulteriore colpo alla credibilità della boxe. Ogni tanto guardo indietro, fino all’anno 2000, e mi chiedo perché per tutto questo tempo il popolo della boxe abbia accettato, in molti casi passivamente, la situazione.
I social hanno contributo a peggiorare ulteriormente il movimento, creando una realtà fittizia. Esaltando pugili di livello medio, se non basso. Trattandoli come fuoriclasse. E loro ci hanno creduto. Ci hanno creduto i maestri, i compagni di palestra, gli amici. Le urla entusiastiche sono diventate un uragano di consensi. Adesso che il vento si è calmato, i malcapitati si sono guardati attorno e si sono accorti che c’è solo il deserto.
Ogni tanto si facciano venire qualche dubbio.
È il solo modo per crescere.
Nello sport, come nella vita, si può anche perdere. Non ammetterlo ingigantisce la sconfitta, non ne attenua il dolore.

Fuori anche Mouhiidine. Disastro! Zero azzurri a Tokyo 2020, a meno che Cavallaro non sia ripescato

Lo dico subito, per due round ho visto un match diverso da quello che hanno giudicato i cinque signori a bordo ring. Prima ripresa a Muhiidine (a destra nella foto), seconda a Gadzhimagomedov. Esattemente il contrario dei cartellini. Sul terzo, concordo. L’azzurro lo ha perso e con quello ha perso il match e la possibilità di andare a Tokyo.
È stato un match brutto, davvero brutto. Hanno passato più tempo in clinch che a boxare.
Il russo ha portato una quantità di colpi con lo stesso stile che usavamo da ragazzini quando giocavamo a rubabandiera, allungavamo al massimo il braccio in estensione per toccare il nemico, senza minimamente preoccuparci della forza che quel tocco avrebbe avuto. L’importante era sfiorare l’avversario. Ma il pugilato è un’altra cosa. Oggi pomeriggio gamba, busto e spalla non hanno dato il minimo aiuto al pugno, l’assenza di contributo ha tolto completamente potenza al colpo. E si è andati avanti così per tutti e tre i round.
L’italiano, che aveva recuperato dall’infortunio di ieri, non ha mai cercato di fermarsi per piazzare un diretto, un gancio, insomma un colpo per cercare di scuotere l’altro. Ha continuamente saltellato privando dei necessari appoggi l’eventuale esecuzione.
Pochissimi colpi da parte di entrambi.
Tanta confusione, assenza di precisione nelle traiettorie, interruzioni lunghe e continue.
C’era in ballo un pass olimpico, un premio troppo alto per essere conquistato boxando così.
Mi rimane dentro una senso di delusione, l’obiettivo era largamente alla portata di Muhiidine. Un’occasione sfumata.
Fuori l’ultimo uomo in gara. Ci restano i pugni delle donne. A meno che…
Potrebbe esserci una piacevole sorpresa. Il ripescaggio di Salvatore Cavallaro, un colpo di scena che toglierebbe quello ZERO disastrosamente fastidioso nella casella che indica la presenza di pugili (uomini) all’Olimpiade. Non era mai accaduto dall’Olimpiade di Anversa 1920, cento e un anno fa. Affinché la situazione storicamente negativa non sia più umiliante di quella che comunque sarà, dovrebbero accadere alcune cose.
Provo a tirare giù un’ipotesi.
Il meccanismo di ripescaggio, gestito secondo le classifiche stilate dalla Boxing Task Force del CIO, è estremamente complicato. Mi avventuro in un calcolo, consapevole di entrare in una sorta di puzzle senza uscita. Non pretendo sia la verità, voglio solo offrire un ontributo alla discussione.
Le ultimi graduatorie pubblicate dall’organismo del Comitato Olimpico Internazionale sono datate 30 aprile 2021, saranno aggiornate nei prossimi giorni con i punteggi ottenuti al Torneo di Francia.
Solo il primo di ogni raggruppamento continentale guadagnerà il pass per Tokyo 2020, esclusi ovviamente i sei che lo avranno ottenuto in via diretta.
Prima delle qualificazioni, i cinque che guidavano la classifica europea erano:

  1. Gleb Bakshi (Russia) punti 350
  2. Olexsandr Khyzhniak (Ucraina) punti 250
  3. Salvatore Cavallaro (Italia) punti 210
  4. Andrej Csemez (Slovacchia) punti 155
  5. Michael Nevin (Irlanda) punti 135

    Bakshi, Khyzhniak e Csmez sono in semifinale. Quindi, qualificati direttamente ed esclusi dal ripescaggio in base alla classifica.

Nevin è uscito negli ottavi, dovrebbe così sommare 75 punti (secondo le tabelle della BTF) ai 135 attuali, arrivando a un totale di 210. Alla pari con Cavallaro.
La dirimente (sempre secondo il sistema della BTF Ranking, art. 6 comma a) sarebbe lo scontro diretto in uno degli eventi che assegnano punteggi validi per la classifica: Mondiali AIBA 2017 e 2019, campionati continentali 2019. Il vincitore dell’ultimo confronto otterrebbe il pass.
Salvatore Cavallaro il 28 giugno 2019 (secondo il record pubblicato dalla Federazione Pugilistica Italiana) ha sconfitto per ko Michale Nevin nel corso dei campionati europei.
L’intero ragionamento ha valore indicativo, nel conteggio potrebbero entrare altri parametri non chiaramente esplicitati dal regolamento. Ma se le cose stessero davvero così, a Tokyo 2020, nei pesi medi per l’Europa, dovrebbe andare (grazie al ripescaggio) Salvatore Cavallaro.
Almeno uno insomma, riusciremmo a portarlo.
Aspetto il pronunciamento ufficiale del CIO prima di ogni commento sul tema.

Quarti di finale uomini, massimi (91 kg) Gadzhimagomedov (Russia) b. Muhiidine (Italia) 5-0

Irma Testa conquista la seconda Olimpiade. I pugni delle donne regalano un magico tris all’Italia

L’incubo per Nikoleta Cacic è finito dopo undici minuti, nove di boxe e due di intervallo. Per tutto quel tempo ha visto davanti ai suoi occhi una ragazza in rosso che continuava a tirarle ccolpi che lei non riusciva a evitare. 
Irma Testa (nella foto assieme al coach della nazionale Emanuele Renzini) ha boxato in modo diverso rispetto alla strepitosa vittoria contro la russa Vorontsova. Quella era un’attaccante. Stavolta toccava a lei, alla campionessa di Torre Annunziata, andare a cercare l’altra, la doveva pressare, colpire, senza potere approfittare di un pugilato da incontrista che è decisamente più nelle sue corde.
Cambio di tattica dunque, ma identico risultato. Dominio assoluto. Testa in eccellenti condizioni, i suoi uno due lunghi si fermano solo quando centrano il bersaglio. L’altra, intimorita e rassegnata, continuava a partire da troppo lontano, era fuori misura. Ma non erano le sue braccia ad essere fuori fase, era quel tarlo che aveva nella testa, e di cui non riusciva a liberarsi, a complicarle la vita sul ring.
Si chiedeva perché mai ogni volta che riusciva a mettere dentro un colpo, l’italiana gliene stampasse quattro sulla faccia. La risposta era semplice, perché era più brava, ma nessuno sul ring lo ammetterebbe. Anche se fosse, come in questo caso, di una lampante evidenza.
Ha vinto Irma, ha portato a casa il diritto di disputare la seconda Olimpiade. E stavolta, ne sono certo, sarà diversa. Ha acquisito maturità, maggiore capacità di concentrazione. È in una condizione fisica migliore di quanto non fosse alla vigilia di Rio 2016. 
Non ha perso in potenza, anche perché non è mai stata il suo forte, ha guadagnato in velocità. Il cambio di categoria le ha regalato questo.
Tre pass per l’Italia. Tutti conquistati grazie ai pugni delle donne. E non è finita qui, domani tocca a Rebecca Nicoli. Potremmo anche calare il poker.

Quarti di finale donne, piuma (57 kg) Testa (Italia) b. Cacic /Croazia) 5-0.