Cavallaro, niente pass. Dopo cent’anni, Giochi senza italiani

Niente pass olimpico per Salvatore Cavallaro, prima riserva per la Boxing Task Force del CIO. È praticamente certo, anche se la conferma ufficiale arriverà dopodomani, venerdì 2 luglio. Sarà Adam Chartoi, numero 1 della classifica europea, a prendere l’ultimo pass a disposizione nella categoria dei medi.
La Federazione svedese aveva dei dubbi, sembrava restia ad accettare la partecipazione ai Giochi. Ma il Comitato Olimpico Nazionale ha detto sì e la Federboxe si è adeguata. Confermata dunque l’accettazione del pass, come del resto avevano già fatto gli altri leader delle rispettive graduatorie continentali.


I 210 punti per sperare Cavallaro li aveva conquistati agli Europei di Minsk 2019, quattro vittorie (sconfitti anche Nevin e Charthoi) e medaglia d’argento, e ai Mondiali di Ekaterinbug dello stesso anno, dove aveva ottenuto due vittorie prima di essere eliminato.
Ha fallito il pass per dieci punti, lo svedese Adam Charthoi, il numero 1 in Europa con 220, è così andato ad aggiungersi ai sei che hanno ottenuto la qualificazione al torneo conclusosi l’8 giugno alla periferia di Parigi.


Nella categoria, come 25esimo iscritto, è stato inserito Eldric Sella Rodriguez che fa parte della EOR (équipe olumpique des réfugiés), la squadra dei rifugiati. VIene dal Venezuela, è scappato a Trinidad and Tobago dove è stato poi raggiunto dal papà, che è anche suo allenatore.
A Tokyo 2020 per l’Italia andranno solo le ragazze: Giordana Sorrentino (mosca), Irma Testa (piuma), Rebecca Nicoli (leggeri), Angela Carini (welter).
Per la prima volta in cento anni di storia, da Anversa 1920 a Tokyo 2020, nessun italiano parteciperà al torneo di pugilato.

Sonny Liston era davvero solo come un pugile sul ring…

La stanza è piccola, buia. Lei vorrebbe alzarsi, ma non ce la fa. E allora urla. Non può liberarsi dalle corde che la legano al letto. Lui è lì, a pochi metri. Non lo vede, ma sente la sua voce.
«Aiutami! Ho tagli ovunque, sono pieno di sangue!».
Le sembra di soffocare, prova a rispondergli. Ansima, tenta di slegarsi.
Poi, finalmente, si sveglia.
Corre nella stanza accanto, dalla mamma.
«Sonny ha bisogno di me!».
«Geraldine, cosa è successo?».
«È pieno di sangue. Mi ha chiesto aiuto».
«Stai calma. Hai solo fatto un brutto sogno. Torna a riposare, domani ne parliamo».
«Domani vado a casa».

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Il volo da St Louis a Las Vegas dura poco meno di quattro ore. Geraldine è nervosa, Danielle le chiede cosa stia accadendo, perché siano scappate da casa della nonna.
«Niente bambina mia, non è successo niente. È solo ora di tornare da papà».
«Cosa è successo a papà? Ho sette anni, sono abbastanza grande per conoscere la verità».
«Non è successo niente piccola, niente»
Alle 21:30 del 5 gennaio 1971 il taxi si ferma in Ottawa Drive a Las Vegas.

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Come mai la mia Cadillac rosa e la Fleetwood nuova di Sonny hanno le porte aperte? Perché le luci sono tutte accese, anche quelle della piscina? Anche la porta di casa è aperta. Cosa è questo odore terribile che viene da dentro? No, non c’è cibo avariato in cucina. Perché mai la televisione al piano superiore è accesa e ha il volume al massimo? Sonny! Sonny! Sonny! Sei su? Salgo. No bambina, tu fermati qui, non entrare, non guardare. I tuoi occhi non devono conservare per tutta la vita l’immagine del corpo di papà, morto, coperto da macchie di sangue incrostato. Andiamo via.

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Il cadavere è orribilmente decomposto. Il medico legale dice che sembra se ne sia andato via per sempre il 29 dicembre, ma potrebbe anche essere stato il 30. Di niente è mai stato sicuro Liston, neppure di quando o dove sia nato. Sembra normale che nessuno conosca il giorno della sua morte. Solo lui e l’uomo che l’ha ucciso potrebbero darci una risposta.

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Il Paradise Memorial Gardens è un’oasi di verde nel sole accecante di Las Vegas. Nelle prime file del cimitero c’è una piccola lapide.
Il rumore assordante degli aerei in atterraggio sulle piste del McCarran Airport, impedisce di pregare in pace. Su quella lapide c’è una scritta.
Charles Sonny Liston 1932-1970. Un uomo.
«Vuoi trovare la sua tomba? Cerca quella senza fiori».
Il vecchio custode del cimitero conosce benissimo il tipo che gli sta davanti, ma non ha nessuna voglia di fare eccezioni. Mike Tyson è lì per rendere omaggio a uno dei grandi della boxe. Uno come lui. Rispettato come pugile, mai amato come uomo. È lì per capire.
E ora sa che Sonny Liston non riposa in pace.
È il destino di un uomo solo.
Solo come può esserlo un pugile sul ring.

(da Solo come un pugile sul ring di Dario Torromeo, Absolutely Free Libri, 350 pagine, 15 euro)

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Cavallaro, pass legato a un filo. E presto sapremo…

Domani, 25 giugno, sapremo se l’Italboxe sarà rappresentata all’Olimpiade di Tokyo 2020 da un azzurro, che andrebbe così ad aggiungersi alle quattro ragazze già qualificate: Giordana Sorrentino (mosca), Irma Testa (piuma), Rebecca Nicoli (leggeri), Angela Carini (welter).
Attualmente Salvatore Cavallaro è prima riserva nell’ultima classifica stilata dalla BTF (Boxing Task Force) del Comitato Olimpico Internazionale il 14 giugno scorso.
Provo a fare chiarezza nel labirinto del regolamento.
Nel ranking mondiale ci sono cinque pugili europei davanti all’azzurro.

Gleb Bakshi (Rus) punti 650 (1 della classifica)
Oleksandr Khzhniak (Ukr) 650 (1 a pari merito)
Andrej Csemez (Svk) 355 (6 della classifica)
Amman Darchinyan (Arm) 320 (8 della classifica)
Adam Charthoi (Sve) 220 (16 della classifica)
Salvatore Cavallaro (Ita) 210 (17 della classifica)
Michel Nevin (Irl) 210 (17 a pari merito)

14giugno

Alle Qualificazioni Continentali (concluse l’8 giugno alla periferia di Parigi), hanno ottenuto i sei pass diretti Khzhniak (oro), Bakshi (argento), Csemez e Darchinyan (bronzo), oltre a Bandarenka (Blr) e Giorgi (Geo).
Charthoi (eliminato nei quarti di finale) ha guadagnato 125 punti che, sommati ai 95 che già aveva in graduatoria, l’hanno portato al primo posto della classifica europea con 220, davanti all’italiano. Lo svedese ha quindi diritto al pass per Tokyo 2020.
L’irlandese Nevin, uscito negli ottavi, ha aggiunto 75 punti (secondo le tabelle della BTF) ai 135 che già aveva, arrivando a un totale di 210. Alla pari con Cavallaro. La dirimente (secondo le regole della BTF Ranking, art. 6 comma a) è lo scontro diretto in uno degli eventi che assegnano punteggi validi per la classifica: Mondiali AIBA 2017 e 2019, campionati continentali 2019. Il vincitore dell’ultimo confronto ottiene il pass.
Cavallaro il 28 giugno 2019 ha sconfitto per ko Michale Nevin nel corso dei campionati europei. Sarà quindi lui ad avere la possibilità di ottenere il pass olimpico, nel caso in cui uno degli aventi diritto dovesse rinunciare.
Oggi, 24 giugno, è l’ultimo giorno per la conferma da parte dei Comitati Olimpici Nazionali  dell’utilizzazione del pass ottenuto nell’evento di qualificazione continentale.
Domani, 25 giugno, la BTF assegnerà i posti contingentati ottenuti attraverso la posizione nella classifica europea. Solo il numero 1 di ogni categoria potrà volare a Tokyo. In caso di rinuncia, il suo posto sarà preso dal pugile che occuperà la posizione successiva.
La partecipazione di Salvatore Cavallaro ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 è legata alla possibilità che uno dei pesi medi che hanno ottenuto il pass per il Giappone rinunci a partecipare. 

Ivanisevic, magia sull’erba di Wimbledon. Vent’anni fa…

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Lunedì 28 giugno avrà inizio l’edizione 2021 di Wimbledon. Il 9 luglio del 2001, sull’erba dell’All England Club, ho visto la magia del tennis.

Impossibile dimenticare quello che ho appena visto.
Guardo il verde e il viola di Wimbledon, ogni cosa racconta la favola di un principe guerriero che, stanco di appoggiarsi ai ricordi, sceglie di vivere nel presente. Ma anche nel momento in cui la passione sembra possa spaccargli il cuore, non tradisce sè stesso. Goran Ivanisevic è uno che la vita la prende di petto e nell’animo nasconde sentimenti forti.
Subito dopo avere alzato quel trofeo inseguito dal giorno della sua prima finale con Agassi nove anni fa, guarda il cielo.
«Questo è per te Drazen.»
Drazen è Petrovic: fuoriclasse del basket europeo e di quello della Nba, morto nel ’93 in un incidente automobilistico.
Poi Goran torna ragazzo.
«Non vorrei che qualcuno venga a svegliarmi per dirmi: ehi, hai perso un’altra volta».
Patrick Rafter poco più in là sorride. Lui è il principe buono, l’altro protagonista di una grande finale.
Le lacrime fanno da cornice all’intera scena.
Piangono i tifosi croati in tribuna.
Lo stadio è completamente rivestito di bandiere. Sono di più quelle australiane, ma anche gli altri si difendono bene. Una bolgia infernale, come nel tennis non sono abituati a vedere. La vita si è presa la scena, non curandosi molto di quello che si dovrebbe fare nel tempio.
Piange Sdrjan Ivanisevic, il papà. Ha tre by-pass e i medici gli hanno sconsigliato il viaggio. Ma lui non riesce proprio a stare lontano da quel figlio che lo fa impazzire fin da quando era bambino.
Piange Goran mentre sta per servire il primo match-point. L’ultimo game, un thriller pieno di sorprese.
Sotto 15-30 il croato piazza due ace e guadagna la palla del titolo. Si punisce con un doppio fallo, conquista un altro match-point e lo annulla con un altro doppio fallo.
Per due volte è a un punto dalla vittoria a Wimbledon, per due volte fallisce.
Eccolo qui Cavallo Pazzo, l’ho ritrovato e non posso fare a meno di chiedermi: “Cosa farà ora?”

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Il papà abbassa la testa, teme possa ripetersi la delusione delle altre tre finali perse. Non ce la farebbe a sopportarlo. In quelle però, Goran non è mai arrivato così vicino al successo.
Sbaglia Rafter. Terzo match-point.
Ivanisevic bacia la palla, le parla, le chiede di fare il suo dovere, di non punirlo ancora.
Pallonetto dell’australiano.
Parità.
Servizio vincente.
Quarto atto di una commedia che sta scivolando nel dramma. La folla è come se fosse scomparsa, c’è una assordante silenzio mentre Ivanisevic prepara il servizio.
I croati pregano, gli australiani ondeggiano come se stessero praticando chissà quale antico rituale. Papà Sdrijan abbassa le sopracciglia, stringe il naso verso i suoi baffoni. Sembra voglia scomparire, sente che anche un solo sospiro potrebbe rovinare l’incantesimo.
Servizio, errore di Rafter.
È fatta.
Piangono tutti, perché tutti vogliono un gran bene a Ivanisevic.
Goran racconta storie, inventa personaggi. È un affabulatore, sa incantare con le parole. Ma è anche uno che spara servizi che incutono timore. Ce l’eravamo dimenticato. In una sola partita mette assieme 41 ace, accumulandone anche cinque in un game. Poi, come dopo la sfida con Roddick, viene in conferenza stampa e incanta con le sue risposte.
Due match-ball, cosa hai pensato in quel momento?
«Signore, dammi un altro punto.»

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Un doppio fallo, un rovescio fuori, una palla in rete. Break-point per Roddick. Cosa stava accadendo?
«Ero fermo, attaccato alla linea di fondo e mi chiedevo: che ci faccio qui? Era come se avessi i piedi nella sabbia. Volevo muovermi, ma non ci riuscivo. I due Goran che sono in me hanno cominciato a litigare, erano entrambi nervosi. Io dicevo: ragazzi, calmatevi. Ma loro non mi ascoltavano. Sentivo che non sarei uscito vivo da quella situazione.»
Poi?
«È arrivato il terzo Goran, quello che viene quando ci sono le emergenze, quello col cervello, e ha detto: ragazzi siamo in un campo meraviglioso, rilassatevi. Tre ace di fila. È cominciata in quel momento la mia nuova vita.»
Se ne trovate un altro così, portatelo su un campo da tennis e tutti assieme impazziremo per lui.
Dopo il punto della vittoria, Ivanisevic si toglie la maglietta e la lancia alla folla. Sulla sua spalla destra appare il tatuaggio di una rosa. Se l’è fatto qualche tempo fa a Los Angeles, settanta minuti di dolore. Poi, quando l’uomo che ha portato a termine il disegno gli ha chiesto se volesse dipingerla di rosso, lui è scattato in piedi.
«E no, amico. Grazie, ma basta così.»
Un’ora e dieci minuti per il tatuaggio, 44’ in più per battere Andy Roddick e approdare agli ottavi di finale.
Ha cambiato il servizio, lo ha adattato di più al suo fisico: un’eccessiva rotazione del tronco era pericolosa per la schiena. Ha sofferto mille infortuni (pollice, piedi, polso, schiena) ed è precipitato in classifica. Per risalire è andato a prepararsi a settanta chilometri da Barcellona: a Lorret de Mar (posto di sofferenza per un atleta, di grandi bagordi per un inglese libero da impegni) in un campo di terra battuta, assieme agli junior spagnoli («Su questa superficie uno junior spagnolo gioca meglio di qualsiasi britannico»). Tre mesi tra un torneo e l’altro per migliorare il gioco da fondocampo.

Goran Ivanisevic

Era pronto per il grande appuntamento contro Rusedski.
Ivanisevic, che match sarà?
«Un altro incontro bello da vedere: 15-0, 30-0, 40-0, game. Cambio di servizio: 15-0, 30-0, 40-0, game. Tie break. Finito. Spero che lui sia più nervoso di me. Io sono diventato un tipo tranquillo. Non protesto, non spacco le racchette. Anche nei punti dubbi me ne sto calmo. A dire la verità uno dei due Goran voleva andare dall’arbitro a urlare le proprie ragioni. Per fortuna l’altro gli diceva: stai calmo, ma dove vai?»
Dopo il punto finale contro Roddick, dopo essersi tolto la maglietta, Goran urla: «Come on», che un romano atradurrebbe: «E annamo!».
Il sogno si sta realizzando.
A riportarlo ai problemi terreni ci pensa un giornalista croato.
Ivanisevic, cosa pensi dell’arresto di Milosevic?
«Ora è nella sua casa, in prigione. Deve rimanerci per sempre.»
Goran conquista Wimbledon edizione 2001.
È arrivato fin qui grazie a un invito speciale dell’All England Club.
È entrato come numero 125 del mondo, la classifica più bassa per un vincitore del torneo.
Solo sofferenza negli ultimi diciotto mesi. Per una spalla, quella sinistra, che lo sta facendo impazzire di dolore. Per i risultati che proprio non vengono. Lo scivolamento sempre più giù, fino a quel 129 che gli avrebbe impedito di entrare nei tabelloni.
Per lui solo un futuro di qualificazioni e Challenger.
Poi viene qui, serve 213 ace, batte Roddick, Rusedski, Safin, Henman e Rafter.
I bookmaker, che lo quotavano 66-1, ora dovranno pagare. Piangono anche loro.
La finale è una partita piena di angoscia, di eccitazione, di ansia. Ogni colpo può essere quello decisivo. Per due volte Rafter è a due punti dal match, ma non ce la fa. A dicembre dovrebbe annunciare sei mesi di riflessione per poi (penso) ritirarsi definitivamente.
È una partita che Ivanisevic rischia di rovinare concedendo troppo a quella radice di follia che non lo abbandona mai. Per un fallo di piede e una chiamata dubbia (per me aveva ragione Goran) insulta il giudice di linea, quello di sedia, scaglia la racchetta a terra, prende a calci la rete. Rischia soprattutto di perdere la concentrazione, arma vitale in un incontro così carico di tensione.
Ma alla fine vince e sale sulle gradinate ad abbracciare il papà.
Poi, assieme, piangono.

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L’estate di Goran, di Dario Torromeo (Absolutely Free Libri, 210 pagine, 18 euro)

L’Europa è di Mazzinghi. Accadeva 55 anni fa…

È il momento chiave della terza vita pugilistica di Sandro. I titoli continentali confermano quanto giusta sia la strategia di Adriano Sconcerti. Sono incontri che portano nuova popolarità e importanti guadagni. E offrono anche l’occasione per fare il salto verso un nuovo sogno mondiale.
Per arrivare alla sfida contro Jo Gonzales il Ciclone di Pontedera deve superare un percorso a ostacoli.

Venerdì, 17 giugno del ’66.
Mazzinghi conquista il titolo europeo battendo Yoland “Yves” Leveque a Roma.
Il campione è un francese di Mont St Quentin nella Picardia, uno che si è comportato con onore contro I migliori: Robinson, Visintin, Folledo. Incontrista di scuola francese, buon tecnico, discreto pugno, è giudicato come uno dei più bravi pugili della regione.

Entrato in palestra a 16 anni, divide la passione sportiva tra boxe e atletica leggera. In passato si è allenato con Alain Mimoum, oro nella maratona a Melbourne ‘56, e Michel Jazy, argento sui 1500 a Roma ‘60.
Fuori dalle sedici corde il suo idolo è George Brassens, mitico cantautore e poeta francese, autore di Les Copains d’abord, Le gorille, Les amoureux des bancs publics.”

Un buon pugile, ma contro Sandro resiste fino al dodicesimo dei quindici round previsti, poi abbandona. Il suo angolo lancia l’asciugamano in segno di resa.
Sandro Mazzinghi è il nuovo campione europeo dei pesi superwelter.


(da “Anche i pugili piangono” di Dario Torromeo, la drammatica ed esaltante vita di Sandro Mazzinghi)

Jpeg

È di Gabe Rosado il ko più sorprendente dell’anno…

Sabato notte, Don Haskins Center, El Paso, Texas.
Sul ring Bektemir Melikuziev, 25enne uzbeko residente in Carlifornia. Argento nei medi all’Olimpiadede di Rio. Imbattuto da professionista (7-0, 6 ko), strafavorito. I bookmaker pagano la miseria di 1.09 ogni dollaro puntato su di lui.
L’altro pugile si chiama Gabriel Rosado, detto Gabe. Ha 35 anni e un record di 25-13-1, 15 ko. I suoi tempi migliori sono passati. Dal 2013 a oggi ha un record di 4-8-1. In lavagna lo danno a 12/1. Pagano dodici volte la posta nel caso dovesse vincere.
In palio i titoli WBA Continental e WBO International dei supermedi.
L’arbitro è Rocky Burke.
Le cose vanno come previsto nel primo round. Rosado le prende e va knock down.
Subisce anche nella seconda ripresa.
L’incontro si chiude dopo 1:21 del terzo round, ma non nel modo che tutti pensavano dovesse accadere.
Sull’attacco del mancino uzbeko, Gabe indietreggia sino all’angolo, poi spara un destro che è una fucilata. Melikuziev viene centrato al mento e va giù, faccia in avanti.
È finita.
Gli scommettitori ottimisti, assieme agli amici di Rosado, vanno all’incasso. Lui continua a saltare su ring come un indemoniato. Ha appena fatto bingo.

Trovato l’avversario. Sabato Vianello combatte a Las Vegas

Una buona notizia per Guido Vianello.
La Top Rank di Bob Arum lo ha inserito nella riunione di sabato 26 giugno, al Virgin Hotels di Las Vegas, imperniata sul match in 12 riprese tra Vasyl Lomachenko (14-2-0, 10 ko) e Masayoshi Nakatani (19-1-0, 13 ko) al limite dei pesi leggeri.
L’avversario del peso massimo romano (7-0-1, 7 ko) sarà Marlon Williams (6-1-0, 3 ko). Ha 37 anni, è nato a Warren in Ohio il 23 novembre 1983.
Ha esordito tra i professionisti il 20 giugno 2016, nei primi due anni di attività ha combattuto cinque volte: quattro vittorie e una sconfitta (ai punti in 4 riprese per MD contro Charles Dale, 4-1-0). Poi è stato fermo per poco più di due anni. È tornato sul ring il 12 gennaio 2019 e ha battuto ai punti in 4 round Vercel Webster che era al debutto. L’8 febbraio 2020 ha sconfitto Rayphord Johnson (12-26-0), sempre ai punti in 4 riprese.
Nella classifica dei pesi massimi mondiali è al numero 309, in quella statunitense è 86. Un passo in avanti rispetto a Dante Stone (rispettivamente 362 e 100), il peso massimo dell’Arizona che il romano avrebbe dovuto affrontare sabato scorso, il pugile scomparso nel nulla. Non si è presentato alle operazioni di peso, non ha avvertito della sua rinuncia, non ha mandato alcun messaggio.
In 48 ore l’organizzazione che ha sotto contratto Vianello gli ha trovato avversario e un posto all’interno di una riunione importante. Nello stesso cartellone la sfida in 10 round tra i pesi medi Zhanibek Alimkhanuly (9-0) e Rob Brant (26-2-0).
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La finzione vende più della realtà. Uno sport senza cultura

Una palla di neve lanciata giù dalla montagna può diventare una valanga.
È quello che sta accadendo al pugilato.
Un’esibizione, che male potrà mai fare un’esibizione?
Si parla di boxe, finalmente…
E così arriva Floyd Mayweather jr che riempie il suo conto in banca salendo sul ring contro Conan McGregor che non aveva mai disputato un incontro di pugilato, contro Logan Paul la cui professione è You Tuber.
Iron Mike Tyson fa con Roy Jones jr, 106 anni in due.
Ho appena scoperto che Julio Cesar Chavez sr ha affrontato Hector Camacho jr in quattro riprese da due minuti allo Jalisco Stadium di Guadalajara. Indossavano caschetti protettivi, ma come nelle migliori sceneggiate prima che iniziasse l’ultima ripresa Chavez lo buttava via, chiamava al suo angolo Saul Canelo Alvarez e incitava Camacho jr a scambiarsi colpi veri.
Ma non finisce qui, l’11 settembre vedremo sul ring Oscar De La Hoya contro l’ex campione di arti marziali Vitor Belfort.
Bill Cody molto tempo fa aveva messo in piedi qualcosa di simile.
L’aveva chiamato Buffalo Bill’s Wild West. Un circo in cui gli unici attori reali erano i bufali. Poi c’erano cowgirl che il West selvaggio non l’avevano mai visto neppure in cartolina, indiani che non erano mai scesi più a sud di Boston e si prestavano a recitare la parte di quelli che sono sempre brutti e cattivi.
Una sceneggiata spettacolare, ma finta.
In queste esibizioni di pugilato fatico a trovare lo spettacolo.
I soldi però girano e sono tanti per chi si presta, per chi ci mette la faccia, per chi vende il suo passato.
È il segno della decadenza del pugilato.
Se la finzione ha più successo della realtà, significa che il bisogno di eroi gli appassionati lo soddisfano nei ricordi, nelle pantomime, nella fiction.
Perché di eroi veri in giro ne sono rimasti pochi.
Ma anche perché quei pochi recitano per un gruppo sempre più ristretto di persone, sono attori solo per quelli che possono permettersi di pagare 50 dollari una serata davanti alla tv. È stata azzerata la passione popolare, quella delle gradinate, degli ultimi anelli, dei giovanotti che scavalcavano gli steccati per urlare il nome del proprio eroe. Oggi i signori della boxe gestiscono una compagnia di giro per una minoranza ricca. Come lo sono loro, i pochi protagonisti e la banda dell’alfabeto messa lì solo per dare una passata di vernice chiamata ufficialità.
Lasciando spazi sempre più ampi alla finzione, tradendo i principi base del pugilato. Rispetto, massimo impegno, lotta al meglio delle proprie possibilità. Il popolo della boxe, spaesato, confuso, non riesce più a distinguere il vero dal falso, il campione dal mestierante. E applaude, applaude, insultando chi non la pensi come loro. La cultura pugilistica è diventata merce rara, si confonde il finto con il vero. Basterebbe fermarsi un attimo per capire che se tutti sono campioni, in realtà nessuno lo è. Perché il campione è un’eccezione, non la norma.
Buona domenica.

Aperta un’inchiesta su arbitri e giudici, scandalo mondiale…

Umar Kremlev, presidente dell’AIBA dallo scorso dicembre, ha affidato a Richard McLaren, l’uomo che ha investigato sul doping in Russia e sullo scandalo della Federazione mondiale pesi, un’inchiesta sulle accuse di corruzione durante i Giochi Olimpici di Rio 2016. La McLaren Global Sport Solutions (MGSS), l’agenzia investigativa fondata dal professore di diritto canadese, indagherà sulle denunce di irregolarità nel giudizio e nell’arbitraggio dell’Olimpiade brasiliana.
Nel corso di quell’edizione dei Giochi ci sono state violente contestazioni sui verdetti.
A tre giorni dalla conclusione del torneo, l’AIBA sospendeva i sette giudici/arbitri più affermati, i cosiddetti cinque stelle, i capi.
Mik Basi (Gbr), Kheira Sidi Yakoub (Alg), Michael Gallagher (Ire), Mariusz Gorny (Pol), Vladislav Malyshev (Rus), Gerardo Poggi (Arg) e Rakhymzhan Rysbayev (Kaz). Facevano parte del gruppo soprannominato i Magnifici Sette, i capi dell’intero sistema. Sono rimasti a Rio, ma non hanno più officiato. Hanno un regolare contratto con l’Aiba con uno stipendio fisso di 5.000 dollari l’anno, più un bonus di 500 dollari per ogni match arbitrato nelle WSB o di 1.000 per quelli che li vedono impegnati nell’APB”, scriveva il giornalista bulgaro Ognian Georgiev su Fightnews.
Successivamente l’AIBA prendeva un altro duro provvedimento, così annunciato in un comunicato ufficiale: “I risultati dell’indagine attualmente in corso consentiranno all’AIBA di valutare pienamente quali possano essere le misure finali da adottare. Nel frattempo è stato deciso che i 36 giudici e arbitri che sono stati utilizzati nell’Olimpiade brasiliana non potranno officiare in qualsiasi evento Aiba fino a quando l’indagine non avrà la sua conclusione e le commissioni non sanciranno ulteriori misure da adottare nei confronti di chi ha sbagliato.”
Sono passai quasi cinque anni da quel documento e i 36 arbitri non sono stati ancora totalmente reintegrati a pieno titolo. Molti di loro hanno chiesto spiegazioni ufficiali, hanno preteso il risultato dell’indagine, hanno minacciato di andare in tribunale.
L’AIBA ha continuato a tacere.
Se tutti gli arbitri e giudici, compresa la classe dirigente, è stata sospesa e mai reintegrata, come possono essere considerati validi i risultati del torneo olimpico officiato da dirigenti che la stessa AIBA ha giudicato non all’altezza?
Le soluzioni sono due: o sono colpevoli e vanno squalificati, o sono innocenti e vanno reintegrati. Nel primo caso i risultati di Rio vanno azzerati e le medaglie restituite al CIO, nel secondo l’AIBA deve prendersi le sue responsabilità e fronteggiare le cause di risarcimento in arrivo da parte di chi era estraneo alla vicenda.
I vincitori meritavano davvero quelle medaglie?
E chi è stato ingiustamente fermato, come può rivalersi?
Non è finita qui. Le Monde e Bulgaria Today, tempo fa, hanno pubblicato i risultati di una loro inchiesta. Negli articoli, i giornali affermavano che Karim Bouzidi, direttore esecutivo dell’AIBA al tempo dei Giochi brasiliani, avrebbe chiesto arbitri e giudici diversi da quelli designati per alcuni match e avrebbe esercitato il suo potere per condizionare gli stessi arbitri e giudici.
Il dirigente di origini berbere, ex commerciante lanciatosi a capofitto nel mondo del pugilato, veniva rimosso il 18 agosto 2016 dal suo ruolo.
Questo, in quell’occasione, il comunicato ufficiale.
In seguito alla decisione presa dall’AIBA, decisione riguardante una nuova valutazione dei giudici e arbitri impegnati nei Giochi Olimpici di Rio 2016, i vice presidenti e il Comitato Esecutivo hanno deciso con effetto immediato di riassegnare l’attuale direttore esecutivo (Karim Bouzidi, ndr) a un nuovo incarico all’interno dell’organizzazione. Di conseguenza, le responsabilità operative per il resto dell’Olimpiade saranno affidate al più anziano Vice Presidente AIBA, Franco Falcinelli, Presidente della Confederazione Pugilistica Europea“.
Le Monde e Bulgaria Today affermavano quindi che Bouzidi non usciva dall’AIBA, ma rimaneva in qualità di consulente del presidente poi dimissionario Gafur Rakhimov.
L’AIBA sospendeva trentasei giudici/arbitri, allontanava i sette capi dei giudici/arbitri, deponeva il direttore esecutivo. Tutto questo senza che fosse data alcuna spiegazione ufficiale o fossero annunciati i provvedimenti definitivi.
Per quale motivo dobbiamo credere che i risultati di Rio 2016 possano essere considerati validi?
Il banco è saltato e a farlo saltare è stato il banco stesso.
Attorno a questo mondo allo sbando in tanti ancora tacciono. Da noi, dirigenti, maestri, pugili e mestieranti girano la testa dall’altra parte e fanno finta di non vedere, non sapere, da loro neppure una parola sulla gestione, diciamo avventurosa, dell’Ente mondiale che li governava. Sono in buona compagnia, solo pochi Paesi infatti hanno osato fare domande, gli altri sono andati avanti negli anni come se nulla fosse.
La boxe olimpica ha perso per intero la sua credibilità.
La questione arbitri e giudici è ampiamente trattata nelle trenta pagine del rapporto CIO, firmate da Nenad Lalovic, Richard Carrion ed Emma Terho, che la Commissione di Inchiesta ha consegnato al Comitato Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale suggerendo la sospensione dell’AIBA.
Suggerimento che, come sappiamo, è stato accolto.
Le Olimpiadi prese in considerazione erano quattro: Atene 2004, Pechino 2008, Londra 2012, Rio 2016.
C’era anche un’importante sottolineatura per quel che riguardava i Giochi olimpici giovanili di Buenos Aires 2018.
Il CIO aveva richiesto una supervisione indipendente di arbitri/giudici e aveva nominato la Pricewaterhouse Coopers per recensire il loro operato e i processi di valutazione. Per capire se i relativi statuti e regolamenti fossero rispettati durante il torneo.
Il nuovo sistema arbitrale e di valutazione in vigore comprendeva lo sviluppo di un metodo di sorteggio computerizzato per le designazioni. Nonostante il sistema fosse automatizzato, un incidente, avvenuto quando Swiss Timing aveva già ricevuto le impostazioni delle opzioni aggiuntive per il programma di designazione, causava il fallimento del sorteggio automatico e forzava il Commissario a selezionare manualmente arbitri e giudici. Tutto ciò rendeva il processo nuovamente vulnerabile.
Come conclusione generale per quanto riguarda arbitri/giudici, il comitato di inchiesta del CIO aveva rilevato come l’AIBA avesse ricevuto accuse coerenti con l’esperienza relativa ai sorteggi, alle decisioni arbitrali e ai giudizi che da tempo causavano una preoccupazione costante per gli atleti.
Una commissione AIBA, presieduta da Tom Virgets, ha indagato sulle accuse di corruzione tra alti funzionari, giudici e arbitri. Tutti i 36 arbitri e giudici di Rio sono stati sospesi durante le indagini. Questa indagine ha riportato prove di una cattiva cultura interna guidata dal potere, dalla paura e dalla mancanza di trasparenza.

Durante le Olimpiadi di Rio 2016, il presidente della Commissione sorteggi era Mohamad Moustahsane
“. (articolo 3.2.4 del rapporto della Commissione Inchiesta del CIO).
E ancora.
Il comitato investigativo speciale dell’AIBA ha concluso che la manipolazione del sorteggio degli arbitri e dei giudici durante i Giochi Olimpici di Rio 2016 sia stata il risultato degli interventi di diversi attori nell’ambito della responsabilità principale del signor Karim Bouzidi, uno dei quali è il presidente della Commissione sorteggi: il signor Mohamad Moustahsane successivamente nominato Presidente ad interim“. (articolo 3.3 del rapporto della Commissione di Inchiesta del CIO).
Nulla è però cambiato all’interno dell’Associazione.
C’è stata una spiccata incapacità nel rinnovo del team di gestione dell’AIBA, in particolare per quanto riguarda l’influenza sull’arbitro e sulle valutazioni dei giudici.
Visti i problemi ricorrenti negli anni, il Comitato Esecutivo del CIO aveva richiesto, a dicembre 2017, che l’AIBA rinnovasse le sue posizioni a livello dirigenziale.
Il Comitato di Inchiesta sottolineava nel suo rapporto che ciò non era avvenuto.
Il comitato investigativo speciale dell’AIBA concludeva la sua relazione interna con queste parole: “la manipolazione del sorteggio degli arbitri e dei giudici durante i Giochi Olimpici di Rio 2016 è stata il risultato degli interventi di diversi attori sotto la responsabilità principale di Karim Bouzidi”.
Uno di questi attori, diceva il CIO, era il presidente della Commissione di sorteggio, Mohamad Moustahsane, che era stato anche presidente della Commissione di sorteggio durante i Giochi Olimpici della Gioventù di Buenos Aires 2018. Moustahsane successivamente diventava presidente ad interim dell’AIBA dopo che Gafur Rahimov si faceva da parte e sino all’elezione di Kremlev a dicembre 2020.
L’AIBA è fuori dai Giochi. L’organizzazione del torneo di pugilato per l’Olimpiade di Tokyo 2020 è stata affidata a una Task Force guidata da Morari Watanabe, presidente mondiale della ginnastica. L’AIBA è tuttora sospesa e recentemente il CIO ha annunciato che la sospensione potrebbe protrarsi fino a Parigi 2024.
Il nuovo presidente dell’AIBA, il russo Umar Kremlev, ha affidato a un importante ente esterno l’indagine sugli scandali del settore arbitrale.
Ad agosto il primo rapporto.

Dopo il ko del 2002, Lewis e Tyson a settembre sul ring?

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L’8 giugno del 2002 a Memphis, Lennox Lewis metteva brutalmente ko dopo otto riprese Mike Tyson. In settembre sembra che i due vogliano tornare sul ring. Loro dicono per un match, sarà sicuramente un’esibizione. Per quella data Iron Mike avrà 55 anni, il suo compagno un anno di più.

La prima volta che si incontrano è nel 1984. Lewis è ospite di Cus D’Amato a Catskill. Ha 18 anni. Con Tyson ha un ottimo rapporto. Fanno ginnastica assieme, sono compagni nel footing del mattino.
Mike e Lennox diventano grandi amici. Fino a quando non salgono sul ring per una seduta di sparring. Tyson sul ring si avventa contro chiunque e negli occhi ha la rabbia del killer a caccia della preda. Per due round rischia di ucciderlo, poi Lewis comincia a boxare alla maniera di Ali. Va via di gambe e il suo jab sinistro tiene lontano la belva.
“Vieni qui vigliacco, questa è boxe non un balletto”.
Qualche anno dopo, Iron Mike capirà che il suo vecchio amico conosce assai bene il mestiere del pugile.

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Tyson e Lewis arrivano alla sfida, ma secondo The Ring hanno già messo in scena “L’evento dell’anno” ancora prima di salire sul ring.
Alla conferenza stampa che si tiene in un teatro di New York, Iron Mike si lancia subito contro il campione che ha appena fatto il suo ingresso sul palcoscenico. Uno della sicurezza del britannico si mette in mezzo e Tyson cerca di stenderlo con un gancio sinistro. Va a vuoto. Lewis si mette in posizione di guardia. Si scatena l’inferno, una rissa gigantesca.
Mentre sono a terra, Iron Mike morde alla gamba il suo rivale. Ma anche lui ne esce con un taglio sulla fronte.
Josè Sulaiman, presidente del Wbc, cade, sbatte la testa sul tavolo e perde conoscenza. È ko.
Gran parte degli Stati Uniti si rifiuta di ospitare il match, Memphis accetta dietro la promessa di un contributo pari a 12,5 milioni di dollari.

8 giugno 2002, The Pyramid Arena, Memphis.
Arriva il match tanto atteso, ma non c’è incertezza sul risultato.
Lennox Lewis è ancora un pugile, il campione dei pesi massimi.
Sul ring c’è solo il ricordo di quello che è stato “Iron” Mike Tyson. Tra qualche giorno compirà 36 anni, il campione è più anziano di nove mesi.
È triste, ma per la prima volta nella sua vita il ragazzo selvaggio di Brownsville fa pena a chiunque abbia a cuore il suo ricordo. E’ incapace di mettere in piedi una minima reazione. Continua a combattere solo perché non conosce altro modo di esprimersi.

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È nel match solo per una ripresa, poi l’incontro diventa un monologo di Lewis. Tyson prende una severa lezione e finisce knock out a 2:25 dell’ottavo round. È ferito a entrambe le palpebre, ha il volto gonfio e una tristezza infinita nel cuore. Subisce una vera lezione. Ma tutto questo non lo porta alla decisione che sarebbe più logica, chiuderla qui.
Non lascia il pugilato perché è l’unico mondo in cui si sente di vivere.
È anche il mezzo più veloce per guadagnare quei soldi che gli servono a pagare vecchi debiti e a mantere alto il tenore di vita. Per questa sfida ha intascato 17,5 milioni di dollari, come il suo avversario.

A Memphis è stato tirato via l’ultimo velo sul pugile Mike Tyson.
Ogni dubbio è stato cancellato. Ormai è un ex che sale sul ring solo per vendere il ricordo del campione che era.

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