Rivincite vietate. Eppure il mondiale massimi WBC è diventato un affare privato tra Fury e Wilder…

La boxe è ufficialmente entrata in una nuova era. Azzeramento dei regolamenti, gli unici verdetti da rispettare sono redatti dai giudici (quelli veri, non quelli a bordo ring). Siamo talmente assuefatti a questo fantapugilato che accettiamo ogni assurdità senza porci domande.
Prendiamo il titolo mondiale dei pesi massimi nella versione WBC.
Un ex giudice sancisce, al termine di un arbitrato, il diritto di Deontay Wilder a disputare il terzo match contro Tyson Fury.
L’assurdità non sta su quanto stabilito dall’ex magistrato, ma dall’argomento del contendere.
L’Articolo III delle WBC Rules and Regulations, che stabilisce le linee di comportamento degli affiliati WBC per i titoli, al comma 3.11 dice…
Politica di rivincita immediata. Il WBC non riconosce clausole di rivincita immediata negli accordi di combattimento e non sanziona né autorizza rivincite immediate.
Chiaro?
E allora perché Fury, Wilder, Arum, Warren, Haymon e Finkel hanno firmato un accordo per tre match?
Gli ultimi due combattimenti per la corona sono stati disputati da Tyson Fury e Deontay Wilder. E lo sarà anche il terzo. Come da contratto, un documento scritto e firmato da entrambe le parti con l’avallo del WBC. Dal primo dicembre 2018 nessun altro pugile ha potuto battersi per la cintura dei massimi di questa sigla, tranne questi due signori. Sono trenta mesi che la questione sportiva si è tramutata in un fatto privato.
Del resto il WBC è lo stesso Ente che…
1. ha permesso a Wilder di non affrontare lo sfidante ufficiale per oltre due anni.
2. ha tenuto Dillian Whyte campione ad interim per tre anni e solo dopo che il pugile ha vinto la causa in un Tribunale di New York, ha annunciato che si sarebbe sicuramente battuto per il titolo entro il 22 febbraio 2021 (impegno comunque non mantenuto).
Ogni volta che parlo delle regole WBC, ne aggiungo sempre un’altra. L’unica che conti realmente.
1.1
Il Wbc è libero di decidere come vuole, sempre e comunque, qualsiasi sia la situazione, chiunque siano i protagonisti, a prescindere dalle regole.
Fatevene una ragione.


Olimpiade di Tokyo 2020. Siamo proprio sicuri che si farà? (aggiornamento)

Quando l’ultimo albero sarà abbattuto,
l’ultimo fiume seccato, l’ultimo pesce catturato,
solamente allora scoprirete
che il denaro non si mangia.
(Proverbio indiano)

Nella narrazione giornalistica i fatti dovrebbero avere la precedenza. Io appartengo alla vecchia scuola e seguo questa regola.
Tokyo 2020 è in calendario dal 23 luglio all’8 agosto 2021. Mancano dunque 63 giorni all’inizio della manifestazione.
I dubbi che l’Olimpiade possa essere cancellata sono ancora in piedi.
ELEMENTI A SFAVORE
Il Giappone sta subendo la quarta ondata della pandemia, contagi e decessi sono alti.
Erano nove le prefetture, compresa quella di Tokyo, in stato di emergenza sino al 31 di maggio. Oggi il governo giapponese ha deciso un’ulteriore estensione dello stato di emergenza di tre settimane, spostandola fino al 20 giugno, e l’inclusione di una decima prefettura nell’area di emergenza. “La curva delle infezioni è in calo in alcune aree, ma a livello generale la situazione rimane imprevedibile” ha detto il premier nipponico Yoshihide Suga.
Solo il 3,5% della popolazione è stata vaccinata. Il Comitato Olimpico giapponese comincerà la campagna di vaccinazione degli atleti dall’1 giugno.
I medici non sono in grado di garantire assistenza a tutti i malati, mancano i posti letto.
I SEGNALI
Thomas Bach aveva annunciato la sua presenza a Tokyo per il mese di maggio, avrebbe dovuto essere a Hiroshima per il passaggio della torcia olimpica. Ha rinviato l’arrivo all’11 luglio, meno di due settimane dalla Cerimonia di apertura, a causa della crescita dei contagi.
L’OPPOSIZIONE
L’Asahi Shimbun (il quotidiano che fino a qualche anno fa aveva una diffusione di 11 milioni di copie) ha chiesto al primo ministro, in un editoriale, di cancellare l’Olimpiade. Il giornale è sponsor dei Giochi.
In due settimane, a Tokyo, sono state raccolte 390.000 firme per la cancellazione dell’Olimpiade.
L’Associazione Tokyo Medical Practitioners (seimila dottori) ha spedito una lettera al primo ministro Yoshida Suga.
Tokyo non ha medici e posti letto in caso di crescita della pandemia.
In un recente sondaggio, l’80% della popolazione si è espressa contro lo svolgimento dell’Olimpiade.
NEGATIVITA’ ACCERTATE
Olimpiade vietata ai cittadini stranieri.
Possibilità che gli eventi si svolgano a porte chiuse, cioè senza neppure una quota di pubblico giapponese (la decisione sarà presa a giugno, a un mese dall’inizio).
Riduzione del 50% degli addetti ai lavori: dirigenti, arbitri, giudici, allenatori, giornalisti, staff dell’organizzazione.
PROBLEMI PRATICI
Gestione degli undicimila, tra atleti, dirigenti e allenatori, presenti all’interno del Villaggio Olimpico. E dei 60.000 addetti ai lavori.
Necessità di vaccinare almeno l’80% dei partecipanti.
I Giochi si svolgerebbero a Tokyo, una città che ha una densità abitativa di 6.168 abitanti per kmq (tanto per dare un termine di confronto, la densità abitativa di Roma è 808).
Completamento della fase di qualificazione, al momento il 43% degli atleti deve ancora ottenere il pass olimpico.
DANNI
In caso di cancellazione il CIO perderebbe circa sei miliardi di dollari.
Il Giappone brucerebbe l’1,4 % del prodotto interno lordo.
Tokyo vedere sfumare 12,6 miliardi di dollari spesi per l’organizzazione.
Cio, città e Paese ospitanti hanno stilato assicurazioni a tutela. Sembra che quella del CIO pretenda un premio di venti milioni di dollari.
I rimborsi garantirebbero il Comitato Olimpico Internazionale per il 30% delle perdite. Questo provocherebbe un danno notevole per le Federazioni Internazionali che poggiano il loro bilancio proprio sulle elargizioni del CIO in riferimento ai guadagni (nell’ordine di importanza: diritti televisivi, sponsor e biglietteria) generati dai Giochi.
Sarebbe un incubo per quasi tutti gli sport. Potrebbero rimanerne meno colpite solo otto Federazioni: atletica leggera, nuoto, calcio, pallavolo, basket, ginnastica, tennis e ciclismo.
POSSIBILE CANCELLAZIONE
Solo il CIO può farlo, essendo proprietario unico dei diritti sulla manifestazione. Lo dice anche il contratto firmato dallo stesso Comitato Olimpico Internazionale e dalla città ospitante. C’è solo un’eccezione per cui i Giochi potrebbero essere cancellati senza discussioni.
La sancisce una clausola chiave.
È la 66, scritta sotto il titolo Termination (fine, chiusura). Autorizza a rinunciare ai Giochi in caso di guerra, disordini civili, boicottaggi, e se la salute dei partecipanti viene messa in pericolo per qualsiasi ragione.
La pandemia rientrerebbe nel caso, ma non è così scontato che basti.
CONCLUSIONI
Non ne sono sicuri neppure loro, come potrei essere io a dire: si faranno, non si faranno.
Ho esposto i fatti. La conclusione più logica sarebbe quella di annullare il tutto e dare appuntamento a Parigi 2024. Ma in questa storia ci sono di mezzo soldi (tanti, tantissimi), gestioni politiche (a febbraio 2022 Pechino ospiterà l’Olimpiade invernale e il Giappone non può consegnare il testimone alla Cina senza soffrire), reputazione (il presidente Bach e i maggiori esponenti del governo giapponese si sono altamente esposti sull’effettuazione dei Giochi), sportive (gli atleti si preparano da anni a questo appuntamento, rinunciarvi sarebbe un sacrificio notevole).
La spinta negativa dell’opinione pubblica è fortissima, l’appoggio del mondo medico anche. La pandemia sta picchiando duro.
E il 23 luglio si avvicina sempre di più…

Che disavventura per Josh Taylor. Ha perso tutte le cinture mondiali…

Josh Taylor è partito da Las Vegas carico di titoli mondiali.
È arrivato a Londra senza neppure una cintura.
Tutte smarrite all’aeroporto di Dallas, dove era fissata la coincidenza. Niente valige, niente contenitori che racchiudevano il riconoscimento tangibilie di sacrifici, allenamenti stressanti, lunghe sedute di sparring, diete terribili e tante altre cose ancora.
Josh sabato, a Las Vegas, ha sconfitto Josè Ramirez e conquistato il titolo superleggeri unificato, primo britannico a riuscirci da quando le quattro sigle (WBC, WBA, IBF e WBO) hanno reso più complessa l’esistenza della boxe. Ovvero dal 2004
Il fenomeno scozzese non ha perso certo il sorriso. È salito su un volo privato che da Heathrow lo ha portato a Edimburgo e ha affogato nello champagne qualsiasi pensiero negativo.
Gli hanno chiesto.
Ehi Josh, dove sono le cinture?
Ha risposto.
Da qualche parte all’aeroporto di Dallas, ma torneranno a casa. Ne sono sicuro”.
Ci vuole altro, dopo una vittoria del genere, con tutto quello che significa in popolarità e guadagni, per fargli perdere il sorriso…

Anche il Giaguaro ha paura. Viaggio nelle emozioni del campione europeo dei medi

Matteo “Giaguaro” Signani (30-5-3, 11 ko, 41 anni) a giugno difenderà l’europeo medi contro Ruben Diaz (26-2-2, 17 ko, 40 anni).


Matteo, ho parlato l’altro giorno con Meo (Gordini). Ti ha visto in allenamento, mi ha detto che sei in una forma fantastica.
(ride) “Sono come il protagonista de “Lo strano caso di Benjamin Button”. Il vecchio che torna giovane”.
Cosa è cambiato?
“Mi sono detto: Che fai Matteo? Allla tua età o fai le cose seriamente o te ne stai a casa. Ho deciso di fare le cose al meglio, poi vedremo quali saranno i risultati. Sono grande, ma non mi sono mai sentito così bene. Dal punto di vista fisico e psicologico”.
Raccontami una giornata tipo.
“Sveglia alle 6, colazione. Alle 6:45 in palestra. Un paio d’ore. Stacco, vado a lavorare. Alle 14 torno in palestra per altre due ore di allenamento”.
Con chi hai fatto sparring?
“Con Fiordigiglio, con i ragazzi di Ferrara, con Matano. Domani arriva Kamil”.
Kamil, chi?
“Szeremeta”.
L’ex campione d’Europa dei medi?
“Esatto. Siamo diventati amici sui social. L’ho invitato per due settimane a casa mia, ci aiuteremo a vicenda. Lui sta preparando il rientro in luglio, dopo il mondiale con Golovkin. Io farò la difesa dell’europeo in giugno. Arriverà anche Oliha Etinosa, il campione italiano della nostra categoria. Guanti di qualità”.


Con il passare del tempo, la passione è aumentata o diminuita?
“Te lo dico a bassa voce. Ho più passione adesso di quando avevo vent’anni. Mi sveglio al mattino e non vedo l’ora di andare a fare i guanti, di allenarmi. Quando metto il piede in palestra torno bambino, mi emoziono”.
Cosa ti ha dato in più la conquista del titolo?
“Quei timori, quelle paure che all’inizio ci sono sempre, quei dubbi: va o non va? Tutto sparito. Mi ha dato la consapevolezza che ancora posso dire qualcosa di importante. Su di me nessuno avrebbe scommesso, molti ancora non scommetterebbero. Piano piano, a testa bassa ho fatto quello che dovevo fare. L’europeo mi ha confermato che il match si vince in palestra, ha aumentato la determinazione. Adesso ho l’osso in bocca e devono fare meraviglie se vogliono togliermelo. Non so se lui sia in grado di farlo”.


Lui è Ruben Diaz, il tuo prossimo rivale. Lo conosci?
“È forte. Picchiatore, attendista. Ma noi abbiamo una tattica per tutto. Piano A, piano B e piano G”.
Piano C?
“No, G. Come Giaguaro”.
Mi sembra che lo spagnolo cali un po’ alla distanza.
“L’abbiamo notato anche noi. Mi sto preparando per fare dodici round in crescendo. Si vedrà”.
Con il passare degli anni, i tempi di recupero si allungano.
“Devo essere sincero. Sto meglio, quando entro a regime riesco a toccare dei ritmi di allenamento che non avevo mai toccato prima. Alla fine dell’allenamento però faccio più fatica a recuperare, è vero”.
È un problema?
“E che mi cambia? Faccio una vita da monaco, anzi i monaci mi fanno un baffo. Torno a casa, mangio qualcosa, me ne sto con le mie belve. Poi vado a dormire, il giorno dopo sono più fresco del giorno prima”.
Hai accennato alle tue belve, approfondiamo la materia.
“Vengo da una famiglia di montagna. Gli animali mi sono sempre piaciuti. Da qualche anno ho preso una casetta in campagna, un cane, un gatto, una capretta. Anche le galline mi vengono in braccio. Ho tre storni che avevano buttato in un secchio. Uno dei tre era appena nato. L’ho preso, messo in una scatolina, con la luce su, gli ho dato da mangiare. Adesso questi storni selvaggi si sono affezionati. Gli animali ti danno un amore incondizionato. A loro non importa se sei ricco, povero, famoso o sconosciuto, campione d’Europa o novizio. Gli animali sono fantastici”.
E le persone?
“Sono diverse. Se dovessi scegliere tra un cane e una persona ci dovrei pensare due volte (ride). Credo che il rispetto e l’amore per gli animali in genere, aiuterebbe l’umanità. I bambini andrebbero educati in questo senso”.


È vero che hai dato un nome ai tuoi animali?
“A tutti. Partiamo dai cani, la femmina si chiama Lady Oscar. Erano i tempi in cui il mio pugile preferito era Oscar De La Hoya. Leggo un annuncio, telefono e dico che voglio un maschio. Vado a Milano e mi trovo davanti a tre cani femmina. Ne prendo una e la chiamo Lady Oscar. Il suo compagno si chiama Tyson. Ha solo la faccia di Tyson, fa paura ma è buono. La terza si chiama Clara. La gatta è Micia. Me l’ha data il guardiano del cimitero vicino casa mia. Avevano buttato tre gattini in un bidone dell’immondizia. Avrà avuto una settimana di vita. È venuta su con i cani, stanno assieme. È una killer. Si mangia le lepri, le bisce i topi giganti. Ho due galline, tutti i giorni un uovo. Due livornesi, Bianca e Bianchina. Moriranno di vecchiaia. A casa mia tutti gli animali muoiono di vecchiaia. Ho una capretta tibetana, una capretta nana, tutta nera. Si chiama Rachele”.
Perché?
“Così, lasciamo stare”.
Altro?
“Sette tartarughe di terra. Le chiamo come mi viene, mi invento un nome al momento. Due tartarughine d’acqua: Rock e Roll. Tre storni. Ho preso due bengalini, adesso sono diventati ventidue”.
La casa degli animali.
“È quello che ho sempre sognato. Quando stacco dal lavoro o dagli allenamenti e torno lì, ritrovo la pace dei sensi.”
Sei un solitario?
“Come tutti i pugili. Quando cominciano, devono sapere a quale vita vanno incontro, devono accettarla. A me piace, rifarei tutto quello che ho fatto. Non cambierei nulla. Sto bene, non mi manca niente. Posso dire di essere una persona fortunata. Ho visto realizzarsi i miei sogni da bambino. Ho un lavoro che amo. Faccio uno sport che amo ancora di più. Sono arrivato dove speravo”.


E nella vita privata è andata altrettanto bene?
“Sono un tipo tranquillo. Ho pochi amici veri, più altri amici. Ho una famiglia d’oro. Quando vedo che litigano tra fratelli, tra genitori, non riesco a capire come possa essere possibile. Il babbo e la mamma ci hanno dato i giusti punti di riferimento, i valori importanti”.
Torniamo alla boxe. Quando cominci a capire che la tensione del match in arrivo sta salendo?
“La sento sempre. Con il tempo sono riuscito a sfruttare questa emozione, a incanalarla per trarne vantaggio. Quando salgo sul ring ho paura vera. Deve essere così, perché la paura ti fa fare cose che normalmente non faresti. Aumenta l’attenzione, la concentrazione, ti rende prudente. Sono teso, ho paura, ma sono armi che sfrutto a mio favore, ne prendo solo i lati positivi. All’inizio non era così, ci sono voluti anni per arrivare a questo”.
Quale è la molla che ti fa andare avanti?
“Quando sono solo in casa, mi faccio delle domande: Matteo, sei arrivato fino a qui, hai fatto tanti sacrifici, sofferto tante privazioni, perché buttare via tutto? Lo sai, non è che quello che guadagni ti possa cambiare la vita. Devo lavorare per andare avanti. Ma le soddisfazioni sono enormi. Quando ti alzano il braccio, capisci che ogni minuto di sofferenza ha appena avuto la sua ricompensa”.
Quale è stata la più bella manifestazione di affetto che hai ricevuto?
“Quando mi fermano e mi chiedono: Sei Matteo Signani, vero? Possiamo fare una foto? È a quel punto che mi gonfio tutto, pieno di orgoglio. Mi impettisco. Poi, quello a fianco di chi voleva la foto dice: Matteo chi? È a quel punto che mi sgonfio…”
Non avete certo la popolarità di un calciatore.
“Mi hanno detto che, all’inizio degli anni Cinquanta, Tiberio Mitri è venuto a tagliarsi i capelli da queste parti. Nel negozio del barbiere e tutto attorno si sono immediatamente radunate centinaia di persone. Pensa un po’ te, per vederlo mentre si tagliava i capelli. Altri tempi…”


Per la dieta hai un nutrizionista, ma quando non hai problemi di peso e vuoi concederti una mangiata in piena libertà, che fai?
“Vado a casa dai miei. Chiamo mamma Lucia e le dico: scatena l’inferno. Lei da ex cuoca, romagnola doc, da azdora, va. Piadina, cappelletti, tagliatelle, cannelloni, tagliolini ripieni. Questo per il primo. Poi ecco babbo Secondo, cacciatore. Lepri, fagiani, uccellini, conigli in porchetta. Frutta e verdura dall’orto di casa. Tutto di stagione”.
Ti sarebbe piaciuto, se non avessi fatto il pugile, fare il contadino?
“Amo la campagna, ma i contadini veri sono i nuovi ricchi di oggi: ci sono delle apparecchiature che costano un patrimonio. Più che il contadino, mi sarebbe piaciuto fare l’allevatore. Mucche, pecore, cavalli, capre, vitelli. Mi piacciono gli animali, ma questo l’avevo già detto. Siamo tornati al punto di partenza”.
A presto, per un nuovo viaggio nelle emozioni del campione.

Quella rana pazza, talentuosa e mondiale di Benny Hurricane Pilato

Benny è un uragano che non cerca scuse.
Non si lamenta, aggredisce le difficoltà fino a sconfiggerle. Lo fa con un sorriso pieno di energia, con lacrime che vanno a riempire i momenti di gioia. E si stupisce per quello che poi è il risultato finale. Wow, dice. Anche se sapeva l’avrebbe fatto.
Forse non così in fretta, ma l’avrebbe fatto.
Quando Federica Pellegrini è andata a vincere l’argento all’Olimpiade di Atene nel 2004, lei era stata concepita da pochi mesi. Concepita, voglio dire che non era neppure nata e Fede già stupiva il mondo.
Benedetta Hurricane Pilato non si lamenta per una piscina che non c’è, per una qualificazione mancata, per un problema fisico che le impedisce di dare il massimo. Lei sale sui blocchi, si tuffa e lotta. Poi esce dall’acqua e mette in fila i destinatari dei suoi grazie. Mamma Antonella che ha provato a distrarla con la danza, ma alla fine l’ha assecondata nella voglia di nuotare. Papà Salvatore che i sacrifici degli allenamenti li aveva sperimentati sulla sua pelle e non voleva che anche la figlia li subisse, ma poi si è arreso. Il fratello Alessandro, che ha preferito il calcio al nuoto. Il tecnico Vito D’Onghia, detto Uccio, che le sta accanto da sempre al punto che il suo Oh, Oh, Oh, urlato per accompagnare il ritmo di bracciata in allenamento Benedetta lo sente anche mentre dorme. E, finiti gli umani, aggiunge alla lista anche il barboncino Gilda e il pappagallo Pluto, perché altrimenti si offenderebbero.
Record del mondo sui 50 rana a 16 anni.
Non male, eh.
Una predestinata. Con quel dono ci si nasce, ma bisogna coltivarlo.
Lo ripeteva in continuazione Alberto Castagnetti a Domenico Fioravanti, fino a quando il fenomeno ha capito che per raccogliere bisognava soffrire. Non mi va di fare paragoni prematuri, Fiore è uno che ha vinto due ori olimpici. Meglio sottolineare le differenze che partono da un punto in comune.
Entrambi in acqua hanno raccontato e raccontano cosa sono nella vita.
Nella rana di Domenico non c’erano strappi, ma un continuo, dolce scivolare. Un sughero con la bracciata larga che arrivava esattamente al termine della spinta sulle gambe. Un cesellatore.
La nuotata di Benny è un’esplosione di vitalità, l’espressione di una ragazza che non ha paura di affrontare la vita. Lei la aggredisce. Dentro e fuori la piscina.
Non si spaventa quando si tratta di conciliare studio e nuoto. Non l’ha fatto quando a 14 anni vinceva l’argento ai Mondiali di Gwangju e nello stesso tempo marciava al ritmo della media dell’8 al Liceo Scientifico Maria Pia di Taranto. Né lo fa oggi che sogna le gare di Tokyo 2020 e fissa il prossimo obiettivo: vuole iscriversi a Medicina e laurearsi, magari per ritagliarsi una missione all’estero dove aiutare chi ha bisogno.
Non ci sono confini nel mondo della Pilato.
“Sud o Nord, il posto dove nasci non racconta chi sei. Sono italiana e basta”.
Lo diceva anche Albert Einstein.
“Io appartengo all’unica razza che conosco, quella umana”.
Benedetta Hurricane è figlia del suo tempo.
Smanetta sul cellulare, si impegna su Instagram dove fa le pagelle dei suoi compagni di nazionale, si dipinge le unghie di diversi colori, ascolta Fedez e le piace Jovanotti, adora le serie di Netflix.
In una cosa è diversa da molti sedicenni. Il calcio? Quello no. Lo lascia al papà, tifoso della Juventus. O al suo allenatore, che sbaglia ogni pronostico sull’Inter.
Contrariamente ad alcune famose colleghe, leggi Federica Pellegrini e Simona Quadarella, lei del mare non ha paura. Lo ama. Lido Gandoli a Marina di Leporano è il preferito.
Oggi la Pilato ha 16 anni, un record del mondo e un europeo senior nel cassetto.
Ma anche una rivale da curare.
Lilly King appartiene al presente e al prossimo futuro.
Gli Europei di Budapest hanno portato Benny in prima pagina. Ha le spalle larghe, sa sopportare la pressione, è forte in acqua e fuori. Ma per la miseria, ha solo sedici anni. Finiamola con paragoni prematuri, spinte verso il futuro, ori e primati. Lasciatele godere il momento. Lei è una che si commuove ascoltando al telefono il papà che le fa i complimenti, la mamma che l’accarezza con le parole, l’allenatore che le lascia un messaggio di gioia, il barboncino Gilda che compare sul megaschermo della piscina subito dopo l’oro europeo sui 50.
In fondo la rana della Pilato è un po’ pazza. Non è svogliata come quella di Lello Avagnano, o triste e disinvolta come quella di Domenico Fioravanti. Lei ha bisogno di calarsi sino in fondo nella lotta. Il ritmo delle bracciate, la frequenza che impone, è ricchezza di poche. Alla sua età ha tutto il diritto di godersi anche un po’ di follia. E di chiudere la storia con una risata liberatoria, o lacrime di felicità.
Il futuro è suo. Ma non ripetiamolo sino alla nausea, finiremmo per non goderci questo momento pieno di magia.
WOW, ma cosa hai fatto Benedetta Hurricane Pilato?

Un tatuaggio coreano, un tema alle elementari, la pasta alla gricia. Storia del fenomeno Quadarella

Europei di nuoto a Budapest. Una ventiduenne romana si prende il ruolo di protagonista. Oro sugli 800 e 1500 sl.
Questa è la sua storia.

Un tatuaggio racconta momenti felici, perdite inconsolabili.
Quel tatuaggio lì, un numero, parla di un sogno diventato realtà.
Il 23 è impresso per sempre sul polso di Simona Quadarella. È il giorno di luglio dell’anno 2019 in cui ha conquistato il mondo.
È in coreano, 스물셋, perché l’oro lo ha vinto a Gwangju in Corea del Sud. È sul polso destro, perché è stato con il palmo di quella mano che ha toccato la piastra elettronica all’arrivo.
Era un sogno nato quando era ancora bambina.
In un tema, frequentava la quarta elementare, aveva scritto che sarebbe diventata una nuotatrice. Brava come Erica, o forse di più. La sorella maggiore è stata campionessa juniores, poi ha cambiato percorso puntando sullo studio. Simona è andata avanti. Argento mondiale e tre ori (400, 800 e 1500 sl) negli Europei appena conclusi a Budapest.
Vive a Ottavia, zona nord ovest di Roma, da quando doveva ancora nascere. La famiglia si è trasferita lì quando mamma Marzia, professoressa di inglese, era incinta di lei.
Il papà Carlo, impiegato di banca, è stato sempre innamorato dell’acqua. Portava spesso le bambine al mare, sulla barca o sul gommone. Non voleva che corressero pericoli, bisognava che imparassero a nuotare. Simona a tre mesi era in piscina, quella della Polisportiva Delta alla Borgata Ottavia. A otto anni faceva agonismo al Circolo Canottieri Aniene.


A volte una vittoria la commuove fino alle lacrime, più spesso le fa apparire sul viso un sorriso pieno, una pioggia d’estate che tutto travolge. È dirompente. Ma sotto ci vedi una persona decisa, pronta a lottare per conquistare quello che pensa le appartenga. L’ha dipinta bene la mamma: gnappet, quando piccolina si lasciava prendere in giro per una statura meno imponente di tutte le compagne di gioco. Per poi diventare veleno nel momento in cui scattava la competizione. Una sorta di Clark Kent/Superman in versione femminile. Traduco per i meno giovani. Una figliola tranquilla, serena, simpatica in abiti civili. Determinata, al limite della spietatezza quando si tuffa nell’acqua della piscina.


Ha tifosi ovunque, ma è in Borgata che si annidano i fedelissimi. La Curva di Simona. O, meglio, quello che lei chiama il Villaggio. È all’interno di quella zona magica che si nascondono sentimenti e amicizie. Lei tifa Roma, frequentava l’Olimpico quando la pandemia non era ancora arrivata a toglierci la libertà.
Il sogno infranto si chiama Rio de Janeiro. Si sentiva ai Giochi, ha sbagliato la gara decisiva ed è rimasta a casa. Tutte le sere prima di addormentarsi rivedeva lo stesso film. Cosa avrebbe fatto in Brasile, come avrebbe condotto la gara, come avrebbe lottato. Non ha avuto l’occasione per farlo. Ha pianto, si è disperata. Poi ha capito che doveva reagire.
Perché Simona è una che lotta. La tabella di marcia di una nuotatrice non concede grandi libertà. Quella di una fondista ne concede ancora meno. Sveglia alle 5, due sedute in acqua e altrettante in palestra. Dodici chilometri al giorno. Niente distrazioni, pochi svaghi, doveva trovare anche il tempo per studiare. Al Liceo Scientifico Pasteur prima, alla facoltà di Scienza della Comunicazione (Tecnologia innovativa per la comunicazione digitale) poi.
Una passione per i social, 113.000 followers su Instagram, quasi 21.000 su Facebook. Foto, messaggi, scambio di informazioni.
Nel tempo libero, poco, un po’ di televisione. Serie televisive soprattutto. Tra passato recente e presente: Gossip Girl, Peaky Blinders, La Casa di Carta.
Ma fuori dall’acqua, amore a parte, la cosa che la fa davvero impazzire è un’altra. La pasta alla gricia. Rigatoni, guanciale, pecorino, parmigiano, vino bianco, acqua di cottura della pasta, olio. Un misto di sapori e profumi, comunque forti. Come sembra essere Simona Quadarella.


La allena Christian Minotti, fondista azzurro bronzo ai Mondiali in vasca corta, due medaglie agli Europei in lunga. Sempre sui 1500 sl. Detto Lo Scuro, per una abbronzatura sempre presente. Bravo tecnicamente, buon psicologo. Guida sicura. Romano anche lui.
A Tokyo ad aspettare Simona ci sarà una fuoriclasse del nuoto mondiale.
Katie Ledecky, ragazza di Washington che vive nel Maryland. Oro sugli 800 sl a Londra 2012 quando aveva solo quindici anni. Vincitrice nei 200, 400, 800 e 4×200 sl a Rio 2016. Quindici successi iridati. Primatista del mondo nei 400, 800 e 1500 sl. Un fenomeno.
Simona ha davanti agli occhi un’impresa che sembra disperata.
Mai dire mai. C’è una frase a cui ogni persona determinata, che faccia sport, si aggrappa quando tutto sembra impossibile.
È di Nelson Mandela.
“Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso”.
E allora…


Si chiamava Rubin Carter, per tutti era Hurricane. Questa è la sua storia…

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Stavo curiosando nel mio archivio, 
ho trovato questa storia. 
L’ho scritta sette anni fa.


Quando Rubin Carter, detto Hurricane, è morto il 20 aprile del 2014, a dare la notizia è stato James Artis.
L’uomo che era stato accusato, assieme a lui, di triplice omicidio.
Rubin aveva 76 anni.
La tragedia che non hanno mai dimenticato è datata 17 giugno 1966.

Sono le 2:40 del mattino. Il Lafayette Bar and Grill è sulla East 18th Street di Paterson, New Jersey. All’interno quattro persone si fanno compagnia in attesa della chiusura. È stata una giornata carica di tensione. Nel pomeriggio Frank Conforti, un bianco, ha ucciso con un colpo di pistola Leroy Holloway, il proprietario di un bar. Un afro americano. Nell’aria c’è una forte carica di rabbia razzista.
Il bar è a Riverside, una zona a prevalenza bianca.
Due neri entrano (freccia A nella foto sotto) sbattendo la porta. Il più piccolo imbraccia una doppietta, l’altro ha in mano un revolver calibro .32.
James Oliver (numero 4), 51 anni, li vede. È il barista, ha una quota nella gestione del locale. Sta contando i soldi dell’incasso. Lascia cadere le banconote che volano lentamente nell’aria, poi scivolano a terra. James afferra una bottiglia vuota di birra e la lancia sbilenca verso i due uomini. Manca il bersaglio, lil vetro si frantuma contro il condizionatore d’aria. Il barista prova a scappare, non fa neppure due passi che un proiettile lo raggiunge alla parte bassa della schiena trapassando il midollo spinale. Cade a terra dietro il bancone. Morto.
L’uomo con il revolver spara un colpo che centra Fred “Cedar Grove Bob” Nauyoks (numero 3), 60 anni, alla testa. Si gira e colpisce William Marins (numero 2), 42 anni, alla tempia sinistra. Il proiettile passa la cavità orbitale rendendo immediatamente cieco l’occhio sinistro. Nauyoks cada a faccia in avanti sul bancone. Sembra stia dormendo. È invece morto sul colpo, il braccio sinistro oltre il bar, la sigaretta ancora accesa fra le dita della mano destra.
Marins è cieco da un occhio e ha il cranio fracassato, attraversa il bar barcollando e finisce a terra. Si finge morto. I due neri stanno per scappare quando si accorgono della donna. Hazel Tanis (numero 1), 51 anni, la cameriera che ha da poco finito il turno di lavoro. Si era fermata per bere qualcosa e scambiare due parole con il suo amico Oliver. È seduta d’angolo, in fondo al bar. Si accorge di essere stata scoperta e comincia a urlare. I due neri fanno fuoco. Cinque proiettili calibro .32 la centrano alla gola, stomaco, intestino, milza e polmone sinistro. Ha il braccio frantumato dai pallini da caccia sparati dalla doppietta. Cade a terra.
I due neri escono sulla East 18th Street, arrivati all’angolo con Lafayette girano a destra dove hanno parcheggiato una Dodge bianca. Gridano e ridono. A meno di venti metri da loro c’è Alfred Bello, bianco, criminale di lungo corso. Bello scappa, aspetta che i due salgano in macchina e filino via. Poi torna indietro, entra nel bar. Apre la cassa, ruba sessantadue dollari che dà all’amico Arthur Bradley che lo sta aspettando fuori. Solo dopo rientra nel bar e chiama la polizia.
Hazel Tanis morirà in ospedale un mese dopo.
Questa la scena del triplo omicidio in base alla ricostruzione fatta dalla polizia e pubblicata nel 1975 da The Herald-News.

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Per questi tre delitti vengonoaccusati due neri: James Artis e Rubin Carter (nella foto sotto The Morning News pubblica la notizia).
Il primo processo è affidato a una giuria tutta bianca, bianco è anche il procuratore. I due vengono condannati all’ergastolo.
La Corte Suprema ribalta il verdetto, Artis e Carter vengono messi in libertà sotto cauzione.
Il secondo processo li condanna nuovamente.
La US District Court presieduta dal giudice H. Lee Sarokin rimette in libertà Artis e Carter perché l’ultimo verdetto, a suo parere, era “fondato sul razzismo piuttosto che sulla ragione, sull’accanimento piuttosto che sull’accertamento della verità.

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Rubin Carter esce di prigione e si trasferisce in Canada, a Toronto.
È lui il protagonista di questa vicenda. Buon peso medio, soprannominato Hurricane per il modo aggressivo e furioso di stare sul ring.
Arriva a giocarsi il mondiale contro Joey Giardiello nel momento di massimo splendore, il 1964.
Perde ai punti il match valido per il titolo unificato dei medi disputato alla Convention Hall di Filadelfia.
Un anno prima aveva sconfitto per kot nel round iniziale Emile Griffith.

Quando scoppia il caso del triplice omicidio, quando i processi lasciano dei dubbi nelle coscienti dei liberal americani, una forte campagna di solidarietà si diffonde per tutti gli stati. Al suo fianco si schiera anche Muhammad Ali.
Bob Dylan (foto sotto incontra Carter in prigione) gli dedica una canzone piena di potenza e poesia.

Colpi di pistola risuonano nel bar notturno
entra Patty Valentine dal ballatoio
vede il barista in una pozza di sangue
grida “Mio Dio! Li hanno uccisi tutti!”
Ecco la storia di “Hurricane”
l’uomo che le autorità incolparono
per qualcosa che non aveva mai fatto
lo misero in prigione ma un tempo
egli sarebbe potuto diventare
il campione del mondo

 

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Nel 1999 girano un film su questa storia. Denzel Washington interpreta il ruolo di Rubin Carter e si guadagna una nomination all’Oscar del 2000 come attore protagonista. Gran parte dell’opinione pubblica si schiera al fianco dell’ex pugile, il World Boxing Council gli dona una cintura da campione del mondo, due università negli States e in Australia gli conferiscono la laurea in legge honoris causa. Poi, pian piano Hurricane scivola via dalle prime pagine, dai racconti dei vecchi attorno a una bottiglia di whiskey, dalle chiacchiere di ex pugili, dalle discussioni tra uomini della mala.

Rubin 'Hurricane' Carter, left, fighting Gomeo Brennan in New York in 1963.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorre a Toronto, lavorando per un’associazione benefica a favore delle persone condannate ingiustamente.
Per lungo tempo è alle prese con il caso di David McCallum, da trent’anni in carcere per sequestro di persona e omicidio. L’analisi del Dna avrebbe dimostrato che il sangue e ogni altra traccia di presenza umana sul luogo del delitto non appartengono al condannato. Per far sentire la sua voce, Carter aveva scritto una lettera al Daily News. 
Il fantasma di Hurricane faceva la sua ricomparsa in pubblico. Non era più quello che avevamo imparato a conoscere.

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Al meglio della forma Rubin Carter pesava 72 chili e mezzo. In que giorni, come ha rivelato il quotidiano di New York, faticava ad arrivare a 40.
Nel giugno del 2011 gli era stato diagnosticato un cancro alla prostata, i dottori gli avevano dato da 90 giorni ai sei mesi come aspettativa di vita.
Ridotto l’ombra di se stesso, aveva continuato a lavorare. Non lasciava mai la casa di Toronto dove scriveva appelli, lettere, richieste d’aiuto. Gli erano accanto due sole persone.
James Artis, l’altro uomo finito in galera per l’omicidio di Paterson, e Fred Hogan. Un detective a riposo, l’investigatore che era riuscito a ottenere la ritrattazione dai due testimoni chiave nella causa contro i due imputati per il triplice assassinio del bar.
Rubin aveva 76 anni e ammetteva di “essere stato un uomo con un passato difficile, non sono mai stato un santo”, ma giurava di “non avere mai ucciso nessuno.
Uomo morto che cammina. Così chiamano gli inquilini del braccio della morte. Secondo i medici Hurricane avrebbe dovuto lasciarci, nella più ottimistica delle previsioni, nel dicembre del 2011. Ha lottato fino al 20 aprile del 2014, poi è stato costretto ad arrendersi.
Ho una missione da portare a termine, dare giustizia a David McCallum. Poi me ne andrò in pace” amava ripetere.
Non so cosa sia accaduto quella notte di giugno del 1966 all’interno di un bar di Paterson. In quel locale, costruito in una strada piatta e senza gioia, in quella città dove vento e polvere ti fanno compagnia. Lì sono state uccise tre persone. Due testimoni hanno mentito, due uomini sono stati condannati e poi assolti, persone di legge non hanno fatto bene il loro lavoro accecati da un insano razzismo. Tutti hanno contribuito a lasciare intatto il mistero.
Un giudice ha detto che le condanne erano dettate più dal razzismo che dalla ragione. Chi sono io per dubitare di un magistrato?
Rubin Hurricane Carter ha lottato come aveva sempre fatto nella sua vita. Contro il cancro. Contro le ingiustizie, non della legge ma degli uomini. Aveva ormai superato anche quel 16° round che ha dato il titolo alla sua autobiografia (“Da sfidante numero 1 a numero 45472”, il sottotilo).
Era in overtime, ma continuava a battersi contro un avversario spietato e potente come il cancro. Aveva una missione da compiere ed era convinto che prima di cedere sarebbe riuscito ancora una volta ad alzare le braccia in segno di vittoria.
Non ce l’ha fatta.

 


Fury, Joshua, Wilder, promoter e tribunali. Il mondo dei massimi è in pieno caos…

A chiusura di un articolo, pubblicato di poche ore fa, scrivevo: il pugilato mi ha abituato a non dare mai nulla per certo. Il popolo che lo abita è altamente imprevedibile. Puntuale è arrivata la conferma. E ora mi trovo a raccontare l’ennesima puntata di una storia a cui non mancano certo i colpi di scena. Il mondo dei massimi è in pieno caos.
La boxe ad alti livelli è difficile da gestire, anche perché non c’è nessuno, se non i tribunali, a fare rispettare le regole. Non illudetevi che lo facciano Wbc, Wba, Ibf o Wbo. La banda dell’alfabeto è assente anche nel momento in cui sul piatto c’è il suo titolo più prestigioso, quello unificato dei pesi massimi.
Comincio dalla fine.
Dopo essere rimasto a lungo in silenzio, Eddie Hearn ha scelto il sito di casa (matchroomboxing.com) per raccontare, in un video poco più lungo di sette minuti, la sua versione dei fatti.
Si può riassumere così.
“Per mesi i rappresentanti di Tyson Fury mi hanno raccontato che il ricorso all’arbitrato da parte di Deontay Wilder per ottenere un terzo match immediato con Fury non sarebbe stato un problema. Abbiamo trattato a lungo con gli organizzatori in Arabia Saudita, abbiamo messo assieme un affare gigantesco. E adesso sembra che debba saltare tutto. Voglio una risposta definitiva entro questa settimana, poi procederò in un’altra direzione”.
Cosa è accaduto lunedì 17 maggio 2021 di così sconvolgente?
Un ex giudice, Daniel Weinstein che è anche esperto in questioni legali riguardanti il pugilato, ha dato ragione a Wilder. E ha deciso che Tyson Fury dovrà affrontarlo entro il 15 settembre, a meno che le parti non si mettano d’accordo per un rinvio.
L’ex giudice ha deciso nel rispetto del contratto firmato in occasione del secondo match (22 febbraio 2020). 
Fury aveva contestato la regolarità della procedura, indicando la pandemia come causa di numerosi rinvii che avrebbero portato (a suo dire) al superamento del termine massimo previsto dal contratto stesso per il match. 
A quel punto mi ero chiesto quale forza potesse avere, al di fuori degli Stati Uniti, un arbitrato. Non il pronunciamento di un Tribunale americano, ma di un giudice privato su pugili nati e residenti nel Regno Unito (Joshua e Fury) come due dei loro tre promoter (Frank Warren ed Eddie Hearn). Non dimenticando che la sfida fra Anthony Joshua e Tyson Fury si sarebbe svolta in Arabia Saudita, non in territorio statunitense.
Non a caso per molte ore, mentre tutti gli elementi coinvolti nella disputa avevano tenuto un profilo basso, l’unico a parlare era stato Bob Arum, americano per passaporto e per lavoro, co-promoter del campione WBC. Era stato lui a dire che non avrebbe offerto soldi a Wilder per farsi da parte, era stato lui ad annunciare per il 14 luglio a Las Vegas il mondiale Tyson Fury vs Deontay Wilder III.
Gli altri tacevano.
Io rimanevo con molti dubbi.
Sapevo che il mondiale unificato valeva una montagna soldi, ma non credevo fossero abbastanza da spingere Joshua, Fury, Hearn e Warren a mettere a rischio la loro futura attività negli Stati Uniti. Dubitavo. Anche perché ero e sono convinto ci sia un’altra strada che potrebbe essere percorsa. L’arbitrato obbliga il campione del mondo ad affrontare Deontay Wilder, indicando anche la possibilità (in caso di accordo tra le parti) di un rinvio che vada oltre il 15 settembre. 
Eddie Hearn non vuole rinunciare a un affare assai vicino ai 200 milioni di dollari. Deontay Wilder è amministrato da Al Haymon, ma anche da Shelly Finkel. Quest’ultimo è una persona che non rifiuta la mediazione a prescindere. Potrebbe quindi essere lui spingere Haymon e Wilder ad accettare una soluzione che accontenterebbe tutti. La soluzione che, a mio avviso, è la più intelligente.
Un indennizzo, senza esagerare, e la stipula di un contratto che avrebbe il suo corpo principale in quello che ha già avuto l’avallo del giudice. Il nuovo accordo dovrebbe infatti prevedere, per il vincente di Fury vs Joshua, l’obbligo di affrontare Deontay Wilder entro una data da concordare tra le parti.
In questo modo il mondiale unificato (14 agosto in Arabia Saudita) sarebbe salvo. 
Ma un altro pretendente al titolo, o a un indennizzo riparatore, si è fatto avanti nelle ultime ore. Olexsandr Usyk, tramite i suoi avvocati John Hornewer e Patrick English, ha spedito una lettera alla Wbo. Minaccia causa, vuole andare in tribunale per mancato rispetto di impegni figli del regolamento.
La lettera si può riassumere così.
“Usyk è sfidante ufficiale da giugno 2019, in pratica quasi due anni. L’ultima difesa obbligatoria del titolo Wbo dei massimi è stata fatta nel 2018. La Wbo può scegliere due sole strade: imporre il mondiale Joshua vs Usyk prima della sfida con Tyson Fury, o dichiarare decaduto Joshua e nominare due co-sfidanti. Uno dei due sarebbe chiaramente Usyk”.
L’altro, aggiungo io nel caso si arrivasse a questo, dovrebbe essere Joe Joyce.
Ma la boxe è strana, non dimenticatelo.
Uno dei promoter di Usyk è Aleksander A. Krassyuk, che è anche direttore generale della società K2 dei fratelli Vitali e Wladimir Klitschko. E Krassyuk è co-promoter dell’ucraino assieme a Eddie Hearn. Potrebbe davvero opporsi al mega affare?
Hearn prepara comunque una soluzione alternativa, nel caso in cui Joshua vs Fury dovesse saltare. Il match con Usyk avrebbe meno presa sul pubblico chiamato a comprare la pay per view e non è detto che in estate l’Inghilterra dia il libera tutti per riempire lo stadio di Wembley. Il capo di Matchroom, per ora, medita e spera.
Seguite la pista dei soldi, avrete molte risposte.
Adesso bisogna solo aspettare. Credo sia giusto chiudere come ho fatto con il pezzo di poche ore fa. 
Penso che la soluzione più probabile sia quella che porta a Tyson Fury vs Anthony Joshua, il 14 agosto in Arabia Saudita. 
Lo so, nel discorso ci sono molti dubbi. Ma il pugilato mi ha abituato a non dare mai nulla per certo. Il popolo che lo abita è altamente imprevedibile.
Restate connessi.

Batte 19 brocchi, poi affronta un pugile. Piange, finisce ko. L’altro esulta e va al tappeto anche lui…

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Christopher Lovejoy ha 37 anni.
La scorsa settimana è sbarcato a Colonia da solo. Senza allenatore, senza cutman, senza alcuna persona del suo team.
Sabato ha affrontato sulla distanza delle 12 riprese Manuel Charr (31-4-0, 17 ko), campione in recesso dei massimi per la World Boxing Association.
Lovejoy è nato e risiede a Las Vegas. Il suo promoter è Don King che aveva minacciato di fargli causa se fosse salito sul ring.
Questo signore, il pugile non l’organizzatore, ha un record di 19-0. In carriera ha incontrato una serie impressionante di brocchi, così tanti che sembrava impossibile trovarli. Pugili con tanto di licenza, per carità, ma autentici disastri sul piano pugilistico. Tutte e 19 le vittorie sono state ottenute per ko al primo round. Tutti combattimenti sono stati disputati a Tijuana, tutti con avversari con record negativo. Complessivamente i suoi rivali avevano collezionato 192 sconfitte e 52 successi.


Tanto per farci un’idea.
Gli ultimi tre pugili che ha affrontato sono stati:
Aron Alexis Franco (0-3-0, tre sconfitte per ko)
Daniel Yocupicio (6-50-2, ventinove sconfitte per ko)
Misael Sanchez (1-18-2, tredici sconfitte per ko).
È classificato 333 tra i pesi massimi del mondo e 90 tra quelli statunitensi dal sito boxrec.com.
Al peso ha segnato 140 chili.

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Nel primo round non ha tirato un colpo, nel finale è andato giù per una spinta.
Si è rialzato lentamente. Piangeva.
Nel secondo round ha preso una serie di tre colpi, è andato al tappeto, non si è rialzato fino a quando l’arbitro Jurgen Langos non ha decretato il ko.
Manuel Charr, che non combatteva dal 25 novembre 2017 e in questo periodo ha subito una doppia operazione alle anche, ha festeggiato facendo la ruota. La mano sinistra non ha retto ed anche lui è finito al tappeto…
La Wba ha quattro campioni nella sola categoria dei massimi.
Anthony Joshua, super campione del mondo.
Trevor Bryan, campione regolare.
Mahmoud Charr, campione in recesso.
Robert Helenius, campione Gold.
SkySports UK nel suo sito ha scritto che il match era valido per un titolo WBA…

Tokyo 2020, tutto sulle qualificazioni. Novità, rischi e possibilità dell’Italia…

Fra tre settimane (Parigi, 4/8 giugno) cominceranno le ultime qualificazioni per il torneo di boxe dei Giochi di Tokyo 2020 (21 luglio/8 agosto).
Sul ring i pugili europei.
L’Italia presenterà una novità. Assunta Canfora sostituirà Flavia Severin.
Interrotto dopo tre giorni di gare a Londra, il torneo riprenderà il suo corso.
L’Africa ha chiuso le selezioni a Dakar (Senegal).
Asia/Oceania ha fatto lo stesso ad Amman (Giordania).
Le qualificazioni per le Americhe, previste a Buenos Aires, sono state annullate. Come è stato annullato il torneo di ripescaggio mondiale.
Per assegnare gli ultimi pass di Tokyo 2020 (32 uomini, 21 donne) saranno prese in considerazione le classifiche della BTF (Boxing Task Force del CIO): il primo di ogni continente per ciascuna categoria di peso.  
Anche per le Americhe, e (nel caso di mancata conclusione) per l’Europa, saranno prese in considerazioni le classifiche della BTF. Ma in questi casi il numero dei pass sarà lo stesso di quelli che sarebbero stati concessi se le qualificazioni si fossero svolte regolarmente.
Se Parigi non riuscisse a portare a conclusione il torneo, l’Italia si troverebbe in una brutta situazione.
Ho visto le classifiche. Siamo messi male.
Due soli atleti hanno possibilità di volare a Tokyo in base al ranking: Angela Carini (10 nel mondo, 3 in Europa) tra le donne e Salvatore Cavallaro (14 nel mondo, 3 in Europa).

CRITERI CLASSIFICHE
Cominciamo dai criteri in base ai quali sono state stilate le graduatorie.
UOMINI
Sono stati presi in considerazione i risultati dei Mondiali 2017 e 2019.
DONNE
Sono stati presi in considerazione i risultati dei Mondiali 2018 e 2019.
ENTRAMBI
Sono stati presi in considerazione i risultati dei Tornei continentali (All-African, Pan-America, Europei, Pacific). Per l’Asia gli Asian Games, per Australia/Nuova Zelanda i Giochi del Commonwealth.

SITUAZIONE
Nella speranza che il torneo europeo possa essere regolarmente portato a termine, ecco la situazione delle nostre nazionali aggiornate al 21 aprile 2021.

UOMINI
81 KG. (pass olimpico per i primi sei)
Simone Fiori. Primo turno batte Bosnjak (Bosnia Erzegovina, 3-2). Negli ottavi di finale: Kathaev (Russia).
In classifica: 36 nel mondo, 10 in Europa.
91 KG. (pass olimpico per i semifinalisti)
Aziz Muhiidine. Primo turno batte il finlandese Kremar Alin (5-0). Negli ottavi: il turco Ylas.
In classifica: 39 nel mondo, 14 in Europa.

DONNE
51 KG. (pass olimpico per le prime sei)
Giordana Sorrentino. Primo match batte (50) Gottlob (Germania), secondo match (5-0) Grygoryan (Armenia). Nei quarti: Nina Radanovic (Serbia). Se vince conquista il pass.
In classifica: 43 nel mondo, 12 in Europa.
57 KG. (pass olimpico per le prime sei)
Irma Testa. Primo match batte (5-0) la svizzera Brugger. Negli ottavi: Vorontsova (Russia) numero 8 del mondo, testa di serie numero 1 del torneo.
In classifica: 47 nel mondo, 12 in Europa.
60 KG. (pass olimpico per le prime sei)
Rebecca Nicoli, all’esordio nel torneo, ottavi: Tebelova (Slovacchia).
In classifica: fuori da quella mondiale. Non è tra le prime 15 in Europa.
69 KG. (pass olimpico per le prime cinque)
Angela Carini. Primo match bye, secondo match batte Desmond (Irlanda, 5-0). Nei quarti Emile Sonvico (Francia). Se vince conquista il pass.
In classifica, 10 nel mondo, 3 in Europa.
75 KG. (pass olimpico per le semifinaliste)
Flavia Severin è stata sostituita nel torneo da Assunta Canfora. Negli ottavi: Demiz (Turchia).
In classifica: fuori da quella mondiale. Non è tra le prime 11 in Europa.

CRITERI CLASSIFICA FINALE (TORNEO)
Ricordo i criteri di classificazione nel torneo di qualificazione.
1. Oro
2. Argento
3. vincitore spareggio per il terzo posto
4. Perdente spareggio per il terzo posto
5. Perdente contro Oro nei quarti di finale
6. Perdente contro Argento nei quarti di finale
7. Perdente nei quarti di finale contro il pugile classificato terzo
8. Perdente nei quarti di finale contro il pugile classificato quarto