Tv, pugilato pro’ e un mondiale. Per l’Accademia Militare di West Point è un triplo debutto

Il 22 aprile sarà una data importante per il pugilato americano.
Per la prima volta l’Accademia Militare di West Point, circa 80 km a nord di New York, ospiterà un match tra professionisti. Dieci riprese tra gli imbattuti pesi massimi Jermaine Franklyn (20-0, 10 ko) e Stephan Shaw (14-0, 10 ko). Con la prospettiva per il vincitore di potersi battere contro Dillian Whyte ed entrare così nel giro che conta.
Sarà anche la prima volta che un campionato del mondo si terrà all’interno dell’area militare. Jelena Mrdjenovich (41-10-2, 19 ko) difenderà in 10 round  il titolo WBA dei pesi piuma contro Erika Cruz Hernandez (12-1-0, 3 ko).
Terzo match in cartellone: Juan Pablo Romero vs Jonathan Navarro (superleggeri, 10 riprese).
Sarà la prima volta che un evento pugilistico disputato a West Point sarà trasmesso dalla NBC Sports Network.
Il pugilato ha la sua casa all’interno degli impianti militari americani.
Oltre all’Accademia di West Point, anche l’Accademia Navale di Annapolis e l’US Air Force di Colorado Springs hanno l’obbligo del corso di boxe nei programmi per i cadetti. Annapolis lo ha anche per le cadette. Diciannove lezioni da 45 minuti ciascuna in preparazione del test sul ring, un match in piena regola. Molti i successi ottenuti nelle competizioni militari, qualche buon pugile anche tra i professionisti.
Uno di questi è stato Body Rainmaker Melson, campione mondiale militare tra i 69 kg e pro’ con un record di 15-4-1. Madre israeliana e padre creolo, Melson era di religione ebraica. I nonni materni sono miracolosamente scampati all’Olocausto nei campi di concentramento in Polonia. Il nonno è riuscito a fuggire scivolando attraverso la vasca di raccolta delle feci.
Tra le Forze Armate americane, il corpo con il maggior numero di campioni è senza dubbio quello dei Marines. Due su tutti, detentori del titolo mondiale dei pesi massimi ed entrambi vincitori di Muhammad Ali. Parlo di Ken Norton e Leon Spinks.
Fuoriclasse anche tra gli elementi della Guardia Costiera. Tra questi il mitico Jack Dempsey, che è stato tra i primi istruttori dei pugili del dipartimento, Lou Ambers e Lew Jenkins. In altre parole, un’ottima tradizione.
Il 22 si combatte a West Point. Diretta dalle ore 21 sulla costa Est degli Stati Uniti (le 3 del mattino del 23 aprile in Italia) su NBC Sports Network. La serata andrà in diretta streaming sul circuito Twitch. Per le Forze Armate americane dislocate nel Pacifico e in Europa la trasmissione sarà su AFN Tv.

La solitudine nella boxe è un male inevitabile. Il tormento in quaranta storie

“Un pugile al tappeto è l’uomo più solo del mondo”.
La frase è attribuita a Gene Tunney, non so se sia stato lui il primo ad averla formulata, so che è una verità che trova numerosi riscontri nella boxe.
Un libro prima e un film poi, hanno parlato della solitudine in modo tragico e romantico. “Million dollar baby” è uno dei racconti del libro “Lo sfidante” di F.X. Toole, pseudonimo di Jerry Boyd, scrittore con un passato da allenatore.
Quella che Maggie Fitzgerald (Hilary Swank sullo schermo) e il maestro Frankie Dunn (Clint Eastwood) mettono in scena è la rappresentazione di due esistenze vissute senza nessuno con cui confrontarsi. È probabilmente per questo che decidono di diventare loro stessi una famiglia. Non nel senso comune del termine, ma in quello più alto, spirituale. È l’essenza stessa del pugilato ad avvicinarli. Ma dura poco, perché la vita spesso prende più di quanto dia. Un incidente, figlio di una scorrettezza dell’avversaria, trasforma Maggie in un essere vegetale, incapace di gestire sè stessa. Quando capisce che non potrà mai accettare un futuro in cui saranno le macchine a gestire la sua vita, la ragazza chiede a Frankie un ultimo atto d’amore. Il vecchio manager, dopo una lacerante crisi di coscienza, accetta di aiutarla a morire.
Scrive Toole.
“L’ombra fugace di un’ala di uccello si stagliò sulla parte opposta e passò attraverso il vetro della finestra. Frankie richiuse l’occhio con la punta di un dito, e si accertò che il polso di Maggie si fosse fermato. Con le scarpe in mano, ma senza più l’anima, scese silenziosamente lungo le scale posteriori e se ne andò, gli occhi asciutti come una foglia in fiamme”.
È un momento di infinita tristezza, una tragedia che segna profondamente Frankie e lo riconsegna alla vita, dopo avergli tolto il suo ultimo legame con la realtà.

Non è necessario finire al tappeto per sentirsi l’uomo più solo del mondo. Spesso basta salire su un ring per avvertire questa sensazione. Perché ogni volta che si scavalcano quelle corde, comincia una nuova vita, sai che devi mettere in gioco tutto te stesso. Sai che c’è una sola persona che può gestire presente e futuro.
E quella persona sei tu.
Solo era Muhammad Ali, quando si confrontava con la vita. Portava sulle spalle il Bastardo, il Parkinson gli aveva tolto anche la luce di quegli occhi che un tempo urlavano la gioia di vivere.
Sola era Christine, la ragazzina keniota diventata mamma a dodici anni. La boxe le ha regalato una speranza, ma non le ha tolto quel senso di solitudine a cui la privazione di un’infanzia normale l’ha consegnata.
Solo era George Chuvalo. Sul ring si batteva come un leone, non aveva paura di niente e di nessuno. Finita la carriera, come troppo spesso accade, aveva scoperto quanto potesse essere cattivo il mondo lontano dalle sedici corde. Due figli morti di overdose, un terzo suicida. Come la moglie. La vita non perdona, mai.
Solo Giovanni Parisi, campione olimpico e mondiale, in perenne lotta contro tutto e tutti. Sconfitto da Julio Cesar Chavez a Las Vegas e lasciato in balia dei suoi dubbi.
Solo Luigi Minchillo a Detroit, chiuso nello spogliatoio dopo la sconfitta contro il mitico Thomas Hearns. Le foto dei figli sul petto, lo sguardo innamorato della moglie a proteggerlo dal freddo dell’esistenza.
Solo Mike Tyson, abbandonato al suo destino, convinto che solo la boxe possa offrirgli compagnia.
Solo Sonny Liston, una vita avvolta nel mistero. Di lui non si sa quando sia nato, non si conosce il giorno in cui sia morto.
Queste e altre storie riempiono il libro.

La solitudine è protagonista di molti racconti, non certo di tutti. Perché la boxe a volte produce dolore, ma in tante occasioni regala gioia infinita. Sa offrire possibilità a chi altrimenti non ne avrebbe mai avuta una.
La vita, scrive Joyce Carol Oates, è un una metafora della boxe. Ed è forse per questo che a volte mi lascia a terra, su marciapiedi che sembrano ring di periferia. Solo e triste per la perdita di qualcuno a cui volevo bene, anche se non ne ero certo amico. Parlo dello stesso Muhammad Ali o di Fernando Atzori. Ma parlo anche del dolore per qualcuno che ha fatto parte del mio cammino di vita, di tanti momenti felici. Sandro Mazzinghi ed Elio Ghelfi ad esempio.
Il pugilato è una bestia difficile da gestire. Spara emozioni nel cuore, riempie di passione, regala delusioni e felicità.
Ho messo in fila la storia di uno sport che non smette mai di stupire, ricordi di un recente passato, di un presente che regala spunti interessanti, basta saperli cogliere senza lasciarsi ingannare dalla nostalgia.

Il perdono libera l’anima, rimuove la paura.
È per questo che il perdono è un’arma potente. 
(Nelson Mandela)

Ho scelto di non affidarmi a una sola chiave narrativa. Così ho raccontato cento avventure, match che hanno scritto pagine importanti nel libro del pugilato e in quello della società. E poi interviste, incontri con autentici miti: Muhammad Ali, lui c’è in ogni angolo di queste pagine, Archie Moore e Thomas Hearns.
In chiusura, il racconto che ho scritto ispirandomi a momenti di verità. Fiction e realtà si fondono per dare vita a un finale di speranza. Il perdono rimuove la paura, è il titolo dell’ultima storia. In un periodo in cui sembra che si viva solo di violenza, egoismi ed esasperazioni, è un messaggio di pace portato da chi ha sofferto e visto la morte negli occhi.
L’uomo deve essere capace di perdonare, perché solo così può liberarsi da ogni angoscia e riuscire a non essere più solo.
Neppure sul ring.

Dario Torromeo: Solo come un pugile sul ring (340 pagine, 15 euro, Absolutely Free Libri). In libreria e nei siti online dal 15 aprile, prenotabile da oggi.

Le lacrime di Federica. Anche Castagnetti, coach di ferro, avrebbe pianto per l’impresa…

Federica Pellegrini disputerà la quinta Olimpiade. Un altro capolavoro nella carriera della campionessa, felice fino alle lacrime. Prendo al volo l’occasione e ripropongo un articolo che ho scritto molto tempo fa su un uomo a cui Fede deve tanto. Alberto Castagnetti è stato un grande e Federica Pellegrini gli è sempre stata profondamente legata. Anche lui avrebbe pianto per questa ennesima impresa…

Alberto Castagnetti è morto il 12 ottobre del 2009, sei anni fa, dopo un’operazione al cuore. Ha allenato campioni e speranze. È stato un grande tecnico del nuoto. In Italia è stato il più grande di sempre.
Ricordo con nostalgia quella parlata inconfondibile e il racconto di una vita piena di sentimento che mi aveva fatto un giorno di luglio del 2008 a Rubiera, pochi chilometri da Reggio Emilia, alla vigilia dei Giochi di Pechino.
Mi ero spinto lassù assieme al mio compagno di scorribande Roberto Perrone, grande giornalista e grande amico. Castagnetti si era raccontato come non aveva mai fatto. Avevamo mangiato alla Clinica Gastronomica di Arnaldo. E lì, tra bolliti e pere allo zabaione, aveva messo sul tavolo i suoi segreti. Qualcosa aveva tenuto per sé, qualcos’altro aveva pregato di tenerlo per noi. Ma ce n’era abbastanza per capire chi fosse. Questa è la storia di un vincente che la morte ci ha strappato via troppo presto. Il tempo aveva cambiato l’uomo che negli ultimi anni si commuoveva più facilmente, non aveva cambiato il tecnico che pretendeva sempre il massimo dai suoi. Aveva cominciato l’avventura da ct azzurro nel 1988, era ancora a capo del movimento ventuno anni dopo. Nel suo medagliere quattro ori, due argenti e sette bronzi olimpici. E ancora: tre ori, due argenti  e quattro bronzi Mondiali.
Ci manca. E non solo per questo.

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Alberto Castagnetti, dove e quando hai scoperto lo sport?
“Nella parrocchia di San Nazzato a Verona. Giocavo a pallone assieme a Pierluigi Cera, il libero del Cagliari e della Nazionale. Poi sono passato allo sci.”
Altri sportivi in casa?
“La mia era una famiglia medio borghese. Papà Mario era dirigente di una casa tedesca di trattori. Siamo diventati benestanti quando mamma Maria ha fatto 12 al Totocalcio. Nessun 13, i quattro 12 presero ciasuno sei milini di lire. Era la fine degli anni Quaranta e quelli erano tanti soldi. E pensare che aveva fatto la schedina facendo ruotare un dado con i tre segni.”
Lo sport quanto è entrato in famiglia?
“Siamo tre fratelli e abbiamo giocato tutti e tre a pallanuoto con la Rari Nantes Bentegodi. Mia sorella Maria Grazia è stata campionessa dei 100 rana. Ma soprattutto abbiamo realizzato i sogni di papà. Amava la lirica e Mario, il più grande, è diventato un cantante. Fa il basso in Francia, si è esibito all’Opera di parigi, ha inciso un disco con Renata Tebaldi. Papà voleva la sicurezza economica e Giannagelo è diventato dirigente di banca. A papà piaceva lo sport e io sono diventato nuotatore prima e allenatore dopo.”

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La lirica è una delle tue grandi passioni.
“Mi piacciono i cantanti del passato. In casa ho cinquemila dischi in vinile. Jussi Bjoirling è il mio preferito, adoro Hipolito Lazaro che ha fatto la prima incisione nella storia della discografia. Sono cresciuto con i suoni della musica classica come colonna sonora, vado spesso all’opera. E’ vero, è una mia grande passione.”
Ti sarebbe piaciuto cantare?
“Sognavo di fare il tenore, ma con la voce che ho non era proprio possibile.”
Quando hai capito che il nuoto sarebbe stato la tua vita?
“Nei primi anni Sessanta ho visitato le piscine dell’Università della Louisiana, ho visto i corsi per bambini e ho capito che sarebbe potuto diventare il mio lavoro. Ho ripreso a nuotare, poi assieme all’ingegnere Sartorelli ho aperto la prima piscina privata italiana. Ho cominciato da lì.”
Da atleta come te la cavavi?
“Nono, fuori per tre centesimi, dalla finale dell’Olimpiade di Monaco 1972 con la 4×100 sl. Avevo gareggiato con la febbre. Sesto ai Mondiali di Belgrado 1973 con la stessa staffetta.”
E a scuola come andavi?
“Ho preso la maturità scientifica, ho fatto il biennio di ingengeria e mi sono fermato lì.”
Hai detto di avere capito quale sarebbe stato il tuo futuro negli Stati Uniti. Per quale motivi ti trovavi in Louisiana?
“La mia prima moglie, che si chiama Patricia Peyton, viveva a New Orleans dove faceva la ballerina classica. Ero volato lì per stare con lei. Più di trent’anni fa abbiamo divorziato.”
Avete avuto dei figli?
“Due vivono ancora a New Orleans. La più grande si chiama Olivia. L’altra Linda, ma questo l’ho scoperto solo quando aveva 26 anni.”
In che senso?
“Io l’ho sempre chiamata Samantha. Era il nome che assieme alla madre avevamo deciso di darle. Quando è nata io ero in giro per il mondo. Al mio ritorno nessuno mi ha detto che per lei era stato scelto il nome della nonna, la mamma di mia moglie. E così l’ho chiamata Samantha, cosa che del resto faceva anche Patricia. Quando qualche anno fa le ho spedito un assegno intestato a Samantha Castagnetti, mi ha risposto: Grazie, papà. Ma non posso intascarlo, io mi chiamo Linda (questa storia la raccontava spesso, con il tempo ho capito che c’era un fondo di verità, il resto era frutto della sua voglia di prendersi e di prendere in giro il mondo)”

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Adesso hai un’altra famiglia.
“Ho sposato Isabella Sollazzi, una triestina che ho conosciuto all’Arena di Verona. Faceva la ballerina classica, ha danzato anche alla Scala. Quattro anni fa è andata in pensione, ha preso la maturità scientifica e adesso è iscritta a Letteratura Moderna. Studia di notte. E’ un fenomeno.”
Avete figli?
“Veronica ha 27 anni e fa l’architetto, lavora a Londra. Segue la ristrutturazione delle proprietà della Regina Elisabetta. Vittoria ha 18 anni e poca voglia di studiare. Lei canta. E’ stata nel coro della Tosca all’Arena. Suona. Ha imparato da autodidatta il pianoforte e il flauto traverso. Recita con la scuola. Capisci che per studiare ti tempo ne ha davvero poco.”
Una moglie, due figlie, so che nella casa di Verona hai altri ospiti.
“Due cani lupo e otto gatti. Tutti trovatelli. Li abbiamo accolti in casa con tanto amore.”
Come è nata la tua avventura da allenatore?
“Ho cominciato preparando gli esordiente, poi ho avuto una piccola squadra, quindi ne ho messa su una con la Felotti, Guarducci, Rampazzo, Carey. Pagavo io per mantenere il tutto, le difficoltà economiche non erano poche. Quindi Brescia mi ha offetto di andare lì. Avevo visto Giorgio Lamberti (foto sotto) ai Mondiali di Madrid. Era un fenomeno. Io l’ho fatto andare più forte. Secondo agli Europei dietro Holmets. Male ai Giochi di Seul. Oro e record mondiale a Bonn. Vent’anni fa nuotava i 200 sl in 1:46, senza l’aiuto dei costumi, delle virate e niente altro di particolare. Ho ancora un grande rammarico perché si è fermato troppo presto. Poi sono arrivati Fioravanti, Brembilla e gli altri.”

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C’è qualcuno dei tuoi ragazzi che ti ha sorpreso?
“Fioravanti a Sydney quando ha vinto l’oro nei 200 rana. E Federica quando ha fatto il mondiale dei 400 sl. In nessuno dei due casi pensavo potessero andare così forte.”
Cosa ti ha meravigliato della prestazione della Pellegrini?
“Sarei stato contento se avesse nuotato in 4:03. Gli allenamenti prima del record non mi avevano entusiasmato. Ma forse il fatto è che non ho termini di paragone, non ho mai avuto una ragazza che andasse così forte.”
Il nuoto non permette a un allenatore di intervenire durante la gara. Come si ovvia a questo problema?
“Gli atleti devono sapere gestire la gara. Non c’è sport più ripetitivo del nuoto. Loro sanno perfettamente quello che stanno facendo, lo sanno in ogni momento. In allenamento devo creare quei meccanismi che poi rendano automatico il rtimo, il gesto, il movimento.”

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Quale è stato il cambiamento più importante, dal punto di vista tecnico nei tuoi vent’anni nel nuoto come ct?
“La virata. Il modo di farla. E’ quella che ha inciso maggiormente sull’abbassamento dei record.”
Abbiamo parlato di tante cose. Chiudiamo con una domanda che potrebbe sembrare provocatoria, ma che vuole solo definire meglio il tuo personaggio.
“Spara”
Pensi di avere dei nemici?
“Non credo. Diciamo che ci sarà qualcuno che mi invidia. Ma questo è nella norma delle cose. E poi, come spesso dice spesso Barelli, spero scherzando: forse sono solo fortunato.”

Sinner è davvero forte, ma non caricate sulle sue spalle 45 anni di astinenza…

Lo scorso novembre Jannik Sinner ha vinto a Sofia ed è diventato il più giovane italiano a imporsi in un torneo ATP. E si è scatenato l’inferno. Davanti a lui si è presentata l’Italia affamata. Il popolo del tennis è a digiuno da troppo tempo. Sono passati 45 anni dall’ultima volta che un italiano ha vinto un torneo dello Slam. Questa astinenza ha provocato una corsa forsennata. Tutti gli chiedono di vincere e di farlo senza aspettare. Subito, adesso. Ma se urliamo oggi, cosa mai dovremmo fare quando l’obiettivo sarà centrato?
A 19 anni è entrato nel mondo degli adulti.
Un mondo in cui si consuma tutto in fretta. Jannik ha appena cominciato a godersi il presente, a sognare il futuro, e già lo tirano per la giacchetta cercando di assegnargli tornei che deve ancora giocare, di metterlo sul trono di re del mondo quando ha appena cominciato la scalata alla Top Ten. Passi da fare ne ha ancora tanti. E questo dovrebbe renderci felici, perché la domanda è: se è già forte oggi, cosa potrebbe diventare se ogni elemento del puzzle andasse al suo posto?
Il ragazzo ha cominciato la scalata, ha giocato appena 64 partite nei tornei ATP. Abbassate i toni, se potete. Lui è bravo, forte, sicuro, rispettoso. Ma perché rovinare tutto trasformando uno starnuto in un uragano?
È in finale a Miami, in un Master 1000. Un grande risultato, ma va gustato come se bevessimo un whiskey pregiato. Sorseggiando, non buttando giù tutto in un sorso.
Sui social che fino a ieri non sapevano neppure chi fosse, ora lo chiamano per nome e gli predicono come minimo un Grand Slam, un filotto che parte dagli Australian Open e arriva agli US Open, passando per Roland Garros e Wimbledon. Tutto in un anno. Descrive il suo gioco chi fino a ieri spiegava i vaccini anti Covid, le invasioni di Bill Gates, l’alta finanza, la biologia, la cucina e l’economia domestica. Esperti in tutto, perché non aggiungere il tennis? Sui giornali, parolai pagati un tanto a metafora lo descrivono nei momenti più intimi, anche se lo hanno sentito parlare, forse, una sola volta in televisione.
Gli sportivi da poltrona in Italia sono milioni, molti dei quali appartengono al popolo del calcio. Quello che fa un processo ed emette una sentenza a ogni giornata di campionato. Vinciamo lo scudetto oggi, andiamo in serie B la prossima domenica. E giudicano il resto dello sport allo stesso modo. Sinner è un fenomeno, vincerà già quest’anno uno Slam, è il solito italiano che quando arriva il momento della verità se la fa sotto. Ma di cosa diavolo parlate?
Abbiate un attimo di lucidità. Jannik Sinner ha molte doti del campione, altre le deve ancora acquisire. A 19 anni ha tutto il tempo per farlo. Dategli tregua. Applauditelo, fategli i complimenti, sognate pure. Ma non mettete sulle sue spalle il peso di 45 anni di astinenza.
Quando arriverà il momento giusto sarà lui a dare il segnale. E allora sì che scateneremo l’inferno…

Benny Briscoe. Lo chiamavano Il Cattivo, ha fatto tremare anche Monzon

Copia di Monzon soffre

Benny Briscoe era per tutti “Bad”, il Cattivo. Sul ring era il diavolo, il peccato. Chiunque salisse a battersi con lui sapeva che sarebbe andato incontro a pene da scontare, riprese in cui soffrire.
Cranio rasato, fisico compatto, nessun timore. Si muoveva sempre allo stesso modo, chiunque avesse davanti. Avanzava a piccoli passi, quasi saltellando, e cercava il modo migliore per picchiare. Non si preoccupava di sapere chi fosse il nemico di quella notte.
Erano anni di grande intensità per la boxe, i pugili combattevano spesso, senza grande preavviso e non rifiutavano mai un avversario. Meno categorie, meno titoli a disposizione, più spettacolo. Gli eroi di quell’epoca erano sempre pronti a dare battaglia. E questo, Briscoe sapeva farlo proprio bene. Era felice di dare battaglia.
Era un incubo per gli avversari, una sorta di robot che pressava fino a quando il rivale non si trovava con le spalle alle corde e il nemico che lo guardava fisso negli occhi. Imprigionato, senza possibilità di fuga.
Piccoli oscillamenti del tronco, testa e busto leggermente in avanti, occhi fissi sulla preda. Poi il problema si riduceva a trovare lo spazio per mettere le mani. E quando arrivava a segno, il nemico, chiunque fosse, malediceva il momento in cui aveva accettato quel match. Il dolore saliva veloce al cervello e faceva abbassare la guardia. E lui colpiva, colpiva, continuava a colpire.
Sembrava godesse nel leggere sul volto del rivale la paura, lo smarrimento. Un terzo degli avversari aveva dovuto prendersi un lungo periodo di riposo prima di tornare a combattere, dieci di loro erano stati addirittura costretti a ritirarsi dopo avere assaggiato la potenza di quei colpi.
«Ogni pugile che ho colpito si è dovuto arrendere e se non l’ha fatto è rimasto segnato per il resto della vita».

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Monzon interpretava la boxe sulla stessa lunghezza d’onda. Cercava la distruzione del rivale, per lui non c’era altro modo di concepire un match.
«L’unica emozione che provo sul ring è l’odio per il mio avversario».
Carlos aveva rispetto per Benny Briscoe.
«È uno tosto. Ti fa lavorare. Negli Stati Uniti i pugili legano, ti impediscono di boxare. A me piace boxare da fuori, ho le braccia lunghe. Anche Emile Griffith era bravo, conosceva tutti i trucchi. Ma Benny Briscoe è un duro, uno che ti fa soffrire».
Si erano già affrontati una volta, cinque anni prima a Buenos Aires, ed era finita in parità dopo dieci riprese piene d’azione. Due giudici non avevano visto un vincitore (198-198, all’epoca il punteggio massimo per round era 20), il terzo aveva assegnato il match all’argentino (198-197). Alcuni testimoni oculari però, anche tra I giornalisti sudamericani, giuravano che quell’incontro avrebbe dovuto essere assegnato all’americano (quattro riprese per lui, due per Carlos e quattro pari) che, nel sesto round, aveva anche messo seriamente in difficoltà il rivale. Per l’uomo di Filadelfia era stato un verdetto che suonava decisamente falso, un regalo fatto dall’Argentina a un figlio che si stava facendo volere bene.
Adesso si ritrovavano di fronte. Stesso ring, quello del Luna Park. Benny “Bad” Briscoe stava venendo ancora una volta in casa del nemico per prendersi quello che, pensava, gli appartenesse di diritto. Arrivava da Filadelfia, la patria del pugilato. Un peso medio capace di battersi in quella città era già garanzia di valori alti, assoluti.

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Briscoe era nato ad Atlanta, in Georgia, ma viveva da sempre a Filadelfia. Lavorava otto ore al giorno per il Comune. Prima era stato impegnato nella derattizzazione, poi nella raccolta dei rifiuti.
Benny, come li uccidevi i topi? Col veleno?
«Li chiudevamo in una stanza, poi andavamo a cacciarli con una mazza da baseball e li schiacciavamo».
E questo era un po’ quello che cercava di fare anche con gli avversari. Li chiudeva in un angolo del ring e poi tirava randellate fino a quando quelli non andavano giù.
Combatteva al piccolo Blue Horizon. Una caverna spoglia e piena di fumo che raccoglieva al massimo millecinquecento spettatori. Gente tosta, che sapeva cosa fosse un match di boxe. Dalle balconate sopra il ring potevano allungarsi fino a quasi a toccare con le mani i pugili.
Lì, il 30 settembre del 1969 Benny aveva fatto il tutto esaurito, 1606 persone pigiate in un’arena che poteva ospitare solo 1300 spettatori. Aveva messo ko Tito Marshall al primo round, aveva raccolto l’applauso dei tifosi e aveva subito cominciato a prepararsi per la prossima battaglia.
Cresciuto di livello, Briscoe era poi passato ad esibirsi allo Spectrum. L’arena al coperto all’epoca del secondo match con Monzon, non era ancora stata celebrata da Sylvester “Rocky” Stallone. Ma aveva già ospitato grandi eventi e poteva contare su una capacità di oltre 17.000 posti a sedere. Un grande impianto, degno dei campioni più forti. Benny Bad Briscoe affrontava tutti e vinceva spesso.
Sui pantaloncini portava la stella di David. Dicevano che lo facesse perché era di religione ebraica. In realtà era più un omaggio ai due manager (Arnold Weiss e Jimmy Iselin, il figlio di John, proprietario dei New York Jets, squadra di football americano), che la testimonianza di una fede a cui si era convertito in età matura.
Quindicimila dollari era la borsa di Briscoe, lo sfidante che era salito sul ring non al massimo della condizione per colpa di un’epatite da cui non era del tutto guarito.
I soldi non erano certo il principale motivo per cui l’uomo di Filadelfia combatteva, ma gli erano comunque serviti per realizzare il sogno di una vita. Comprare una casa con sei stanze e due bagni per la mamma. Era un tenerone Benny Bad Briscoe.
C’era poca gente dentro il Luna Park quella notte.
L’impianto poteva contenere quasi ventimila spettatori, solo in millecinquecento erano stati così coraggiosi da sfidare il maltemo. La pioggia aveva tenuto lontano tifosi e appassionati.

Bam. Il destro era arrivato secco, potente, distruttore. E aveva centrato Monzon al volto. Mancava poco meno di un minuto alla fine del nono round e fuori continuava a piovere, quell’11 novembre del 1972. Fino a quel momento l’argentino aveva dominato la sfida. Montanti sinistri e diretti destri si erano abbattuti sull’americano che incassava e continuava a venire avanti. Senza paura, con grande coraggio, ma senza ottenere risultati accettabili.
Sui cartellini dei giudici c’erano sette riprese per il campione, solo una per lo sfidante. Il Cattivo cercava un angolo, uno spiraglio. Gli servivano per mettersi in pari con tutto quello che la vita fino a quel momento gli aveva negato. Un pugile sa che deve meritarsi la grande occasione. E nessuno poteva dire che Benny Briscoe non se la fosse meritata.
Bad non si era mai risparmiato sul ring. Ma il titolo mondiale non era mai arrivato.
Adesso eccolo lì, vicino come non lo era mai stato.
Bam. Il destro dell’uomo calvo aveva scosso Monzon.
L’argentino era rimasto sorpreso che fosse accaduto, che ad essere in difficoltà adesso fosse lui. Un macho che passava come un treno sopra ogni nemico, senza curarsi delle macerie che lasciava lungo il cammino.
Sapeva che Briscoe era diverso dagli altri, era un duro come lui. Per questo lo rispettava. Un peso medio di Filadelfia, un certificato che garantiva la qualità del prodotto.
Carlos lo rispettava, ma non accettava l’idea di essere sconfitto.
Neppure da uno come lui.
Benny si era lanciato su Monzon. Ora o mai più. Il gancio sinistro del pelato della Pennsylvania aveva nuovamente scosso il campione. Adesso mancavano quaranta secondi alla fine del round. Doveva fare in fretta.
Si sentiva attraversato da una comprensibile frenesia.
Aveva paura che il momento passasse, che il gong arrivasse a salvare l’argentino regalandogli il tempo che gli serviva per riprendersi. E allora aveva continuato ad andare avanti e aveva piazzato un altro diretto destro. Meno potente del primo, ma comunque in grado di fare male. Monzon piegava le gambe, legava, abbracciava l’avversario. Mancavano venti secondi alla fine del nono round.
«In quegli attimi di confusione, di annebbiamento, vedevo davanti a me due Briscoe. Uno a destra, l’altro a sinistra. Due immagini confuse. Ho scelto quello a destra, mi è andata bene. L’ho colpito ed ho capito che avrei recuperato e portato a casa anche quel match».
Dieci secondi alla fine. Nessun altro colpo.
Finiva lì il Grande Sogno. Benny Briscoe non sarebbe mai diventato campione del mondo dei pesi medi.
Come era già accaduto in passato a grandi pugili come Lazslo Papp, Rubin Hurricane Carter, o i nostri Anacleto Locatelli e Roberto Proietti, il titolo assoluto sarebbe rimasto un traguardo impossibile. Briscoe avrebbe guadagnato rispetto, ammirazione, pacche sulle spalle e commenti positivi. Ma la cintura mondiale non l’avrebbe mai riportata a casa.

(tratto da “Carlos Monzon, il professionista della violenza” di Riccardo Romani e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

Dal 2015 a oggi ha perso sei match su otto, l’ultimo per kot 1. Il 17 aprile farà il mondiale!


Il pugilato femminile fatica a guadagnare credibilità.
Clarissa Shields e Katie Taylor sono eccezioni. Tutte le donne impegnate in questo difficile sport lottano per avere il rispetto che ogni pugile merita.
Accade però che le associazioni facciano di tutto per non averlo questo rispetto.
World Boxing Associatione e World Boxing Council hanno approvato il mondiale vacante dei mediomassimi tra Hanna Gabriels (nella foto grande) e Martha Patricia Lara Gaytòn (nella foto piccola).
Nulla da dire sulla prima. Ha già vinto il titolo in due differenti categorie di peso, a 38 anni ha messo assieme un record di 20-2-1, 11 ko. È stata la prima a mettere knock down la stessa Shields, cedendo poi ai punti.
L’altra non si muove su questo livello. Il suo record dice 11-9-0. Dal 2 ottobre 2015 a oggi ha messo assieme due vittorie e sei sconfitte. Nell’ultimo match è rimasta in piedi 1:17 contro Shadasia Green, che (ovviamente) non è stata interpellata per questo titolo vacante. Nonostante il disastro degli ultimi sei anni, la Gayton è numero 7 per WBA e WBC tra i supermedi. Figuratevi chi possono essere le altre che la seguono in classifica…
Hanna Gabriels ha una corsa preferenziale all’interno della WBA. Nel penultimo match ha difeso il titolo dei superwelter contro Sara Dwyer (3-4-2), vincendo nettamente ai punti in 10 round.
Il match si disputerà il 17 di questo mese al Fiesta Casino di San Josè in Costarica.
Con questo incontro il pugilato si confina in una nicchia scura, al limite della farsa.
A prescindere da come andrà il combattimento, c’è qualcuno in giro in grado di spiegare come può una pugile con
Un record di 11-9-0
Sei sconfitte negli ultimi otto match
Una sconfitta per ko 1 nell’ultimo incontro
Essere n. 7 per i due Enti principali

Disputare un mondiale
Ma forse oggi è primo aprile e la strana coppia (wba/wbc, volutamente in minuscolo) ci ha semplicemente fatto l’ennesimo scherzo.