Mistero attorno alla morte del giovane giordano. È la conseguenza di un vecchio trauma?

Sono emersi inquietanti retroscena dopo la morte del giovane pugile giordano Rashed Al Swaisat, che ha perso la vita martedì 27 aprile. Al Swaisat, che era nato il 18 maggio del 2002, è stato messo ko nel terzo round dell’incontro valido per i sedicesimi di finale dei Mondiali Youth, contro l’estone Anton Winogradov. Dopo avere subito la boxe del rivale nelle due riprese iniziali, ha preso l’ennesimo colpo ed è finito al tappeto. Ha perso conoscenza ed è andato giù. Soccorso da due medici, trasportato d’urgenza in ospedale è stato operato per un ematoma al cervello la notte del 16 aprile.
Ora sembra che la causa di quell’incidente non sia totalmente da attribuire ai colpi subiti nel combattimento contro l’estone.
L’infortunio probabilmente non è stato solo il risultato dei pugni di Winogradov. C’è in ballo un vecchio trauma” Lo ha detto a Radio Kielce il presidente dell’Associazione polacca di pugilato Grzegorz Nowaczek. E il quotidiano online polacco Fakt lo ha prontamente riportato.



Anche su questo l’Ufficio di Polizia del Dipartimento di Kielce East sta indagando. Ha sequestrato documenti, interrogato testimoni e ascoltato persone vicine al pugile.
Rashed, che avrebbe compiuto 19 anni tra meno di un mese, aveva cominciato a boxare quando ne aveva 13. Mancino, si era fatto subito notare. A 15 aveva esordito in nazionale arrivando ai quarti di finale nei campionati Asiatici Junior. A 17 era arrivato ancora una volta nei quarti. Era il 2019 e militava ancora nei welter, combatteva cioè a 69 chili. In Polonia ha invece sostenuto l’incontro da mediomassimo, a 81 kg.


Non è chiaro se il suo infortunio sia stato riportato durante il combattimento o sia invece la conseguenza dell’aggravamento di una condizione già esistente” scrive il Daily Mirror, a conferma delle voci che arrivano dalla Polonia.
Il mistero avvolge la tragedia e getta luci ancora più inquietanti sulla vicenda.

L’influenza dei social media sul futuro della boxe. Il pericolo che si trasformi in un videogioco

Esiste un solo bene, la conoscenza,
e un solo male, l’ignoranza.
(Socrate)

Lo sport si sta trasformando in un gigantesco videogame.
Recenti sondaggi dicono che i giovani preferiscono gli eSport (i videogiochi a livello competitivo) allo sport reale. Aggiungono, i sondaggi, che si è notevolmente ridotto lo spazio di tempo in cui la fascia di età tra i 13 e 24 anni è disposta a concentrarsi su un unico evento. Preferiscono una selezione ridotta di momenti chiave, all’intero svolgersi dell’avvenimento. Quindici minuti al massimo, non di più.
Racconta un giovane tecnico di Football Americano che quando tiene le riunioni tecniche è costretto a fare una pausa ogni mezz’ora, per consentire ai giocatori di controllare messaggi/sms e varie sui loro cellulari.
Il mondo cambia, lo sport si adatta. La boxe non sfugge alla regola.
Oggi non si chiede più di scatenare la passione, ma la capacità di generare emozioni forti, direi esasperate. Preferibilmente concentrare in uno spazio temporale ristretto.
L’evento deve essere sempre e comunque eccezionale.
La proposta commerciale, continuare a parlare di sport senza affiancare la parola spettacolo vorrebbe dire rimanere ancorati a un passato che non esiste più, deve essere esaltante.
Viviamo nell’era dei social media. Si sono sostituiti ai tradizionali produttori di cultura (4,2 miliardi di persone nel mondo ne sono fruitori). Libri, cinema e tv hanno ceduto il passo a Facebook, YouTube, Instagram, Twitter, Tik Tok e via cliccando. In alcuni casi i social hanno preso il posto della famiglia o della scuola. Sono loro i dispensatori di emozioni. Ed è a queste realtà che lo sport si deve aggrappare se vuole recuperare terreno tra i giovani.
La realtà esiste nella mente umana e non altrove, diceva George Orwell.
Ognuno inventa la sua, quella in cui gli piacerebbe vivere. Non si cura di ciò che gli occhi vedono, o le orecchie sentono. È convinto che il mondo sia come appare nella sua testa, perché è l’unico in cui è disposto a vivere. I fatti sono elementi che intralciano la realtà immaginaria. Non sono difficili da interpretare, ma sono impossibili da accettare. Meglio creare un contesto adatto al proprio io e muoversi all’interno di questo.
Nel mondo è calato l’interesse verso lo sport, è diminuito il numero dei tifosi. La nicchia del popolo della boxe non se ne è accorta.
Eppure i numeri dovrebbero avere aperto gli occhi anche ai meno propensi alle novità. Il pugilato che conta è solo quello a pagamento, a grandissimi livelli quello in pay per view. E dice che, esclusi quattro eventi (tutti legati a Floyd Mayweather), negli ultimi venti anni nessuno è riuscito a superare la quota di due milioni di contatti. Ci si rivolge dunque a un pubblico ristretto, disposto a spendere da 50 a 100 dollari per vedere un combattimento (il pacchetto che si compra offre l’intero programma della serata, ma chi paga è quasi sempre interessato all’incontro principale e poco più).
Promozione dell’avvenimento, lancio pubblicitario, scelta dei protagonisti. I pugili di richiamo non devono solo essere bravi. Terence Crawford vende decisamente poco, il doppio confronto Kovalev vs Ward qualche anno fa ha deluso tutti, in tempi recenti nessuno ha portato montagne di denaro all’organizzazione e ai pugili.
I protagonisti devono essere bravi, devono dividere, affascinare i tifosi spinti da sentimenti contrastanti. Odio o amore, sono gli elementi che gli interpreti devono essere in grado di generare. Devono vendere un prodotto, suscitando emozioni nel cuore di chi deve comprare.
Difficile trovare queste combinazioni nel pugilato contemporaneo, forse solo Canelo Alvarez, pesi massimi a parte, ci riesce. Ecco perché si tirano fuori dal passato vecchi, nel senso pieno del termine, campioni. Mike Tyson in esibizione con Roy Jones jr ha venduto 1,4 milioni di contatti in pay per view a 50 dollari per gli Stati Uniti (in Italia il prezzo era 9.99 euro, i dati sull’audience non sono stati resi pubblici). Visto il successo, si sono presentati all’incasso Evander Holyfield, Julio Cesar Chavez, Oscar De La Hoya, Erik Morales e altri ancora. Dovremmo vederli, prossimamente, sui ring americani.
Non siamo più in grado di creare miti, li prendiamo belli e fatti dal passato.
Ora siamo tutti in attesa di Tyson Fury vs Anthony Joshua che, dicono, potrebbe portare un movimento di denaro vicino a 220 milioni di sterline.
E questa è la cima della montagna. Sotto c’è il resto dell’universo boxe.
Borse infinitamente più basse per chi non è nella Top 10 dell’interesse mondiale.
Cifre tra 20.000/30.000 dollari per gli sfidanti nelle categorie più piccole; 50.000/100.000 per quelle che smuovono maggiore movimento di denaro; 100.000/200.000 per i campioni delle più pesanti, 30.000/50.000 per quelle meno.
Questo è il pugilato di oggi. Ha bisogno di spettacolarizzare, più di altri sport, l’evento. Ha necessità di campioni che eccitino lo spettatore, producano in lui la voglia di applaudirlo o la speranza di vederlo sconfitto. Servono protagonisti che sappiano recitare sul ring e fuori dal ring. Lo show si nutre di questo e chiede molto ai suoi attori.
Ho sempre più la sensazione che la boxe si sia già trasformata in un eSport. Un gioco in cui siano sempre gli stessi a muovere i comandi e si sia allargata a dismisura la forbice dei compensi tra creatori dell’evento e protagonisti dello stesso. Alla passione e alla realtà dei livelli tecnici è lasciato uno spazio minimo.
Si sta velocemente correndo verso un pugilato fatto di competitività estrema, soluzioni veloci, grande enfasi prima, durante e dopo il combattimento.
La mia speranza è che qualcosa dei vecchi valori rimanga. È una speranza che trova conforto nella stessa essenza di questo sport. Il pugilato è fatto da uomini (e donne) per uomini (e donne). Deve dare emozioni, creare un collegamento tra chi è sul ring e chi siede in platea o davanti a una tv. È uno sport che ha alla base sacrifici, sofferenza fisica e morale, dolore, rispetto. E tutto questo non puoi trovarlo in un videogioco. Se così non fosse, dovremmo ammettere di esserci trasformati in un mondo di robot.
Per salvarci da questa catastrofe dobbiamo recuperare la dignità del pensiero. Ritrovare quella voglia di studiare, di informarci, di conoscere. Rispolverare la curiosità, il bisogno di sapere. L’ignoranza è il grande nemico. Perché se ignori in quale mondo tu stia vivendo, non ne vedrai mai le storture. Esaltarsi per niente, non distinguere il diamante dall’imitazione, vivere in una realtà che non esiste, non aiuta a uscire fuori dalla zona pericolosa. Ci impedisce di vedere la luce della realtà. Inventarcene una solo nostra non è la soluzione.
Un mio amico dice che la speranza di una vittoria della conoscenza sulla gestione dello spettacolo appartiene a un vecchio modo di pensare. Aggiunge che una mutazione antropologica ha modificato i parametri. Oggi l’unica salvezza passa attraverso il recupero delle emozioni. Che può essere indotto o casuale, ma che in ogni caso (su questo siamo quasi d’accordo) può essere prodotto solo dai social. I cellulari, gli iPad, i computer sono gli attuali mezzi di propagazione della realtà. In alcuni casi si confondono con essa, al punto che solo quello che appare sui social attraverso il cellulare o l’iPad si pensa sia reale.
Non sono un nostalgico che crede solo nel passato. Ma è innegabile che alla mia età io possa trovare qualche difficoltà ad accettare questa mutazione. Ho difficoltà per quel che riguarda la navigazione nella realtà, ma anche per quel che concerne la concezione dello sport, il pugilato nello specifico. I campioni che hanno suscitato in me tante emozioni oggi sono difficili da trovare. E allora dico, avanti con tecnologia, nuove tecniche di management, rinnovo della gestione dell’atleta e del personaggio. Ma proviamo a non perdere di vista l’essenza della disciplina.
La tecnologia ha riportato sul set James Dean, morto più di sessant’anni fa. Ma quell’ologramma, se mai lo vedrò, genererà in me solo tristezza, non certo emozione. Non mi piace l’idea che tecnologia e nuove tecniche di mercato trasformino anche il pugilato in una realtà virtuale, più di quello che oggi è, fino a farlo diventare un eSport.
Ma credo proprio che sia una battaglia contro i mulini a vento.

Mondiali Youth in Polonia. Perde per ko, operato al cervello, muore un diciottenne giordano


Tragedia ai Mondiali Youth (riservati ad atleti di 17 e 18 anni di età) in corso a Kielce, in Polonia.
È morto il giordano Rashed Al-Swaisat (a sinistra nella foto).
Venerdì 16 aprile era stato sconfitto per ko al terzo round dall’estone Anton Winogradow, nella categoria mediomassimi (81 kg).
Crollato a terra, aveva perso conoscenza. Immediatamente i dottori di servizio avevano prestato le prime cure, era stato poi portato d’urgenza in ospedale dove nella notte era stato operato al cervello.
Ricoverato in terapia intensiva, non aveva dato segnali di miglioramento.
Martedì 27 aprile se ne è andato via per sempre. Aveva 18 anni.
L’AIBA ha rilasciato una breve dichiarazione: “È con profonda tristezza che abbiamo appreso della scomparsa di Rashed Al-Swaisat, pugile della Giordania. Era stato ricoverato in ospedale il 16 aprile in seguito a un match durante i Campionati mondiali giovanili AIBA. Rashed è nei nostri cuori e nelle nostre preghiere. Il nostro pensiero va alla famiglia, agli amici e ai compagni di squadra, ai quali porgiamo le nostre più sincere condoglianze”.
La polizia polacca ha aperto un indagine sull’incidente.

Auguri Nino per i tuoi 83 anni. Grazie per quella magica notte nella pancia del Garden

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“Dimmi, James: li ricordi, tu, i bei giorni andati?”
“Ogni anno che passa, sempre di più”
(John Hurt e Kris Kristofferson, I cancelli del cielo)

Questo che volge alla fine è un mese magico per Benvenuti. Il 17 aprile 1967 ha sconfitto Emile Griffith al Madison Square Garden di New York ed è diventato campione mondiale dei pesi medi. In questo mese è anche nato, il 26 aprile del 1938. Oggi è il suo 83esimo compleanno. Il ricordo di quell’indimenticabile notte al Garden è il mio regalo per il grande campione. Auguri Nino. 


Un silenzio assoluto. L’oscurità attenuata da flebili luci. Un uomo disteso sul lettino dei massaggi, attorno a lui poche persone. Davanti alla porta dello spogliatoio un altro uomo. Lo chiamano il guardiano della serenità, è qui per evitare che qualche scriteriato spezzi la concentrazione del campione.
Nino sta per vivere la notte più importante della vita, ha bisogno di ogni stilla di energia.
È nella pancia sacra del Madison Square Garden, lì dove nasce ogni grande avventura. Su questo ring hanno combattuto Joe Louis, Sugar Ray Robinson, Jake LaMotta, Rocky Marciano. L’arena ha più volte cambiato indirizzo, ma l’anima è rimasta sempre la stessa. Benvenuti è solo, come ogni pugile sa di essere alla vigilia della sfida decisiva.
Il dottor Harry Kleimann controlla le pulsazioni, sono 56 al minuto. Esce chiedendosi se quel ragazzo sia incosciente o troppo sicuro di sé.
Un silenzio assoluto riempie la penombra del camerino.

Griffith

Nino vuole isolarsi dal resto del mondo e allo stesso tempo esserne parte integrante. Cerca quello che da tempo chiama il suo Nirvana. Vuole salire sul ring leggero, nella condizione migliore per dare il meglio di sé. Davanti avrà Emile Griffith, un grande campione.
È la notte di lunedì, 17 aprile 1967.
Il mondiale dei medi è ancora un sogno.
C’è un silenzio assordante nel camerino del Madison.
Il massaggiatore ha finito il lavoro. È quasi arrivato il tempo di andare. Benvenuti si sente finalmente leggero, avverte però un peso che deve riuscire a trasformare in una grande spinta.
Da quando è arrivato a New York ha incrociato centinaia di italiani che gli hanno dato una pacca sulle spalle, hanno voluto una foto con lui, gli hanno ricordato cosa significherebbe avere uno di loro campione del mondo. Benvenuti non ha lottato per scacciare quei pensieri, ci si è adagiato dentro, si è fatto cullare da quelle parole.


Quattro charter di tifosi sono volati dall’Italia per essere qui a incitarlo. L’America degli anni Sessanta è qualcosa di molto lontano per noi. Cosa sappiamo? I libri ci raccontano la storia di quel popolo, ma sono in pochi a conoscere l’America moderna. Dicono: vado lì, qualcosa accadrà. Venire trasportati a New York, anche se solo via radio, vuol dire essere nel mondo nuovo, partecipare direttamente all’evento.
Abbiamo letto drammatici reportage dagli inviati in Vietnam, crediamo di sapere tutto su quel Paese in fiamme. Scopriremo negli anni di sapere assai poco su cosa sia accaduto a sud del diciassettesimo parallelo. Lì dove vietcong e truppe regolari vietnamite hanno sconfitto il gigante americano.
Gli Stati Uniti sono una nazione assai più distante delle migliaia di chilometri che la separano dall’Italia. Ci sono sembrati lontani anni luce quando hanno dato voce agli incappucciati del Ku Klux Klan che chiedevano il rogo per i Beatles. L‘intellighènzia italiana non ci ha aiutati a capire il fenomeno, ha preferito osservarlo da lontano. Quando Nino attraversava l’Oceano i settimanali politici di casa nostra già sentenziavano la fine del gruppo inglese che aveva osato sfidare il conformismo del tempo. Eppure i Beatles l’anno prima avevano realizzato Revolver, un capolavoro. E nel ’67 avevano replicato con Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band. L’anno dopo avrebbero pubblicato The Beatles (noto universalmente come l’album bianco) e l’anno dopo ancora Abbey Road. Finiti? Ma fateci il piacere.


Nino ci prende per mano e ci porta tra le strade di New York, grattacieli che evocano un mondo diverso, un universo in cui tutto sembra possibile. Ci siamo dentro e non è stato il cinema ad aiutarci, le storie che passano sullo schermo sono senza tempo. Non sono stati neppure certi giornali che vedono una verità distorta. Grazie a un campione di boxe stiamo vivendo in presa diretta la grande avventura. C’è l’Italia intera sulle gradinate del Madison Square Garden. Non ci sono ancora aerei super veloci e il costo del biglietto non è tassa che molti possano permettersi. Il racconto degli States resta spesso affidato a libri e film. Quindi, in gran parte, alla fantasia.

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In questi anni le nostre case si sono riempite di rumori e di luce. Un salto in avanti nel tempo rispetto al grigiore degli anni Cinquanta. L’elettricità ha ridisegnato le abitazioni. I giradischi sono diventati strumenti indispensabili per i ragazzi, nove milioni di italiani hanno comprato un televisore. E quelli che ancora non ce l’hanno, si radunano in casa degli amici più fortunati. Venti milioni di telespettatori per la finale di Canzonissima, altrettanti per l’ultima serata del Festival di Sanremo. Ma c’è ancora chi pretende di pensare per noi.
Il Governo italiano vieta la trasmissione in diretta televisiva del mondiale. Teme che gli italiani, restando in piedi sino all’alba (il match comincia alle 22:00 di New York, le 04:00 del mattino a Roma) non si presenteranno domani al lavoro. È stata concessa, in via eccezionale, la radiocronaca. In cinquemila, solo a Milano, prenotano la sveglia telefonica per le 03:00. In diciotto milioni ascolteranno la voce di Paolo Valenti, abile narratore della grande avventura. Una nazione intera spinge Nino, vuole accompagnarlo sul tetto del mondo.
È il momento di andare. A bordo ring per il Corriere dello Sport c’è Franco Dominici (con Nino nella foto sotto), un fuoriclasse del giornalismo. È stato lui a raccontare quella splendida avventura.
Bruno Amaduzzi, Libero Golinelli e Benvenuti lasciano il silenzio irreale dello spogliatoio e si incamminano nel tunnel che porta all’arena. Il rumore cresce lentamente, quando passa sulla testa provoca un frastuono infernale. Le urla del Madison Square Garden travolgono il terzetto.
«Ni-no, Ni-no, Ni-no, Ni-no!»
C’è da impazzire.

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Sono in tanti a ritmare quel nome. Uomini arrivati quaggiù pieni di speranze, paisà che cercano riscatto attraverso la vittoria di uno come loro, signori che all’America (come dicono in molti) hanno fatto fortuna. Incitano, urlano, sognano. È in quel preciso momento che Nino avverte una strana sensazione. Scopre di sentirsi protetto. Quella gente è con lui.
Tanti italiani, tante bandiere tricolori. È difficile rimanere calmo, ma lui ce la fa. È in un altro mondo, isolato da tutto. Nel resto della carriera non riuscirà mai più a sentirsi così. Solo nella folla. Non c’è tensione nell’animo. Può essere pericoloso non sentire quella carica agonistica che la tensione sa regalarti. Ma Nino stavolta non ne ha bisogno. Sa esattamente quello che farà. Subito dopo il gong sarà lui a tirare il primo pugno. E andrà avanti su quella strada, sino alla vittoria.


Il match è duro, spietato.
Un montante destro al secondo round e Griffith va giù. Emilio si ferma un attimo, Nino quasi lo spinge. L’americano si aggrappa al suo guantone nell’estremo tentativo di rimanere in piedi, ma Benvenuti riesce a liberarsi dalla morsa e l’altro finisce al tappeto. L’italiano sa di averlo preso perfettamente, è un colpo che ha studiato a lungo in palestra. Qualcuno dei suoi sparring partner è anche finito knock down. L’ha provato con i guantoni grossi, funzionava. E funziona anche nel match per il titolo.
Ma Emilio quel colpo terribile riesce ad assorbirlo. Lo accusa, ma non perde conoscenza. Si rialza immediatamente. Nino prova ad accelerare per vedere le sue reazioni. E scopre che non è ancora arrivato il momento di forzare.
Poi, è lui ad andare giù nella quarta ripresa. Perde l’equilibrio, il colpo gli arriva all’orecchio. Cade dritto, neppure si piega. Nella testa ha un solo pensiero, la paura di non essere più in grado di rimanere in piedi. Non è suonato. Purtroppo capisce tutto. Sente un fischio all’orecchio, realizza che l’equilibrio è diventato instabile, deve far passare il tempo. Sfrutta gli otto secondi di conteggio, gliene servono altri tre o quattro per recuperare. Ce la fa. Ma il pericolo è sempre lì, a meno di un passo da lui.


Nino continua a chiedersi: e adesso cosa succederà? Non perde i sensi, rimane presente a se stesso. È sempre lui, quello che vuole vincere. Ha appena attraversato il momento più brutto del match ed è riuscito a superarlo. Nella vita ci sono dei passaggi obbligati, ti sembrano ostacoli insormontabili, ma sono proprio quelli i momenti in cui ti senti un predestinato. A Griffith sarebbero bastati un paio di colpi in più in quella ripresa e avrebbe vinto.
Negli ultimi due round Nino compie un piccolo miracolo. Combatte a mani basse, portando dei montanti al corpo. Quando mai farà ancora cose del genere? È nelle condizioni ideali, può permettersi quell’atteggiamento. Riesce ad attingere a ogni risorsa del suo corpo. Accade poche volte in una vita intera.
Si sente imbattibile.
Alla fine il verdetto lo premia.

Nino Benvenuti-Middleweight Boxing Champ September 25, 1967 X 12341 / X 12527 credit: Herb Scharfman/Tony Triolo

Nino Benvenuti è il nuovo campione del mondo dei pesi medi. Ha conquistato il titolo quaggiù, in America. Suonano le sirene delle navi ancorate al porto di New York. Gli emigranti tirano fuori mille bandiere italiane, finalmente possono sfidare i compagni di lavoro («Sì, sono italiano, come il campione del mondo»). Molte coppie, negli anni, racconteranno a Benvenuti di avere fatto l’amore proprio questa notte e di avere chiamato Giovanni il bambino nato nove mesi dopo. Gente che non ha mai toccato vino, beve fino a ubriacarsi. Anche chi normalmente va a letto alle dieci di sera fa mattina senza stancarsi.
Questo 17 aprile del ‘67 è sicuramente una serata magica.

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Nino non riesce a percepire subito il valore dell’impresa che ha compiuto. I primi segnali arrivano il giorno dopo. La gente lo ferma per strada per dirgli: «Adesso possiamo andare ad affrontare le fatiche di tutti i giorni dicendo che siamo italiani come Nino Benvenuti». Magari il giorno prima in fabbrica li prendevano in giro. E invece ha vinto lui. No, non capisce subito cosa sia riuscito a fare. Poi, ne rimane quasi spaventato.
L’Italia impazzisce, ma anche l’America viene conquistata da quel bel ragazzo con un’incredibile capacità di comunicare. La Paramount gli offre 100.000 dollari per dare il nome a una catena di ristoranti. Si chiameranno Nino’s. La prestigiosa rivista Life gli dedica la copertina. In qualunque strada del Paese passeggi, Nino è costretto a fermarsi almeno dieci volte. Stringe mani, firma autografi, si lascia fotografare.
E ancora una volta, dopo aver lanciato uno sguardo al cielo, dice: «Grazie».
Mamma Dora è sempre lì, nel suo cuore.

Josè Mantequilla Napoles ha un sogno. Arriva Monzon e diventa un incubo…

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Era acqua ghiacciata quella che veniva giù dal cielo.
Il vento soffiava forte e toglieva il respiro.
Il capannone del circo era montato su un terreno abbandonato. Il fango rendeva difficile ogni piccolo passo. Uomini e donne arrivavano ai confini di quello spazio umido e sporco in gruppi di tre o quattro. Procedevano cercando aiuto in una passerella di legno. Altre tavole segnavano il cammino verso la meta, indicata da una luce che usciva da una piccola porta in fondo alla strada. Grosse frecce all’uscita della metropolitana suggerivano la via per raggiungere il luogo dell’evento. I pugili erano rintanati in due camper che comunicavano con il tendone attraverso gallerie all’aperto.
Erano venuti in tanti per vedere un uomo di trentatrè anni salire sul ring portandosi dietro dieci centimetri e cinque chili in meno del suo rivale.
In molti amavano Josè Napoles.

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Lo chiamavano Mantequilla perché i colpi sembrava scivolassero sul suo corpo. Sgusciava via, sempre e comunque, come un panino di burro. Schivate millimetriche che rivelavano la grandezza del fuoriclasse. Abile sul piano tecnico, ma dotato anche di pugno pesante. Era stato campione del mondo per sei anni, tranne una breve parentesi di pochi mesi. Carlos Ortiz si era sempre rifiutato di affrontarlo. Aveva battuto Curtis Cokes, Emile Griffith, Ernie Lopez, Billy Backus, Horacio Agustin Saldano. Peccato fosse un welter naturale, forse il migliore dopo Sugar Ray Robinson.
Il titolo in palio in quella fredda notte parigina era quello dei medi.
Un giovane francese con il viso d’angelo impartiva ordini con voce metallica. Curava gli ospiti di bordo ring, voleva che lì tutto fosse perfetto. Il resto del pubblico poteva anche maledire il momento in cui aveva deciso di comprare il biglietto. Alain Delon indossava un cappotto di cammello che gli stava a pennello, i capelli erano tenuti assieme da un leggero strato di gel.
Josè Napoles si era allenato nella palestra Jovert, nella zona nord ovest di Parigi. Un locale pieno di ragazzi che ogni pomeriggio, prima di cominciare il lavoro, alzavano lo sguardo verso la foto di Marcel Cerdan: l’algerino di Parigi, il campione del mondo dei pesi medi, l’amante di Edith Piaf, l’idolo della Francia intera. Il profumo delle Gauloises riempiva l’aria. Un odore forte, acre che sembrava l’ideale compagnia per quegli uomini che avevano scelto un mestiere così difficile.

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Napoles era nato a Cuba, aveva imparato a fare a pugni per le strade dell’Avana. Lavorava come lustrascarpe e andava in palestra. Buon dilettante, aveva cominciato l’attività sotto la guida di tre zii. Poi era passato professionista. Nel ‘61 Fidel aveva vietato la boxe “dei capitalisti” e lui era scappato in Messico portandosi dietro un record di 17 vittorie e una sconfitta. Il maestro che lo seguiva si chiamava Alfred Cruz, detto Kid Rapidez. Era esperto di Santeria, la stregoneria cubana. A pochi minuti dal match potevi tranquillamente trovarlo sotto la doccia che sgozzava un pollo, o potevi scoprirlo appena dopo il peso mentre bruciava candele votive in albergo.
Napoles aveva affrontato i migliori.

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Saliva sul ring e boxava tenendo le mani basse, schivando i colpi con un leggero movimento della testa e del tronco. Per cinque anni era stato il numero 1 dei pesi leggeri, ma non era riuscito ad avere l’occasione mondiale.
Fisico compatto, faccia tonda, incattivita da un paio di baffi da bandito, Jose Angel Napoles amava le donne in un modo selvaggio. Poco sentimento e tanto sesso.
“È arrivato il falco che mangerà le pollastrelle” era il suo grido di battaglia.
Adorava fare l’alba e cercare il grande colpo scommettendo su cavalli cha i bookmaker offrivano a 20 contro 1. In un solo pomeriggio aveva perso 30.000 dollari, una fortuna. Gli piaceva bere. Eric Thomas, detto “Baby Cassius” era uno dei suoi sparring più assidui. Raccontava che più di una volta aveva sentito l’odore dell’alcool uscire dalla bocca del campione durante le sedute di allenamento. Aveva aggiunto che quando si accorgeva di essere stato scoperto, Napoles diventava cattivo.
“Un pomeriggio mi ha fatto davvero male. Ero lì, tutto quello che volevo era guadagnare qualche dollaro per passare un buon Natale. Ma lui ha cercato di uccidermi a forza di pugni. Colpiva, colpiva, colpiva. Sembrava non ne avesse mai abbastanza”.

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Il circo era pieno. Un gruppo di messicani ritmava senza pause il canto di guerra.
“Me-hi-co, rah, rah, rah; Me-hi-co, rah, rah, rah “.
Gli argentini, più numerosi, urlavano ingiurie sanguinose e minacce di distruzione. Il fumo delle sigarette avvolgeva le prime file di bordo ring.
Fuori la pioggia ghiacciata continuava a venire giù come se volesse maledire quel giovane attore che aveva osato mettere in piedi la grande sfida. Accanto a lui si muoveva Rodolfo Sabbatini, il promoter romano che gestiva Monzon in Europa.
Gli spettatori applaudivano, si scaldavano le mani in attesa che quei due cominciassero a darsele di santa ragione. Perché era questo che volevano. Uno spettacolo di lotta senza risparmio. Sapevano che l’avrebbero avuto. Monzon non aveva mai deluso su questo piano e Napoles aveva fatto chiaramente capire che sarebbe andato a caccia del pugno pesante. Volevano lacrime e sangue, sarebbero stati accontentati.
Pioggia e freddo fuori, caldo dentro.
Carlos Monzon e Josè Napoles salivano sul ring, era la sera del 9 febbraio del ‘74.

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Durava meno di tre round la speranza del messicano di Cuba. Metteva a segno un destro che toccava la mascella di Monzon e la storia finiva lì, anche se Josè continuava ad avanzare, saltellando, come se stesse ballando sulle punte. Andava a cercare il campione, ma era una guerra impari. C’era troppa differenza fisica, almeno due categorie in più in favore dell’argentino. Il destro di Carlos era lungo, sembrava non dovesse mai avere fine. Veniva giù come quelle enormi palle di ferro che abbattono i palazzi e provocava danni pesanti. Nella sesta ripresa l’incontro diventava una mattanza, un gancio sinistro del campione feriva il rivale. Il sangue riempiva la faccia di Napoles, piccoli rivoli rossi disegnavano macabre linee su un volto sempre più cupo.
Nell’intervallo, la resa.
Josè Napoles: “Angelo no veo, no veo nada.”
Dundee: “Finiamola qui.”
Monzon rientrava nello spogliatoio, si faceva velocemente la doccia, si rivestiva e tornava in albergo senza fare il controllo antidoping.
“Non faccio pipì davanti a dieci persone”.

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Due mesi dopo, il Wbc metteva assieme questo episodio e il rifiuto di difendere la corona contro lo sfidante ufficiale Rodrigo Valdes entro novanta giorni e toglieva all’argentino la sua parte di titolo.
Per la corona vacante Rodrigo Valdes batteva Benny Briscoe.
Carlos era furibondo.
“Mi ritiro” annunciava ai giornalisti.
Rodolfo Sabbatini sorrideva.
“Tornerà sul ring non appena conoscerà il nome del prossimo avversario e l’entità della borsa”.
Otto mesi dopo avere distrutto Josè Napoles e avere annunciato il ritiro, Carlos Monzon difendeva per la decima volta il titolo. A Buenos Aires, Tony Mundine finiva knock out in sette round.
La parola fine non era ancora stata scritta.


Non lo era neppure per Mantequilla.
Josè Napoles tornava nei welter, sei mesi dopo difendeva il titolo contro Hedgemon Lewis. Vinceva altre tre volte, poi veniva sconfitto da John Stracey e si ritirava.
Era il 6 dicembre 1975.
Chiudeva con un record di diciotto mondiali disputati nei welter: sedici vittorie e due battute d’arresto. Niente male…
Il 16 agosto di due anni fa Josè lasciava per sempre questa terra. Aveva 79 anni, con il suo talento ha scritto la storia della boxe.

(dal libro “Monzon, il professionista della violenza” di Riccardo Romani e Dario Torromeo. Edizioni Absolutely Free)

Il mio ultimo libro…

In Costarica la farsa è andata in scena. WBA e WBC l’hanno chiamata campionato del mondo…

Le Associazioni mondiali di pugilato, come si dice dalle mie parti, non conoscono la vergogna. Sabato a San Josè, Costarica, su un ring che mi è sembrato di dimensioni minori di quelli tradizionali, si è svolto un match valido per il titolo vacante WBA dei mediomassimi e quello vacante WBC dei massimi.
Sul ring Hanna Gabriels e Martha Patricia Lara Gaytàn.
La Gabriels ha vinto il suo quarto titolo in altrettante categorie di peso, a 38 anni ha messo assieme un record di 21-2-1, 12 ko. È stata la prima a mettere knock down Clarissa Shields, cedendo poi ai punti.
L’altra non si muove su questi livelli. Il suo record dice 12-9-0. Dal 2 ottobre 2015 a oggi ha messo assieme due vittorie e sette sconfitte. Nell’ultimo match era rimasta in piedi 1:17 contro Shadasia Green, che (ovviamente) non è stata interpellata per questi titoli vacanti. Nonostante il disastro degli ultimi sei anni, la Gaytàn è numero 7 per WBA e WBC tra i supermedi. Figuratevi chi possano essere le atlete che la seguono in classifica…
Stavolta ha perso per kot dopo 1:59 del secondo round. Zero pugni a segno, una decina quelli subiti nelle due riprese. Ha chiuso con il volto triste, qualche lacrima e la consapevolezza di avere fatto una pessima figura.
L’altra ha celebrato il successo indossando la corona, che nel caso specifico era di carta e aveva la scritta BURGER KING.
Hanna Gabriels deve avere una corsa preferenziale all’interno della WBA. Nel penultimo match aveva infatti difeso il titolo dei superwelter contro Sara Dwyer (3-4-2), vincendo nettamente ai punti in 10 round.
Come ho scritto nell’articolo di presentazione: “Con questo incontro il pugilato si confina in una nicchia scura, al limite della farsa”.
Nessuno credo riuscirebbe a spiegare come possa essere stato permesso di disputare un mondiale unificato a una atleta con…
Un record di 11-9-0
Sei sconfitte negli ultimi otto match
Una sconfitta per ko 1 nell’ultimo incontro
Martha Lara Gaytàn, che in carriera ha segnato anche 84 kg sulla bilancia (sabato pesava qualca in più), è stata portata a boxare in un match in cui ha rischiato molto. Non solo la sconfitta. Si è arresa dopo meno di quattro minuti.
Nessuno la incolpa per la deludente prestazione.
In questo caso le colpe vanno cercate esclusivamente tra i dirigenti di World Boxing Council e World Boxing Association che hanno dato il nulla osta alla sfida.
Per fortuna nessuno ha subito danni seri.
Il pugilato femminile ne esce comunque fortemente danneggiato.




La storia del giustiziere di Tyson, che il 5 giugno si esibirà con Holyfield (58 anni) a Miami…

Il 5 giugno saliranno sul ring Evander Holyfield (58 anni) e Kevin McBride (48 a maggio). Entrambi hanno disputato l’ultimo match dieci anni fa. Non sarà un vero combattimento. Si scambieranno colpi in esibizione per sei round al limite dei pesi massimi. L’evento si terrà allo Stadio Marlins di Miami in Florida. Sarà organizzato da Triller, la stessa società dello show di Iron Mike, e sarà trasmesso in pay per view. Sarà inserito nel programma che avrà come clou Teofimo Lopez vs George Kambosos (mondiale Wba, Ibf, Wbo dei leggeri).

Kevin McBride non è stato certo un fenomeno. Viene da Clones, in Irlanda. La stessa città di Barry McGuigan. È stato un discreto dilettante, ha partecipato all’Olimpiade di Barcellona ’92. È andato in Spagna pieno di speranze, è stato eliminato al primo turno. Ma ha conosciuto Michael Jordan e Carl Lewis, cosa che l’ha ripagato di qualsiasi sacrificio. L’11 giugno del 2005, il giorno del combattimento con Iron Mike, aveva un record di 32-4-1. Le cose migliori le aveva fatte in allenamento. Sedute di sparring con Ray Mercer, Riddick Bowe e Johnny Ruiz».
Era stato fin troppo facile convincerlo ad affrontare Tyson. Era bastata una telefonata. Dovrebbe essere andata più o meno così.
«Kevin ci sarebbe questo match contro Mike Tyson, te la senti?»
Certo. Era il mio idolo da ragazzo. Quando lui è diventato campione del mondo io non avevo ancora fatto il primo match da dilettante.
«Bene, allora è fatta».
Un momento. Qual è la borsa?
«Centocinquantamila dollari».
Non azzardatevi a fare un’altra telefonata, arrivo!.
Iron Mike veniva da due sconfitte per ko negli ultimi tre match. Non era più quello di una volta. E poi McBride aveva deciso di giocarsi al meglio quella possibilità. Si era allenato con Goody Petronelli, il maestro di Marvin Hagler. Si era anche affidato a un ipnotizzatore che  gli aveva dato alcune semplici indicazioni. Una soprattutto. Ogni volta che ti colpisce, tu lo guardi e sorridi.
«Tanto valeva dirgli: ubriacati e sali sul ring. Si fa presto a parlare».
Kevin si era messo davanti al letto della stanza al campo d’allenamento, una foto gigante di Tyson. Un poster che lo ritraeva di spalle. Voleva che fosse l’ultima immagine che vedeva la sera prima di addormentarsi, la prima all’alba quando si svegliava. Preparazione dura, senza infortuni, fatta con totale dedizione. I soldi per il campus e gli sparring glieli aveva dati un amico.
Era il proprietario di un bar e quei dollari erano stati un vero e proprio sacrificio. Ma anche un investimento per una giusta causa.
Centocinquantamila dollari per McBride.
Cinque milioni e mezzo per Tyson. Ne avrebbe però presi solo 250.000. Gli altri sarebbero spariti per le tasse, i debiti nei confronti dell’ex moglie Monica Turner e creditori vari.
McBride, la sua borsa l’aveva intascata per intero. Il giorno prima dell’incontro aveva convocato l’avvocato e gli aveva detto che se i suoi soldi non fossero stati in banca prima del match, lui non sarebbe salito sul ring.
Era grosso, quasi due metri per 123 chili al momento del match. Oggi dicono sia attorno ai 135. Un omone, con un buon destro.
Tyson era lento, non portava le serie come una volta. E non aveva fiato per andare sino al termine delle dieci riprese previste. Al sesto round, la svolta. McBride era andato bene fino a quel punto, ma due dei tre giudici avevano Mike in vantaggio di due punti. Tyson era senza energie, aveva capito che avrebbe dovuto risolvere la vicenda in quei tre minuti. Non ce l’avrebbe fatta ad andare avanti. Così aveva tentato di rompere un braccio all’irlandese, poi gli aveva dato una testata provocandogli uno spacco all’arcata sopracciliare sinistra e l’arbitro Joe Cortez gli aveva inflitto due punti di penalizzazione.
Il giorno dopo il match, McBride avrebbe detto che Mike gli aveva anche dato un morso al capezzolo. “Per fortuna aveva il paradenti” aveva aggiunto.
Nel finale di round un gancio sinistro di Kevin, che poi aveva scaricato tutto il suo peso sul rivale, aveva mandato al tappeto Tyson. Cortez aveva detto che si era trattato di una spinta. Il gong aveva chiuso la discussione. Quando però il gong era suonato di nuovo, Jeff Fenech che comandava l’angolo dell’ex campione del mondo, aveva detto all’arbitro: “Basta. Finisce qui”.
Finiva lì, quindici anni fa, anche la storia pugilistica di Iron Mike Tyson, il più giovane campione del mondo dei pesi massimi.
Per McBride, grande popolarità. Titoloni sui giornali, interviste alla televisione. Poi tre match: due sconfitte per ko e una vittoria. Stop per tre anni, rientro sul ring. Un successo e quattro sconfitte. Un devastante ko al quarto round il 29 luglio del 2011 contro Mariusz Wach. Steso sul tappeto per alcuni minuti, portato via in barella. Stop definitivo. Pugilisticamente non ha raccolto quello che sperava dopo il clamoroso successo su uno dei più popolari pugili di sempre.
Gli è andata meglio nella vita. Vive a Brockton, la città di Rocky Marciano, assieme alla moglie Danielle Curran. Hanno due figlie: Grainne, nata l’anno della vittoria su Mike, e Caoimhin, venuta al mondo tre anni dopo».
La vittoria contro Mike Tyson è il più bel ricordo della avventura nel pugilato.
Ma di quella sera Kevin dice che il momento più bello è arrivato a fine match, quando gli si è avvicinato Muhammad Ali. A fatica ha mimato una serie di colpi, poi gli ha sussurrato: Tu sei l’ultimo, io sono sempre Il Più Grande.
Kevin quando lo racconta aggiunge: Fantastico, i soldi non possono comprare tutto.
Un bell’aneddoto, dubito però sia vero. Ali nel 2005 non era in grado di tirare una serie e neppure di parlare senza fatica. Ma come diceva un mio collega: Non rovinare mai una bella storia con la verità...

(sintesi de Il giustiziere di Tyson, capitolo del libro SOLO COME UN PUGILE SUL RING di Dario Torromeo, Absolutely Free Libri, 350 pagine, 15 euro)

Joe Louis, quarant’anni fa moriva il migliore peso massimo della storia…


Quarant’anni fa, il 12 aprile 1981 al Desert Spring Hospital, vicino Las Vegas, moriva Joseph Louis Barrow. Per volere del presidente Ronald Reagan veniva sepolto con tutti gli onori militari nel Cimitero Nazionale di Arlington. Parte delle spese per il suo funerale furono pagate dal suo ex rivale Max Schmeling, che assieme ad altri portò a spalla la bara. Joe Louis aveva 66 anni.

 

Joe Louis, The Brown Bomber. Record: 66-3-0 (52 vittorie per ko). Venticinque difese consecutive del titolo. Per dodici anni campione del mondo dei pesi massimi. Dieci vittorie contro campioni del mondo. Questo e molto altro è stato Joseph Louis Barrow (sopra: il titolo del Corriere d’Informazione, il giorno dopo la sua morte).

 

Jack Blackburn (foto sotto con Joe Louis) ha il volto segnato da una profonda cicatrice che parte dall’occhio sinistro per terminare appena sopra il labbro. È il ricordo di una rissa per le strade di Philadelphia, il segno lasciato dal coltello di un rivale. Gran bevitore di birra, spesso si trasforma in una belva scatenata. Come gli è accaduto quella notte del 1909 quando con quattro colpi di pistola ha ucciso Alonso Polk durante una terribile lite e poi ha sparato alla moglie del polacco e alla sua compagna bianca. Arrestato e condannato a 15 anni di prigione, è uscito sulla parola dopo appena quattro anni. Buon pugile, si è battuto con onore dai medi ai massimi. Nel suo record 103 incontri ufficiali e circa 400 di quella boxe popolare che era a mezza via tra la lotta di strada e un combattimento pugilistico vero e proprio. Da sempre è l’allenatore di Joe Louis e il suo confidente.
«Come ti senti, Joe?».
«Ho paura, Jack».
«Paura?».
«Sì. Ho paura che stanotte io possa uccidere Schmeling».
L’intera vita in un solo match. Joe è il campione, ma non si sentirà tale fino a quando non avrà cancellato l’umiliazione della prima sconfitta. È difficile leggere emozioni nello sguardo di Louis. I suoi occhi incutono timore. Sono sgranati quando fissano implacabili la vittima di turno. E, dicono, è proprio quel suo sguardo vuoto che ti butta giù. L’eroe nero nell’America bianca ha un viso senza espressione, occhi d’assassino, nessuno può vedere il fantasma che lo tormenta.

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Due anni prima Max Schmeling lo ha messo knock out al dodicesimo round. Subito la Germania ha trovato un posto nel campo degli eroi per questo bel ragazzo dal volto pulito.
Joseph Goebbels,  il ministro della propaganza nazista, alle tre del mattino è già sveglio nella sua casa assieme ad alcuni amici. Vuole conoscere in diretta ogni notizia del mondiale. Adolph Hitler si è chiuso a Berchtesgarden. È solo e aspetta fiducioso.
Joe Louis fissa con il suo sguardo vuoto Mike Jacobs, il mitico boss del Madison Square Garden, che è bloccato dalla paura di perdere.
«Stai tranquillo, non tornerai a vendere limoni e io non tornerò a spingere camion nelle officine della Ford».
Si può cominciare.
Monroe Barrow e Lillie Reese vivono nella Contea di Chambers, Alabama. Hanno un pezzo di terra in affitto, devono dare metà del loro raccolto al padrone. E quando alla fine del mese vanno a fare i conti, si accorgono che, detratti i soldi per i vestiti, il cibo e i fertilizzanti, sono loro a essere in debito. Sempre.
Dopo la guerra civile i neri d’America sono liberi. Ma le ordinanze di Jim Crow riducono i loro confini. Limitazione del diritto al voto, dei guadagni, dell’istruzione, di una vita decente. «Whites only», solo per bianchi. La scritta ricaccia indietro di anni il popolo nero. A Mobile, la capitale dell’Alabama, per loro c’è addirittura il coprifuoco: tutti a casa prima delle 10 di sera. Barriere in ferro dividono le entrate nei teatri, nei bar, in ogni luogo pubblico. Anche le prostitute sono classificate a seconda del colore della pelle. Le nere possono vendersi solo nei ghetti.
Alla fine degli anni Dieci scoppiano disordini. I neri vengono tirati fuori dalle loro case e uccisi. Accade a St Louis. In venti città del Texas esplodono scontri razziali, settanta veterani della Prima guerra mondiale vengono linciati. Li impiccano ancora vestiti delle loro uniformi.

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Lillie (sopra, la notizia della sua morte su un giornale di Detroit) è una donna in carne, pesa 77 chili ed è alta 166 centimetri. Ha messo al mondo otto figli in dodici anni. Joseph Louis è il settimo. Quando nasce è già un piccolo colosso di cinque chili. Impara a camminare a undici mesi. Parla male, a sei anni fatica a fare un discorso intero. Dorme spesso. Monroe è un omone che lavora duro, ma beve troppo. A 26 anni entra per la prima volta al Searcy Hospital, un ospedale psichiatrico di Mount Vernon. Vi uscirà, escluse brevi e turbolente soste, solo il giorno della sua morte, nel 1938. A 58 anni. Joe lo conoscerà poco, per lui il papà sarà sempre Pat Brooks: un altro fittavolo, vedovo e padre di otto figli, che fa da marito a Lillie.
Tempi duri. L’illuminazione viene dal kerosene, non certo dall’elettricità. L’acqua è quella dei pozzi, il bagno è in campagna. Per i neri non c’è neppure l’istruzione. Lo Stato spende per loro solo un decimo degli investimenti pubblici. E li obbliga a cinquanta giorni in meno di scuola, con insegnanti di seconda categoria. Dopo sette anni, tutti a casa. Le scuole superiori sono solo per i bianchi.
A Detroit, dove i Barrow sono andati a cercare un posto fisso, Joe lavora fin da bambino. Trasporta blocchi di ghiaccio da venticinque chili, aiuta un falegname, spinge enormi camion nelle officine della Ford. Scopre la boxe, perde il primo match da dilettante contro un tale Johnny Miller, nato Miletich, che gli infligge sette atterramenti.
Più che un match si tratta di un autentico scandalo: Miller è un dilettante esperto che ha rappresentato gli Stati Uniti all’Olimpiade di Los Angeles del ’32, Louis è un novizio all’esordio. Joe si riprende e chiude la carriera dilettantistica con 50 vittorie e 4 sconfitte. Poi, nel luglio del ’34, scopre il professionismo. E il mondo scopre Joe Louis, il più grande peso massimo di sempre.
James Joseph Braddock viene da Hell’s Kitchen, il quartiere di New York in mano alla criminalità organizzata. Il papà si guadagna da vivere girando per piccoli paesi e sfidando a pugni nudi gli uomini più forti del posto. JJ ha moglie e tre figli quando lascia il pugilato e si mette a lavorare come scaricatore al porto di Hoboken. Intasca 17 dollari a settimana. Per soldi, non per passione, accetta di tornare sul ring. Batte Corn Coffin, John Henry Lewis, Art Lasky. Domina Max Baer in quindici round e diventa campione del mondo dei massimi. L’America si appassiona alla sua storia, un giornalista inventa per lui il soprannome di “Cinderella Man” (l’Uomo Cenerentola). È il 13 giugno 1935. Per due anni Braddock non sale sul ring, riempie le sue giornate andando in giro ad ascoltare la gente che lo chiama campione. Loro gridano «Hi champ», e lui è felice. Poi Joe Gould, il manager: un tipo basso, grassoccio, incredibilmente portato per gli affari, si presenta con la grande offerta. Una buona borsa, ma soprattutto il 10% dei guadagni di Joe Louis per i prossimi dieci anni. Un pugile nero ha finalmente la possibilità di battersi per il titolo. Non accadeva dai tempi di Jack Johnson. Non accadeva dal 1915.
Max Schmeling si guadagna sul ring il diritto di affrontare Braddock, il campione. Il 19 giugno del ’36 sconfigge Joe Louis. Sale sul ring sfavorito, i bookmaker pagheranno venti volte la posta in caso di un suo successo. Louis ha 22 anni e un record di ventisette vittorie consecutive, ventitré prima del limite.

Schmeling ha trent’anni. Lo chiamano l’Ulano Nero. È nato a Brandemburgo, al confine tra Germania e Polonia, da una famiglia dell’alta borghesia. Il papà, ispettore delle tasse, è stato il primo a metterlo ko, davanti alla porta della loro casa. Era rientrato tardi, aveva appena diciotto anni, e il severo genitore l’aveva colpito con un perfetto colpo al volto. Sul ring gli è andata meglio. È già stato campione del mondo, affronta Louis per guadagnarsi la possibilità di riprendersi il titolo.
La stampa e il regime di Berlino cuciono addosso al bel Max l’abito di profeta del Nazismo. La Germania, con le leggi di Norimberga del ’35, priva delle proprietà e dei diritti legali gli ebrei. L’altra America non si scompone. Hitler denuncia il trattato di Versailles, ma sono ancora molti gli occidentali che lo considerano un trattato oneroso, punitivo; occupa la Renania, ma quello è un territorio tradizionalmente tedesco. L’ambasciatore americano in Gran Bretagna, Joseph Kennedy, il padre di John: futuro presidente degli Stati Uniti, elogia il Terzo Reich e promuove un movimento per l’unione e la comprensione tra gli americani e il governo nazista.
Joe Jacobs è il manager di Schmeling. Impossibile vederlo senza il suo sigaro Avana. Lo ha tra le dita anche quando fa il saluto fascista assieme al suo pugile dopo la vittoria su Steve Hamas. «Un deprecabile insulto di un ebreo al nostro Fuhrer», titola la «Fraenkische Tageszeitung». Eh sì, perché Joe Jacobs è ebreo. Il ministro dello Sport tedesco impone a Schmeling di licenziare il suo manager. Max deve andare direttamente da Hitler a chiedere perdono per il vecchio Jacobs. Il Fuhrer ne accetta le scuse.
Su quella prima sfida (nella foto sopra una fase del match) ci sono un paio di leggende e una grande verità. Le leggende parlano di un gran caldo sul tappeto del ring, un caldo soffocante provocato dai riflettori per le riprese cinematografiche. Un tappeto bollente che provoca dolorose vesciche ai piedi di Louis, ma non a Schmeling, che ha visitato l’impianto ed è salito sul ring dopo avere inserito nelle scarpe solette isolanti. Le leggende parlano anche di un Louis che si sarebbe convinto all’idea di mettere assieme molti soldi, oltre ai 140.000 dollari della borsa, con le scommesse. La grande verità è rappresentata dalla scarsa concentrazione del giovane Joe, certo di vincere senza molta fatica.
Louis abbassa leggermente il sinistro ogni volta che lascia partire il destro. Ed è in quel piccolo varco che Schmeling si lancia per costruire il suo successo. Al quarto round lo mette giù una prima volta. Al sesto gli infligge una severa lezione. Al dodicesimo lo spedisce ko. Vince e diventa un eroe. Louis abbandona il ring con il volto coperto, distrutto nel fisico e nell’anima. Il regime nazista, che non credeva nel successo del tedesco, si appropria dell’impresa.
«Sapevo che avresti vinto per la Germania. La tua vittoria è la vittoria delle Germania. Sono orgoglioso di te. Heil Hitler» è il poco fantasioso testo del cablo inviato da Goebbels. Hitler gli concede i massimi onori. Appena sei settimane dopo il trionfo, nel 1936, si apre l’Olimpiade di Berlino. C’è la necessità di creare un clima di consensi attorno all’evento. Max Schmeling viene trasformato in un nazista convinto. I giornali tedeschi gli attribuiscono frasi mai dette. «L’ho battuto perché lui è nero, appartiene a una razza inferiore». In realtà Max e Joe sono amici, si scambiano visite e regali.
Schemling ha vinto, ma non può sfidare James J. Braddock. Siamo a metà del ’37 e gli ebrei americani sono furiosi con la Germania. Informano Mike Jacobs, gli Stati Uniti, il mondo intero, che boicotteranno l’evento, faranno di tutto per impedire a un nazista di battersi per il titolo in America. Contro JJ, il campione di una notte, va così Joe Louis, il campione della storia. L’Uomo Cenerentola mette giù anche lui, ma stavolta Louis trova la forza per rialzarsi e chiudere in otto round il suo primo appuntamento con il mito.

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Alle 18:45 del giorno in cui avrebbe incontrato nella rivincita Max Schmeling, Joe Louis (nella foto sopra con una delle sue macchine) entra nello spogliatoio. Un quarto d’ora dopo dorme. Riposerà per altre due ore. Fuori, allo Yankee Stadium, ci sono settantamila persone. La NBC ha venduto il film dell’evento a 146 stazioni. Il 97% dei proprietari di radio a New York si sintonizzano sul mondiale. Fuori dalla città resterà incollato alle radioline il 64% degli americani. La Buick ha pagato 47.000 dollari per due soli «commercial», in esclusiva, all’interno del match. Alle 9 di sera Jack Blackburn sveglia Joe.
L’arbitro è Arthur Donovan, lo stesso della prima sfida. C’è una curiosa storia su questo 48enne di Baltimora: ha diretto 19 match di Louis, ma non ha mai parlato in privato con lui fino a quando il campione non lo ha investito, e quasi ucciso, con la sua auto mentre attraversava una strada a New York.
Molti americani avevano tifato Max Schmeling nel primo incontro. Adesso lo scenario è diverso. È il 22 giugno del 1938, il mondo è alle soglie della guerra, la lobby degli ebrei statunitensi ha convinto tutti che il Nazismo è il grande nemico. Gli americani hanno paura. Quando lo sfidante sale sul ring gli spettatori gli lanciano addosso frutta, pacchetti di sigarette e bicchieri di carta. Suona il gong. Il primo destro di Louis frattura la terza vertebra lombare di Schmeling. Dalla bocca del tedesco esce un grido strozzato, un lamento animalesco. «È il suono più terrificante che abbia mai udito nella mia vita» confessa Donovan. Il secondo conteggio arriva dopo un sinistro devastante di Louis. Seguono altri due atterramenti prima del knock out. Due minuti e quattro secondi dopo l’inizio del mondiale, è già tutto finito. La furia di Joe Louis si è abbattuta su Schmeling. Lo sfidante rappresentava l’ultima barriera tra il campione e la gloria. Joe aveva vissuto con l’angoscia nel cuore dopo la prima e, fino ad allora, unica sconfitta della carriera. Max è un amico, ma sul ring non esistono amici.

Lo sguardo vuoto torna padrone del volto di Louis e Schmeling finisce per due settimane in ospedale. Nessun cablo stavolta, nessuna chiamata d’onore. Il nazismo non è interessato ai perdenti.
Il 18 giugno del ’41 Joe Louis vede la sconfitta così vicina come mai gli era capitato dai tempi di Max Schmeling, cinque anni prima. Sale sul ring del Polo Ground di New York, intasca una borsa di circa 153.000 dollari, difende il titolo contro Billy Conn (nella foto sotto una fase del match).
Il suo rivale è un giovanotto di 23 anni, origini irlandesi, record solido alle spalle. Ha sconfitto pesi medi importanti, è diventato campione del mondo dei mediomassimi, è imbattuto, ha messo via Fritz Zivic, Fred Apostoli, Manlio Betina. Adesso tenta la grande avventura.
Lo fa soprattutto per due donne. Una si chiama Mary Louise Smith ed è la sua fidanzata. Lui vorrebbe sposarla, ma il papà di lei non è della stessa idea. Greenfield Jimmy, il soprannome dell’iracondo genitore che ha un passato di pitcher nella Major League di baseball, porta la figlia il più lontano possibile da Billy. Quando i due ragazzi scappano per unirsi in matrimonio, l’omone si rivolge all’arcivescovo di Philadelphia. «Non permetterò mai che la mia piccola diciottenne sposi un pugile. Lei deve proibire ai sui preti di celebrare il matrimonio».

L’altra donna si chiama Maggie ed è la mamma del nostro campione. È malata di cancro e sta morendo lentamente. Con i soldi dei suoi ultimi tre combattimenti (contro Bob Pastor, Al McCoy e Lee Savold), Conn le ha pagato le cure. Poco prima del match va a trovarla in ospedale e insiste per regalarle un braccialetto di diamanti.
«Dallo a Maggie»
«Il suo papà non vuole neppure che ci incontriamo»
«Non dargli retta. Sposala»
«Ciao mamma, sei dolcissima. Ti voglio bene. La prossima volta che ci vedremo sarò campione del mondo dei pesi massimi»
«No figlio, la prossima volta che ci vedremo sarà in Paradiso»
Louis ferma la bilancia a 91,600. Mike Jacobs annuncia per Conn 79,700, la realtà è che lo sfidante non pesa più di 77,800. Più alto, più grosso, più potente il campione. Ma a comandare il match è la rapidità negli spostamenti del rivale, la sua maggiore velocità nel portare i colpi. Alla fine della dodicesima ripresa i cartellini di due giudici e quello dell’arbitro segnano: 6 riprese pari il primo; 7 riprese Conn, 4 Louis, una pari il secondo; 7 riprese Conn, 5 Louis il terzo. Al giovane Billy basterà danzare sul ring, schivare l’ultimo disperato attacco di Louis ed evitare qualsiasi pericolo. Mancano solo tre riprese e poi potrà tornare dalle sue donne con la cintura mondiale. Sta per suonare il gong della tredicesima ripresa.
«Adesso vado lì e lo metto ko, è tutto così facile» dice al suo allenatore.
«Non ci provare Billy, gira ed evita la lotta. Quello picchia duro».
Gong. Un diretto destro di Louis anticipa l’attacco di Conn. È l’inizio della fine. La serie successiva è devastante: sinistro al corpo, montante destro, gancio sinistro, corto diretto destro. L’arbitro Eddie Joseph alza il braccio di Louis dopo avere contato fino «10 e out» il povero Billy Conn.
Nel cuore dell’irlandese resterà per sempre il ricordo di un sogno svanito proprio quando pensava di averlo realizzato.

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Tre mogli: Marva (al centro nella foto), Rose e Martha. Quattro figli adottivi, tutti generati da una donna. Marie, prostituta di professione. I problemi con il fisco. Ma soprattutto la droga. Non è facile la vita di Joe Louis una volta sceso dal ring.
Martha Malone è la sua terza moglie. Fa l’avvocato e cerca di limitare i confini del danno. Joe non riesce a contenere i suoi istinti sessuali e non perde occasione per finire in un letto, tra le braccia di una donna. Sia essa una prostituta o una vecchia fiamma. Marie lavora a New York e quando si presenta al 3333 Seminole Circle di Las Vegas ha in braccio un bambino. Dice che è il frutto di una notte d’amore con il campione. Martha si offre di adottarlo. Farà così con gli altri tre piccoli, figli di clienti diversi, che Marie porterà davanti alla sua casa.

I debiti con il fisco arrivano fino a due milioni e mezzo di dollari. Quando lo Stato capisce che non riuscirà mai a recuperare i soldi, si accontenta di tassare i guadagni futuri. Joe lavora per il Caesars Palace. Se ne sta seduto accanto al tavolo del black jack, firma autografi, stringe mani e a fine anno intasca 50.000 dollari. La droga la scopre nel ’58, in un hotel di Milwaukee, quando una signorina con cui aveva trascorso la notte gli salta su e gli spara in vena un’iniezione di eroina.
«Che fai?».
«Stai tranquillo, questa ti rilassa. Ti sentirai subito meglio».
A Joe piace. Cocaina ed eroina diventano sue pericolose compagne. Non lo ferma neppure l’FBI quando lo informa che Annie, la signorina di quella notte, è in realtà una spacciatrice al soldo della mafia. È la droga, non la boxe, a distruggergli il fisico e la mente.
Finisce su una sedia a rotelle, soffre di paranoie, manie di persecuzione. Lo chiudono in un ospedale di Denver, scappa. Torna a Las Vegas, alla vecchia casa, accanto a Martha che lo cura con grande amore.
Alle 10.05 del 12 aprile 1981, un infarto lo uccide. Tremila persone ai funerali, il suo corpo sepolto ad Arlington. L’America improvvisamente scopre di avere sempre amato Joe Louis, il migliore peso massimo della storia.

Rocky Balboa, pugile professionista solo per 57 secondi. Una storia piena di misteri…

Rocky Balboa.
Quel nome non poteva lasciarmi indifferente.
Nella nostra storia non apparteneva al pugile nato dalla fantasia di Sylvester Stallone, un personaggio immaginario a cui è stata dedicata una statua gigante e l’onore di essere inserito nell’International Boxing Hall of Fame. Come se fosse reale.
Il tizio di cui stavo leggendo non era il rivale di Apollo Creed e Ivan Drago.
Era un pugile vero, un professionista.
Anche se il suo record consisteva in un solo match all’attivo, da peso welter, disputato il 7 novembre 1981. Una sconfitta per ko dopo 57 secondi contro Robert Hines. Poi Rocky Balboa era scomparso. Il sito online worldboxingnews.net ne aveva parlato per la prima volta nel 2017 chiedendo a chiunque fosse in possesso di informazioni sul soggetto di contattare i responsabili del sito. Dopo quattro anni aveva riproposto l’articolo. Silenzio allora, silenzio adesso.
Si sapeva e si sa solo che era nato a Filadelfia, che viveva lì, che non aveva mai combattuto prima di quella notte, che non l’avrebbe mai fatto dopo. Pugile per 57 secondi, la storia poteva finire qui.
La mia curiosità però non era stata soddisfatta.
Cercavo nell’elenco telefonico di Filadelfia. Trovavo 49 Balboa, ma nessuno di loro si chiamava Rocky. Forse era un nome d’arte. Scrivevo una email alla Commissione Atletica del Nevada, per competenza territoriale. Il match di quarant’anni fa si era infatti svolto a Las Vegas, all’Hacienda Hotel e Casino che oggi non esiste più. Mi convincevo che ormai non mi restava altro che attendere un’improbabile risposta. Eppure sentivo che dovevo continuare a indagare. E la perseveranza veniva premiata legando la vicenda, passo dopo passo, fino ad arrivare in Italia.
Robert Hines, l’uomo che aveva aperto e chiuso la carriera di Rocky Balboa, il 4 novembre 1988 era diventato campione del mondo dei superwelter battendo Matthew Hilton. E aveva conquistato la cintura come solo Rocky avrebbe potuto fare, quello della saga cinematografica, non il Balboa che Hines aveva sconfitto in meno di un minuto.
Robert subiva una ferita all’arcata sopracciliare sinistra nel primo round.
Un brutale knock down nel secondo, con il rischio di finire ko.
Il sangue scendeva in maniera copiosa dal suo naso nella terza ripresa, un altro knock down.
Nel quinto veniva travolto dall’azione del rivale e rischiava più volte di chiuderla lì.
Nella seconda metà del combattimento, la sua riscossa. Hilton, che aveva faticato terribilmente per rientrare nei limiti della categoria fino a dover perdere tre chili nelle ultime 24 ore, calava alla distanza. Hines vinceva ai punti e diventava titolare della cintura IBF dei medi jr.
Cosa c’entra l’Italia?
Tre mesi dopo Robert Hines perdeva nettamente ai punti contro Darrin Van Horn, il ragazzo d’oro del pugilato statunitense. Il giovanotto restava campione per cinque mesi, poi affrontava un umbro ormai vicino ai 32 anni, uno che in molti pensavano fosse agli ultimi giorni di carriera. E invece Gianfranco Rosi, ad Atlantic City il 15 luglio 1989 metteva due volte al tappeto il campione e lo dominava ai punti.
Fine della nostra storia, per ora.
E Rocky Balboa? Chiedetelo a Sylvester Stallone…

Ebanie provoca e si prende la scena. Stasera boxa per il mondiale a Londra…

Oggi alla Copper Box Arena di Londra il clou sarà rappresentato dal match tra i pesi welter Samuel Vargas (31-6-2, 14 ko) vs Conor Benn (17-0, 11 ko). Ma c’è un altro combattimento che ha fatto molto parlare alla vigilia. E non perché le due rivali abbiano un profilo tecnico eccezionale. L’incontro sarà valido per il titolo vacante dei gallo per la WBA. Sul ring Shannon Courtenay (6-1-0, 3 ko) e Ebanie Bridges (5-0, 2 ko). E stata proprio lei, la 34enne soprannominata Blonde Bomber, ad accendere il fuoco. Per farlo le è bastato presentarsi alle operazioni di peso in mini mutandine e reggiseno, come si può vedere dalla foto che lei stessa ha postato sul suo account Twitter. La riunione in diretta su DAZN in Italia dall 20:00 di questa sera.