Griffith, la drammatica vita di un gay nell’America degli anni Sessanta…

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Emile Griffith per noi anziani era il nemico. Bravo, un artista del ring, pugile di livello assoluto. Ma restava comunque un nemico. Lo era stato soprattutto in un evento magico, il 17 aprile del 1967. Aveva 29 anni e veniva da Saint Thomas, Isole Vergini. Non potete aver dimenticato quella notte. Attaccati alla radio. Legati a una vicenda di intimità familiare, con il vostro papà che vi aveva svegliato in piena notte per ascoltare assieme a lui la voce di Paolo Valenti che arrivava da così lontano, dall’America.
Emile aveva la vita stretta, torace da statua greca, una vocina flebile e un’ombra a fargli da compagna inseparabile. Una zona scura in cui lo regalavano i poveri di spirito, gli uomini forti solo a parole, quelli che non discutono. Quelli che accusano e decretano condanne a vita senza bisogno di confrontarsi. Quelli che hanno paura e nutrono un’avversione sfrenata per l’omosessualità. Gli omofobi, insomma.
Per il resto del mondo Emile Griffith era quello che il 24 marzo 1962 sul ring del Garden aveva incontrato Benny Kid Paret, pugile di origini cubane, in palio il mondiale dei welter.
Alla dodicesima ripresa l’aveva chiuso all’angolo, i suoi pugni lo avevano reso incosciente. La testa ed il braccio sinistro di Paret erano rimasti intrappolati nell’ultima corda. Ma Emile aveva continuato a picchiare, picchiare, picchiare. Sedici colpi alla testa, senza che l’altro potesse difendersi, senza che l’arbitro Rudy Goldstein avesse il coraggio di intervenire in quei cinque secondi che avrebbero consegnato il cubano alla morte. Paret era entrato in coma e nove giorni dopo aveva lasciato questo mondo.

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Non so quanto abbia influito l’omofobia in quella tragedia, perso però che, almeno a livello inconscio, la furia devastatrice di Griffith, sia stata esaltata da quanto accaduto la mattina alle operazioni di peso.
Norman Mailer
era stato il primo a scrivere quello che molti già dicevano nelle palestre, nei bar, nelle strade d’America. Quella mattina Paret aveva toccato il culo di Griffith e quando Emile si era girato, gli aveva urlato in faccia “maricon”, frocio. L’altro non l’aveva perdonato. Essere gay nell’America degli anni Sessanta era un lusso che potevano permettersi gli intellettuali, non certo i pugili. Lui aveva deciso di non rivelare la sua natura, quasi fosse un crimine di cui vergognarsi. Oggi è meno difficile decidere di fare coming out, sessant’anni fa significava sfidare una cultura totalmente machista che non ammetteva deroghe. Soprattutto nello sport. Ci voleva coraggio, indipendenza e nessun condizionamento. All’uomo delle Isole Vergini mancavano due requisiti su tre.
Emile aveva una vocina sottile, gli piacevano tanto i cappellini da donna. Aveva lavorato a lungo in una fabbrica sulla 39esima e il gusto per le acconciature stravaganti gli era rimasto dentro.
Senza papà, era cresciuto all’ombra di una mamma forse troppo ingombrante che si era presa anche parte della sua vita. Faceva la cuoca a Portorico, poi si era spostata a New York. Ed Emile le era sempre stato accanto.
C’era stata anche una moglie nella vita di Griffith. Una copertura, come si usava tra gli omosessuali che non volevano rivelarsi. Lei si chiamava Sadie Donastorg. L’aveva conosciuta in un locale di St Thomas, in un posto che si chiamava “Bamboshay”. Avevano ballato una notte intera, due mesi dopo si erano sposati. Lui aveva adottato Christine, la figlia di Sadie. Due anni dopo si erano lasciati.
“Sesso?”
«Poco, anzi niente. Diceva che intralciava la sua carriera», ha sempre ripetuto la signora Donastorg.
Molti anni dopo il ritiro dalla boxe, la Nbc, uno dei tre grandi network televisivi americani, ha girato un documentario. L’ha intitolato “Ring of fire”. Come gran finale ha scelto di fare incontrare al Central Park di New York il figlio di Paret e Griffith. Un abbraccio, poche parole, tante lacrime, il perdono.
Lucy non c’era. La moglie di Benny Kid Paret non ha mai perdonato.

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Sul ring Emile Griffith era dannatamente bravo. Un welter naturale che era salito di peso fino ad approdare nei pesi medi. In entrambe le categorie aveva conquistato il titolo mondiale. Sapeva fare la boxe come pochi, aveva coraggio, personalità e tecnica. E non credete a quelli che dicono non facesse male. Le sue mani piccole e quelle dita affusolate con nocche dure come noci, provocavano autentiche scosse elettriche ogni volta che andavano a segno.
La sua storia con Benvenuti è stata un romanzo in tre puntate. Sconfitta, vittoria, sconfitta. Con Nino era rimasto a lungo amico, aveva anche fatto da padrino a suo figlio Giuliano. Era con se stesso che Emile era stato sempre in guerra. Una lotta tra quello che era e quello che la gente avrebbe voluto che fosse.
Nel 1992, uscendo da Hombre, un bar frequentato soprattutto da omosessuali sulla 41esima nel West Side a New York, era stato pestato a sangue da un gruppo di delinquenti. L’avevano picchiato con mazze da baseball, preso a calci, ridotto quasi in fin di vita. Solo, con pochi soldi in tasca, aveva trascinato la sua esistenza fino a quando l’Alzheimer non l’aveva travolto, confinandolo in una demenza senile che lo aveva costretto a vivere nella nebbia della malattia. Niente più ombre, brutti ricordi, sentimenti da tenere nascosti.
Nessuno ha chiesto più nulla al grande Griffith, sino a quando il 22 luglio 2013 ci ha lasciati per sempre.
Amico di una vita, Nino Benvenuti gli è stato accanto fino a quando Emilio, come lo ha sempre chiamato il nostro campione, ha lasciato questo mondo. Aveva 75 anni, molti dei quali vissuti nel dramma di una vita che non era mai riuscito ad affrontare come avrebbe voluto.

Quel rivale di Foreman bloccato dalla sicurezza: “Tu contro Big George? Ma non farci ridere!”

Atlantic City, 26 giugno 1988

Mentre sorseggio il cappuccino, prendo dal tavolo accanto un giornale stropicciato, vecchio di una settimana. Una foto sulla prima pagina del tabloid attira la mia attenzione. L’hanno scattata a Roma. Una donna e un uomo nel giardino dell’Hilton Hotel, la coppia è ritratta in un atteggiamento che rivela intimità. Quell’immagine sancisce la fine di un matrimonio, Bruce Springsteen e Julianne Phillips non stanno più insieme. Lui adesso ama Patti Scialfa.
La notte prima, racconta l’articolo che accompagna lo scoop, in una Piazza di Spagna quasi deserta Bruce si è fatto prestare una chitarra da due musicisti di strada e davanti a un incredulo pubblico di una quindicina di persone (c’erano anche tre netturbini al lavoro) ha suonato I’m On Fire, The River e Dancing In The Dark.
Il Boss era a Roma per il Tunnel Of Love Tour al Flaminio.


Io sono dall’altra parte dell’Oceano, lontano da casa.
Sono ad Atlantic City. A meno di novanta chilometri da qui, direzione nord, è nato il Boss.
Carlos Hernandez vive a Union City, sempre nel New Jersey. Dall’altra parte del fiume c’è Manhattan, New York. Negli ultimi tempi la città ha subito una forte immigrazione di ispanici, così adesso la chiamano L’Havana sull’Hudson.
Carlos è arrivato da Cuba quando aveva solo dieci mesi.
Stasera combatterà ad Atlantic City. Si è messo il vestito buono, jeans e T-shirt, e si è incamminato verso il Tropicana Hotel sulla boardwalk. Si è diretto con passo lento all’ingresso atleti.
Sono da quelle parti quasi per caso. Alloggio poco distante e ho deciso di godermi il match di Foreman. Mi sento come se dovessi scusarmi per non avergli creduto. È al decimo incontro dopo il rientro, i primi nove li ha vinti tutti per ko. Domani siederò a bordo ring della Convention Hall per Tyson vs Spinks, questa sera il mio posto a bordo ring è al Tropicana.
Sono vicino all’entrata dei pugili quando sento uno scambio di parole piuttosto pesanti, il tono delle voci si alza. Due omoni discutono al limite della rissa.
Carlos Hernandez è quello che strilla di più.


“Ti ho detto che sono l’avversario di George Foreman, devo entrare altrimenti salta il combattimento principale della serata”.
“Mi dispiace, non sei nella lista. Quindi, non entri”.
“Non sarò su quella fottuta lista, ma sul ring devo esserci!”
“Tu contro Big George? Non farmi ridere”.
“Io ti faccio piangere se entro trenta secondi non mi fai entrare”.
L’omone, un dipendente della sicurezza dell’albergo, chiama via radio qualcuno all’interno.
“Qui c’è un tizio che dice di essere un pugile”
“Non dico di essere un pugile, sono un pugile!”
“Stai ancora parlando, questo vuol dire che non hai alcuna voglia di provare a entrare”
“Perché non chiedi a qualcuno che ne sappia più di te?”
Io non so se ridere o piangere. La situazione sta assumendo contorni comico drammatici. Finalmente dall’interno dell’albergo esce qualcuno che ha in mano la lista giusta.
Carlos Hernandez fa il suo ingresso al Tropicana.
Non combatte da un anno, l’ultima volta contro Donovan Razor Ruddock è stato squalificato. Ha buttato il canadese al tappeto con una mossa di lotta libera e quando l’arbitro Vincent Rainone è intervenuto, ha tentato di fare la stessa cosa anche con lui.
Ma adesso ha l’occasione giusta.
Il record non è poi così male: 18-6 con 13 successi per ko. Peccato che cinque di quelle sei sconfitte le abbia rimediate negli ultimi sei match.
Hernandez ha un fisico compatto, una muscolatura pronunciata e il faccione che lo fa somigliare a uno di quei mafiosi italo-americani che riempiono le pellicole di seconda categoria. La struttura è quella di un cruiser, ma combatte nei massimi. Rende dieci chili di peso e almeno dodici centimetri in altezza al vecchio rivale.
Mi raccomando però, nessuno pronunci la parola vecchio alla presenza di George Foreman.
“Sono vecchio, ma sono come il vino che invecchiando migliora. Mike Tyson e l’intero mondo dei pesi massimi mi evitano. Stasera vincerò per ko giocando. È tempo di passare alla fase successiva”.
Un giornalista lo attacca.
“Parli di Tyson e intanto ti batti contro pugili senza peso come Carlos Hernandez. Perché?”
“Se continuerai a fare queste domande, masticherò parte del tuo orecchio e lo sputerò a terra.”
Big George non voleva affrontare Hernandez.
Lo aveva fatto presente agli organizzatori.
“Non mi va di combattere contro questo tipo, è capace di fare qualsiasi scorrettezza sul ring”.
Carlos è pugile tosto, quando si innervosisce urla e scalcia. E non sempre combatte secondo il regolamento.
“Hai firmato un contratto e devi rispettarlo”.
“Sì, ma sul contratto non c’era scritto il nome dell’avversario contro cui avrei dovuto battermi”.
“Proprio per questo salirai sul ring contro Carlos Hernandez. O lui o nessuno. Se non ti sta bene, puoi anche andartene”.
Proposta indecente.
Il match va in porto.
Hernandez entra finalmente nello spogliatoio.
Indossa un paio di pantaloncini neri, piccoli e attillati, non sembrano neppure i suoi.
Big George sfoggia un paio di pantaloncini grossi e rossi.
È domenica, giornata che solitamente Foreman dedica alla preghiera assieme ai fedeli che riempiono la sua chiesa.
Adesso è qui.
E sa già cosa farà domani, lunedì 27 giugno 1988.
“Sarò in platea a vedere Mike Tyson vs Michael Spinks e sfiderò il vincitore”.
“Ma non sei un po’ troppo in là con gli anni per questo genere di cose?”
“Ehi reporter, io sono solo un ragazzo che cresce”.


Sul ring Hernandez si agita molto, sembra scalpitare e quando si comincia parte a razzo. Centra Foreman con un gancio sinistro alla mascella e lo fa sbarellare. Sono trascorsi solo dodici secondi dal primo gong. La sorpresa dura un attimo, poi il match prende il suo corso naturale.
Foreman picchia, Hernandez incassa.
Big George ha conservato la potenza di un tempo, ma è ancora più lento di prima. Si muove strascinando i piedi, agitando le braccia alla ricerca della botta giusta. E nella quarta ripresa trova la combinazione che gli serve. Centra Carlos dietro l’orecchio, poi lo costringe a indietreggiare e lo travolge con ripetuti colpi alla testa.
Hernandez perde il paradenti, Foreman guarda l’arbitro Paul Venti.
“Fagli recuperare il paradenti”.
“Combatti George”.
“Ma non può continuare così…”
“Ho detto combatti!”.
A match finito gli chiederanno il perché tanta insistenza.
“Odio il fatto che tra vent’anni questo ragazzo possa entrare nella mia chiesa ad ascoltare il mio sermone e nel momento in cui cercherà di dire qualcosa, tutti si accorgeranno che è senza denti perché glieli ha fatti saltare il predicatore”.
L’arbitro ignora le richieste di Foreman e allora lui chiede all’angolo di Hernandez di fermare il match. Niente da fare.


Si ricomincia.
Prima un sinistro e poi un destro centrano al volto l’ex cubano.
Finalmente, dopo 1:36 del quarto round, Paul Venti dice che può bastare.
Carlos Hernandez urla e strepita. Vorrebbe continuare.
Ma l’arbitro ha senza alcun dubbio ragione.
Big George è davanti ai microfoni della tv.
“Ho vinto ancora prima del limite. Io affronto tutti, degli altri non posso dire la stessa cosa. Voglio Tyson, voglio metterlo via”.
Carlos Hernandez esce di scena, ha faticato a farsi riconoscere prima che la sfida cominciasse. Non è stato certo questo il match che lo ha reso popolare come sognava.
George Foreman si incammina verso la notte di Atlantic City. Vuole essere a letto presto. Domani sera ha la sua recita da fare. E non può commettere errori.

(da IL MATCH FANTASMA di Dario Torromeo, Absolutely Free Editore, 250 pagine, 16 euro, 2017)

La notte in cui Ali ha distrutto, in due round, l’uomo che metteva ko i bidoni

Non c’è più più nessuno a Bingham.
Ma se capitate in quelle zone potreste ancora trovare qualche vecchio signore capace di raccontarvi i bei tempi, quando laggiù c’era lavoro e ogni fine settimana la birra scorreva a fiume e le donnine allegre facevano affari d’oro.
Era una cittadina fortunata. Aveva la più grande miniera di rame a cielo aperto. Si era sviluppata in una zona di montagna, all’interno di uno stretto canyon. I minatori erano accorsi in massa e avevano trasformato quel posto di poche case in un villaggio di migliaia di anime.
Lo spazio per costruire era poco: una gola stretta e lunga che provocava tristezza al solo guardarla. Ma i minatori non si erano arresi e avevano messo su sette miglia di abitazioni strette e basse. Stavano tutti vicini, ma a regalare allegria era il dollaro che scorreva a fiumi. A loro non serviva altro.
Poi la miniera si era inaridita, il lavoro era andato scemando e nel 1961 gli abitanti erano scappati via per trasferirsi a Copperton, poche miglia di distanza.
Oggi Bingham è una citta fantasma.

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Tre anni prima del grande crollo, alcuni uomini di buona volontà avevano cercato di restituire un minimo di vita a un posto in rapido declino. Avevano organizzato le finali di un torneo di pesi massimi professionisti.
Pensavano che il pugilato sarebbe stato un ottimo mezzo per finire sui giornali. E avevano avuto ragione, anche perché quel torneo era stato vinto da un signore che l’1 dicembre del 1958 aveva steso tutti gli avversari: sei vittorie per ko alla prima ripresa!
Quel signore si chiamava LaMar Clark e a fine carriera sarebbe entrato nel Guiness dei primati. Ma di questo parlerò dopo.
Era nato l’1 dicembre del 1934 a Cedar City nello Utah, una cittadina di poco più di diecimila anime, 290 chilometri a Ovest di Las Vegas lungo l’Interstate 15.
Aveva studiato al College, aveva giocato da fullback nella squadra di Football Americano, aveva poi provato con basket e baseball. Alla fine aveva deciso che sarebbe stato meglio fare il contadino. Era diventato un allevatore di polli nella fattoria gestita dai genitori: Nora Davis ed Ernest Thomas Clark.
In palestra il ragazzo aveva scoperto di avere talento. Picchiava duro, soprattutto con il destro che con il tempo sarebbe diventato “Thunder punch” (pugno di tuono) e avrebbe fatto di lui “The Cedar City Bomber”.
Buon dilettante: 65 vittorie e solo quattro sconfitte. Quarantatré successi per ko. Poi, il professionismo. Si era lanciato nell’avventura legandosi a Marv Jensen, il manager di Gene Fullmer: il campione del mondo dei pesi medi.
Clark non arrivava a 1.80 di altezza e pesava circa 85 chili. Era un peso massimo piccolino, ma con i pugni pesanti.
Penso che molti di voi, che avete avuto la pazienza di leggere fin qui, non avrete mai sentito nominare questo signore. E allora: come ha fatto a entrare nella storia della boxe?
I due libri di riferimento per le statistiche pugilistiche, il Record Book di The Ring e BoxeRec, lo indicano come il pugile che ha collezionato il maggior numero di knock out consecutivi: 44 per The Ring, 42 per BoxeRec. Io, dopo attente ricerche, propendo per la seconda tesi.

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Arrivati a questo punto della storia qualcuno si chiederà quali titoli abbia vinto un pugile capace di mettere assieme una striscia di 42 ko. La risposta è semplice: nessuno. Non è mai stato in classifica mondiale, non ha neppure sfiorato la possibilità di entrare a farne parte.
La verità è LaMar Clark ha incontrato una serie impressionante di brocchi, così tanti che sembrava impossibile trovarli: dei primi 42 avversari solo tre erano riusciti a vincere un match!
Saliva sul ring contro gente che fino a quel momento aveva fatto solo wrestling, oppure si misurava con i forzuti del paese. Pugili con tanto di licenza, per carità, ma autentici disastri sul piano pugilistico.
Lui aveva una boxe un po’ arruffona, aggressiva, scoordinata. Sicuramente aveva pugno, ma non era certo un campione.
Aveva battuto tre avversari nella stessa serata, in un’altra ne aveva sconfitti due in meno di quattro minuti. Un incontro dopo l’altro aveva collezionato un record difficilmente superabile. Poi le cose si era fatte più serie.
Aveva perso per la prima volta contro Bartolo Soni, campione domenicano dei pesi massimi con origini italiane. Era andato ko al nono round.
Altra sconfitta nella sfida successiva contro Pete Rademacher, campione olimpico e protagonista anche lui di un singolare primato: aveva esordito al professionismo disputando il campionato del mondo, perdendo contro Floyd Patterson per ko 6.
LaMar Clark aveva conseguito una vittoria prima di disputare quello che sarebbe stato l’ultimo match della carriera.

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Il 6 aprile del 1961, cinquant’anni fa, a Louisville era stato battuto per ko da Cassius Clay che solo tre anni dopo sarebbe diventato Muhammad Ali. Proprio quello contro Clark era stato il primo match in cui Clay aveva cominciato il giochino delle previsioni.
Avevo la sensazione che sarebbe finito giù. Dissi che l’avrei messo al tappeto in due round e così era stato.”
Due atterramenti nel round di apertura, un terzo in quello successivo e il ko dopo 1:27 di quella ripresa.
LaMar Clark si era ritirato a 27 anni. Era fresco sposo di Brenda Huntsman che gli avrebbe dato tre figlie: Nicole, Cherese e Theresa. Uomo di chiesa e marito fedele avrebbe vissuto una vita serena portandosi dietro i bei ricordi della boxe.
Non è stato un campione, ma un pugile che con il suo record ci ricorda quanto le carriere possano essere costruite.
Puoi anche battere per ko decine avversari di fila, ma se sono solo una serie di bidoni difficilmente entrerai nella storia. A meno che non ti accontenti delle statistiche. E allora 42 ko consecutivi sono un buon motivo perché ogni tanto qualcuno sfogli i libri sacri della boxe e si chieda chi mai fosse LaMar Clark da Cedar City, Utah.
Io ho cercato di raccontarvelo.

Premio Bancarella Sport, possono partecipare solo i chiaroveggenti…

Le magie del Premio Bancarella Sport.
Il 23 maggio 2016 pubblicavo quanto segue.
Il Premio Bancarella Sport (gestito da Fondazione Città del Libro, Unione Librai Pontremolesi e Unione Librai delle Bancarelle) è da tempo il più prestigioso per il mondo dell’editoria sportiva. Ha una lunga tradizione di importanti vincitori e di opere letterararie di grande spessore. Noto per la sua importanza e per la procedura cristallina delle scelte, quest’anno è inaspettatamente scivolato su una buccia di banana. Ma la cosa più grave è che non ha alcuna intenzione di porre rimedio ai propri errori.
L’11 aprile scorso si è riunita la commissione giudicante, successivamente è stato emesso questo comunicato.
“La commissione di scelta, presieduta da Paolo Francia e composta da autorevoli personaggi dello sport e della cultura, Paolo Liguori, Claudio Mele, Antonio Barillà, Giacomo Santini, Daniele Redaelli, Ignazio Landi, Giuseppe Benelli, Angelo Panassi e il segretario del Premio Giorgio Cristallini, al termine di un’ampia e approfondita discussione sui volumi in concorso, inviati dalle diverse Case Editrici Italiane, hanno proclamato i vincitori del 53° Premio Selezione Bancarella Sport 2016, i seguenti libri…”
Ora il regolamento del Premio dice che la commissione giudicante è composta da:
Art. 5
1. ll Presidente della Commissione, designato dalla Fondazione Città del Libro
2. Tre rappresentanti rappresentanti della Fondazione Città del Libro
3. Il segretario del Premio Bancarella Sport
4. I rappresentanti delle testate giornalistiche sportive nazionali (Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport – Stadio, Tuttosport, Rai–Tv, Mediaset, Sky Sport)
5. Un rappresentante del Coni
6. Il presidente dell’Unione Stampa Sportiva Italiana
7. Due rappresentanti del Panathlon International.
Un totale di quindici, compreso il presidente.
Non coinvolgendo nel discorso i sei vincitori che meritano il massimo della stima, resta da capire come e perché i giurati non fossero nel numero previsto. La risposta è inquietante: perché gran parte degli assenti non è mai stata convocata. È stata una votazione a sorpresa, carbonara, imprevista. Chiamatela come volete, sicuramente non è stata una votazione regolare. Nessuno però risponde alle due domande fondamentali.
1. Perché non sono mai stati convocati alcuni membri della giuria?
2. Perché non si invalida una votazione in cui si riscontra una così palese irregolarità?
Sono trascorsi cInque anni e ancora non si hanno risposte chiarificatrici.


Con il passare del tempo, le cose sono addirittura peggiorate.
Il 22 marzo scorso è stato pubblicato il bando di concorso per l’edizione 2021.
Il tempo massimo per presentare le opere (come da regolamento) scadeva il 15 marzo.


Solo i chiaroveggenti professionisti possono dunque partecipare al Premio.
I comuni mortali, è meglio che se ne facciano una ragione, sono esclusi.

Frank Sinatra, una voce piena di magia e un amore sconfinato per la boxe…

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Il 12 dicembre 1915 nasceva Francis Albert Sinatra, detto Frank, una delle più belle voci della musica moderna.
Ha scritto di lui Pierluca Bonfrate: “Il suo timbro è una combinazione di voce piena e di venature più aspre, sempre allo stesso livello di perfezione in tutti i registri. Ogni pezzo è cantato e recitato allo stesso tempo, con tutte le sfumature del caso, ogni parola pesa un quintale ed è perfettamente comprensibile”.
Anche lui, come tanti personaggi famosi di Holywood e dintorni, era legato a doppio filo alla boxe.
Sua padre, Anthony Martin Sinatra, per trovare più facilmente lavoro nel pugilato professionistico americano aveva scelto come nome d’arte Marty O’Brien. Era un peso gallo, buon combattente anche se non dotato di grande talento.
Il sito specializzato boxerec.com riporta il suo record, un deludente 1-5. E tutte e cinque le sconfitte erano arrivate via ko. Poi si era rotto il polso e aveva optato per un altro lavoro, non certo meno rischioso. Aveva fatto il pompiere.

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Frank non è mai salito sul ring per un combattimento da professionista. Ma è sempre stato innamorato della boxe. Ha disputato qualche match da dilettante e ha fatto l’organizzatore. Il 23 giugno 1947 è stato il promoter di una riunione al Gilmore Stadium di Los Angeles. Sei incontri pro con il clou tenuto dalla sfida tra i pesi massimi Jersey Joe Walcott (43-11-2 e 35.000 dollari di borsa, niente male per l’epoca) e Joe Maxim (48-13-2, 10.200 dollari di borsa). Sfida vinta ai punti con decisione contrastata da Walcott.
Frank Sinatra è stato anche il manager di Cisco Andrade e ha gestito una quota del peso massimo Tami Mauriello, che si è battuto per il titolo mondiale contro Joe Louis il 18 settembre del ’46, venendo sconfitto per ko alla prima ripresa.

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L’amore per la boxe è stato costante nel tempo. L’8 marzo del 1971, il cinquantesimo anniversario della sfida è stato celebrato tre settimane fa, Joe Frazier e Muhammad Ali si sono sfidati sul ring del Madison Square Garden. Sinatra avrebbe voluto sedere a bordo ring. Dal momento che la richiesta era arrivata a un giorno dal match, posti a disposizione non ne erano più rimasti. Era stata la rivista Life a trovare una soluzione. Avrebbe potuto circolare liberamente attorno al ring, con tanto di accredito, se avesse accettato di fare delle foto per il magazine. Detto fatto. Il 16 marzo ’71 Life usciva con un reportage sulla sfida firmato Norman Mailer. La foto di copertina era di Frank Sinatra, come indicato nei crediti.
Frank Sinatra moriva il 14 maggio del 1998, il campione del mondo dei pesi massimi era Lennox Lewis. Un degno erede.

Una lettera dall’America, il passato che torna. La boxe è una cosa meravigliosa

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Io la mia vita ho deciso di viverla come l’ho sognata
(Sabine Azéma, Una domenica in campagna)

Questa è una storia che ho già raccontato molto tempo fa. La ripropongo oggi perché il senso di romantica avventura che la pervade mi ha regalato un po’ di ottimismo, credo sia giusto dividerlo con voi. Ne abbiamo tutti bisogno, la pandemia si è portata via tutto. Ha lasciato intatti solo i ricordi.

A quei tempi lavoravo ancora in Piazza Indipendenza.
Una mattina mi chiama il direttore Italo Cucci e mi consegna una busta bianca affrancata con un francobollo da 20 cents con la faccia di Harry Truman. Dentro c’è una lettera e un assegno da 10 dollari intestato al “Direttore Corriere dello Sport”. Arriva da Carver, Massachusetts, Stati Uniti. Il mittente si chiama Reinaldo Oliveira.
Questo racconto comincia così.
Il pugile Civitavecchiese Francesco Fratalia, una volta il fior fiore del pugilato Italiano, 1948-1952, arrivera a Civitavecchia il 14 maggio su una da Crociera Crown Princess per una felice vaccanza alla sua cara e amata Civitavecchia”.
Il testo è ripetuto, stavolta senza errori, in inglese.
Reinaldo A. Oliveira jr è il presidente dell’Associazione Internazionale dei Veterani del Pugilato. Duecentocinquanta soci nel New England, soprattutto a Carver dove al numero 96 di Rochester Road c’è la sede. Centinaia di ex pugili, arbitri, giudici sparsi in tutti gli Stati Uniti si riuniscono ogni secondo sabato del mese. Chiamo Oliveira prima di una riunione per fargli due domande.

Perchè ha spedito la lettera?
Per informarvi che Fresco Fratalia è stato eletto nella Boston Hall of Fame
E l’assegno da 10 dollari?
Per far pubblicare la notizia
Non può finire qui.

Qualche telefonata in giro per gli States e finalmente trovo il signor Francesco Fratalia. È a Fort Lauderdale, Florida, dove vive sei mesi l’anno. Quelli invernali. Gli altri sei li passa a Boston. Ha 75 anni, è vedovo da sei (l’anno della storia è il 2001): sua moglie Gloria Vena, un’americana nata da genitori avellinesi di Chiusano San Domenico, è morta nel 1995. Ha sei figli e 14 nipoti, ma di questi parlerò dopo. Adesso voglio che racconti la sua avventura.

Ero un buon pugile. Non sono mai stato un campione. Combattevo nei match d’apertura, sei round contro chiunque volesse sfidarmi. Ero forte e coraggioso. Sono venuto in America per la prima volta nel novembre del 1949, avevo 23 anni. Ho fatto un incontro a Providence, contro Frank Lane. Ho vinto. Poi sono tornato a casa. A giugno del 1950 mia moglie mi ha chiamato in America e io mi sono preparato a ripartire. A quel punto sono cominciati i guai. Ero stato balilla, avanguardista. Come tutti, o quasi, in Italia. Io però non avevo rinnegato quel periodo e l’America non voleva più darmi il visto di ingresso. Allora si è mossa mia cognata. Il marito era un tenore, aveva cantato alla Scala di Milano, si chiamava Luigi Vena. Aveva cantato anche in casa Kennedy, conosceva John  Fitzgerald che poi sarebbe diventato il presidente degli Stati Uniti. Lei andò a Washington e chiese aiuto. Mi fecero un permesso speciale e ottenni il visto. Mio cognato ai Kennedy è sempre piaciuto, ha cantato anche al matrimonio di John con Jacqueline Bouvier. Prima di partire ho fatto l’ultimo match a Civitavecchia, ho perso contro Malè, ma solo per sfortuna. Una testata, una ferita e sono andato via pieno di vergogna.

La scheda ufficiale conferma ogni parola del signor Francesco.
Ha combattuto, a cavallo tra i medi e i superwelter, 22 match: 15 vittorie, 2 pari, 5 sconfitte. Lui però dice che nella lista della nostra Federazione mancano almeno nove incontri, sette dei quali vinti, disputati negli States. Ha affrontato nomi importanti dell’epoca: Coluzzi,  Salvatore Sanna, Gustav Buby Scholz, Malè. Ma c’è un momento sul ring che non dimenticherà mai. L’ha vissuto con un uomo che veniva da Brockton, cittadina con poco più di seimila abitanti, a sud di Boston. Industrie tessili, calzaturifici, fonderie dove la forza lavoro era costituita soprattutto da irlandesi e italiani. Città di emigrati.

Ho allenato Rocky Marciano (Fratalia, primo a sinistra, con Rocky al sacco nella foto in alto), a Grossinger (lo stesso ritiro sopra New York che avrebbe ospitato Nino Benvenuti alla vigilia degli ultimi due match con Emile Griffith, ndr) mentre preparava il mondiale con Rolando La Starza.

Rolando, biondo e bello, aveva anche lui come Rocky origini abruzzesi. I nonni erano sbarcati in America con la stessa nave di Rocco ed Elisa Marchegiano. Erano i nonni di quello che sarebbe diventato il campione mondiale dei pesi massimi. La differenza, a parte la caratura pugilistica, stave nell’estrazione sociale dei due. La famiglia di La Starza era benestante, il papà aveva una macelleria ed era stato anche organizzatore di boxe.

La Starza in realtà era un mediomassimo. Per questo Marciano voleva sparring che fossero veloci, rapidi. Io ero l’uomo adatto. Lo facevo correre, ero sfuggente. Ma lui era tosto. Una volta sono riuscito a mettergli tre diretti sul naso, ha cominciato a sanguinare. Si è arrabbiato e mi ha centrato alla testa con un gancio terribile. Avevo il casco di protezione, ma è stato tremendo: sono quasi finito ko e quel pugno lo ricordo ancora.

Ha scambiato qualche colpo anche con Kid Gavilan e Marvin Hagler, quando si è esibito con il Meraviglioso aveva già 55 anni. Le borse dei suoi tempi, oggi fanno ridere: 125 dollari, la più alta negli States, per un match contro Andy Andrew; 60 per 10 a round con Paul Nichols. Ma bisogna ricordare che 60 dollari negli anni Cinquanta erano una settimana di paga di un operaio e che negli ingaggi di Fratalia ci sono anche i 1.000 dollari intascati per la sfida con Buby Scholz a Berlino il 15 aprile del ’51, sconfitta ai punti in 8 riprese.

In Italia il signor Francesco aveva lavorato come vigile del fuoco, nella caserma di via Genova a Roma.

Sono stato sotto i bombardamenti della città aperta, alla fine della seconda guerra mondiale. Ero sempre il primo ad essere chiamato, più di una volta ho rischiato di morire. Negli Stati Uniti ho fatto due lavori: ero alle chiuse quando i piroscafi dovevano entrare nel porto e facevo il pittore-muratore nella costruzione di case per ricchi. Così oggi ho due pensioni: una mi serve per vivere qui, l’altra per venire in Italia per le vacanze.

Anche quest’anno tornerà a casa. Partirà il 14 maggio da Fort Lauderdale e quindici giorni dopo toccherà Civitavecchia: il signor Fratalia viaggia sempre e solo in nave.
Un po’ nel ricordo dei vecchi tempi. Nella sua testa infatti ci sono il Constitution e il Conte Biancamano, i dieci giorni in mare aperto; gli allenamenti su un ring improvvisato dal comandante; due sparring: un marinaio di coperta, un operaio delle macchine; il footing sul ponte.
Un po’ per scelta.
L’aereo è troppo veloce, non c’è gusto.
Verrà da noi con la Crown Princess, la nave resa famosa dalla serie televisiva “Love Boat”: una sorta di albergo di lusso che solca i mari. Un’imbarcazione da 400 miliardi, nata in Italia e con un ufficiali italiani. Quasi 700 persone di equipaggio, la Crown Princess può ospitare fino a 1590 passeggeri. Un transatlantico che farà tappa alle Bahamas, in Spagna, Portogallo, Francia, Montecarlo e quindi approderà a Civitavecchia, la città dove Francesco è nato.
Lo aspettano due fratelli e una sorella. Altri due fratelli sono morti durante la guerra: il primo nel ’43 a Tarquinia, vittima di una mina. L’altro l’anno dopo. Aveva trovato un grosso proiettile a trecento metri da casa, lo stava portando dentro quando è esploso. Così se ne sono andati Salvatore e Vincenzo.

Quando sono partito per l’America pensavo di rimanere lì per poco tempo, volevo mettere da parte 6.000 dollari per comprarmi una bella casa. Sono 49 anni che vivo qui e dal 1955 ho preso anche la loro cittadinanza. Parlo ancora l’italiano perché vengo spesso a casa. Qui ho sofferto, ma adesso sono felice. Ho una mobile home (una grande roulotte, usata come abitazione: può costare dai 50 ai 200 milioni, ndr) in Florida e una casa con le fondamenta a Boston. Ho sei figli, tutti sistemati. Roberto fa il poliziotto e nel ’98 è stato eletto miglior detective della città; Stefano lavora in tribunale; Cristoforo ha un’attività nel ramo dei liquori; Vincenzo fa il postino, è il gemello di Stefano: loro due hanno giocato a buoni livelli nei campionati di hockey su ghiaccio; Francesca si è laureata in lingue e letteratura straniera; Ernesto, il più giovane, è capo elettricista. Sto bene, ma sento la nostalgia dell’Italia, perciò ogni tanto torno. Una delle pene che mi porto dietro è quella di avere lasciato ai miei tifosi di Civitavecchia il ricordo di un ultimo match perso, quello con Malè. E’ stato questo il motivo che mi ha convinto a tornare sul ring dopo più di due anni senza combattimenti. Ho voluto chiudere con una vittoria e così è stato (ha battuto Paul Nichols il 18 aprile 1954 a Boston, ndr). Non potevo ritirarmi dopo una sconfitta.

Fratalia dice di avere conosciuto, anche se per vie indirette, la mafia. Quella che governava il pugilato americano negli anni Cinquanta. Ci racconta di un campione italiano dei giovani fascisti, emigrato negli States; di un manager che gli punta la pistola alla testa per convincerlo a perdere un incontro; di signori di Brooklyn che giravano minacciosi nelle palestre. Dice che per sua fortuna non è finito mai in mezzo al fuoco. Lui faceva i match di contorno, sei round nelle riunioni che portavano in grosso sul cartellone i nomi di Rocky Marciano, Joe Louis. Si è salvato, ne è uscito senza essere mai toccato.

Metto l’assegno da 10 dollari della Rockland Trust in una busta da lettere e lo rispedisco.

Reinaldo A. Oliveira jr,
96 Rochester Rd, Carver,
MA 02330 (United States)

Allego un biglietto, poche parole.
Grazie per avermi fatto scoprire una bella storia.
Affranco e spedisco.

Magnesi riporta il pugilato su Rai2, il 23 aprile da Zagarolo la difesa del titolo Ibo

Michael Magnesi riporta la boxe su Rai2.
Il 23 aprile, a Zagarolo (Palazzetto dello Sport Valle Muratella), il pugile di Cave (18-0, 10 ko) difenderà il titolo IBO dei superpiuma contro il sudafricano Khanyile Bulana (12-0 8 ko) per l’organizzazione BBT di Davide Buccioni e A&B di Alessandra Branco.
L’incontro sarà trasmesso in diretta alle 23:30 su Rai2 con il commento di Davide Novelli.
Dopo il titolo IBF/WBC dei mediomassimi tra Beterbiev e Deines, andato in onda lo scorso 20 marzo su RaiSport, l’emittente di Stato ci riprova. Non si sa se possano essere i primi passi verso una stabile presenza della Rai a bordo ring, se l’esperimento avrà un futuro.
Di certo dovremmo vedere il nono match da professionista di Guido Vianello (peso massimo residente negli Stati Uniti, record: 7-0-1, 7 ko) previsto nel prossimo giugno sempre negli States.
Nella riunione di Frosinone, in cartellone anche la sfida tra Khalil Arabetto El Harraz (12-1-1,1 ko) e Predag Cvetkovic (6-18-2, 3 ko).

Umberto Branchini. Storia di un Cardinale che conosceva la boxe come pochi

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Fosse ancora in vita, il prossimo 17 luglio Umberto Branchini festeggerebbe 107 anni. È stato il più grande manager italiano di pugilato: undici campioni del mondo e 43 campioni europei.Se ne è andato per sempre nel marzo del ’97. Un giorno piovoso e buio di tanto tempo fa abbiamo fatto una lunga chiacchierata nel suo ufficio di Milano. Mi ha raccontato l’incontro con la mafia a New York, gli incendi di Azevedo, le furbate di Gimenez e quelle del borseggiatore triste. E poi, l’addio alla boxe, amareggiato da un ambiente che non sentiva più suo. Mi ha raccontato la sua vita.

Era l’alba, le strade di Modena erano deserte. Umberto e Mara Jockey procedevano lentamente. Un bambino di otto anni che sognava di diventare driver e la sua cavalla che si impegnava per assecondarlo.
La famiglia Branchini era nell’ippica dal 1894. Driver Fausto, il nonno di Umberto, un agricoltore che comprava cavalli americani in Austria. Driver Nello, il papà. Guidatori sarebbero diventati il fratello Fausto e il figlio Marco.
Ma Umberto no, lui non ce l’avrebbe fatta. Era stata la mamma a dargli la brutta notizia. Glielo aveva detto mentre preparava la cena, mentre aspettavano assieme che Nello tornasse da San Siro.
Guidare cavalli non fa per te. Meglio che continui a studiare.”
Aveva usato le parole del babbo, non una di più, non una di meno.
Era stata una delle più grosse delusioni della vita, una pugnalata.
Non sarebbe mai più salito su un sulky, ma la passione gli sarebbe rimasta dentro per sempre.

Messo via il sogno dell’ippica, era cominciata la grande avventura nel pugilato.
D’inverno la palestra era in una cantina di Rua Pioppa, al numero 13. A Modena, ovviamente.
D’estate si trasferiva nella scuderia di viale Fontanelli.
In breve la boxe lo aveva preso in maniera totale, al punto da sacrificare in qualche occasioni anche la famiglia. Aveva sposato Elena nel ’44, a guerra ancora in corso. E  quando era nata l’unica figlia, lui era in tournèe in Spagna. La bambina era poi morta sei mesi dopo, per un misterioso virus.
Umberto aveva tentato anche la strada del cinema. Era stato a lungo con Roberto Rossellini. Aveva fatto il guardarobiere, l’ispettore di produzione, l’aiuto regista. Aveva lavorato per “Un pilota ritorna”, “La nave bianca” e “L’uomo del mare”. Pellicole degli anni Quaranta.
Ma la boxe era stata più forte di qualsiasi tentazione.
Una sola grande passione riusciva a tenere testa al pugilato. L’amore folle e sregolato per dolci e gelati. Mi aveva raccontato più volte, sempre con divertito candore, un’incredibile impresa.

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Erano i tempi in cui la Perugina aveva lanciato un concorso di figurine, quello dell’introvabile “Feroce Saladino”. Umberto e Bruno “Raffa” Zambarbieri, popolare procuratore, avevano deciso di approfittare dell’autentica mania che aveva travolto l’Italia intera. Avevano scoperto che a Milano, al Bar Venezia, quello che stava all’inizio di Corso Buenos Aires, davano la cioccolata a metà prezzo se gli lasciavi la figurina. Ogni sera facevano visita al locale e mandavano già quaranta tavolette di cioccolato a testa.
Poi c’era stata la scommessa con Danilo Bolzoni, un amico di Modena.
Umberto aveva appena finito di pranzare ed era sceso al bar per un caffè. Gli era passato davanti agli occhi un cabaret di paste e non era riuscito a trattenere uno sguardo languido, quello sguardo innamorato che di solito si riserva alle belle ragazze.
Sono trenta, Umberto. Non sarai mica capace di mangiarle tutte?
“Ne mangio anche cento, se le paghi tu.”
Affare fatto.”
Il conto alla fine era stato diviso a metà. Branchini si era fermato a novantasei. A tradirlo era stata la gola. Nella scelta aveva cominciato dalle paste al riso, quelle che rimanevano sullo stomaco e non andavano più giù.
Era sempre un piacere ascoltarlo. Me ne stavo davanti a lui e mi sembrava di essere seduto in una sala cinematrografica, davanti a un film che narrava splendide storie.
Quando mi parlava dell’America, si faceva serio. Mi raccontava di come ce l’aveva fatta a uscire senza danni da più di una situazione pericolosa.
Come quella volta, era il 1947, che era a New York.
Il rumore dell’acqua che scendeva dalla doccia copriva qualsiasi altro suono. Era per questo che non si era accorto di nulla. Quando era tornato in camera da letto per poco non era svenuto. Seduto sulla poltrona c’era un omino con un cappello nero calato sino a metà fronte.

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Il mio nome è Antonucci, il capo vuole vederti.”
“Chi è questo capo e perché vuole vedermi?”

Si chiama Frankie Carbo. Ha saputo che un suo pugile, Livio Minelli, ha messo al tappeto Tony Pellone in allenamento nella palestra di Stillman. Domani ne parleranno tutti i giornali. Il capo vuole organizzare un match tra Minelli e Pellone a Detroit. E’ chiaro che a perdere quel match sarà il suo pugile.”
“Ma, veramente dovrei parlarne con il ragazzo.”
Torno tra due giorni.”
Quarantotto ore dopo una lunga limousine nera si era fermata sotto l’albergo. Branchini era salito su. L’autista aveva guidato lentamente nel traffico di New York sino al Copacabana Night Club, poi aveva parcheggiato. Attorno a un grande tavolo tondo, in fondo al locale, sedevano dodici splendide ballerine della compagnia di Carmen Miranda. Accanto a loro, dodici gangster. Al centro, Frankie Carbo.
All’America si cono due modi di fare soldi. Tanti, stando con me. Nessuno stando contro di me. Se accetti di collaborare, entro sei mesi tornerai a casa con mezzo milione di dollari. Se accetti, ti presto cinquemila dollari per scommettere sul mio pugile. Ovviamente mi devi assicurare che il tuo Minelli perderà.
“Veramente, ma
Non avere paura, puoi anche dirmi di no. Ricorda però che se lo fai, dovrai dire di no a tutti.
Umberto era uscito dal night ancora scosso per quell’incontro. La mattina dopo aveva comprato due biglietti aerei. Lui e Livio Minelli erano tornati a casa. Ma la storia non era certo finita lì.
Qualche tempo dopo era tornato a New York. Un peso massimo che amministrava combatteva al Madison Square Garden contro Gomez numero 8 del mondo. La borsa era di quattromila dollari. Al primo round il pugile di Branchini aveva messo al tappeto il rivale con un pugno che nessuno aveva visto. Nella seconda ripresa era finito ko senza essere stato neppure sfiorato. Era chiaramente un match combinato. E Branchini non ne sapeva niente. Come sarebbe riuscito a spiegarlo alla mafia?
Il pugile era tornato in albergo con ottomila dollari, metà erano quelli della borsa e l’altra metà quelli del compenso per l’accordo. Umberto non aveva voluto una sola di quelle banconote, continuava a temere che prima o poi gli uomini di Frankie Carbo gli avrebbero fatto visita. Per fortuna non si erano mai visti.

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Umberto mi raccontava spesso storie divertenti, aneddoti che sembravano frutto solo della fantasia e invece erano pura realtà.
C’era un suo pugile, un bravo peso piuma romano, che di professione faceva il borsaiolo. Aveva uno sguardo perennemente triste, neppure davanti a un buon colpo riusciva a sorridere. Andava a tutte le riunioni, si metteva in fila come se dovesse comprare il biglietto e invece sfilava i portafogli. Poi a fine serata gli faceva il resoconto e non era mai sotto le centomila lire. Cifre da capogiro per il 1956. Una volta gli aveva anche giocato un brutto scherzo. Per togliersi dagli impicci gli aveva infilato in tasca uno dei portafogli rubati. Umberto non aveva capito subito cosa fosse successo, poi aveva preso il portafoglio. Era vuoto e il signorino era già sparito.
Ma la storia che mi piaceva di più era quella di Everaldo Costa Azevedo. Il manager non sapeva se fosse religioso o semplicemente superstizioso. Prima di ogni match importante accendeva ceri in ogni parte della stanza d’albergo, bagno compreso. Questo atteggiamento aveva provacato incendi in  parecchie camere.
Una volta, erano a Caracas, le tendine delle finestre avevano preso fuoco, ma lui non aveva alcuna intenzione di spegnerle.
Se c’è il fuoco, vinco.”
L’assurdo era che le cose andavano proprio così. Ogni volta che le candele incendiavano qualcosa nella stanza d’albergo, lui vinceva il match. Non era comunque una buona ragione per devastare tutti gli hotel in cui andavano.
A Los Angeles, prima del mondiale contro Carlos Palomino, aveva inscenato lo stesso rituale. Branchini e il dottor Mario Ireneo Sturla avevano visto il fumo uscire dalla stanza e si erano precipitati. Per entrare avevano però dovuto buttare giù la porta e una volta dentro si erano dovuti dannare l’anima per spegnere le fiamme.
Azevedo quell’incontro l’aveva poi perso ai punti.

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Juan Carlos Gimenez era un tipo incredibile. In occasione di un match in Indonesia aveva deciso di conquistare la simpatia del pubblico. Era salito sul ring con il fez dei musulmani ed era stato osannato da metà della folla. Finito il combattimento era andato al centro del ring, si era inginocchiato e si era fatto il segno della croce per ingraziarsi i cristiani. Ma quelli non erano ingenui, avevano capito il trucco. Un attimo dopo si era scatenato l’inferno.
Branchini e il suo pugile erano dovuti scappare via. Quando stavano tornando in albergo su una macchina scoperta erano stati raggiunti dai tifosi che li avevano ricoperti di insulti. E le brutte parole venivano da musulmani e cristiani. Senza distinzione di religione.
Umberto Branchini è stato il più grande manager che la boxe italiana abbia mai avuto. L’unico che sia entrato nella Hall of Fame. Ha gestito undici campioni del mondo e quarantatrè campioni europei in sessant’anni di attività. Lo chiamavano il Cardinale, soprannome regalatogli dal giornalista Sergio Roscani per la sua competenza, per il modo di gestire le situazioni. Anche le più complicate. Raramente perdeva la calma. Aveva tatto e cultura. Parlava inglese, francese, spagnolo e portoghese. E’ stato il primo manager moderno della nostra boxe. Aveva contatti ovunque, si teneva informato, spendeva milioni dell’epoca in bollette telefoniche.
Era entrato nel mondo del pugilato nei primi anni Trenta. Aveva capito che quell’ambiente sarebbe stato il suo, all’Olimpiade di Amsterdam nel 1928. C’era andato con alcuni amici, tra cui Enzo Ferrari. Le tre medaglie d’oro italiane l’avevano esaltato. Aveva  anche provato a tirare qualche colpo sul ring. Niente di professionale, ma abbastanza per fargli capire meglio quello sport.
Probo Campioli il primo pugile. Aldo Minelli il primo campione italiano. Ha gestito tra gli altri Burruni (il suo primo campione del mondo), Chionoi, Carrasco, Udella, Cuello, Mattioli, Loris e Maurizio Stecca, Damiani, Nati, Kamel Bou-Ali.
Se ne è andato per sempre nel marzo del 1997. La boxe l’aveva già lasciata, deluso da un mondo che non sentiva più suo.

Iron Mike tra una serie Tv con Jamie Foxx e una sceneggiata con Holyfield…

Mike Tyson è tornato al centro del villaggio.
Il 25 novembre si è esibito contro Roy Jones jr. Ho letto che quel momento ha fatto del bene alla boxe, che l’intera pantomima è stata messa su per fare beneficenza. Ho avanzato dei dubbi su entrambi i fronti e, come oramai è la norma sui social, sono stato insultato senza che a supporto sia stata portata alcuna prova.
Adesso sul rientro di Iron Mike parlano avvocati, società, manager e lo stesso protagonista.
Il 29 maggio sembrava dovesse andare in scena il terzo Holyfield vs Tyson, all’Hard Rock Stadium di Miami. Quell’evento non dovrebbe svolgersi.
Il clan di Holyfield, nella persona del suo attuale manager Kris Lawrence, ha detto che Tyson avrebbe rifiutato un’offerta di 25 milioni di dollari.
A quel punto è sceso in campo l’uomo più cattivo dell’Universo che ha scritto alla France Press e pubblicato un post sul suo profilo Instagram.
“Hanno trattato con le persone sbagliate. Io non combatterò mai più per Triller (il management che ha messo in piedi e trasmesso l’esibizione con Roy Jones jr, ndr). Non conosco nessun loro dirigente, non ho firmato alcun contratto, non voglio fare affari con loro. I prossimi impegni saranno gestiti dalla mia organizzazione Legends Only League”.
Il terzo atto di questa commedia l’ha scritto l’avvocato John Flock in rappresentanza di Triller. Il legale ha mandato una lettera a Sunjay Matthes, vice presidente di DAZN. La testimonianza è stata pubblicata da RingTv.com.
In sintesi Triller dice che Tyson ha un accordo firmato con loro per i prossimi tre anni. La società ha il diritto del primo rifiuto su ogni evento con protagonista l’ex campione dei pesi massimi. E nessuno, scrive l’avvocato, ha mai offerto loro la possibilità di mettere in piedi una terza sfida con Holyfield.


C’è ancora qualcuno che pensa che tutto questo sia mosso dal disperato bisogno di fare beneficenza?
Mike Tyson continua a essere al centro della notizia.
Anche a 54 anni compiuti. Un altro signore, che ha più o meno la sua età (nel suo caso sono 53), ha unito il proprio nome a quello del campione.
Jamie Foxx, Oscar per l’interpretazione di Ray Charles, ha annunciato una serie televisiva che avrà come tema centrale la vita di Mike. Da Bronwsville a oggi.
Avrebbe dovuto essere un film, è stato trasformato in un biopic (un documentario che parla della vita di un personaggio reale) per la televisione.


Il regista sarà Antoine Fuqua (Training day, The Equalizer). A capo della produzione Martin Scorsese, l’artista che dopo Taxi driver, New York New York e L’ultimo valzer ha portato sul grande schermo Toro scatenato, l’avventura di Jake LaMotta.
Ben venga la serie televisiva, ma mi risparmierei altri spettacoli sul filone Tyson vs Jones jr. Questo sport ha davvero un così disperato bisogno di eroi?  La risposta me la sono data in quella occasione, non ho cambiato idea.
Se il popolo del pugilato davvero crede che eventi simili possano giovare alla causa, spingere verso una nuova popolarità, allora vuol dire che i confini si sono ristretti fino a soffocarci.
Liberi, ovviamente, di dissentire.

Carmelo Bossi. A Roma ’60 fece un’impresa, poi diventò mondiale

All’alba del 23 marzo di sette anni fa, se ne andava via per sempre Carmelo Bossi. Aveva vinto l’argento olimpico nei superwelter all’Olimpiade di Roma 1960 ed era stato campione del mondo Wbc-Wba tra i professionisti nella stessa categoria. Aveva 74 anni. Lasciava le due figlie, Carla e Alessandra, avute dalla compagna di una vita: Anna Pocaterra, scomparsa nell’agosto del 2013.

Quando aveva visto quella scatola di caramelle, Anna non aveva pensato neppure un istante di resistere alla tentazione e l’aveva aperta. Poi, non aveva potuto fare a meno di sorridere.
Sollevato il coperchio con tutti quei ghirigori e tanti fiori pieni di colori, si era trovata davanti il tesoro di Carmelo. Lì dentro c’era la storia di una vita. Medaglie che testimoniavano le vittorie, ma anche i sacrifici, le sofferenze e le battaglie, di un uomo a cui nessuno aveva mai regalato niente.
Anna aveva fatto ruotare le medaglie tenendole tra l’indice e il pollice della mano destra, delicatamente, quasi si sentisse in imbarazzo davanti alle emozioni che quella scatola nascondeva. Poi, aveva tirato su la Croce di Cavaliere. L’aveva ammirata, si era commossa, e il sorriso era diventato ancora più grande. Il suo uomo era davvero un tipo particolare.
Quei trofei non aveva mai voluto esporli, non li mostrava con orgoglio a chiunque passasse per casa. Preferiva tenerli dentro una scatola di caramelle, quasi si vergognasse di rendere pubbliche le sue conquiste. Eppure a quella scatola teneva in maniera particolare. Era un oggetto che lo aveva seguito in giro per l’Italia, segno che a quei ricordi era molto legato. L’aveva portata con sè anche quando si era trasferito da Milano a Ferrara, nella prima metà degli anni Sessanta.
“Doveva aver fatto qualcosa di storto e se ne era andato in esilio” raccontava Anna.
“E così si era portato dietro le sue cose”.
O almeno, quelle a cui teneva di più.
Anna Pocaterra guardava poco la boxe, ma in quei pomeriggi di fine estate 1960 si sedeva spesso davanti alla televisione. Era un modo per stare vicina al suo papà, Gino, che amava il pugilato e a forza di vederlo combattere era diventato un tifoso proprio di Carmelo Bossi. Dopo, quando Anna e Carmelo si sarebbero sposati, nel 1966 nell’Abbazia di Pomposa, una splendida costruzione del IX secolo a Codigoro, ci avrebbero riso su tutti assieme.
Lei, che di boxe capiva davvero poco, era rimasta colpita da quel biondino (lo chiamerà sempre così, anche se in realtà Carmelo aveva i capelli castati) dal volto tanto pallido da suscitare tenerezza.
Anna lavorava in un’agenzia di assicurazioni a Ferrara e aveva conosciuto Carmelo di persona qualche anno dopo, quando Bossi sarebbe andato lì ad allenarsi con Carlo Duran nella palestra di Nando Strozzi.
Carlo era sposato con Augusta Becchetti. Ed Augusta e sua sorella Thea erano amiche di Anna. Il cerchio si chiudeva nel migliore dei modi. Quello tra Carmelo ed Anna sarebbe stato un amore forte, capace di resistere anche alle cattiverie della vita.
Quei match ai Giochi di Roma sarebbero rimasti tra i pochi a cui Anna avrebbe assistito, anche se solo davanti a un televisore.
Bossi non voleva che lei fosse a bordo ring quando lui era lì sopra a combattere. E così quando, nel luglio del 1970, lui aveva affrontato Fred Little per il titolo mondiale professionisti, lei era rimasta a casa. Incinta di otto mesi della primogenita. Quell’incontro lo aveva visto sul letto, con amiche e parenti che cercavano continuamente di calmarla.

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Carmelo il pugilato l’aveva scoperto quando era già ragazzo. Aveva 16 anni quando lo zio Carmelo, come lui, e il fratello Ernesto lo avevano portato nella Palestra di Giuseppe Combi a Milano. Solo dopo si sarebbe trasferito nella Sala Olimpia per affidarsi ai consigli del maestro Luigi Vassena.
Era gracile, aveva le spalle strette. Il pugilato avrebbe forse potuto far qualcosa per rimetterlo in sesto sul piano fisico.
La famiglia Bossi viveva in centro, in zona Santa Barbara, dietro al Tribunale. Carlo, il papà, aveva un banco di frutta al mercato. Maria, la mamma, era impiegata delle Poste. Avevano tre figli: Francesco, Ernesto e Carmelo che era quello di mezzo. Un tipo ribelle. Uno che faticava a non dire quelllo che pensava. E con quella voce dal tono così particolare, quasi uno strumento musicale con note basse e gracchianti, non si lasciava scappare l’occasione per ribattere o per colpire. A parole, come con i pugni.
E non aveva paura di nessuno. Per difendere un amico, il fotografo Vito Liverani con cui poi avrebbe lavorato anche come produttore vendendo le foto ai settimanali, si era addirittura messo contro ad un ragazzo della Milano bene.
Cosa era successo?
Come sia andata me lo ha raccontato lo stesso Liverani.

Stavo facendo delle foto di allenamento sul ring del Vigorelli, quando inavvertitamente avevo urtato il signorino.
-Ehi, pirla. Guarda dove metti i piedi, sei davvero un pirla.
“Chiedi scusa al mio amico. Lui qui sta lavorando, tu ti stai solo divertendo” (il giovanotto non era certo un pugile e si stava muovendo sul ring solo per farsi vedere da qualche ragazza che era in platea).
-Io non chiedo scusa a nessuno
“Te lo ripeto per l’ultima volta. Tu l’hai offeso, chiedigli scusa.”
-Altrimenti, cosa fai?
“Ti sparo un cazzotto in bocca.”
-Falla finita anche tu
Era stato a quel punto che il destro di Bossi era partito. L’altro era crollato al tappeto. Svenuto. Quando si era rialzato, era andato a denunciare Carmelo”.

Per un breve periodo Bossi aveva aiutato il papà, poi aveva provato a fare il barista, infine aveva lavorato come postino a Porta Vittoria.
Era nato quando la Seconda Guerra Mondiale era appena cominciata. Un mese prima la Polonia era stata invasa dalle truppe tedesche. Una tragedia che si sarebbe chiusa solo nel 1945, dopo aver lasciato sul campo sessanta milioni di cadaveri.

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L’infanzia di Carmelo, come quella di tutti i bambini della sua età, non era stata facile. Aveva attraversato i primi anni di vita in un’atmosfera piena di paure. Ma alla fine ne era uscito fuori. E neppure troppo male.
Era un tipo spiritoso, sapeva essere auto ironico, non aveva paura di scherzare su se stesso.
Balbettava, e questo era (forse) un retaggio degli spaventi patiti nei primi anni di vita, ma non aveva mai fatto un dramma del suo problema. Ci giocava su.
Gli piaceva ballare, divertirsi. Con Vito Liverani se ne andava in un bar all’angolo di Piazza Benedetto Marcello. Lì c’era il loro “grup de bagai”, il gruppo di amici. Con loro amava tirar tardi.
Sul ring era intelligente, aveva istinto pugilistico, sembrava essere nato per fare questo sport. Sprecava poco, era dannatamente concreto. Lo chiamavano il ragioniere. Bravo nel lavoro al corpo, anche da dilettante aveva la tecnica di un professionista.
Il primo successo importante era arrivato nel 1958, quando aveva conquistato il titolo di campione italiano nella categoria dei pesi welter a Terni. Il debutto in Nazionale era giunto poco dopo, a Ferrara. In quella città che avrebbe segnato in maniera importante la sua vita.
Anna, che lo aveva visto in tv durante i Giochi di Romane era rimasta così colpita da ricordarsi subito di lui appena le era stato presentato dalle amiche.
Agli Europei di Lucerna, nel 1959, si era fermato soltanto in finale.
Da dilettante combatteva spesso al Teatro Principe, uno dei luoghi sacri del pugilato milanese anni Sessanta. In quella sala, non lontana da Porta Romana, proprio nella stagione olimpica, Luchino Visconti aveva girato le scene pugilistiche di uno dei suoi capolavori: “Rocco e i suoi fratelli” con Alain Delon, Renato Salvatori e Annie Girardot.
Al “Principe”, Carmelo lo conoscevano bene. Potevi star certo che girando da quelle parti avresti sempre trovato qualcuno in grado di raccontarti il match del “biondino dal volto pallido” contro il gallaratese Boni o di qualche altra sfida in cui la boxe vera era stata protagonista assoluta.

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Poco prima di avventurarsi nella caccia a una maglia da titolare per l’Olimpiade romana, Bossi aveva scritto pagine importanti sul ring di quel vecchio teatro milanese.
La rincorsa di Carmelo alla maglia azzurra per i Giochi era stata agitata, piena di tensione e di domande senza risposte. Lui boxava tra i welter e pensava che quella sarebbe stata la sua categoria anche a Roma. Ma Natalino Rea, il capo allenatore, aveva deciso in maniera diversa. A spingere il tecnico a questa decisione, si diceva all’interno della nazionale, era stata la convinzione che Wilbert McClure, l’americano che i compagni di squadra chiamavano “la zanzara”, sarebbe stato più adatto ai mezzi del milanese che a quelli di Benvenuti.
Bossi sosteneva che nessuno lo aveva ufficialmente informato del cambio di categoria, che aveva dovuto scoprirlo da solo in palestra. Per qualche giorno aveva visto Nino allenarsi ingolfato, coperto di tute e maglioni. La curiosità gli era cresciuta dentro fino a quando non le aveva dato libero sfogo.

-Nino, che hai? Fatichi a fare il peso?
“Certo. Non è facile per uno che si è ormai stabilizzato nei superwelter a 71 chili, scendere tra i welter a 67.”

Tutto qui. Uno schiaffo senza preavviso.
Carmelo diceva anche che con Benvenuti era, e sarebbe rimasto, molto amico. Non era quello il problema. Aveva saputo del cambio per caso. Questo era il problema. Ma Bossi non era certo tipo da farne un dramma.  E nella tre giorni romana, dal 4 al 6 luglio, aveva dato spettacolo.
Palazzetto dello Sport, ultimo appuntamento per conquistare una maglia azzurra. 
Bossi aveva battuto Sandro Mazzinghi nel primo match. Un incontro duro, disputato su buoni ritmi e vinto dal lombardo che si era dimostrato più vario nei colpi e soprattutto più preciso. Sandro faticava a entrare in azione, i tre round da tre minuti lo costringevano a boxare con il freno a mano tirato. Quando si sbloccava, quando scioglieva i muscoli, era tempo di scendere dal ring. E Bossi lo aveva sconfitto. Poi aveva superato Galmozzi, infine aveva avuto la meglio anche contro Remo Golfarini al termine di un incontro non certo entusiasmante che Carmelo aveva fatto suo soprattutto in virtù di un ultimo round da padrone.

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Baci, abbracci, complimenti e la maglia azzurra era un sogno diventato realtà. Così almeno pensava. Non tutti però erano convinti che fosse l’uomo giusto. C’era stata una grande riunione tra i federali ed erano venuti fuori dubbi in serie, interrogativi. Alla fine avevano deciso che il “biondino dal volto pallido” avrebbe dovuto superare un altro ostacolo prima di entrare nel Villaggio Olimpico. E così avevano fatto scendere di categoria il peso medio Tommaso Truppi e lo avevano messo davanti a Bossi. Una sfida insolita, quella tra un welter salito di peso e un medio sceso di categoria. Il pugile lombardo l’aveva affrontata con tanta rabbia dentro. Si sentiva boicottato, era convinto che il clan romano (gli allenatori Rea e Poggi, con l’appoggio della Federazione) ce l’avesse con lui, che in tanti stessero facendo di tutto per lasciarlo a casa.
E aveva sfogato tutta la sua energia contro il povero Truppi che era finito violentemente al tappeto nel corso del secondo round. Era stato a quel punto che dirigenti e tecnici avevano messo fine al combattimento e consegnato la maglia di titolare a Carmelo Bossi, milanese, classe 1939.
Carmelo aveva esordito il 25 agosto contro il rhodesiano Brian Van Niekerk. L’aveva letteralmente umiliato, infliggendogli due knock down nella ripresa iniziale. Era finita ai punti, ma il distacco era stato abissale.
Secondo incontro il 30 agosto contro l’uruguayano Pedro Votta. Stavolta non era stata una passeggiata di salute, ma di un appuntamento con la storia. Lo sapevano tutti che quello non sarebbe stato un match in discesa, ma che si sarebbe subito trasformato in una dura battaglia. Votta avanzava mulinando le braccia, Bossi lo contrastava con intelligenza. Ci riusciva senza tanto affanno nei primi due round, centrandolo con colpi di incontro che lasciavano il segno. Ma nella ripresa finale l’azzurro cedeva e l’altro rimontava, metteva punti dalla sua parte. La vittoria alla fine era assegnata a Carmelo. Era stata una vittoria sofferta, con quattro giudici per lui e uno che aveva assegnato il match al sudamericano.
Il prossimo sarebbe stato, finalmente, il match della vita, il più bello disputato dal milanese all’Olimpiade romana. L’avversario era il francese Diallo. Batterlo avrebbe voluto dire conquistare la certezza di una medaglia olimpica. Quella sera del primo settembre 1960, Carmelo aveva messo in mostra una boxe di rimessa presa direttamente dal manuale del pugilato. Aveva lasciato all’altro l’iniziativa e lo aveva punito sistematicamente. Lo aveva picchiato senza pietà anche nel secondo round. Diallo era un tipo pericoloso, dotato di notevole aggressività, ma non aveva grande tecnica, non era in possesso di una mascella di granito.

Dopo essere andato al tappeto nel round di apertura, nella seconda ripresa il francese aveva piegato le gambe davanti a una perfetta combinazione gancio sinistro, diretto destro di Bossi. Il francese era un avversario fatto su misura per lo stile del milanese che centrava un successo netto, esaltante. Una vittoria che sarebbe rimasta anche negli occhi di Anna, inesperta di boxe ma affascinata da quel ragazzo che si era mosso da padrone sul ring del Palasport romano.

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La semifinale, il 3 settembre, se la sarebbe giocata contro il britannico William Fisher che aveva in mente un piano preciso. Non doveva permettere all’italiano di fare la boxe che più gli piaceva, quella piena di ficcanti colpi d’incontro. Doveva stendere il suo sinistro in avanti, cercando così di tenere il lombardo a distanza. Il tutto in attesa di piazzare il diretto destro con cui, sperava, si sarebbe guadagnato l’accesso in finale. Ma Bossi era pugile bravo ed astuto. Passava sotto quel sinistro rigido e accorciava la distanza. A quel punto scaricava lunghe serie al corpo. I suoi colpi al fegato fiaccavano la resistenza di Fisher.
L’inglese, visto annullato il suo progetto tattico iniziale, aveva provato a mettere l’incontro sul piano della bagarre. E aveva attaccato a testa bassa. Dopo due round che si erano chiusi in equilibro, Fisher aveva però visto svanire la sue possibilità nel momento in cui l’arbitro gli aveva giustamente inflitto un richiamo ufficiale con conseguente punto di penalizzazione. Match perso, il “biondino dal volto pallido” era in finale.
Tra Carmelo Bossi e la medaglia d’oro ormai rimaneva solo Wilbert McClure. L’uomo più forte dell’intera categoria, il pericolo annunciato sin dall’inizio del torneo.Ad arbitrare era stato chiamato un uomo esperto, il sovietico Timoshin.
Carmelo aveva cominciato bene. Fintava e colpiva McClure al volto. Due montanti dell’americano avevano rimesso in parità il cartellino dei cinque giudici. L’azzurro era più piccolo di statura, doveva incrociare il suo destro sui sinistri lunghi dell’americano. Stavamo assistendo ad una grande battaglia.
Nel secondo round Wilburn aumentava il ritmo dell’azione, Bossi accusava invece un leggero calo. Erano momenti esaltanti per l’uno, di tensione per l’altro. Era qui, in quei tre decisivi minuti, che McClure accumulava un vantaggio consistente.
Nella ripresa finale, Bossi provava a boxare di rimessa. Ganci e montanti del giovanotto che veniva da Toledo andavano però a segno. Alla fine la medaglia d’oro avrebbe preso la via degli Stati Uniti. Carmelo non aveva nulla da rimproverarsi, aveva perso contro un  campione.


Nel professionismo Bossi hai centrato ogni traguardo. Campione italiano, poi europeo e infine mondiale, conquistato il 9 luglio del 1970 battendo con verdetto unanime Fred Little allo Stadio Gino Alfonso Sada di Monza.
La sua era una boxe completa, arricchita da una grande determinazione. Non sempre riusciva ad entusiasmare le grandi folle, ma soddisfaceva chi di pugilato ne sapeva abbastanza. Un campione nel senso pieno della parola. Un uomo d’altri tempi.