Ricordo di Vincenzo Belfiore, custode della memoria per amore…

Ha ragione Emanuele Della Rosa.
La boxe è una droga, per smettere devi andare in comunità”.
L’ha detto alle telecamere del regista Roberto Palma nel bel film BOXE CAPITALE.
Vincenzo Belfiore non ha mai pensato di disintossicarsi, a lui il pugilato faceva un gran bene. Lo ha frequentato, ne ha scritto, ha messo su un vero e proprio museo. Oggetti, riviste, quotidiani, articoli, foto, libri rari. Per amore, era diventato il custode della memoria di uno sport che aveva sempre alimentato la sua passione.
Stamattina la figlia Veronica mi ha chiesto di scrivere un ricordo che ho di lui. Sono stato triste e contento allo stesso tempo. Faccio fatica a immergermi in un mondo che non c’è più. Assieme ad alcuni colleghi di un tempo, se ne è andata via anche la gioia di parlare di quei match, dei bordo ring pieni di amici, di palasport pieni di gente, di ko esemplari, titoli veri, regole e soprusi. Della boxe di ieri, insomma. Mi sono improvvisamente sentito più vecchio di quello che sono. Veronica non ha colpa alcuna, il pugilato mi piace oggi come allora. Sono gli uomini che lo frequentano a non piacermi più. Ma non mi lamento, gli anni passano come natura vuole.

“Anche tu sei invecchiato”.
“Dicono che sia l’unico modo per non morire giovani”.
(Peter Bohlke e Michel Bouquet nel fim “Toto le héros-Un eroe di fine millenio”)


Franco Dominici, Teo Betti, Roberto Fazi hanno riempito, con le loro storie, giornali e riviste. Il solo nominarli mi rende felice, fanno parte di un glorioso passato. Per lo sport e per il giornalismo. Hanno scritto del pugilato mondiale, senza mai dimenticare quello da cui erano partiti. Il pugilato romano, quello laziale. Vincenzo Belfiore in quel pugilato era nato, cresciuto e diventato grande. Sette libri sulla sua regione, sui frequentatori piccoli e grandi dei ring del Lazio. L’ultimo è stato “La boxe nella storia e sui banchi di scuola”, uscito sei mesi prima che lui se ne andasse per sempre.
Scrivo i loro nomi e penso che sarebbero stati i frequentatori ideali di quella palestra che ho raccontato nel libro I GORDINI.

Un ring, quattro sacchi, un pavimento triste; odore di sudore, olio per massaggi; manifesti di riunioni famose, finestroni che affacciano su vecchi cortili, un orologio a scandire il tempo della fatica. Ne ho visitati almeno cento di posti così, ma nessuno mi ha lasciato un segno profondo come la palestra dei passi perduti. Un locale vuoto, avvolto nella penombra. Nessun rumore, nessun odore. Riposano sacchi e palle veloci. Le corde sono stese sul pavimento come vecchi serpenti addormentati. Un ring enorme, nudo e triste, in attesa di essere calpestato.
Non ci sono pugili ad allenarsi, non ci sono maestri che urlano consigli, neppure un tifoso a gridare improbabili suggerimenti. È un luogo popolato da uomini senza volto che raccontano vecchie storie, solo la fantasia può aiutarmi ad ascoltare le loro voci.
Un signore se ne sta seduto su una panca di legno. Guarda avanti, cerca il tempo perduto.
Ho viaggiato per trent’anni della mia vita, portando sempre con me il ricordo di quel giorno. Fino a quando, molto tempo dopo, ho vissuto le stesse emozioni. E ho capito che non potevo fermarmi, ma dovevo continuare a scavare. In fondo, sempre più in fondo, fino a trovare la regina di tutte le emozioni. Quella che ti fa capire quanto la boxe possa essere madre e matrigna, fuoco e acqua, coraggio e paura. E se hai la fortuna di incrociarla nel giorno in cui il tuo corpo, assieme alla mente, è puro al punto da catturare ogni emozione, allora potrai goderne appieno la bellezza. Riuscirai a esaltarti per il suo fascino, a non maledirne le brutture.
È stato il giorno in cui ho visto la magia di un ring di periferia che ho capito di essere tornato a casa, lì dove tutto nasce”.

Parlando di Vincenzo Belfiore vedo un passato di sogni realizzati, sento le voci di mille racconti, riascolto le storie di piccoli o grandi campioni senza paura. Dicono, Quelli come te sono malati di nostalgia. Io penso di essere solo uno che nella sua vita ha avuto la fortuna di conoscere uomini e pugili che hanno scritto pagine memorabili per la boxe di casa nostra. Molti di quei personaggi Vincenzo li ha raccontati.
Dieci anni fa, sono entrato nel suo regno, la casa di Frosinone. Stavo preparando, assieme a Riccardo Romani, un libro su Monzon. Cercavo articoli d’epoca, frasi, racconti, commenti. Lui ha aperto per me il tempio della memoria e i ricordi sono corsi incontro.
A fine visita, mi aveva prestato una collezione di BOXE RING, qualcosa a cui teneva in modo speciale. Era stato un gesto di grande amicizia. Un storico raramente consegna ad altri uno dei suoi cimeli. Lui si era fidato. Mi aveva salutato, solo dopo avermi riempito di mille raccomandazioni. Non avevo tradito la sua fiducia. Il materiale era stato restituito integro, come mi era stato consegnato.

E adesso, per raccontare Vincenzo, mi faccio aiutare dal giornalista e scrittore Gualtiero Becchetti. Ne parla nel nuovo libro che uscirà l’11 febbraio (LA GRANDE BOXE DEI PICCOLI MATCH, Absolutely Free editore). Il racconto è all’interno della storia dedicata all’incontro tra Sven Paris e Adonisio Francisco Reges, disputatosi al Palasport di Frosinone il 20 aprile 2012.

“Era presente alla cerimonia l’amico Vincenzo Belfiore, già vicecomandante della Polizia Municipale. Un’enciclopedia della boxe in possesso di una delle più vaste biblioteche pugilistiche private che si conoscano, nonché giornalista e autore di diversi libri sull’argomento. Appassionato? No, sarebbe riduttivo! Pugilato e Vincenzo Belfiore erano quasi tutt’uno.
Qualche anno prima, al passaggio tra i professionisti dopo una brillante carriera dilettantistica, Sven Paris aveva adottato il soprannome di “White Warrior”, molti gli pronosticavano un prestigioso futuro. Tra i suoi più saldi estimatori proprio Belfiore, che l’aveva seguito sin dai primissimi passi sul ring e gli era affezionato quasi fosse un suo congiunto. Mentre rientravamo in hotel riparandoci dalla pioggia strisciando contro i muri delle case, Vincenzo mi diceva: «Paris era, secondo me, il miglior talento del pugilato italiano. Si è preparato bene. Speriamo che si sia dimenticato del tutto di Bienias…».
Tale esternazione di un intenditore quale era Belfiore e la pur vaga ombra di dubbio che la caratterizzava, confesso che mi avevano stupito.
Sven aveva cominciato attaccando, ma era macchinoso, lentissimo, quasi malfermo sulle gambe e ogni volta che Reges portava il jab sinistro lo prendeva in pieno. Nei tre minuti successivi i timori diventavano purtroppo cruda realtà. Il brasiliano faceva ciò che voleva, neanche fosse un novello Ray Sugar Leonard, il pugile di Frosinone andava in difficoltà ogni volta che veniva toccato. Dall’altra parte del ring, in prima fila, potevo vedere, tesissimo e con l’espressione sofferente, Vincenzo Belfiore seduto di traverso sulla poltroncina sobbalzare ai colpi di Reges quasi fosse lui a riceverli… Era la prova che purtroppo ciò che io vedevo, lo vedevano tutti. Alla fine del round, quando l’arbitro José Martinez Antunez mi allungava i cartellini dei giudici attraverso le corde, per la prima e unica volta nella mia attività di supervisor, sussurravo: «Stai molto attento…», ricevendo risposta d’assenso con un cenno del capo”.

Vincenzo Belfiore ci ha lasciati il 15 luglio 2019, aveva settantuno anni. Ha gestito con dedizione assoluta la sua grande passione, le ha offerto tempo ed energie. Ne ha scritto da competente. Ne ha custodito la memoria come solo chi ama sa farlo. Il pugilato gliene sarà per sempre grato.

I Giochi di Tokyo 2020 sempre più a rischio. Lo dicono i numeri…

Il Times scrive che i Giochi di Tokyo 2020 non si faranno.
Il primo ministro giapponese Yoshihide Suga smentisce.
Thomas Bach, presidente del CIO, si accoda: “Non c’è ragione per fermarsi. Non è previsto un Piano B”.
Un passo indietro.
20 marzo 2020.
Bach: “Il rinvio di Tokyo 2020 non è in agenda”.
23 marzo 2020.
Il CIO prende in esame l’idea di un rinvio.
31 marzo 2020.
Bach annuncia il rinvio al 2021.
Deduzione. Le parole non sempre raccontano la realtà. Ci sono sei miliardi di dollari in ballo per il Comitato Olimpico Nazionale, c’è il pericolo di una perdita pari all’1,4% del prodotto interno lordo per il Giappone e di 12,5 miliardi di dollari per Tokyo. Sono stimoli forti ad andare avanti, ma la salute viene prima di tutto.
Il Governo giapponese nei giorni scorsi ha dichiarato lo stato di emergenza in molte aree e nella stessa zona di Tokyo. Il quotidiano Kyodo News ha pubblicato un sondaggio in cui risulterebbe che l’80% dei giapponesi è contrario allo svolgimento dell’Olimpiade in calendario questa estate (23 luglio all’8 agosto).
Problemi di sicurezza.
Undicimila atleti al Villaggio rappresentano un potenziale pericolo difficile da contrastare. Il governo dice che da marzo 2020 a oggi è cambiata soprattutto la conoscenza del virus. Ma il proliferare di nuove varianti del Covid potrebbe costituire un nuovo pericolo. Tamponi a raffica, quarantena, vaccino sono la speranza. Ma il punto interrogativo resta enorme.
C’è poi l’ostacolo delle qualificazioni.
La pandemia al momento non offre segnali di regresso. E il 40% degli sport del programma olimpico non ha ancora completato i suoi turni di qualificazione. Molti atleti non hanno ancora il pass in tasca.
Il pugilato, come al solito si distingue.
Il CIO ha recentemente ufficializzato che le selezioni europee per un posto ai Giochi si terranno dal 22 al 26 aprile a Londra. Cioè in una nazione, attualmente in lockdown, che a tre mesi dall’evento presenta fino a 1.890 decessi al giorno, con contagi quotidiani vicini ai 38.000. Una situazione che sta facendo pensare alla Federazione pugilistica britannica (BBBC) di prolungare il blocco degli eventi, inizialmente fissato a metà febbraio, sino a fine marzo.
Lo slittamento a metà giugno del torneo di ripescaggio mondiale a questo punto diventa un problema secondario. Se non ci sono i turni di qualificazione, inutile pensare ai ripescaggi.
E Thomas Bach, presidente CIO dice: “Non c’è ragione per fermarsi. Non esiste un Piano B”.
Se lo dice lui…

Rodolfo Sabbatini, l’uomo di Hagler e Monzon. Il ponte tra l’Italia e l’America…

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Era gennaio dell’86. Trentacinque anni fa. Rodolfo Sabbatini se ne andava via per sempre, stroncato da un infarto. Questo è il mio ricordo di uno dei grandi protagonisti del nostro pugilato. Mi si perdonino le inesattezze, le dimenticanze e la lunghezza.
Anche se so che lui non mi avrebbe mai perdonato…

Rodolfo aveva avuto un breve passato al Ministero delle Poste. Poi aveva preso a scrivere di boxe, il terzo passo, quello decisivo, l’aveva fatto quando aveva scelto di entrare da protagonista in quel mondo che conosceva benissimo. Gli anni Sessanta sono l’inizio dell’attività da promoter. Il grande salto è datato 1977, l’anno in cui si è inventato l’alleanza americana con Bob Arum e la Top Rank. Assieme hanno messo su settanta campionati del mondo.
La rivoluzione italiana aveva dato una spallata alle frontiere. Quell’unione gli aveva dato accesso alla televisione americana e ai soldi che generava.
Rudy, come lo chiamavano gli amici, mi aveva raccontato i dettagli dell’affare nel maggio del 1978, alla vigilia della difesa mondiale tra Rocky Mattioli e Josè Duran. Quel match Rocky l’avrebbe vinto per ko 5 davanti a diecimila persone nello Stadio comunale di Pescara.
Era stato un colpo da maestro quello del promoter romano, meglio del knock out del pugile di Ripa Teatina.
Sabbatini, classe 1927, ex cronista di pugilato prima all’Avanti, ai tempi in cui il direttore era Sandro Pertini, poi a Paese Sera, aveva appena segnato il grande colpo, era diventato il miglior organizzatore d’Europa.
Era un omone che adorava la polemica e la alimentava con quella voce roca che gli impediva di toccare le tonalità alte: anche quando urlava non riusciva mai a staccare l’acuto. Lo chiamavano “Capoccione” e, statene certi, non era solo per le notevoli dimensioni della sua testa. Capoccia, appunto, in romanesco.
Perché Rodolfo era romano in molte cose. Nella cadenza piacevole, nell’approccio burbero ma sincero, nella ricerca della battuta.
Mi diceva spesso che quei capelli sparati verso il cielo Don King li aveva perché era riuscito a scampare alla sedia elettrica all’ultimo istante, o meglio: quando la prima scarica era già arrivata. Poi, scoppiava in una fragorosa risata.
Eravamo amici, anche se a volte facevamo notte a litigare. Teste dure entrambi, difendevamo le nostre tesi con amore e furia. Ma sempre nel rispetto l’uno dell’altro.

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Ricordo quando l’avevo incrociato nella hall del Caesars Palace alla vigilia di Hagler-Hearns (nella foto sopra Obel e Hagler al Teatro Ariston di Sanremo)
Subito dopo esserci salutati, Rodolfo mi aveva chiesto.
«Secondo te, chi vince?»
«Sono incerto. Contro Duran e Roldan, Hagler non mi ha entusiasmato. Hearns picchia duro, potrebbe metterlo in difficoltà»
«Se vuoi fare bella figura, scrivi che Hagler lo metterà ko»
«Perché sei così sicuro?»
«Perché li ho visti negli ultimi allenamenti, perché Hearns da medio non ha la stessa potenza devastante di prima, perché Hagler è più bravo, più forte, più coraggioso. Dammi retta. Almeno per una volta, Dario dammi retta»
«Ma Hearns ha vinto il mondiale dei welter battendo un mito come Pipino Cuevas, ha conquistato quello dei superwelter superando un fuoriclasse come Wilfredo Benitez, ha steso Duran con un colpo micidiale, un diretto che sembrava una fucilata, “Mani di pietra” ne è stato fulminato. Hearns ha fatto in due round quello che Hagler non è stato capace di fare in quindici.»
«Ma Duran non era un peso medio. Contro uomini più pesanti, Hearns non ha mai espresso potenza. Hagler lo presserà, lo colpirà, lo farà impazzire. L’ho visto, è in condizioni eccezionali. Come non è mai stato. Maledizione, Dario. Per una volta, vuoi darmi retta?»
Gli avevo creduto. E avevo fatto bella figura.
Si è inventato Carlos Monzon (con lui nella foto in alto), ha portato in Italia Marvin Hagler e Ray Boom Boom Mancini.
Con l’argentino aveva un legame molto stretto. Ogni volta che passava da Roma, Carlos visitava la sede dove Rodolfo lavorava, nei locali di via G.B. Vico, piazzale Flaminio. E si comportava da par suo, come quella volta che era entrato indossando un elegantissimo completo bianco e si era seduto sulla sedie della scrivania di Silvana (la leggendaria segretaria di Sabbatini). La sedia aveva una delle rotelle rotte ed era in precario equilibrio. Monzon aveva deciso di rimediare all’inconveniente e… aveva lanciato la sedia fuori dalla finestra. Per fortuna l’ufficio era al primo piano e in quel momento non passava nessuno.

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Avevo conosciuto Ray Mancini (sopra, ha combattuto a St Vincent contro Feeney) a fine gennaio dell’83. Rodolfo l’aveva portato in Italia dopo la tragedia del 13 novembre 1982. Quella, notte sul ring del Caesars Palace di Las Vegas, Mancini aveva travolto il coreano Deuk-Koo Kim, figlio di un coltivatore di riso, fermato troppo tardi dall’arbitro Richard Green al penultimo round del mondiale leggeri. Una sfida selvaggia in cui il pugile asiatico aveva subito una durissima lezione, figlia dell’incredibile fatica fatta alla vigilia per rientrare nei limiti di peso della categoria.
Quattro giorni dopo, Deuk-Koo Kim era morto in seguito alle ferite di cui era rimasto vittima durante il combattimento. L’American Medical Association aveva proposto l’abolizione del pugilato. Le immagini degli ultimi minuti di quell’incontro venivano trasmesse in continuazione.
Erano di una ferocia inquietante, spaventosa.
Nessuna abolizione, l’unico risultato pratico era stato la riduzione da 15 a 12 riprese dei campionati del mondo disputati sotto l’egida della World Boxing Association.
Ray avrebbe voluto chiudere lì con la boxe. Aveva assistito ai funerali del suo rivale in Corea e quel momento di immensa tristezza lo aveva convinto ancora di più che non sarebbe mai potuto salire un’altra volta sul ring. Era caduto in uno stato di depressione. Poi ci aveva ripensato e Sabbatini gli aveva organizzato un viaggio nel vecchio paese d’origine.
Lenny, il papà, veniva da Bagheria, Sicilia. Aveva fatto il pugile ed era arrivato ai vertici delle classifiche, le ferite riportate durante la seconda Guerra Mondiale avevano però spezzato il grande sogno.
Ray era felice di tornare in Italia. L’avevo incontrato a Roma, era appena sbarcato da New York. Assieme a Rodolfo avremmo dovuto prendere la coincidenza per Torino, il match contro il britannico George Feeney era infatti in programma al Casinò di Saint Vincent. Eravamo in fila, davanti al gate di ingresso con la carta di imbarco in mano, quando un dipendente dell’Alitalia ci aveva avvisato che per un problema di overbooking non saremmo potuti salire su quel volo per Torino.
Era stato come accendere un cerino e dare fuoco a un bidone di benzina. Già innervosito per i ritardi, stanco e in agitazione per l’organizzazione di un evento così importante, Sabbatini era esploso.
«Non me ne frega niente se avete venduto più posti di quanti ne avevate a disposizione. Qui non parte nessuno se su quel volo non ci siamo anche noi tre
«Signore, non posso farci niente. L’aereo è già pieno, l’imbarco è chiuso.»
«Parlo forse cinese? Oggi l’Alitalia non va a Torino se non ci andiamo anche noi. Mi chiami il capo scalo.»
Le parole di Rodolfo diventavano sempre più incisive, era una furia scatenata. Davanti al gate che portava alla pista il pubblico guardava, ascoltatava, sorrideva, incitava, applaudiva. Facevano capannello, le minacce stavano avendo effetto. Il caposcalo, con il consenso della compagnia, aveva così messo su un programmino a cui non avrei mai creduto se non ne fossi stato parte integrante. Mancini, Sabbatini e io eravamo saliti su un volo per Genova. Senza lasciare la pista (cosa che mi dicono assolutamente proibita) eravamo scesi da quell’aereo sulla pista del “Cristoforo Colombo” per salire su quello a fianco, proveniente da Cagliari, con meta finale Caselle, dunque: Torino.
Ray Boom Boom Mancini quel match lo aveva poi faticosamente vinto.
Il Meraviglioso l’ho visto per la prima volta il 30 giugno del 1979, quando Rodolfo l’ha fatto combattere all’Esplanade de Fontvieille, a Montecarlo, sulla Costa Azzurra.
A fine riunione gli avevo fatto i complimenti.
Questi sì che sono ottimi programmi.”
“È facile fare i fenomeni quando ci sono i soldi delle televisioni americane…”

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Ha lavorato negli Stati Uniti con Bob Arum, in Gran Bretagna con Mickey Duff, in Argentina con Tito Lectoure. In Francia ha allestito riunioni con Alain Delon (nella foto da sinistra: Rocco Agostino, Bob Arum, Rodolfo Sabbatini, Mickey Duff al Riviera Hotel di Las Vegas)
Quando è partito per l’avventura da promoter, parlava solo romano. Con il tempo aveva imparato in fretta e in modo da comunicare senza problemi inglese, francese e spagnolo.
Ha allestito programmi con tutti migliori. Non mi metto qui a fare l’elenco, ne dimenticherei sicuramente qualcuno e si offenderebbe. Cito un match per tutti, uno dei più belli che abbia visto nella mia vita: il mondiale Wbc dei superpiuma tra Alfredo Escalera e Alexis Arguello a Rimini, sfida vinta dal nicaraguense per ko alla tredicesima ripresa.
Ha fatto combattere Carlo Duran, Vito Antuofermo, Don Curry, Victor Galindez e tanti giovani talenti italiani. Il primo grande colpo l’ha messo a segno nel 1965 organizzando il secondo mondiale tra Nino Benvenuti e Sandro Mazzinghi.
Ha portato sui teleschermi della Rai il meglio della boxe mondiale.
Ha guidato la carriera di Patrizio Oliva, ma non è riuscito a vederlo campione del mondo.
Patrizio ha battuto Ubaldo Sacco e conquistato il titolo dei superleggeri Wba il 15 marzo del 1986. Sabbatini era stato stroncato dall’infarto due mesi prima.
Aveva avuto un primo avvertimento nell’81. Era stato salvato miracolosamente all’Ospedale di Ancona, grazie alla velocità con cui Renzo Spagnoli si era accorto del malore. I medici gli avevano detto “Freni, così rischia troppo.”
Avevamo cenato assieme in una di quelle riunioni conviviali dopo match che si tenevano una volta.
Rodolfo vedo che ti sei messo a dieta.”
“Dario, la botta è stata forte. Non posso scherzare. Meno stress, meno abbuffate:”
Ma il lavoro lo divorava dentro. Non riusciva a farne a meno. E così, poco alla volta, c’era cascato cascato nuovamente dentro.
Il 7 gennaio dell’86 una telefonata mi aveva annunciato la sua morte.
È stato un grandissimo. Un genio dell’organizzazione pugilistica.
Suo figlio Roberto ci ha provato per un po’ assieme a Giulio Spagnoli, figlio di Renzo: per lungo tempo partner di Rodolfo. Poi si è arreso, non si sentiva a suo agio in un pugilato in cui non si riconosceva più. La figlia Adriana è la numero uno nel mondo del casting, non c’è serie televisiva di successo che non porti il suo nome. Ogni tanto chiamavo Roberto a casa, lo invitavo alle presentazioni dei miei libri. Veniva sempre, felice dei racconti in un tempo in cui la boxe ci faceva sentire protagonisti del mondo. Quando telefonavo, ogni tanto mi rispondeva la mamma, Maddalena. Scambiavamo due parole sui vecchi tempi. E assieme arrivavamo alla stessa conslusione. Eravamo stati proprio fortunati a vivere quella Belle Epoque.

La WBA e i salti in classifica. Nulla è impossibile, neppure un mondiale…

La World Boxing Association ha il pregio della perseveranza, continua a scavare anche quando ha toccato il fondo.
Beibut Shumenov, 37 anni, ha difeso vittoriosamente il titolo il 7 luglio 2018. Poi, si è fermato. Negli ultimi sei anni ha disputato tre combattimenti.
Il 30 novembre 2020 la WBA gli ha spedito una lettera, firmata da Carlos Chavez (presidente del Comitato dei campionati). Gli veniva ricordata la Regola 11 che dice: il campione deve fare una difesa obbligatoria entro un anno dall’ultima difesa contro lo sfidante ufficiale. Piccolo particolare, erano già passati due anni e quattro mesi!
Ma non basta.
La lettera aggiungeva che Shumenov avrebbe avuto 30 giorni di tempo per chiudere a trattativa privata l’accordo con chi guida la carriera di Ryad Merhy, all’epoca sfidante ufficiale da un anno e cinque mesi.
Nessuna risposta.
Il 6 gennaio 2021 Merhy legge su un sito online che Shumenov difenderà il titolo dei massimi leggeri, il 29 gennaio in Florida, contro Raphael Murphy.
Piccolo passo indietro
24 agosto 2019, Texas.
Raphael Murphy (13-1-0, 11 ko) affronta Larry Pryor (11-20-0) che ha perso sei degli ultimi sette match disputati. Murphy non appare nella classifica dei migliori 15 massimi leggeri della World Boxing Association. Il match è sulle quattro riprese.
Murphy vince ai punti.
Nelle successive classifiche della WBA, Raphael Murphy appare al numero 9.
Ricapitolo.
Fuori dai 15, supera ai punti in quattro round un pugile che aveva perso sei degli ultimi sette incontri, ed era salito sul ring con un record di 11-20-0, ed entra nella Top Ten. Così, tanto per capirci. Se avesse battuto sugli 8 round uno con un record dignitoso gli avrebbero dato direttamente il mondiale?
Oggi il pugile è numero 7 della classifica, anche se non ha più combattuto.
Ecco gli ultimi quattro incontri di Murphy.

Ma non basta.
Il 7 gennaio 2021 i responsabili di Merhy ricevono una comunicazione della WBA con cui vengono informati che la Don King Promotions ha chiesto un permesso speciale per una difesa volontaria di Shumenov contro Murphy. L’Associazione chiede una risposta entro l’11 gennaio. Nel frattempo la riunione viene inserita nel programma di boxrec.com.
(Sembra che Don King abbia chiesto il rimborso dei 20.000 dollari che ha dovuto versare, come tassa per formulare la domanda relativa alla richiesta del permesso speciale).
A chiudere.
Raphael Murphy è sotto contratto con Don King.

Loro hanno deciso. I più deboli devono rassegnarsi a non essere curati…

Settimo titolo nella homepage del sito del Corriere della Sera di ieri, 11 gennaio 2021.

Testo.
Quando la scarsità rende le risorse insufficienti rispetto alle necessità, i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio” (testo elaborato dal dipartimento Prevenzione del ministero della Salute che sarà sottoposto all’esame delle Regioni).
Un salto indietro di cent’anni.
C’è scarsità di posti in terapia intensiva e difficoltà nel reperimento di posti letto in ospedale. Scarsità di personale medico e paramedico. Ma questi sono gli effetti, le cause e i colpevoli vanno cercati tra chi negli ultimi venticinque anni ha fatto tagli per trentacinque miliardi di euro alla Sanità. Chi ha provocato la riduzione del personale paramedico fino a 11.000 unità, fino a 8.000 tra i medici . Chi ha inventato l’accorpamento degli ospedali, favorito il dirottamento del pubblico verso il privato.
Adesso, non contenta di avere minato alla base gli elementi che avrebbero potuto salvaguardare la sanità pubblica, la classe politica italiana si lancia nell’ennesima follia. Si rischia la crisi, si corre il pericolo di nuove elezioni. Uno stallo che produrrebbe mesi di vuoto assoluto e il crollo definitivo dell’economia. Viviamo in un Paese che pensa che la democrazia sia la possibilità di fare ciascuno quello che vuole, ignorando gli altri, la collettività. Avendo come riferimento solo sè stessi.
I più deboli, come sempre, sono a rischio.
Sono deboli e quindi non vanno aiutati, sono anzi inevitabilmente condannati a soccombere.
Dove eravate voi grandi pensatori che oggi decidete in questo modo sul nostro futuro, che ora ci buttate giù dai letti, dove eravate quando accadeva lo sfascio della Sanità pubblica?
Aveva ragione Fëdor Dostoevskij.
“La gente spesso parla di crudeltà bestiale dell’uomo, ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie: un animale non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, crudele in maniera così artistica e creativa”.

Damiani, il racconto di una notte di maggio. Il mondiale in tasca (video)

Se la vittoria non è tutto, perché
tengono il conteggio dei punti?
(Vince Lombardi)

Milano, 3 maggio 1989

Il giorno sta per arrivare.
Un mondiale dei massimi è al primo posto dei pensieri, ma questo omone di oltre 190 centimetri e più di cento chili non si nasconde in una campana di vetro.
Il rivale per il titolo WBO sarà Johnny Du Plooy, un sudafricano. Viene da un Paese in cui l’apartheid, la discriminazione tra bianchi e neri, è ancora viva.
«Ed è una crudeltà non degna degli anni in cui viviamo. Siamo nel 2000 e siamo costretti a sopportare il razzismo».
Francesco arriva al match per la cintura dopo avere sconfitto Tyrell Biggs e Manfred Jassman.
«Un ragazzo mi ha scritto da Giacarta: Mi hai fatto felice! La distanza da cui arrivavano quelle poche parole le ha rese più importanti di tante altre».
Prima di lui un solo italiano ha vinto il mondiale dei massimi, questo renderebbe un suo successo davvero speciale.
«Sono il terzo che si batte per la corona. Forse questo titolo non è importante come quello vinto da Carnera o come quello perso da Lorenzo Zanon contro Larry Holmes. Ma sono contento di disputarlo. Voglio entrare nella storia della boxe italiana e la WBO può darmi questa occasione».
Il match si farà a Siracusa, in Sicilia, terra che Damiani ama.
«Dell’isola ho un breve, ma splendido ricordo. Una battuta di caccia a Scoglitti, vicino Ragusa. Gli amici, l’aria fresca, il vento sulla faccia».
La boxe è passione, anche se non ama tutto del suo mestiere.
«La cosa che più mi dà noia è il dovere fare ogni giorno le stesse cose. Sveglia all’alba, allenamento, riposo, pranzo, allenamento, passeggiata, cena, televisione, riposo. Sempre così. È per questo che subito dopo un match mi sembra di impazzire di felicità per il solo fatto di non essere legato a orari, alla sveglia che suona, alle diete da rispettare…».
Gli dico che Du Plooy, come quasi tutti i pugili prima di un mondiale, si sente sicuro della sua vittoria.
Sorride.
«E cosa altro avrebbe dovuto dire. Io ho la stessa determinazione che avevo prima di Biggs, la stessa voglia di arrivare a qualcosa di concreto. Tyson non sarà più solo sabato notte. Anche quello della WBO è un titolo mondiale. Sarà l’incontro più difficile della mia vita».
Si è concesso una piccola civetteria.
Salirà sul ring con un accappatoio tutto nero, cucito dalla moglie del maestro Ghelfi. Userà scarpe bianche con ricami in oro.
«È ora che cominci a prepararmi alle stravaganze americane…».

Siracusa, 4 maggio 1989

La conferenza stampa scivola via tranquilla.
Fuori il sole picchia forte, ma all’interno di Palazzo Vermexio non fa caldo. Johnny Du Plooy poggia le braccia sul tavolo piazzato sopra il palco, si strofina la maglietta rossa e chiede conforto a papà Corneis. Il sudafricano è entrato in palestra a undici anni, altri in famiglia ci avevano già provato. Il padre, uno zio, il fratello. La tradizione continua.
Francesco Damiani ha la faccia di chi non vede l’ora che tutto finisca in fretta. Umberto Branchini dice che ci sono due milioni di dollari per il vincitore, se accetterà di affrontare George Foreman.
«Meglio due contro di lui che quattro per battermi con Tyson. Con Foreman avrei più possibilità di vincere».
Ci pensa su un attimo, poi aggiunge.
«Voglio essere onesto: non puoi sentirti campione del mondo dei massimi se non hai incontrato Iron Mike. Ha tre delle quatto cinture in circolazione, magari vuole anche questa. Beh, allora provi a prenderla. Se vinco, sono pronto ad affrontarlo».
Du Plooy ha la fama di sciupafemmine. Ama le macchine veloci, corre i rally, ha un autosalone. E allora qualcuno mette in giro la voce che il giovanotto faccia mattina giocando a biliardo, che rientri a notte fonda in albergo in compagnia di una donna ogni volta diversa.
Indago e scopro che a biliardo gioca con il padre al massimo fino alle 22:30. In quanto alle donne, si tratta di una sola. Sempre la stessa. Mary, la moglie. E non rientrano certo all’alba…
Si spengono le luci delle televisioni, tacciono i microfoni e i giornalisti smettono di fare domande. Umberto Branchini si lascia andare a quella che potrebbe sembrare una confessione.
«Da qualche tempo Tyson vuole solo avversari facili. La scelta di Williams o Ribalta lo testimonia. Non gli corro dietro, ma mi sembra che a questo punto siamo più vicini di quanto non lo fossimo un anno fa».
Per una volta non sono d’accordo con il Cardinale.
A me sembra che Tyson non arriverà mai.


Siracusa, 5 maggio 1989

In Italia c’era la dittatura fascista, il campione del mondo dei massimi era un solo pugile, le categorie di peso si fermavano a otto. E Primo Carnera era l’uomo copertina, i gerarchi volevano che diventasse l’immagine forte e vincente del partito. Era il re della categoria più prestigiosa.
Sono passati cinquantacinque anni dal giorno in cui il friulano ha perso il titolo contro Max Baer. Oggi viviamo in democrazia, nel pugilato ci sono diciassette categorie di peso e ognuna ha quattro titolari.
Damiani non corre il rischio di diventare il simbolo di alcun partito, anche se stasera dovesse diventare campione per la WBO.
La vigilia di Francesco è stata confortata dagli affetti familiari. Claudia, la compagna, non l’hai mai abbandonato. Così hanno fatto i due amici più cari: Valerio Paesanti detto Iaber, e Oliviero Piani detto Oliver. Perché, si sa, la Romagna è terra di soprannomi.
«Mi piace avere accanto quelle persone che non mi fanno domande inutili, con loro a volte non serve neppure parlare. Conosco Iaber da quattro anni, vado a caccia da lui a Gorino. A dirla tutta, Iaber prende più facilmente le anatre finte che servono da richiamo, piuttosto che gli uccelli veri. Con Oliver siamo amici da quindici anni. L’ho conosciuto che era grande e grosso al punto da non entrare nel go-kart che si era comprato. E adesso non è che sia cambiato molto…».
C’è anche Maurizio Stecca a tenergli testa in interminabili partite a carte. Gioca, Francesco, ma non è sereno come l’ho visto in altre occasioni. Mi accorgo di una forte tensione, la stessa che ho avvertito prima della finale olimpica di Los Angeles contro Tyrell Biggs.
Tocco ferro e vado oltre.
I bookmaker di Las Vegas lo danno netto favorito. Per vincere un dollaro puntando su di lui, ne devi scommettere dodici.
Du Plooy ha messo Bey ko alla nona, Tillis alla decima, Broad alla quarta, Weaver alla seconda e Pritchard alla decima.
Il pugno pesante ce l’ha, e questo non va bene.


Siracusa, 6 maggio 1989

Il gancio sinistro è appena partito quando Elio Ghelfi all’angolo del romagnolo si gira verso Umberto Branchini e comincia a urlare con le lacrime agli occhi.
«È FATTA! È FATTA!».
Du Plooy crolla al tappeto, si porta le mani sul viso, rotola lentamente verso l’angolo. Poi resta immobile.
Francesco Damiani da Bagnacavallo è appena diventato il campione del mondo dei pesi massimi per la WBO.
Il picchiatore che viene da lontano se ne torna a casa sconfitto in modo crudele.
E dire che le prime due riprese mi avevano preoccupato.
Du Plooy, assai mobile negli spostamenti, dimostra non solo di avere potenza, ma anche notevole velocità di esecuzione. Avanza a piccoli passi e poi, rapido e improvviso, piazza il destro.
Ne tira uno in apertura, una gran botta, che si schianta sulla faccia di Damiani. Urla in platea, nessuna reazione dall’angolo dell’italiano. Tutto previsto. A Damiani serve tempo per trovare il ritmo giusto. Una volta che riesce a ingranare è in grado di creare problemi a qualsiasi peso massimo del mondo.
Ghelfi e Branchini si scambiano qualche parola alla fine del secondo round. Decidono di cambiare tattica, sono convinti sia giunto il momento di creare spazio per il gancio sinistro tenuto fino a questo momento nascosto.
Il romagnolo avanza lentamente verso il centro del ring, studia, valuta, respira, prende le misure.
Poi, scatena l’inferno.
Pa-Pam!
Due ganci sinistri, forti, veloci, potenti.
Du Plooy va giù con le gambe molli, non ha più un minimo di forza per opporre resistenza. È finita.
Il successo dell’italiano è netto, esaltante nella dinamica con cui è stato realizzato. L’avversario ha un buon curriculum, niente di magico per carità, ma sicuramente valido. Francesco vale tutti gli avversari affrontati e battuti da Tyson. Certo, fino a quando il re delle altre tre sigle sarà Iron Mike, sarà difficile gridare al mondo «Sono il campione!». Ma da questo momento il valore di Damiani è salito di livello.
Non devo certo arrossire se scrivo: è l’erede di Carnera.
Ora Francesco andrà in vacanza con la compagna.
Claudia soffre per tutto il match. Dita incrociate dall’inizio alla fine, salta sul ring ad abbracciare il suo uomo pochi secondo dopo la conclusione. Non l’ha mai fatto nelle precedenti ventidue vittorie.
Esultano le prime file di ring. Lì ci sono amici e parenti. Li guidano Maurizio Stecca e la moglie Roberta. Un urlo liberatorio scandisce il tempo del trionfo. La tensione accumulata in una vigilia che sembrava infinita ora appartiene ai ricordi.
Francesco Damiani è campione del mondo.
Lo ripeto perché non è un sogno, ma una splendida realtà.

Siracusa, 8 maggio 1989

Francesco si sente in imbarazzo. Allarga la bocca in un grande sorriso, spalanca gli occhi. Essere paragonato al mito gli fa piacere, per carità. Ma lo spaventa, lo sorprende. Primo Carnera per l’Italia è stato più che un pugile. È stato un simbolo. E Damiani lo sa, lui non apparterrà mai alla categoria degli eroi. Altri tempi, altro contesto, altro pugilato. Ma se devo parlare solo di pugni e titoli, il parallelo regge. Eccome, se regge.
«Abbiamo vissuto le nostre storie in epoche diverse. Io non sarò mai un mito. Vorrei entrare nel cuore della gente, mi piacerebbe conquistare tutti come ho già conquistato i bambini. Loro mi hanno sempre dimostrato un grande affetto. Tra vent’anni spero che qualcuno parli ancora di Damiani come oggi si parla di Carnera o di Erminio Spalla o degli altri campioni del passato».
Mettiamo un attimo da parte l’orgoglio che ci hanno regalato i giganti italiani di ieri, torniamo al presente. Parliamo di Mike Tyson.
«Credo di avergli rubato una fettina di mondo. Se vuole prendersela, io sono pronto. Quello che ho appena vinto è un titolo gustoso, ma anche sofferto. Per una volta ho boxato contro uno più veloce di me. L’ho punito con il mio miglior colpo da dilettante, il gancio sinistro. Quando è arrivato a segno ho sentito la sua mascella sulle nocche della mano. In quel momento ho capito che era fatta».
I guantoni del trionfo li prende Claudia.
«Glieli dovevo, senza di lei non sarei qui. Subito dopo l’Olimpiade di Los Angeles ho firmato il contratto con Umberto Branchini. Ho intascato 50 milioni e mi sono preparato alla nuova avventura. La mattina in cui sarei dovuto andare alle visite mediche, ho capito che questo sport non faceva per me. Meglio riportare i soldi a Branchini e chiuderla lì. È stata Claudia a convincermi che valeva la pena di provare. Senza la sua spinta mi sarei ritirato. E adesso è lei che vorrebbe che smettessi. Dice che soffre troppo».
Johnny Du Plooy ascolta in silenzio. È a due passi da noi, la moglie Mary lo accarezza e lo guarda con amore. Non basta a cancellare la grande delusione.
«Ho preso il colpo più forte della mia carriera. Damiani può affrontare Tyson, andare sino in fondo e avere anche una piccola possibilità di vittoria».
Adesso sì, il sipario può calare su questo mondiale in terra di Sicilia.

(da Eravamo l’America di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 270 pagine, 15 euro)

Tiberio Mitri. Campione, attore, scrittore. Bello e maledetto…

cover

“Chissà se morire non sia vivere,
e ciò che i mortali chiamano vita non sia morire”
(Euripide)

Il prossimo 12 febbraio saranno passati vent’anni da quel brutto lunedì, dalla mattina in cui l’Italia ha scoperto di avere perso un campione che aveva amato come pochi altri. Da un po’ di tempo suggerisco Un libro al giorno sulla mia pagina Facebook. Domani Una botta in testa” di Tiberio Mitri entrerà di diritto tra le storie da leggere. È l’autobiografia del campione europeo dei medi, del pugile che ha affrontato Jake LaMotta per il mondiale, per poi diventare attore e scrittore. Dell’uomo che ha chiuso tragicamente la sua vita difficile. Qui ripropongo la storia che ho scritto il giorno in cui se ne è andato per sempre.

Per qualche ora quel corpo straziato è rimasto senza un nome. Poi la verità: l’uomo diviso in due da un treno, alle 6:48 del mattino, era Tiberio Mitri.
La scena della tragedia è all’altezza del ponte di Porta Maggiore a Roma, vicino ai capannoni delle Ferrovie: otto binari che costeggiano un muro, subito fuori dalla Stazione Termini.
Il treno Roma-Civitavecchia delle 6:40 ha già preso velocità. Il macchinista si accorge, nel buio del mattino, di un uomo che cammina al centro del binario. Suona tre volte il segnale di allarme, ma quel vagabondo continua a ciondolare. Non si sposta. La frenata è lunga, purtroppo inutile.
Il corpo dell’uomo è devastato dall’impatto. Aveva occhiali da vista. Era vestito con un giubbotto blu, un maglione con sotto la giacca del pigiama. Calzava un paio di scarpe malridotte.
Nei pantaloni conservava la ricevuta del pagamento del canone televisivo e il passaporto. Saranno gli unici elementi che consentiranno l’identificazione.
Tiberio Mitri, nato a Cavana (Trieste) il 12 luglio 1926.
Morto a Roma il 12 febbraio 2001.
L’epitaffio sulla tomba era già pronto. L’aveva scritto lui stesso, molto tempo fa, nel libro “Una botta in testa” in cui raccontava la sua vita.
Lo dedico ai diseredati come me, a quelli che pur emergendo sono tornati alle origini: tutto ciò che si crea in una vita si può distruggere in dieci secondi”.

ritratto

Una carriera da pugile professionista cominciata subito dopo la guerra, quando per chi aveva perso un marito, un figlio o un padre le ferite non riuscivano a chiudersi.
Agli inizi degli Anni Cinquanta il grande sogno travolgeva la vita di questo ragazzo triestino.
Era biondo Tiberio, fisico atletico, volto da attore. Ma tirava di boxe e lo faceva con ottimi risultati. Prima campione italiano dei medi, poi europeo. Adesso l’occasione mondiale. Arrivava con le parole di un messaggero dal nome famoso: Saverio Turiello. Era il portavoce di Jim “Big” Norris, il capo della famiglia, e di Frankie Carbo, il suo uomo fidato. Mitri avrebbe sfidato Jake LaMotta al Madison Square Garden di New York.
Era bello Tiberio, boxava bene. E aveva una moglie dalle curve generose. Fulvia Franco era stata eletta Miss Italia nel ’48, inseguiva il mito del cinema e gli Stati Uniti, soprattutto la costa californiana e Hollywood, sembravano una grande occasione anche per lei. Erano i tempi in cui le donne di successo portavano le gonne al polpaccio, avevano vitini di vespa, cappello e guanti in ogni stagione. Le maggiorate, così le chiamavano, avevano qualcosa in più. Forme generose da esaltare in abiti che strizzavano il corpo.

fulvia, jake vicky

Tiberio Mitri e Fulvia Franco (a sinistra della foto con Jake La Mota e sua moglie Vicky) riempivano le cronache dei giornali, non solo di quelli sportivi. Il giorno delle nozze c’erano diecimila persone sul sagrato della chiesa. Erano una coppia la cui fisicità prorompente incantava o intimidiva, a seconda della personalità di chi la subiva.
Tiberio aveva vinto a Parigi contro Dauthuille, aveva pareggiato a Londra con Dick Turpin, aveva conquistato l’europeo a Bruxelles contro Cyrille Delannoit, lo aveva difeso a Parigi con Jean Stock. Adesso c’era il Toro del Bronx, il Toro Scatenato che sarebbe stato raccontato molti anni dopo in modo meraviglioso da Robert De Niro nel film di Martin Scorsese.

match

Su quel match è stato detto e scritto di tutto. Frank Carbo l’avrebbe messo in piedi disegnando anche il finale, LaMotta si era lasciato convincere. Il vice-capo della famiglia si sarebbe arreso solo quando quel biondo italiano aveva mostrato a tutti che il Mondiale non l’avrebbe mai vinto. Non era l’uomo giusto per lui. Toro Scatenato aveva aggredito il ragazzo italiano dal primo gong e si era fermato solo dopo l’ultima delle quindici riprese. Tiberio era rimasto in piedi, coraggioso nella bufera. Ma aveva perso quasi ogni round di quella sfida, anche se due giudici su tre avevano faticato a registrare quella sconfitta: Bert Grant 8-7 per La Motta, Joe Agnello 9-6, Mark Conn 12-3.
Nella vita di Mitri c’è stato un altro momento fatale, stavolta però disegnato dalla magia di una vittoria.

Roma, 2 maggio del ’54.
Stadio Torino (oggi si chiama Flaminio ed è praticamente in rovina). La gente stava ancora prendendo posto a sedere. Pasquale e Graziano Jovinelli, grandi organizzatori del tempo, chiacchieravano tra loro cercando di indovinare come sarebbe finito l’europeo tra Tiberio e Randolph Turpin. Anche loro, come molte centinaia di spettatori, non avrebbero visto nulla. Il gancio sinistro del ragazzo di Trieste fulminava il rivale. Un minuto e cinque secondi e tutto era già finito.

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Veloce la gioia, lungo e straziante il dolore. Mitri si è trascinato da una tragedia all’altra. Due figli, entrambi morti giovani e in situazioni drammatiche. Aveva appena 28 anni Alex quando una overdose l’aveva ucciso. Tiberia era nata nel ’67, se ne era andata travolta dall’Aids.
Tre le donne che avevano vissuto con lui, tre storie finite male. Con Fulvia Franco c’era stata la separazione, troppe cose li dividevano. Non era durata neppure con Helen de Lys Meyer, la mamma americana di Tiberia. L’ultima con cui aveva diviso la vita era stata Marinella Caiazzo.
Aveva 33 anni, venti in meno di Tiberio, quando si era innamorata di quell’uomo il cui volto aveva conservato i lineamenti d’angelo, nonostante la vita avesse già scritto per lui mille pagine dolorose. L’aveva lasciato quando il ragazzo di Trieste aveva cominciato a riempire di violenza le loro giornate.

Era solo Tiberio. Viveva al numero 15 di via Luciano Manara, a due passi da piazza Santa Maria in Trastevere. Di lui si occupavano i ragazzi della comunità di Sant’Egidio.
Proprio loro l’avevano portato in una palestra di pugilato.
E lì aveva ritrovato momenti di lucidità. Le malattie gli avevano concesso una piccola tregua. Aveva promesso ai giovani atleti che sarebbe tornato a trovarli. Qualche pugile, l’ex campione di kick boxing Giorgio Perreca, la nuora, il nipote David. A turno cercavano di non farlo sentire solo.
Ma Tiberio spesso non li riconosceva, a volte diventava violento ed era difficile stargli accanto.

TIBERIO MITRI RITRATTO CON IL SUO GATTO.

Tiziano Amadio di mestiere fa il macellaio, ha un negozio a due passi dalla casa di Mitri. Per un lungo periodo aveva bussato ogni giorno alla sua porta per costringerlo a prendere le medicine. Un giorno era stato respinto a forza, quasi assalito. E lui, giustamente, si era spaventato.
Dicono che l’ex campione vivesse di elemosina, ma la verità è un’altra. Tiberio Mitri, campione di pugilato, non era in grado di gestirsi. La malattia e quel che restava dei vizi che avevano divorato la sua vita, droga e alcool lo avevano anche portato in prigione, si erano presi l’anima.
Aveva una pensione, che spesso si dimenticava di ritirare. Le sue risorse non erano così inaridite. Vagava come un’ombra, scordandosi di prendere i soldi. Per questo, a volte, chiedeva denaro in giro. A Trastevere, come a Termini.
Vittima di se stesso, più che di un destino crudele.

Era bello Tiberio. E il cinema non se l’era fatto scappare.
Da ragazzo aveva fatto il cromatore, il panettiere, il radiotecnico. Da giovanotto si era divertito di più. Diciassette film accanto a nomi famosi: Sordi, Gassman, Totò, Fabrizi,
Brazzi, Peppino De Filippo. Alcuni anche con ruoli importanti, come ne “Il nostro campione” del ’55, “Un uomo facile” del ‘58, “Angeli dalle mani bendate” del ’61. Aveva rifiutato una sola parte, quella di un uomo tradito, nel film “Grido” che Michelangelo Antonioni gli aveva proposto.
Con l’amore aveva un rapporto difficile. La tormentata storia di passione e odio con Fulvia Franco aveva segnato per sempre la sua vita.
Il ring lo aveva lasciato il 21 settembre del 1957, dopo una vittoria. L’Italia stava prendendo coscienza del mondo che cambiava, l’automobile aveva allargato i nostri orizzonti.
Si viaggiava all’estero e i giornali ampliavano le cronache illustrando i misteri della corrida, le gioie della Provenza e il romanticismo di una gita sul Reno. Un pugile, però, nel momento in cui scende, per l’ultima volta, dal ring vede i confini che gli si stringono addosso. Lì è padrone del suo futuro, la vita non è altrettanto disposta a fare concessioni.
Soprattutto se uno vuole prenderla per la gola.

Era bello Tiberio. Anche adesso, anche dopo i mille pugni della vita. Aveva un volto solare, disegnato per piacere alle donne. I capelli lisci ne addolcivano i tratti già delicati. Aveva uno sguardo intenso, che negli ultimi tempi, però, aveva perso quella luce che riempiva i giorni felici.
Nel suo mondo di ombre Tiberio Mitri si sentiva solo e inseguiva un porto che esisteva solo nella sua mente. Più volte aveva raccontato di volere partire. Una sera aveva anche preparato la borsa, ci aveva messo dentro un paio di camicie e si era chiuso alle spalle la porta di casa. Poi era tornato sui suoi passi.
Stavolta si è messo qualcosa sopra gli abiti della notte e ha vagabondato per Roma. La polizia ferroviaria sta ancora cercando di capire come sia finito su quel binario.
Non credo volesse suicidarsi, come ha sospettato qualcuno.
Penso, più semplicemente, che il vecchio campione si sentisse ormai definitivamente sconfitto. La malattia aveva vinto. Camminava senza meta, senza avere la minima coscienza di dove si trovasse.

Per lui, i versi di Francesco Guccini.

E intanto corre corre corre sempre più forte
e corre corre corre verso la morte
e niente ormai può trattenere
l’immensa forza distruttrice
aspetta solo lo schianto e poi che giunga il manto
della grande consolatrice”.

Il testo è dedicato al sogno infranto dell’anarchia. Nessuno più di Tiberio è stato anarchico nel profondo dell’anima.
Nel bene e nel male.
Sono passati venti anni da quel tragico lunedì.

Ancora una volta la WBA non rispetta le regole, soprattutto le sue…

L’età nel pugilato, come in molti altri momenti della vita e dello sport, si è alzata. La riunione in programma il 29 gennaio, pandemia permettendo, al Seminole Hard Rock Hotel&Casino di Hollywood (Florida) potrebbe essere una testimonianza concreta. Sempre che non salti all’ultimo momento.
Non a caso c’è di mezzo la World Boxing Association, l’ente che ignora qualsiasi regola. Soprattutto quelle che sono nel suo statuto.
Il clou è il titolo regolare dei massimi. Lo chiamano così, ma visto come gestiscono la situazione non si sa perché mai lo facciano. Il supercampione è Anthony Joshua, l’uomo che difenderà la cintura è Manuel Charr: un signore di 36 anni che non combatte dal 25 novembre del 2017. Perché sia ancora in carica dopo tre anni e due mesi di inattività resta un mistero. L’ultima volta ha sconfitto ai punti Alexander Ustinov, in un match che la Wba ha riconosciuto come titolo solo poche ore prima che cominciasse. Conclusa la sfida, la stessa associazione ha detto che Charr avrebbe dovuto obbligatoriamente dovuto affrontare al suo prossimo incontro Fres Oquendo. Se riuscirà a ottenere un visto per il viaggio (vive a Colonia come richiedente asilo con permesso di soggiorno tedesco, ma non ha la nazionalità tedesca) combatterà contro Trevor Bryan, campione ad interim e numero 1 del ranking anche se non si esibisce dall’11 agosto del 2018.
Il secondo match per ordine di importanza sarà quello per il titolo dei massimi leggeri. Il detentore Berbut Shumenov ha 37 anni ed è fermo dal 7 luglio 2018. Negli ultimi sei anni ha disputato tre combattimenti. Incontrerà Ralph Murphy 35 anni, numero 8 della classifica, fermo dal 4 agosto 2019.
Terza sfida quella tra Bermane Stiverne, 42 anni, fermo da due, e Christopher Lovejoy, 37 primavere.
L’organizzatore sarà Don King, perfettamente in linea con la serata.
Il nuovo che avanza nella notte dei rientri.

Don King, 90 ad agosto, ci riprova. Il 29 organizza due mondiali in Florida

Eccolo di nuovo. 
L’avevo perso di vista qualche anno fa, quando era improvvisamente tornato sotto i riflettori grazie a Bermane Stiverne che aveva conquistato il titolo Wbc dei pesi massimi. Dopo la sconfitta contro Deontay Wilder nel gennaio 2015, l’anziano promoter era rientrato nell’ombra.
Adesso vorrebbe rituffarsi nella mischia. 
Don King si ripresenta per una serata che, pandemia e finanze permettendo, dovrebbe andare in scena il 29 di questo mese a Hollywood, in Florida. Due mondiali nello stesso programma.

Una faccia di gomma, il sigaro perennemente in bilico sulle labbra, baffi sottili e capelli sparati verso il cielo. Una giacca jeans con mille pin che faticano a trovare posto, coccarde presidenziali, una croce cristiana con finti diamanti. Decine di bandierine sempre a portata di mano, per qualsiasi evenienza.
Inconfondibile, unico. Tenta di sopravvivere a se stesso. È una delle poche figure del pugilato universalmente riconoscibili, anche adesso che si avvia verso i 90. Li compirà il prossimo agosto.
In quasi cinquant’anni di attività ha promosso eventi per tre miliardi di dollari, almeno 500 milioni sono finiti sul suo conto in banca.
È sempre stato più bravo a promuovere se stesso che i suoi pugili” dice Steve Cunningham, ex mondiale dei massimi leggeri che ha lavorato otto anni con lui.
Da tempo, molto è scivolato via dalle mani dell’omone dalla criniera al vento.
Ha avuto controversie legali con Ali, Holmes, Witherspoon, Tyson, Norris, Lewis e Byrd.
L’ultimo colpo da ko l’ha subito da Mike Tyson che l’ha citato in giudizio chiedendo 100 milioni di dollari di risarcimento. La causa si è chiusa con un accordo extragiudiziale di 14 milioni. Una brutta botta.

Don King continua a parlare di futuro, di mondiali da portare in giro per il mondo, di nuovi campioni da gestire. La realtà racconta storie diverse.
È difficile fare la comparsa quando sei stato un protagonista assoluto.
È stato un numero 1, da molto tempo ha imboccato il viale del tramonto.
La gente ha negli occhi la sua inconfondibile figura. Gli chiede l’autografo, lo prega di posare per una foto, lo saluta da lontano.
Lui mi ha sempre dato l’idea di un personaggio dei fumetti. Troppo colorato, troppo esuberante, troppo vistoso, con una voce cantilenante con cui mette in piedi improvvisati rap ogni volta che pensa di doverti convincere di una sua tesi.
Donald King, per tutti Don King. Chiamato sempre con il nome intero, come Charlie Brown. Anche se il promoter americano non ha certo il candore del protagonista dei Peanuts di Charles M. Schultz.
Nei comics è entrato da personaggio chiave per la serie I Simpson.

La sua storia merita di essere raccontata.
Era uscito due anni e mezzo prima dal carcere, dove aveva scontato una pena per omicidio colposo, quando ha piazzato il colpo della vita. Aveva tentato la carriera di manager, ma i suoi pugili erano tutti finiti knockout. Poi aveva avuto l’intuizione giusta. Padrone solo della sua dialettica, aveva convinto Muhammad Ali e George Foreman a firmare per la grande sfida. Soltanto dopo avere il contratto in mano aveva trovato i soldi.
Era nato “Rumble in the Jungle”.
I nemici dicevano che i suoi capelli fossero come lui: non rispettavano nessuna legge, neppure quella di gravità. Don King aveva, ovviamente, una spiegazione più spirituale.
«Stavo cercando di prendere sonno quando mi sono sentito come un rombo in testa. Sono corso allo specchio e ho visto i miei capelli dritti come frecce. Anche il barbiere, il giorno dopo, non è riuscito a far niente: ogni volta che provava a tagliarli, sentiva come una scossa. Era il segnale divino: è da quel momento che sono in missione per conto di Dio».
Un po’ come i Blues Brothers.

Ho parlato più di una volta con Don King. L’omone che viene da Cleveland ascoltava le domande e poi si lanciava in un rap in cui metteva in fila la comunità nera, celebri scrittori, la grandezza dell’America. Chiudeva ogni verso con una fragorosa risata e una richiesta.
Salutami Berlusconi”.
Richiesta ovviamente mai esaudita, io Berlusconi l’ho visto solo in televisione.
Rideva quando parlava del suo conto in banca. Rideva quando raccontava la lite con Mike Tyson.
«Troppi Jago attorno a lui. Gli hanno sussurrato all’orecchio mille bugie, hanno messo nella sua testa falsità. E lo hanno rovinato. Mestatori di professione hanno convinto Mike che io ero il suo nemico. Ma basta guardare quello che ha fatto quando era con me e quello che ha fatto dopo, per capire chi fossero i nemici
Rideva e il pancione tremava.
Non rideva Mike Tyson quando parlava di lui.
Ho scoperto che qualcuno che credevo fosse mio padre, mio fratello, uno che aveva il mio stesso sangue si era rivelato il vero Zio Tom, il vero negro, il vero traditore. Ha fatto più male lui ai pugili neri che qualsiasi organizzatore bianco nella storia della boxe. Pensavo fosse il mio fratello nero. È solo un uomo cattivo, un vero uomo cattivo . Non sa amare nessuno”.
Don King è un signore di 190 centimetri per 120 chili, vestito con poco riguardo per l’accoppiamento dei colori e con quei capelli sparati verso il cielo si fa fatica a non notarlo.
A dimenticarsi di lui erano stati però molti dei testimoni chiamati in tribunale nel lontano 1966. King aveva ucciso un tale di nome Sam Garrett, sbattendolo sul marciapiede e rompendogli la testa. Il primo verdetto era stato di omicidio di secondo grado, poi diventato omicidio preterintenzionale.

Tre anni e undici mesi nel penitenziario di Marion, dove ha letto Omero, Shakespeare, Hegel, Socrate. Da ragazzo non poteva permetterselo. Il papà era morto quando lui aveva nove anni, precipitato nell’acciaio fuso. La mamma vendeva torte. Lui, non appena l’età e il fisico glielo avevano permesso, si era messo a riscuotere e pagare le puntate del bingo per il boss locale Tony Panzanello.
Nel 1954 aveva ucciso un uomo che aveva cercato di rapinare l’incasso della lotteria clandestina. Gli era stata riconosciuta la legittima difesa. Poi il secondo omicidio e la condanna.
Era uscito dal limbo grazie a Muhammad Ali.
«Il match tra Ali e Foreman a Kinshasa è stata la cosa più grande che abbia fatto nella mia vita. L’orgoglio del popolo nero. Siamo come il pugilato, usciamo a testa alta dalle guerre che il mondo ci fa. Oggi non ci sono più grandi pesi massimi. Ma è ingiusto paragonare epoche diverse. Una volta la posta viaggiava sui pony, oggi vola con i jet. Io dico: torniamo indietro nel tempo, alle tradizioni. Restituiamo il pugilato ai grandi personaggi. Solo così riconquisteremo il mondo e vedremo un nuovo Ali».
Rideva per il suo ultimo appello. Poi tornava all’interno del clan che lo proteggeva con decisione e amore. Quando uno ha cento pugili sotto contratto, può sempre esserci un’anima candida che pensi di farsi giustizia da solo.
Oggi, sembra, non deve temere più nessuno, se non se stesso.

Ha gestito grandi campioni. Sotto la sua sigla hanno combattuto Ali, Foreman, Holmes, Tyson, Holyfield. Tanto per restare tra i massimi. Leonard, Benitez, Duran, Sanchez, Gomez, Arguello, Chavez, Pryor, Hokins, Lopez, Trinidad, Zarate, McCallum nelle altre categorie.
Ha organizzato sfide mitiche.
Ali-Foreman a Kinshasa, Ali-Frazier a Manila, Leonard-Duran. È stato il promoter del match che ha avuto il più alto numero di spettatori nella storia: 132.000 paganti per Chavez-Haugen allo stadio di Città del Messico. È stato sicuramente per molti anni il più “chiacchierato” uomo di pugilato. Di lui hanno detto e scritto le cose peggiori.
Don King si è sempre difeso con una frase che è diventata il suo motto.
Io sono la dimostrazione vivente del sogno americano. Io sono l’esaltazione di questa grande nazione. Tutto è possibile in America, solo in America”.

Non è sulla stessa lunghezza Larry Holmes, uno dei più grandi pesi massimi della storia.
Don King sembra nero, vive da bianco, pensa verde”.
Il riferimento al dio dollaro non è del tutto casuale.
Bob Arum, il grande nemico, è ancora lì anche se recita da co-protagonista. Al Haymon, Eddie Hearn, Oscar De La Hoya sono i nuovi padroni del pugilato mondiale. Don King è scivolato nell’ombra imboccando il viale del tramonto, quella risata di pancia che chiudeva ogni discorso era diventata solo l’ultimo bugia di un clown triste.
Venerdì 29 gennaio vuole tornare a ridere davvero.

Il mistero Liston continua cinquant’anni dopo la scoperta del cadavere…

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Il 5 gennaio del 1971, cinquant’anni fa, il cadavere di Sonny Liston veniva scoperto nella sua casa a Las Vegas da un poliziotto della contea di Clark. Lo sceriffo si era deciso a indagare dopo numerosi solleciti di Geraldine, la moglie di Sonny. Sembra fosse già morto il 29 dicembre, ma avrebbe anche potuto essere il 30. Un mistero, come tutta la sua vita.

Questa è la storia di un uomo solo.

Di niente è stato mai sicuro Sonny Liston, neppure di quando o dove sia nato. Nessuno conosce il giorno della sua morte. Solo lui e l’uomo che lo ha ammazzato potrebbero darci una risposta certa.
Dicono sia venuto al mondo l’8 maggio 1932. Almeno così giuravano i manager. Avrebbe potuto anche essere l’8 gennaio dello stesso anno. Così sembrava ricordare la madre. Oppure il 7 febbraio del 1927, come è scritto sulla fedina penale. Anche sul luogo non si hanno certezze. Era una zona dove si coltivava cotone. Pine Bluff o Little Rock in Arkansas? Memphis, nel Tennessee? Forse Sand Slough, all’interno della Morledge Plantation dove lavorava Tobe Liston. Il padre.

Sonny ha una cicatrice sulla guancia, sul torace una linea lunga e sottile marchia il suo corpo. Ma sono quei segni color rame sulla schiena, ricordi di vecchie frustate, a raccontarci chi sia Charles L. Liston. Ha gli occhi grandi, palle che sembrano schizzare via dalle orbite. Trasmettono paura, tristezza, infelicità.
Tobe Liston era un uomo piccolo, pesava 66 chili, era alto appena 165 centimetri. Sposato con Leona, avevano avuto tredici figli: sette dei quali erano sopravvissuti al parto. Si era poi risposato con Helen Baskin (un donnone: 40 chili più pesante di lui, dieci centimetri più alta). Big Hela, come la chiamavano gli amici. Era giovane, aveva 27 anni meno del marito. Con lei, Tobe avrebbe avuto altri nove figli.


Vivevano con i pochi dollari guadagnati lavorando come mezzadri. Tre quarti del raccolto andavano al padrone del terreno, solo un quarto rimaneva nelle loro tasche. Erano arrivati in Arkansas nel 1916, venivano dalle terre del Mississippi River. Con loro una folla di figli, un nonno vecchio e malato. Abitavano in un’unica grande stanza, le finestre erano dei buchi nelle pareti. Big Hela doveva coprirle con il cartone per limitare i danni provocati dal vento. Nella baracca c’era il gelo di inverno, un’afa insopportabile d’estate. E c’era il papà che frustava Charles, tutti i giorni.
Il piccolo Liston comincia a lavorare a otto anni. Raccoglie il cotone. Di notte prega che la pioggia non rovini il raccolto. Di giorno suda, mentre la fatica gli spezza la schiena e le gambe. Le mani corrono veloci a strappare le capsule soffici dalle piante, le dita si scorticano, il collo brucia sotto il sole. Molti anni dopo, quelle mani sarebbero diventate enormi. Dure sopra, morbide e bianche nella palma. E avrebbero conquistato il mondo.

Il Paradise Memorial Gardens è un’oasi di verde nel sole accecante di Las Vegas, tra Eastern Avenue e Patrick Lane. Nelle prime file del cimitero c’è una piccola lapide. Il rumore assordante degli aerei in atterraggio sulle piste del McCarran Airport, impedisce di pregare in pace. Su quella lapide (foto sotto) è scritto: «Charles Sonny Liston 1932-1970. Un uomo».
«Vuoi trovare la sua tomba? Facile, cerca quella senza fiori».
Il vecchio custode del cimitero conosce benissimo il tipo che gli sta davanti, ma non ha nessuna voglia di fare eccezioni. Mike Tyson è al Paradise Memorial Gardens per rendere omaggio a uno dei grandi della boxe. Uno come lui. Rispettato come pugile, mai amato come uomo. È lì per capire. E ora sa che Sonny Liston non riposa in pace.

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La seconda guerra mondiale è appena finita. La piantagione offre raccolti sempre più scarsi, l’unica cosa a crescere è la fame. Big Hela lascia l’Arkansas e con sei figli si trasferisce al 220 di North Beach Street a St Louis. C’è una fabbrica di scarpe che ha bisogno di operaie. Un lavoro, uno stipendio fisso, una vera casa, una città. Helen Baskin, a 49 anni, sembra finalmente serena. Charles la raggiunge dopo qualche mese. In poco tempo diventa alto e grosso. Il 30 dicembre del 1949 ha (più o meno) 17 anni, pesa novanta chili ed è alto 1.80. Deve essere questo fisico robusto a mettergli strane idee nella testa.
Il posto giusto per lui, pensa, è nella criminalità. Ha la data di quel venerdì dopo Natale, il primo rapporto della polizia su un’attività illecita. Tre uomini rapinano un vecchio commerciante. Il bottino è di 45 dollari. I tre delinquenti (non identificati) sono indicati come: Negro #1, Negro #2, Negro #3. Lui è Negro #1 e ora abita al 1006 di O’Fallon Street, al confine tra la zona dei neri e quella degli italiani. I suoi compagni si chiamano Willie Hordan e William James. Un’altra rapina a mano armata in un supermercato, ancora una in un ristorante, un furto, un’intimidazione, il pestaggio di un poliziotto e il suo indirizzo diventa “Charles L. Liston, Jefferson City. Penitenziario dello Stato del Missouri.”

Dare e prendere cazzotti è lo cosa che gli riesce meglio. Entra in cella nella primavera del 1950. Il reverendo Edward B. Schlattmann è il cappellano del carcere, l’uomo che cura l’anima e il corpo dei reclusi. È infatti anche il responsabile dell’attività fisica. Due lavori, nessuno stipendio. Cosa Liston sia capace di fare con i pugni, è facile da capire. Padre Schlatmann chiede a un altro prigioniero di dare lezioni di pugilato a quel ragazzo grande e grosso che se ne sta tutto il giorno solo e in silenzio. Non sa né leggere, né scrivere. L’isolamento è totale, la boxe può aiutarlo a uscirne.
Si chiama Sonny l’occasionale allenatore e Sonny diventerà il nuovo nome di Charles L. Liston. Il problema è trovare dei guantoni per quelle mani grosse, enormi. Ha un pugno che misura 35 centimetri, solo giganti come Primo Carnera o Jesse Willard l’avevano più grande di lui. Sale sul ring e stende tutti gli avversari. Padre Schlatmann lascia il penitenziario, lo sostituisce il reverendo Alois Stevens. Ora ad allenare Liston è Sam Eveland, campione dei Golden Gloves per lo Stato del Kansas, in prigione per furto di automobili. Padre Stevens, con l’aiuto di monsignor Jack McGuire e di Bob Burnes, direttore del Globe-Democratic, convince due signori a prendersi cura di Charles fuori dal carcere.
Frank Mitchell è nella boxe da sempre, è stato sparring di Joe Louis, ha insegnato ad Archie Moore uno strano stile difensivo “a tartaruga”. Muncey Mitchell è l’editore del St Louis Argus ed è amico di tutti i potenti della città. Il 30 ottobre del ’52 il futuro campione del mondo dei pesi massimi è libero sulla parola. Entrato nel penitenziario di Jefferson City come Charles L. Liston, delinquente abituale a soli 20 anni, ne esce come Sonny Liston. Pugile.
Pochi mesi prima Jimmy Forrest, un sassofonista che aveva suonato anche nell’orchestra di Duke Ellington, compone “Night Train“, un blues struggente. Sarà la colonna sonora della vita di Liston, l’unica canzone che abbia mai imparato a memoria.

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Tutti nella boxe se la cavano bene, tranne il pugile. Lui è l’unico che soffre. È l’unico che finisce sotto i ponti. È l’unico che va via di testa. A volte impazzisce, a volte si dà alla bottiglia, perché la boxe è uno sport molto intenso che ti mette enormemente sotto pressione e un sacco di gente non ce la fa. Sopporti tante cose, poi molli.

A St Louis comandano siriani e siciliani. A guidare gli italiani è John Vitale, a cui è legato Frank Mitchell. Ma Vitale è anche un uomo di Frank Carbo. Il boss della mafia è di New York. Nato come Paul Carbo nel Lower East Side il 10 agosto 1904, cresciuto nel Bronx. A 20 anni commette il primo delitto: un colpo di pistola alla tempia di un tassista. Patteggia la pena e viene condannato per omicidio preterintenzionale. Nel ’28 entra a Sing Sing. Tre anni dopo, mentre è in libertà sulla parola, uccide il miliardario Mickey Duffy. Lo arrestano al Cambridge Hotel sulla 68th, è a letto con una sedicenne che si fa chiamare Vivan Lee e che dichiara di essere un’artista. In realtà il suo nome è Vivian Malifatti e i soldi li fa con la lap dance. Si contorce, praticamente nuda, attorno a un palo o sulle ginocchia dei clienti.
Durante il Proibizionismo, Carbo lavora come killer professionista. Poi diventa un capo e inserisce, dal 1935, la boxe tra i suoi principali interessi. Comanda il pugilato americano e mondiale per oltre vent’anni. Muore, di diabete, nel 1976.
Ha sempre avuto in mano il contratto di Sonny Liston. A lui vanno il 52% delle borse. Il 24% finisce nelle tasche di Joseph “Pep” Barone, il 12% in quelle di Frank “Blinky” Palermo luogotenente di Carbo. Al pugile resta il 12%.

Mi vuoi bene?
E’ la domanda che Sonny continua a fare in giro anche dopo essere diventato campione del mondo. L’unica a regalargli affetto è Geraldine Chambers, operaia in una fabbrica di munizioni a St Louis, madre di Arletha: una bambina di undici anni. Sonny conosce Geraldine in una piovosa serata di marzo del ’56, la sposa nel settembre del ’57. È lei che lo accudisce come un bambino anche quando, già campione, torna a casa ubriaco. Anche quando bussa al 4439 di Fairlin Avenue a St Louis o alla porta della villa di Las Vegas, reduce da una notte di sesso sfrenato con un paio di prostitute, mai meno di due, per il grande, grosso vecchio Orso. È lei a leggergli i giornali che sparano insulti velenosi dopo le sconfitte con Ali. È l’unica ad amarlo. Una dote che non le risparmierà il tradimento.

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Due ganci destri e un sinistro. Sono passati 2:06 dall’inizio del match e Floyd Patterson è già knockout. Sonny Liston è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi. C’è odio, rabbia, frustrazione negli sguardi e nell’anima di molti degli spettatori del Comiskey Park di Chicago la notte del 25 settembre 1962. Hanno tutti tifato per il «negro buono». Sono anni difficili per i neri d’America. Non possono frequentare le università statali, in treno sono costretti a viaggiare in vagoni separati, al ristorante devono mangiare in tavoli separati, hanno anche chiese separate dai bianchi. Fanno lavori inferiori, con una paga inferiore. Nel profondo Sud un bianco può uccidere un nero e sperare, con buone possibilità, di essere assolto.
Martin Luther King ha appena cominciato la battaglia per i diritti civili, nelle strade si canta “We shall overcame” in attesa della grande svolta. Il presidente è John Fitzgerald Kennedy, suo fratello Robert è il Procuratore Generale. Anche loro tifano per il nero integrato, quello che non ti obbliga a pensare, non ti pone dei dubbi, non ti fa paura. L’Orso ha tutti contro.
Floyd Patterson, come dice pubblicamente John Kennedy: “È un esempio per la gioventù”. Il presidente lo convoca alla Casa Bianca, gli ordina: “Devi assolutamente batterlo”. Il campione potrebbe evitare quella sfida, nessuno gliene farebbe una colpa. Ma lui ha paura che la gente, guardandolo in faccia, possa pensare che sia un vigliacco. L’altro ha messo ko Cleveland Williams, Roy Harris, Nino Valdes, Zora Folley. Picchia e sa incassare qualsiasi colpo. Sembra imbattibile. Patterson non può evitarlo.

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Floyd si prepara in un ritiro lontano dal mondo, in un posto che somiglia più a un eremo solitario che a un campo di allenamento. Sonny va in un ippodromo abbandonato, sistema la palestra dove una volta c’era il baracchino delle scommesse. Patterson ha la sconfitta nella mente. Ha paura di perdere, un incubo gli fa compagnia.

Noi pugili abbiamo sempre paura. Non abbiamo paura di farci male, ma di perdere. Perdere sul ring è peggio che in qualunque altro posto. Il pugile sconfitto perde qualcosa di più che il suo orgoglio e l’incontro, perde una parte del suo futuro e torna a un passo dal quartiere malfamato da cui proviene.

Finisce tutto in meno di tre minuti. Floyd Patterson scappa dall’Arena da una porta sul retro, ha la barba finta e gli occhiali neri.
Mentre firma per la rivincita, lo sguardo immobile di Sonny fa pensare a un atto dovuto. La mafia sembra avere deciso per una sua sconfitta. Frankie Carbo governa il pugilato attraverso James Norris e l’International Boxing Commission. Il boss, per il secondo match, sceglie Las Vegas e la data del 22 luglio 1963. La città vive di pochi alberghi, ha un piccolo numero di residenti e tutti i Casinò sono gestiti dalla malavita. Liston alloggia e si allena al Thunderbird di Irving “Ash” Resnick. Sangue, sudore e lacrime il Vecchio Orso ne versa assai pochi. Passa più tempo con le signorine messegli a disposizione da Resnick con grande puntualità, che sul campo di allenamento. Basta comunque per liquidare il povero Patterson.

Uppercut alla mandibola, diretto destro. Ancora un ko al primo round, quattro secondi in più della prima volta: 2:10. Il tenero Floyd travestito per sfuggire alla folla ma soprattutto a se stesso scappa come un ladro. Il buono esce tristemente di scena. Sonny Liston non sorride mai, non lo fa neanche ora che è sul tetto del mondo. È triste come se già conoscesse l’incubo che governerà il suo futuro, purtroppo per lui il pericolo sarà più grande di quanto riesca a immaginare.

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Nella prima sfida si chiama ancora Cassius Clay, il “nome da schiavo”. Convertitosi all’islamismo, lo cambierà in Muhammad Ali. È un giovane pieno di sogni, ma sa già usare armi finora sconosciute nel pugilato. La psicologia, ad esempio. Sonny spaventa i suoi nemici, incute rispetto, paura. Clay scardina questa sicurezza, toglie certezze dal campo del rivale. Si piazza nel giardino di casa Liston alle 3 del mattino e comincia a insultarlo. Arriva su un vecchio autobus, un Flexible 53, dipinto di rosso e di bianco. Danza sull’erba e grida. Prima di presentarsi, avverte giornali e televisioni. Alle 3 del mattino davanti alla casa di un Liston furioso c’è tutta la stampa americana. Cassius vuole che l’altro lo giudichi un buffone e niente più, che abbassi la tensione, che si convinca della facilità di quel match.
Sonny non è il tipo da incassare un affronto e dimenticarlo. La sua è la legge della strada, dove a una provocazione si risponde con un’aggressione. L’occasione arriva presto. L’Orso sta giocando e perdendo ai dadi, quando Clay entra al Thunderbird Hotel & Casino. Il buffone di Louisville comincia a prenderlo in giro. Liston poggia i dadi sul tappeto verde, si gira, fa qualche passo verso quel ragazzo insolente e gli urla in faccia: “Porta via velocemente da qui quel tuo culo nero”. Poi lo fulmina con uno di quegli sguardi che hanno atterrito chiunque abbia attraversato la sua strada. Clay scappa dall’albergo. Gli servono un paio di giorni per riprendersi. E per tornare a recitare.

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Miami Beach, 25 febbraio 1964. Primo match. Liston si danna l’anima nel tentativo di accorciare la distanza, di raggiungere Clay. Quello gli balla davanti, danza e tocca con il jab, lo manda a vuoto e porta una serie.
È il quinto round quando lo sfidante torna all’angolo e strilla in faccia al suo manager. “Non vedo più niente, mi bruciano gli occhi. Ha messo qualcosa sui guantoni, ha sulle spalle un unguento che mi sta facendo diventare cieco. Finiamola qui, torniamocene a casa”. Angelo Dundee lo rimanda al centro del ring. Il bruciore passa, lentamente Clay torna a vedere il nemico. All’inizio della settima ripresa, con il combattimento ancora in equilibrio, è il campione a dire basta, a ritirarsi. “Non riesco a muovere la spalla sinistra”. Tre ore dopo, il dottor Alexander Robbins della Commissione Atletica di Miami Beach diagnostica: “Lesione al tendine del bicipite del braccio sinistro”. Il mondiale dei massimi non appartiene più alla mafia bianca. Il favorito, l’uomo che i bookmaker pagavano un solo dollaro per ogni otto di scommessa, è stato sconfitto. Ora può cominciare a incassare i diritti sui prossimi match di Clay, nel rispetto di un contratto che la Inter-Continental Promotions, di cui è socio, ha firmato con il futuro campione del mondo.
Sono passati sei mesi da quando duecentomila persone sono sfilate a Washington. La Legge dei Diritti Civili ha abolito di fatto la discriminazione razziale. Il potere dei neri sale con la loro consapevolezza di poterlo esercitare attraverso il voto. Si iscrivono nelle liste elettorali e condizionano le carriere politiche. Malcom X, che contesta la via pacifica adottata da Martin Luther King, e i Mussulmani Neri stanno raccogliendo sempre maggiori consensi. Dopo avere battuto Liston anche il giovane campione del mondo dei massimi entra a farne parte. Cassius Clay esce di scena, ora tocca a Muhammad Ali.

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Dura 2:12 la rivincita. Sonny non riesce mai a colpire Ali la notte del 25 maggio 1965. Un round fatto di soli tentativi a vuoto. In platea ci sono appena 2434 spettatori paganti (foto sopra, un biglietto di ingresso), il più piccolo pubblico che un mondiale dei massimi abbia mai avuto. Il match si svolge a Lewiston, nel Maine, nella minuscola St Dominic’s Arena. Una sfida per il titolo, in una città senza tradizioni che la leghino al pugilato.
Le autorità del Massachusets hanno negato l’autorizzazione all’incontro. Dicono: “Dietro agli organizzatori c’è la mafia”. Il 21 febbraio Malcom X viene assassinato, subito dopo la casa di Ali va a fuoco. Tutti sanno che il campione ha preso le distanze da quello che è stato prima suo amico e poi guida religiosa, sanno che è tornato con Elijah Muhammad: il capo spirituale dei Mussulmani Neri. Si teme un attentato, meglio una piccola arena dove si può controllare tutto e tutti.

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Al terzo destro scagliato da Ali, Liston stramazza al tappeto. È un pugno fantasma a chiudere la sfida. Neppure la moviola televisiva riuscirà a individuarlo. È un colpo invisibile. L’arbitro è Jersey Joe Walcott, vecchio campione del mondo dei pesi massimi. Liston è al tappeto. È scivolato giù lentamente, come un vecchio edificio che si sgretola dopo essere stato colpito dalla palla di acciaio. È lì a terra, steso come se fosse stato appena folgorato. Walcott comincia a contare, perde tempo nel mandare Muhammad all’angolo neutro, si innervosisce, si lascia sfuggire il controllo del match, torna al centro del ring quando i due hanno già ricominciato a boxare. Da bordoring gli urlano di fermarsi, gli gridano che il match è finito. C’è Nat Fleischer in prima fila, è l’editore e il direttore di The Ring: la rivista che viene considerata la bibbia del pugilato.

Fleischer: È finita Joe, ferma l’incontro
Walcott: Perché?
Fleischer: Liston è rimasto giù 14 secondi
Urla anche il cronometrista.
Walcott: Quanto è rimasto a terra Liston?
Cronometrista: Oltre 12 secondi

Jersey Joe Walcott ripercorre, lentamente, all’indietro lo spazio che lo separa dai pugili, ferma la loro azione e alza il braccio di Ali. Il ragazzo di Louisville si è confermato campione. Ha vinto per ko con un pugno che nessuno ha visto.
La gente strilla.
Buffoni, imbroglioni.”
Sono tutti in piedi e gridano.
Truffatori.”
Ali, mentre Liston era al tappeto gli aveva urlato sulla faccia (foto sopra).
Alzati brutto orso, siamo in televisione.”
Adesso cercano di sfuggire alla rabbia della folla. Un deputato chiede al Congresso di abolire la boxe. I giornali parlano di una gigantesca truffa sulle scommesse, della mafia che ha manipolato il risultato, dei Mussulmani Neri che hanno bisogno di un campione del mondo per propagandare la loro dottrina.
Liston ha perso il titolo, ma continua attraverso la Inter-Continental Promotions a prendere la percentuale sulle borse del nuovo campione.

Sonny Liston (3R), at weighting-in ceremonies before world championship fight with Cassius Clay (L, sitting).


I giornalisti non gli hanno mai perdonato niente. È la parte brutta dell’America, lo chiamano “bad boy”, come se la boxe sia popolata da bravi ragazzi. Liston è tornato a essere solo. Geraldine gli legge i giornali, Sonny non ha mai imparato a farlo, lui dondola sulla sedia mentre dentro al cuore gli cresce la rabbia. Torna sul ring. E vince per quindici volte, perdendo un solo incontro. L’ultimo match lo disputa contro Chuck Wepner. Quell’omone bianco che ha catturato l’immaginazione di Sylvester Stallone per il suo combattimento con Ali, quello che ha regalato all’artista americano l’idea di “Rocky”. Liston lo distrugge. Di quei quindici incontri avrebbe dovuto perderne almeno uno. Così, dicono, era l’accordo con la mafia. Lui continua a correre incontro alla morte, loro non hanno fretta. Sanno aspettare. L’ultima sfida, il 25 giugno 1970. Poi nella sua esistenza rimane solo la casa in Ottawa Drive, a Las Vegas. E la moglie, i vecchi amici, il whiskey. Dei quattro milioni di dollari guadagnati in carriera, resta davvero poco in banca.


È il 5 gennaio del ’71, quando lo trovano disteso sul pavimento, nel salotto di casa. L’autopsia rivela tracce di morfina e codeina, prodotte dalla decomposizione dell’eroina nel corpo. Dicono sia morto per overdose. Ma lui aveva il terrore dell’ago, delle punture. Non sopportava l’anestesia dal dentista e la cosa che lo sconfortò di più dopo un incidente d’auto, non furono le ferite, ma l’ago della flebo nel braccio. Dicono che potrebbe essere stata la mafia a fare quell’ultima iniezione. Il 9 gennaio del 1971, il reverendo Edward P. Murphy officia il funerale alla Palm Mortuary Chapel. Quel sabato pomeriggio, Sonny Liston viene sepolto al Paradise Memorial Gardens.
Charles L. Liston è morto il 29 o il 30 dicembre 1970.
Dicono avesse 38 anni.
Pochi giorni prima Herbert Muhammad, manager di Ali, aveva firmato un contratto da cinque milioni di dollari per il match contro Joe Frazier. Da quando era diventato socio della Inter-Continental Promotions, Liston aveva guadagnato solo poche migliaia di dollari sull’attività di Ali che era rimasto a lungo fermo a causa del rifiuto di servire l’esercito americano. Ora che arrivano le grandi borse, lui non può più accampare diritti. Anche nel momento della morte, solo i dubbi rimangono a fare compagnia a Charles Sonny Liston.
Il Vecchio Orso riposa in un rumoroso cimitero di Las Vegas, la pace per lui non è mai esistita.