Gennaio ’61. Due pugili sul ring. Uno sarà campione, l’altro diventerà assassino


Miami, 31 ottobre 1967.
È la notte di Halloween.
A Place for Steak è un ristorante che propone indimenticabili bistecche sulla 79th Street Causeway, a North Bay Village, la strada sull’Oceano.
Un omone se ne sta seduto all’Harbour Lounge bar, un bar aperto fino a tardi, collocato proprio all’ingresso del ristorante. È grande e grosso, supera l’1.90 di altezza e da qualche tempo sfiora i 100 chili. Un bicchiere di whiskey in mano e lo sguardo che scruta fuori dalla grande finestra. Sembra che viva in un mondo tutto suo, tutto attorno la gente mangia, beve, chiacchiera. Ma lui continua a fissare oltre il vetro.
Gli occhi diventano improvvisamente attenti, il volto si riempie di una luce scura. È un po’ difficile da spiegare. C’è un lampo che attraversa il suo sguardo, ma poi lentamente si spegne e sembra che tutto sia circondato dall’oscurità.
Il giovane, sicuramente sotto i quarant’anni, è in forma. Deve essere stato un atleta e non ha sicuramente perso l’abitudine all’allenamento.
La sua attenzione è catturata da un uomo maturo, oltre la cinquantina, che ha appena fatto ingresso nel ristorante. Il caposala lo ha salutato con rispetto, i camerieri si sono precipitati attorno a lui. Deve essere un tizio popolare da queste parti.
Il nuovo entrato si siede a un tavolo con una splendida vista sull’Oceano e ordina una New York Sirloin steak. Non riuscirà neppure ad assaggiarla.
L’omone si muove sicuro, attraversa la sala, arriva davanti al tavolo del nuovo entrato.
BANG
BANG
BANG
BANG
BANG
Cinque colpi di pistola in rapida sequenza. Il nuovo entrato crolla sul pavimento, il sangue copre la sua faccia e scende a macchiare giacca e t-shirt. È un cadavere ormai.
(altri collocano l’omicidio fuori dal ristorante, ma la dinamica degli eventi sarebbe comunque la stessa e non altererebbe il senso della storia).
Quando il medico legale lo esaminerà per la prima volta, un testimone (come riporta webgalleria.com) lo sentirà dire: “Che bel buco che è”. Sulla fronte c’è la firma del primo dei cinque colpi sparati dall’omone. Lo stesso che il nuovo entrato aveva minacciato di morte dopo una violenta lite appena pochi giorni prima.
La vittima si chiamava Thomas Altamura, detto The Enforcer, il garante. Aveva 53 anni e faceva parte del clan Gambino, uno dei cinque gruppi che gestisce la mafia a New York e nel resto degli States (fonte thenewyorkmafia.com).
La polizia accusa dell’assassinio Anthony Esperti, detto Big Tony. Ha 37 anni e il locale in cui è stato commesso l’omicidio è il suo.
Gli agenti lo catturano. Ma l’arresto non è cosa semplice. Big Tony si agita e lancia per aria poliziotti come se fossero bambole di pezza (He trew the police around like rag dolls, scriveranno i giornalisti americani ).
In tribunale, la giuria lo riconosce colpevole di omicidio di primo grado. Viene condannato all’ergastolo. Stavolta non ce l’ha fatta ad evitare il processo. Era già stato arrestato altre undici volte, per vari reati, ma le vittime si erano tutte rifiutate di testimoniare (come ha scritto il Miami Herald).
Anthony Esperti muore il 12 aprile del 2002, aveva 72 anni. Era nato a Baltimora, viveva nel Bronx.
Da giovane era stato un pugile, aveva anche fatto da sparring a Sonny Liston.
Il 17 gennaio del 1961, cinquant’anni fa, era salito sul ring dell’Auditorium di Miami Beach. Erano cinque anni che non combatteva. L’ultimo match lo aveva disputato il 21 marzo del ’55, perdendo ai punti contro Al Andersen. Aveva quasi sempre boxato a Brooklyn, a volte nel Bronx, raramente a Long Beach.
Il rivale di quella notte di gennaio era al suo terzo incontro, aveva vinto i primi due. Proprio quel giorno festeggiava il suo diciannovesimo compleanno.
Dopo meno di tre round, l’arbitro Mike Kaplan interrompeva il combattimento. Decretando la sconfitta di Big Tony per kot. Aveva l’occhio sinistro devastato dai jab dell’avversario.
Era la sua sesta sconfitta, la quarta consecutiva.
L’altro proseguiva il suo cammino. Sarebbe diventato il personaggio sportivo più popolare del mondo, uno dei più grandi pesi massimi di sempre.
Il suo nome era Cassius Clay, tutti a breve lo avrebbero conosciuto come Muhammad Ali.

Il caso Morrell. Rivali scarsi, mondiale subito, fuori peso ma non perde il titolo

Lo strano caso di Osvary David Morrell.
Cubano di 22 anni, nella passata stagione esordisce al professionismo dopo un periodo dilettantistico senza titoli a livello senior.
Batte Yandris Rodigruez, che ha un record di 2-6-0. Immediatamente sale al numero 14 della WBA nei supermedi. Poi supera Quinton Rankin (4-4-1 negli ultimi nove match) e va al numero 6. Forte di questo curriculum affronta Lennox Allen (22-0-1) per il titolo ad interim della WBA.
Il supercampione dei supermedi, al tempo, era Callum Smith; Saul Canelo Alvarez era il campione, Fedor Chudinov il campione Gold. La WBA non conosce limiti, le cinture vengono assegnate a manciate. L’Associazione non riscontra nessuna irregolarità nel fatto che i campioni non difendano il titolo e mette in piedi un match per designare il campione in sostituzione. Il detentore del titolo ad interim dovrebbe infatti essere colui che lo detiene fino a quando il vecchio o il nuovo campione non ne entrino in possesso. Questo nella vita normale, ma non nel pugilato e tantomeno per la WBA. Che, non contenta del capolavoro, porta al numero 3 della classifica Morrell senza che questi abbia sostenuto combattimenti.
Ed è da 3 che affronta e supera il 35enne Lennox Allen. Il successo lo porta al numero 1.
David Morrell è numero 1 WBA, campione ad interim, con soli tre match all’attivo. Almeno due contro rivali mediocri. E non può neppure vantare un passato dilettantistico con ori olimpici o mondiali che ne giustifichino la rapida escalation.
Stasera avrebbe dovuto battersi contro lo statunitense Mike Gavronski (26-3-1) per la difesa del titolo, Ma al peso non è rientrato nei limiti della categoria (168 libbre, 76,188 kg), un chilo in eccedenza. Match ridotto a 10 round, senza corona in palio. Nessun provvedimento nei confronti del cubano, non sia mai.
Ma, si sa, il pozzo della boxe è senza fondo. Quando si pensa che non ci sia più nulla di cui stupirsi, si scopre che c’è ancora molto terreno da scavare. Il colpo di scena arriva nella tarda mattinata americana, primo pomeriggio in Italia.
Secondo PBC (Premier Boxing Champions), il match di stasera tra il campione ad interim dei super medi David Morrell e Mike Gavronski, 11 per la WBA, era stato da sempre concordato a 170 libbre (77,100 kg), quindi il titolo mondiale ad interim non era mai stato in gioco. Morrell resta campione. Tutto questo appare in clamoroso contrasto con l’intera promozione fatta per lanciare il match, pubblicità in cui si parlava chiaramente di incontro per il titolo mondiale ad interim sulla distanza delle 12 riprese. 
Nessuno, evidentemente, aveva avvertito Mike Gavronski che si è presentato sulla bilancia a 167.4 (75,750 kg)…

Meo risveglia vecchi ricordi. Santo Stefano, Bologna, Carlo Duran…

Accendo il telefonino, c’è un messaggio su WhatsApp. È Meo, ci siamo sentiti durante le feste, ci siamo fatti gli auguri. Mi ha mandato un messaggio vocale, dentro c’è l’amore per il pugilato, la tristezza per il momento che stiamo vivendo, la nostalgia per tutto quello che un tempo ci ha reso felici.
Quando la vita scivola via senza angosce, non ci accorgiamo delle piccole grandi cose che ci offre. Ci sembra che tutto sia dovuto. Quando però accade qualcosa che la sconvolge, e la pandemia è un autentico uragano che ha travolto persone e sentimenti, realizziamo che quelle piccole grandi cose ci mancano.
Meo Gordini ha la capacità di captare i segnali che sono nell’aria, l’abilità di trasformarli in parole, di sottolineare il momento con una frase, un ricordo.
Beh, ci ho girato fin troppo attorno. Ecco il messaggio che il mio amico Maestro ha lasciato sul telefonino.
“Ciao Dario, buon Santo Stefano, oggi ho nostalgia, mi manca la boxe. Ricordo quando Santo Stefano era diventato il giorno che celebrava la riunione madre di tutte le riunioni. Era un evento straordinario. Tutti gli anni si preparava questo appuntamento in tante città d’Italia, soprattutto in Emilia: Ferrara, Bologna, Piacenza e Reggio Emilia, dove si farà anche oggi. Era una cosa che ci distingueva dagli altri sport. Tutto si fermava. Il calcio e la pallavolo si fermavano, il fiore all’occhiello dello sport era l’arte pugilistica. Eravamo noi che diventavamo il centro dell’attenzione. Riempivamo i Palazzetti e la gente non vedeva l’ora di venirci a vedere, anche perché dopo due giorni di cappelletti eravamo quelli che facevamo digerire bene tutti. Quest’anno non ce ne sono. C’è solo una riunione a Reggio Emilia, nonostante tutto Cavallari ha voluto sostenerla, senza pubblico ovviamente. Speriamo che la boxe ce la faccia a ripartire. Un abbraccio forte”.
Me lo ricordo, o se me lo ricordo il Santo Stefano pugilistico. A Roma si combatteva al Palazzetto dello Sport di viale Tiziano. E c’era sempre un grande pubblico. Quelle riunioni erano una festa.
Anche Milano ne ha ospitati tanti.
E ricordo quel Santo Stefano a Bologna…

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Questa storia mi è sempre piaciuta. Appartiene a un’epoca lontana, oramai da quel giorno è passato più di mezzo secolo. Dentro c’è il sapore delle cose belle di una volta. L’ho già raccontata, ma quando arriva il periodo di Natale prepotentemente torna
nei miei pensieri. È come fare l’albero o il presepe. Ha un richiamo forte. 

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La voce inconfondibile di Fausto Leali usciva dalle finestre della casa al primo piano di un vecchio palazzo del centro storico di Bologna, tra Piazza Maggiore e la Basilica di San Petronio. In via Dè Pignattari, mi sembra.
A chi sorriderò,
se non a te.
A chi se tu,
tu non sei più qui.
Ormai è finita,
è finita, tra di noi.
Ma forse un po’ della mia vita
è rimasta negli occhi tuoi.
Un amore finito male. Una vicenda che ha niente a che fare con la nostra storia, ma quella canzone aveva conquistato tutti e sul piatto del giradischi la faceva da padrona. Impossibile non ascoltarla anche dalla strada.
Era un martedì, strano giorno per salire sul ring.
Quel 26 dicembre, anno di grazia 1967, si combatteva di pomeriggio e il Palasport era pieno. C’erano settemila persone nell’impianto di Piazza Azzarita. Erano venuti a vedere Carlo Duran che affrontava per la terza volta Ted Wright, pugile di colore dai capelli folti e ricci. Un peso medio di Detroit, molto conosciuto in Italia. Del suo match al Palasport di Roma contro L.C. Morgan, le iniziali stavano per Langstone Carl, se ne era parlato per anni.
Rino Tommasi, che l’aveva organizzato, diceva: “È il più bell’incontro che sia riuscito a mettere in piedi. Avevo promesso duecento dollari in più della borsa pattuita a chi dei due fosse riuscito a mandare al tappeto l’altro. Erano andati giù entrambi. Morgan ad inizio terzo round, Wright nel finale della stessa ripresa. Un gancio sinistro di Wright aveva chiuso la sfida. L’accoppiamento era nato da una mia intuizione. Avevo visto Morgan contro Campari e Wright contro Santini, così avevo deciso che i due avrebbero potuto dare vita a una sorta di grande battaglia spettacolare. Non mi ero sbagliato”.
Altri tempi.
Wright aveva incontrato Don Fullmer, Benvenuti, Griffith, Denny Moyer, Garbelli. Nominatene uno e lui l’aveva affrontato.

tris

Con Duran si era già battuto due volte, entrambe a Milano.
La prima il 22 novembre del ’63.
Una serata indimenticabile, la sera della grande tragedia. A Dallas, in un maledetto pomeriggio texano, era stato assassinato il presidente John Fitzegerald Kennedy.
La seconda il 7 febbraio del ’64.
Due risultati di parità.
La cosa strana però non erano i due pari, ma l’assenza a bordo ring di Augusta. La signora Duran non mancava mai a un incontro del marito. Nella prima occasione era in casa ad accudire Massimiliano, nato appena diciannove giorni prima. Nell’altra era alle prese con un’influenza. Del figliolo, non sua.
Ma a Bologna lei c’era e sedeva a bordo ring.
Dice Alessandro.
È stata sempre lì a soffrire per i suoi cari. Il nostro è un ambiente affascinante, ma difficile. Non ci si scambia carezze. Lei ci ha sempre lasciato libertà di scelta. Seguiva papà agitandosi sulla poltrona a bordo ring. Con noi a vincere era la paura. Vedere combattere i figli le creava ansie continue. Se ne stava lì in silenzio. Di papà era anche una tifosa, per noi è stata sempre e solo la mamma. È normale che fosse così. In palestra era il papà a comandare, ma in casa le cose cambiavano. È stata lei che si è presa cura delle nostre vite. A volte è stata anche la mamma di mio padre”.
Lei lì e i figli in casa.

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Ale aveva due anni. Ma già sentiva nell’animo la presenza forte del pugilato. Un ciondolo con due guantini in oro era stato il regalo di un amico del papà per il primo compleanno. Era ancora piccolo, ma neppure in seguito gli sarebbe stata concessa la presenza a bordo ring.
Dice Augusta.
E no! C’ero già io a soffrire. Vedere il papà combattere sarebbe stata per i ragazzi un’emozione troppo forte. Non era proprio il caso”.
Per Massimiliano il problema non poneva. Il fratello davanti alla tv, lui nascosto in un angolo della casa a tormentarsi le unghie senza guardare neppure un’immagine.

duran

Torniamo a quel Santo Stefano di cinquantatrè anni fa.
Carlo aveva vissuto la vigilia da vero professionista. Niente concessioni alle distrazioni, anche se il clima di festa lo avvolgeva come un panno caldo. Niente sgarri alla dieta e a qualsiasi altra cosa che avrebbe potuto togliergli la giusta concentrazione.
Era andato al Palasport convinto che ne sarebbe uscito vincitore.
Quaranta giorni prima aveva conquistato il titolo europeo battendo Luis Folledo, pugile con 115 vittorie su 121 incontri, per kot alla dodicesima ripresa. E adesso era lì per conquistare un pubblico difficile come quello bolognese.
Prima del match clou c’era stata la sfida tra i mosca Vitantonio Mancini e Kid Miller. Quando era stato annunciato un verdetto di parità, sul ring era volato di tutto. Carta, monete, qualche scarpa. La gente non aveva gradito.
Alla fine era stata la volta di Carlo Duran e Ted Wright.

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L’americano aveva trent’anni e il meglio l’aveva già dato. Ma restava comunque un cliente molto scomodo. Anche perchè il ricordo delle prime due sfide faceva male.
Dice Gualtiero Becchetti, fratello di Augusta e cognato di Carlo. Ma soprattutto uomo di boxe da sempre.
Erano stati match duri, terribili. Soprattutto il primo. Non ricordo bene chi l’abbia detto, ma qualcuno ha definito quell’incontro come uno dei più terribili che si siano svolti a Milano. E poi una parte del pubblico era lì per tifare contro Carlo. Erano quelli che tenevano per Benvenuti e non vedevano di buon occhio l’argentino d’Italia”.
Nino quello stesso giorno era a Reggio Emilia per sostenere un’esibizione con Giulio Saraudi e Alfio Neri, in preparazione alla terza sfida con Emile Griffith che si sarebbe poi svolta il 4 marzo dell’anno dopo.
Il match tra Duran e Wright era stato meno intenso dei primi due. Nei quattro round iniziali il ritmo era stato lento, poi erano entrati nel vivo e se le erano date al punto da finire l’incontro entrambi segnati.
Duran aveva vinto chiaramente e quando era uscito dallo spogliatoio aveva trovato il caldo abbraccio di Augusta. Un bacio era stato il suo premio. Se ne erano andati via a braccetto. Carlo però si era fermato all’improvviso. Aveva stretto il braccio della moglie e con gli occhi aveva attirato la sua attenzione su una scena che non avrebbe mai dimenticato.
Tito Lectoure aveva preso il suo sacco e glielo stava portando fuori dal Palasport. Un gesto di grande affetto da parte di uno che all’epoca era tra i padroni del pugilato mondiale. Ma soprattutto un gesto distensivo che equivaleva a una stretta di mano, a una proposta di pace ritrovata.

tito

Carlo Duran era andato via dall’Argentina proprio a causa di una lite con il boss del Luna Park di Buenos Aires.
Voglio combattere con Sacco, fammelo affrontare”.
Carlos e Ubaldo Francisco erano i medi del momento in quel Paese.
Il figlio di Ubaldo Francisco, Ubaldo jr, sarebbe diventato campione del mondo dei superleggeri e avrebbe poi perso il titolo a Montecarlo contro Patrizio Oliva. Ma questa è un’altra storia.
Lectoure non voleva mettere su quella sfida.
Poi all’improvviso aveva fatto una telefonata.
Carlo, finalmente puoi incontrare Sacco”.
Non puoi chiamarmi a due settimane dal match, sono in vacanza. Non sono pronto”.
Se non sali sul ring contro di lui, non combatterai mai più in Argentina”.
Duran aveva allora deciso di andarsene.
La prima scelta era caduta sugli Stati Uniti, poi Ernesto Miranda l’aveva convinto ad andare l’Europa. Era così sbarcato in Italia, per poi fermarsi a vivere a Ferrara e mettere su famiglia in quella splendida città.
Adesso Lectoure aveva teso la mano.
Dimenicato il passato, di nuovo amici.
Carlo e Augusta avevano lasciato piazza Azzarita quando la sera bolognese stava ormai scivolando nel freddo della notte.
Erano tornati a casa, avevano dato un bacio a Massimiliano e Alessandro che già dormivano.
Finalmente le tensioni erano sparite.
Si poteva festeggiare il Natale anche in casa Duran.
Siamo la coppia più bella del mondo
e ci dispiace per gli altri
che sono tristi perché non sanno
il vero amore cos’è!
Era notte, eppure sembrava proprio di sentire nell’aria le voci di Adriano Celentano e Claudia Mori…

Salem si è battuto per il mondiale. Ora è accusato di avere ucciso la figlia

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È il 24 ottobre del 2019, una giornata stranamente calda per New York.Il parco di Bloomingdale è sulla costa meridionale di Staten Island, nel quartiere di Prince’s Bay. Ci sono molti ragazzi che corrono. Il tempo lo permette. Uno di loro improvvisamente si blocca. Gli sembra di vedere qualcosa, un grosso pacco, un animale, o chissà cosa altro. Si avvicina. È un corpo umano, nascosto sotto un doppio strato di foglie. È quello di una giovane donna. È morta.
La polizia arriva poco dopo.
Lei si chiamava Ola Salem, era una ragazza coraggiosa.
Era finita sul giornale una paio di anni prima. Una visita al Playland Park, con l’azienda dove lavorava, si era trasformata in una giornata da incubo. I gestori le avevano impedito di salire sulla giostra.
“Non provarci nemmeno!”.
“E perché non dovrei salire come hanno fatto tutte le mie amiche?”
“Perché hai quella cosa sulla testa, quel cappelletto, cosa è, una specie di foulard? Non provarci”.
“Questa non è una cosa, è la hjiab, il velo islamico. È la mia religione”.
Non era finita lì. Lei continuava a urlare i suoi diritti, quelli non sentivano ragioni. Ne era nata una rissa che aveva coinvolto quindici persone.
Ola era una ragazza coraggiosa. Un’avvocatessa che difendeva le donne mussulmane vittime di violenze domestiche.
Si era sposata, per poi separarsi. Una divisione turbolenta, con accuse reciproche di violenza. Lei era una donna forte, capace di difendersi. Aveva lavorato in una palestra, aveva fatto anche dei corsi di pugilato. Era una paracadutista abbastanza brava.
Ed è morta.

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La polizia non rilascia dichiarazioni. Alcune indiscrezioni dicono che sul corpo, interamente vestito, non sono stati trovati traumi provocati da corpi contundenti. L’unica certezza è il fatto che sia stata trascinata per una decina di metri.
Solo dopo qualche mese una fonte intera agli inquirenti parla di segni evidenti di strangolamento.
Ola Salem aveva 25 anni.

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Viene interrogato Kabary Salem, il padre.
“Lei aveva detto alla mamma di essere stata seguita sino a casa da qualcuno che non era riuscita a identificare”.
Poi aggiunge.
“Voglio sapere cosa è successo, ma nessuno me lo dice. Era davvero una ragazza bella e buona”.
Kabary Salem è stato un buon pugile.
Nato al Cairo, il 16 febbraio del 1968, lo chiamavano “Il Mago Egiziano”. Ha combattuto per la sua nazione all’Olimpiade di Barcellona 1992 e in quella di Atlanta 1996. Poi, è passato professionista. Una carriera in cui è arrivato ad affrontare Lucien Bute, Eric Harding, Antwun Echols, Mario Veit. Si è addirittura battuto contro Joe Calzaghe, il 22 ottobre del 2004, per il titolo WBO dei supermedi. È stato sconfitto ai punti e poco dopo si è ritirato con un record di 23-5-0, 12 ko.

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Un tragico ricordo.
Kansas City, Missouri, 12 settembre 1999.
Kabary Salem difende il titolo NABF contro Randie Carver. L’arbitro Ross Strada decreta il ko dello sfidante dopo 2:05 del decimo round. Carver è finito al tappeto. Per quattro volte ha provato a rialzarsi. Poi, ha perso conoscenza. I paramedici tentano di rianimarlo per circa venti minuti. Poi lo portano in ospedale, muore due giorni dopo.

Dopo la morte di Ola, Kabary lascia gli Stati Uniti per tornare subito in Medio Oriente.
Le indagini sembrano segnare il passo.
Il 31 marzo scorso il padre pubblica sul suo profilo Instagram una foto con la figlia. Sotto scrive: “Mi manchi, ti voglio bene amore mio Ola Kabary Salem”.
Silenzio sul caso.


Il 5 novembre il Gran Jury di Staten Island formalizza l’accusa di omicidio.
Cominciano le ricerche di Kabary Salem, accusato di avere ucciso Ola.
Il 3 dicembre è segnalato in Kuwait.
Pochi giorni dopo lo arrestano.
Venerdì scorso viene estradato negli Stati Uniti.
Sarà sottoposto a processo.
Nei banchi del tribunale, tra il pubblico, in attesa di capire, ci sarà anche Omar Kabary Salem. E il fratello di Ola, un altro figlio di Kabary. Anche lui è un pugile professionista. Ha 22 anni, milita tra i mediomassimi (9-0, 4 ko) e vive nella casa di famiglia a Brooklyn, dove è nato. Non combatte dal 27 aprile 2019, otto mesi prima dell’omicidio di sua sorella.

Hearn: Joshua vs Fury senza cinture in palio. Liberiamoci della politica!

Credo proprio che quella di Eddie Hearn sia una provocazione, quando invece potrebbe essere la mossa giusta per rimettere le cose a posto. Sgominare in un solo colpo la banda dell’alfabeto, indurle a più miti obiettivi.
“Abbiamo un grande match tra le mani, mi dispiace per gli Enti mondiali, che eclissa tutte le cinture. Dobbiamo solo stare un po’ attenti. Potremmo essere sul punto di dire: Sapete una cosa? Liberiamoci di tutta la politica adesso. Lasciamo perdere tutte le corone mondiale. Perché se rinunci a una cintura, potresti anche perderle tutte. Siamo entrati nella fase in cui possiamo realizzare uno dei più grandi incontri di tutta la boxe. Intanto continuiamo a pagare a ciascun organo di governo centinaia e centinaia di migliaia di dollari. E adesso c’è un altro ragazzo che probabilmente vuole un assegno a sette cifre per farsi da parte. Quindi dobbiamo solo stare attenti. E scegliere la giusta soluzione. Se insistono a porre restrizioni, potremmo fare a meno di loro. Anthony Joshua vs Tyson Fury è un match che il mondo della boxe vuole, si può fare anche senza cinture in palio”.
Paura nelle stanze del potere.
Da tempo la banda controlla il pugilato. Quattro organizzazioni principali (Wbc, Wba, Ibf, Wbo) più una serie di altri enti che sgomitano per dividersi la torta. Gestiscono 68 campioni del mondo, oltre a supercampioni, campioni ad interim, campioni silver, campioni unificati, campioni diamond.
Fino al 1913 esistevano otto categorie di peso: mosca, gallo, piuma, leggeri, welter, medi, mediomassimi e massimi. I detentori dei titoli erano facilmente identificabili, quello dei massimi aveva una popolarità incredibile.
Lentamente, con le scuse più varie (quasi sempre facendo appello alla necessità di offrire maggiore sicurezza alla boxe), siamo arrivati a 17 differenti categorie. Si sono aggiunte: paglia, minimosca, supermosca, supergallo, superpiuma, superleggeri, superwelter, supermedi e massimi leggeri. Nel giochino si è nuovamente lanciato il Wbc (governato da quarantacinque anni dalla famiglia Sulaiman, Josè prima e Mauricio poi), che ha creato il campione franchise (ovvero campione simbolo). L’idea, nata lo scorso anno, ha già visto Canelo e Lomachenko godere dei benefici di questo status. Non sono obbligati a difendere il titolo nei termini stabiliti dal regolamento, possono programmare l’attività a proprio piacimento. Il World Boxing Council ha anche dato alla luce una nuova categoria, i bridger, a mezza via tra i massimi leggeri e i massimi.
Siamo ormai a un passo dai settanta campioni del mondo, senza contare quelli che aggiungono una parolina magica accanto al titolo e si sentono sul trono.
Il risultato è che solo pochissimi conoscono i loro nomi, ma cosa assai più strana è il fatto che questo sport sia l’unico tra quelli più antichi a non avere un solo padrone per categoria. Ne ha almeno quattro.
Gli Enti sono gestiti come monarchie, in cui a governare è un re o una famiglia reale. Del Wbc ho appena detto, veniamo alla Wbo. Paco Valcarcel, a capo della World Boxing Organizzation, sta sbraitando affinché Anthony Joshua affronti lo sfidante ufficiale Olexsandr Usyk. Un ottimo pugile. Ma ha cominciato da peso medio ed è arrivato a guadagnarsi il titolo di sfidante ufficiale dopo aver lasciato la corona unificata dei massimi leggeri. Nella categoria ha affrontato due soli combattimentio. Contro Chazz Whiterspoon, un sostituto dell’ultimo minuto, avendo preso il posto di Tyrone Spong che aveva fallito più volte il test antidoping. E poi contro Derek Chisora. In entrambi i casi non ha entusiasmato e contro Joshua partirebbe largamente sfavorito. Quale interesse potrebbe scatenare un loro combattimento?
Interessi economici. Il Wbo, come tutti gli altri enti, prende bei soldini dai promoter. Dollari per l’offerta d’asta, dollari da una percentuale sulle borse dei pugili, dollari per l’affiliazione, dollari per la sicurezza e via di questo passo. In pratica campano, bene, con i soldi dei mondiali.
Se poi andiamo a giudicarne l’operato, cominciano i guai.
Lo stesso Wbo, tempo fa, ha fatto avanzare in classifica un pugile che era morto. Si chiamava Darrin Morris era numero 7 tra i supermedi e nei mesi successivi alla sua scomparsa è salito due volte in graduatoria arrivando sino al numero 5. Eppure negli ultimi tre anni aveva disputato un solo match contro tale David McClusky, il cui record era 17-59-5, con 28 sconfitte per ko.
Valcarcel siede sulla poltrona di presidente da 24 anni. Recentemente ha rilasciato una dichiarazione: “Bakhodir Jalolov merita di incontrare Tyson Fury”. Jalolov, il cui manager è Lou Di Bella, ha un record di 6-0, 6 ko, ottenuto contro sei rivali che messi assieme hanno un un curriculum di 31-11-6.
Ma il Wbo non è da solo.
La Wba, tempo fa, ha messo al numero 11 della graduatoria dei minimosca Ali Raymi, deceduto un mese prima. La Wba, la stessa che definisce campioni del mondo 42 pugili distribuiti nelle 17 categorie di peso. C’è il Super Campione, il Campione, il Gold Champion e il campione ad interim. Quella che gestisce con allegria i pugili affiliati. Quella governata ininterrottamente dal 1982 dalla famiglia Mendoza. Gilberto prima Gilberto Jesus poi.
Ecco, le sigle che hanno contribuito allo sgretolamento della popolarità di uno sport che si pratica ovunque. E adesso battono i piedi.
Eddie Hearn dice potrebbe fare a meno di loro.
Credo sarebbe possibile. Pensate che il match tra Anthony Joshua e Tyson Fury avrebbe bisogno dell’appoggio di Wbc, Wba, Ibf o Wbo per avere successo, per vendere almeno due milioni di contatti in pay per view, per far parlare il mondo intero, che il trio Hearn/Arum/Warren non sia in grado di gestire in proprio lo spettacolo?
Sarebbe davvero bello vedere le facce di Sulaiman, Mendoza, Valcarcel e Peoples (non dimentichiamo l’International Boxing Federation) appena avranno realizzato che non godranno di alcuna partecipazione al mega evento multimilionario. Guardare, ma non toccare.
Purtroppo credo che la minaccia del promoter di Matchroom sia solo un grido per spaventare la controparte, per ricordarle quanto sia rischioso insistere su questa strada di contestazione.
I soldi sistemeranno tutto. Olexsandr Usyk si prenderà un assegno milionario e aspetterà il suo turno. La trattativa si chiuderà e tutti saranno contenti, perché ognuno avrà la sua parte.
Urla e minacce fanno parte di una commedia che nel pugilato assume sempre più spesso le caratteristiche della sceneggiata.

Yafai merita il titolo. Bravo Rigoldi. Ma un cartellino è scandaloso!

Sul ring un grande match, a bordo ring una lettura incomprensibile dell’evento. Scrivo dopo avere ascoltato il ring announcer leggere i cartellini: 119-109, 116-112, 116-112. Nessuna rettifica in corsa, nessuna variazione. Se questi sono davvero i verdetti espressi, sento una grande rabbia salire dentro. Uno dei cartellini è assurdo. La speranza è che l’annunciatore inglese abbia fatto confusione, che abbia letto male i numeri, che abbia preso un numero per un altro. In caso contrario questo è un vero e proprio scandalo.
Il pugilato è uno sport in cui tre giudici decidono cosa sia accaduto sul ring. La verità è quella che loro creano, ma a volte rischiano di realizzare un film che esiste solo nelle loro teste. È quello che ieri sera ha fatto Giovanni Poggi. Undici riprese per Yafai, una sola per Rigoldi. Non si tratta di essere d’accordo o meno, qui si tratta di capire perché possa essere accaduta una cosa simile.
Rigoldi ieri sera ha messo in piedi un piccolo capolavoro. Non perché alla fine avesse salvato il suo europeo dei supergallo, ma per quello che ha fatto vedere durante l’intero match.
Gamal Yafai gli è sicuramente superiore sul piano fisico, i suoi colpi pesano di più. Ne tira meno, ma hanno maggiore sostanza. E questo alla fine l’ha portato a vincere il titolo. Ma non ce la faccio proprio ad accettare una chiave di lettura che azzeri tutto quello che ha fatto il campione.
È stato continuo nel ritmo, ha più volte asfissiato sotto una ragnatela di colpi lo sfidante, gli è stato superiore sul piano tattico, sulla scelta di tempo, sulla costanza di rendimento.
Ha attraversato lo spazio tra due grattacieli, lui e il rivale, su un filo sospeso a mezz’aria. Bastava un passo sbagliato e sarebbe precipitato. Lo sapeva. Sapeva che se si fosse scoperto, se avesse lasciato uno spiraglio aperto, l’altro lo avrebbe centrato con un colpo che avrebbe potuto addirittura chiudere il match. Non glielo ha quasi mai permesso.
Ritmo, ritmo. E colpi, tanti. Addirittura se c’è stato uno che ha sbandato, questi è stato Gamal Yafai nel decimo round su un gancio sinistro del campione. Con questo non voglio dire che il britannico non meritasse la vittoria. È stato più consistente, più pesante nei colpi messi a segno. Ma la distanza tra i due non è quella creata dal giudice che ha visto dieci punti di differenza.
Ma perché? Non so proprio come sia stato possibile. Sei punti di differenza con gli altri due colleghi sulla distanza delle dodici riprese non credo siano pochi, sono abbastanza per farsi un esame, per riguardarsi l’incontro, per capire dove ha sbagliato.
Luca Rigoldi ha dato il massimo, ha boxato con orgoglio, grande preparazione atletica e una saggezza tattica ispirata dalla voce d’angolo di Gino Freo. Non meritava di essere giudicato da chi lo ha visto vincente in una sola delle dodici riprese. È un’offesa che un campione non merita.
È stato un titolo europeo avvincente. Su questo credo che in molti saranno d’accordo. E allora, come si concilia tutto questo con la realtà soggettiva di chi ha visto un dominio assoluto, un combattimento a senso unico, una cavalcata trionfale senza rischi? Perché è questo che significa un cartellino di 119-110. È uno schiaffo in faccia a chi ha sofferto in preparazione, a chi si è avvicinato carico di tensione alla sua sfida più impegnativa, a chi sul ring ha dato tutto quello che poteva.
Non era stato sufficiente per vincere e conservare il titolo. Bene, giusto. Ma da qui a raccontare una realtà virtuale che disegna un solo pugile sul ring ci corre il l’Oceano intero.
L’Ebu, silenzioso e complice quando Bilal Laggoune ha abbandonato, fermando da solo il match per il titolo contro Tommy McCarthy poche settimane fa senza che Victor Loughlin prendesse alcun provvedimento. L’Ebu che non ha detto neppure una parola sullo scandaloso comportamento di quell’arbitro, sono sicuro che anche stavolta rimarrà silenzioso.
Perché la difesa della boxe avviene solo a parole, quando si tratta di agire sembra che siano tutti bloccati sulle sedie.
Gamal Yafai è stato bravo, questa notte è stato più bravo di Luca Rigoldi. Meritava di vincere. Ma sentire quel punteggio mi ha fatto davvero infuriare. Spero si sia capito.

RISULTATILeggeri: Devis Boschiero (49-6-2, 61,200 kg) b Samuel Gonzales (22-8-0, 13 ko, 61,550 kg) SD (96-94, 94-96, 96-94) ; supergallo (europeo) Gamal Yafai (18-1-0, 10 ko, 55,050 kg) b Luca Rigoldi (22-2-2, 8 ko. 55,150 kg, detentore) p. 12 (119-110, 116-112, 116-112) ; superpiuma (Mondiale IBF donne) Maiva Hamadouche (22-1-0, 57,600 kg, detentrice) b Nina Pavlovic (6-4-1, 58,100 kg) kot 8; superwelter: Mirko Natalizi (9-0, 70,600 kg) b Manuel Largacha (9-10-6, 71,550 kg) kot 3; superleggeri Sandor Martin (37-2-0, 63,850 kg) b Nestor Maradiaga (8-10-1, 63,800) p. 8.

Rigoldi, sarà una dura battaglia. Yafai è rivale forte, il suo promoter è Hearn…

Luca lo sa. Il pugilato italiano fatica a concedere una seconda occasione. Ed è soprattutto per questo, che arriva alla sfida contro Gamal Yafai con tanti pensieri nella testa. Luca Rigoldi è uno che il cervello lo fa funzionare, ma a forza di farsi domande potrebbe caricare di eccessiva tensione questa difesa europea, la terza della sua giovane carriera.
Luca è carico di preoccupazioni, ma ha anche molte certezze.
La prima è quella di essersi preparato al meglio con il suo maestro di sempre Gino Freo. La seconda è la consapevolezza che affrontare il match come se fosse lo sfidante, è l’approccio giusto da avere. La terza, e chiudo, è che pochi riescono a reggere il suo ritmo durante le dodici riprese del titolo.
L’altro è forte, temibile.
Gamal Yafai ha origini yemenite, un allenatore come Max McCracken e un promoter come Eddie Hearn alle spalle. Tutto questo pesa quando viene messo sulla bilancia di un combattimento che ha grandi possibilità di finire ai punti.
Buona carriera da dilettante, componente della squadra dei British Lionheart nelle World Boxing Series, la boxe come pane quotidiano in famiglia. Pugili il padre e i due fratelli, uno dei quali, Khalid, è stato campione Wba dei supermosca dal 2016 al 2020.
Calmo, riflessivo, non certo spregiudicato nella vita, come lo è sul ring. Eppure lo chiamano The Beast, la bestia. Chissà da dove venga questo soprannome. Buon tecnico, preferisce scambiare a corta distanza. Non ha un ritmo travolgente, ma mi sembra che riesca ad esprimersi alla lunga su ritmi medio alti. Una costanza di rendimento che alla fine paga.
Luca ha la faccia pulita del bravo ragazzo, ogni volta che ci parlo mi sembra di scoprire qualcosa in più. A differenza di tanti, ha una visione completa della vita. Lavoro, sport, relazioni sentimentali, rispetto per gli altri. Si è dato e si dà da fare per aiutare chi ne ha bisogno. Questo nella vita. Nella boxe ha capito che in un mondo come il nostro bisogna essere soggetti attivi, non aspettare che le cose accadano. Si sente, come mi ha ripetuto più volte, un titolare di azienda. Lì dove l’azienda è rappresentata da sé stesso. Ma non si lamenta, preferisce darsi da fare
È orgoglioso di quello che ha raggiunto. Teme di perdere, come è naturale che sia.
“Mi sento come se avessi ceduto il titolo e mi stessero offrendo una seconda possibilità”. Piccona la falle del sistema, ma non si sente vittima. Ha lottato e continua a lottare.
Sarà un confronto duro, difficile. Quando non hai nei pugni il colpo del ko, e Rigoldi purtroppo non ce l’ha, devi sudare ogni singolo minuto dell’incontro, devi andare avanti pugno dopo pugno, ripresa dopo ripresa. Sino alla fine. E sperare che, quando suonerà l’ultimo gong, sia stato tu il migliore. Sia nella realtà delle dodici riprese che nei cartellini dei giudici.
È un titolo europeo che vale molto più di altre cinture di cartone (cit. Luca Rigoldi), che ha un peso specifico importante in un ambiente come quello della boxe italiana dove spesso l’immagine conta più della sostanza. Una sfida da brividi in cui Luca non potrà permettersi il minimo errore. L’altro, Gamal Yafai, è venuto qui accompagnato dalla sua bravura e da Eddie Hearn.

Tutte le informazioni sulla riunione cliccando su questo link
https://dartortorromeo.com/2020/12/16/tutto-su-rigoldi-vs-yafai-il-britannico-e-il-favorito-dei-bookmaker/

Tutto su Rigoldi vs Yafai. Il britannico è il favorito dei bookmaker

QUANDO
Giovedì, 17 dicembre 2020. Inizio riunione ore 19:00.

DOVE
A
llianz Clou di Milano, senza pubblico.

COSA
Luca Rigoldi vs Gamal Yafai, campionato europeo supergallo, 12 riprese.

TELEVISIONE IN ITALIA
Trasmissione in diretta su DAZN dalle ore 19:30.

LUCA RIGOLDI
età: 27 anni
record: 22-1-2 (8 ko)
percentuale ko: 32.0 %
altezza: 1.65
peso ultimo match: 54,870 kg

Ultimi cinque match
14-12-2019  Spartak Shengleia (4-12—0)  = 6
20-9-2019    Oleksandr Yegorov (20-1-1) +12
(europeo supergallo)
20-7-2019    Spartak Shengelia (4-9-0) + 6
25-4-2019    Anthony Settoul (24-7-0) + UD 12
(europeo supergallo)
17-11-2018  Jeremy Parodi (42-4-1) + UD 12
(europeo supergallo)

GAMAL YAFAI
età: 29 anni
record: 23-1-0 (21 ko)
percentuale ko: 55.6 %
altezza: 1.68
peso ultimo match: 57,590 kg

Ultimi cinque match
2-11-2019 Lee Clayton (10-3-0) + kot 3
8-9-2018   Brayan Mairena (10-1-1) + ko 7
4-8-2018   Jose Aguilar (16-50-4) + kot 3
3-3-2018  Gavin McDonnell (18-1-2) -UD 12
(Wbc Internazionale supergallo)
3-2-2018  Jose Hernandez (4-16-1) + ko 3

SCOMMESSE
Le quote.
Luca Rigoldi 3/1
Gamal Yafai !.36/1
Pari 17

HANNO DETTO
Luca Rigoldi: “Un anno fermo, senza avere mai avuto il tempo di rilassarmi. Sono sempre stato con la pressione addosso, in attesa che dall’oggi a domani potessero ufficializzare la data. In quel momento non avrei potuto farmi trovare impreparato. È la mia terza difesa di un titolo europeo, e ancora non vedo una programmazione. Mi chiedo: se dovesse andare male, il mio valore rimarrebbe quello che è o ne uscirei ridimensionato? Dopo il successo in Francia, le difese vittoriose del titolo con lo sfidante ufficiale e un altro rivale, non ho ancora certezze. Eppure mi sono sempre fatto trovare pronto, sia nei confronti dell’organizzazione che del procuratore. Non ho guardato più di un paio di volte i video dei match del mio avversario. Ho paura di vedere una cosa che poi non è. Mi sembra un buon pugile, tecnicamente bravo, senza un grandissimo ritmo. Combattendo senza pubblico avrò meno pressione sulle spalle. Saranno però tutti incollati davanti alla tv. Non li sentirò rumoreggiare, ma so che saranno in tanti. Voglio immaginare di battermi in un’arena piena di gente, tutti in silenzio perché qualcuno ha messo la museruola a ogni spettatore”.

Gamal Yafai: “Si, ho visto alcuni incontri del campione, è un ottimo pugile. Ha vinto e difeso con successo il titolo europeo e per questo merita rispetto. Comunque, sono sicuro di batterlo. Non faccio previsioni: posso vincere ai punti o prima del limite. Ma sono certo di diventare campione. Non sono un picchiatore, ma nemmeno un tecnico nel senso classico del termine. Sono bravo tecnicamente, ma sono anche in grado di mettere knock out il mio avversario. Mi considero un pugile completo. Penso sempre al combattimento e quindi posso dire che non stacco mai. Se parliamo di lavoro fisico, mi alleno due volte al giorno. Questa volta la preparazione è stata più lunga del solito perché il match era previsto per marzo, poi è stato rimandato diverse volte a causa della pandemia. Un mese e mezzo fa mi hanno informato che avrei dovuto combattere il 17 dicembre, ma io mi stavo già allenando da
parecchi mesi.”

IL PROGRAMMA
Leggeri
: Samuel Gonzales (22-7-0, 13 ko, 61,550 kg) vs Devis Boschiero (48-6-2, 61,200 kg); supergallo (europeo) Luca Rigoldi (22-1-2, 8 ko. 55,150 kg, detentore) vs Gamal Yafai (17-1-0, 10 ko, 55,050 kg); superpiuma (Mondiale IBF donne) Maiva Hamadouche (21-1-0, 57,600 kg, detentrice) vs Nina Pavlovic (6-3-1, 58,100 kg); superwelter: Mirko Natalizi (8-0, 70,600 kg) vs Manuel Largacha (9-9-6, 71,550 kg); superleggeri Sandor Martin (36-2-0, 63,850 kg) vs Nestor Maradiaga (8-9-1, 63,800).

Joshua vs Fury, tutto su trattative e ostacoli. Il match prima dell’estate se…

Sono quattro i problemi da risolvere se si vuole realizzare l’accordo e vedere Anthony Joshua vs Tyson Fury sul ring la prossima estate, se non addirittura prima. Incasso al botteghino, promoter, diritti televisivi, difese obbligatorie.
Partiamo dai lati positivi, quelli che fanno pensare che il match si farà.
Eddie Hearn ha detto che AJ è disposto a una spartizione paritaria dei soldi prodotti dall’evento: 50/50. Questo vuol dire un bel guadagno, se si pensa che il match potrebbe generare attorno ai 200 milioni di sterline. Dedotte le spese e le quote delle altre parti interessate, la cifra restante farebbe bella figura sul conto in banca dei due protagonisti.
Hearn e Matchroom curano gli interessi del campione Wba, Ibf, Wbo, Ibo.
Bob Arum e la Top Rank sono coinvolti con il detentore del titolo Wbc, Frank Warren è l’altro co-promoter degli eventi di Fury.
I tre promoter sono favorevoli al match.
I soldi che l’evento potrebbe generare sono la spinta principale a procedere.
Un grande ostacolo è rappresentato dall’impossibilità di prevedere oggi, quale dimensione possa avere al tempo del mondiale la presenza del Covid-19 in Inghilterra. Pensare a 90.000 persone allo stadio di Wembley, in questo momento non è possibile, sarebbe un esercizio di pura fantasia. Ma con almeno otto mesi a disposizione e il vaccino già in distribuzione da una settimana, la speranza è che le cose cambino in modo importante. Fino a che punto? Lo sapremo solo aspettando.
Un’alternativa è, come dice Bob Arum, organizzare il tutto in Medio Oriente. Ma di questo parlo in seguito.
C’è un altro ostacolo, aggirabile. Quello dei diritti televisivi.
Joshua combatte in esclusiva per Sky Sports in Gran Bretagna e con DAZN negli Stati Uniti. Fury ha un contratto con BT nel Regno Unito ed ESPN+ negli States.
DAZN trasmette come pay tv; ESPN+ è un canale a pagamento all’interno del network principale ESPN. Come modalità di trasmissione non ci sarebbero problemi, ma è evidente che la concorrenza potrebbe essere un elemento che renderebbe difficoltose le trattative. C’è un precedente che fa ben sperare. Lennox Lewis combatteva per HBO, Mike Tyson per Showtime. Riuscirono a mettere in piedi l’evento.
La soluzione potrebbe anche essere quella di redigere un accordo che preveda un impegno differenziato.
Mi spiego. Solitamente i contratti per grandi eventi come questo, prendono in considerazione la possibilità di organizzare due match. La divisione delle coperture dribblerebbe l’ostacolo.
Primo match con Sky e Dazn, secondo con BT e Espn, o viceversa.
C’è poi da fare fronte a impegni che sembrano improrogabili, ma potrebbero non essere tali.
AJ deve difendere il titolo contro Oleksandr Usyk, sfidante ufficiale per il Wbo.
L’ucraino ha già detto che non intende farsi da parte, che non accetterebbe neppure una buona somma per rinviare la sfida al mondiale. Non so cosa davvero farebbe davanti a un’offerta concreta a sei zeri. Ma so che se proprio non dovesse accettare un accordo, AJ potrebbe anche rinunciare al titolo Wbo e andare avanti.
Tyson Fury ha un contratto firmato per il terzo match contro Deontay Wilder, combattimento a cui non è interessato. Dovevano affrontarsi in luglio, poi il 18 dicembre, ora sembra che la cosa sia stata rinviata al prossimo anno. Bob Arum dice che questo non è un ostacolo, che il contratto è scaduto, che non ha più valore anche se a farlo scadere sono state cause di forza maggiore (la pandemia). La cosa è molto controversa, il problema esiste. Nei contratti la pandemia è riportata come “causa di forza maggiore”, la discussione a questo punto potrebbe essere sulle possibilità mancate. Ma anche qui, come con Usyk, la soluzione migliore alla fine potrebbe rivelarsi quella di risarcire economicamente Wilder.
Arum aggiunge, in un’intervista a Dan Rafael per boxingscene.com: “Il match potrebbe farsi in Medio Oriente, abbiamo ottimi contatti. Potrebbero salire su un ring in Arabia Saudita, dove è stato fatto Joshua vs Ruiz II, nel Qatar o negli Emirati Arabi. Subito prima o subito dopo il Ramadan (nel 2021 comincia il 12 aprile e termina l’11 maggio, ndr)”.
E i due pugili che dicono?
AJ è sempre stato favorevole al match.
“Sarebbe bello. Mi sento fiducioso, più attesa c’è meglio è perché sto continuando a migliorare. Sono un pugile che impara costantemente. Divento più forte, più intelligente, e questo è una benedizione. Voglio il match, ma non mi interessano tutti gli aspetti extra ring. Mi interessa solo combattere. Sarà un evento clamoroso, sarà uno spettacolo. Allo stesso tempo però non ne sono ossessionato. Si tratta di un pugile contro un altro che si trova dall’altro lato del ring” ha dichiarato in un’intervista esclusiva su Dazn per il nuovo format Off the cuff.   
Sabato notte però, davanti alla domanda su cosa ne pensasse ha detto: “Non è il momento di parlarne ora, non ho voglia di fare un’intervista. Buona Natale a tutti, ci vediamo nel 2021”.
È bastato per scatenare Tyson Fury che, su Instagram, ha pubblicato un video in cui afferma: “Joshua si è cagato addosso in diretta televisiva. Gli è stato chiesto se volesse fare il match e lui ha girato attorno all’argomento e ha messo il culo all’aria con il rischio di essere fregato. Io voglio quel match, voglio che sia il prossimo. Lo metterò ko in tre round. È uno scappato di casa”.
Divertente un particolare nella volgarità della dichiarazione di Tyson Fury.
Urban Dictionary che aggiorna continuamente il suo dizionario con le frasi gergali usate dalle gang di strada, ha inserito un nuovo termine. Da qualche giorno bum dosser, usato da Fury per definire uno scappato di casa identificandolo con AJ, è così riportato. Bum dosser: pugile professionista che ha recentemente difeso il titolo, diventato campione del mondo senza affrontare nessuno.
Il popolo della boxe sogna che questo match si realizzi, che si faccia entro la prossima estate. Vedere uno davanti all’altro i due più forti pesi massimi di oggi sarebbe davvero emozionante. Per lo sport, per lo spettacolo. E anche per loro. Non credo che decine di milioni di sterline siano un peso così insopportabile…

Joshua mette ko Pulev con un magico montante. E adesso Tyson Fury

Il campione e l’allievo. Kubrat Pulev è andato a scuola stanotte. Anthony Joshua gli ha insegnato come si porta il montante, come si schiva con un leggero piegamento il colpo dell’avversario e si rientra con il diretto destro. Gli ha insegnato a gestire il match, senza fretta, senza affanno. Le accelerazioni sono arrivate solo quando erano necessarie, ha tenuto sempre a distanza di sicurezza lo sfidante lasciandogli il permesso per tre diretti destri, gli unici colpi da annotare in favore del bulgaro lungo nove riprese di sofferenza.

Nel terzo round il combattimento si era concluso. Kubrat Pulev, travolto da una serie infinita di Joshua era una navicella in mezzo alla tempesta, cercava un rifugio dove salvarsi, uno scoglio dove ripararsi. E lo trovava sulle corde, le abbracciava, si piegava con il volto che indicava la resa totale. Nel compiere quell’azione girava le spalle ad avversario, arbitro e ring. Era abbandono. Lo dice il regolamento, lo dice l’esperienza, lo dice la realtà. Ma l’arbitro Deon Dwarte deve avere un codice tutto suo, l’abbandono nel libro delle regole del sudafricano non esiste. E allora si è andati avanti.

Non ha certo fatto un favore allo sfidante che poco dopo è stato sollevato da un altro montante destro sparato da un AJ in stato di grazia. E sempre un montante, stavolta nella nona ripresa, ha segnato la fine. Il knock out, la chiusura. È stato un colpo di rara bellezza. Precisione, velocità, corretta impostazione tecnica, giusta scelta di tempo. Un capolavoro. La degna conclusione di una serata meravigliosa per il campione britannico.

Ieri notte Anthony Joshua ha risposto con una grande prestazione agli scettici. Certo, Pulev ha 39 anni e sette mesi. Porta sulle spalle il peso di una lunghissima carriera da dilettante e di una dura avventura tra i professionisti, Ma ha carattere, personalità, solidità fisica. Ecco, allo sfidante va riconosciuto tutto questo. Al campione stavolta va semplicemente un lungo applauso.

AJ ci ha riportato nel pugilato vero, quello fatto di colpi reali, di rischio, rapidità di esecuzione, pugni presi e colpi dati senza nessun regista a gestire lo show. Mike Tyson appartiene al passato, è stato un campione. Quello che fa oggi sono esibizioni. Quella che abbiamo visto stanotte è boxe. È realtà senza finzione, senza una sceneggiatura scritta prima. Le emozioni che ho provato sono nate dal fatto che non sapevo come sarebbe andata a finire, potevo supporlo, ma non saperlo. È questo lo sport, il resto si chiama spettacolo, show business.

E adesso Tyson Fury. Eddie Hearn l’ha detto alla vigilia, il match si farà sicuramente nel 2021. Probabilmente entro giugno. A quel punto sarà una sfida di grande spessore, incerta, avvincente. Dico subito che penso sia Tyson Fury a partire da favorito. Di poco, ma favorito. In ogni caso sarà l’unificazione del mondiale. Da vedere con gioia, emozione, sofferenza e interesse. Grazie ad Anthony Joshua per averci restituito la possibilità di parlare di pugilato. Il trambusto generato dalle simulazioni, sinceramente non mi divertiva più.

RISULTATI Massimi (mondiale Wba, Wbo, Ibf, Ibo) Anthony Joshua (24-1-0, 109,200 kg) b. Kubrat Pulev (28-2-0, 108,700) ko 9; arbitro: Deon Dwarte (Sudafrica); giudici: Matteo Montella (Italia), Yordan Ezekiev (Bulgaria), Phil Edwards (Gran Bretagna); massimi leggeri (Wbo Internazionale)Lawrence Okolie (15-0, 90,500) b. Nikodem Jezewski (19-1-1, 90,450) kot 2; massimi: Hughie Fury (25-3-0,112,100 ) b. Mariusz Wach (36-7-0, 123,400) p. 10 (100-90, 100-90, 99-91); massimi (vacante Wbc Internazionale) Martin Bakole (16-1-0, 113,780) b. Sergey Kuzmin (15-2-0, 117,100) p. 10 (98-92, 97-93, 96-94); superwelter: Kieron Conway (16-1-1, 71,900) b. Macauley McGowan (14-2-1, 72,380) p. 10 (100-90, 100-89, 100-89); welter: Florian Marku (7-0-1, 66,700) e Jamie Stewart (2-0-1, 66,200) pari 8 (arbitro e giudice unico Marcus McDonnell 76-76); supergallo: Qais Ashfaq (9-1-0, 56,350) b. Ashley Lane (14-10-2, 55,500) kot 7.