McCarthy europeo, rivincita con Turchi? Arbitro scandaloso

Victor Loughlin non è in grado di fare l’arbitro di pugilato, questa è la risposta più chiara ricevuta stasera dall’europeo dei massimi leggeri disputato alla Wembley Arena di Londra.
Nel 2016 è stato il terzo uomo sul ring in due tragici match. Il primo, Chris Eubank vs Nick Blackwell, con Blackwell rimasto in coma per oltre una settimana. Il secondo, Michael Towell vs Dale Evans, con Towell deceduto in ospedale 24 ore dopo l’incontro. In entrambi i casi il comportamento dell’arbitro è stato duramente criticato.
Stasera, fortunatamente non ci sono stati né drammi, né tragedie. Ma Loughlin ha dimostrato tutta la sua inaffidabilità.
Ne ho viste tante in giro per il mondo, ma per la prima volta ho visto un pugile che arbitra sè stesso, decide quando andare all’angolo, chiama il medico, si fa esaminare. Mancava solo che compilasse i cartellini dei tre giudici e il cerchio si sarebbe chiuso.
Sesto round del campionato europeo, trentacinque secondi al gong.
Un colpo di Tommy McCarthy all’occhio destro di Bilal Laggoune provoca qualche danno, il belga strizza le palpebre, poi si gira, volta le spalle all’arbitro e va verso il suo angolo.
Abbandono?
Loughlin non ha il minimo dubbio. Nel senso che non fa nulla per far rispettare il regolamento. Il pugile belga chiama il medico che controlla le condizioni dell’occhio. Si può andare avanti. Ovviamente, anche l’arbitro è d’accordo.
Assurdo, era abbandono!
Forse è arrivato il momento che il signor Victor Loughlin i match li veda in platea, tra gli spettatori.
Il combattimento non è stato esaltante.
Il carburante è finito presto. Bilal Laggoune ha illuso i suoi tifosi e sè stesso, ma l’illusione è durata tre minuti. Poi il fisico del belga ha chiesto pause sempre più lunghe e Thommy McCarthy è diventato padrone della scena. Ha anticipato, picchiato, scherzato. Ha avuto sùbito chiara la situazione. Davanti aveva un avversario in calo fisico, uno che stava probabilmente pagando una preparazione non esemplare.
Passo dopo passo, round dopo round il britannico è diventato padrone del ring.
Nel finale però ha subito un calo anche lui, lasciando al belga la possibilità di fare anche lui qualcosa di buono. Ma, a mio avviso senza mettere mai in pericolo la vittoria del britannico.
Tommy McCarthy il match lo vinceva chiaramente, il cartellino del giudice Daniel Van de Wiele (pari!) grida vendetta. Un piccolo scandalo all’interno di uno scandalo ancora più grande.
La boxe gestita in questo modo perde credibilità e fascino.
Peccato per Tommy McCarthy, meritava di celebrare in altro modo il successo.
Adesso per lui potrebbe esserci Fabio Turchi, che chiede la rivincita dopo la sconfitta subita l’11 ottobre dello scorso anno per split decision. Magari in Italia. Mi piacerebbe vederlo.

RISULTATISupergallo (Commonwealth, titolo vacante femminile) Amy Timlin (4-0-1, 54,560 kg) e Carly Skelly (3-0-1, 54,100 kg) pari 10 (96-95, 96-97, 95-95); piuma: Ramla Ali (1-0, 56,500 kg) vs Eva Hubmayer (1-1-0, 71,800) p. 6 (60-54, 60-54, 60-54); massimi leggeri (titolo europeo vacante) Tommy McCarthy (17-2-0, 90,350 kg) vs Bilal Laggoune (25-2-2, 90,350 kg) MD 12 (114-114, 116-112, 116-113); medi (titolo vacante femminile) Savannah Marshall (8-0, 72,150 kg) vs Hannah Rankin (9-4-0, 71,700kg); leggeri: Lee Selby (28-2-0, 60,900 kg) vs George Kambosos (18-0, 60,900); massimi: Oleksandr Usyk (17-0, 13 ko, 98,500 kg) vs Dereck Chisora (32-9-0, 23 ko, 115,450 kg). 

Addio Nobby Stiles, implacabile guerriero dell’Inghilterra mondiale

Danza Nobby. Vola come una farfalla, pungi come un ape.
Impossibile anche il solo pensarlo.
Doveva esserci qualche disturbo nella comunicazione, il messaggio non poteva essere per lui. Non c’era nessun Bundini Brown accanto a Norbert “Nobby” Stiles in quegli anni Sessanta.
“The hands can’t hit what the eyes can’t see”.
Le mani non possono picchiare quello che gli occhi non vedono, diceva Muhammad Ali.
Nobby non aveva bisogno di vedere, randellava qualsiasi cosa facesse rumore e non avesse la maglietta dell’Inghilterra.
Era un duro che correva per tutti i novanta minuti, prendeva in consegna l’attaccante più forte dell’altra squadra e lo annientava. Con le buone o, se necessario, con le cattive.
Eppure…
Nobby’s dance.

Il ballo di Nobby è entrato nella storia in un giorno di luglio del Sessantasei.
In un clima di eccitazione collettiva l’Inghilterra vinceva la prima e unica Coppa del Mondo di calcio allo stadio di Wembley, davanti a novantatremila spettatori.
12’ Haller.
18’ Hurst.
78’ Peters.
90’ Weber.
Supplementari.
101’ Hurst.
120’ Hurst.
Che la festa cominci.

Stiles, ebbro di una felicità così intensa che mai aveva provato prima, saltellava sull’erba facendo perno ora su una gamba, ora sull’altra.
Nella mano sinistra teneva alta la World Cup Jules Rimet, nella destra stringeva i suoi denti finti. Gli mancavano tutti i superiori: incisivi centrali e laterali, canini. Aveva un sorriso da film dell’orrore. Li aveva persi giovanissimo in uno scontro di gioco. Ma non si curava certo della sua immagine in quel momento, anche se c’era la televisione a immortalarlo in un primo piano che ancora commuove i tifosi inglesi.
Di quell’Inghilterra che il trenta luglio del 1966 batteva la Germania Ovest con un contestatissimo gol fantasma di Hurst, ricordo l’eleganza e la determinazione di Jack Charlton, lo stile e il carisma di suo fratello Bobby, l’eleganza dell’altro Bobby, Moore, la sicurezza del portiere Gordon Banks, le doti di goleador di Geoff Hurst. Ma sarebbe un errore fermarmi qui. Tutti avevano partecipato alla costruzione del capolavoro, soprattutto Nobby Stiles che in quel Campionato del Mondo aveva giocato ogni minuto di ogni partita.

Aveva annientato Eusebio in semifinale, lo aveva tirato fuori dalla sfida relegandolo al ruolo di comparsa. E ogni volta che la “pantera nera” tentava di riprendersi un posto da protagonista lui lo anticipava, lo randellava, lo contrastava, lo stendeva senza rispetto alcuno.
Aveva fatto di peggio solo contro Jacques Simon, nella partita con la Francia. Un intervento da espulsione. Rozzo e pericoloso. Il francese era rimasto a rotolarsi a terra, l’arbitro aveva fischiato il fallo ma non aveva neppure ammonito il britannico.
Dai microfoni della BBC Danny Blanchflower, il nordirlandese che era diventato una leggenda del Tottenham, aveva stigmatizzato: “Questo intervento ha rovinato la partita”.
La Federazione inglese voleva che il piccolo mediano fosse escluso dalla formazione che avrebbe giocato la gara successiva. Il coach Alf Ramsey si era opposto. Quel piccoletto tutto cuore era troppo importante per le sorti dell’Inghilterra calcistica. E l’aveva spuntata. Poi era andato in ritiro e aveva parlato con il suo giocatore in attesa di una risposta.
«Posso dirti che sarai in campo anche per il nostro prossimo turno».

Stiles non aveva né fisico imponente, né magico talento.
Eppure riusciva a risultare determinante, indispensabile. Un motorino che non conosceva soste, non temeva di rischiare in proprio se l’azione era disperata. Si impegnava con una grinta eccezionale. E giocava tenendo sempre bene a mente una regola fondamentale: il calcio è uno sport di squadra.
«Non puoi giocare se non hai la palla. Il mio compito era toglierla dai piedi dell’avversario e darla a Bobby Charlton, lasciando che potesse lavorarla senza problemi».
Detta così sembra facile, non lo è. Ma è sicuramente una regola di vita.
Mediano di tamponamento, di copertura, centrocampista difensivo. Chiamatelo come volete. L’unica cosa certa era che aveva un rendimento sempre sopra la sufficienza.
Un operaio specializzato in recuperi in una squadra che metteva in vetrina, come tutte le squadre del mondo, solo i gioielli.

Come calciatore di club Nobby ha giocato il suo periodo d’oro nel Manchester United di Matt Busby, vincendo due campionati oltre alla Coppa Campioni. Un periodo fantastico racchiuso nel cerchio disegnato dagli anni che andavano dal 1965 al 1968. Anche lì i fenomeni erano altri. Dennis Law, ancora Bobby Charlton, George Best. Talento puro, personalità, carisma. Tre nomi che appartengono alla storia del calcio.
Stiles interpretava un altro ruolo, per tutti i compagni era “la Tigre Sdentata”, il guerriero che doveva fermare il nemico.
A qualsiasi costo.

Era piccolino e non superava l’uno e sessantasette, aveva la dentiera, era semicalvo e affetto da una grave miopia.
Fuori dal campo portava occhiali con lenti spesse, in partita metteva quelle a contatto.
«Prima della sfida all’Argentina nel Sessantasei, ero in bagno e stavo mettendo le lenti quando è entrato Harold Shepherdson, il secondo di Alf Ramsey. Mi ha preso la gola e mi ha detto: “Non possiamo permettere che Alf vada giù”. Non l’abbiamo permesso».
Con il Manchester United ha vinto la Coppa Campioni nel 1968. Solo tre giocatori inglesi sono riusciti in carriera a centrare la doppietta dei sogni World Cup e Coppa Campioni: lui, l’immancabile Bobby Charlton e Ian Callaghan.

Nobby è nato a Collyhurst, nella zona a nord di Manchester, nell’area a nord ovest dell’Inghilterra. È nato sul pavimento della cantina di famiglia durante un raid aereo. Era il diciotto maggio del Quarantadue, in piena seconda guerra mondiale. Un segno del destino. Guerriero fin dal primo giorno di vita.
Charlie, il papà, lavorava nell’impresa di pompe funebri della famiglia Stiles. Kelly, la mamma, era una macchinista.
Il calcio è stato un amore sbocciato in gioventù. A diciassette anni il Manchester United lo ha arruolato in organico. L’esordio è datato ottobre 1960, nella partita contro il Bolton Wanderers.

Il gioco di Nobby era semplice. Passaggi facili e grande generosità. Il pubblico lo amava. Nella Coppa del Mondo del Sessantasei era arrivato in squadra portandosi dietro l’esperienza di quindici presenze, neppure tante.
La Nazionale dormiva all’Hendon Hall Hotel, sulla strada per Wembley. Nel tempo libero andavano al cinema, James Bond era il personaggio che li intrigava di più. Stiles divideva la stanza con Alan Ball. Era superstizioso sino allo sfinimento.
Dopo la vittoria contro il Messico aveva sempre indossato la stessa camicia, cravatta, scarpe, calzini e addirittura mutande.
«Ehi Nobby, non ti sembra di esagerare?»
«Ma io le faccio lavare…»

Nel Sessantadue si era sposato con Kay, da lei avrebbe avuto tre figli.
Il dieci giugno, a un mese dall’inizio dei Mondiali, la moglie l’aveva chiamato in ritiro.
«Amore, credo che il bambino stia per nascere. Potresti parlare con Alf?»
«Per cosa? Non c’è nessuna speranza che io possa venire a casa. E se riuscissi a venire, dovrei tornare in ritiro in giornata».
Pochi giorni dopo era nato Peter, il secondo figlio.
John, il primogenito, aveva quasi quattro anni il pomeriggio della finale. E non dimenticherà mai quel giorno.
«Ero con la mamma a Dublino. Quando l’arbitro ha fischiato la fine, qualcuno mi ha lanciato in aria e… Si è dimenticato di riprendermi. È la verità, lo giuro. Ho rischiato la vita per l’Inghilterra!»

Nello spogliatoio Alf Ramsey, finiti i festeggiamenti, i sorrisi e le lacrime di gioia, aveva ricordato ai ragazzi che ci sarebbe stato un premio in denaro da dividere.
«La Federazione ci darà ventimila sterline. Le spartiremo tra chi ha giocato, qualcosa andrà anche agli altri della rosa».
Era stato a quel punto che il capitano Bobby Moore si era alzato in piedi.
«Siamo una squadra, dobbiamo essere pagati tutti allo stesso modo. La somma va divisa equamente».
A ogni componente del team erano così andate mille sterline, che si erano ridotte a seicentocinqunata una volta tolte le tasse. Molti anni dopo Wayne Rooney avrebbe firmato un contratto proprio con il Manchester United da ventottomila sterline al giorno.

Stiles è rimasto in campo sino al 29 settembre dell’Ottantacinque. Dopo il Manchester United è andato al Middlesbrough e quindi al Preston come giocatore/coach.
Poi si è tolto le scarpette e ha cominciato ad allenare. In Canada, ma anche nelle giovanili del suo Manchester in un periodo in cui dal vivaio sono venuti fuori David Beckham, Ryan Giggs, Paul Scholes, Nicky Butt, Gary e Phil Neville.

Lasciato il calcio ha provato a investire i guadagni in una compagnia elettrica, ma non gli è andata bene. Ha girato il Regno Unito facendo discorsi e firmando autografi. Qualcosa riusciva comunque a portarlo a casa.
Viveva in una modesta abitazione bifamiliare a Stretford, all’interno della città metropolitana di Trafford, nella Grande Manchester.
Le cose non gli erano andate poi così bene dopo il calcio.
Il 27 ottobre del 2010 aveva messo all’asta il suo passato.
Aveva venduto la maglietta numero quattro con cui aveva vinto la Coppa del Mondo, la numero sei del Manchester, aveva ceduto le medaglie della World Cup e della Coppa Campioni, i completi degli anni felici. Era riuscito a raccogliere una buona somma, 424.438£. Il Manchester United, la società che l’ha visto in campo per trecentoundici volte, è stato fra i più generosi.
«Dovevo lasciare qualcosa ai miei tre figli. Non potevano certo dividersi le memorabilia».

Ma non era finita.
Spesso la vita rivuole indietro la felicità che ha regalato.
Dopo essere uscito abbastanza bene da un lieve infarto, nel marzo del 2013 gli era stato diagnosticato un cancro alla prostata.
Stiles lo ha combattuto con la stessa grinta che usava in campo, con l’amore della famiglia e l’affetto dei compagni di squadra che non l’hanno mai abbandonato.

Danza Nobby, danza.
Il brutto anatroccolo si era trasformato in cigno quel pomeriggio di luglio del Sessantasei.
Era un giocatore piccolo e sgraziato, uno che i compagni affettuosamente chiamavano “la Tigre Sdentata” o (i più gentili) “Braccio di ferro”. Ma quando l’avevo visto ballare sull’erba di Wembley mi ero commosso. Quell’immagine resterà per sempre nei miei occhi.
Coppa nella sinistra, dentiera nella destra e sorriso che lasciava scoperto il vuoto nella parte superiore della dentatura. Non dovevi cercare la bellezza estetica, né la perfezione dei gesti o dei lineamenti in Nobby Stiles, che era comunque riuscito a mettere assieme ventotto partite in Nazionale.
Non c’era magia. Lui era energia allo stato puro.
Un mediano che correva per far felice Bobby Charlton, perché sapeva che quell’uomo avrebbe fatto felice l’Inghilterra intera. Era il suo piccolo grande segreto per sentirsi parte della storia.
Danza Nobby, danza.
Ieri Norbert Styles se ne è andato via per sempre.

(da Dentro i secondi, di Franco Esposito e Dario Torromeo. Edizioni Absolutely Free)

Lo strano caso di Christopher Lovejoy. Lui è smemorato, Don King no…

Il pugilato non finisce mai di stupire.
Domani sera alla Wembley Arena, nel prorgramma imperniato su Alexander Usyk vs Dereck Chisora, avrebbe dovuto combattere il peso massimo Christopher Lovejoy (19-0, 19 ko). Un record con tutti successi, tranne uno, ottenuti contro debuttanti o pugili che avevano più sconfitte che vittorie. Nonostante questo curriculum, non certo esaltante, la World Boxing Association lo ha inserito al numero 15 della classifica. Molti dei meriti, probabilmente, vanno al suo promoter: Don King, che il prossimo agosto festeggerà novant’anni. 
È per questo che l’uomo dalla inconfondibile capigliatura è rimasto sorpreso quando ha letto la partecipazione del 36enne peso massimo in una sfida contro David Allen, per il 31 ottobre a Londra. Non ricordava di avere preso quell’impegno. Mentre ricordava benissimo di avere nel programma di lavoro un incontro tra lo stesso Lovejoy e Trevor Bryan (20-0, 14 ko) per il titolo ad interim WBA detenuto da quest’ultimo.
Conclusione.
Match cancellato, Lovejoy tornato a casa, Eddie Hearn (all’oscuro dell’impegno preso dal pugile) sorpreso e adirato il giusto per il combattimento saltato all’ultimo minuto.
Strano?
È la boxe, bellezza.

Usyk, 17 chili in meno di Chisora! Primo vero esame da peso massimo

Istruzioni per l’uso.
Ho la sindrome di Ruiz.
Nel primo match contro Anthony Joshua, il buon Andy ha sconvolto ogni pronostico, dando così una bella botta al mio ego. Al primo impatto con una vigilia simile, sento il timore di sbilanciarmi in previsioni nette. Poi rifletto e dico che ho anche definito una colossale sorpresa quella realizzata da Junior, questo vuol dire che ci siamo trovati davanti a un evento eccezionale. Se lo stesso evento dovesse ripetersi, dovremmo porci una domanda: quanto scarsi sono i pesi massimi di oggi?

Il dubbio torna a presentarsi, come al solito arriva quando l’enigma sembra fin troppo facile da risolvere. Alexander Usyk è il favorito di tutti, o quasi, nella sfida di domani sera alla Wembley Arena. Dereck Chisora non ha né il talento, né la precisione chirurgica dei colpi, né la velocità dell’ucraino. Quanto sia netto il divario lo dicono il record, le quote dei bookmaker, le previsioni degli esperti. E, per quel che mi riguarda, l’analisi preventiva del match.
Eppure Eddie Hearn e Matchroom hanno pagato a Chisora una borsa degna di un titolo mondiale.
E allora?

Anche per me Usyk domani notte uscirà vincitore dalla sfida. Potrebbe chiudere prima del limite nei round finali. Ma dovrà misurarsi con qualcosa che non conosce. Lui che ha cominciato da medio, si troverà davanti un vero peso massimo che si è preparato per mesi a questa sfida. E poi, oltre diciassette chili di differenza sono tanti, possono incidere.

L’ucraino, tra i massimi leggeri, è stato un dominatore assoluto, un campione che ha conquistato tutte le cinture. Poi ha capito che i soldi veri si fanno salendo di categoria. Il passato gli è bastato come referenza, facendogli guadagnare la qualifica di sfidante ufficiale al titolo WBO di Anthony Joshua. Il presente dice che Chisora qualche problemino potrebbe forse crearglielo.

Chazz Whiterspoon, l’unico rivale affrontato senza limiti di peso, era un sostituto dell’ultimo minuto. Prendeva il posto di Tyrone Spong che aveva fallito più volte il test antidoping. Il buon Dereck ha sudato e sofferto in palestra per mesi e sa che questa è la sua ultima spiaggia.
Lo dicono gli anni, 37 a dicembre. Lo dice il record, lo sottolinea la necessità di ritrovare una credibilità persa. Il suo manager, David Haye ex campione del mondo, ha pompato l’evento. Ha raccontato di avere messo un premio, mille sterline, per lo sparring che fosse riuscito a mandare al tappeto il suo protetto. Ha aggiunto che nessuno ha riscosso la somma. Ha concluso dicendo che il giovane vecchio Chisora sorprenderà tutti.
Per farlo, dovrà realizzare un capolavoro.

Usyk ha tecnica, velocità, precisione dei colpi. È sempre in pressione, sempre sulla linea di sparo, pronto a piazzare serie micidiali. Un mancino che non perdona. Diciassette match, altrettante vittorie. E da qualche tempo ha imparato anche a gestire l’immagine, cosa che potrebbe essere un segnale di assoluta padronanza della situazione. Nessun dubbio nella sua testa, se non quelli normali di un pugile che va a battersi per un match importante.

Tony Bellew ha detto che Usyk lo ha superato perché ha saputo imporgli una pressione psicologica a cui non era abituato. A Chisora questo non dovrebbe accadere. Per un paio di ragioni.
La prima che ha una corazza, fisica e psicologica, ben più dura di quella di Bellew. La seconda che ha un peso nettamente superiore a quello dell’ucraino (115,700 kg contro 98,400) e un’abitudine innata a stare sempre attaccato all’avversario, a fargli sentire la pressione, a non lasciargli spazi in cui infilare i suoi colpi. È un massimo naturale, averlo addosso dopo una lotta di otto/nove riprese potrebbe creare qualche problema.

Mi sto accorgendo che qualsiasi discorso io faccia, ruota attorno a un unico elemento. La supposta facilità del pronostico. Troppo semplice dire vincerà Usyk, magari per ko nei round finali. Ecco allora la necessità di crearmi una rete di perplessità a cui affidare un eventuale errore di valutazione.
In realtà, sono quasi convinto che Chisora finisca con il combattere contro un fantasma, un rivale che non si farà mai trovare, pronto a rientrare smontando qualsiasi sua certezza. Sono certo che a fine serata sarà Usyk a festeggiare, magari dopo avere sofferto in qualche fase del combattimento. Credo sarà comunque un successo conquistato con pieno merito.

Cantava Lucio Dalla.
È la notte dei miracoli, fai attenzione.
Domani è la notte di Halloween, tutto può accadere. Ce lo ha ricordato Dereck Chisora che si è presentato al peso con una pesante maschera. Uno strato di bianco latteo sulla faccia, nero carbone attorno agli occhi e alla bocca, WAR dipinto sul torace e in una spilla messa tra i denti. Ovviamente, unico personaggio in sala senza mascherina. Anche quando si è messo a un centimetro da Usyk per un faccia a faccia che sembrava interminabile. Chisora parlava, parlava. L’altro non faceva una piega.
Domani è Halloween.
Dolcetto o scherzetto?
La risposta ce la daranno Dereck Chisora e Alexander Usyk, due signori che combattono senza titolo in palio. E nonostante questo si dividono, non in parti uguali, 6,2 milioni di euro.
Il dolcetto, comunque vada, è per loro.
Per quanto mi riguarda, penso che stavolta non possano esserci scherzetti…

IL PROGRAMMAMassimi (12×3) Oleksandr Usyk (17-0, 13 ko, 98,500 kg) vs Dereck Chisora (32-9-0, 23 ko, 115,450 kg); leggeri (12×3) Lee Selby (28-2-0, 60,900 kg) vs George Kambosos (18-0, 60,900); massimi leggeri (titolo europeo vacante, 12×3) Tommy McCarthy (16-2-0, 90,350 kg) vs Bilal Laggoune (25-1-2, 90,350 kg); medi (titolo vacante femminile, 10×2) Savannah Marshall (8-0, 72,150 kg) vs Hannah Rankin (9-4-0, 71,700kg); piuma (4×2) Ramla Ali (debutto, 56,500 kg) vs Eva Hubmayer (1-0, 71,800);  supergallo (Commonwealth, 10×2, titolo vacante femminile) Amy Timlin (4-0, 54,560 kg) vs Carly Skelly (3-0, 54,100 kg); gallo (8×3) Ukashir Farooq (13-1-0, 54,500 kg) vs Martin Tecyuapetla (15-12-4, 55,500 kg).

Per Chisora 4,5 milioni, a Usyk 1,7. Diretta domani dalle 19 su DAZN

DOVE
Alla Wembley Arena (Londra).

QUANDO
Sabato, 31 ottobre 2020.

COSA
Dodici riprese tra i pesi massimi Alexander Usyk e Dereck Chisora.

ORARI
La riunione avrà inizio alle 19:00 italiane, Usyk e Chisora saliranno sul ring attorno alle 23:00 ora italiana.

LA TELEVISIONE
DAZN Italia trasmetterà in diretta dalle 19:00. Il match sarà trasmesso nel Regno Unito da Sky Sports in pay per view, il costo è l’equivalente di 22 euro.

ALEXANDER USYK
Età: 33 anni
Record: 17-0 ( 13 ko)
Altezza: 1.91
Peso ultimo match: 94,300 kg

ULTIMI CINQUE MATCH
12-10-2019 Chazz Whiterspoon (38-3-0) +kot7
10-11-2018 Tony Bellew (30-2-1) + kot8
21-7-2018 Murat Gassaiev (26-0) +p.12
27-1-2018 Mairis Briedis (23-0) + MD 12
9-9-2017 Marco Huck (40-4-1) +kot10

DERECK CHISORA
Età: 36 anni
Record: 32-9-0 (23 ko)
Altezza: 1.87
Peso ultimo match: 111,500 kg

ULTIMI CINQUE MATCH
26-10-2019 David Price (25-6-0) +kot4
20-7-2019 Artur Szpiika (22-3-0) + ko2
20–42019 Senad Gashi (17-2-0) + p. 10
22-12-2018 Dilliam Whyte (24-1-0) -lp 11
28-72018 Carlos Takam (35-4-1) +kot8

LE QUOTE
Netto favorito Alexander Usyk, dato a 1.12 (punti 1 euro, ne vinci 1.12). Derek Chisora in lavagna è a 6 (punti 1 vinci 6). Il pari è offerto a 29.

LE BORSE
Queste le cifre (con il cambio valuta in euro) apparse sui quotidiani e sui siti online britannici. Dereck Chisora: 4,5 milioni; Alexander Usyk: 1,7 milioni.

HANNO DETTO
Alexander Usyk: “Non ci sarà la guerra, porterò la pace. Sarà pura boxe. Lui vorrà sicuramente farmi del male, ma io non gli starò di fronte per lasciarmelo fare. Non ho la potenza di un peso massimo? Chiedete a Tony Bellew. Sono davvero contento che tutti pensino che non abbia un pugno da ko e che sia facile battermi. Ne riparleremo a match finito”.
Dereck Chisora: “Lo porterò in trincea, lo condurrò all’inferno. Non so se saprà battersi anche lì. Dite che sono anziano? Sarà Dio a dirmi quando dovrò smettere. Continuate a criticare cosa faccio, cosa dico. Ma io mi chiedo: cosa scrivereste se non ci fossi? Lo metterò ko, sono pronto a tutto, non gli darò tregua”.

IL PROGRAMMA
Massimi (12×3) Oleksandr Usyk vs Dereck Chisora; leggeri (12×3) Lee Selby (28-2-0) vs George Kambosos (18-0); massimi leggeri (titolo europeo vacante, 12×3) Tommy McCarthy (16-2-0) vs Bilal Laggoune (25-1-2); medi (titolo, vacante, 10×2) Savannah Marshall (8-0) vs Hannah Rankin (9-4-0); supergallo (Commonwealth, 10×2, titolo vacante) Amy Timlin vs Carly Skelly; gallo (8×3) Ukashir Farooq (13-1-0) vs Martin Tecyuapetla (15-12-4).

Cinque in lizza per la presidenza AIBA (12/13 dicembre)

Sono cinque i candidati ufficiali alla presidenza dell’AIBA.
L’Assemblea elettiva si terrà per via telematica il 12 e 13 dicembre.
L’Associazione non ha un presidente da diciannove mesi.
Lo Statuto prevede che dopo un anno il presidente ad interim debba essere sostituito da un presidente eletto dai membri del Congresso. Il marocchino Mohamed Moustahsane è in carica da marzo 2019. In questo modo è stato infranto il regolamento. La pandemia è solo parzialmente colpevole di questo ritardo.
Il 7 ottobre scorso il presidente del CIO, Thomas Bach, ha emesso un durissimo commento sulla situazione, dopo avere ricevuto l’ultimo rapporto da parte di Nenad Lalovic, che è a capo del gruppo che sta monitorando la situazione.
Abbiamo ricevuto il rapporto del gruppo di monitoraggio. Posso riassumere il risultato, dicendo che siamo molto preoccupati per la mancanza di progressi per quanto riguarda la riforma della governance dell’AIBA. Si parla di elezioni presidenziali, ma non vediamo alcun progresso su queste riforme che sono molto importanti”.
I cinque candidati sono Umar Kremlev (Russia), Mikayilov Suleyman (Azerbaijan), Boris van den Yorst (Olanda), Amos Al Otaiba (Emirati Arabi), Domingo Soldano (Repubblica Domenicana).
Quasi tutti hanno promosso la propria candidatura garantendo un rientro del debito di 17 milioni di euro che l’AIBA dovrà saldare, entro il 2021, con la Bekons.
Nelle dichiarazioni degli scorsi mesi, lo stesso Lalovic aveva detto che l’AIBA, dopo Tokyo 2020, rischia di essere messa fuori anche per Parigi 2024.
Situazione economica, governance, arbitri e giudici sono i problemi che il CIO ha chiesto all’AIBA di risolvere.
Arbitri e giudici restano al centro di un mistero. Non è stata ancora chiarita la situazione dei 36 ufficiali di gara tenuti fuori dai Giochi nel finale di Rio 2016. Uno di loro, Suleyman Mikailov è comunque tra i candidati. È stato in giuria o sul ring dai Giochi di Sydney 2000 a quelli di Rio 2016.
Altra stranezza. La Federazione europea aveva chiesto, su proposta della bulgara Emilia Grueva, di portare un solo candidato dell’Europa alle elezioni. Il soggetto scelto era proprio l’azero. La proposta è stata bocciata. Ora sono tre gli uomini del Vecchio Continente in lizza per la presidenza.
A un primo sguardo, leggendo nomi e curriculum dei potenziali presidenti, mi sento in sintonia con le parole di Thomas Bach.

Turchi: Ho lavato la malinconia con il sudore e il sacrificio…

Fabio Turchi (17-1-0, 13 ko, 27 anni) venerdì all’Allianz Cloud di Milano affronterà il lettone Nikolajs Grisunins (12-1-1, 5 ko, 36 anni). Ho messo assieme tutte le cose che il pugile toscano mi ha raccontato in una lunga chiacchierata di qualche tempo fa. Ho aggiunto un paio di dichiarazioni che ha fatto oggi pomeriggio in conferenza stampa. È nata così una storia che ha un narratore d’eccezione. Fabio Turchi si racconta senza nascondersi.

“Sono nato a Firenze, zona Careggi. Poi mi sono spostato all’Isolotto, ora vivo a Rifredi. Sono un itinerante. Non mi fermo mai.
Quando la mamma mi portava ai giardini con i ragazzi della mia età, andavo ancora all’asilo, mi mettevo da solo in disparte e mi muovevo come se dovessi fare il vuoto o la ginnastica.
Papà mi ha portato in palestra quando avevo quattro o cinque anni. A vedere, non ad allenarmi. E mi è subito piaciuto tutto. L’odore, l’atmosfera, i rumori.
Il locale era lo stesso di oggi, quello dove insegna il babbo. Prima che nel ’98 la bruciassero, aveva il parquet. Ricordo quelle luci in alto, gialle, diverse da qualsiasi altra luce avessi visto in giro. E poi c’era lo stanzino dei pesi. Non volevano che entrassi, così mi fermavo appena fuori ad ascoltare. Loro facevano cadere sul pavimento i pesi, pensando così di mettermi timore. E invece a me quel rumore piaceva. A volte, raramente, mi permettevano di salire sul ring. Mi guardavo intorno, era bellissimo. È stato amore a prima vista.

Il babbo l’ho visto visto combattere qualche volta da professionista. Stavo malissimo. Avevo una paura terribile. Temevo potesse perdere, ero terrorizzato che potesse farsi male. Ma lo scenario che c’era attorno al pugilato continuava a piacermi. Sognavo di poter vivere un giorno da protagonista quelle atmosfere.
Pensa che quando ero ragazzino, mi mettevo in un angolo da solo e facevo la telecronaca come se fossi Rocky Mattioli o Nino Benvenuti. E sul ring, nella mia testa, a battersi per il titolo c’ero io.
Per me la boxe è professionismo. È sempre stata quella la mia aspirazione.

Il dilettantismo mi ha fatto crescere come atleta e come uomo. Ma non faceva per me. Sia chiaro, non giudico ma rispetto chi ha scelto di vivere solo quella fase del nostro sport. Nella mia testa però il dilettantismo era un momento di crescita, di passaggio verso quella che era la vera meta: il professionismo.
Per me non avere fatto un’Olimpiade è stata un’occasione mancata. Sono arrivato alla fase finale del dilettantismo vuoto. I ritiri continui, il fatto di avere davanti uno come Clemente Russo, personaggio e pugile di caratura importante, il dovere pensare all’inserimento nei gruppi militari come obiettivo da raggiungere, il dovermi sentire più uno da scrivania che uomo da ring mi hanno convinto a cambiare.
È stato difficile lasciare la sicurezza dell’Esercito e le certezze del dilettantismo. Avevo addirittura pensato di smettere. È stato il periodo più buio da quando ho cominciato a fare il pugile. In assoluto il più brutto della mia vita, non solo dell’attività sportiva. Mio padre mi diceva che ero impazzito, che sbagliavo. Sono stato lasciato da solo anche da quelli che dicevano di essere miei amici. I vecchi pensavano che avevo perso la testa. Non sapevo dove ritrovare certezze.

Con il tempo mi sono preso molte rivincite. Non solo su me stesso, ma su tanta gente che pensava avessi sbagliato tutto.
Non dico che i soldi non siano importanti, sarei un ipocrita. Dico che ho sempre cercato entusiasmo in quello che facevo e ho voluto essere coerente andando a rischiare in proprio. Dicevo che il dilettantismo era una fase di passaggio, di crescita, comunque un momento di transizione. E il professionismo era la boxe vera. Con questi concetti nella testa non potevo non fare la scelta che ho fatto.
Non ho vinto titoli assoluti, parlo di europei o mondiali, eppure ho avuto una buona popolarità. Alla gente evidentemente piace la mia semplicità. E chi ama questo sport ha apprezzato la scelta di rischiare nel professionismo andando controcorrente.

Tra un match e l’altro passa molto tempo e io devo faticare, soprattutto a tavola. Sono una buona forchetta. Mi piace quello che non potrei mangiare, i carboidrati in blocco: pasta e dolci. Ma sono anche uno scrupoloso. Quando vado in allenamento non mi concedo distrazioni. Voglio arrivare al match al massimo, senza avere rimpianti per una seduta in palestra fatta male o per uno sgarro nell’alimentazione.
Quando sono andato via di casa, sapevo fare davvero poco. Mamma mi vedeva raramente, ero sempre in ritiro, quando tornavo mi viziava. Adesso credo di essere cresciuto. E non solo perché ho imparato a cucinare, ma anche perché ho capito cosa significhi gestire un bilancio familiare. Pagare le bollette, rispettare le scadenze. Fino a quando ero con i miei, pensavano a tutto loro. Sono diventato grande.

Avere un padre che fa l’allenatore è un’arma a doppio taglio. A volte è meglio avere vicino uno che ti conosce bene, sotto match riesce a regalarti il 5/10% di rendimento in più. Ma può anche essere un male. Una critica del papà/allenatore ti tocca più di quella di uno che è solo il tuo maestro. Prima, quando ero ancora in casa, era stressante. Parlavamo di pugilato 24 ore al giorno. Adesso va decisamente meglio.
Ho sempre visto l’America come il paradiso del pugilato. Da bambino giocavo alla play station e sceglievo la boxe, vedevo Holyfield e Tyson e avrei voluto essere loro. Evander aveva anche i pantaloncini viola, il colore della Fiorentina. Come avrei potuto non volergli bene.

Se un giorno il mio manager venisse da me per dirmi: Abbiamo l’accordo per un match con il titolo in palio, credo che proverei sensazioni contrastanti. Entusiasmo per il momento più importante della carriera, tensione perché mi chiederei: sono davvero all’altezza?
Adesso che sto costruendo la mia carriera sento che la gente di Firenze mi è vicina. Ho tanti sostenitori. Ma se guardo avanti credo che dovrei scoprire altri posti. Per crescere bisogna uscire dal guscio. Il fiorentino vede solo Firenze, e questo non è un bene. Il mondo va scoperto.
La sconfitta con McCarthy è acqua passata. Per mesi interi non ho pensato ad altro. Ho recriminato su quello che avrei potuto fare, su come sarebbe potuto finire quel match. Ma ora basta. Sono tornato a lavorare. Sudore e sacrificio hanno lavato ogni malinconia.


Torno sul ring dopo un anno di inattività. Mi sono allenato anche con un campione di MMA come Max Vettori. Le traiettorie particolari dei suoi colpi mi hanno preparato a una boxe più ruvida, più tipicamente professionistica. E poi è un mancino come Nikolajs Grisunins, il mio avversario di venerdì a Milano


L’ultima volta che ho combattuto, sono salito sul ring con la maglietta della Fiorentina. Visto come è andata forse avrei fatto meglio a mettere quella della Juventus, magari mi avrebbe portato un po’ piùù di fortuna. Scherzo. Andrò su con un classico completo bianco. Il pugilato è sport di testa e di fisico, certamente non vinci o perdi per il tipo di maglietta che indossi.
Sono pronto, si ricomincia”.

Intervista a Signani, il racconto dell’impresa in terra di Francia


Telefonata con Matteo Signani.
Sabato sera ha difeso con successo il titolo europeo dei pesi medi contro Maxime Beaussire, mettendolo ko in due riprese.
Parliamo con lui mentre viaggia sul pulmino che da Caen lo sta portando all’aeroporto di Parigi dove troverà il volo per Bologna. Farà il tampone per il test Covid. È colpito da quello che ha visto.
“Qui in Francia la situazione è terribile. Ventimila contagiati al giorno. E mi sembra che stiano tutti senza mascherina, pigiati gli uni sopra gli altri nei luoghi pubblici. Non capisco”.
Brusco cambio di riferimenti, ci inoltriamo sul percorso delle cose belle.

Matteo, come ti senti?
“Emozionato come un bambino. È sempre così, è una vita che vado in palestra, che combatto. Eppure ogni volta è come se fosse la prima. È per questo che amo la boxe”.
Gancio sinistro perfetto.
“L’abbiamo provato mille volte in allenamento. Ho lavorato come un pazzo, sudato e sofferto. Ma che soddisfazione!”
La prima telefonata di complimenti, da chi è arrivata?
“A mezzanotte è squillato il telefonino. Non volevo crederci, era l’Ammiraglio Giovanni Pettorino, il comandante generale delle Capitanerie di porto. Era entusiasta, mi ha riempito di complimenti. Ecco, io vivo per momenti come questo. Sono davvero felice”.
Quarantuno anni. Ti comincia a dare noia che siamo sempre lì a ripetertelo?
“Beh, a dire la verità un po’ mi sta sulle palle. Anche perché mi sento in forma come non mai. Chissà, potrei essere il portabandiera della generazione dei quarantenni. Non è che se arrivi a quest’età sei da buttare via per lo sport”.
Sui giornali sportivi solo poche righe in presentazione. Eppure era il campionato europeo dei pesi medi.
“Vorrei dire ai giornalisti una sola cosa. Ma voi sapete quanti sacrifici deve fare un pugile per sostenere un match? Mi piacerebbe portarli in palestra a vedere sudore e lacrime quotidiane, farli venire con me in cucina e guardarmi mentre rispetto una dieta ferrea che dura da una vita. E non è che per tutto questo, i compensi siano milionari”.
E allora cosa spinge un pugile ad andare avanti?
“L’emozione che proviamo in palestra, sul ring. La gioia di sentire la gente che ti dice che sei riuscito a commuoverli, a farli piangere di gioia. Mi hanno chiamato subito la mamma e il papà. Lui è un signore all’antica, stavolta si è commosso. E questo mi ha reso la persona più felice del mondo”.
E adesso?
“Adesso torno a casa, abbraccio i genitori, la famiglia, gli amici e torno dai miei animali”.
A che punto sei con il tuo zoo personale?
“Ho una casa in campagna con tre cani, un gatto, sette tartarughe, venti bengalini e due galline che mi danno l’uovo ogni mattina. Che devo chiedere di più alla vita?”
In tanti ti hanno chiamato per ringraziarti delle emozioni che hai loro regalato. E tu senti di dover ringraziore qualcuno?
“Il mio staff. Senza di loro non avrei raggiunto questo risultato. Sento di essere arrivato all’appuntamento al meglio della condizione. Forte come non mai. Sarei potuto andare avanti su quel ritmo per tutte e dodici le riprese. E poi ringrazio Meo (Gordini ndr), ci siamo sentiti tutti i giorni. Mi ha consigliato, confortato. L’ho sentito vicino come sempre. Grazie a tutti quelli che mi vogliono bene”.
Cosa vedi nel tuo futuro?
“Una bella piadina. Ogni cosa ha un inizio e una fine. Non so quanto durerà ancora questa avventura, lasciatemela godere finché sono in cima”.
Ciao Matteo, complimenti.
“Ciao Dario, grazie a tutti quelli di boxeringweb”.

Accadeva 45 anni fa. Ali vs Frazier dolori, urla e magie nella notte di Manila

kover

Manila, 1 ottobre 1975.

Primo gong.

C’è grande tensione nell’aria. Le offese di Ali hanno lasciato il segno.
Smokin’ Joe è un mare in tempesta. Avanza ondeggiando, schiuma rabbia. Vuole spazzare via il nemico, l’uomo che ha ricambiato la sua amicizia con terribili e ingiuste parole.

“Joe Frazier è un piccolo, stupido gorilla”.
Come on gorilla
we’re in Manila
Come on gorilla
this is a thrilla

Ali riesce a rimanere elegante nella bufera. Il jab sinistro fa il suo lavoro. Il campione scarica rapidi uno-due. Sono il segnale di una condizione migliore di quella che si pensava potesse avere.

I primi round per lui sono in discesa.
Va via veloce, rapido di braccia, forte nella mente.
Per quattro riprese c’è un solo padrone lassù.

destroali

Fumano i guantoni di Frazier, ma non riescono a incendiare l’incontro. L’altro si rifugia alle corde.
Vai via da quel dannato angolo, smettila di giocare!” urla Angelo Dundee avvertendo il pericolo.

Fra-zier, Fra-zier, Fra-zier.
Nella quinta ripresa la folla del Coliseum intuisce che qualcosa sta cambiando. Joe spara pugni terribili, quel gancio sinistro è un’arma devastante che stenderebbe chiunque.
L’ho picchiato con colpi che avrebbero buttato giù le mura della città. E lui è rimasto in piedi”.

Eppure Ali non è mai stato così fragile, così vulnerabile come in questi momenti.
I round centrali lo vedono in affanno.
Rischia di venire travolto da quella furia scatenata che non accenna a concedersi pause.
Aumenta il ritmo campione. Vai giù sino al profondo della tua anima, sino a trovare il meglio. Il mondo ha bisogno di te campione“.

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Non può andare avanti così per quindici round. Non sprecare energie, prima o poi crollerà”.
Angelo Dundee non ha dubbi. O finge di non averne.

Frazier continua ad avanzare, a oscillare sul tronco, a evitare i colpi dritti del campione. Sembra un toro infuriato. Sbuffa e picchia, sbuffa e picchia. È sotto nel punteggio, ma se continuerà a pressare in quel modo, le sorti del combattimento torneranno incerte.

Balla Ali. Per la prima volta dall’inizio del match, balla.
Non l’hanno fermato le mazzate che l’altro gli ha sparato contro torturando il suo corpo sino a farlo urlare di dolore. E adesso sente che è arrivato il momento di chiudere il conto. Ha ancora qualche energia da spendere. Undicesimo e tredicesimo round sono una passerella infernale per Joe. Prende colpi, incassa e continua a venire avanti. Ma adesso c’è meno rabbia in lui. Il mare in tempesta si sta placando.

Nella tredicesima ripresa ventisette volte il diretto destro di Ali va a segno, quei colpi dritti trasformano il volto di Frazier in una tragica maschera. Ha gli occhi gonfi e chiusi. Cerca di sentire il rivale, ormai non lo vede più. I colpi che prende sulla faccia servono a fargli capire dove si trova il nemico. Chiede al dolore di indicargli la strada da percorrere, è l’ultima speranza per vincere.

biglietto

A-li, A-li, A-li.
Il pubblico, come spesso accade, si schiera con chi in quel momento sembra il più forte. Ha capito che per l’altro la storia sta arrivando alla parola fine.

Il quattordicesimo round è un calvario per l’uomo di Filadelfia. La faccia fa da bersaglio fisso per il campione che continua a picchiare.

Mio Dio, guardalo. Non ha più forza, non ha più potenza. Campione, è tutto tuo”.
Dundee ha gli occhiali appannati e i capelli appiccicati alla nuca.
Per dieci volte l’uno-due di Ali trasforma il volto dello sfidante in un triste punching-ball.

I colpi di Frazier partono di lato, sono soprattutto ganci.
Quelli di Ali seguono traiettorie più lineari, sono diretti, jab, ma anche serie lunghe, interminabili.
Esausti i due protagonisti si preparano agli ultimi tre minuti di uno dei più drammatici match che la storia del pugilato ci abbia regalato.

Angelo, cut off. Cut ’em off”.
Ali non grida, non ne ha la forza. La sua richiesta di aiuto arriva dal fondo dell’anima.
Angelo tagliami i guantoni. Tagliali via”.
Vuole finirla lì, ha esaurito le forze.

occhiojoe

Ha le braccia appoggiate sulle corde, lo sguardo rivolto verso il basso, guarda il tappeto dove quella notte ha ballato solo per pochi istanti. Ha dominato gli ultimi round, ma sa di avere esaurito ogni energia.

Non torno al centro del ring. Quell’uomo è pazzo.”

Il vecchio manager non accetta la situazione. Vuole calarsi sino in fondo nel buio del dramma. Solo così, ancora una volts, saprà trovare una soluzione per uscirne vincitori.

Dall’altra parte del ring, Joe sputa il paradenti. E con il paradenti sputa un fiotto di sangue. Ha l’occhio sinistro pesto e chiuso. Sono due round che da quella parte vede davvero poco.

Eddie Futch gli dà i sali. Poi, fa la più dolorosa delle scelte.

“Joe, cosa c’è che non va con la sua mano destra?”.
Non posso vederla.
“Sto per fermare il match, stai prendendo una punizione troppo pesante”.
No, no. Eddie non puoi farmi questo.
“Non potevi vedere niente negli ultimi due round. Perché pensi che possa cambiare tutto nella quindicesima ripresa?”.
Voglio lui, capo.
“Siediti figliolo. È finita. Nessuno dimenticherà mai quello che hai fatto qui stasera”.

Willie Monroe è dall’altra parte del ring, sente lo scambio di battute tra gli uomini del clan di Ali, il desiderio di farla finita sussurrato dal campione. Agita le braccia in direzione di Frazier e del suo manager.
“Eddie no, EDDIE NON FARLO!”
Ha capito che questa è una partita che si sta decidendo sui nervi.
Le grida della folla coprono le urla del pugile di Filadelfia.
Tutto finisce come la storia ci ha insegnato.

Futch chiama Padilla, con i gesti e con le parole gli fa segno che il suo pugile si ferma lì.
Ali fatica ad alzarsi, lo tengono su il dottor Ferdie Pacheco e Bundini Brown, mentre Angelo Dundee si volta lentamente verso il centro del ring. Un mezzo giro della testa gli basta per capire che il suo uomo rimarrà sul tetto del mondo.

Muhammad Ali is in the ring surrounded by his trainers, handlers and doctors after winning in the 14th round against Joe Frazier at the Coiseum in Manila, Oct. 1, 1975. (AP Photo)

Il campione non ha forza per esultare. Non ha energie per rimanere in piedi. Lo tengono per le braccia gli uomini dell’angolo, ma non può bastare. Ali finisce giù, al tappeto. Ha vinto, ma ha pagato caro quel successo.

È stata la cosa più vicina alla morte che mi sia capitata di affrontare nella mia vita”, sussurra con un filo di voce.

Qualcuno chiede a Frazier.

“Joe, sapevi cosa avresti rischiato se fossi tornato al centro del ring?”.
La vita.
“Ed eri disposto a farlo?”.
.
“In che condizioni eravate alla quattordicesima ripresa?”
Eravamo morti, noi due eravamo morti.