Un altro ko drammatico, un altro pugile mandato a rischiare oltre il lecito…

Brutto knock out nella riunione di sabato alla Struer Arena in Danimarca.
Il croato Hrgovic ha vinto per ko dopo 1:04 della seconda ripresa contro Kartozia.

Alexandre Kartozia ha 39 anni. Ha esordito il 10 maggio 2014. Oggi ha un record di 8-2-1 (7 ko). È terzo nella classifica dei pesi massimi greci, che hanno in attività tre pugili nella categoria. Pesava 99,700 kg, è alto 1.88. Questo il suo record completo.

Filip Hrgovic ha 28 anni. Ha esordito il 30 settembre 2017. Oggi ha un record di 11-0 (9 ko). Pesava 112.300, è alto 1.98. Numero 9 Wbc, 6 Ibf, 15 Wbo. Questo il suo record completo.

Hrgovic non credo sia un campione, ma questo non giustifica il fatto che gli sia stato messo davanti uno come Kartozia. Leggete il record, guardate gli uomini che il greco ha affrontato e poi ditemi se il suo ruolo non dovrebbe essere quello di match di apertura riunione in 4/6 riprese. Ma, mi sento ripetere, la boxe è sempre stata questa. Non credo. Resta comunque il fatto che tra i pesi massimi incontri così alzano a livelli estremi il rischio già insito nel pugilato.
La boxe è nobile. Gli uomini che fanno parte di quel mondo, non sempre lo sono“.
Non ricordo chi l’abbia detto, ma mi trovo d’accordo con lui.

 

Jermall e Jermell vincono ancora, storia di due gemelli sul tetto del mondo

“Straordinari questi gemelli!
Come si somigliano!
Soprattutto questo!”
(Julian Tuwin)

Sabato notte al Mohegan Casino di Uncasville (Connecticut), altre impresa dei gemelli Charlo. Jermall ha sconfitto ai punti Seergiy Derevyanchenko nella difesa del titolo dei medi Wbc; Jermell ha battuto Jeson Rosario per ko 8, unificando così le corone dWbc, Wba, Ibf dei pesi superwelter. Ecco le loro storie.

Mio fratello gemello è un deficiente.
Continua a dimenticarsi il mio compleanno.

(Rodney Dangerfield, cabarettista americano)

 

La mamma era certa di portare in grembo una bella bambina.
La sorpresa è arrivata nella tarda serata del 19 maggio 1990, quando la signora è stata informata dall’ostetrica che aveva appena partorito due gemelli monozigoti, ossia nati dallo stesso ovulo. Praticamente identici.
«Signora, sono bellissimi. Hanno solo due giorni, ma il loro sguardo è già vivace, attento»
Grazie.
«Ha deciso come chiamarli?»
Assieme a mio marito abbiamo pensato Jermall e Jermell.
«Li chiamerete con lo stesso nome? Non si può».
Non daremo loro lo stesso nome. Uno si chiamerà Jermall, con la “a”.  L’altro Jermell, con la “e”. Carino, no?
«Così, tanto per aumentare la confusione…»
Jermall è il più anziano dei due. È infatti nato un minuto dopo…

I ragazzi sono cresciuti con un obiettivo preciso.
Non dare alcuna possibilità agli altri di capire chi fosse l’uno e chi fosse l’altro.
Stessa altezza, stesso taglio di capelli, stessi vestiti, stesse scuole. E quando parenti e amici chiedevano sgomenti: «Ma chi siete?»
Rispondevano: «Siamo un doppio problema».
Poi sono diventati grandi e c’è stata una piccola svolta.
Hanno scoperto i tatuaggi.

Quello con la “e” si è fatto scrivere sul braccio destro “One of a Kind”, unico nel suo genere. L’altro ha preferito usare il braccio destro per “Issues”, problemi. Avevano offerto al mondo un’indicazione per distinguerli.

Dice Jermell.
“I nostri tatuaggi simboleggiano cosa siamo. Il mio è One of a Kind, perché sono un gemello, ma sono anche unico nel mio genere. Quello di Jermall è Problemi, perché tutti li hanno. Non c’è una persona su questo pianeta che non abbia o abbia avuto un problema. Ecco, noi la pensiamo così”.

Con il passare del tempo i Jermella, li chiamo così per gioco (anche se qualcuno preferisce chiamarli i Charlos), hanno sottolineato qualche altra differenza. Uno è solitario, l’altro ama muoversi con tanti amici attorno. Uno cerca attenzione, l’altro vuole stare lontano dai riflettori.

Eh sì, perché Jermall e Jermell Charlo sono personaggi pubblici.
Avevano otto anni quando hanno seguito papà Kevin in palestra. Il genitore era stato in gioventù un buon peso piuma dilettante, l’amore per il pugilato che gli è rimasto dentro è riuscito a trasmetterlo ai figli. Da ragazzi, per evitare di trasformarsi in avversari hanno deciso che uno dei due avrebbe bevuto tanta acqua da salire di categoria il giorno del peso. Hanno chiuso con buoni record e tante soddisfazioni. Jermall ha anche inseguito un posto nella squadra olimpica per Pechino 2008, ma è stato fermato da un infortunio al piede.
È andata meglio tra i professionisti.

Due gemelli campioni del mondo nella stessa categoria e nello stesso arco temporale.
Mai accaduto prima nel mondo della boxe. Loro sono addirittura riusciti ad andare oltre.

Gli unici che, a mia memoria, si siano avvicinati all’impresa sono stati i thailandesi Khaosai e Khaokar Galaxy. Il primo è stato titolare della corona dei supermosca Wba, che ha poi difeso diciannove volte. Per un breve periodo del suo regno il gemello è stato in contemporanea detentore del titolo Wba dei gallo.

Altri due gemelli girano da tempo nel mondo del pugilato, entrambi detentori del titolo nella stessa categoria, ma in tempi diversi. Sono gli Arroyo, ragazzi portoricani a cui i genitori hanno regalato nomi che sembrano cognomi: McJoe (ex campione Ibf dei supermosca per meno di un anno) e McWilliams (ex detentore del titolo silver Wbc nei supermosca). Forse avevano antenati scozzesi.
L’orgoglio della casa è stato per lungo tempo McWilliams.
Oro mondiale a Milano 2009 tra i dilettanti. Sfidante al titolo Ibf dei mosca da professionista. Occasione fallita di un soffio. È stato battuto per split decision da Amnat Ruenroeng il 10 settembre del 2014. Una differenza minima, un verdetto controverso. Gli è andata peggio contro Roman Gonzalez il 23 aprile scorso quando è stato dominato ai punti per il titolo Wbc.

È andata decisamente meglio a McJoe: il 18 luglio 2015 ha superato per decisione tecnica al decimo round Arthur Villanueva, ferito sopra all’occhio destro, conquistando il titolo  dei supermosca Ibf. Al momento della sospensione Arroyo era in netto vantaggio ai punti. Un anno dopo ha lasciato la cintura nelle mani di Jerwin Ancajas.

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I Charlo hanno per lungo tempo combattuto nella stessa categoria.
Jermall è stato il primo a uscire dal percorso comune. L’ha fatto il 21 aprile 2018 quando, battendo per ko 2 Hugo Centeno jr, ha conquistato il titolo Wbc (ad interim) dei medi.

Entrambi i Charlo sono andati al di là di ogni immaginazione e hanno centrato un’impresa che nessuna coppia di gemelli aveva mai realizzato prima.
“Abbiamo fatto la storia!” dicono in coro.

Jermell (34-1-0, 18 ko) è diventato campione del mondo dei superwelter Wbc la notte del 21 maggio 2016, quando ha battuto per kot 3 John Jackson per la corona vacante. Ha difeso la cintura tre  volte, prima di incappare nell’unica sconfitta in carriera  contro Austin Trout. Il 22 dicembre ha sconfitto Tony Harrison e si è preso il titolo Wbc dei superwelter. Una difesa, poi l’unificazione dei mondiale Wbc, Wba, Wba con la vittoria di ieri notte.

Jermall (31-0, 22 ko) ha conquistato il titolo Ibf dei superwelter il 12 settembre 2015 battendo Cornelius Brundage per kot3. L’ha difeso tre volte, la seconda contro Austin Trout la sera in cui Jermell è diventato campione. Il 29 giugno del 2019 ha sconfitto Brandon Adams ed è diventato campione dei medi Wbc. Ieri notte ha disputato la seconda difesa della cintura.

I gemelli sono una rarità, ma quando ci sono si muovono da protagonisti nell’universo tumultuoso della boxe.
I Jermella, i Charlos, chiamateli come volete, hanno realizzato un record difficile da uguagliare.

 

 

Tragedia sfiorata a Miami, quinto devastante ko consecutivo per Yeison Vargas

Cronaca di una tragedia, per fortuna, solo sfiorata.

Miami, 24 settembre 2020.

Yeison Vargas finisce knock out dopo 1:03 del primo round.
Colpito duro da Melvin Lopez (23-1-0, 14 ko) perde conoscenza, poi crolla al tappeto. Momenti di grande paura, un dramma in piena regola. Dopo lunghi minuti di terrore, Vargas si riprende, si alza, va al centro del ring per il verdetto.
La tragedia, per fortuna, è stata solo sfiorata. Il colombiano (ma io credo che siano soprattutto coloro che ne gestiscono la carriera) continua a scherzare con il fuoco.
Yeson (17-5-0, 12 ko, trent’anni) non vince da novembre 2018. In meno di 23 mesi ha messo assieme cinque sconfitte, tutte pesanti.

Los Angeles, 30 novembre 2018.

Vargas ha un record di 17-0, 12 ko. È una carriera costruita contro avversari di livello medio-basso. Nel pugilato è la norma, il problema è stare attenti quando arriva il momento di salire qualche gradino.
Affronta Ricardo Espinosa Franco (21-2-0, 18 ko), un picchiatore che gli infligge tre conteggi pesanti nel secondo round. A 1:19 della ripresa, l’arbitro Frank Gentile dichiara il kot.

Minneapolis, 31 agosto 2019.

Stavolta l’avversario si chiama Reymart Gaballo e ha un record di 22-0, 19 vittorie per ko. Un atterramento nel secondo round, altri due nel terzo. L’arbitro Gary Miezwa decreta il kot 3 dopo 2:04.

San Juan de Portorico, 7 dicembre 2019.
Vargas affronta un pugile di casa, Bryan Chevalier: 13-1-1, 10 ko. Finisce knock out dopo 1:05 del terzo round.

San Juan de Portorico, 15 febbraio 2020
Ancora un pugile di casa, Juan Martinez (20-1-2, 14 ko). Il portoricano va giù nel round di apertura, Vargas in quello successivo. Match finito dopo 1:23 della seconda ripresa per kot.

Poi arriva la sfida di Miami.
Cinque sconfitte per ko negli ultimi cinque match.
Ma soprattutto cinque combattimenti in cui Yeison Vargas è stato duramente punito dagli avversari in meno di ventitrè mesi. Salito di livello, ha dimostrato di non potersi muovere su quei palcoscenici. Gli hanno proposto pugili tosti, tutti e cinque dotati di pugno pesante. E lui ha pagato caro.
Il modo in cui è finito knock out in Florida è stato spaventoso.
L’ultimo anello di una catena di eventi che ad ogni passaggio diventano più pericolosi.
La speranza è che qualcuno analizzi la situazione e prenda la giusta decisione.
L’esperienza mi dice che il prossimo anno vedremo ancora Yeison Vargas rischiare oltre il lecito sul ring.

In ricordo di Sandro Mazzinghi. Un doppio ko, a Gonzales e al regista Lelouch…

Un mese fa Sandro Mazzinghi se ne è andato via per sempre.
Voglio ricordarlo con il racconto di una delle sue più grandi vittorie.

 

Joseph Jo Gonzales sembra l’uomo adatto a porre fine all’avventura di un fighter che, per molti giornalisti, è sopravvalutato.
Il francese, figlio di un operaio spagnolo scappato oltre i Pirenei durante la guerra civile, sembra il pugile giusto per dare conferma ai loro giudizi, altrimenti sbiaditi dai numerosi pronostici falliti.
Che Gonzales sia candidato al ruolo di eroe lo pensa anche una celebrità del cinema francese. Claude Lelouch, il regista di “Un uomo e una donna” con Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignan, sta girando un film sul pugile di Narbonne. E la scena finale sarà quella del trionfo al Palazzone di Roma contro Mazzinghi, a cui strapperà l’europeo dei superwelter. Già pronto il titolo: Monsieur Jo.
Il popolo del PalaEur sogna un finale diverso.

Per la sfida non c’è diretta televisiva. È una scelta di Rodolfo Sabbatini e Vittorio Strumolo.
«In caso di trasmissione gli organizzatori rimborseranno agli spettatori il triplo del costo del biglietto».
Il cartello è in bella mostra ai botteghini. Altri tempi.
Tutto esaurito, diciottomila spettatori e cinquantaquattro milioni di incasso.
Il francese non è un grande tecnico, ma colpisce duro fin dal primo gong.
Mazzinghi, si sa, è uno lento a carburare.
Guido e Adriano Sconcerti ritengono indispensabile trovare l’antidoto. Due sparring si alternano per quattro round da tre minuti nello spogliatoio. Proprio come se si trattasse di un match vero, l’unica differenza è che Sandro indossa un casco protettivo per evitare le ferite.
Quando suona il primo gong, per Mazzinghi è come se fosse l’inizio della quinta ripresa.
Come dice il manager Jover: «Ogni pugno di Jo è come un calcio di mulo».
Il campione toscano ne è cosciente, ma questo non lo frena. Parte subito all’attacco, non aspetta che sia l’altro a farlo.
Vuole togliergli spazio, tempo e sicurezza. Vuole anticiparlo costantemente. Questa è la tattica, questa sarà la trama della sfida.

Il francese ha la faccia da duro. Capelli folti e scuri che tendono al rosso, lunghe sopracciglia, un naso importante con un lieve difetto sulla parte destra. Forse il ricordo di un rivale duro da domare.
Si presenta con un record che impressiona i tifosi di Sandro e fa sperare quelli che si sono da sempre schierati contro di lui.
Ha vinto trentadue match e li ha vinti tutti prima del limite.
A completare il conto ci sono due sconfitte e due pari, ma è la percentuale di ko che fa paura.

Gonzales è stranamente prudente. Se ne sta rannicchiato in una posizione di guardia. Sandro avanza senza paura e non spreca un colpo. Attacca e picchia a due mani. Sopra e sotto, al fegato e al mento. Ganci e montanti. È un’autentica macchina da guerra che non si ferma mai.
È forse una delle più belle prestazioni della carriera.
La pressione di Mazzinghi provoca effetti devastanti.
Gonzales è un mancino, un attaccante, un cliente scomodo per chiunque.
Sandro contro quelli che usano il sinistro come arma principale si trova bene, e poi quel francese l’ha studiato a lungo.
Nonostante questo ha un po’ di timore, gli sembra di essere vicino a un filo su cui passa corrente ad alta tensione. Sa che se dovesse toccarlo, sarebbe la fine.

Finalmente Gonzales commette l’errore che il campione aspettava. Lo attacca. Lo colpisce e lui finisce alle corde. Quello si avvicina e porta un altro destro, piegandosi un po’ in avanti. Sandro schiva quel destro, si apre la strada con il sinistro e spara un destro corto che finisce sulla fronte di Jo.
Il francese fa tre passi indietro e poggia un ginocchio al tappeto, deve recuperare, non ce la fa più. Proprio come Mazzinghi aveva sognato. Lo sfidante ha gli occhi spenti e lo sguardo rivolto verso l’angolo in cerca di un suggerimento che possa aiutarlo. Ma non c’è nulla che in questo momento possa salvarlo dalla furia di Sandro.
Il Palasport romano, in delirio, è ai piedi del campione toscano.
Ogni volta che porta un colpo che potrebbe essere risolutivo, il pubblico si trasforma in un mare in tempesta, grosse onde travolgono tutto e tutti. Quelli del terzo anello vengono giù a spingere quelli del secondo che si riversano in platea e sembra che tutti assieme vogliano saltare sul ring.
Passa poco meno di un minuto e stavolta al destro segue un sinistro preciso ed efficace. Jo Gonzales va giù, l’arbitro Kurt Rado decide che è finita.
Sono passati due minuti e quaranta secondi dall’inizio del quarto round.
Lelouch dovrà studiare un altro finale.

(da “Anche i pugili piangono”, un uomo senza paura, nato per combattere, di Dario Torromeo per le edizioni Absolutely Free, 226 pagine, 15 euro)

Williams, dal ko a Tyson all’angoscia. Colletta per convincerlo a ritirarsi

Louisville, 30 luglio 2004.
Il primo colpo che annuncia la fine, arriva quando mancano 25 secondi alla conclusione del quarto round.
L’ultimo, tredici secondi dopo.
In mezzo, una lunga serie di ganci, montanti, diretti.
Venticinque bastonate. Un’esecuzione.
Spalle appoggiate alle corde, sguardo privo di luce, un rivolo di sangue che scende dall’arcata sopracciliare sinistra, gambe stese sul tappeto del ring, Iron Mike guarda davanti a sé vede solo il buio.

Amyas si agita sulla sedia e urla come un ossesso all’interno della Freedom Arena. Rosso in viso per le sei birre spazzolate nell’attesa che il match cominci, si agita come se non ci fosse un domani. Ha continuato a raccontare una, dieci, cento volte la stessa storia all’amico Cedric che lo guardava fisso negli occhi, senza muovere neppure un muscolo della faccia. Di birre ne aveva messe via più del suo amico.
Avevo sedici anni quando mio padre mi ha portato in questo posto, era il 29 ottobre del 1960. Ricordo tutto di quel giorno. Eravamo venuti a vedere l’esordio di un peso massimo della nostra città. Aveva vinto l’oro all’Olimpiade di Roma nei mediomassimi. Salito di categoria, era passato professionista. Cassius Clay affrontava Tunney Hunsaker, un tipo che era a capo della polizia di Fayeteville. Sul ring avrebbe avuto bisogno dei suoi uomini per tenere a bada quella furia scatenata. A fine match aveva gli occhi gonfi e neri. “Era più veloce della luce, ho provato qualsiasi trucco conoscessi per fargli perdere l’equilibrio. Era semplicemente troppo bravo per me” diceva a un giornalista locale a match concluso. E chi se lo scorda quel giorno”.

Adesso Amyas e Cedric sono qui, a esultare per un tipo che Clay/Ali avrebbe spazzato via con uno sguardo. Danny Williams ha un sorriso che fatica a riempire quel faccione triste che si porta dietro. Ha 31 anni e un record niente male (32-0, 27 ko). Stanotte ha guadagnato, dicono, 250.000 dollari. Ma soprattutto ha messo ko Mike Tyson davanti a più di diciassettemila spettatori. E questo lo fa sentire su di giri. Abbraccia tutti quelli che gli capitano a tiro, bacia il tappeto del ring, tira giù qualche lacrima, ringrazia Allah e chiunque lo abbia aiutato anche per un solo secondo della sua vita.
È felice.

Mike Tyson, da tempo, non è più l’uomo più cattivo del pianeta. Ma questo stanotte conta poco. Gli organizzatori l’hanno pagato come se fosse ancora un ragazzo prodigio, il più giovane campione del mondo nella storia dei pesi massimi. La sua borsa è stata di otto milioni di dollari, anche se alla fine ne ha portati via solo due, costretto come è a lasciare gli altri a giudici e avvocati per i debiti accumulati. L’uomo di Brownsville porta in giro il ricordo delle sue imprese, indossa il vestito da duro e va avanti. È già stato messo ko da Douglas, Lewis e Holyfield. Adesso è toccato a un signore di Brixton che, passati i trent’anni, si è messo in testa di sognare alla grande.

Las Vegas, 11 dicembre 2004.
Il mondiale arriva quattro mesi dopo.
Affronta Vitali Klitschko sul ring del Mandalay Bay, in palio la corona del Wbc.
Nei sogni, Danny si vedeva a fine match con le braccia alzate e la cintura mondiale in vita. La realtà trasforma quel sogno nel peggiore degli incubi. È una mattanza. Quattro volte al tappeto, torturato dai colpi dell’ucraino, incapace di reagire, massacrato dalla quantità e dalla potenza dei pugni incassati, resiste fino all’ottava ripresa. Poi crolla.

Londra, 15 maggio 2010
Williams va avanti altri tredici match, mettendo assieme nove vittorie e quattro sconfitte.
Poi, Derek Chisora lo distrugge in due round all’Upton Park.
Il British Boxing Board of Control gli proibisce di combattere ancora in Gran Bretagna. È pericoloso per la sua salute. Ma a lui servono soldi per vivere, altro non sa fare e le sterline guadagnate in carriera non ci sono più. Prende la licenza nella Repubblica Ceca e diventa un vagabondo del ring. Un emigrante a caccia di ingaggi, un pugile con la valigia che per guadagnare si batte in tredici differenti Paesi. Viaggia in continuazione. Germania, Spagna, Finlandia, Norvegia, Latvia, Russia, Romania, Emirati Arabi, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Austria, Kazhakistan.
In quei trentaquattro match, 23 dei quali persi, ce ne è uno davvero curioso.

Abeerden, 28 luglio 2019.
Lee McAllister è un peso leggero che ha sconfinato nei superleggeri.
Sale sul ring dell’Aberdeen Beach Ballroom per sfidare in 12 riprese Danny Williams, che, lo ricordo, è un peso massimo. Neppure Stanley Ketchel aveva osato tanto, lui in fondo era un peso medio con qualche chilo in più quando ha affrontato Jack Johnson.
Williams è alto 1.91 e pesa 120 chili.
McAllister in sei mesi ha dovuto mettere su quasi 25 chili. Combatte a 95, un po’ troppo per uno alto 1.75.
Lee, che i tifosi chiamano The Aberdeen Assassin, vince per kot al decimo round, dopo avere inflitto tre atterramenti al rivale che subito dopo il match annuncia per la terza volta il ritiro.

Kimkhi, 11 settembre 2020
Williams combatte altri cinque volte, l’ultimo nove giorni fa. Perde contro Sergey Kharitonov.
Il russo viene dalla kickboxing, ha 40 anni ed è al debutto nel pugilato. Entra nell’arena e si avvia verso il ring assieme a un orso (vero?), accompagnato dalla musica heavy metal di un gruppo che suona dal vivo, spalleggiato da colossi che indossano i panni delle guardie della Regina, seguito da un gruppo di ballerine di poco vestite. Danny perde per kot 2, anche il suo avversario chiede all’arbitro di intervenire davanti a quell’impari sfida.
Williams
annuncia l’ennesimo ritiro.
Sembra che il 3 ottobre lo rivedremo in Belgio, contro Joel Djeko.
La speranza è che non accada. Guardate il secondo video di questa storia, capirete perché il britannico non deve più salire su un ring. Avrebbe dovuto farlo molto tempo fa.

Un suo amico, la notizia è stata pubblicata la prima volta da worldboxingnews.com, ha aperto una sottoscrizione attraverso il sito gofundme.com. L’obiettivo è raccogliere 100.000 sterline, tanti quanti gliene servirebbero per ritirarsi definitivamente, creare un’attività lavorativa, dare sostentamento alle due figlie e pagare i loro studi.
In una settimana ne sono state raccolte 710.
Il promoter Lou Di Bella ha versato 350 dollari.
Credo sarà difficile andare a meta.

Danny Williams ha 47 anni, combatte da venticinque e ha disputato 83 match: 54 li ha vinti (41 per ko), 29 li ha persi (16 per ko). Quello contro Lee McAllister, che sembra avesse in palio la cintura Wbu, non è stato inserito nel record di boxrec.com.

Sedici anni dopo la notte della gloria, l’uomo di Brixton cerca un po’ di serenità.
Credo faticherà a trovarla.
Non so cosa facciano in questi giorni Amyas e Cedric. Ho dato un’occhiata a gofundme.com, non ho trovato alcun versamento, neppure un dollaro per il loro vecchio idolo di una notte.

 

 

 

 

L’assicuratore Kingsley Ibeh, ex giocatore di Football, sfiderà Vianello il 3 ottobre

Il primo appuntamento era stato casuale, nato a sole 48 ore dal match.
Era saltato l’avversario di Guido Vianello (7-0, 7 ko).
Danny Roosvelt Kelly jr, 9 anni e un record di 10-3-1, 9 ko aveva improvvisamente comunicato la propria indisponibilità alla Top Rank.
Frenetiche erano state le ricerche per trovare un sostituto. Alla fine ce l’avevano fatta.
Il 21 luglio a Las Vegas, il pugile romano avrebbe affrontato Kingsley Ibeh: un nigeriano che qualche tempo fa si è trasferito in Arizona, alla periferia di Phoenix.
Al momento di sostenere il test,  Kingsley “Leone Nero” Ibeh, asintomatico, era risultato positivo al tampone del COVID-19. Era stato ovviamente fermato e obbligato a osservare la quarantena.
A quel punto anche quelli della Top Rank si erano arresi.
Il match era previsto sulla distanza delle quattro riprese, in apertura di programma.
A due mesi e mezzo di distanza Bob Arum ripropone la sfida.
Il 3 ottobre all’MGM di Las Vegas (lo ha scritto Dan Rafael sul suo account Facebook citando “fonti a conoscenza dei piani”) l’imbattuto peso massimo italiano salirà dunque sul ring contro   Kingsley Ibeh, un tizio che nel 2015 giocava a football americano, come defensive lineman, per l’Università di Washbum.
Nel 2017 se ne è andato in Canada con gli Stampeders.
Poi è tornato negli States e ha cominciato a lavorare come assicuratore.
Una mattina lo ha chiamato un signore interessato a stilare un contratto. Era il titolare di una palestra di pugilato, vicino casa di Kingsley Ibey. L’assicuratore si è subito appassionato a questo sport e ha cominciato a praticarlo. Era il 2018.
Nell’agosto del 2019 ha esordito da professionista, praticamente senza alcuna esperienza da dilettante.


È passato poco più di un anno e lui ha messo assieme un record di 5-1-0 (4 ko). Prima della pandemia combatteva ogni due mesi.
Il blocco di ogni attività causato dal Covid-19 l’aveva bloccato, alla ripresa ha ricominciato in gran fretta.
Il 25 giugno ha sconfitto per ko 4 Waldo Cortes Acosta (il video mostra il curioso ko).
Il 2 luglio ha battuto per MD (58-56, 57-57, 58-56) Patrick Mailata.
Una pausa obbligatoria dopo la positività e adesso riprende.
Il 3 ottobre affronterà Guido Vianello.


Il mancino nigeriano (cambia spesso guardia) ha 26 anni, è alto 1.93 ed è decisamente pesante: nei sei match sinora disputati ha oscillato tra 120 e 130 chili.
L’unica sconfitta l’ha subita il 26 dicembre scorso contro Waldo Cortes Acosta, a Phoenix, per split decision (39-36, 37-38, 36-39).
Tre delle sue quattro vittorie prima del limite, sono arrivate per ko 1.
Una curiosità. il sito specializzato boxrec.com indica Kingsley Ibeh sul ring anche il 28 dicembre, a Phoenix (Arizona), contro Dante Stone (5-1-0).
Il clou della serata del 3 ottobre sarà un match molto interessante al limite dei superleggeri, tra il messicano Jose Zepeda (32-2-0, 25 ko) e il russo Ivan Baranchyk (20-1-0, 13 ko). Il vincitore diventerà lo sfidante numero 1 di Jose Ramirez (26-0, 17 ko) campione per Wbc e Wbo. Anche questo match ha subito un rinvio. Avrebbe dovuto svolgersi il 7 luglio, ma un infortunio a Baranchyk ha costretto la Top Rank a posticiparlo.

 

È morto Alan Minter, un suo colpo mise ko e portò alla morte Jacopucci

Dopo una lunga battaglia con il cancro, è morto Alan Minter. Il 17 agosto scorso aveva compiuto 69 anni. Era stato campione europeo e mondiale dei pesi medi.

Di Alan Minter ho ricordi offuscati dal tempo e dai comportamenti.
Dopo la notte di Bellaria, era il 19 luglio del ’78, avevo sempre provato un senso di istintiva antipatia per l’inglese dagli occhi di ghiaccio. Mi era sembrato lontano dalla sofferenza della famiglia Jacopucci, che in quella sfida europea aveva lasciato la vita. Pensavo così perché non conoscevo a fondo il pugile di Crawnley. Quell’incubo in realtà non l’aveva mai abbandonato, la tragedia lo aveva seguito passo dopo passo lungo il cammino della sua esistenza. L’angoscia si era ripresentata, spietata, alla vigilia della sfida mondiale contro Marvin Hagler.
A sconvolgerlo di nuovo era stato il dramma di Johnny Owen, il peso gallo inglese ancora in coma dopo l’agghiacciante ko subito contro Guadalupe Pintor nel combattimento per il titolo. Alan Minter e Johnny Owen non erano legati da una forte amicizia, del resto Minter di amici ne aveva davvero pochi. Ma quel ragazzo faceva il suo stesso mestiere. E adesso rischiava di morire proprio per un “incidente sul lavoro”.
La gente amava Minter come aveva amato pochi altri campioni prima di lui. E Alan si sentiva in dovere di ripagare tutto quell’amore.
Alla fine a tradirlo era stata la sua ferocia, gli si era rivolta contro. Negli occhi del campione del mondo dei medi c’era brutalità pura, non stava fingendo. Si sentiva davvero il killer della boxe. Contro Jacopucci aveva mostrato la spietatezza di chi sa di essere il più forte. E aveva lasciato in lacrime chi ad Angelo voleva bene.
Marvin Hagler era di altra pasta. Ma a lui non importava.
Non gli avrebbe concesso neppure il tempo di organizzarsi. Voleva fare tutto in fretta, senza portarsi dietro neppure un ricordo di quella sfida. Non voleva complicarsi la vita perdendo tempo a pensare. Doveva solo agire. E doveva farlo in fretta. E con questo solo pensiero nella testa aveva lanciato l’attacco. Violento, spietato. Si era esposto ai colpi lucidi del rivale. La superiorità di Minter era durata appena un round. Ancora più velocemente era maturata la disfatta.
Un destro di Hagler gli aveva lacerato lo zigomo, un altro gli aveva devastato l’occhio sinistro. In tre round era già tutto finito. Alan aveva ancora dentro ferocia, rabbia, voglia di distruggere. Ma non aveva più i mezzi tecnici e fisici per portare avanti il piano. Aveva la faccia devastata, lo teneva in piedi solo l’orgoglio. La gente inferocita, aveva aumentato, secondo dopo secondo, la brutalità che stava lentamente portando tutti sull’orlo dell’abisso. Ogni colpo di Minter era accompagnato da un’ovazione, ogni attacco era seguito dagli applausi.
E adesso che neppure il mago delle ferite venuto dagli States riusciva a tamponare il sangue, ora che l’arbitro panamense Berrocal d’accordo con il medico diceva che poteva bastare, la gente travolta dall’ira lasciava da parte ogni briciolo di umanità e si trasformava in mandria impazzita, bestie che lanciavano sul ring ogni cosa avessero tra le mani. Bottiglie di birra ancora piene, armi pericolose. Per frenare la follia dei vandali, chi gestiva l’arena aveva anche provato ad abbassare le luci. Ma la penombra anziché placare, aveva dato maggiore forza ai delinquenti che nel buio si sentivano a loro agio. Erano dei vigliacchi che colpivano senza rischiare.
Il sangue che usciva dal lato sinistro del volto di Alan Minter, la furia di Marvin Hagler che sentiva il titolo mondiale vicino come non lo era mai stato. L’arbitro Carlos Berrocal che sanciva la fine, l’americano che si inginocchiava per ringraziare il cielo che l’aveva aiutato.
Ecco, quello era stato il momento in cui un’arena di pugilato si era trasformata in un inferno popolato da belve.
Violenza, delirio, follia. Bottiglie ancora piene di birra volavano sul ring, si schiantavano al suolo, una pioggia di vetri invadeva l’intera zona. I fratelli Petronelli alzavano e braccia sul corpo del loro pugile per proteggerlo.

Lo portavano via di corsa aiutati da alcuni poliziotti, armati solo del loro coraggio. Una folla ubriaca e senza il minimo freno rischiava di travolgere ogni cosa.
Una notte di terrore.
In platea c’era anche Vito Antuofermo, a lui erano legati gli altri due brutti ricordi che avevo di Alan Minter. Aveva sconfitto Vito a Las Vegas prima, a Wembley poi. E quando un italiano perde, non sono mai felice. Ma l’uomo dagli occhi di ghiaccio l’aveva battuto con merito. Come aveva fatto con Tonna, Finnegan, Seales.
Antuofermo era lì per la Rai, era stato centrato alla nuca da una bottiglia. Si era girato, aveva individuato lo skinhead che aveva lanciato la birra e lo aveva colpito con un destro devastante. Knock out, senza bisogno che un arbitro dovesse intervenire per certificarlo. Il pelato aveva sbagliato posto e obiettivo.
È stato un ottimo pugile Alan Minter. Determinato, preciso, spietato, addirittura feroce nella sua caccia al nemico. La notte di Bellaria mi è tornata subito alla mente quando ho letto della morte, a 69 anni da poco compiuti, del campione inglese. Mi sono immediatamente ricordato di quell’ultimo pugno, del suo esito devastante. Jacopucci si era lentamente afflosciato al tappeto, le gambe incrociate, il tronco e la testa all’indietro. Una maschera drammatica che aveva ammutolito seimila bocche nello stadio strapieno di Bellaria. Era il quadro della sofferenza, della disperazione, del dolore. Nella notte veniva ricoverato all’ospedale di Bologna, dopo essere passato per quello di Rimini. Entrava in coma e non ne usciva più.

Doug Bidwell era il suocero di Alan Minter. Ma era anche il suo allenatore. Minter non amava uscire dal suo clan. Non aveva tanti amici, era scarso di parole. La tragedia di Angelo pesava sulla sua anima, per questo non voleva mai parlarne.

Nel dodicesimo round un suo gancio sinistro aveva centrato Jacopucci che aveva vistosamente accusato. Ma anziché legare, cercare di fermare in qualsiasi modo quella furia, era rimasto al centro del ring a prendere altri colpi. L’inglese l’aveva portato all’angolo, per centrarlo ancora con un diretto destro e un gancio sinistro alla tempia. Quell’ultimo colpo era stato di una ferocia infinita, aveva distrutto in un solo momento speranze e progetti. Aveva reso impossibile ogni parola che fosse riferita al futuro.

Erano le 23:00 del 19 luglio 1978 quando il terribile gancio sinistro di Alan Minter si era abbattuto sul volto del pugile di Tarquinia. Il dottor Pimpinelli, il medico del titolo europeo, era saltato sul ring. Angelo era stato steso sul quadrato, gli era stata messa una borsa di ghiaccio sulla nuca. Dopo due minuti si era alzato e aveva risposto all’applauso della folla. Nello spogliatoio il medico aveva controllato polso, pressione, battito cardiaco. Tutto regolare. Il pugile aveva parlato a lungo coi giornalisti. Era lucido, tranquillo, sorridente. L’avevo incrociato di nuovo a Igea Marina, nel ristorante che ospitava il tradizionale “dopo match”.

“Stasera, forse per la prima volta, ho ricevuto solo complimenti. Mi avete detto tante belle parole, ma come pugile ho deluso. Ho perso per ko e in fondo nella boxe è questo che conta. Ma non voglio farne un dramma, in fondo posso sempre fare l’arredatore. Finalmente ho messo su quel negozio in cui credevo da anni e con l’aiuto di mia moglie e la felicità che può reglarmi mio figlio, posso andare avanti con fiducia”.

Era questo lo Jacopucci vero. Aveva smesso la maschera del moschettiere che attacca tutti con il fioretto della parola. Non cercava più un palcoscenico, sapeva che aveva già quello più bello. La sua vita in famiglia.

Quando eravamo rimasti soli, aveva chinato la testa, poi mi aveva detto a bassa voce: “Scusa Dario, ti lascio. Mi sento male, forse è stata l’acqua ghiacciata che ho bevuto dopo il match. Ci vediamo domani mattina alle 10, non più tardi. Devo partire, vado a San Marino”.

Si era allontanato, il capo avvolto in un’enorme asciugamano arancione. Era andato sulla spiaggia a cercare tranquillità, sentiva la testa pesante, non aveva voglia di parlare. “Non preoccuparti – mi aveva detto un amico comune – Anche dopo il match con Valsecchi ha avuto gli stessi disturbi. Il giorno dopo era in splendida forma”.

Erano da poco passate le 2:00 della notte quando ero entrato nel ristorante per prendere una sigaretta. Teo Betti, amico di cento trasferte e bravo giornalista del Messaggero, mi si era avvicinato.

“Dario, andiamo da Angelo. L’ho visto strano, c’è qualcosa che non mi convince”. Quando eravamo usciti, Jacopucci non c’era più e con lui era sparito anche il manager Rocco Agostino. Eravamo corsi all’albergo dove alloggiavano. Non erano neppure lì. Via, di corsa, verso il Pronto Soccorso. Di lì erano soltanto passati. L’avevano portato, in stato di incoscienza, all’Ospedale di Rimini dopo avergli praticato un’iniezione intramuscolare per la cefalea. Erano le 3:00 del mattino.

In macchina, a tutta velocità nella notte, verso Rimini. All’ingresso dell’Ospedale avevamo incrociato un’ambulanza che di gran corsa si dirigeva verso l’autostrada che portava a Bologna. La faccia piena di dolore di un amico di Angelo mi aveva fatto capire che le mie paure erano diventate realtà. Un medico aveva confermato quelle sensazioni. Le condizioni di Angelo erano molto gravi. Ancora in macchina, verso il Bellaria di Bologna. Una struttura specializzata in traumi alla testa.

Alle 4:30 l’ambulanza entrava in Ospedale. Angelo Jacopucci era in coma. Decidevano di operarlo. Fuori dalla sala la moglie Giovanna, il papà Luigi, il suocero Pietro, il manager Agostino e tre amici.

Alle 5:30 il professor Giancarlo Piazza, primo aiuto di Giulio Gaist, primario di Neurochirurgia II, cominciava l’intervento per rimuovere l’ematoma frontale parietale destro.

Alle 9 del mattino del 21 luglio 1978 Angelo Jacopucci era clinicamente morto, da quel momento veniva tenuto artificiosamente in vita. L’agenzia equivocava e annunciava il decesso del pugile. La televisione riprendeva la notizia senza controllarla e la mandava in onda nei telegiornali. I cronisti dei quotidiani, tutti assenti durante lo sviluppo notturno della tragedia, davano ampi resoconti di quella corsa dietro un’ambulanza che non avevano mai visto, riportavano interviste con medici che non avevano mai incontrato. E anche loro anticipavano la morte di 24 ore. Tutti, tranne Messaggero e Corriere dello Sport che accanto ad Angelo quella notte c’erano stati. Con il corpo e con l’anima.

Al mattino del 22 luglio 1978 il cuore di Jacopucci pulsava per l’ultima volta. Nel certificato si specificava che la morte era avvenuta “Alle 10 di oggi in seguito a un incidente sul lavoro”. Il professor Luigi Pacifico, primario del reparto rianimazione, aggiungeva: “Uno o più pugni hanno provocato un contraccolpo che ha leso l’arteria che ha poi prodotto l’ematoma. Credo si possa parlare di fatalità. È stato estremamente sfortunato”.

Alan Minter, bianco in volto e occhi di ghiaccio, sembrava sconvolto: “E’ terribile. Non ha importanza il titolo mondiale quando accadono cose come questa. Non so in quale modo quello che è accaduto si ripercuoterà sul mio futuro”. Era la fine di luglio del 1978. Tre mesi dopo difendeva la corona europea contro Gratien Tonna e lo metteva ko in meno di cinque round.

Alan era entrato in palestra quando aveva 12 anni. Era nato a Penge, nel Kent, ma dopo poco tempo la sua famiglia si era trasferita a Crawley nel Sussex. Il suo unico allenatore, da dilettante e da professionista, era stato Doug Bidwell, che successivamente sarebbe diventato anche suo suocero. Bronzo all’Olimpiade di Monaco 1972, dopo aver battuto Reggie Ford della Guayana, Valeri Tregubov dell’Unione Sovietica, Loucif Haman dell’Algeria, ed essere stato sconfitto in semifinale dal tedesco occidentale Dieter Kottysch che poi avrebbe vinto la medaglia d’oro. Passato professionista nell’ottobre di quello stesso anno. All’epoca dei fatti i tifosi chiamavano Minter “la tigre di Crawley”, qualcuno dotato di minor fantasia aveva invece scelto “Boom Boom”.

Dopo la notte di Bellaria si era ancora di più chiuso in sé stesso. A leggere bene la sua storia si capiva che raramente si era aperto al mondo. Avvolto nella tranquillità del suo clan, come se avesse paura di essere contaminato dalle emozioni che ogni comune mortale si portava dietro nella vita. E così le tragiche vicende di quel drammatico match italiano gli avevano fatto compagnia solo in privato, lì dove non c’erano altri a giudicare, a chiedere, a pretendere. Ma quell’incubo non l’aveva mai abbandonato.

E si era ripresentato, spietato, proprio alla vigilia della sfida contro Marvin Hagler.

 

 

 

 

 

 

. Aveva compiuto 69 anni il 17 agosto scorso. È stato campione europeo e mondiale dei pesi medi.

Di Alan Minter ho ricordi offuscati dal tempo e dai comportamenti.
Dopo la notte di Bellaria, era il 19 luglio del ’78, avevo sempre provato un senso di istintiva antipatia per l’inglese dagli occhi di ghiaccio. Mi era sembrato lontano dalla sofferenza della famiglia Jacopucci, che in quella sfida europea aveva lasciato la vita. Pensavo così perché non conoscevo a fondo il pugile di Crawnley. Quell’incubo in realtà non l’aveva mai abbandonato, la tragedia lo aveva seguito passo dopo passo lungo il cammino della sua esistenza. L’angoscia si era ripresentata, spietata, alla vigilia della sfida mondiale contro Marvin Hagler.
A sconvolgerlo di nuovo era stato il dramma di Johnny Owen, il peso gallo inglese ancora in coma dopo l’agghiacciante ko subito contro Guadalupe Pintor nel combattimento per il titolo. Alan Minter e Johnny Owen non erano legati da una forte amicizia, del resto Minter di amici ne aveva davvero pochi. Ma quel ragazzo faceva il suo stesso mestiere. E adesso rischiava di morire proprio per un “incidente sul lavoro”.
La gente amava Minter come aveva amato pochi altri campioni prima di lui. E Alan si sentiva in dovere di ripagare tutto quell’amore.
Alla fine a tradirlo era stata la sua ferocia, gli si era rivolta contro. Negli occhi del campione del mondo dei medi c’era brutalità pura, non stava fingendo. Si sentiva davvero il killer della boxe. Contro Jacopucci aveva mostrato la spietatezza di chi sa di essere il più forte. E aveva lasciato in lacrime chi ad Angelo voleva bene.
Marvin Hagler era di altra pasta. Ma a lui non importava.
Non gli avrebbe concesso neppure il tempo di organizzarsi. Voleva fare tutto in fretta, senza portarsi dietro neppure un ricordo di quella sfida. Non voleva complicarsi la vita perdendo tempo a pensare. Doveva solo agire. E doveva farlo in fretta. E con questo solo pensiero nella testa aveva lanciato l’attacco. Violento, spietato. Si era esposto ai colpi lucidi del rivale. La superiorità di Minter era durata appena un round. Ancora più velocemente era maturata la disfatta.

Un destro di Hagler gli aveva lacerato lo zigomo, un altro gli aveva devastato l’occhio sinistro. In tre round era già tutto finito. Alan aveva ancora dentro ferocia, rabbia, voglia di distruggere. Ma non aveva più i mezzi tecnici e fisici per portare avanti il piano. Aveva la faccia devastata, lo teneva in piedi solo l’orgoglio. La gente inferocita, aveva aumentato, secondo dopo secondo, la brutalità che stava lentamente portando tutti sull’orlo dell’abisso. Ogni colpo di Minter era accompagnato da un’ovazione, ogni attacco era seguito dagli applausi.
E adesso che neppure il mago delle ferite venuto dagli States riusciva a tamponare il sangue, ora che l’arbitro panamense Berrocal d’accordo con il medico diceva che poteva bastare, la gente travolta dall’ira lasciava da parte ogni briciolo di umanità e si trasformava in mandria impazzita, bestie che lanciavano sul ring ogni cosa avessero tra le mani. Bottiglie di birra ancora piene, armi pericolose. Per frenare la follia dei vandali, chi gestiva l’arena aveva anche provato ad abbassare le luci. Ma la penombra anziché placare, aveva dato maggiore forza ai delinquenti che nel buio si sentivano a loro agio. Erano dei vigliacchi che colpivano senza rischiare.

Il sangue che usciva dal lato sinistro del volto di Alan Minter, la furia di Marvin Hagler che sentiva il titolo mondiale vicino come non lo era mai stato. L’arbitro Carlos Berrocal che sanciva la fine, l’americano che si inginocchiava per ringraziare il cielo che l’aveva aiutato.
Ecco, quello era stato il momento in cui un’arena di pugilato si era trasformata in un inferno popolato da belve.
Violenza, delirio, follia. Bottiglie ancora piene di birra volavano sul ring, si schiantavano al suolo, una pioggia di vetri invadeva l’intera zona. I fratelli Petronelli alzavano e braccia sul corpo del loro pugile per proteggerlo.

Lo portavano via di corsa aiutati da alcuni poliziotti, armati solo del loro coraggio. Una folla ubriaca e senza il minimo freno rischiava di travolgere ogni cosa.
Una notte di terrore.

In platea c’era anche Vito Antuofermo, a lui erano legati gli altri due brutti ricordi che avevo di Alan Minter. Aveva sconfitto Vito a Las Vegas prima, a Wembley poi. E quando un italiano perde, non sono mai felice. Ma l’uomo dagli occhi di ghiaccio l’aveva battuto con merito. Come aveva fatto con Tonna, Finnegan, Seales.
Antuofermo era lì per la Rai, era stato centrato alla nuca da una bottiglia. Si era girato, aveva individuato lo skinhead che aveva lanciato la birra e lo aveva colpito con un destro devastante. Knock out, senza bisogno che un arbitro dovesse intervenire per certificarlo. Il pelato aveva sbagliato posto e obiettivo.
È stato un ottimo pugile Alan Minter. Determinato, preciso, spietato, addirittura feroce nella sua caccia al nemico. La notte di Bellaria mi è tornata subito alla mente quando ho letto della morte, a 69 anni da poco compiuti, del campione inglese. Mi sono immediatamente ricordato di quell’ultimo pugno, del suo esito devastante. Jacopucci si era lentamente afflosciato al tappeto, le gambe incrociate, il tronco e la testa all’indietro. Una maschera drammatica che aveva ammutolito seimila bocche nello stadio strapieno di Bellaria. Era il quadro della sofferenza, della disperazione, del dolore. Nella notte veniva ricoverato all’ospedale di Bologna, dopo essere passato per quello di Rimini. Entrava in coma e non ne usciva più.

Doug Bidwell era il suocero di Alan Minter. Ma era anche il suo allenatore. Minter non amava uscire dal suo clan. Non aveva tanti amici, era scarso di parole. La tragedia di Angelo pesava sulla sua anima, per questo non voleva mai parlarne.

Nel dodicesimo round un suo gancio sinistro aveva centrato Jacopucci che aveva vistosamente accusato. Ma anziché legare, cercare di fermare in qualsiasi modo quella furia, era rimasto al centro del ring a prendere altri colpi. L’inglese l’aveva portato all’angolo, per centrarlo ancora con un diretto destro e un gancio sinistro alla tempia. Quell’ultimo colpo era stato di una ferocia infinita, aveva distrutto in un solo momento speranze e progetti. Aveva reso impossibile ogni parola che fosse riferita al futuro.

Erano le 23:00 del 19 luglio 1978 quando il terribile gancio sinistro di Alan Minter si era abbattuto sul volto del pugile di Tarquinia. Il dottor Pimpinelli, il medico del titolo europeo, era saltato sul ring. Angelo era stato steso sul quadrato, gli era stata messa una borsa di ghiaccio sulla nuca. Dopo due minuti si era alzato e aveva risposto all’applauso della folla. Nello spogliatoio il medico aveva controllato polso, pressione, battito cardiaco. Tutto regolare. Il pugile aveva parlato a lungo coi giornalisti. Era lucido, tranquillo, sorridente. L’avevo incrociato di nuovo a Igea Marina, nel ristorante che ospitava il tradizionale “dopo match”.

“Stasera, forse per la prima volta, ho ricevuto solo complimenti. Mi avete detto tante belle parole, ma come pugile ho deluso. Ho perso per ko e in fondo nella boxe è questo che conta. Ma non voglio farne un dramma, in fondo posso sempre fare l’arredatore. Finalmente ho messo su quel negozio in cui credevo da anni e con l’aiuto di mia moglie e la felicità che può reglarmi mio figlio, posso andare avanti con fiducia”.

Era questo lo Jacopucci vero. Aveva smesso la maschera del moschettiere che attacca tutti con il fioretto della parola. Non cercava più un palcoscenico, sapeva che aveva già quello più bello. La sua vita in famiglia.

Quando eravamo rimasti soli, aveva chinato la testa, poi mi aveva detto a bassa voce: “Scusa Dario, ti lascio. Mi sento male, forse è stata l’acqua ghiacciata che ho bevuto dopo il match. Ci vediamo domani mattina alle 10, non più tardi. Devo partire, vado a San Marino”.

Si era allontanato, il capo avvolto in un’enorme asciugamano arancione. Era andato sulla spiaggia a cercare tranquillità, sentiva la testa pesante, non aveva voglia di parlare. “Non preoccuparti – mi aveva detto un amico comune – Anche dopo il match con Valsecchi ha avuto gli stessi disturbi. Il giorno dopo era in splendida forma”.

Erano da poco passate le 2:00 della notte quando ero entrato nel ristorante per prendere una sigaretta. Teo Betti, amico di cento trasferte e bravo giornalista del Messaggero, mi si era avvicinato.

“Dario, andiamo da Angelo. L’ho visto strano, c’è qualcosa che non mi convince”. Quando eravamo usciti, Jacopucci non c’era più e con lui era sparito anche il manager Rocco Agostino. Eravamo corsi all’albergo dove alloggiavano. Non erano neppure lì. Via, di corsa, verso il Pronto Soccorso. Di lì erano soltanto passati. L’avevano portato, in stato di incoscienza, all’Ospedale di Rimini dopo avergli praticato un’iniezione intramuscolare per la cefalea. Erano le 3:00 del mattino.

In macchina, a tutta velocità nella notte, verso Rimini. All’ingresso dell’Ospedale avevamo incrociato un’ambulanza che di gran corsa si dirigeva verso l’autostrada che portava a Bologna. La faccia piena di dolore di un amico di Angelo mi aveva fatto capire che le mie paure erano diventate realtà. Un medico aveva confermato quelle sensazioni. Le condizioni di Angelo erano molto gravi. Ancora in macchina, verso il Bellaria di Bologna. Una struttura specializzata in traumi alla testa.

Alle 4:30 l’ambulanza entrava in Ospedale. Angelo Jacopucci era in coma. Decidevano di operarlo. Fuori dalla sala la moglie Giovanna, il papà Luigi, il suocero Pietro, il manager Agostino e tre amici.

Alle 5:30 il professor Giancarlo Piazza, primo aiuto di Giulio Gaist, primario di Neurochirurgia II, cominciava l’intervento per rimuovere l’ematoma frontale parietale destro.

Alle 9 del mattino del 21 luglio 1978 Angelo Jacopucci era clinicamente morto, da quel momento veniva tenuto artificiosamente in vita. L’agenzia equivocava e annunciava il decesso del pugile. La televisione riprendeva la notizia senza controllarla e la mandava in onda nei telegiornali. I cronisti dei quotidiani, tutti assenti durante lo sviluppo notturno della tragedia, davano ampi resoconti di quella corsa dietro un’ambulanza che non avevano mai visto, riportavano interviste con medici che non avevano mai incontrato. E anche loro anticipavano la morte di 24 ore. Tutti, tranne Messaggero e Corriere dello Sport che accanto ad Angelo quella notte c’erano stati. Con il corpo e con l’anima.

Al mattino del 22 luglio 1978 il cuore di Jacopucci pulsava per l’ultima volta. Nel certificato si specificava che la morte era avvenuta “Alle 10 di oggi in seguito a un incidente sul lavoro”. Il professor Luigi Pacifico, primario del reparto rianimazione, aggiungeva: “Uno o più pugni hanno provocato un contraccolpo che ha leso l’arteria che ha poi prodotto l’ematoma. Credo si possa parlare di fatalità. È stato estremamente sfortunato”.

Alan Minter, bianco in volto e occhi di ghiaccio, sembrava sconvolto: “E’ terribile. Non ha importanza il titolo mondiale quando accadono cose come questa. Non so in quale modo quello che è accaduto si ripercuoterà sul mio futuro”. Era la fine di luglio del 1978. Tre mesi dopo difendeva la corona europea contro Gratien Tonna e lo metteva ko in meno di cinque round.

Alan era entrato in palestra quando aveva 12 anni. Era nato a Penge, nel Kent, ma dopo poco tempo la sua famiglia si era trasferita a Crawley nel Sussex. Il suo unico allenatore, da dilettante e da professionista, era stato Doug Bidwell, che successivamente sarebbe diventato anche suo suocero. Bronzo all’Olimpiade di Monaco 1972, dopo aver battuto Reggie Ford della Guayana, Valeri Tregubov dell’Unione Sovietica, Loucif Haman dell’Algeria, ed essere stato sconfitto in semifinale dal tedesco occidentale Dieter Kottysch che poi avrebbe vinto la medaglia d’oro. Passato professionista nell’ottobre di quello stesso anno. All’epoca dei fatti i tifosi chiamavano Minter “la tigre di Crawley”, qualcuno dotato di minor fantasia aveva invece scelto “Boom Boom”.

Dopo la notte di Bellaria si era ancora di più chiuso in sé stesso. A leggere bene la sua storia si capiva che raramente si era aperto al mondo. Avvolto nella tranquillità del suo clan, come se avesse paura di essere contaminato dalle emozioni che ogni comune mortale si portava dietro nella vita. E così le tragiche vicende di quel drammatico match italiano gli avevano fatto compagnia solo in privato, lì dove non c’erano altri a giudicare, a chiedere, a pretendere. Ma quell’incubo non l’aveva mai abbandonato.

E si era ripresentato, spietato, proprio alla vigilia della sfida contro Marvin Hagler.

 

 

 

 

 

 

Paura! Dirigente Top Rank crolla colpito da infarto, il pugile pompiere lo salva

All’improvviso, il panico.
Erano tutti lì, all’interno della Bolla. Lo spazio covid-free dell’MGM di Las Vegas che si preparava ad ospitare il titolo WBO dei superpiuma tra Jamel Herring e Johnathan Oquendo. I pugili impegnati nello show erano pronti a sostenere le visite mediche.
Un uomo è crollato a terra. Giù, steso sul pavimento. Aveva le pupille dilatate e il volto pallido, era immobile.

Pete Sunsens, co-coordinatore della riunione della Top Rank di Bob Arum, era appena stato colpito da un infarto.
Paura.
I pugili stavano per uscire dalla sala e recarsi alle operazioni di peso quando il dramma è esploso.
DeAndre Ware, uno di loro, ha mantenuto la calma. Lui alle situazioni di emergenza è abituato. Lavora come pompiere a Toledo, Ohio. In questo periodo in cui la pandemia ha pesantemente influenzato le nostre vite, lui ha avuto poco tempo per la sua. Le mezze giornate passate in famiglia, sono diventate al massimo un paio di ore. Quando poteva. Doveva occuparsi degli altri.
DeAndre Ware fa anche il pugile. Ha 32 anni e un record di 13-2-2, 8 ko.
È in cartellone questa sera, il suo incontro con Steven Nelson (16-0, 13 ko) sarà il sotto clou: titolo NABO dei supermedi in dieci round. Tornerà sul ring dopo un kot subito tredici mesi fa, la seconda sconfitta in carriera.

Ieri però il fighter dell’Ohio ha sicuramente vinto.
Si è chinato su Pete Sunsens per un intervento di pronto soccorso, come ha imparato a fare nel corso degli anni in cui ha lavorato da pompiere. Lo ha rianimato attraverso un massaggio cardiaco (una rianimazione cardio polmonare), gli ha consentito essere vigile e in grado di parlare quando è arrivata l’ambulanza e i paramedici lo hanno caricato su una barella per portarlo in ospedale.
DeAndre Ware gli ha salvato la vita.

Sedeva in platea. Lo strappano dalla sedia: Vai su e battiti per il titolo

Tim lascia il carrello elevatore nel parcheggio del grande magazzino dove lavora.
È il fine settimana di una calda estate.
Torna a casa, stappa una birra, si siede in poltrona e accende la Tv. Tra qualche minuto trasmetteranno la partita dei Green Bay. È solo uno di quei test in avvicinamento alla nuova stagione del football, ma i Packers sono la sua squadra da sempre. Quando giocano, non può perderli.

Squilla il telefono. Il giovanotto maledice il mondo. Devono chiamare proprio adesso che i Packers stanno per dare il calcio di inizio?
È il suo manager.

“Ehi Tim, che giorno è oggi?”
Non fare il cretino, voglio vedere la partita.
“Che giorno è oggi?”
Il 22 agosto. Contento?
“E cosa si festeggia in casa Tomashek il 22 agosto?”
Il mio compleanno, ne faccio 28. Vuoi farmi gli auguri? Grazie, ciao.
“Ehi, ho un regalo per te”.
Cosa?
“Te la senti di presentarti a Kansas City come sostituto per il mondiale contro Tommy Morrison?”
Quando c’è il match?
“Tra otto giorni, il 30”.
Non posso, devo andare alla festa di Playboy.
“Non fare il cretino. Ti danno 2500 dollari”.
Sono fuori dalla porta, sto arrivando.

Il 30 agosto del 1993 Tommy Morrison ha in calendario la difesa del titolo dei pesi massimi WBO, conquistato contro George Foreman. L’avversario designato è Mike Williams (20-3-0, 13 ko). Discreto pugile, che però l’ambiente considera poco affidabile.
Organizza la Top Rank di Bob Arum, il match sarà trasmesso dalla ESPN.

Il giovedì della conferenza stampa, Williams non si presenta.
Non si presenta neppure il venerdì e il sabato.
Arriva domenica, a 24 ore dal combattimento.
Lunedì una limousine dell’organizzazione va a prenderlo in albergo, deve recarsi alla Kemper Arena per sottoporsi a un esame antidoping prima dell’incontro.
Non se ne parla.
Mike Williams si chiude nella sua stanza e non risponde a nessuno.

Tim Tomashek si avvia verso lo stadio, ha messo in cassaforte i 2500 dollari e adesso è pronto a sedersi a bordo ring per godersi la serata.
Una mano batte sulla sua spalla. È Bruce Tampler, matchmaker che lavora con i più grandi del giro.
“Tocca a te”.
In che senso?
“Stasera combatti per il titolo mondiale dei pesi massimi. Sei pronto?”.
Certo.

Tim si è allenato per due giorni e quando sale sul ring si capisce subito che sarà una pagliacciata.
Capelli tra il biondo e il castano, 1.85 di altezza per meno di 93 chili di peso. Un massimo leggero con un po’ di ciccia di troppo. Non a caso lo chiamano pasticcino.

Duemilacinquecento dollari sono tanti.
“Lo sono soprattutto per me che mi sono battuto anche per una cassa di birra”.
Due anni fa ha perso ai punti contro Anaclet Wamba in Francia.
“Ma sono stato truffato. Sull’aereo il vino era gratis…”
Buon battutista, meno abile come pugile.

 

Il gong del primo round legittima lo scandalo.
Un atleta con due giorni di preparazione, senza un record che giustifichi l’occasione che gli viene offerta, fuori dal giro dei migliori, chiamato appena otto giorni prima, si batte per il titolo della WBO dei pesi massimi.
La commedia va avanti per tre round in cui Tim mette a segno qualche colpo decente e Tommy si muove con il freno a mano tirato.
Morrison colpisce soprattutto alla testa.
“È stato fortunato, se mi avesse colpito allo stomaco, gli avrei vomitato addosso”.
Nella quarta ripresa il pubblico comincia a protestare e Morrison accelera. Tim va giù quando mancano 24 secondi alla fine. Si rimette in piedi prima che l’arbitro Danny Campbell chiami l’out.

Nell’intervallo il medico va all’angolo di Tomashek e gli dice che è finita.
“Ma io sto bene”.
Credimi, è meglio così.
“Fatemi andare avanti”.
Finisce qui.
Il quarto d’ora di popolarità l’ha avuto, se lo è goduto.
Per la boxe, sono stati quindici minuti di vergogna.

Dopo quel match, Tim Tomashek è stato invitato al Late night with Dave Letterman, uno dei talk show più famosi d’America, in onda sulla NBC. Poi, è tornato sul ring. Ha vinto sedici match di fila, ha perso contro Bobby Czyz. Ha vinto altri due incontri e nel 1996 si è ritirato.
Ha lavorato negli ultimi vent’anni nel reparto spedizioni presso lo stabilimento Georgia-Pacific (ex Fort Howard Paper) a Green Bay.
“Tutto funziona al meglio. Sono molto contento del mio lavoro”.
Si tiene in forma giocando a squash, ma da ventiquattro anni non colpisce più un sacco, non mette più i guantoni da boxe.
“Ho perso interesse per tutto questo. Mi sento benissimo. È vero, mi sveglio con un sacco di bava sul cuscino, ma questo è tutto” ha detto al sito di onmilwaukee.com.
Vive a Green Bay, Wisconsin.

Tommy Morrison ha perso il titolo nel successivo match contro Michael Bentt, è stato sconfitto per kot a 1:33 del round iniziale, dopo essere stato messo per tre volte al tappeto.
Ha chiuso la carriera nel 2008 con un record di 48-3-1, 43 ko.
È morto il primo settembre del 2013 in un ospedale di Omaha, Nebraska.