Scandalo in Florida. Sul ring un peso massimo di oltre 171 chili (il video)…

Negli Stati Uniti tutto è concesso. Il ring è una sorta di zona franca dove la vita può essere messa in pericolo senza che nessuno, almeno apparentemente, si scandalizzi.
Un mese fa, in uno scandaloso match femminile di cui racconterò tra poche righe, era stata letteralmente messa a rischio la vita di una pugile. Adesso il problema si è riproposto.

In Florida il 33enne peso massimo Cassius Chaney (19-0, 13 ko) ha sconfitto per kot 4 Chauncy Welliver (57-13-5, 23 ko). Se la notizia si chiudesse qui, nulla da dire. Ma il problema invece esiste.

 

Chaney, 1.98 per 119,500, ha battuto Chauncy Welliver dieci centimetri più basso e capace di fermare la bilancia a 171,300! Sì, avete letto bene: 171 chili e 300 grammi. Le immagini, del resto, parlano chiaro.

Come se non bastasse, c’era anche l’aggravante della lunga inattività: lo sconfitto non saliva sul ring da ventidue mesi e negli ultimi otto incontri aveva perso sei volte. Infine, nel corso del match ha subito anche un infortunio al braccio destro.

Peso massimo sì, ma 171,300 chili mi sembrano decisamente troppi. Anche perché il 37enne non è che sia poi un gigante: 1.88 è un’altezza che pretenderebbe almeno una cura dimagrante da una sessantina di chili.

Boxe da Indio, California. Un mese fa.
Uno scandalo che poteva trasformarsi in tragedia.
Due donne sul ring.
Semiesa Estrada (foto sotto), 28 anni, un record di 18-0. Campionessa silver Wbc dei minimosca.
Il match era valido per il titolo, la sfidante avrebbe dovuto essere Jacky Calvo. Un infortunio al ginocchio le ha impedito di combattere. La fretta di trovare a tutti i costi una sostituita ha generato una decisione da condannare senza attenuanti.

Miranda Adkins (in alto), la nuova rivale designata, compirà 43 anni mercoledì prossimo. È pugile professionista dall’8 settembre 2018. Non solo ha scoperto la boxe a 41 anni, ma ha disputato quattro match contro altrettante debuttanti e il quinto lo ha sostenuto contro una che aveva già sconfitto e aveva un record di 0-2-0.
In altre parole, tanto per riassumere, cinque incontri contro rivali che non avevano mai vinto un combattimento.

8-9-2018 Tony Yong al debutto +kot3
13-10-2018 Alyson Tyron al debutto +kot1
11-1-2019 Tatiana Williams al debutto +kot1
20-4-2019 Shania Ward al debutto +kot2
26-10-2019 Shania Ward 0-2-0 +kot1

Due delle sue avversarie (Yong e Tyron) non hanno più combattuto. Le altre due (Williams e Ward) hanno attualmente ha un record di 0-3-0 (tre sconfitte per ko).

Alcune domande.
La prima. Che valore può avere un titolo se si permette a una quasi quarantatreenne, con un record simile, di battersi per la cintura?
La seconda. Salvare un match è più importante che mettere a rischio la salute di una persona?
La terza. Un errore così marchiano, e potenzialmente pericoloso, degli organizzatori sarà in qualche modo punito?
Data per scontata la risposta negativa al terzo quesito, dico che se i criteri sono quelli attuali qualsiasi titolo (escluso quello mondiale, assoluto e senza paroline magiche accanto tipo gold, ad interim, silver o altro) non ha alcun valore.
Il secondo interrogativo è inquietante. Non è certo la prima volta che vedo accoppiamenti che possono tramutarsi in tragedia. La boxe è uno sport che ha in sè rischi elevati, aggiungerne altri è decisamente da condannare.
Seniesa Estrada ha messo ko Miranda Adkins dopo cinque pugni e sette secondi. Chi si occupa di statistiche ha sottolineato che è il più veloce knock out nella storia del pugilato femminile. Un record di cui la boxe avrebbe fatto volentieri a meno.

La Adkins, spaurita e immobile durante la serie che ha chiuso l’incontro, è crollata al tappeto. Gambe leggermente divaricate, braccia allargate, occhi chiusi. Medici e paramedici sul ring. Poi, per fortuna, si è ripresa.
(l’articolo riguardante il match Estrada vs Adkins è stato pubblicato su questo stesso blog per la prima volta il 25 luglio scorso).

Una donna senza alcuna esperienza è stata mandata al massacro, un uomo sopra ogni immaginabile limite di peso è stato spedito sul ring senza porsi il minimo dubbio.
Gli Stati Uniti continuano nella serie negativa. Sinora è andata bene, non ci sono stati incidenti fatali. Ma proprio non si riesce a evitare che simili situazioni possano diventare parte di uno spettacolo indecoroso?

Mazzinghi e il barbone, lacrime a Milano. Ecco chi era Sandro…

 

Il 3 febbraio del 1967 Sandro Mazzinghi batte per kot 10 Jean Baptiste Rolland nell’europeo dei superwelter. Giorni prima, alla stazione di Milano, aveva fatto un incontro che non avrebbe mai dimenticato. Questo era Sandro Mazzinghi…

 

Uomini senza anima guardano di sfuggita un mucchio di panni sporchi ammassati sotto la pensilina, appena fuori la Stazione.
Guardano e sotto quei panni sporchi non vedono, non vogliono vedere, un corpo dolorante, un uomo sofferente con il viso nascosto da una lunga e incolta barba bianca.
Quell’uomo si scuote da un antico torpore e riprende lentamente un timido contatto con la vita.
La folla continua a passargli accanto veloce. Lo ignora, è un fantasma che fa paura.  È diventato invisibile. Lo evitano, gli girano attorno. Hanno tutti una grande fretta di scappare via. Lanciano uno sguardo veloce e continuano a camminare, non vogliono lasciarsi coinvolgere in qualcosa che potrebbe rovinare le loro giornate serene.
È piovuto per qualche giorno su Milano, ora finalmente il tempo è tornato sereno. La stazione ferroviaria è in piena attività, i treni scaricano passeggeri a ritmo forsennato. La città si prepara a un’altra calda estate.

Quell’uomo seduto sotto la pensilina è un barbone. Schiena sulla parete e gambe distese. Se ne sta lì ogni sera. Indossa sempre gli stessi vestiti. Un vecchio impermeabile, un tempo bianco, che non riesce a risparmiargli il freddo nelle notti di inverno e lo fa sudare nelle bollenti sere d’estate. Un maglione sdrucito e un paio di pantaloni di qualche taglia più grande di quanto sarebbe necessario.
Come per magia lo spazio attorno a lui si allarga, da qualche parte sotto quella pensilina sbuca un altro giovane. Gli va incontro a piccoli passi, lo raggiunge, lo saluta con affetto.
È vestito elegantemente, indossa una giacca blu e ha la cravatta che richiama quel colore. Ha un portamento sicuro e un fisico atletico. Capelli corti, biondi, ricci. Si chiama Alessandro Mazzinghi e fa il pugile, per vivere dà e prende cazzotti. È un mestiere che ha imparato così bene da essere diventato un campione. Ma è anche un uomo sensibile. E non solo perché è l’unico ad accorgersi di quella inquietante presenza che si muove tra altre ombre senza che nessuno lo veda.
La storia di Sandro e del barbone ha radici nel recente passato.
Si sono incontrati per la prima volta nel febbraio del ’67. Il campione era in città per difendere l’Europeo dei supewelter contro Jean-Baptiste Rolland.

A Mazzinghi è sempre piaciuto passeggiare nelle stazioni, dice che lì si incontra l’umanità intera. Si muoveva con lentezza anche quella volta e quando il barbone gli si era avvicinato lui non si era voltato come avevano fatto tutti gli altri. Gli era andato incontro, gli aveva stretto la mano, offerto una bistecca e pagato anche un bicchiere di vino. Aveva ascoltato la sua storia, una gioventù piena di sogni e di qualche incontro sui ring di periferia, una maturità segnata da un matrimonio fallito e dal lento declino.
Si erano salutati con una stretta di mano e la promessa di rivedersi a match concluso.
Era andata bene. Mazzinghi si era presentato all’appuntamento. Assieme a un fiasco di rosso, aveva il giornale che raccontava l’impresa contro il francese.
«Come ti chiami?»
«Non ho più un nome».
«Come posso chiamarti?»
«Sandro, come te».
Si era girato ed era tornato a sedere sotto la pensilina, assieme a quel popolo di invisibili che costituisce una presenza fissa in ogni stazione del mondo.

Il match era andato bene, come era andato bene sette mesi dopo quando il toscano era tornato per la sfida contro Wally Swift.
E adesso che è passato più di un anno, si può dire che siano diventati quasi amici. Si salutano, scambiano poche parole d’affetto.
Quell’uomo è intelligente e educato. Il pugile soffre nel vederlo buttare via così la sua vita.
«Ehi campione, perché ti fermi sempre a parlare con me?»
«Mi stai simpatico. E poi mi porti anche fortuna».
«È dura la boxe oggi? Quando salivo sul ring mi sentivo un re, ora ho con me solo qualche ricordo».
«È dura quasi quanto la tua vita. Ma perché non vuoi dirmi il tuo nome?»
«È qualcosa che appartiene al passato. Non mi va. Continua a chiamarmi Sandro, come te. Mi fa felice».
Sandro segue le imprese del Ciclone di Pontedera affidandosi alla gentilezza degli altri. Chiede a chiunque abbia la fortuna di possedere una radiolina a transistor di raccontargli i combattimenti dell’amico famoso. Qualcuno sbuffa, qualche altro lo manda a quel paese. Ma alla fine trova sempre uno che accetta di dividere con lui la radiocronaca del match.
Ogni volta che il toscano sale sul ring, Sandro piange. Gli cadono giù lacrimoni, proprio come accade ai bambini quando vogliono un regalo che sembra valga più della loro stessa vita.

Mazzinghi è di nuovo a Milano per uno dei match più importanti della carriera. Prima di andare in albergo è venuto nella stazione centrale a salutare l’amico.
Lui e Sandro hanno ancora qualcosa da dirsi.
«Campione, che piacere rivederti!»
«Come stai?»
«Bene, bene. Non devi preoccuparti per me».
«Hai bisogno di qualcosa?»
«Stai tranquillo, non mi serve niente».
«E allora io vado, ma prima voglio farti una promessa».
«Dimmi, sono curioso».
«Sandro, sto inseguendo un sogno. Voglio tornare campione del mondo. Se ci riuscirò, io e te festeggeremo assieme. Ti comprerò un paio di guantini d’oro e te li porterò qui, dopo il match».
«L’importante è che tu vinca. Sei forte, fallo anche per me. È la cosa più bella che potrebbe accadermi da quando non ho più né una casa, né una famiglia. Ti aspetto, non dimenticare di passare a salutarmi prima di partire».
«Ci sarò. E ti darò il mio regalo, perché io questo match lo vinco».
Un saluto, una pacca affettuosa sulla spalla, un sorriso e sono di nuovo lontani. La gente continua a camminare veloce, indaffarata, Sandro torna a essere un fantasma che nessuno vuole vedere.
Mazzinghi mantiene la promessa, il 26 maggio del 1968 batte, allo stadio San Siro di Milano, Ki-Soo Kim e torna re del mondo.
È tempo di brindare.
Il campione decide di fare festa con il suo amico speciale. Non riesce ad andare da lui la notte del match, ma la mattina dopo è in gioielleria. Compra un paio di guantini d’oro e corre verso la stazione ferroviaria.
È contento, ha già negli occhi quella che pensa sarà l’immagine di gioia dell’altro Sandro. Non per il regalo, ma per la felicità di dividere il successo con l’amico.

Sandro non è al solito posto.
Il campione lo cerca sotto la pensilina appena fuori la stazione, accanto ai binari, nel vecchio bar. Non lo trova. Si agita, corre da una parte all’altra. Chiede in giro se qualcuno l’abbia visto, ne fa una descrizione sommaria, ricorda a tutti quello sguardo pallido, la barba bianca, l’odore del vino. Finalmente trova una risposta.
«Stai cercando Giuanin?» gli chiede un barbone che indossa un vecchio giubbotto e attorno al collo ha una sciarpa sporca e sdrucita.
«Non lo so, non mi ha mai detto come si chiama».
«Sì, ne sono sicuro. Tu stai cercando Giuanin».
«Dove posso trovarlo?»
«Forse già da oggi al camposanto. L’hanno raccolto ieri. Era in terra, addormentato per sempre. Riposava sopra un giornale sportivo e nelle mani aveva la foto di un pugile, un campione, uno che ti somiglia».

Sandro non è più sotto la pensilina del binario in fondo alla stazione, è andato a riposare in un posto dove finalmente troverà la pace.
La morte si porta via pezzi di vita condivisi, strappa i ricordi e li trasforma in immagini che fanno male al cuore.
Il guerriero che non ha paura, l’uomo nato per combattere è triste sino in fondo all’anima.
Il volto di Mazzinghi si riga di lacrimoni.
Anche i pugili piangono.
E non si vergognano di farlo vedere.

(da “ANCHE I PUGILI PIANGONO, Sandro Mazzinghi un uomo senza paura, nato per combattere” di Dario Torromeo, vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport 2017, edizioni Absolutely Free)

 

La strana storia di Fury, Wilder, Whyte, Povetkin, Joshua e il WBC…

Il WBC si sveglia e annuncia: se Dillian Whyte batterà Alexander Povetkin (sabato 22 agosto, diretta Tv per l’Italia su DAZN, dal quartier generale di Matchroom a Brentwood), il vincente della terza sfida tra Tyson Fury e Deontay Wilder (19 dicembre, MGM Grand Las Vegas) dovrà obbligatoriamente sostenere la difesa ufficiale contro il britannico.

Lo ha detto Mauricio Sulaiman, il presidente.
Lo stesso che…

  1. ha permesso a Wilder di non affrontare lo sfidante ufficiale per oltre due anni
  2. ha tenuto Whyte campione ad interim per tre anni, ma poi, non appena il pugile ha vinto la causa in un Tribunale di New York, ha annunciato che si sarebbe sicuramente battuto per il titolo entro il 22 febbraio 2021
  3. a chi gli chiedeva perché il mondiale Fury vs Whyte non si potesse fare prima, ha risposto che il WBC riconosceva come valido l’accordo scritto e firmato del terzo match tra lo stesso Fury e Wilder
  4. ha detto di essere pronto a mettere in classifica Mike Tyson e (addirittura) a dargli il nulla osta se chiedesse di battersi per il titolo.

Se Whyte dovesse vincere…
E se a vincere fosse Povetkin, cosa accadrebbe? A quel punto lo sfidante ufficiale diventerebbe lui. Perché non viene neppure nominato nell’intera storia?

The WBC has confirmed that if WBC Interim World Champion Whyte is triumphant against Povetkin, the winner of the upcoming Fury v. Wilder III bout – which is scheduled for 19 December – must face Interim Champion Whyte. The contest will be the mandatory defense of the WBC World Heavyweight Title early next year.” (annuncio WBC)

Per carità, Whyte è il favorito (William Hill lo offre a 1.25, con il russo a 3.75), ma io non sarei del tutto convinto che il match sia così scontato.
L’obbligo del campione di difendere il titolo contro Dillian Whyte allontana ancora una volta la possibilità di vedere Tyson Fury o Deontay WIlder sul ring contro Anthony Joshua.

Il World Boxing Council ha le sue regole, le ha scritte su misura per fare esattamente quello che vuole. Le ricordo per l’ennesima volta.

3.5
Obblighi difesa obbligatoria
Tutti i campioni del WBC devono fare almeno una (1) difesa obbligatoria l’anno, salvo deroga concessa dal WBC a sua unica discrezione. Al campione può essere richiesto di effettuare più di una difesa obbligatoria l’anno, nel caso in cui il WBC abbia designato per qualsiasi motivo più di uno sfidante ufficiale. Nessun incontro potrà essere considerato una difesa obbligatoria a meno che non espressamente approvato come tale dal WBC e realizzato esclusivamente con lo sfidante designato dal WBC. Lo sfidante che vince il titolo eredita gli obblighi della difesa obbligatoria del campione che ha sconfitto, a meno che il WBC non decida diversamente.

3.6
Tempi e prolungamento dell’obbligo di una difesa ufficiale
.
I periodi di tempo per le difese ufficiali indicati in queste regole possono essere modificati dal WBC a sua unica discrezione nel caso di circostanze particolari.

Ogni volta che ho ricordato questi due articoli, ho sempre pensato fosse necessario aggiungerne un altro. L’ho creato io, l’ho fatto precedere da un aforisma di Alessandro Morandotti.

1.1
Se il mondo è pieno di prepotenti la colpa è di chi non lo è.

Chi è sfidante ufficiale può chiedere al WBC il rispetto della difesa obbligatoria, ma chi chiede al WBC il rispetto della difesa obbligatoria non è sfidante ufficiale (tradotto, il Wbc è libero di decidere come vuole, sempre e comunque, qualsiasi sia la situazione, chiunque siano i protagonisti, a prescindere dalle regole. Fatevene una ragione).

Sulla stessa linea si muove Eddie Hearn.
Dice.
“Tyson Fury o Deontay Wilder dovranno affrontare Dillian Whyte al massimo entro marzo 2021”.
E Anthony Joshua cosa farà?
“Salirà sul ring a dicembre contro Pulev, non potrà quindi ripresentarsi prima di luglio”.
Un attimo, anche Tyson Fury e Wilder combatteranno a dicembre…
L’articolo 1. Comma 1. del WBC vale anche per Hearns, basta cambiare il soggetto…

 

 

 

 

 

 

A 12 anni era già mamma, a 27 ha conquistato il pass per Tokyo 2020

Christine Ongare ha partorito un figlio quando aveva 12 anni.

È un’eccezione anche in un Paese come il Kenya che ha il 20% di ragazze madri tra i 15 e i 19 anni. Secondo un rapporto del 2019 pubblicato dal Daily Nation, sembra che siano 380.000 nell’intera nazione. Il picco lo toccano a Narok, nella Rift Valley: 40%.

Stupri, droga, matrimoni precoci e spinta del gruppo in cui si vive sono le cause principali di questa tragedia che genera madri bambine.

La povertà è alla radice di ogni catastrofe.

Il 2% della popolazione (dati gennaio 2019) ha un reddito annuo medio oltre 200.000 dollari, il 73% si muove su un salario annuo di 178.

Christine appartiene alla fascia più povera.

“Non ne sarei uscita senza l’aiuto di mia madre. Uomini in casa non c’erano. Lei si è presa cura di me e del mio bambino. Ha fatto debiti che non so quando e come riusciremo a pagare. Ho un solo modo per guadagnare onestamente denaro, per cercare di realizzare i miei sogni, per coprire gli interessi che il debito ha generato”.

Quel modo si chiama pugilato.

La mamma di Christine ha pagato i conti e la scuola. Lei ha studiato, poi ha tentato la strada dello sport. Ha giocato a calcio, ha provato con la ginnastica acrobatica. Ma da quando ha scoperto la boxe, ha dedicato a questa disciplina tutto il suo tempo.

Si è presentata ai Commonwealth Games a Gold Coast, Australia, nel 2018 con un record di 5-3-0. E ha vinto il bronzo nei pesi piuma. Prima di lei nessuna donna keniota era mai riuscita a conquistare una medaglia nel pugilato.

Ha insistito, ed è entrata in nazionale come titolare fissa. A febbraio, nelle qualificazioni africane di Dakar in Senegal, ha sconfitto l’ugandese Catherine Nanzizi e ha staccato il biglietto per Tokyo 2020. L’Olimpiade è stata rinviata di dodici mesi, ma Christine Ongare, che oggi ha 27 anni, non vede l’ora di salire sul ring e e combattere nei pesi mosca, quella che è diventata la sua categoria.

La drammatica storia è venuta fuori in una struggente intervista su Olympic Channel.

A guidare questa donna è la forza della disperazione, il coraggio di chi sa quanto possa essere realmente importante l’obiettivo.
A 12 anni era già mamma, a 27 può finalmente sognare.

 

Dalton Smith, un solo pugno e il ko è devastante. Paura per Bennett…

Un colpo, un diretto destro all’altezza dell’orecchio sinistro del rivale, ed era tutto finito.
Vedere un pugile vincere per knock out, grazie a un solo pugno, non è così frequente.
Dalton Smith sabato sera ha mostrato quanto possa essere devastante la sua potenza.
Ha messo via Nathan Bennett (9-2-0, 2 ko) nella riunione che Matchroom ha organizzato nel giardino di casa Hearns, lo ha fatto evidenziando indubbie qualità.
Ho avuto un po’ di paura quando ho visto Bennett steso al tappeto, quando medici e paramedici si sono affannati su di lui. Poi si è tirato su, e io ho tirato un sospiro di sollievo.

Dalton Smith è il protagonista di questa storia.
Ha 23 anni e un record di 6-0, con cinque successi prima del limite. Ha tecnica, buona difesa, sostanza nei colpi e una buona disciplina tattica. È presto per capire dove potrà arrivare, ma credo si possa dire che ha i mezzi per andare lontano.

Ottimo dilettante, frenato da numerosi infortuni alle mani. Due operazioni alla destra, uno al tendine della sinistra. Il bendaggio leggero e i guantoni che, a suo dire, non lo proteggevano abbastanza sono alle radici di questi problemi. Ha scelto il professionismo quando l’AIBA ha cambiato i limiti di peso delle categorie e i superleggeri sono stati portati da 64 a 63 chili. Non ce l’avrebbe fatta a non superare l’asticella pre una settimana intera.

È entrato in palestra a cinque anni, a undici ha sostenuto il primo match, a dodici la prima trasferta all’estero. Lo allena Grant, il papà. Lo stesso coach che ha portato Charlie Edwards al titolo WBC dei mosca.

I tifosi lo chiamano Thunder, tuono.
Dice di puntare al mondiale. Credo sia decisamente prematuro parlarne ora, ma sognare non costa niente…

 

Una storia così su Mike Tyson (forse) non l’avete mai letta…

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Questa è la storia di Mike Tyson.
Non c’è Cus D’Amato, non c’è Don King.
Ma c’è lui.
È la storia di Mike Tyson come (forse) non l’avete mai letta.

Erano i magici anni Ottanta.
La boxe viveva un’epoca di grande splendore.
Mike Tyson combatteva da peso massimo, aveva un fisico compatto.
Non altissimo, più vicino all’1.80 che all’1.90, attorno ai cento chili di peso.
Aveva vari soprannomi, qualcuno lo chiamava The Destroyer: il distruttore.
Saliva sul ring pieno di certezze e quando scendeva il risultato del suo match era sempre lo stesso.
Una sconfitta dietro l’altra.
Jerry Halstead, Lione Washington, Andre Smith, Kimmuel Odum, Dick Ryan e Lon Lienberger lo hanno messo knock out. Chuck Gardner e Bobby Hitz l’hanno battuto solo ai punti.
Aveva un record di cui vergognarsi: 0-8-0.
Eppure Mike Tyson continuava a girare per gli Stati Uniti raccontando di essere il migliore e ogni volta prometteva grandi cose.
“Stavolta sarà l’occasione buona?”
Ye-a-a-ah“.
Strascinava le parole e per ogni domanda sembrava avesse un’unica risposta.
Ye-a-a-ah“.
Era Mike Tyson.
Tutti però lo chiamavano OT, l’altro Tyson (other Tyson).
Aveva esordito nel 1986, l’anno in cui il ventenne Iron Mike conquistava il mondiale. Aveva smesso nel 1991, la stagione in cui il vero Tyson stava cercando di ricostruire a carriera di pugile dopo l’incredibile sconfitta contro James Buster Douglas.
L’altro Tyson (OT) è nato l’8 gennaio del 1951 a Oxford nel Mississippi, a 18 anni se ne è andato a Davenport nell’Iowa. Ha lavorato in una fabbrica che produceva ketchup e poi ha lavorato come autista di camion. Si è allenato prima con Bob Kramer, poi con Bill Bender a Los Angeles.
Gli unici match che OT ha vinto, sono stati quelli nei “toughman contest“. Uomini senza alcuna esperienza di boxe che si mettono i guantoni e salgono sul ring. Per due volte è stato finalista del torneo e ha portato a casa mille dollari.
La sua borsa media si aggiravava sui 1.200 dollari, mentre il Tyson vero intascava decine di milioni a ogni combattimento.
L’unico momento in cui le due vite hanno rischiato di incrociarsi è stato quando la polizia ha bussato alla porta di OT in un vecchio hotel della California e gli ha scaricato addosso una denuncia per avere picchiato un parcheggiatore. Lui ha impiegato qualche ora per chiarire l’equivoco e quelli sono andati a trovare Iron Mike.
Non ho mai avuto il manager giusto, quello che avrebbe saputo trovarmi l’opportunità per mettere in mosta il mio valore“.
E se ti avessero proposto un match con il campione che cosa avresti risposto?
Ye-a-a-ah“.
Pensavi di poterlo battere?
Ye-a-a-ah“.
Questa è la storia di OT, l’altro Tyson.
Se ti chiami così, hai deciso di fare il pugile e sei un peso massimo, per la miseria proprio nell’epoca del vero Mike Tyson dovevi capitare?
Ye-a-a-ah…

Il 12 settembre a Carson, in California, Iron Mike torna sul ring. Ha 54 anni e non combatte da 15. Non è una bella idea, anche OT obietterebbe.

Quarant’anni fa in casa Oliva. Lì, dove succedono cose ‘e pazze…

Quarant’anni fa Patrizio Oliva vinceva l’oro olimpico a Mosca e veniva premiato come migliore pugile dei Giochi. È con l’impresa del campione napoletano che apro il mio libro ERAVAMO L’AMERICA. Un viaggio all’indietro nel tempo, quando gli eroi della boxe nascevano nel nostro Paese…

 


Io sogno la mia pittura,
poi dipingo il mio sogno.
(Vincent Van Gogh)

 

Napoli, 1 agosto 1980

 Patrizio è magro, ossuto, con un’enorme massa di capelli ricci a riempire una testa sempre piena di pensieri.
Ha un’idea fissa, diventare campione.

Ogni mattina si mette davanti allo specchio della sua cameretta e porta in scena la stessa commedia. Ripete i movimenti che ha visto fare al fratello Mario e ai ragazzi della Fulgor nello scantinato/palestra di via Roma. Una, dieci, cento, mille volte. Non si stanca mai.

È poco più di un bambino e già sogna di vincere il titolo, ha anche scelto la categoria: campione del mondo dei superleggeri.

Il pugilato di Patrizio Oliva è da sempre un’arte per intenditori. Agli altri appare noioso. Forse perché non finisce i match sanguinante e senza fiato, non si immerge in feroci battaglie, ma inanella round che replicano lo stesso copione: lui colpisce, gli altri non riescono a colpirlo.

Il talento si vede subito.
Nereo Rocco lo esalta.
«Sei veramente forte, puoi considerarti il Rivera del pugilato».
Nino Benvenuti lo sceglie come suo erede.

Vince a sorpresa gli Europei junior. Così a sorpresa che la delegazione italiana non ha neppure portato l’inno. Gli Europei senior glieli scippano. L’oro va a Serik Konakbayev, ma il mondo intero sa chi ha vinto in quel tardo pomeriggio di metà maggio a Colonia. Lo sa anche Max Schmeling che si incammina lentamente verso il bordo ring, poggia le mani sul tappeto e urla la sua protesta. Lo sanno gli spettatori che fischiano per dieci minuti il verdetto. Quattro giudici su cinque danno la vittoria a Konakbayev.

Uno scandalo.
La sera, assieme ad altri italiani, ci riuniamo nel ristorante dove avremmo voluto festeggiare l’oro del ragazzo napoletano.
Solo verso la fine Patrizio ha un gesto di ribellione.
«Mi rifarò, lo batterò all’Olimpiade!».

Un’Olimpiade che lui rischia addirittura di non fare. Il dramma si verifica ai Giochi del Mediterraneo di Spalato ’79.
Oliva batte il marocchino Souhi nei quarti di finale. Una vittoria di routine, accompagnata da una strana atmosfera nel clan azzurro. Si respira un’aria di inquietante tensione. Nello spogliatoio lo trovo con la testa fra le mani e un’espressione di sconforto negli occhi.
«Dario, mi fa male l’orecchio, sento qualcosa di strano, come se qualcuno mi fischiasse dentro in continuazione».
È l’inizio di un’odissea che sembra non debba mai finire.
Una microlesione al timpano dell’orecchio sinistro mette a rischio la partecipazione ai Giochi di Mosca. Quaranta giorni di fermo imposti dalla struttura sanitaria della Fpi. Poi visite, controlli privati e federali.
Patrizio continua a crederci, a lottare.
Ai Giochi ci va, arriva in finale.

Per vincere l’oro deve superare proprio Serik Konakbayev, l’uomo che gli ha scippato l’europeo.
Anche il sovietico ha avuto problemi dopo quell’ingiusto verdetto. È incappato in una clamorosa sconfitta alle Spartachiadi, battuto nell’ultimo match, tra grandi polemiche, dall’armeno Akopkochjan. Si è ripreso in fretta. L’Unione Sovietica è arrivata seconda nella Coppa del Mondo vinta dagli Stati Uniti, ma Konakbayev ha sconfitto la grande speranza statunitense Lemuel Steeples. Un match durissimo, un verdetto giusto. A fine ’79 le classifiche mondiali vedono Oliva al primo posto, Konakbayev al secondo.

Di nuovo avversari, stavolta per giocarsi il titolo più importante. Si combatte a Mosca, in un’Olimpiade che ha subìto il pesante boicottaggio dell’Occidente sulla scia del ritiro degli Stati Uniti di Jimmy Carter, dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan.
Italia, Francia e Gran Bretagna sono tra le partecipanti. Ma niente militari, inno e bandiere. Tutti sotto l’egida dei cinque cerchi del CIO.

Quello della finale è un giorno di devastante tristezza. La bomba scoppiata nella sala d’aspetto di seconda classe della Stazione di Bologna ha lasciato corpi lacerati dalle macerie, cuori travolti da un’angoscia opprimente.
Scrive Sergio Neri sulle pagine del Corriere dello Sport-Stadio: “Naturale è la tentazione d’abbandonare ogni cosa nello sgomento di una così atroce giornata. Ma è nella luce di una vita che reclama, con uguale ‘violenza’ il suo diritto, proponendo una speranza, che continuiamo a costruire un giornale che non rinuncia ai suoi doveri anche se vive, con i suoi redattori, le avventure di un giorno di sport con l’animo straziato e il cuore che va via”.

Napoli, 2 agosto 1980

Eccomi qui, in casa Oliva. In via Stadera, al secondo piano di una palazzina che si incastra tra il mattatoio, il cimitero e il carcere di Poggioreale.
Mancano dieci minuti all’inizio del match.
Mi avvicina Rocco, il papà di Patrizio.
«Ci sono dodici bottiglie di champagne in frigorifero. Se vince, qui succedono cose ’e pazzi».
Sono successe.

Siamo in quaranta, pressati in una stanzetta di quattro metri per tre. Un angolo intero dedicato ai trofei di Patrizio, un altro al televisore. Si fatica a respirare. C’è un caldo opprimente, si suda anche a pensare.
Rocco è muto.
Mario inganna attesa e tensione commentando i match che portano alla grande sfida.
Mamma Catena si è chiusa in cucina, affaccendata nella preparazione di non si sa bene cosa.
Angela sfoglia nervosamente un librone con dei ritagli di giornale. È la fidanzata, trova la foto di Konakbayev e decide che è troppo brutto per vincere.

Tensione, tanta. Battute, poche.
L’arbitro caccia l’allenatore cubano.
«È sempre isso, chillo allucca troppo!».

Nell’aria c’è il timore che il furto di Colonia possa ripetersi. Prima della finale dei superleggeri, salgono sul ring il sovietico Demianenko e il cubano Herrera.
Si formano due schieramenti. Uno sostiene la tesi di Mario.
«Devono far vincere il russo, così si saziano, sennò so’ dolori ’e panza!».

L’altro sta con Sergio.
«E poi se gli piace ’o doce, come facimmo?».
Sergio, Tommaso, Giovanna e Maria aprono il coro. Un boato saluta il primo piano di Patrizio che riempie il televisore di casa.

Si comincia.
Urla, maledizioni, imprecazioni, incitamenti si accavallano e saturano l’aria. Un solo sorriso illumina la stanzetta. È quello di mamma Catena che continua a ripetere come un mantra la stessa frase.
«Quanto sei bravo, figlio mio».
Oliva vince d’autorità il primo round.

Nel secondo è Konakbayev a dettare ritmo e azione. La ripresa è sua.
Patrizio torna all’angolo, si siede. Franco Falcinelli, il ct della nazionale, gli grida in faccia qualcosa che riesce a scuoterlo.
«Fallo per Ciro!».
È il fratello morto prematuramente.
Come per incanto Patrizio ritrova energie che pensava di non avere più e decide che per tre minuti non sarà più l’attendista che tutti conoscono, non tirerà di fioretto. Fa una scelta che per lui rappresenta un’autentica rivoluzione. A volte bisogna rischiare, accettare il salto nel buio nella speranza di realizzare un sogno.

Si lancia in attacco, mulina le braccia, asfissia il sovietico con un’azione coraggiosa e pressante. Poi, aspetta il verdetto. E con lui aspetta tutta Napoli.
Mamma Catena crolla.
«Patrì, t’hanno derubato n’ata vota!».
Rocco è immobile, teso, fissa il video, si gira verso di me e pone una domanda senza pretendere risposta. Vuole solo riempire il tempo di parole, spera aiutino ad accorciare l’attesa.
«Come è andata?».
Sto zitto e lui continua a camminare.
Avanti e indietro, avanti e indietro.
Arriva finalmente il verdetto.

Lo speaker annuncia il risultato, l’arbitro tedesco Wolf va per alzare il braccio di Patrizio, ma il napoletano non c’è più. Si è genuflesso, bacia il tappeto, dedica la medaglia a Ciro. Ride, piange, salta, abbraccia il maestro Falcinelli.
Nella casa di via Stadera urlano tutti. Cose ’e pazze!
«Paatriìììì!».
Si affacciano al balcone e gridano la propria gioia.

Qualcuno porta lo champagne. Bagna vestiti, magliette, camicie, pantaloni. Neppure una goccia cade nei bicchieri. Per fortuna ci sono altre undici bottiglie in frigo…

Lo sguardo di mamma Catena è un miscuglio di antica malinconia e gioia straripante.
«Ha fatto tanti sacrifici poverino, se la meritava questa soddisfazione. Ho avuto paura che ripetessero lo scherzo di Colonia. Ma lui è un campione troppo grande per subire due furti!».

Casa Oliva è una bolgia. Dalla porta lasciata aperta entrano decine, a me sembrano centinaia, di persone. Abbracci, baci, mazzi di fiori per le signore. Tutti lì, a festeggiare la famiglia Oliva, quella che ha un figlio campione olimpionico.
Su via Stadera si ingrossa la colonna delle macchine in fila. La gente in strada è impazzita. Suonano i clacson, si affacciano ai finestrini delle auto e gridano.
«Pa-tri-zio! Pa-tri-zio! Pa-tri-zio!».
Il coro si fa sempre più forte.

Rocco e Catena rispondono a tutti, si affacciano al balcone, tornano dentro, non si rendono più conto di quante mani stiano stringendo, di quante guance stiano baciando.
Il suono ossessivo del telefono fa da sottofondo. Amici, conoscenti, parenti, notabili, pugili, giornalisti. Chiamano tutti.

Arriva una troupe televisiva.
La gente in strada strilla, reclama, vogliono mamma e papà in cortile. Catena e Rocco vengono trascinati ancora una volta sul balcone, salutano come una coppia reale, la folla li acclama.

Un lungo applauso, un altro coro di evviva. Poi le felicità si dividono. I genitori tornano nella casa dove hanno vissuto gioie, dolori, esaltazioni, paure e sofferenze. La folla si disperde per le vie della città dove sfoga l’amore per quel ragazzo che ha portato Napoli sul tetto del mondo.

La festa scoppia gioiosa e fragorosa. Sono tutti in strada a festeggiare. Tricolori e bandiere azzurre al vento. Qualcuno canta “Oliva, Oliva mio” sull’aria di ’O surdato ’nnamurato.
Poggioreale è in festa.
Il telefono continua a squillare, ma nessuno va a rispondere. Poi mamma Catena sbarra gli occhi, sorride, piange, grida.
«È Patrizio!».
Corre verso il telefono, alza la cornetta.
«È proprio lui!», annuncia al popolo gaudente.
Pianti, grida, la signora Catena riesce a capire ben poco di quello che il figlio le sta dicendo. Capisce però l’unica cosa che veramente le interessa.
Sta bene, domani sarà a casa.

Napoli, 3 agosto 1980

La sbornia è passata. La felicità ha contorni diversi. C’è spazio per i ricordi.
Dice mamma Catena.
«La boxe per Patrizio era quasi una malattia. Faceva il secondo anno dell’Istituto Tecnico e io lo tempestavo di raccomandazioni: “Patrì studia, lascia perdere la boxe. Quella non ti darà da mangiare”. Quando è morta mia madre, sono dovuta andare per otto giorni in Calabria. Patrizio ne ha approfittato per abbandonare la scuola. Al mio ritorno ha confessato: “Mammà, ho deciso. Sono fatto per la boxe”. Quell’anno ha disputato la finale del campionato novizi, e ha perso. Gli ho detto: Hai lasciato la scuola e non sei neppure un campione».
E lui, cosa le ha risposto?
«Per adesso».

Presto Catena si rende conto che il ragazzo campione lo è davvero.
«E allora è cominciata un’altra commedia. Lui si alzava alle 6 per fare il footing. Io, per fargli trovare tutto pronto, mi svegliavo alle 4. Insomma, ho fatto la vita da atleta anch’io».
Era forte, ma non a tutti piaceva. A Napoli c’era chi andava a vederlo sperando che perdesse.

In palestra l’ha portato Mario.
«All’inizio stavo attento a non fargli male, a farlo stancare senza colpirlo. Un giorno mi sono reso conto che le parti si erano invertite. A prenderle ero io. Abbiamo combattuto per cinque volte nelle stesse riunioni a Firenze, Milano, Bovino, Cecina e qui in via Stadera».

Signora Catena, suo figlio a chi dedicherà questa medaglia?
«Gli ho chiesto, in caso di vittoria, di dedicare il successo al fratello Ciro: un ragazzo sfortunato, è morto quando aveva appena quindici anni. Prima di ogni torneo importante, Patrizio trova conforto andando a visitare la tomba di Ciro. Una volta mi ha detto: “Attraverso la felicità che i miei successi sapranno regalarti, spero di farti dimenticare una minima parte del dolore che hai provato in quei momenti terribili”. È proprio per quel gran dolore che avevo insistito affinché lui non facesse la boxe. Ma lui mi ha risposto: “Mammà, contro il destino non si può nulla. Non sarà il pugilato a farti provare un altro dramma”. Ha avuto ragione, la boxe mi ha davvero dato un momento di felicità».

Il tavolo attorno al quale stiamo chiacchierando è sommerso dalle foto di Patrizio. Grandi, piccole, orizzontali, verticali. C’è spazio solo per lui.
Mi sbagliavo, la sbornia non è passata.

Napoli, 4 agosto 1980

La sede della Fulgor, dove Patrizio è entrato quando aveva dodici anni e pesava trentasei chili, è in uno scantinato sotto il livello della strada: al 419 di via Roma, altezza Santo Spirito, due passi da piazza Dante. Frequentatrice più assidua: l’umidità. Clienti abituali: sorece grandi come gatti, anche se il mio amico e collega Franco Esposito preferisce scrivere: “grandi come conigli”. E Ciccio ha sempre ragione. Gatti o conigli, resta il fatto che i sorece non hanno neppure voglia di allenarsi.

I reumatismi sono un regalo che la casa offre ai suoi frequentatori. Ogni due mesi quelli della Fulgor sono costretti a cambiare il tappeto del ring. Guantoni, sacchi, pere hanno vita breve.

Nella grotta adattata a palestra ci sono due stanze. Una per gli attrezzi, l’altra per saggiare l’abilità di tutti. Veterani e nuovi arrivati. Lì c’è il ring. I muri sono cadenti, lo stabile vecchio, «ma tutte le sere puoi star sicuro, ci troverai una quarantina di pugili in piena attività».
È qui che è nato pugilisticamente Patrizio. Allenandosi in una grotta è diventato campione olimpionico.

Fiumicino, 4 agosto 1980

Oliva scende dalla scaletta dell’aereo con l’enorme Coppa Val Barker tra le mani.
«A tutto pensavo, ma non a vincere questa cosa qui. Ma li hai letti i nomi che ci sono scritti sopra? Benvenuti, Clay e per ultimo quello di Howard Davis. È incredibile!».
Gli chiedo cosa abbia detto a Konakbayev a fine match.
«Gli ho fatto i complimenti, gli ho detto: Sei un campione, vincerai a Los Angeles».
E lui cosa ti ha risposto?
«No, basta, con la boxe ho chiuso. Si vede che gli ho fatto perdere il vizio…».
Lo dice senza alterigia, né presunzione, solo con un po’ di malizia.

Nel suo bagaglio c’è una chitarra, un colbacco, qualche altro souvenir moscovita e un ricordo che gli sta a cuore.
Nascosto in una valigia, l’unica con il lucchetto, è custodito uno dei due guantoni della finale. Sopra c’è la dedica del maestro Franco Falcinelli. L’altro guantone è nel borsone dell’allenatore.
Lì la dedica è a firma Patrizio Oliva, lo Sparviero di via Stadera, quello che ha vinto l’oro a Mosca 1980.