I Mondiali di Italia ’90 visti dalla parte degli USA Meola, Caligiuri, il calcio

 

San Francisco, febbraio 1990

Ci avviciniamo ai Mondiali. In Italia c’è da tempo una grande frenesia.
Da queste parti sembra tutto molto tranquillo.
Sono qui per raccontare cosa sia il calcio negli Stati Uniti, per scoprire chi siano i giocatori più importanti della squadra che si è qualificata per la fase finale.

Sono a Palo Alto, nella San Francisco Bay Area, per capire.
Il 24 febbraio USA e URSS si affronteranno per la prima volta a livello professionistico.

Tony Meola e Paul Caligiuri sono quelli che più mi interessano. Hanno origini italiane e interpretano ruoli chiave. Uno gioca in porta, l’altro è centrocampista.

Parlo con Meola, un omone simpatico, un vero italo-americano. Mi ricorda gli anni dell’infanzia a Belleville, nel New Jersey; l’adolescenza a Kearny. Mi racconta come l’amore per il calcio glielo abbia trasmesso papà Vincenzo, nativo di Torrella dei Lombardi, ex giocatore dell’Avellino in serie C prima di emigrare negli States nel 1965 assieme alla moglie, Maria. Mi dice come la mamma gli parli sempre dell’Irpinia, del vino, del verde.
“E il tuo papà, cosa ti racconta?”
“Ogni volta che vediamo un film di Clint Eastwood, mi dice che il regista di quei film è Sergio Leone, uno nato nel suo stesso paese. A Torrella dei Lombardi”.
È una mezza verità.
Sergio Leone è romano, irpino di Torrella dei Lombardi è invece suo padre Roberto Roberti. In arte Vincenzo Leone, un pioniere del cinema muto.

“Perché tuo padre ha insistito perché tu diventassi calciatore?”
“A me lo sport piaceva tutto. Al college giocavo a pallacanestro, a baseball. Ero in squadra. Ma lui insisteva. Negli anni Cinquanta/Sessanta era stato con l’Avellino in serie C. Mi parlava sempre di un suo compagno di squadra, Elio Grappone, un difensore. Mi diceva che non dovevo allontanarmi dalle mie origini. Tra la fine degli anni Settanta e quella degli anni Ottanta seguiva alla radio le cronache della squadra in Serie A. Non potevo deluderlo. Così sono diventato un portiere di calcio”.
Antonio Michael Meola, detto Tony, è un uomo di famiglia.
Il papà adesso ha un negozio di barbiere a Belleville, il nonno Vincenzo uno store di alimentari a Brooklyn. E lui gioca al calcio e sogna un giorno di poterlo fare da noi, in Italia.

Intervisto Paul Caligiuri, origini calabresi. È uno dei più popolari calciatori americani, il gol messo a segno contro Trinidad e Tobago è valsa la qualificazione ai Mondiali. I primi per gli Stati Uniti, dopo quarant’anni di assenza, i quarti della loro storia.
“Paul c’è qualche squadra che si sta interessando a te?”
“Sì, la nazionale statunitense. Presto firmerò l’accordo”.
Proprio così. A noi suona strano, ma la USSF (la Federcalcio USA) sottoscrive contratti di esclusiva con i calciatori. Proprio come le squadre di club.

C’è attesa per la partita. Si giocherà all’interno dell’Università di Stanford, in un impianto da quasi sessantamila posti. Il campo presenta qualche stranezza. La prima volta che ne calpesto l’erba, vedo un pericoloso tombino appena fuori dalla linea del fallo laterale.
Mi dirigo verso il custode.
“Scusi, perché quel tombino si trova lì?”
“Perché serve come scarico quando piove”.
“Non ne dubitavo. Ma non è pericoloso?”
“Perché?”
Mi arrendo e passo alla domanda successiva.
“Dove posso trovare la squadra di calcio americana?”
“Calcio?”
“Sì, quello sport che si gioca undici contro undici, i giocatori prendono a pedate un pallone cercando di mandarlo in rete”.
Mi guarda come se fossi pazzo.
“Calcio?”
“Certo, calcio” insisto, sono uno che non si arrende facilmente.
“Credo che siano quelli laggiù”.
Proprio come da noi, stessa asfissiante popolarità.
L’unica differenza è che da queste parti lo chiamano soccer, in Italia qualcuno ancora lo chiama football.

Alla fine l’Urss vince 3-1, ma non ci sono polemiche, né pagelle, niente voti e niente titoloni a nove colonne. Il clima è decisamente meno nevrotico che da noi.

Il viaggio alla scoperta del calcio americano si rivela divertente.
Arrivato a San Francisco, vado in un piccolo ristorante, un paio di chilometri fuori dal centro. Uno stretto corridoio con le pareti di mattonelle rosse. I tavoli in fila indiana sino a quando lo spazio non si allarga fino a poterne ospitare due sulla stessa linea.
Mi siedo e aspetto il cameriere.

“Eccomi, signore. Posso aiutarla?”
“Lei è Lothar Osiander?”
“Ci conosciamo?”
“Sono un giornalista italiano, sto facendo un’inchiesta sullo stato del calcio americano. Lei fino a poco tempo fa ha allenato la nazionale, giusto?”
“Esatto. Nell’88 l’ho portata all’Olimpiade di Seul. Poi ho cominciato il girone di qualificazione per i Mondiali di Italia ’90. Stavamo andando bene, quando mi hanno detto che il mio posto sarebbe stato preso da Bob Gansler. Nessun problema. Io un mestiere ce l’ho.”
Così va il calcio da queste parti.

Chiudo il primo giro di interviste alla Berkeley University, stavolta mi allontano mezz’ora dal centro. Attraverso in macchina l’Interstate 80, passo lungo il Bay Bridge, costeggio Treasure Island con l’isola di Alcatraz a nord ovest, poche miglia più in là.
Ho un appuntamento con l’allenatore della squadra di calcio universitaria.
“Quale è, oggi, lo stato del calcio negli Stati Uniti?” chiedo.
“Mi segua”.

Lo accontento. Mi porta in una stanza enorme, grande come un intero piano di un condominio di lusso.
“Questo è l’ufficio del coach della squadra di football”.
Proseguiamo la visita.
Un’altra stanza bella grande, diciamo un due camere e cucina in cui può stare comoda una famiglia di tre persone.
“Questo è l’ufficio del tecnico del basket”.
Facciamo pochi passi, usciamo all’aperto, attraversiamo tutto il campo da football, passiamo sotto le tribune e entriamo in uno sgabuzzino dove a fatica trovano posto una scrivania e un paio di sedie, il tetto a spiovente chiude il lato corto su una piccola finestra.
“E questo?” chiedo, ma credo già di intuire la risposta.
“Questo è il mio ufficio”.
Più chiaro di così…

 

Tyson Fury e Joshua d’accordo, il match nell’estate del 2021

Anthony Joshua e Tyson Fury si affronteranno nell’estate del 2021.
I due pesi massimi britannici si sono accordati per un doppio confronto. Nel primo le borse saranno divise in parti uguali (50/50), la cifra per ciascun pugile dovrebbe garantire un minimo di 30 milioni di dollari. Nel secondo confronto il 60% andrà al campione, il 40% allo sfidante.
I contratti non sono stati ancora firmati, ma l’accordo è stato annunciato direttamente da Tyson Fury (30-0-1. 21 ko) sul suo profilo Instagram, gypsyking101. E da Eddie Hearn in un’intervista a Sky Sports News.

Sembrerebbe dunque fatta per quello che Fury ha definito “il più grande match mai disputato da due pesi massimi britannici”. Ma restano in piedi alcune questioni.
Tyson Fury deve affrontare Deontay Wilder per la terza volta. In palio il titolo del WBC, match previsto per il 26 dicembre in Australia o Nuova Zelanda.
Ma lo stesso World Boxing Council deve prima risolvere la questione Dillian Whyte, campione ad interim e sfidante ufficiale di Tyson Fury.

Riporto un estretto della mia recente intervista a Mauro Betti, vice presidente del WBC.
Dillian Whyte sta procedendo legalmente per fare rispettare i suoi diritti.
Mauricio Sulaiman, il 21 maggio scorso, ha mandato una lettera ufficiale a Tyson Fury. Gli ha ricordato che, lo scorso 22 febbraio, ha sostenuto un match etichettato come campionato del mondo tra il detentore e lo sfidante ufficiale. Adesso Fury ha l’obbligo di difendere il titolo entro dodici mesi da quella data, contro il campione ad interim”.
Quindi Tyson Fury vs Dillian Whyte si dovrà realizzare entro il 22 febbraio 2021?
Esatto”.

Problemi simili per AJ.
Il britannico è detentore dei titoli WBA, IBF, WBO.
Due gli sfidanti ufficiali in attesa.

Olexsander Usyk per la World Boxing Organizzation.
Kubrat Pulev per l’International Boxing Association.
Joshua ha tempo per una sola opzione, prima di salire sul ring contro Tyson Fury.
La soluzione più probabile indica Pulev come scelta preferita.

A questo punto, non escluderei la possibilità da parte degli Enti mondiali di uniformarsi in una scelta anti sportiva, impopolare e decisamente criticabile. Quella di dare sempre maggiore peso al supercampione, dandogli così tempi più lunghi per rispettare le difese obbligatorie, consentendogli di scegliere quelle più remunerative.

Vianello vince kot1 contro Haynesworth (sul ring a 133,500)

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Guido Vianello (7-0, 7 ko) ha battuto Don Haynesworth (16-4-1, 14 ko) per kot dopo 2:16 del round iniziale sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas. Un destro portato dall’alto verso il basso, il primo colpo vero dell’incontro, ha chiuso la sfida.
Vianello è salito sul ring a 108,5000 kg, il suo avversario pesava 133,500.

Non c’è stato match. Tre, quattro sinistri appena accennati da parte dell’americano. Un primo destro a segno, poi il colpo decisivo per l’italiano.

“In palestra, provo a lavorare ogni giorno sulla mia mano destra, cerco la strada per fare meglio con il mio jab. L’Italia deve tornare a sorridere dopo il virus, adoro l’Italia, combatto per il mio Paese. Resterò negli Stati Uniti, cercherò di combattere più volte possibile durante questa estate. Forse tra luglio e agosto farò altri due combattimenti e poi tornerò a casa, dalla mia famiglia” ha detto Vianello alla ESPN.

Don Haynesworth è un americano di New Rochelle, nello Stato di New York, anche se nel suo profilo Facebook ci tiene a specificare che viene dal Bronx. Ha 37 anni, vive a Greensboro e fa il pugile professionista dal 2014. Negli ultimi cinque incontri era salito sul ring con un peso che oscillava tra i 123 e i 127 chili. Stavolta ha segnato il suo record personale. Non era mai stato così pesante, ripeto: 133,500!

Questi i risultati degli ultimi cinque match, prima di affrontare Vianello, in ordine cronologico.

Bryant Jennings (20-2-0) – kot 3
Willie Perymon (11-22-0) + ko4
Hassan Lee (5-6-0) + kot4
Zhilei Zhang (19-0) – kot3
Dell Long (6-4-2) + kot 3

Ha combattuto quasi sempre a Greensboro (14 match su 21), ma si è anche esibito in Cina contro Zhelei e al Madison Square Garden contro Bryant Jennings.

Big Don è stato anche in Canada. Ha firmato un contratto con Camille Estephan per due date con la qualifica di riserva. Cosa vuol dire? Significa che è stato ingaggiato per essere sul posto dell’incontro, pronto a sostituire il titolare nel caso di un forfait all’ultimo minuto. In entrambi i casi, a Montreal per Samuel Peter il 7 dicembre scorso e a Rimouski per Daniel Martz il 21 febbraio di quest’anno, i titolari si sono regolarmente presentati sul ring.
Ieri notte è toccato a lui. Dopo mesi da riserva, è tornato sul ring da titolare.
Come scritto dal quotidiano online boxeringweb.net, Haynesworth e Vianello si sarebbero dovuti affrontare lo scorso 30 marzo a Quebec City nel sottoclou del mondiale mediomassimi Beterbiev-Fanlong, in una riunione annullata per l’emergenza sanitaria.

 

Nati, è lui il campione che sussurra ai cavalli. E Zorro lo ringrazia…

“Ma tu sai fare?”
”Non ho mai provato”.
“E allora?”
“Vediamo”.

Valerio poggia il ginocchio in terra e si china sull’animale.
Zorro è un cavallo massiccio: 1.75 al garrese, attorno ai nove quintali di peso. Un incrocio ardito tra un quarter horse e una maremmana. Il padre è di un nero elegante, arriva dall’America.
È un incrocio tra mustang e purosangue inglesi, nell’Ottocento i quarter horse li usavano i cow boy per lavorare con il bestiame. È un cavallo mansueto, intelligente, predisposto all’ippoterapia.
Razza italiana, bianca e sfacciata, la madre. Ignorante, come si dice a Roma per le fettuccine quando sono alte, toste, genuine, bone insomma. Una grande lavoratrice che non ha paura di niente, neppure di affrontare buoi dalle corna lunghe un metro. Però scontrosa, difficile da domare.

Zorro, che da puledro era nero (da qui il nome) e con il tempo è diventato grigio, ha origini importanti, ma non altrettanta fortuna. La madre, subito dopo avergli dato la vita, involontariamente lo ha quasi ucciso. Rinculando nel piccolo box dove erano alloggiati, gli è franata addosso procurandogli la frattura dell’arto posteriore destro.
I proprietari si sono guardati tristi in faccia, intuendo subito quale sarebbe stata la fine di quella brutta storia.
“Il macello è l’unica soluzione. Terribile, ma non ne vediamo altre”.
Zorro era appena nato, il destino aveva già segnato in tempi brevi la data della morte.

I proprietari non avevano speranze.
Elena, la veterinaria che lo curava, aveva un’amica.
Da vent’anni Erika Ricci ha un maneggio appena fuori dell’abitato di Forlì, meno di due chilometri dal Duomo. Si chiama Il raggio di Sole, è una onlus. Lo gestisce assieme al marito Paolo.
Erika ama gli animali, organizza eventi per bambini normodotati e per disabili. Ginnastica acrobatica sui cavalli, due ragazzini alla volta. E poi una scuola di equitazione per imparare a ritrovare la fiducia, per tornare a sentirsi parte di questo mondo.

Elena le ha fatto una telefonata. Le ha raccontato la storia e poi ha chiuso con una proposta.
“Io lo curo gratuitamente e tu provi a recuperarlo, a farlo crescere. Che ne pensi, Erika?”.
“Tentiamo”.

Quando, a cinque mesi, la madre di Zorro ha smesso di allattarlo, il cavallo è stato portato al Centro di San Patrignano, dove all’epoca esisteva una clinica veterinaria specializzata in ortopedia. L’operazione è andata bene. Il cavallo ha ritrovato la sua andatura naturale. Con il passare del tempo però le forze sono venute meno. Ha cominciato a muoversi con sempre maggiore difficoltà fino a quando l’arto posteriore destro non è diventato molto gonfio e rigido.

Sei mesi di sofferenze, una vera tortura. Zorro non si fidava più degli uomini, associava quelle figure al dolore, a una sensazione di strazio infinito che non l’abbandonava mai. L’orizzonte era tornato a stringersi. Il macello sembrava essere la prossima inevitabile tappa. Non c’era più spazio per il recupero.

Erika decideva di giocarsi l’ultima carta.
“Valerio, ma tu sai fare?”
Lui tirava fuori il solito mezzo sorriso e sussurrava un sì tra l’ottimismo e una sfida appena annunciata.

Il primo passo è conquistare la fiducia di Zorro.
Perché il cavallo è un animale che ti fissa negli occhi, non abbassa mai lo sguardo. Meglio non sfidarlo. Vuole capire chi sei, cosa vuoi fare. E dopo sei mesi di delusioni, non è certo disposto a concedere credito a scatola chiusa.
Valerio poggia il ginocchio in terra, sussurra poche parole all’orecchio dell’animale. Le ripete ritmicamente, dando a ciascuna di loro un valore che va oltre il loro senso quotidiano. A contare sono la musicalità, il tono, non il significato.

Buono.
Stai buono.
Non ti faccio male.
Buono Zorro.

È una promessa sincera.
Non c’è magia, ma il cavallo sente che quel suono suggerisce fiducia. Gira la testa, a Valerio sembra che lo guardi negli occhi e in quello sguardo ci sia l’invito ad andare avanti.

Questa è una storia che parte da lontano.
Valerio era bambino, non aveva ancora sei anni. La mamma soffriva di continui dolori cervicali.
E così, come fanno tante mamme nel mondo, chiedeva aiuto al piccolino di casa.

“Valerio, me lo faresti un massaggino?”
“Sì, mamma”.
“Quelle tue manine sono magiche, mi fanno sparire il dolore. Dai vieni qui”.
“Sì, mamma”.
E il dolore spariva davvero.

Poi, un giorno, lui si era spaventato. Mentre giocava in cucina, aveva sentito un discorso tra le amiche della mamma. Qualcuna l’aveva chiamato stregone.
E quello, si sa, per i bambini è un personaggio cattivo, crudele, maldisposto verso chiunque.
Il massaggio alla mamma non l’aveva più fatto, senza neppure spiegare il perché.

A 12 anni aveva ritrovato il coraggio di riallacciare il discorso.
Il fratello più grande doveva operarsi ai piedi.
La mamma era tornata alla carica.

“Dai Valerio, fagli un massaggino. Chissà che…”
E lui si era lasciato convincere.
Il fratello era guarito, l’operazione era stata annullata.

Adesso, arricchito negli anni e nell’esperienza, è inginocchiato all’interno di un maneggio, alle prese con un animale da novecento chili.
Lo accarezza, lo tocca, lo massaggia.
Zorro sente dolore, batte gli zoccoli anteriori sulla terra. Ma non si innervosisce, capisce che qualcosa sta cambiando nella sua esistenza quotidiana. L’arto posteriore destro non lancia più lame acuminate verso il cervello. Le cose vanno leggermente meglio.

Per un mese Valerio torna a massaggiare e parlare con Zorro a intervalli regolari, tre, al massimo quattro giorni. Poi le visite si diradano e diventano una a settimana.
Dopo tre mesi un sospirone, a mezza via tra la gioia e il sollievo.
Zorro prima non poteva camminare, ora può lavorare, portare i bambini, assolvere ai suoi compiti, addirittura correre. I ragazzi fanno esercizi di volteggio sulla sua groppa. Lui non va di galoppo, non deve impegnarsi nell’agonismo, ma si gode ogni giornata senza essere costretto a rispettare l’appuntamento con la sofferenza.
È tornato a vivere.

Anche Rugiada deve ringraziare Valerio.
È una cavalla di sella italiana. Nasce durante un nevone di marzo, qualche anno fa.
Fiocchi grandi, neve fitta, freddo. Lei non riesce neppure a tirarsi su. Fragile nei primi giorni di vita, si porta dietro quella debolezza anche quando cresce.

Un giorno, durante un’esercitazione, cade. Il posteriore crolla letteralmente a terra, sembra staccarsi dal resto del corpo. L’anca destra cede e la cavalla va giù lentamente, come un pugile centrato da uno di quei colpi a effetto ritardato. Perde l’equilibrio e assieme a quello perde anche qualsiasi voglia di reagire. Starsene a terra a soffrire sembra la soluzione meno dolorosa.

C’è un filmato che testimonia la drammaticità di quel momento.
La lentezza della caduta accresce la tristezza dell’evento.
Valerio mette a posto anche lei.

Con l’aiuto di Erika, del figlio di lei Matteo e di un’amica: una donna forte e generosa, ricolloca l’anca nella sua posizione naturale.
Lo fa operando da dietro, sotto la potenziale minaccia di essere scalciato, centrato da uno zoccolo, colpito duro.
Lui dice che non si è trattato di coraggio o di incoscienza, semplicemente non avvertiva l’incombere di un pericolo. Rugiada era un’amica che lui stava aiutando, non lo avrebbe mai tradito.

Valerio Nati.
Si chiama così il campione che sussurra ai cavalli.

Ha vinto il titolo italiano, europeo e mondiale di pugilato. È una gloria sportiva di Forlì, ma anche del Paese intero. Un tecnico, dotato di pugno pesante. Ritmo e scelta di tempo ne facevano un cliente pericoloso per chiunque. L’11 aprile scorso ha compiuto 64 anni.

Non è certo un mago, non fa miracoli. Pratica lo shatsu, terapia che ha studiato a Milano con il dottor Hammer. Usa polpastrelli, gomiti, piedi, ginocchia, palmi delle mani. Crede fermamente in questo metodo di cura.
Zorro e Rugiada sono lì, pronti. Testimoni a favore.

Se chiedessimo loro cosa pensino di quest’uomo che li ha fatti tornare a correre quando erano destinati al macello, che li ha strappati al dolore e messi in condizione di regalare felicità ai bambini, i due, come dice il saggio maestro Meo Gordini, ci fisserebbero negli occhi lasciandoci un tatuaggio nel cuore. Gli animali non parlano. Ma spesso, con uno sguardo, ci raccontano storie meravigliose.

 

 

Stop a Mikaela Mayer stella della boxe Usa positiva al Covid-19

Il primo grande show della boxe mondiale, da quando è scoppiata la pandemia per il coronavirus, andrà in onda domani a Las Vegas. Shakur Stevenson vs Felix Caraballo sarà l’evento principale.
È invece saltato il match che avrebbe dovuto affiancare quell’incontro nel cartellone.
Mikaela Mayer è stata trovata positiva al test del Covid-19, è in quarantena a Las Vegas.
Il resto della squadra è risultato negativo al tampone.
Mikaela boxa nei superpiuma. Ha disputato l’Olimpiade 2016 a Rio per gli Stati Uniti, ha un contratto con la Top Rank di Bob Arum, è inbattuta dopo dodici match da professionista (12-0, 5 ko), è una delle rappresentanti di punta del pugilato femminile americano: numero 1 del Wbc, 2 per Wba e Ibf.
Avrebbe dovuto sostenere il combattimento più importante della carriera contro Hellen Joseph (17-4-2, 10 ko).

È stata una ragazza selvaggia e senza regole se non quella di divertirsi ad ogni costo. Diciamo una California Girl, tutta feste e balli con gli amici. È stata una che ha cambiato quattro scuole in tre anni. E non certo perché non le piacesse il programma di studi.
Ma è un ritratto d’epoca, vecchio di almeno undici anni. Ne aveva diciassette, era bella, abbronzata, con lunghi capelli biondi che scendevano a coprirle le spalle. La vita sembrava facile, voleva godersela sino in fondo.
Ha lavorato come modella. Aveva il fisico giusto e un volto d’angelo.
Poi un giorno, mentre passeggiava con papà Mark, genitore divorziato, ha incrociato sulla sua strada una palestra di Muay Thai e Kickboxing. È entrata, si è iscritta per una lezione e la sua vita è cambiata per sempre.

Una bella ragazza fa sempre colpo, se poi al fascino personale aggiunge quello della boxe il cocktail diventa esplosivo.
Le riviste di moda le hanno dedicato ampi servizi. Ha anche girato una serie di spot pubblicitari per Dr Pepper.

È alta 1.75. Tanto per una che deve restare nel limite dei superpiuma, cioè sotto i 59 kg.
Bronzo ai Mondiali 2012 nella categoria superiore, qualificazione olimpica mancata per un pelo. Sconfitta nella finale dei Trial e addio ai Giochi di Londra.

Mposa

La boxe l’ha tirata via da una vita con tanti punti interrogativi e nessuna certezza. Una borsa di studio alla Northern Michigan University le ha permesso di allenarsi con un maestro che conosce alla perfezione il pugilato. Al Mitchell è stato per tre volte all’interno del team Usa, nel 1996 lo ha addirittura guidato. Non voleva sentire nominare boxe e donne nella stessa frase. Papà Mark Mayer lo ha convinto che sarebbe stato un errore non starlo ad ascoltare.

E adesso Mikaela dice di essere pronta per diventare anche lei una Million Dollar Baby.
Era nella nazionale USA all’Olimpiade di Rio 2016, traguardo conquistato con una chiara vittoria nella finale delle qualificazioni, a Buenos Aires, contro la messicana Victoria Torres.
In Brasile ha vinto il primo match contro Jennifer Chieng, ha perso il secondo contro Anastasia Belyakova. E ha detto addio alla medaglia che l’aspettava in caso di successo.

È passata professionista. Ha firmato per la Top Rank di Bob Arum, il manager è George Ruiz, il maestro è sempre lui: Al Mitchell. È imbattuta dopo dodici incontri. Ha 29 anni ed è ferma dall’ottobre scorso, sta vivendo un brutto momento.
“Non vedevo l’ora di tornare sul ring. Sono delusa per me, per la mia squadra, i miei sostenitori e la mia avversaria. Helen Joseph ha lavorato duramente per essere qui, per prepararsi a uno spettacolo che in tanti aspettavano con interesse. Questi protocolli sanitari sono stati messi in atto per un motivo importante: preoccuparsi della salute di chiunque pratichi il nostro sport. Rispetto le regole stabilite dalla Nevada State Athletic Commission e dalla Top Rank, devo farlo perché sono state create per farci stare tutti al sicuro.”

In Australia affermano Tyson Fury vs Wilder 26 dicembre a Sydney

In Australia ne sono convinti, il terzo Tyson Fury vs Deontay Wilder si farà da quelle parti.
Il Bankwest Stadium di Sydney è la sede più probabile. Lo ha detto il promoter Dean Lonergan.
“Ho parlato con Bob Arum e siamo vicini a un accordo per il titolo WBC dei pesi massimi”.
Lonergan ha lavorato in passato con la Top Rank, che nel 2017 ha portato Manny Pacquiao vs Jeff Horn in Australia.

Il match si disputerebbe alle 13:30 del 26 dicembre 2020.
Le 23:30 del giorno di Natale per la costa Est (New York), le 20:30 per la costa del Pacifico (Los Angeles).

L’ultimo mondiale dei massimi disputato a Sydney è stato quello tra Jack Johnson e Tommy Nurns, anche allora nel giorno di Santo Stefano ma del 1908.

Le alternative restano Macao e Las Vegas.

Subisce un montante perde quattro denti, Sandro vince lo stesso

 

Uno dei colpi più duri in carriera l’ho subito da Gomeo Brennan.
Un montante destro al mento, mi ha fatto saltare
tutti e quattro gli incisivi inferiori”

(Sandro Mazzinghi, intervista del 30 maggio 2020)

 

Il suono è quello di quasi tutte le palestre. Una musica scandita da un ritmo che a volte mi fa venire in mente il rock, altre il tango, altre ancora il valzer. Solo che qui sono diversi i suonatori.
La palestra è all’angolo tra la Quinta e Washington Avenue, a South Miami Beach in Florida.

Il maestro di cerimonie è un omino, con un paio di grosse lenti su una montatura enorme poggiata su un naso importante, pochi capelli e uno sguardo da furbo.

Angelo Mirena è il suo nome, proprio come il papà che faceva il pastore a Roggiano Gravina in provincia di Cosenza e all’America, come dicono i migranti, asfalta le strade. Un calabrese, come la moglie Filomena Jannelli che lo aspetta in casa, cucina e bada ai figli. Parlano meglio il dialetto d’origine che l’inglese.
Angelo ha ereditato il nome d’arte dal fratello Joe, che quando saliva sul ring si faceva chiamare Johnny Dundee.

Angelo Dundee è nato a South Philadelphia, al numero 829 di Morris Street. Una zona piena di italiani. Sette figli, più due fratelli morti nell’epidemia di diarrea che nel 1917 ha fatto un’autentica strage in Pennsylvania.

Assieme a lui c’è Chris, il fratello. Hanno fondato questa posto, la “5th St. Gym”. Studiano pugilato da molti anni, l’università l’hanno fatta allo Stillman’s Gym di New York. Lì Angelo ha rubato i segreti a Ray Arcel, Charley Godman, Chickie Ferrara. Maestri di boxe con la cattedra da professori. Studiando e imparando anche lui è entrato nel giro che conta.

Il pavimento dalla palestra è stato calpestato da piedi nobili. Qui hanno sudato e sofferto Luis Manuel Rodriguez, Willie Pastrano e, soprattutto, Cassius Clay. Tra queste pareti ha lavorato Rocky Marciano.
E in qualche parte del tempio, in qualche tempo di questa vita, ha lavorato anche lui.
Gorman Donald Brennan, che tutti chiamano Gomeo.
È professionista da quando aveva 17 anni, nella prima stagione ha messo assieme diciotto match. È stato campione dei medi dell’Impero Britannico, ha combattuto dai welter ai mediomassimi.
Viene da Bimini, nelle Bahamas.
È in classifica, è un duro, ha un record di 70-16-6 con 34 ko all’attivo, ha affrontato gente tosta.

E adesso è sul ring del PalaEur di Roma.
È il 14 luglio del ’67.
Il destro alla mascella arriva improvviso. È uno di quei colpi che ti fa sentire le campane e scoprire un mondo fatto di fantastici colori.
Il dolore tormenta il corpo e il cervello di Sandro. Potrebbe finire qui. Istinto e natura lo spingono ad andare avanti, in fondo lo sanno tutti. È nato per combattere.
Sta per chiudersi la settima ripresa. Fino a questo momento il match è stato intenso e Mazzinghi è stato il migliore, ne sono tutti certi. Porterà a casa un’altra vittoria. Con fatica ma, lo farà.

Poi però,  finisce la benzina. Così prova a chiuderla lì, con una lunghissima serie al corpo. Ma l’altro sembra fatto di marmo. Se ne sta sempre dritto, col viso truce, quasi voglia sfidarlo.

Sandro pensa sia arrivato il momento di riprendere fiato, guadagnare tempo, recuperare energie.
La boxe di alto livello però non concede il lusso di una pausa. A scatenare il dramma basta un mezzo passo all’indietro per respirare, basta lasciare che per un secondo le braccia non proteggano il viso.

Mazzinghi però uno stop, minimo, deve comunque prenderselo. Le forze cominciano a scarseggiare.
Si rilassa. È in quel preciso istante parte il colpo di Brennan. La botta arriva improvvisa, devastante.

Sandro fatica a restare in piedi. Il sudore gli scende dalla fronte, entra negli occhi, appanna la vista.
Scopre un mondo di colori che non sapeva esistessero. Pensava di averli visti tutti, anche i più rari. Pervinca, bianco fantasma, eliotropo, ecru, rosso falun, solidago. Questi potrebbe anche conoscerli, ma si fa cogliere del tutto impreparato davanti ai colori della meraviglia. Sono quelli che appaiono all’improvviso per uno strano incrocio di coincidenze.

Mancano tre riprese alla fine.
Cosa accadrà?
Niente di nuovo, perché l’uomo di ferro non si fa certo intimidire da una mazzata tra i denti.

Recupera forze e sicurezza, va avanti. Lui è un uomo senza paura, nato per combattere.
Riesce ad aggiudicarsi il finale del match. Il verdetto giustamente lo premia.
Ai punti.
Il ko no, non arriva. Non ce la fa a mandare al tappeto Gomeo Brennan, non riesce a chiudere come avrebbe voluto.

E allora la notte, si rigira a lungo nel letto senza riuscire a dormire. La mascella gli fa male.
Niente sonno, tanti incubi.
Cento domande a cui dovrà rispondere una ad una, se vorrà finalmente addormentarsi.
Alla fine capisce l’errore e fa una promessa a sé stesso.

Non permetterò a nessuno di sorprendermi un’altra volta in calo di forze. Mi allenerò con una dedizione ancora maggiore“.

Chiunque raccogliesse questa confidenza, gli risponderebbe allo stesso modo.

Impossibile, allenarsi ancora di più proprio non si può.

Ma Sandro ha proprio lì il suo talento più grande, la capacità di soffrire. È nella natura della sua famiglia.

Noi Mazzinghi il pane ce lo sudiamo. È un pane inzuppato nel rischio”.

Morto Pete Rademacher il suo primo incontro era stato un mondiale

Pete Rademacher è morto a Cleveland all’età di 91 anni.
Aveva vinto l’oro nei pesi massimi all’Olimpiade di Melbourne 1956, battendo per ko 1 in finale il russo Lev Mukhin. Aveva vinto i primi due incontri per ko 2 contro Nemec e ko 3 contro Bekker.
Poi aveva realizzato un record che potrà essere uguagliato, ma mai battuto.
Il 22 agosto del 1957 disputava il mondiale dei massimi contro Floyd Patterson.
Era il suo primo incontro da professionista.

Al Sicks’ Stadium di Seattle c’erano 16.961 spettatori. Nessuno pensava potesse vincere.
Le scommesse erano state aperte con il campione a 1/10. Bisognava puntare 10 dollari per vincerne uno. Avevano chiuse per mancanza di scommettitori.

Cinque giorni prima dell’incontro Joe Louis aveva dichiarato: “È il match più vergognoso nella storia della boxe”. Niente televisione, nè radio.

Rademacher (72-7 da dilettante) contro Floyd Patterson (32-1-0 da professionista).

Nel secondo round il campione andava giù, il cronometrista scandiva il tempo, l’arbitro Tommy Loughran contava, ma in cuor suo pensava fosse più una scivolata che un knock down. In realtà erano stati due ganci destri dello sfidante a mandare al tappeto il campione.

Nella sesta ripresa, dopo sette atterramenti, Pete doveva arrendersi: knock out quando mancavano tre secondi alla fine del round.
Ha disputato il suo ultimo match il 3 aprile del 1962, battendo ai punti in 10 round Bobo Olson.
Ha affrontato Midelberger, Archie Moore, Doug Jones, George Chuvalo, Biran London e Zora Folley.

Rademacher (15-7-1, 8 ko, a fine carriera) è stato sposato per 57 con Margaret, venuta meno nel 2007. Lascia tre figlie: Susan, Allen e Margie.

Giappone, altri dubbi Giochi di Tokyo 2020 verso l’annullamento?

Semplificazione del programma.
Tradotto, riduzione degli eventi o dei partecipanti.
È l’ennesimo messaggio negativo che arriva dal Giappone, Tokyo 2020 è ancora a rischio.

L’ultima barriera da superare prima di lanciarsi verso la grande avventura, Covid-19 permettendo, era stata fissata dai politici asiatici per metà ottobre. In quei giorni si sarebbe fatta un’analisi della situazione, studiato lo stato della pandemia e deciso se annullare o confermare l’Olimpiade. Perché di ulteriore rinvio, non se ne parla da mesi. Lo hanno confermato il presidente del Giappone e quello del CIO.

Questa mattina è arrivata a sorpresa un’altra stoccata.
Toshiaki Endo è uno dei sei vice presidenti del Comitato Organizzatore dei Giochi, dopo essere stato in passato ministro per l’Olimpiade.
Il signor Enoko ha allungato i tempi di attesa per avere una scelta definitiva.
“Solo in primavera, a fine marzo, sapremo se Tokyo 2020 si svolgerà o meno. L’incertezza sul controllo della pandemia potrebbe avere un’influenza negativa sull’effettuazione dei Giochi”.

A dare maggiore solidità all’affermazione è arrivata l’opinione di Yoshitaka Yokokura, presidente dell’Associazione Medici giapponese.
“Credo che se non sarà prima trovato il vaccino, sarà molto difficile che l’Olimpiade abbia luogo”.

Ai problemi economici che crescono ogni giorno, e la pandemia non ha certo agevolato i finanziamenti per il rinvio, si assomma dunque l’estrema incertezza sullo sviluppo del virus dal prossimo autunno in poi.
Dopo avere pensato a un ridimensionamento, dopo avere quasi definito la sensibile riduzione delle cerimonie di apertura e chiusura, adesso sono tutti davanti al problema sanitario.
Controlli medici per tutti. Spettatori, atleti, ufficiali di gara, tecnici.
Riduzione del pubblico presente agli eventi, se non addirittura Giochi a porte chiuse.

L’Olimpiade è in programma dal 23 luglio all’8 agosto 2021, le Paralimpiadi dal 24 agosto al 5 settembre. Ma è di queste ore la notizia che il Giappone non intende cominciare il conteggio alla rovescia, quello che ogni sede olimpica fa a partire a un anno dei Giochi. Era prevista per il 24 luglio una cerimonia con il primo ministro Shinzo Abe e il presidente del CIO Thomas Bach, in quell’occasione sarebbe stata mostrata per la prima volta la medaglia che sarebbe stata assegnata ai primi tre di ogni competizione. Al momento è stato tutto rinviato a tempo indeterminato.
Il sospetto che l’Olimpiade di Tokyo 2020 possa essere definitivamente annullata cresce sempre di più.

Era il 3 giugno 2016 In memoria del pugile più popolare di sempre

Muhammad Ali è andato via per sempre il 3 giugno 2016,
in Italia erano le 6:25 della mattina del giorno dopo.
Questo è l’articolo che ho scritto per l’ultimo saluto.

 

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La botta in testa arriva nelle prime ore della mattina, ora italiana.

Quattro parole.
Muhammad Ali è morto.

Il Labbro è tornato a urlare, dopo troppi anni in cui altri l’avevano fatto per lui.

Muhammad Ali ha segnato le vite di molti di noi. Con una parola, un gesto, un pugno da maestro. E adesso se ne è andato per sempre.

Era entrato nelle nostre case in un’estate del ’60, si chiamava ancora Cassius Clay ed era un un giovanotto un po’ istrione e un po’ smargiasso. Aveva cominciato a ballare sul ring spiegando al mondo che anche il pugilato dei colossi poteva essere arte. Col tempo aveva perfezionato la formula magica. Tanto talento, un infinito carisma e una voglia profonda di mettersi sempre in gioco.

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«Float like a butterfly, sting like a bee!».
Tutta la notte, tutta la notte Drew “Bundini” Brown avrebbe ripetuto la stessa cantilena. Sonny Liston era all’altro angolo del ring, indossava un accappatoio bianco. Sembrava un orso polare pronto a sbranare la preda, tutto quel bianco faceva da contrasto con la pelle, nera come la pece. Anche Clay vestiva di bianco, dietro aveva una scritta rossa: “The Lip”, Il Labbro.
La grande avventura poteva cominciare.

Vola come una farfalla e pungi come un’ape!” gli urlava dall’angolo Bundini Brown, clown dalla faccia triste a mezza via tra il giullare e l’uomo della fiducia ritrovata. Il consigliere che per peccati personali un giorno l’avrebbe tradito.

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L’altro uomo del clan era Angelo. Non un angelo biondo, ma un italiano piccolo di statura, con lenti spesse e una montatura robusta. Angelo Mirena, in arte Dundee, veniva dalla Calabria e aveva la capacità di gestire al meglio uomini e atleti.

Muhammad Ali se ne è andato dopo aver passato una vita a squarciare l’ipocrisia che spesso governa il mondo dello sport. Da molti anni il Parkinson era diventato il padrone dell’uomo che aveva conquistato il mondo. Ma quell’uomo non si era mai arreso.

Non riusciva a mettere assieme neppure un sussurro. Affidava alle orecchie della moglie gli ultimi messaggi. Bloccato dalla malattia, non si lamentava, ma ripeteva le parole di Malcolm X.

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Cassius Clay era scomparso dopo l’oro olimpico e la conquista del mondiale contro Sonny Liston nel 1964.
Da quel momento era esistito solo Muhammad Ali.

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Era passato sopra la boxe come il vento del deserto e aveva spazzato via tutto.
Il pugilato di Ali sembrava potesse addirittura fare a meno della violenza. Vinceva per ko, ma lo faceva non apparendo mai brutale. Nei suoi colpi non erano previsto gesti tecnici involgariti dall’errore. Era stato questo modo di rappresentare lo sport a farlo amare da tutti. Nonne e nipoti, donne e uomini, giovani e anziani. Campione della gente, come si diceva una volta.

Aveva un modo di combattere leggero e concreto allo stesso tempo. Uno stile da poeta romantico che si muoveva in un universo di impurità. È stato il migliore in un’epoca pugilistica baciata dalla fortuna. Ha domato leoni del ring come Frazier, Foreman, Liston, Norton, Shavers, Bonavena, Bugner, Quarry, Williams. Ha combattuto sfide al limite della tragedia, con Foreman nella magica notte di Kinshasa, con Frazier nell’inferno di Manila. E ne è uscito vincitore.

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Non si è mai tirato indietro. Quando ha acceso il tripode olimpico ad Atlanta 1996 non ha avuto paura di mostrare al mondo intero come fosse ridotto quel corpo che un tempo era stato il tempio della salute e della forza. Vederlo tremare mentre tendeva la mano, ricordandone la leggerezza dei gesti sul tappeto del ring, è stato terribile e commovente allo stesso tempo. Ha raccontato con quel gesto una storia di coraggio e dignità.

Ali ha riempito ogni spazio con cui sia venuto a contatto. I grandi personaggi sono così. Entrano nelle nostre vite, diventano figure rassicuranti e non se ne vanno più via.

Lo confesso, Ali fa parte di me.

Anche se ho avuto la fortuna di parlare con lui due sole volte nella vita, non me lo toglierò mai dalla pelle.

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E come spesso accade quando si aprono le porte di un grande del passato, si cancellano i momenti bui, gli errori, i peccati e le miserie.

Ad esempio, l’incapacità di frenarsi nel momento in cui era lanciato verso una sfida importante. Gli era capitato nei match con Joe Frazier quando la parola era andata oltre il pensiero ed era scivolata nell’insulto.

Ma si era pentito. Tardi, ma si era pentito.

Era un uomo, non un dio. E come uomo ha pagato duramente il regalo che la natura gli aveva fatto. Un talento infinito unito, alla capacità di ipnotizzare le folle. Non era mai banale. Nè sul ring, nè come essere umano. La sua popolarità ha attraversato trasversalmente il mondo. L’hanno amato nei ghetti di New York e nelle Università della California, l’hanno adorato uomini che riuscivano a malapena a scrivere il proprio nome e grandi filosofi. Da ognuno di loro ha succhiato linfa vitale per quella boxe piena di magie.

È stato un gigante che mi ha fatto amare la boxe così tanto da non poterla mai lasciare. E non sono certo il solo.

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Ali è davvero entrato nelle case di tutti noi con la delicatezza di una farfalla. E con quell’esagerazione che ha scelto come prima forma di espressione ha subito provocato sconquassi emotivi. Ha fatto uscire il pugilato dal ghetto e l’ha portato in giro per il mondo mostrandolo con orgoglio, usando ogni mezzo per imporre la poesia di una disciplina che sa di potersi trasformare in tragedia. Ha sfidato il sistema, è addirittura diventato, per un piccolo spazio di tempo, padrone dello spettacolo. A volte ha vinto, altre è stato vittima di sé stesso.

Ma non si è mai tirato indietro.

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Ha peccato Ali, ma chi tra gli uomini non l’ha mai fatto?

Ho imparato ad amarlo quando era un ragazzo che correva verso la gloria olimpica, l’ho adorato quando stravolgeva la boxe dei giganti, sono stato idealmente al suo fianco quando ha osato sfidare il sistema sbattendo in faccia all’America le falsità e le crudeltà della guerra in Vietnam, mi ha fatto infuriare quando ha rinnegato il legame con Malcolm X o ha ceduto alle pressioni dei Musulmani Neri, sono rimasto affascinato dalla notte di Kinshasa contro George Foreman o dall’epico combattimento contro Joe Frazier a Manila.

Ali nello sport rappresenta la rivoluzione. Ha conquistato la nostra anima grazie a un carisma difficile da trovare in altri eroi dell’atletismo. Ci ha fatto capire che avremmo potuto anche detestare la boxe, ma non avremmo mai potuto non amare i suoi protagonisti.

Ha catturato la nostra attenzione. Prima con la parola, poi con i gesti.

FILE - In this Aug. 29, 1974, file photo, boxer Muhammad Ali makes a face during a press luncheon in New York, to promote the sale of tickets to Madison Square Garden where the battle against George Foreman in Zaire will be shown in October on closed circuit television. Ali turns 70 on Jan. 17, 2012. (AP Photo/Ron Frehm, File)

Comandava le sfide sul piano tattico e psicologico. Aveva pugno, ritmo, colpo d’occhio. Era tutto generato da una fantastica fluidità dei movimenti, da una rapidità di esecuzione difficilmente riscontrabile in giganti che superavano il quintale.

Aveva velocità, leggerezza, potenza. E noi continuavamo a chiederci come potessero coesistere in un solo uomo.

Dal punto di vista pugilistico, sopra Ali la boxe dei pesi massimi ha avuto avuto Joe Louis. Come spessore del personaggio, Ali non ha nessuno davanti nell’intera storia dello sport.

Ci ha conquistato danzando sul ring in quella categoria dove i movimenti erano spesso goffi o almeno macchinosi. Ha portato la psicologia nel mondo del pugilato e l’ha usata come un mago gestisce i suoi trucchi. Con destrezza e apparente facilità ha smontato le certezze di uomini che sembravano imbattibili. Ha riempito la loro testa di dubbi fino a scalfirne la forza.

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Era bello Ali, affascinante.

Lo piangono in Cina e in Giappone, in Italia e in Finlandia, in Australia e nelle Americhe. In Africa è come se fosse morto un re di quelli buoni, di quelli che hanno aiutato a capire. Quando è andato laggiù per affrontare il gigante cattivo, Big George Foreman, agli occhi degli uomini dello Zaire l’unico nero sul ring era lui.

Ci ha lasciati il pugile che ha messo d’accordo bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore la società abbia scelto per farci sentire diversi quando in fondo siamo tutti così uguali. Ali è riuscito a sconfiggere anche i pregiudizi, per questo è stato un campione universale. Applausi e lacrime per lui arrivano dai ghetti dell’Africa nera, dal Bronx, dai laureati di Harvard e dalle gang di Los Angeles, dalle sacche di disperazione dell’Asia, dai broker di Wall Street.

Rispecchiarmi in Muhammad Ali, in quel gigante così agile e potente, ha fatto sentire per un attimo bello anche me. Anche di questo gli sarò grato per sempre.