Il calcio può permettersi di non rispettare le regole. E gli altri sport? Fermi

Guardando le prime partite di calcio in tv, dopo lo stop per la pandemia, ho scoperto che i calciatori possono tranquillamente violare norme che gli altri sportivi e i normali cittadini sono obbligati a rispettare.

Possono:
scambiarsi le magliette sudate a fine partita;
bere in due o tre dalla stessa bottiglietta d’acqua;
sputare anche senza rispettare la distanza sociale;
abbracciarsi dopo un gol, fino a creare simpatiche ammucchiate.

L’inizio gara è l’unico momento in cui il protocollo COVID viene rispettato.
Entrano prima gli arbitri.
Poi la squadra ospite.
Poi la squadra di casa.
Per evitare contagi, per impedire contatti. Dicono.

Ma quando l’arbitro fischia l’inizio del gioco, come direbbe Il Gladiatore, si scatena l’inferno. Tutto è concesso, tutto è permesso. Esattamente come nei giorni in cui di questo maledetto coronavirus non conoscevamo l’esistenza.

Negli occhi resta solo la comica, volgare ipocrisia dei saluti con i gomiti.
Almeno questa potevano risparmiarcela.

Leggo sull’ANSA: “Niente ripresa del calcetto e altri sport da contatto a livello amatoriale o di società sportive dilettantistiche. È questo, secondo quanto si apprende, il parere espresso dal Comitato tecnico scientifico (Cts). Relativamente alla possibile ripresa degli sport di contatto il Cts conferma che, “in considerazione dell’attuale situazione epidemiologica nazionale, con il rischio di ripresa della trasmissione virale in cluster determinati da aggregazioni come negli sport da contatto, debbano essere rispettate le prescrizioni del distanziamento e della protezione individuale“.

Non sono un virologo, né tantomeno uno scienziato. Quelli del Comitato tecnico scientifico per me esprimono verità assolute. Non ho sufficienti nozioni specifiche per permettermi di contestarli.

Loro dicono che con il rischio di ripresa della trasmissione virale in cluster determinati da aggregazioni come negli sport da contatto, debbano essere rispettate le prescrizioni del distanziamento e della protezione individuale.
E io ci credo.
Poi però mi ricordo quello che ci hanno ripetuto fino allo sfinimento, e mi viene un dubbio.
Ci hanno raccontato che ogni decisione sarebbe stata presa avendo bene in mente una priorità: LA SALUTE.
Ma la salute degli atleti nel calcio non è salvaguardata.
Ci sono più occasioni di contagio nei 90 minuti di una partita che in settimane di vita sociale.

Non discuto la legittimità delle regole, dei divieti. Le accetto, perché ho un senso di educazione civica che non mi permetterebbe mai di alzare il coefficiente di rischio degli altri solo per una mia convinzione.

Mi chiedo però: perché i calciatori possono ammucchiarsi a ogni calcio d’angolo, rotolarsi in gruppi di quattro/cinque in terra dopo un gol, bere dalla stessa bottiglietta, sputare a ripetizione anche in vicinanza di altri giocatori, scambiarsi magliette sudate e gli altri sport non possono neppure riprendere la loro attività?

Non mi meraviglio.
La pandemia ha solo confermato quello che già sapevo. Il calcio e i suoi lavoratori non appartengono a questo mondo. Per gli altri ci sono rigide regole, per loro i suggerimenti sono scritti sull’acqua.

 

 

È una notte da campioni. Anthony Joshua travolge Wladimir Klitschko


Londra, 29 aprile 2017


Adesso sì.
In una notte magica i pesi massimi hanno ritrovato la dignità perduta.
Anthony Joshua ha vinto. L’ha fatto soffrendo, lottando, subendo. L’ha fatto soprattutto dando dimostrazione di potenza e personalità.

Wladimir Klitschko è stato un grande. Ci ha provato adottando una tattica dispendiosa, fatta di una concentrazione continua nel tentativo di non offrire spazi e occasioni al rivale. È entrato almeno due volte in quella che gli americani chiamano the zone, quell’arco temporale in cui ti sembra di possedere le chiavi dell’universo. Ha sentito di avere l’incontro in mano, per poi vederselo sfuggire quando mancava davvero poco al traguardo.

Il campione è colui che attacca, subisce, cade, ma sa rialzarsi e tornando a combattere porta a casa la vittoria. Hanno subito e si sono rialzati entrambi, dando vita a un fantastico campionato del mondo. Ma nello sport vince uno solo. E mi sento di dire che stavolta ha vinto il migliore.

Joshua ha perso solo in alcuni round la giusta chiave di lettura dell’incontro. Le undici riprese hanno confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il britannico riesce ad esprimersi al meglio nel momento stesso in cui decide di attaccare. Non mi sembra un grande incontrista. Deve andarsi a prendere gloria e risultato.

Stavolta l’ha fatto travolgendo come una furia Klitschko nel quinto round, uno dei più belli degli ultimi anni. Fantastico il modo in cui ha sconfitto l’ucraino. Un gancio sinistro ha acceso l’azione, la potenza della serie di colpi l’ha chiusa con l’atterramento del rivale. Primo knock down per Wladimir.

Poi però AJ ha pagato pegno alla sua inesperienza, è andato a cercare il knock out sprecando energie in quantità. Vuoto e in debito di ossigeno si è così esposto alla reazione di Klitschko. L’ucraino era in perfetta condizione fisica. Asciutto, scattante, veloce di braccia l’ex campione del mondo ha scosso l’avversario. Il jab sinistro è stato pesante, non è una novità. A stupire è stato però il diretto destro.

 

Match fantastico, quello che sinceramente non osavo sperare. Uno spettacolo di valore assoluto.

Il vecchio leone ha rimesso insieme le forze, ha recuperato concentrazione e ha deciso di riprendere subito la chiave del combattimento.

E così è arrivata la riscossa nel round successivo. Un diretto destro pazzesco, devastante. Una fucilata che ha spedito Joshua gambe all’aria, al tappeto. Sarebbe stato difficile rialzarsi per molti pugili, recuperare energie e concentrazione non era cosa semplice. Aveva pagato cara la poca mobilità sul tronco che gli aveva impedito di evitare il colpo, anche se in realtà mi ha dato l’idea di non averlo proprio visto partire. Ma il carattere ha consentito ad AJ di rialzarsi, riprendere fiato e ricominciare a combattere.

Match sul filo. Fino a due minuti dell’undicesimo round, a poco più di una ripresa dalla fine, avevo Wladimir avanti 96-94, due punti come uno dei tre giudici. Gli altri due avevano un doppio e assurdo 96-93 per il pugile di casa! Nessuno però avrebbe potuto dire come sarebbe finita. C’era nell’aria, ma soprattutto sul ring, un discreto equilibrio e una sensazione di cose sospese. Eravamo tutti in attesa del colpo risolutivo. E, lo confesso, io l’aspettavo da Klitschko.

È stato un attimo. Il volto di Joshua improvvisamente rinfrancato, la bocca aperta di Klitschko a testimonianza del fatto che fosse in affanno. Ho capito in quel momento che la nottata avrebbe potuto diventare davvero memorabile.

La scossa è arrivata improvvisa. È stato un colpo che ha suggellato una fantastica serata di boxe. Il montante destro di AJ è stato da applausi. È il pugno dei campioni, perché se lo tiri devi avere coraggio, perché sei perfettamente consapevole che ti stai esponendo in modo imbarazzante alla reazione del rivale. Joshua l’ha scagliato con abilità tecnica, ottima scelta di tempo e grande potenza. È stato a quel punto che le ambizioni dell’ucraino si sono sgonfiate definitivamente. Ha capito che a 41 anni aveva dato il massimo. Ma non era stato sufficiente.

Il britannico l’ha pressato, colpito ancora. Scatenato nell’azione d’attacco ha tirato giù le ultime resistenze di Klitschko, travolgendolo di colpi. L’ha mandato giù una seconda volta, poi l’ha nuovamente aggredito. Era finita. L’arbitro ha solo sottolineato con discreto tempismo che il passato non sempre ritorna.

Anthony Joshua è un degno campione del mondo dei pesi massimi. I novantamila di Wembley l’hanno urlato per tutta la notte. Il futuro è suo.

Devi andare a prenderti quello che vuoi. Se chiedi alla boxe di essere un campione è l’unica strada che devi seguire. Ringrazio Klitschko per avere onorato questa notte. Ringrazio Lennox Lewis che è stato la mia ispirazione. Ho grande rispetto per entrambi. A Tyson Fury dico: dove sei? Io sono qui, quando vuoi saliamo sul ring e onoriamo la boxe” ha detto AJ.

Ha vinto il migliore. Ma io vado avanti, spero di avere un’altra occasione” ha risposto WK.

Un match con pochi errori sul piano tecnico. Il diretto destro di Klitschko e il gancio sinistro, o soprattutto il montante destro di Joshua: che spettacolo!. È stata la bellezza dei colpi a nobilitare una magica serata di pugilato.

Una serata che ha smentito chi pensava che AJ fosse solo una montatura disegnata dai giornali e ingigantitata dal tifo. E ha smentito il fatto che Klitschko non potesse offrire spettacolo. È un campione nel senso più pieno del termine.

Ho spento il televisore con un po’ di malinconia.

Non so quando altri due pesi massimi riusciranno a rendere così appagante un match di boxe.

RISULTATO – Campionato massimi Ibf, Ibo (vacante), Wba (supercampione): Anthony Joshua (19-0, 19 ko, 113,4 kg) vs Wladimir Klitschko (64-5-0, 53 ko, 109 kg) kot dopo 2:25 del round 11. Arbitro: David Fields (Usa), giudici: Don Trella (Usa), Steve Weisfeld (Usa), Nelson Vasquez (Portorico).

Dieci anni fa, quella partita lunga tre giorni. Sfide infinite tra noia e magia

kover

Ci sono partite che sembra non debbano finire mai. Ci caschi dentro e ti ritrovi in una dimensione senza spazio, né tempo.
Il tennis per eliminare l’inconveniente ha inventato il tie break.
Ci ha pensato James Henry (Jimmy) Van Alen nel 1965.

Originario di Newport, nel Rhode Island, ha perfezionato nel tempo l’idea. Il primo passo è stato quello di assegnare il set a chi arrivava per primo a 21, con cinque servizi a testa. Proprio come nel tennistavolo. Poi ha spostato l’asticella. Set a chi arrivava per primo a 5. Terzo e decisivo passo, tie-break dal 6-6: vittoria per chi arriva a 7 ma con due punti di vantaggio.

Gli US Open l’hanno adottato nel 1970, Wimbledon nel 1979, la Coppa Davis dal 1989.
James Henry Van Alen è morto il 3 luglio 1991, il giorno in cui nella semifinale di Wimbledon Michael Stich ha battuto Stefan Edberg dopo tre tie-break.

Nel 2011 Samanta Stosur e Maria Kirlenko, agli US Open, hanno messo in piedi il più lungo tie-break femminile nella storia degli Slam. L’ha vinto la russa 17-15, dopo aver salvato cinque match point, due dei quali con overruled generati dall’intervento dell’occhio di falco: uno strumento che permette al Ministero della Difesa di seguire le tracce dei missili e ai chirurghi di guidare i laser nelle operazioni al cervello.

Nel caso del tennis il software garantisce un’elaborazione dei processi visivi in tempi brevissimi, traccia un’immagine tridimensionale del percorso della pallina e indica con precisione il punto di impatto con il terreno.
La partita che sembrava non dovesse mai finire è stata sicuramente quella di Wimbledon 2010 tra John Isner e Nicolas Mahut. Centottantatrè games, 70-68 l’ultimo set durato otto ore e undici minuti!

wimbledon-isner-mahut-marathon-5E66MBK-x-large

Durante la seconda giornata di gioco, il tabellone che mostrava i punteggi sul campo è rimasto bloccato sul 47-47, poi si è spento. I programmatori IBM hanno detto che quello era il punteggio massimo programmato, ma che avrebbero provveduto a correggere il problema il giorno successivo.

Uno specialista ha lavorato sul sistema fino alle 23:45 per correggere i punteggi per il giorno seguente, ma si è avuto ugualmente un malfunzionamento dopo altri 25 game. Un evento straordinario.

Ma va sicuramente ricordato anche quanto accaduto il 24 settembre 1984 a Richmond, Virginia, in un torneo da 50.000 dollari.

In campo Vicki Nelson e Jean Hepner. Quest’ultima era avanti 11-10 nel tie break del secondo set. Il ventiduesimo punto appartiene ormai al mondo delle favole. Seicentoquarantatrè colpi, ventinove minuti. Ad essere onesti, bisogna precisare: “ventinove minuti di noia assoluta”. Lo ha sottolineato più volte John Packett, il giornalista del Richmond Times-Dispatch che è stato testimone oculare della vicenda. Una serie infinita di pallonetti, una grande paura di sbagliare e l’assoluta mancanza di coraggio per andare a cercare il vincente. Alla fine il colpo decisivo l’ha trovato la Nelson, che poi è caduta a terra in preda ai crampi, si è rialzata prima dell’ammonizione dell’arbitro, ha vinto il tie break e portato a casa la partita dopo sei ore e trentuno minuti. Record assoluto per le donne.

Il tie-break accorcia il gioco. Ma non è certo una scorciatoia. Roger Federer e Marat Safin ne hanno giocato uno lungo 26’ nella semifinale della Masters Cup 2004 a Houston (match allo svizzero 6-3, 7-6 con gioco finale 20-18). John McEnroe e Bjorn Borg ne hanno giocato uno nel quarto set della finale di Wimbledon 1980. È durato venti minuti e se lo è aggiudicato l’americano (18-16). Lo svedese ha poi vinto il quinto set e il torneo.

E’ il tennis, bellezza.

Due giganti, un match selvaggio. Uno dei più violenti della storia

Las Vegas, 24 gennaio 1976.

Sul ring allestito sotto un tendone all’interno del Caesars Palace, Ron Lyle guarda Foreman steso al tappeto. L’ex galeotto lo ha messo giù con un colpo tremendo.
Il più duro che io abbia mai subito” ricorda Big George.
È il quarto round di un match drammatico.
Foreman barcolla su un diretto destro quando mancano venti secondi alla fine del primo round.
Lyle è in evidente difficoltà nel secondo, poi mette kd Big George nel quarto.
L’ex campione del mondo si riscatta subito e spedisce il rivale al tappeto. I due continuano a scambiarsi colpi terribili fino a quando Lyle non mette giù ancora una volta Big George. Mancano solo tre secondi al suono del gong che chiude la ripresa.
È giunta la mia ora, morirò prima che l’arbitro abbia contato fino a otto.”
Il pubblico assiste stupefatto alla distruzione di quel gigante che fino a due anni prima spaventava il mondo intero.
Ma Big George non è uno tenero.
Si rialza e dopo il minuto di riposo è pronto a riprendere il combattimento.


È di nuovo in difficoltà in avvio della quinta ripresa, sbarella, sembra sul punto di arrendersi di conoscere ancora l’amarezza del knock down se non quella del definitivo ko.

Ma tutto cambia velocemente in questo pazzesco combattimento. L’ex campione del mondo travolge di colpi Ron Lyle, lo manda giù. E stavolta non c’è spazio per il recupero. Lyle è knock out.
Sono passati 2:28 dall’inizio del quinto round, quando l’arbitro Charley Roth ferma uno dei più violenti match nella storia della boxe. Ognuno degli atterramenti sembrava dovesse essere definitivo.

Lyle Foreman
I cartellini al momento dell’interruzione sono estremamente equilibrati, come del resto lo è stato l’incontro.
Bill Kipp 17-18, Lou Tabat 17-18, entrambi per Foreman.
John Mangriciana 18-18.
Big George può guardare avanti, chiuderà la carriera ventuno anni dopo questa drammatica sfida…

Notte d’estate, 1981. Sul ring di Las Vegas una sfida tra fenomeni

21 agosto 1981, Caesars Palace di Las Vegas. Mondiale pesi piuma. Salvador Sanchez (41-1-1,  campione piuma Wbc) contro Wilfredo Gomez (32-0-1, campione supergallo Wbc)

 

Sei difese del titolo per Salvador Sanchez. Poi era arrivato Wilfredo Gomez e il mondo ispanico era entrato in agitazione. Era una sfida ricca di significati. La boxe stava scoprendo il fascino dei pesi piccoli.

Wilfredo veniva da Portorico, era il campione dei supergallo. Aveva disputato 33 match, 32 li aveva vinti per ko, uno lo aveva pareggiato, al debutto contro Jacinto Fuentes. Ma soprattutto aveva battuto Carlos Zarate, l’orgoglio del Messico. Un fuoriclasse dal pugno terribilmente pesante che era arrivato alla sfida imbattuto dopo 52 incontri, 51 dei quali vinti prima del limite. Il mondiale tra i due picchiatori era stato vinto da Gomez e i messicani avevano subito cominciato a cercare l’uomo che avrebbe messo a segno la vendetta.

C’era tutto questo in palio quel 21 agosto del 1981 al Caesars Palace di Las Vegas. C’erano tensione, rivalità. E c’era ance lo strascico di una polemica che stava per essere risolta.

In avvicinamento al match, Wilfredo aveva usato una tattica copiata da Muhammad Ali, un approccio all’evento che il più grande aveva insegnato a tutti i pugili del mondo.

Sgretola le certezze nella testa del nemico, sostituiscile con una montagna di dubbi, fallo innervosire. E lui crollerà.

Questo era il filone da seguire e Gomez l’aveva fatto con grande applicazione. Aveva insultato Sanchez facendo perno sul carattere tranquillo del campione. Lo aveva chiamato puttanella e scolaretta, a seconda della platea che aveva a disposizione.

Poi era arrivato il momento in cui dalle parole bisognava passare ai fatti.

Al suono del primo gong l’unico in grado di portare avanti un piano efficace era stato il messicano. Wilfredo Gomez, picchiatore invincibile, era finito al tappeto nella prima e nell’ottava ripresa. Era stato travolto da un ciclone che non conosceva pause.

Sanchez sparava colpi da ogni posizione e con il passare dei round sembrava che le sue forze aumentassero.

Segnato nel volto, con gli occhi quasi completamente chiusi dai colpi del rivale, portato avanti solo dall’orgoglio, il portoricano era stato fermato dall’arbitro Carlos Padilla quando mancavano cinquantuno secondi alla conclusione dell’ottava ripresa.

La questione era risolta, il Messico era stato vendicato.

Il governo di Portorico concedeva una giornata di riposo ai lavoratori affinché potessero riprendersi dall’enorme delusione.

A Città del Messico festeggiavano il loro eroe riempiendo piazze, strade e vicoli con decine di migliaia di persone che urlavano ritmando il nome del mito.

Milioni di persone avevano seguito il mondiale davanti alla tv, c’erano bandiere alle finestra e le urla di gioia riempivano il buio della notte.

Salvador Chava Sanchez era diventato un fenomeno assoluto.

L’orologio segna le 3:30 del mattino, una Porsche bianca corre veloce nel buio. Il traffico è intenso. Camion enormi in cammino lungo la strada che collega Santiago de Queretaro a San Luis Potosi, centossessanta miglia a nord di Città del Messico.

Il ragazzo sta tornando a casa. È un’ora insolita per lui, abituato a mettersi a letto alle nove della sera.

La velocità sale, il traffico non concede pause.

Improvvisamente, come se fosse uscito dal nulla, un camion appare davanti ai suoi occhi. Lo scontro è frontale.
Salvador Sanchez muore sul colpo.
Finisce a soli ventitrè anni la vita di uno dei più grandi pugili della storia.

Era il 12 agosto del 1982.

Città del Messico ne ha creati tanti
ma nessuno tranquillo come lui, dolce guerriero
matador magico e puro”.

Sono i versi di una canzone scritta dall’artista folk-rock Sun Kil Moon e inserita nell’album “Ghosts of the Great Highway”. Parla dei fantasmi della grande autostrada. Salvador Sanchez si muove tra loro, grande e fiero come lo è stato per tutta la sua vita sul ring.

(da I pugni degli eroi di Franco Esposito e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 2013)

Il campione dei paglia, il “nano gigante” (54-0) si ritira. Non fu vera gloria


Chayaphon Moonsri campione Wbc dei pesi paglia
si è ritirato. Il suo record è di 54-0…

 

Il nano gigante della Tailandia è il soprannome ufficiale.
Qualcuno però preferiva chiamarlo con un altro soprannome, quello che aveva preso direttamente dal sponsor principale, insomma da quello che versava più soldi nelle sue casse: Five-Stars Grilled Chicken. Una catena alimentare che vende pollo grigliato, a cinque stelle come recita la pubblicità.
Fuori dalla Tailandia sono in pochi a sapere chi sia Chayaphon Moonsri, eppure è entrato nel Guinness dei Primati.
Alto 1,57, ha un peso forma di 47,627 chili. È il limite della categoria in cui combatte, quella dei pesi paglia.
Preferisce farsi chiamare Wanheng Menayothin. Perché in Tailandia i pugili prendono il nome di battaglia anche dai proprietari della palestra dove si allenano. E Chaiyant Menayothin è il titolare del ginnasio di Bangkok dove questo trentaduenne si allenava.
Un capannone umido, con uno dei quattro lati fortemente esposto alle intemperie, in una strada tranquilla costeggiata da palme. All’interno un ring, gli attrezzi, i pesi, due gatti e (spesso) un uccello che volava indisturbato.

Il maestro che lo preparava era Supop Boonround, un signore di cinquantaquattro anni da sempre convinto che il suo allievo sarebbe entrato nella storia.
Era il campione Wbc dei minimum weight, la più piccola categoria di peso tra le diciassette in cui è stato frammentato il pugilato moderno.
È natoin Tailandia il 27 ottobre 1985, nel distretto di Barabue, nella regione di Maha Sarakham nel nord est del Paese.
 Viene da una famiglia contadina, povera, davvero povera. Al punto che spesso in casa mancava da mangiare. Lui ha provato a tirare su qualche soldo facendo Muai Thai fin da quando aveva dodici anni. Era bravo, ma non abbastanza da sfamare l’intera parentela. Poi, per sua fortuna, ha scoperto la boxe.

Ha esordito nel 2007, ha combattuto spesso, è arrivato al match per il titolo contro Oswaldo Novoa il 6 novembre 2014 e ha guadagnato la prima borsa importante: 43.250 dollari americani. Ha vinto, ha difeso la cintura dodici volte e ha portato in banca altra moneta preziosa.
Non siamo abituati ai lunghi nomi asiatici. Se vi siete meravigliati di quelli letti fino a questo momento, cosa direte davanti a quello del promoter Piyarat Vachirarattanawong?
Lui non si curerebbe della vostra reazione, ha altro a cui pensare. Ha messo su incontri che interessavano soprattutto quelli che pensano che il pugilato sia una questione di numeri.

 

Che vuol dire “meglio Mayweather, meglio di Marciano?
Andando a scomodare il passato troviamo Willie Pep che ha vinto i primi 62 match della carriera prima di perdere contro Sammy Angott il 19 marzo del ’43.
Carlos Zarate ne ha vinti 52 prima di essere sconfitto da Wilfredo Gomez il 28 ottobre del 1978.
Julio Cesar Chavez ha messo assieme un record di 87-0 fino al pari con Pernell Whitaker.
Sugar Ray Robinson ha vinto 40 match, ha perso contro Jake La Motta e dei successivi novanta incontri ne ha vinti 88 e pareggiati due.
Da tutti questi numeri si deduce che l’unica cosa che renda unico il record di Chayaphon Moonsri, come prima lo erano i primati di Mayweather e Marciano non è né il numero di vittorie consecutive, né tantomeno il numero complessivo di successi. Ma il fatto che tutti e tre si siano ritirati imbattuti.
Leghiamo quindi il primato a questo elemento?
In qualsiasi sport le strisce positive si calcolano in assoluto. Il primato va a chi ha ottenuto quella più lunga.
Il pugilato deve essere un’eccezione anche in questo e mette nel conto tutto. Rivali scarsi, al debutto nella boxe o improbabili fighter.

Il nostro protagonista ha sempre combattuto in Tailandia, contro avversari asiatici spesso dal record non esaltante. Il 25 agosto del 2017, ad esempio, ha sconfitto ai punti Jack Amisa: un rivale salito sul ring con un record di 21-44-2. Il nano gigante ha arricchito il suo curriculum con match sui sei e otto round anche dopo avere conquistato il titolo. Il terzultimo combattimento lo ha disputato contro un tizio che aveva un record di 4-9-1.
La boxe non si giudica dai numeri, ma dai nomi dei rivali affrontati, dal valore di quelli sconfitti, dal valore assoluto, dal contesto storico in cui sono stari realizzati quei risultati.
Moonsri/Menayothing è un buon pugile, ma non può entrare tra i cento migliori pound for pound di sempre, non ha un posto tra i migliori cinquanta di oggi. Non bastano i numeri. Neppure questo 54-0 gli permette di sfiorare quello che hanno fatto i grandi del ring.

L’ultima volta di Mike Tyson sul ring, la resa contro McBride. Che storia!

 

Arrendersi non significa sempre essere deboli. 
A volte significa essere forti abbastanza da lasciar perdere.
(Marilyn Monroe)

Siamo quattro amici. Non siamo al bar, ma al tavolo di un ristorante della Garbatella. Si chiama Bistrot Matilde e dei bistrot parigini ha l’atmosfera. Solo che qui si mangia meglio del livello medio di quei locali francesi.
Dario, ma tu l’ha visto quell’ultimo match di Tyson? ” Flavio, detto Er Pupilla, apre la discussione. Il soprannome gli viene dalla inevitabile dilatazione della medesima davanti ai funghetti. Non quelli allucinogeni, ma quelli trifolati. Si portava dietro la domanda da qualche giorno, ha aspettato che fossimo pronti per una chiacchierata tranquilla, davanti a un piatto di scialatielli allo scoglio, per farmela. Avesse aspettato altri dieci minuti, sarebbe stato meglio.
Fossi il commissario Montalbano, mi rifiuterei di rispondere.
Ma non lo sono, così gli chiedo di farmi finire gli scialatielli, prima che arrivi il secondo sarò pronto per ogni altro quesito.
“Non ero a bordo ring, non ero all’MCI Center di Washington. Ma ho visto il video, ho letto molto su quell’incontro”.

E allora? Cosa dobbiamo fare: una richiesta in carta bollata? Dai, racconta!” Gino, detto Er Macarena, comincia a innervosirsi. Lo chiamiamo così perché ogni volta che ci troviamo davanti al bancone del bar, al momento di pagare la colazione, mette in scena la grande recita. La mano destra va a toccare la parte sinistra della giacca, poi ripete il movimento con l’altra mano a parte inversa. Quindi, mano destra sulla tasca destra, mano sinistra sulla tasca sinistra. Er Macarena, appunto.
“Kevin McBride non era certo un fenomeno. Veniva da Clones, in Irlanda. La stessa città di Barry McGuigan. Era stato un discreto dilettante, aveva partecipato per la sua nazione all’Olimpiade di Barcellona ’92. Era andato in Spagna pieno di speranze, era stato eliminato al primo turno. Ma aveva conosciuto Michael Jordan e Carl Lewis, gli era bastato. L’11 giugno del 2005, il giorno del combattimento, aveva un record di 32-4-1. Ma le cose migliori le aveva fatte in allenamento. Sedute di sparring per Ray Mercer, Riddick Bowe e Johnny Ruiz.”
Era stato facile convincerlo ad affrontare Tyson?” nella discussione entra anche Mario, detto L’Esorcista. È l’unico che sia riuscito a far pagare il conto ar Macarena.
“Era bastata una telefonata. Era andata più o meno così.
Kevin ci sarebbe questo match contro Mike Tyson, te la senti?
Certo. Era il mio idolo da ragazzo. Quando lui è diventato campione del mondo io non avevo ancora fatto il primo match da dilettante.
Bene, allora è fatta.
Un momento. Quale è la borsa?
Centocinquantamila dollari.
Non sentite più nessuno, accetto”.

Una vittima pronta al sacrificio” dice Er Pupilla.
“Non direi. Iron Mike veniva da due sconfitte per ko negli ultimi tre match. Non era più quello di una volta. E poi McBride aveva deciso di giocarsi al meglio quella possibilità. Si era allenato con Goody Petronelli, il maestro di Marvin Hagler. Si era anche affidato a un ipnotizzatore.”
Per fare cosa?” domanda Er Macarena.
“Gli aveva dato alcune semplici indicazioni. Una soprattutto: Ogni volta che ti colpisce, tu lo guardi e sorridi“.

Si fa presto a parlare” interviene Er Pupilla.
“Kevin si era messo davanti al letto, della sua stanza al campo d’allenamento, un poster gigante di Tyson. Un poster che lo ritraeva di spalle. Voleva che fosse l’ultima immagine che vedeva la sera prima di addormentarsi, la prima all’alba quando si svegliava. Preparazione dura, senza infortuni e fatta con totale dedizione. I soldi per il campus e gli sparring glieli aveva dati un amico.”
Un grosso industriale?” stavolta la voce è quella dell’Esorcista.
“No. In realtà aveva un bar e quei dollari erano un vero e proprio sacrificio. Ma era stato un investimento per una giusta causa.”
Centocinquantamila per McBride. E a Mike Tyson quanto andava?” ancora l’Esorcista.
“Cinque milioni e mezzo di dollari. Ma ne avrebbe presi solo 250.000. Gli altri erano spariti per le tasse, i debiti nei confronti dell’ex moglie Monica Turner e creditori vari.”
McBride, la sua borsa l’aveva presa per intero?” l’Esorcista chiude così il trittico, manco fosse l’esattore delle tasse.
“Certo. Anche perché il giorno prima dell’incontro aveva convocato l’avvocato e gli aveva detto che se in suoi soldi non fossero stati in banca prima del match, lui non sarebbe salito sul ring.”
Furbo il ragazzo, sapeva con chi aveva a che fare” sottolinea Er Pupilla.
Era forte?” si intromette Er Macarena.
“Era grosso, Quasi due metri per 123 chili. Un omone, con un buon destro.”

E il match? Come è davvero andato il match?” Er Macarena insiste.
“Tyson era lento, non portava le serie come una volta. E non aveva fiato per andare sino al termine delle dieci riprese previste. Al sesto round, la svolta. McBride era andato meglio fino a quel punto, ma due dei tre giudici avevano Mike in vantaggio di due punti. Tyson era senza energie, aveva capito che avrebbe dovuto risolvere la vicenda in quei tre minuti. Non ce l’avrebbe fatta ad andare avanti. Così aveva tentato di rompere un braccio all’irlandese, poi gli aveva dato una testata provocandogli uno spacco all’arcata sopracciliare sinistra e l’arbitro Joe Cortez gli aveva inflitto due punti di penalizzazione. Il giorno dopo il match, McBride avrebbe detto che Mike gli aveva anche dato un morso al capezzolo. “Per fortuna aveva il paradenti” aveva aggiunto. Nel finale di round un gancio sinistro di Kevin, che poi aveva scaricato tutto il suo peso sul rivale, aveva mandato al tappeto Tyson. Cortez aveva detto che si era trattato di una spinta. Il gong aveva chiuso la discussione. Quando però il gong era suonato di nuovo, Jeff Fenech che comandava l’angolo dell’ex campione del mondo aveva detto all’arbitro: “Basta. Finisce qui“. E finiva lì, quindici anni fa, anche la storia pugilistica di Mike Iron Tyson, il più giovane campione del mondo dei pesi massimi.”

Come è andata a Kevin McBride dopo quel successo?” inevitabile la domanda der Pupilla.
“Grande popolarità. Titoloni sui giornali, interviste alla televisione. Poi tre match: due sconfitte per ko e una vittoria. Stop per tre anni, rientro sul ring. Un successo e tre sconfitte. Stop definitivo. Pugilisticamente non ha colto quello che sperava dopo il clamoroso successo su uno dei più popolari pugili di sempre.”
E nella vita?” chiede l’incontentabile Macarena.
“Meglio, gli è andata meglio. Oggi vive a Brockton, la città di Rocky Marciano, assieme alla moglie Danielle. Hanno due figlie: Grainne, nata l’anno della vittoria su Mike, e Caoimhin, venuta al mondo tre anni dopo. Lavora per la Hoarty Brendan Tree & Landscaping Services, tira giù alberi come prima cercava di mettere giù gli avversari. Dice che è più facile. È contento.”
La vittoria contro Mike Tyson è il più bel ricordo della sua vita?” chiude l’interrogatorio l’Esorcista, che è stanco di parlare e vuole lanciarsi sul salmone alla piastra con salsa guacamole, insalatina e semi misti.
“Probabilmente è così. Ma di quella sera Kevin dice che il momento più bello è arrivato a fine match, quando gli si è avvicinato Muhammad Ali. A fatica ha tirato una serie di colpi, poi gli ha sussurrato: “Tu sei l’ultimo, io sono sempre Il Più Grande“. Kevin quando lo racconta aggiunge: “Fantastico, i soldi non possono comprare tutto“. Un bel ricordo, dubito però che sia vero. Ali nel 2005 non era in grado di mimare la serie e neppure di parlare senza fatica. Ma come diceva un mio collega: Non rovinare una bella storia con la verità…”
Apro il palmo delle mani, le unisco e le apro per due volte.
Out. Il match è finito. È tempo di mangiare.
Mi aspettano i calamaretti affogati al rum su crema di ceci. E non è educato farli aspettare…

Un testimone d’eccezione per una storia romantica di ieri e di oggi

Un viaggio nel tempo, senza lasciarsi prendere dalla nostalgia, ma affidandosi alla bellezza dei ricordi. Quando ti lanci in una avventura così, hai bisogno di un compagno, una guida che sappia come raccontare la storia.
Il mio compagno di viaggio è Pier Luca Antonio Baldini, metto in fila tutti i suoi nomi. La mamma, Giovanna, quando lui le chiede: “Ma non potevi fermarti prima?”, replica: “Impossibile”. E finisce lì, senza concedergli repliche.

Il signor Baldini, vice sindaco di Cotignola, è il nipote di nonno Michele Gordini e nipote di zio Meo.
Sono più affascinato dal ciclismo che dalla boxe. Ma non ho mai praticato né l’uno, né l’altro. I racconti del nonno trasmettevano il senso della fatica, il rischio era sempre presente, le possibilità di cadere in un fosso erano alte come oggi non si può neppure immaginare. E poi il sudore, la polvere, la spossatezza con cui chiudevano le giornate erano qualcosa con cui mi riusciva difficile fare i conti. Anche solo a parole. Il ciclismo degli anni Venti, quello del nonno, era la rappresentazione concreta, tangibile della fatica.”

Michele era un gigante. Un metro e novanta per oltre cento chili di peso. Non se ne vedevano in giro di tipi così. I Gordini hanno sempre avuto una stazza imponente.
Anche i figli erano grandi, fin da quando nascevano: cinque, sei chili al parto. Uno strazio per le povere mamme.

Correndo, viaggiando, conoscendo il mondo e soffrendo la lontananza dalla famiglia Michele ha dato da mangiare al gruppo intero. Poi, quando tornava a Cotignola, faceva il suo dovere di marito. E così sono nati diciassette figli.
Parlava poco il nonno. Mischiava qualche parola di francese, imparato lungo le strade dei tre Tour che ha corso, un po’ di italiano e tanto romagnolo. Parlava poco, comunicava molto con gli sguardi. Ha corso e portato i soldi in casa, tanti figli a cui non ha mai fatto mancare niente. A tavola c’era sempre da mangiare. E poi il rapporto con la moglie, fantastico. Era davvero innamorato. Qualche volta urlava, perché lui era fatto così. Gli veniva da gridare e lo faceva, ma non ha mai mancato di rispetto a sua moglie. Mai.”

La presenza dell’omone era in ogni angolo della casa, soprattutto in salotto.
C’era un poster gigante, sarà stato due metri di altezza per un metro e venti di base. Imponente. Lui in bici, con la maglietta Ganna in bella mostra. Correva da isolato, da indipendente. Quelli come Girardengo vincevano, lui lottava per sopravvivere. Forte, tenace. Nel poster con cui l’Equipe ricorda i 100 anni del giornale, c’è anche lui. Non è cosa da poco. Era una figura affascinante il nonno, un eroe romantico come le storie che raccontava. Ne metteva in fila tante, soprattutto per i figli. Gli piaceva quel tipo di narrazione epica, in fondo ai ragazzi parlava della sua vita. E loro ascoltavano, ma a forza di sentirlo erano pieni di fatica anche loro, quasi nauseati da tutto quel pedalare, pieni di polvere e, raramente, di gloria. Tre Tour e sei Giri d’Italia, roba seria, per gente tosta.”

Erano tanti i Gordini. Solo il nucleo centrale della famiglia metteva assieme diciannove persone, i genitori e diciassette figli. Poi le nuore, i nipoti…
Quando sia andava a casa loro, prima di entrare ce ne stavamo fuori per capire come fosse l’atmosfera dentro. Non ci siamo mai messi a tavola in meno di venti. E c’era da mangiare per tutti. Il nonno con i premi delle corse guadagnava bene.

Poi però le corse erano finite, e al momento di cambiare vita qualche sbaglio l’aveva fatto.
E sì, non tutto è filato liscio. Si è prima comprato un’Isotta Fraschini, poi ha pensato bene di mettersi a fare il tassista. A Cotignola. Come era da immaginare, non gli è andata bene. Meglio con l’attività scelta in seguito. Lui, assieme a qualche figlio, si è inventato i primi service per contadini. In un capanno, costruivano aratri, montavano pezzi per le macchine con cui lavorare i campi. Il rispetto innato che aveva per la campagna gli permetteva di lavorare capendo le esigenze dei contadini.

E l’Isotta Fraschini?
Smontata pezzo per pezzo per costruire le macchine da campagna. L’avesse conservata, ci fosse ancora oggi, quell’Isotta Fraschini potrebbe valere anche un milione di euro…

Giovanna, la sorella di Meo, è la mamma di Pietro Luca Antonio. È una ragazza del ’34. All’epoca fare la scuola media era roba da benestanti. Lei è andata avanti fino alla laurea, l’ha presa quando di anni ne aveva cinquanta e lavorava come insegnante di pedagogia. Un po’ per volta, studiando e faticando, era arrivata a tagliare il traguardo. L’unica della famiglia a riuscire nell’impresa.
“Nella scuola dove insegnava la mamma, c’era un professore che la importunava. Non è mai arrivato alle molestie, ma quell’eccesso di attenzioni le dava fastidio. Così un giorno l’ha detto al papà. Niente accuse o pianti, lamenti o drammi. Ha detto solo che quel comportamento le dava fastidio. Michele non ha commentato. Il giorno dopo l’ha accompagnata a scuola, si è fatto indicare l’insegnante poco attento. Con passo lento, ma sicuro, gli è andato vicino. Lo ha fissato negli occhi, poi lo ha preso per un orecchio e, chinandosi un po’, ha avvicinato il viso del reprobo al suo. Quel tizio si è visto davanti, a pochi centimetri di distanza, lo sguardo duro e minaccioso del gigante. Ha capito che non era il caso di continuare. Giovanna non ha più dovuto subire gli approcci dell’ammiratore maleducato.”

Meo, il nostro compagno di viaggio l’ha frequentato meno.
Gli voglio un bene dell’anima, ma non sono proprio riuscito a farmi piacere la boxe. Non ce l’ho fatta a condividere questa esperienza. Preferivo altro. Andavo con lo zio Saturno a fare quella che lui chiamava pesca subacquea. Mentre in realtà prendevamo le cozze a mare. Oppure ci lanciavamo dai monti su bastoni di legno lunghi due metri e mezzo, rischiando di farci male a ogni discesa. Ma quello con cui legavo di più era Fioravante, che aveva preso il diploma in Belle Arti. Abitava a Roma e ogni volta che andavo a trovarlo, mi portava in giro a scoprire un angolo meraviglioso della città. Mi diceva: Dobbiamo proprio andarci. E si partiva. Mi sono diplomato al Liceo Artistico e poi laureato in Architettura. La frequentazione dello zio mi ha segnato. Sì, lo zio. Lo chiamavamo tutti così. Ce ne erano tanti con lo stesso grado di parentela, ma lui era l’unico che avesse il privilegio di essere riconosciuto senza dovere necessariamente aggiungere il nome. Lo zio era uno solo, lui.”

Queste storie Pier Luca Antonio Baldini, vice sindaco di Cotignola, la città di Michele e Meo, le racconta con passione. Sono bei ricordi, hanno il sapore di un’epoca romantica che fa sognare.
Ci sarà anche lui venerdì 3 luglio, nell’Arena delle balle di paglia, assieme a Meo.
Quella sera Flavio Dell’Amore ed io parleremo del nostro libro.
I Gordini, una fameja ad fénómen (Edizioni Slam/Absolutely Free).

Sarà rispettato il protocollo COVID. Se volete essere presenti, sarà necessario prenotare.
Scrivete a info@primolacotignola.it .

 

Un libro, una recensione particolare. Il più bel premio che potessi sognare

Sono un uomo fortunato.
Io la mia vita ho deciso di viverla come l’ho sognata.
Rubo la frase a Bernard Tavernier (Una domenica in campagna, film del 1984).
Da bambino sognavo di scrivere e viaggiare. Sono riuscito a fare entrambe le cose, il lavoro mi ha aiutato.
Ci si chiede spesso perché qualcuno senta il bisogno di scrivere.
Per sè stesso? Per soddisfare una passione? Perché ha qualcosa da dire?
Credo che sia un po’ per tutte queste cose assieme.

Ho la fortuna di emozionarmi ancora, di essere curioso. L’età e le vicende della vita non mi hanno tolto la gioia di piangere, ridere, esaltarmi e intristirmi.

Frequentando Meo, ho capito che la sua storia doveva diventare un libro. Il problema era conservare nel racconto la stessa carica emotiva con cui mi era stata donata. Ho cercato di conferire alla narrazione la forza romantica originale. Se c’è un’atmosfera di magia, è merito di Meo. Le incertezze mi appartengono.

Mi hanno chiesto: È un libro di boxe?
Ho risposto come faccio sempre in questi casi.
Non esistono libri di boxe, di calcio, di guerra, di viaggi. Esistono i libri.
La boxe, il calcio, la guerra, i viaggi sono il mezzo per raccontare una storia. Ci si mette a nudo davanti al lettore, sperando di trovare un punto di contatto con lui.
Non so se con I GORDINI ci sia riuscito. Ma so che un signore che non ho la fortuna di conoscere, Bruno Baraccani di Cotignola, ha scritto un affettuoso messaggio a Meo. È la più bella recensione che un mio libro abbia mai avuto. Gliene sono profondamente grato.
Ha confessato che quelle pagine hanno raggiunto il suo cuore.
E questo è un complimento che vale più di qualsiasi premio uno scrittore possa sognare di vincere.
Grazie.

Saputo che stava per uscire “I Gordini, una fameja ad fénòmen”, dedicato al mio compaesano Meo Gordini, per noi cotignolesi Bartolomeo Gordini è MEO, solo Meo, l’ho subito prenotato. Tutti i giorni passavo per vedere se era arrivato, impaziente di leggerlo, di rivivere l’epopea di un uomo che a Cotignola (ma ovviamente non solo) è sinonimo di pugilato, come sua figlia, pure se per Terry noi cotignolesi siamo solo parte della storia di suo babbo. Ma noi cotignolesi, come andiamo fieri dei genitori, andiamo fieri dei figli. Certo, non possiamo vantarci che Terry Gordini sia figlia diretta di Cotignola, ma possiamo pur sempre vantarci che è la figlia di Meo, cotignolese Doc.
Quando il libro è finalmente arrivato l’ho subito letto.
L’ho fatto con gli occhi di chi si apprestava a leggere la storia di uno sportivo: dati, statistiche, qualche aneddoto, a cui magari avevo assistito personalmente. Ho trovato invece di più, molto di più. Per me leggere “I Gordini, una fameja ad fénòmen” non è stato leggere un libro di sport, o almeno non solo leggere un libro di sport. Per me leggere “I Gordini, una fameja ad fénòmen”, non è stato leggere una biografia, o almeno non solo leggere una biografia; per me leggere “I Gordini, una fameja ad fénòmen”, è stato leggere una poesia, un libro di poesie.
“Il maestro innamorato”, “La palestra dei passi perduti”, “La Casa di carta”, “Il cieco che amava la boxe” e gli altri capitoli del libro per me non sono stati semplici titoli di capitoli, ma già loro stessi poesie, che mi preparavano e invitavano a leggere il libro col cuore, prima ancora che con gli occhi, con la mente che poi ne è rimasta completamente avvolta e coinvolta, mai rimanendone deluso.
Forse sarò strano io, ma per me leggere “I Gordini, una fameja ad fénòmen” è stato emozionante e commovente. Non è stato neanche leggere un libro, ma è stato come essere al bar, di notte, quando di ritorno da una delle gaudenti notti di quand’eravamo giovani, prima d’andare a letto ci si fermava a tirar ancora più tardi al bar.  Essere ancora lì e trovarci Meo che ci racconta una storia, una bella storia
.” (Bruno Baraccani)

La foto è di Carlo Landucci, il libro è “I GORDINI, una fameja ad fénòmen”. Ho scritto la storia di Meo; Flavio Dell’Amore quella di Michele: il papà di Meo, ciclista che ha corso tre Tour de France e sei Giri d’Italia negli anni Venti.

 

Warren: Offerta per Tyson vs Fury. Sulaiman: Mike può battersi per il titolo

Non so a che gioco stiano giocando. Ma non mi fa ridere.
Frank Warren, che gestisce assieme a Bob Arum la carriera di Tyson Fury (nelle foto sopra, dal suo profilo instagram gypsyking01), ha dichiarato a Metro.co.uk: “Tyson Fury ha ricevuto un’offerta per affrontare Mike Tyson”.
Poi ha aggiunto.
“Mike è vecchio e non è certo migliore del pugile che è stato battuto da Danny Williams o Kenny McBride. Non sono per nulla interessato. Sarebbe sbagliato anche se Mike affrontasse Evander Holyfield o Roy Jones Jr. Non hanno più l’età per fare queste cose. Loro non dovrebbero farlo e gli altri non dovrebbero incoraggiarli. Ci saranno sicuramente alcuni idioti che pagherebbero per vederli. Se i due Tyson dovessero organizzare uno show per raccogliere fondi da devolvere beneficenza, bene. Ma che sia tutto chiaro in ogni particolare”.

Finora Mike Tyson ha sempre parlato di esibizioni.
Ma c’è chi è sempre andato oltre.
Mauricio Sulaiman, presidente del WBC, ad esempio.

Le sue dichiarazioni sono state riportate da Fightnews e da un altro sito americano, oltre che da alcuni tabloid britannici.
“Mike Tyson è stato il più giovane campione del mondo dei pesi massimi e potrebbe diventare anche il più anziano. È una figura straordinaria, leggendaria. Un’icona dello sport, un simbolo del WBC. Poteva mettere fuori combattimento chiunque con un solo pugno, in qualsiasi momento del match! Quindi, lo supporteremo. Non mi piace speculare. Questo è un argomento a cui siamo tutti interessati. Un’esibizione è un’altra cosa. Se vorrà torna sul serio sul ring, dovrà avere la licenza e passare attraverso un processo completo di esami sanitari. Non ucciderò il sogno. Sono molto favorevole a un rientro di Mike Tyson, se lo merita. Se il sogno è di dire “Entrerò in classifica”, io rispondo . Lo inseriremo nella classifica. Ogni campione del mondo ha una possibilità di tornare, così come è stato per Sugar Ray (Leonard), che era inattivo. Il caso di Tyson è diverso, è stato via molti anni. Ma sono pienamente d’accordo con Mike. Credo che la sua scelta porterà spettacolo. Al momento stiamo parlando solo di beneficienza, ma se volesse puntare al titolo potrebbe avere la sua occasione”.

Mike Tyson compirà 54 anni il prossimo 30 giugno.
Non combatte dal 2005.

Le ultime quattro sfide, dal 2002 al 2005 (un match l’anno).
Kevin McBride -kot 6
Danny WIlliams -ko4
Clifforde Etienne +ko1
Lennox Lewis -ko8

Non è divertente.