Dossier WBA. Strani campioni, tragici errori, misteriose scalate…

La WBA terrà il Congresso (1-4 luglio) sfruttando il digitale. La pandemia impone il rispetto delle distanze. Il tutto in attesa del grande evento che si terrà nella prossima stagione.

Il 2 luglio 2021 la World Boxing Association festeggerà i cento anni di attività.
Nata come NBA (National Boxing Association) per governare la boxe negli Stati Uniti d’America, il 23 agosto 1962 è diventata WBA e ha allargato al mondo l’area di influenza. Cinquantotto anni di attività sotto questo acronimo, trentotto dei quali sotto il comando della stessa famiglia, i Mendoza. In pratica, una sorta di monarchia.

Gilberto Mendoza è stato eletto per la prima volta nel 1982 ed è rimasto in carica fino a dicembre 2015, quando è stato costretto a farsi da parte per problemi di salute, rimanendo presidente onorario fino al giorno della sua scomparsa.
Il posto è stato preso dal figlio, Giberto Jesus che è tuttora in carica.
Inizialmente la WBA aveva elezioni annuali (1921-1979), poi diventate biennali (1980-1988) per passare al quadriennio (1989-oggi). Non è escluso che un giorno la carica possa essere a vita, con titolo tramandato nell’ambito della stessa famiglia, senza votazioni. Chissà, con la boxe non si può mai dire…

Nell’ottobre del 2019 ho sottolineato alcune stranezze dell’Associazione.
L’ultima, in ordine di tempo, arrivava dalle classifiche del mese precedente. Nei pesi massimi, al decimo posto c’era un tale Christopher Lovejoy.
Leggevo il record, 18-0 (18 ko), e pensavo: però, bravo il ragazzo. Cominciavo a insospettirmi quando vedevo che i diciotto incontri erano stati tutti disputati a Tijuana, in Messico.
Lo confesso, non sapevo chi fosse il pugile in questione. Mi informavo.
È un signore che oggi ha 36 anni. Un omone di 1.96 con un peso che oscillava tra 116 e 138 chili.
Leggevo il curriculum e scoprivo che nell’intera carriera aveva affrontato un solo pugile con il record positivo. Gli altri diciassette, messi assieme, completavano un desolante 25-177-11.
Eppure era il numero 10 della classifica WBA.
L’ultimo incontro lo aveva disputato il 17 maggio 2019 contro Daniel Yocupicio, un 34enne messicano che in carriera aveva vinto 6 match, pareggiati 2 e persi 50 (trenta dei quali per ko).
Lovejoy, che gli amici chiamano Pretty Boy, non era nelle classifiche pubblicate dagli altri tre enti più importanti: fuori dai primi 40 nel WBC, dai primi 15 sia nell’IBF che nella WBO.
Era numero 435 nel ranking mondiale del sito specializzato boxrec.com e 117 tra i pesi massimi americani.
In base a quale criterio, per la WBA, meritasse la Top Ten non si sa.
Sono passati nove mesi da allora, Lovejoy ha combattuto una sola volta (il 25 gennaio scorso, ovviamente a Tijuana) e ha vinto ancora per ko, al primo round contro Misael Sanchez (12-14-7, 6 ko all’attivo e 15 al passivo).
È scomparso dai primi quindici.

I CAMPIONI

Al momento la WBA definisce campioni del mondo 42 pugili distribuiti nelle 17 categorie di peso. C’è il Super Campione, il Campione, il Gold Champion e il campione ad interim in gran parte delle categorie.
Per definizione il campione ad interim è colui che dovrebbe coprire il periodo di vuoto tra la momentanea impossibilità del detentore a difendere il titolo e il suo ritorno all’attività. E allora perché il campione ad interim esiste anche quando la categoria ha un campione in piena attività?
C’è poi l’ultimo arrivato, il Gold Champion. Terza cintura in ordine di valore. Non provate a chiedere alla WBA perché sia nata, a meno che non vogliate sentirvi rispondere: “Per aumentare l’attività”.

LE TASSE

Ad aumentare sono certamente le tasse.
Si pagano anche per avere le cinture: 2.500 dollari per quella del campione ad interim, 3.500 $ per quella del campione regolare, 5.000 $ per il supercampione.
Tasse per gli organizzatori e i manager.

Per le cinture, ma anche per organizzare i titoli e presentare i reclami. Per pagare le spese di arbitri, giudici, supervisor.

Tanto per rendere l’idea, solo per il primo mondiale dei pesi massimi tra Andy Ruiz jr e Anthony Joshua, la World Boxing Association ha incassato 525.000 dollari.
Più la quota annuale di 5.000 $ per l’affiliazione del promoter, 1.200 $ per quella del manager. In caso di reclamo, la documentazione non sarà presa in considerazione se non saranno prima versati 10.000 $.

L’organizzatore paga gli ufficiali di gara: 3.900 $ l’arbitro più le spese; 3.500 i giudici; 1.000 il supervisor, che però ha diritto a un viaggio aereo in business class e all’alloggio per tre giorni in un albergo di prima categoria, più pasti in ristoranti di primo livello.

IL DOPPIO CAMPIONE

Saul Alvarez è attualmente campione in due categorie di peso. Nei medi e nei supermedi. La furbata è stata resa possibile dalla differenziazione dei titoli: Super nei medi, regolare nei supermedi. E il 2 novembre scorso ha sconfitto per ko11 Sergey Kovalev per il titolo dei mediomassimi della World Boxing Organizzation.

LE ASSURDITA’

La WBA negli ultimi anni si è resa protagonista di molte stranezze.
Ne ricordo alcune.

JOE FOURNIER

Novembre 2017
È un milionario inglese proprietario di vari night club, combatte da professionista nei mediomassimi. All’epoca dei fatti ha 34 anni e un record di 9-0, tutte le vittorie sono state ottenute per ko contro rivali di modesto livello. Il 25 giugno 2016, al termine del match contro Mustapha Stini viene trovato positivo all’esame antidoping. Il verdetto diventa No Decision e lui è squalificato fino al 5 dicembre 2020. In appello la pena è ridotta a 18 mesi, termina alla mezzanotte del 5 giugno 2018.
Il seguito della storia non è così lineare.
Dopo l’incontro incriminato, Fournier ne sostiene altri cinque, nell’ultimo (18 dicembre 2017) conquista addirittura il titolo Internazionale Wba della categoria battendo per ko 2 Wilmer Mejia (11-9-2 negli ultimi ventidue incontri).
Dove è l’errore?
Come può un pugile squalificato per doping sostenere cinque incontri e addirittura battersi per un titolo (minore) di un Ente come la World Boxing Association?
Tutti e cinque i match dopo la positività si sono svolti a Santo Domingo. La Repubblica Dominicana è nella zona caraibica, cioè in un luogo in cui l’influenza della Wba è molto importante. Come può essere accaduto?
Come se non bastasse, nel dicembre 2017 Joe Fournier  è stato inserito dalla World Boxing Association al numero 11 dei mediomassimi. In altre parole, secondo questi signori, nel mondo ci sarebbero solo dieci pugili migliori di lui nella categoria.

Joe Fournier è fermo da due anni e mezzo. Ha finito di scontare la squalifica il 5 giugno scorso. Di lui, nel mondo della boxe, non si hanno notizie.

MANUEL CHARR

Novembre 2016
Manuel Charr era il numero 8 della World Boxing Association nei pesi massimi.
Ad agosto 2016 era 15.
Il salto in avanti l’aveva ottenuto perdendo per ko 5 contro il massimo leggero Mairis Briedis (6 centimetri più basso e 14,5 kg più leggero del tedesco); vincendo contro il bielorusso Andrei Mazanik, numero 574 nel ranking di boxrec.com, che non sarà il libro della verità, ma un’idea sul valore di questo pugile la offre; sconfiggendo Sefer Seferi, a fatica nella Top 100 della categoria. Tre sconfitte negli ultimi sette incontri (in due occasioni per ko) non erano riuscite a frenarne l’ascesa.
Da allora ha sostenuto un solo combattimento (il 25 novembre 2017), conquistando il mondiale regolare grazie alla vittoria  ai punti contro Alexander Ustinov, un pugile che nonostante fosse a riposo, era riuscito a scalare cinque posizioni nel ranking mondiale: dal numero 7 era infatti passato al numero 2 senza combattere.  Ustinov, che all’epoca aveva quasi 41 anni, era inattivo da diciotto mesi.
Da quel 25 novembre di tre anni fa Manuel Charr è fermo.
Era stata annunciata una difesa del titolo per l’11 aprile 2020 a Dubai contro Trevor Bryan (20-0, 14 ko). Don King, che amministra lo statunitense, aveva vinto l’asta in marzo e aveva confermato il progetto.
“Non so se la WBA approverà il match” aveva detto il campione.
E perché mai non avrebbe dovuto farlo?
Bryan non combatteva dall’11 agosto 2018 quando aveva conquistato il titolo ad interim WBA contro BJ Flores: 39 anni, due sconfitte negli ultimi cinque incontri, fermo da oltre un anno.
“Se il match dovesse saltare, sfiderò Dillian Whyte in Inghilterra” urlava Charr in un eccesso di ottimismo.
La pandemia ha bloccato il progetto.
Charr è sempre il campione regolare della WBA, Joshua è il supercampione, il finlandese Robert Helenius è il campione Gold. E Trevor Bryan? È il sempre il campione ad interim.

PESI MASSIMI

La storia è lunga.

Il 6 luglio 2014 Ruslan Chagaev batte Fres Oquendo (ai punti, decisione a maggioranza) a Grozny. Dopo il match Oquendo viene trovato positivo all’antidoping per due sostanze: tamoxifin e anastazole. Viene squalificato. Fa causa alla Wba che decide di fare un passo indietro e da quel momento in poi lo inserisce come sfidante ufficiale in qualsiasi situazione.

L’11 luglio 2015 Chagaev batte per ko1 Francesco Planeta in Germania. Il 5 marzo 2016 torna sul ring e perde contro Lucas Browne per kot10 dopo avere dominato le prime nove riprese (88-82, 88-82, 88-81). Al controllo antidoping Browne viene trovato positivo al clenbuterolo. La Wba gli toglie il titolo e lo squalifica per sei mesi. In Australia per ogni altro sport la squalifica va da due a quattro anni.

Lucas Browne fa causa alla Wba in un tribunale americano. Le parti trovano un accordo extragiudiziale. Browne viene inserito nei primi cinque della classifica e tenuto in considerazione per ogni match che abbia il titolo in palio. La versione ufficiale della Wba è: “Il pugile ha preso, consapevolmente o meno, una quantità minima di doping che non avrebbe potuto dare benefici, soprattutto tra i pesi massimi.”
La sconfitta di Browne contro David Allen (ko3) il 20 aprile 2019 potrebbe avere risolto il problema.

Il titolo torna a Chagaev a cui però viene successivamente tolto per non averlo difeso nei tempi indicati (120 giorni) contro lo sfidante ufficiale che era (chi l’avrebbe mai detto?) Fres Oquendo.

La Wba, in attesa che il portoricano si decida a tornare sul ring, impone un match tra Luis Ortiz e Alexander Ustinov da disputarsi il 17 settembre.
Ortiz sale sul ring il 12 novembre 2016 contro Malik Scott per il titolo intercontinentale vacante dell’Associazione.
Ustinov resta fermo nel 2016, nel 2017 incontra prima Zumbano e poi Charr.

Tyson Fury rinuncia al titolo. Nella classifica online la Wba lo tiene a lungo come campione unificato, accompagnando il nome con un asterisco (*) per indicare che la situazione è sotto esame.

La Wba non prende mai posizione nella vicenda Tyson Fury
Aspetta che altri decidano per lei.
Il 24 aprile 2017 Anthony Joshua batte per kot 11 Wladimir Kitschko e conquista la cintura dei massimi WBA.
Questione finalmente risolta.
E vissero tutti felici e contenti…

ALI RAYMI

Giugno 2015.
Una negligenza di cattivo gusto.
La WBA pubblica le ultime classifiche il 4 giugno.
Nella Top 15 dei minimosca c’è Ali Raymi, è al numero 11.
Troppo in alto? Non è questo il problema.
Ventuno vittorie consecutive nei primi ventuno match, tutti per ko 1. Poi quattro incontri nel 2014 contro lo stesso avversario, tale Prince Maz. Vinti anche questi prima del limite.
Discutibile il livello dei rivali.
Ma non sto scrivendo per dire che non meritava un posizionamento così alto. La realtà è che non doveva proprio essere inserito nelle classifiche uscite il 4 giugno.
Ali Raymi è infatti morto il 23 maggio a causa di un’esplosione dopo un attacco aereo a Sana’a nello Yemen. Aveva 41 anni.
Il primo ad accorgersi dell’assurdità è stato il giornalista americano Dan Rafael, al’epoca lavorava per espn.com.
Il povero Raymi è coinvolto, ovviamente incolpevole, in una vicenda farsesca che copre di tristezza e ridicolo quella che un tempo era chiamata la nobile arte.

Prima di chiudere la storia, forse qualcuno vorrà sapere cosa faccia oggi il caso emblematico della vicenda WBA.
Fres Oquendo l’1 aprile del 2020 ha compiuto 47 anni, non combatte dal 6 luglio 2014.
Si è dunque ritirato?
Non credo e una recente intervista al sito online worldboxingnews.net  confermerebbe questa mia impressione. Lo stesso sito ha pubblicato in esclusiva la notizia che una Corte Federale statunitense avrebbe dato ragione al portoricano nella vicenda che lo vedeva nelle vesti di querelante. Denunciava il fatto che in tre anni non gli fosse stata concessa un’occasione di battersi per il titolo di Manuel Charr, pur essendo lui lo sfidante ufficiale. Ora Oquendo potrebbe bloccare i prossimi match del tedesco, compresa la difesa contro il campione ad interim Bryan. Non so cosa accadrà. Ma so di sicuro che la World Boxing Association nelle ultime classifiche dei pesi massimi (pubblicate il 31 maggio 2020) lo ha inserito al numero 15.

La boxe merita tutto questo?
Restate collegati.

1. Continua (prossima puntata, il World Boxing Council)

 

 

 

 

 

Il destro di Marciano è un capolavoro. Walcott ko, Rocky è mondiale

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Philadelphia, 23 settembre 1952

Il campione è Jersey Joe Walcott. Il suo è un nome d’arte. Si chiama Arnold Raymond Cream, i genitori vengono dalle Barbados. Da lì sono scappati in cerca di fortuna. Dieci fratelli e la fame come compagna di tutta l’infanzia.

Profondamente religioso, padre di sei splendidi bambini, Walcott si è fidato troppo degli uomini. I manager lo hanno privato di parte consistente dei guadagni. Per sette volte ha lasciato la boxe, preferendo lavorare come operaio edile, camionista o spazzino. Poi Felice Bochicchio, l’ultimo manager, l’ha convinto a tornare in palestra.

Philadelphia, Municipal Stadium.
Il popolare radiocronista Don Dunphy parla a venti milioni di americani.

«Le gambe senza età di Walcott lo tengono lontano dai guai. Ma Walcott adesso è alle corde. È colpito da un destro alla mascella. È senza difesa alle corde e ha preso un destro alla mascella. È a terra. Potrebbe essere ko, non credo riuscirà ad alzarsi. Un diretto destro terribile alla mascella e Walcott è fuori combattimento. Abbiamo un nuovo campione del mondo. È Rocky Marciano, ancora imbattuto, da Brockton, Massachusets».

Non è stato facile. Jersey Joe sul ring è come una pantera, danza morbido e fa scattare il sinistro una-due-cento volte. È con un sinistro che manda al tappeto Rocky nel primo round. Una brutta ferita, ci vorranno quattordici punti per suturarla, si apre sull’arcata sopracciliare sinistra dell’italo-americano. C’è aria di disfatta. Le cariche da toro infuriato non portano risultati contro la classe del nemico. Danza Walcott. E colpisce. Ma i pugni di Rocky possono buttare giù i palazzi. Le mani sono come quelle enormi palle di ferro che distruggono anche i grattacieli. Perché mai un uomo dovrebbe restare in piedi?

Va giù Jersey Joe Walcott, va giù al tredicesimo round centrato da un perfetto diretto destro alla mascella, quando è chiaramente in testa nei cartellini dei giudici. Ma va giù, knockout. Il colpo che ha chiuso il mondiale è perfetto per coordinazione, precisione, potenza. Un’autentica magia di Rocky Marciano.

Pasqualina Picciuto è una signora robusta, ha un paio di grossi occhiali da miope, indossa vestiti color pastello e tiene su i capelli con un fermaglio. Ha la faccia piena, le guance rotonde come il resto del corpo in salute. Viene da San Bartolomeo in Galdo nella provincia di Benevento. Arriva all’America, come si dice all’epoca, nel primo decennio del Novecento.
Conosce Pierino Marchegiano, lo sposa. Dopo qualche anno nasce Francesco Rocco.
Il papà di Pierino si chiama Luigi ed è un piccolo boss del quartiere italiano di Brockton. Gestisce una distilleria clandestina. I Picciuto e i Marchegiano vivono a meno di un miglio dal James Edgar Playground, dove i ragazzi vanno a giocare.

Francesco Rocco diventa Rocky e non gioca più.
Fa il pugile professionista. Ogni volta che combatte, Pasqualina sale sulla macchina di Rocco Del Colliano, il medico di famiglia, e si fa portare in giro per il quartiere. Il dottore ha una fermata fissa davanti alla chiesa. Lei entra, prega, accende un paio di ceri.
«Pasqualina, non avete mai visto Rocky combattere?».
«Mai, e mai lo vedrò».
«Rocky è forte, vince. Di che cosa avete paura?».
«Che faccia del male all’altro ragazzo, anche lui ha una mamma che prega».
Torna a casa, la radio è spenta. Aspetta solo che il telefono suoni.
«Mamma, sono Rocky. Ho vinto un’altra volta. Nessuno si è fatto male.»
Anche stanotte, Pasqualina dormirà serena.

Pierino Marchegiano viene da Ripa Teatina, in Abruzzo. È piccolino, ma forte. Vive a Brockton, cittadina di sessantamila anime a sud di Boston. Fa il fabbro, come il papà, poi diventa calzolaio. Durante la Prima Guerra Mondiale è con il II Marines. A Chateau Thierry, in Francia, il gas gli entra nei polmoni e ne mina la salute.
Quando l’1 settembre del ’23 nasce Francesco Rocco i problemi aumentano.
Lavora duro Pierino. Torna a casa e crolla sulla sedia, non ha neppure la forza di mangiare.
Il bambino ha meno di due anni quando rischia la vita per colpa di una broncopolmonite. Pasqualina disperata chiama prima il dottore, poi una guaritrice.

La vecchina ha novant’anni e metodi antichi. Fa bere al piccolo qualche bicchiere di acqua calda, lo mette a regime di brodo di gallina. E lui si salva. Ma altri guai sono in arrivo. C’è la crisi del ’29, soldi non ce ne sono, il posto di lavoro è a rischio, la malattia di Pierino pesa sulla serenità della casa.
Francesco Rocco cresce, si fa robusto, sogna un futuro da giocatore di baseball. Lascia gli studi e va a lavorare. Lava i piatti in un ristorante, pulisce i giardini, spala la neve davanti alle case. Guadagna qualche centesimo, mette assieme pochi dollari. La lotta quotidiana per sopravvivere è un incubo che non riuscirà mai a cancellare.
Le borse, anche quando diventa ricco e famoso, se le fa sempre pagare in contanti. I dollari li nasconde a decine di migliaia dentro lo sciacquone del bagno degli alberghi che lo ospitano alla vigilia dei match.

Quando si tratta di tirar su soldi, è capace di tutto. Va in giro a fare esibizioni. Per limitare le spese, si esibisce con il fratello Sonny. Per non fare nascere dubbi si fa chiamare Tony Zullo. Il fratello diventa Pete Fuller. Tutto fila liscio, fino al giorno in cui vanno ad esibirsi a Portland.
A Sonny scappa un destro che centra in pieno Rocco. Vola il paradenti. In un attimo il volto del campione si trasforma.
Sonny è terrorizzato, urla.
«Ehi Rocco, sono io. Sono tuo fratello, non colpirmi».
Si salva, ma il trucco è scoperto.

Francesco Rocco si appassiona al pugilato durante il servizio militare a Fort Devens, Virginia. Boxa da dilettante e lavora come operaio dell’Azienda del gas. È in quei giorni che si innamora di Barbara Cousins, la figlia di un agente di polizia irlandese: una brunetta che insegna nuoto. La sposa.
Per colpa di un annunciatore che non riesce a pronunciarne bene il nome, il 13 settembre del ’48 Francesco Rocco Marchegiano diventa Rocky Marciano.

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La seconda guerra mondiale è finita da qualche anno, si fa fatica a riprendere la vita per il giusto verso. Joe Louis  è amato da tutti. Anche dai bookmaker, che aprono a 3/10 per chiudere a 5/7. Rocky è più giovane, è in ascesa e ha spazzato via come birilli tutti gli avversari. Non basta. Ci sono quasi 18.000 spettatori all’interno del Madison Square Garden.
Nell’ottavo round Rocky avanza con il peso del corpo che poggia tutto sulla gamba destra, il tronco va quasi a toccare il fianco, sembra voglia spostarsi di lato per vedere meglio il bersaglio. E proprio da quella posizione parte il sinistro che Louis non vede. È finita. L’angoscia dura qualche secondo e qualche pugno ancora. Il vecchio Joe vola fuori dalle corde, resta indifeso. Umiliato, più che sconfitto.

Non c’è eleganza nella boxe di Marciano. Usa le braccia come clave che si abbattono sul nemico di turno. Picchia anche quando l’altro prova a fermarlo. Picchia, anche quando colpi tremendi del rivale provano a sbarragli la strada.
La notte che Primo Carnera mette ko Jack Sharkey e diventa campione del mondo dei massimi, Marciano ha nove anni. Fa festa il quartiere italiano di Brockton, fuochi d’artificio illuminano le strade attorno alla casa di Pierino e Pasqualina Marchegiano. Il ragazzino è chiuso in stanza, guarda fuori dalla finestra e sogna.
«Il giorno che diventerò campione, offrirò un grande party a tutto il quartiere».
Vinto il titolo, Carnera va a Brockton per parlare agli italiani nella vecchia Arena di Pleasant Street. Lo zio John Picciuto porta Rocco a vederlo.«Papà, ho visto Carnera. L’ho toccato».
«Rocco dimmi, quanto è grande?».
«È più alto di questo tetto. E dovresti vedere quanto sono grandi le sue mani».
Il bambino cresce e insegue il sogno.

Il 23 settembre del 1952 quel sogno diventa realtà.
Rocky Marciano è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi.

Giovedì al CN del CONI si parla di elezioni. Autunno 2021 per la boxe?

Giovedì 2 luglio, presso il Foro Italico a Roma, sono in programma Giunta Nazionale (inizio ore 10) e Consiglio Nazionale (dalle 15:30) del CONI. Si parlerà anche delle prossime elezioni federali.

Come è noto, il CIO ha deciso di adottare un approccio flessibile. Lascerà decidere ai Comitati Olimpici Nazionali, fatti salvi i rispettivi statuti, se seguire il mandato dei quattro anni o quello del ciclo dei Giochi Olimpici, tenendo in questo secondo caso le elezioni dopo l’Olimpiade del 2021. Per i CNO che sceglieranno questa soluzione, il CIO, in via eccezionale, consentirà una proroga del mandato iniziale oltre i quattro anni.
Il CIO ha inviato una lettera circolare a tutti i CNO il 23 aprile 2020 per confermare formalmente questa posizione.

Le elezioni delle Federazioni Nazionali non sono sotto la diretta giurisdizione del Comitato Olimpico Internazionale, ma sotto quella del CONI.

Per quello che è possibile sapere, le Federazioni non olimpiche e quelle non qualificate per i Giochi di Tokyo 2020 dovranno tenere le loro elezioni entro il 15 marzo 2021 (nel gruppo ci sono anche calcio, rugby, pallamano).

Le Federazioni che hanno atleti già qualificati o ancora in corsa per la qualificazione, dovranno aspettare almeno l’autunno 2021. Dentro ci sono atletica, basket, nuoto, tennis, ciclismo, pugilato, ginnastica, pallavolo e altre ancora.

CIO e CONI avranno le rispettive elezioni dopo l’Olimpiade di Tokyo, nella primavera del 2022.

James Buster Douglas, la gioia più grande è quella che non era attesa…

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Tokyo, 11 febbraio 1990

Un sogno lungo quaranta minuti. Poi il risveglio e la scoperta che tutto sta per trasformarsi in un incubo.
James Buster Douglas (28-4-1) sale sul ring del Tokyo Dome per battersi contro Mike Tyson (37-0, 33 ko). Sul contratto c’è scritto 1,3 milioni di dollari per il massimo di Columbus. Per lui è la più grande borsa di sempre.
Nessuno accetta scommesse sull’incontro. Nessuno tranne il Mirage Hotel di Las Vegas. Il capo dei bookmaker Jimmy Vaccaro quota lo sfidante 42/1. Ogni dollaro puntato su di lui ne frutterebbe 42 se Tyson perdesse. Un risultato impensabile.
Ne sono tutti convinti, Iron Mike compreso.

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Ha avuto un’infezione intestinale da virus, è debilitato, ma è ugualmente sul ring. Non è l’unico errore. All’angolo ha Jay Bright e Aaron Snowell. Due vecchi amici. “Due ragazzi che non potrebbero insegnare neppure come si nuota a un pesce” dice Teddy Atlas. Ha ragione.

Buster Douglas è lì, con il cuore che ancora piange per la morte della mamma. Lula Pearl, appena 47 anni, uccisa da un infarto ventitrè giorni prima. Come se non bastasse, James ha anche litigato con il papà che non l’ha raggiunto a Tokyo come aveva promesso. Non c’è neppure Bertha, la moglie da cui si è separato da pochi mesi.
Nessun uomo al mondo è solo come è solo un pugile sul ring” dice George Foreman. Mai come stavolta ha ragione.
A poco meno di trent’anni Douglas compie il miracolo.
Quello che è stato capace di fare rende Cenerentola una storia con un triste finale” dice il commentatore della tv americana.

Regge l’urto di Tyson, lo tiene a distanza con il jab, lo martella di colpi. A pochi secondi dalla chiusura dell’ottavo round, un devastante montante destro di Iron Mike lo manda al tappeto. L’arbitro Octavio Meyran Sanchez va in confusione, inizia tardi il conteggio e chiude a 9 quando in realtà sono già trascorsi almeno 12 secondi. Il gong aiuta Buster.

Ma è dopo 1:23 della decima ripresa che l’impossibile diventa realtà.
Douglas spara cinque jab sinistri in successione, poi colpisce Tyson con un potente montante destro, a cui seguono gancio sinistro, gancio destro parzialmente a segno, definitivo gancio sinistro. Iron Mike va giù, in croce. Lentamente prova a tirarsi su, si mette carponi, cerca il paradenti, si rialza, barcolla.
È out.

James Buster Douglas è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi.
La più grande sorpresa di sempre per la boxe, una delle più grandi per l’intero sport.
Qui finisce il sogno.

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Nello spogliatoio il nuovo campione viene informato che Don King ha appena fatto un esposto per la ripetizione del match, vuole bloccare il passaggio di consegne, chiede che venga riconosciuto l’errore dell’arbitro al momento del conteggio di Douglas.

L’International Boxing Federation respinge la protesta. Il World Boxing Council e la World Boxing Association sul momento non convalidano il risultato. Lo faranno in seguito davanti alle minacce di molte federazioni, quella inglese in testa.

Ma non finisce qui. Buster scopre che del milione e trecentomila dollari di borsa, solo 15.000 finiranno sul suo conto. Il resto servirà a pagare tasse, manager, allenatore, sparring, spese di preparazione, promozione e viaggi.

Il Sognatore Deluso si lascia andare e sfoga nel cibo la depressione. È un omone alto 1.92, ma anche per uno come lui 190 chili sono troppi! Va in coma diabetico, per tre giorni non dà segni di vita. Si riprende lentamente. Si mette a dieta, perde novanta chili e sei anni dopo il ko torna sul ring.

Il fratello Robert L. viene ucciso da un colpo di pistola durante un conflitto a fuoco con due sconosciuti. Un cancro al colon uccide il padre Billy, buon peso medio degli anni Sessanta.

Douglas si ritira il 19 febbraio del 1999, nove anni dopo il capolavoro.

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Lentamente e con grande fatica torna alla normalità.

Si sposa, ha quattro figli. Scrive un libro per raccontare come sia riuscito a tenere sotto controllo il diabete. Torna in palestra, diventa allenatore. Fa il maestro anche a due dei suoi quattro figli. Gli piace, si sente a suo agio.

Oggi Buster fa beneficienza, è coinvolto in iniziative benefiche. E lavora sempre come maestro di boxe.
Il 7 aprile scorso ha festeggiato i suoi primi 60 anni. Ha rivisto Tyson solo nel 2011, si sono scambiati poche parole e poi ognuno ha ripreso la sua strada.

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Trent’anni fa James Buster Douglas ha vissuto il sogno di una vita. Poi è precipitato nell’incubo più nero. È riuscito a rialzare la testa, ha ripreso a lottare e ce l’ha fatta. Ma tra i ricordi più cari ci sarà per sempre, ne sono certo, quell’immagine di Mike Tyson che cerca disperatamente di agguantare il paradenti. Sconfitto, umiliato, distrutto nel fisico e nella mente.
Sports Illustrated ne ha fatto una copertina. Douglas ne ha fatto l’orgoglio di una vita.

La gioia più grande
è quella che non era attesa.
(Sofocle)

 

Volevo parlare di Vittorio Gassman. La mia storia appena cominciata è già finita

Venti anni.
Due parole, l’inizio di una storia. A vent’anni dalla morte, volevo raccontare cosa avesse legato Vittorio Gassman allo sport. Messo il punto, mi è venuto un dubbio. Ho aperto Internet e ho scritto una frase su Google (“Alla Ginnastica Triestina esordii con la nazionale maggiore, contro la Germania”), l’avevo letta ma non ricordavo dove.
Ho cliccato.
Pochi secondi dopo ho capito che il mio pezzo poteva finire lì.

Venti anni.
E niente più.

Google mi aveva appena mostrato un articolo di Angelo Carotenuto su Lo Slalom, Il meglio del racconto sportivo. Scelto e commentato.

Ho subito capito che quella storia mi piaceva più della mia.

Il Mattatore dello sport
Vittorio Gassman dal basket a Er Pantera
Come l’Italia perse un campione e trovò un grande attore

Nell’articolo c’era tutto, raccontato in modo da convincermi a leggere quel pezzo dall’inizio alla fine.
Ricordi, citazioni, commenti, aneddoti.
Cosa altro avrei mai potuto aggiungere?
Meglio fermarmi.

Venti anni.
E niente più.

“Arrendersi non significa sempre essere deboli; a volte significa essere forti abbastanza da lasciar perdere” (Marilyn Monroe)

A me piace vederla così, anche perché di Marilyn sono innamorato da sempre.
Mi sono dunque arreso perché sono forte.
Forse.
Questa storia l’ho trovata su Internet, credo quindi possa essere riproposta al popolo dei social con una breve nota di accompagnamento.
Lo Slalom è la giusta medicina per chi è malato di sport. E vuol capire cosa sia il giornalismo di qualità.

https://www.loslalom.it/2020/06/dal-basket-a-er-pantera-lo-sport-di-vittorio-gassman/

Vittorio Gassman (Genova 1 settembre 1922, Roma 29 giugno 2000).

 

 

 

El Gato in trappola. Oliva sconfigge Gonzalez e la maledizione del numero 7


Agrigento, gennaio 1987

Tre lunghe cicatrici, su gamba, petto e braccio, disegnano il corpo. Gli ricordano il momento in cui ha incontrato la morte. E l’ha sconfitta.
Era il 12 settembre del 1981, El Gato perdeva ai punti contro Claude Noel ad Atlantic City, in palio c’era il mondiale WBA dei leggeri.
Regalava una casa alla mamma e con il resto della borsa organizzava una grande festa.
Musica, balli, cibo e alcol per tutta la notte.
Poi saliva sulla nuova Mustang gialla assieme a quattro amici e si tuffava nella notte.
Lo scontro con il camion era violento. Una carambola pazzesca. La Mustang veniva distrutta, morti tutti gli occupanti.
Il corpo di Rodolfo Gonzalez detto El Gato riposava nell’obitorio dell’ospedale, steso su un tavolo di marmo e coperto da un lenzuolo bianco. Accanto a lui giacevano altri quattro cadaveri, quelli dei suoi amici.
Il padre entrava nella sala mortuaria, si avvicinava al tavolo, alzava leggermente il lenzuolo e scoppiava in un pianto dirotto, singhiozzi che laceravano l’aria.
“È lui. È il mio ragazzo, aveva solo ventidue anni!”
Poi si copriva il volto con le mani e si bloccava, non aveva la forza di fare un solo passo.
Un medico gli poggiava un braccio sulla spalla e lo accompagnava lentamente verso l’uscita.
«Ahiii».
Un flebile lamento, un suono che veniva da lontano.
Il padre riconosceva la voce del figlio.
Si girava, correva, urlava.
«È vivo! È vivo! Aiutatelo!».
El Gato respirava ancora.
Aveva una mano fratturata in più punti, l’anca lussata, un versamento al polmone sinistro e cento tagli su tutto il corpo. Ma era vivo.
Lo operavano d’irgenza, lo riportavano in questo mondo, lo salvavano.
Un anno dopo tornava sul ring.
E adesso Rodolfo El Gato Gonzalez è in Sicilia per sfidare Patrizio Oliva, in palio il mondiale WBA dei superleggeri.

L’aereo atterra a Catania in perfetto orario.
Patrizio Oliva e Rocco Agostino salgono in macchina e imboccano la strada che porta ad Agrigento. All’altezza di Enna il camion articolato che si accingono a sorpassare si allarga improvvisamente sulla sinistra, occupa la carreggiata, diventando improvvisamente un pauroso ostacolo.
Per evitare lo scontro, l’autista della Thema su cui viaggia il campione schiaccia violentemente il freno. L’auto sbanda, ma ce la fa. Passata la paura, riprendono la corsa verso la meta.
Mentre passeggiamo fuori dall’hotel, Patrizio mi racconta un aneddoto.
«Tu dici che non dovrei essere superstizioso. Senti questa storia. Mercoledì alle 7 di sera, lo so perché è scattato l’allarme, i ladri sono entrati in casa mia a Varcaturo, vicino al Lago d’Averno. Hanno sfondato una finestra, hanno rubato un collier d’oro e se ne sono andati. In quel momento la segreteria telefonica aveva registrato sette chiamate. E mercoledì era il 7 gennaio…».
C’è misticismo, una carica a metà tra fede religiosa e fanatismo nel cuore del Gato. Ogni notte fa lo stesso sogno, si rivede disteso su quel tavolo di marmo.
Era morto, è tornato a combattere e si prepara ad affrontare un mondiale.
Ripensa spesso agli anni della gioventù. A quelle mattine nel quartiere de Los Doctores, nella pancia del ginnasio Margarita, a picchiare e a essere picchiato. Da quelle parti ogni seduta di sparring è una battaglia senza risparmio. Molti dei ragazzi, fatta una veloce doccia, escono dallo spogliatoio e tornano in strada per continuare a lottare.
Ha bisogno di soldi, e questa è una buona motivazione per fare bene.
Patrizio, dicono, potrebbe invece ritenersi appagato.
Ma lui continua a ripetere: «Ho ancora fame».
E allora sul ring saranno ad armi pari.

El Gato è un mancino impostato in guardia normale. Porta bene il gancio sinistro, è un attaccante e fa male con entrambe le mani. Ha aggressività ed è ben preparato. È l’avversario più forte in circolazione.
Viene da tredici vittorie consecutive negli ultimi tre anni, otto prima del limite.
Patrizio ha una grande scelta di tempo. Veloce di braccia, coraggioso, dotato di notevole intelligenza tattica. Velocità di esecuzione e mobilità dovrebbero essere le chiavi per portare a casa la vittoria.
È pronto a mettere in trappola El Gato.
È appena cominciata la giornata che ci porterà al match.
Sette messicani con sombreri e chitarre suonano sotto l’albergo che ospita Oliva e Gonzalez.
Assolto il dovere del peso, i protagonisti si mettono in posa per la foto di rito. El Gato mostra la mano sinistra aperta e alza due dita della destra.
Sette.
Patrizio sorride.

 

Gong, si comincia.
Lacrime rosse segnano il volto di El Gato. È caduto anche lui nella trappola. Le saette di Oliva gli spaccano le arcate sopracciliari. Troppo bravo il ragazzo napoletano per lui. Un buon torero può vincere la corrida, anche contro un toro forte e ruggente come Gonzalez.
Neppure la maledizione del numero 7 riesce a rovinare la festa.
Un gancio sinistro, neppure tanto potente, centra Patrizio al collo. Il campione va al tappeto, per la prima volta dopo 99 match da dilettante e 48 da professionista.
È la settima ripresa.
A fine match Patrizio viene verso la mia postazione a bordo ring, si appoggia alle corde e mi dice sorridendo…
«E tu continui a dirmi che non devo crederci…».
Ma ci vuole altro per fermare il ragazzo.
I colpi di Oliva tagliano l’aria, finiscono la corsa sul volto del messicano ogni volta che abbozza un attacco.
Ansima Gonzalez, sembra un pesce in cerca di cibo nell’acquario. Ha un gancio sinistro che fa male, non c’è bisogno di prenderlo in faccia per capirlo.
Il più delle volte però colpisce l’aria. L’altro è imprendibile.
Indietreggia, rientra, anticipa.
Tre messicani, con la faccia segnata dal sole e dalla sofferenza, siedono appena dietro di me. Si sono portati uno striscione, due raganelle e una tromba. Non hanno tempo per suonarle.
Sinistro, sinistro, destro.
Eccola qui la musica che ascoltiamo sotto il tendone. A mettere in fila le note è un maestro del ring. Troppo veloce, troppo abile per Gonzalez e per chiunque altro nella categoria.
Oliva chiude con un segno sulla faccia. Due graffette a suturare la ferita. Lo zigomo destro è nero e gonfio. A provocare il taglio è stata una testata involontaria di Gonzalez, nel sesto round. Per fortuna l’angolo è riuscito a tamponarla con abilità.
Il campione mostra orgoglioso i segni della battaglia, si sente un guerriero che ha resistito ai momenti difficili e ha portato a casa la vittoria.

I tagli sulle arcate sopracciliari del Gato fanno paura. Sono il segno della disfatta. Mi è sembrato che Patrizio a volte addirittura giocasse. I colpi dello sfidante erano maligni. Anche nelle ultime riprese, quando boccheggiava, era in grado di mettere a segno il pugno giusto. È il rischio che si affronta quando si sale sul ring con un picchiatore, contro il numero 1 di tutte le associazioni mondiali.
Il gancio sinistro del napoletano è stato la cosa più bella vista questa sera. Quando Gonzalez partiva, Patrizio faceva un piccolo spostamento laterale e poi lasciava partire il colpo che nove volte su dieci centrava il bersaglio. Il diretto destro completava l’opera.
Uno spettacolo.

# Il match Oliva vs Gonzalez, trasmesso il 10 gennaio 1987 in prima serata da Rai2, ha registrato un’audience di 9.881.000 spettatori con il 38.6 di share.

(da ERAVAMO L’AMERICA di Dario Torromeo, 270 pagine 15 euro, Edizioni Absolutely Free)

 

I GORDINI presentato nella sua terra. In Romagna (Lugo e Cotignola)

Doppio appuntamento in Romagna per la presentazione del libro
I GORDINI
una fameja ad fénómen
Un padre e un figlio romagnoli.
Vite difese con coraggio, in guerra o sul lettino di un ospedale.
Meo è il figlio. Pugile grazie a un prete che legge il futuro, lascia per un terribile male. Oggi è un maestro di boxe che spiega la vita tirando cazzotti. Pronto a dare tutto sé stesso, pur di far diventare adulti i ragazzi che si affidano a lui. Un po’ filosofo, un po’ visionario. Studia le parole, le sue e quelle degli altri. Se gli piacciono, le scrive su grandi fogli che affigge alle pareti della Casa di Carta, la palestra al civico 88 della via Chiavica Romea.

Michele era il papà. Lo chiamavano Bucaza, forava sempre quando era in testa e così non vinceva mai. Sei Giri d’Italia e tre Tour de France. Un’avventura cominciata dopo aver speso tutti i risparmi per comprare una Romagna: bicicletta di seconda mano con le ruote di ferro e i copertoni con camere d’aria separate. Una sera del ’21, al Caffè Centrale di Cotignola, la sfida che gli avrebbe cambiato la vita. “Sono più veloce di quel cavallo di razza!“. Un km con partenza da fermo sul Canale Naviglio. Lui primo, il cavallo dietro.
Loro sono I Gordini, una fameja ad fénómen. Una famiglia di fenomeni.

Giovedì 2 luglio all’Hotel Ala d’Oro di Lugo di Romagna, ore 18:00, il primo incontro.
Ci saranno Meo Gordini, gli autori Flavio Dell’Amore (giornalista e scrittore) e Dario Torromeo (firma storica del Corriere dello Sport-Stadio e scrittore). Ospite d’onore Francesco Damiani, argento ai Mondiali e all’Olimpiade di Los Angeles ’84 tra i dilettanti, campione del mondo dei professionisti nei pesi massimi.
La manifestazione è patrocinata dal Comune di Lugo in collaborazione con la Boxe Lugo.

Il giorno dopo, venerdì 3 luglio, ci spostiamo di qualche chilometro.
L’evento è…
Con Meo
maestro di pugni
e di carezze
Avrà inizio alle ore 21:00 presso il Parco Rita Atria, in via Borsellino a Cotignola.
Qui proseguirà il racconto di una fameja ad fénómen.
Michele, mitico ciclista di sei Giri d’Italia e tre Tour de France, era l’idolo di casa. Meo, il figlio, prima pugile e poi maestro che insegna a vivere con i pugni e le carezze, è uomo di grande popolarità da queste parti.
Assieme a lui, ancora una volta gli autori Dell’Amore e Torromeo.
Come ricorda l’associaizione Primola, che assieme al Comune di Cotignola organizza la serata, per esserci bisognerà prenotare. Sono le regole del protocollo COVID.
Chi fosse interessato, dovrà scrivere una email all’indirizzo info@primolacotignola.it.

I GORDINI, una fameja ad fénómen, di Flavio Dell’Amore e Dario Torromeo. Edizioni Slam/Absolutely Free libri. 248 pagine, 15 euro.

Damiani batte il Mito ai Mondiali. È la sera dei miracoli, fai attenzione

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Sorrise, come facciamo tutti quando
veniamo colti di sorpresa dalla felicità.
(Stephen King)


Monaco, 11 maggio 1982

È una pioggia fastidiosa quella che sta venendo giù.
Roberto Fazi ed io acceleriamo il passo, ci rifugiamo in un bar vecchio stile. Pochi clienti, un silenzio malinconico. Appena entrati però, sorridiamo senza neppure accorgercene. È una sorta di riflesso condizionato, accade quando si riceve in dono un’immagine che regala gioia. Una vetrina piena di dolci ci dà il benvenuto. Cappuccino caldo e bignè al cioccolato possono farti felice anche se sei immerso in un pomeriggio di pioggia, in una Monaco triste a primavera inoltrata.

È l’11 maggio dell’82.
È la sera dei miracoli fai attenzione (cit. Lucio Dalla).
La grande avventura sta per cominciare, ma noi ancora non lo sappiamo. A dire la verità sono uno dei pochi a crederci. Il mio è un discorso con tanti se e qualche ma. Basta però a farmi sentire ottimista.

Quel cubano dal fisico statuario ci ha incantati per l’ennesima volta appena qualche giorno fa. È bastato il suo nome per farci accorrere in massa. Un centinaio di giornalisti in un locale che non ne aveva mai accolti neppure la metà. Per soddisfare la nostra curiosità non era stato necessario che dicesse qualcosa di memorabile. Era stato sufficiente che si presentasse.

Tre ori olimpici e due mondiali, 240 vittorie su 252 match. Un Mito. Un gigante di 1.97 per 96 chili. Sembrava una statua azteca. Il volto non tradiva emozioni e solo raramente si lasciava sfuggire una specie di ghigno che la nostra venerazione trasformava in un sorriso. Era sicuro di sé, non si curava minimamente del pugile che il sorteggio gli aveva riservato al primo turno.
«Francesco Damiani non mi preoccupa, non può preoccuparmi. Sarà una formalità».

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Checco mi guarda interessato mentre gli riferisco le parole del campione, non ne rimane impressionato. Anzi, quelle frasi rafforzano il desiderio di tentare la grande impresa.
“Vado, lo batto e torno” è il titolo che il mio giornale ha scelto.
Quando il Corriere dello Sport-Stadio pubblica il pezzo, in molti ridono. Io no.

Il terzo piano dell’albergo dove alloggiano i pugili è occupato dai cubani che l’hanno trasformato in una bolgia perenne. Musica e urla in continuazione, quelli dell’hotel pensano addirittura di mandarli via. È una festa continua. Aspettano la raccolta dell’oro e festeggiano in anticipo.

Damiani conosce bene Stevenson. L’ha visto per la prima volta ai Giochi di Montreal 1976. Checco si alzava ogni notte alle 3 per guardare il torneo di pugilato. Il 7 luglio il romagnolo vinceva i campionati italiani novizi. Il 2 agosto il cubano conquistava l’oro olimpico. L’ha incrociato per un attimo di persona all’Olimpiade di Mosca. Ora se lo ritrova come avversario.

Di match Francesco ne ha messi insieme 56 e 48 li ha vinti. È campione europeo in carica. Meno alto di sette centimetri, più pesante di tre chili rispetto a Teofilo.

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Crede nell’impresa. Ad Assisi lo hanno preparato alla grande. Franco Falcinelli, con l’aiuto di Nazareno Mela, non ha trascurato nulla. Per rinforzare gli addominali, serie ripetute di piegamenti con cinquanta chili sulle spalle. Per affinare la tattica giusta lo hanno fatto andare all’attacco per ogni ripresa di sparring. Perché quello è l’unico modo per venirne fuori vincitore. Aggredire il cubano, alzare il ritmo, non avere neppure un attimo di cedimento. E, soprattutto, evitare i suoi montanti. O, al limite, portarli via con il minimo danno.

C’è comunque un’aria cupa in casa Italia. Sono i tempi in cui subiamo furti in rapida successione. Stavolta è capitato a Damiano Lauretta contro il rumeno Totaiu e a Maurizio Ronzoni contro un altro rumeno, Fulger. I nostri hanno vinto al di là di ogni ragionevole dubbio e sono stati puniti da verdetti ingiusti. Ci siamo persi per strada Carlo Russolillo, messo kot dal bulgaro Tokov, e Scapellato uscito contro quel Konakbaev che conosciamo benissimo per la doppia avventura contro Oliva: sconfitta decisamente ingiusta del napoletano per l’oro agli Europei di Colonia del ’79, vittoria sofferta di Patrizio in finale all’Olimpiade di Mosca un anno dopo.

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La sera dei miracoli Francesco Damiani disputa il match perfetto. Non sbaglia nulla. Attacca, attacca, e poi attacca ancora. E nel secondo round, se l’arbitro non concedesse a Stevenson il tempo di riprendersi, forse chiuderebbe addirittura l’incontro prima del limite. Il cubano guarda l’orologio e comincia a legare, poi torna pesante e affaticato all’angolo. Sembra tutto fatto, mancano solo tre minuti alla realizzazione del sogno.
Sotto il ring c’è grande agitazione. Marco e Silvana, fratello e sorella del romagnolo, non stanno nella pelle. Il presidente Ermanno Marchiaro si fa scoprire in un raro sorriso. Claudia, la sua compagna, è tesa ma felice. Da Milano è arrivato Giovanni Branchini. Vuole mettere sotto contratto Damiani, farlo passare subito professionista senza aspettare i Giochi di Los Angeles. Marchiaro replica che la Federboxe farà qualsiasi cosa per tenersi il campione fino all’Olimpiade dell’84.

 

Il giorno prima della sfida, mentre mando giù l’ennesima birra, Giovanni mi confessa ridendo che si esibirà in una danza tirolese, con tanto di calzettoni con pon pon e cappellino con la piuma, se Damiani sconfiggerà il Mito.

Terzo round. I montanti di Stevenson sono quelli dei bei tempi. Entrano al corpo e sembra provino ad affondare sino a uscire dall’altra parte. Ma Checco resiste, incassa, riesce addirittura a replicare. Al termine della ripresa precedente Damiani ha sussurrato a Falcinelli. «Sono stanco». Il coach ha trovato le parole giuste e lo ha rimandato al centro del ring.

Gong. È finita.
Francesco cade sulle ginocchia. È la stanchezza, non una manifestazione di gioia. Poi si alza e ascolta il verdetto. Vince 5-0, tutti i giudici hanno visto la sua superiorità.  Urla felice. «Sono il più forte! Sono il più forte del mondo!». Il giorno dopo si scusa, chiedendo di perdonargli quell’attimo di superbia dettato della gioia.

Diciannove milioni di persone vedono negli Stati Uniti la grande impresa. La ABC-Tv, che manda in onda il Mondiale, riceve mille telefonate di emigranti italiani. Vogliono la ripetizione del match. Il network li accontenta trasmettendo anche un’intervista al campione romagnolo. Giornalisti stranieri mi avvicinano, mi chiedono dove mai sia nato l’uomo che ha battuto Stevenson.

«A Bagnacavallo» rispondo.
«Baghnacevalo?».
«Bagnacavallo!».
«Bacavalo?».
«In Romagna» e la chiudo lì.

Non vedo Giovanni Branchini ballare vestito da tirolese, probabilmente ci ha ripensato.
Francesco Damiani batte Teofilo Stevenson. Il cubano non perdeva da undici anni, aveva vinto ogni match disputato in un Mondiale, era il trionfatore di tre Olimpiadi e di due Mondiali.
Checco lo supera e porta Bagnacavallo sulla mappa del pugilato.
Sì, ho detto: Ba-gna-ca-va-llo! Strillatelo pure, ora tutti possono sentirvi.

Al terzo piano dell’albergo le stanze dei cubani sono chiuse, da quelle parti regna un silenzio assordante.

 

 

Quella notte in cui Bundu sconcertò l’Inghilterra, giudici compresi…

Wolverhampton, 1 agosto 2014

 

Leo è un omino che sorride. Neppure nei momenti di maggiore tensione si mette la maschera del guerriero. Va ovunque lo chiamino, fa il suo lavoro, incassa la parcella e torna a casa. Mai una lamentela, mai un rimprovero.

Ha una moglie, una bambina e un bambino che sanno cosa fa il loro uomo per guadagnare il salario. Adesso che il lavoro in Italia non c’è, Leo se ne va all’estero. Lì è più difficile, perché la gente ti urla contro, chi giudica il tuo operato lo fa con occhi da nemico e spesso in malafede. Ma lui alza le spalle, tira avanti e alla fine oltre al “buon lavoro” e al denaro si porta indietro addirittura qualche pacca sulla spalla.

Leo di cognome fa Bundu e di mestiere fa il pugile. È il campione europeo dei pesi welter. A novembre festeggerà i suoi primi 40 anni. Ma è ancora una belva. Sul ring di Wolverhampton, vicino Birmingham nel West Midlands britannico, ha domato l’ennesimo giovanotto inglese che avrebbe dovuto spazzarlo via come un ciclone.

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È andata male al povero Frankie Gavin.
Ha capito tutto in fretta, alla sesta ripresa ha avuto la conferma che quella sarebbe stata una serata maledetta. Leo si è leggermente piegato sulla sinistra, ha preso la mira e ha infilato il montante sotto il gomito destro del malcapitato. Il pugno ha centrato il fegato. Il britannico è rimasto in piedi per un paio di secondi e poi è finito giù, al tappeto. Il resto conta poco, negli occhi mi è rimasto quel piccolo capolavoro tirato da un campione che non ha ancora avuto la ricompensa che merita.

Il match l’ha vinto, anche perché l’ha dominato con una boxe che affonda le sue radici nel gesto nobile del colpo, nel ritmo costante, nella capacità di esercitare pressione, nella voglia a quarant’anni ormai vicini di andare ancora a caccia di traguardi. Un pugilato antico nelle sue linee guida, moderno nella praticità con cui viene esercitato.

Ma non è solo questo che mi ha colpito della serata. Leo ha combattuto riportandomi indietro nel tempo, facendomi capire ancora di più quanto possa essere bello il pugilato. Uno sport che con un po’ di enfasi non esiterei a definire romantico, sicuramente contagioso perché ti lega a doppio filo con l’evento servendosi delle sensazioni che riesce a trasmetterti.

Niente tv a raccontare il match. Dalle nostre parti sembra non ci siano soldi per comprare i diritti televisivi all’estero. Pensate che Frank Warren, l’organizzatore della riunione, non ha neppure fatto la proposta alle emittenti italiane. E quando gli è stato chiesto di trattare ha sorriso davanti all’offerta e ha sdegnosamente rifiutato.

Niente tv dunque. Si fa come ai vecchi tempi. Una volta c’era la radio. Chi ha la mia età ricorda il 17 aprile del 1967. Il governo aveva vietato la diretta televisiva perché temeva che il giorno dopo gli italiani non sarebbero andati a lavorare. Così 18 milioni di nostri connazionali avevano sentito la radiocronaca di Paolo Valenti che raccontava la vittoria di Nino Benvenuti su Emili Griffith nel mondiale medi che si teneva al Madison Square Garden di New York.

Anche stavolta non c’era la tv. E la radio latitava. Allora mi sono affidato ad altra tecnologia. E l’ho visto, come hanno fatto in molti. Non tantissimi, abbastanza però per non farci sentire membri di una nicchia di carbonari che si nascondono in buie cantine per non rivelare al potere la loro esistenza.

Davanti al computer le emozioni si attenuano.
Ho visto il match chiuso nel mio studio, una lucetta accesa, le voci dei commentatori che venivano da lontano e in una lingua straniera raccontavano una realtà che non esisteva.

Match equilibrato” “Forse Gavin ce l’ha fatta!
Ma di che stavano parlando?
Spesso ci lamentiamo dei nostri telecronisti. Cosa dovremmo dire di questi?

Leo aveva comandato la sfida, oltre al knock down del sesto round aveva inflitto una pesante sofferenza al Frankie di casa loro nella ripresa successiva. Era stato lui a fare sempre e comunque il match. Fossi stato il parente più stretto del giovane di Birmingham alla fine avrei avuto tre punti per il campione. Avessi avuto la fortuna di essere neutrale avrei chiuso con cinque lunghezze di vantaggio.

Ma non mi va di stare qui a discutere di giudici e verdetti incredibili. Userei questo aggettivo come un eufemismo per definire il cartellino dell’olandese Robert Verwijgs che aveva 115-112 per lo sfidante.

Non ho alcuna voglia di innervosirmi, io sono qui per godere fino in fondo della vittoria di Leo.
È stata bella come un sorpasso di Valentino Rossi all’ultima curva, un attacco di Nibali in una salita del Tour, l’affondo vincente della Errigo ai Mondiali di scherma.
Metteteci chi volete.
Mi sono entusiasmato per loro, mi sono entusiasmato per Bundu.

L’unica differenza è che non vedremo prime pagine a lui dedicate, non ci saranno giornalisti che scriveranno la sua storia. Eppure sarebbe un racconto interessante. Un ragazzo della Sierra Leone che parla l’italiano con accento fiorentino e si esprime in un perfetto inglese con l’accento africano. Un uomo di quarant’anni che combatte come un giovanotto.

E poi l’infanzia turbolenta, la perdita del papà in giovane età, l’emigrare in una terra che non conosceva, la riscoperta del mondo. Problemi, sacrifici. Una donna che gli cambia la vita, due bambini che gliela rendono felice.
Ci sarebbe molto da raccontare di un uomo che merita la sfida mondiale e che forse l’avrà. Ma solo a quarant’anni compiuti.

Ho visto Bundu volare e ho sorriso.
Non ho più l’età per commuovermi davanti a un evento di sport, ma un match di pugilato va oltre. È bello perché riesce a rubarmi l’anima. E Bundu c’è riuscito anche stavolta.

Leo è un omino che sorride. Ma attenti perché anche a lui, come ai francesi quando vinceva Bartali ma anche adesso che vince Nibali, a volte girano le balle. E allora è meglio stare lontani. Si rischia di prenderle.

A meno che non si stia come me attaccati al computer, con la finestra aperta per il gran caldo che fa e il rumore delle macchine che passano a farmi compagnia. Solo davanti allo schermo su cui un piccolo grande uomo disegna la sua ennesima impresa.

È lecito commuoversi, ma senza esagerare. Basta essere consapevoli di avere vissuto quasi un’ora di emozioni. E poi andare a dormire contenti di esser stati testimoni di una bella storia, una delle tante che la boxe sa raccontare. Basta avere voglia di ascoltare.

Storia di Sonny, un doppio legame con Rocky. Potrebbe sfidare Vianello

Sonny The Bronco Conto è nato nella zona sud di Filadelfia, 24 anni fa.
I suoi nonni sono italiani.
È un pugile professionista, imbattuto dopo sei match (6-0, 5 ko). Peso massimo, sotto i cento chili per 1.93 di altezza.
Ha cominciato come lottatore. Era ancora un ragazzo quando ha deciso di scegliere la boxe.

È cresciuto nella 9th Street, quella dove abitava Rocky Balboa nel primo film della serie Rocky. La sua casa era a pochi edifici dal mercato italiano, quello in cui Silvester Stallone corre tra le bancarelle, di prima mattina per allenarsi.

Il suo coach è il papà, Frank. Si prepara in una palestra sistemata all’interno di Mickey’s Auto Repair, un salone d’auto in Chadwick street.

“Il vero Rocky sono io” dice. E la chiude qui.

 

Discreta carriera da dilettante.
Da professionista non ha ancora affrontato rivali che possano essere considerati dei test attendibili per conoscere il suo reale valore. È veloce, sicuro, porta bene i colpi girati. Un pugile tutto da scoprire.

La S-Jam Boxing che cura la carriera di Guido Vianello per la Top Rank ha detto al giornale The Athletic che potrebbe essere proprio Conto il prossimo rivale dell’italiano (7-0, 7 ko) nei primi mesi del 2021.

Anche Conto boxa per Bob Arum.
Il suo manager è David McWater. È stato proprio lui a rispondere così al giornale, quando gli hanno chiesto cosa pensasse di questo match: “Sono dei pagliacci. Non penso che Vianello abbia nulla in più di Sonny. Quello che vedi ora è quello che l’italiano sarà tra cinque o dieci anni, imbarazzante.”