Dagli USA è in arrivo la Lega dei Veterani match fino a 60 anni

Impact Network trasmette su molti canali televisivi, negli Stati Uniti e all’estero.
Nei mesi scorsi ha dato vita a una trasmissione chiamata Stars and Champions, trenta minuti per parlare dello stato del pugilato durante la pandemia.

Lo scorso febbraio è nata Impact Boxing, una televisione che vorrebbe dare vita alla Veterans’ League: una Lega che gestirebbe gli incontri di ex pugili professionisti ritiratisi da tempo, con un’età compresa tra i 45 e i 60 anni.

Già decise le regole base.
Non più di sei round per match.
Ogni ripresa durerà due minuti.
Gli intervalli saranno di novanta secondi.
Guantoni da 12 once per le categorie più pesanti, 10 per le più leggere.
Stesso regolamento del professionismo, rigorosi esami medici per affiliazione e nulla osta per i match.
Le categorie di peso saranno quelle in vigore nelle quattro maggiori sigle, ogni categoria avrà una sua classifica e gli accoppiamenti degli incontri dovranno rispettarla.

Gli incontri saranno trasmessi in diretta televisiva.
Il produttore esecutivo sarà Steve Marcano.

Si comincerà quando sarà tolto il divieto di far partecipare il pubblico agli eventi sportivi.
L’annuncio del rientro di Mike Tyson, 54 anni tra meno di un mese, ha dato la spinta definitiva.

Spero che la boxe ritrovi in fretta la giusta strada. Sono decisamente contrario a una Lega che porti sul ring sessantenni impegnati in veri combattimenti. Non ne sentivo la mancanza. Il pugilato è uno sport che ha già di suo un indice di rischio elevato. Non vedo la necessità di aumentarlo.

Big Don Haynesworth dopo mesi da riserva il 9 tornerà titolare…

Don Haynesworth sarà dunque l’avversario di Guido Vianello (6-0, 6 ko) il 9 giugno a Las Vegas, nella prima riunione dopo l’inizio della pandemia. Organizzerà la Top Rank di Bob Arum.
Don è un americano di New Rochelle, nello Stato di New York, anche se nel suo profilo Facebook ci tiene a specificare che viene dal Bronx. Ha 37 anni, vive a Greensboro e fa il pugile professionista dal 2014. Negli ultimi cinque incontri è salito sul ring con un peso che oscillava tra i 123 e i 127 chili.

Il suo record è 16-3-1, 14 ko.
Questi i risultati degli ultimi cinque match, in ordine cronologico.

Bryant Jennings (20-2-0) – kot 3
Willie Perymon (11-22-0) + ko4
Hassan Lee (5-6-0) + kot4
Zhilei Zhang (19-0) – kot3
Dell Long (6-4-2) + kot 3

Ha combattuto quasi sempre a Greensboro (14 match su 20), ma si è anche esibito in Cina contro Zhelei e al Madison Square Garden contro Bryant Jennings.
Big Don è stato anche in Canada. Ha firmato un contratto con Camille Estephan per due date con la qualifica di riserva. Cosa vuol dire? Significa che è stato ingaggiato per essere sul posto dell’incontro, pronto a sostituire il titolare nel caso di un forfait all’ultimo minuto. In entrambi i casi, a Montreal per Samuel Peter il 7 dicembre scorso e a Rimouski per Daniel Martz il 21 febbraio di quest’anno, i titolari si sono regolarmente presentati sul ring.
Adesso tocca a lui. Dopo mesi da riserva, torna in campo da titolare.
Come scritto dal quotidiano online boxeringweb.net, Haynesworth e Vianello si sarebbero dovuti affrontare lo scorso 30 marzo a Quebec City nel sottoclou del mondiale mediomassimi Beterbiev-Fanlong, in una riunione annullata per l’emergenza sanitaria.

 

Federer il più pagato dell’anno: 106 milioni Tyson Fury 57 milioni

La rivista Forbes ha pubblicato la classifica degli atleti che hanno guadagnato di più nel corso dell’anno da maggio 2019 a maggio 2020.
Quattro pugili tra i primi trenta.

Tyson Fury è undicesimo con 57 milioni di dollari (7 di contratti pubblicitari, 50 di borse).
Anthony Joshua è diciannovesimo con 47 milioni (11 di pubblicità e 36 di borse)
Deontay Wilder è ventesimo con 45,5 milioni (0,5 più 46)
Saul Canelo Alvarez è trentesimo con 37 (2 più 35).

Il primo della lista è Roger Federer con 106,3 milioni di dollari (100 dalla pubblicità, 6,3 di montepremi).
Secondo Cristiano Ronaldo con 105 (45 più 60).
Terzo Lionel Messi con 104 (32 più 72).

Seguono, in ordine di classifica dal 4 al 10: Neymar 95,5; LeBron James 88,2; Curry 74,2; Durand 63,9; Woods 62,3; Cousin 60,5; Wentz 59,1.

La prima donna in classifica è Serena Williams (33) con 36 milioni di dollari (32 di pubblicità, 4 di prize money).

Tutti vogliono Tyson il pugilato, l’UFC anche il wrestling…

Da quando Mike Tyson ha annunciato il suo ritorno sul ring, si è scatenata la gara per affrontarlo.
Iron Mike ha specificato che combatterà per beneficienza, senza alcuna idea di riprendere la strada pugilato vero. Ma l’onda di proposte non si è fermata.

Lo vogliono affrontare i pugili.
Si è proposto Shannon Briggs, si è detto disponibile Evander Holyfield (57 anni), ha detto che avrebbe accettato la sfida Peter McNeeley. Il presidente del WBC, Mauricio Sulaiman, sembra che ieri abbia addirittura detto che Tyson potrebbe affrontare Tyson Fury sperando di batterlo.

Pronti quelli dell’UFC.
Jon Jones-Ngannou soprattutto.

E anche quelli del wrestling.
Kurt Angle e Chris Jericho.

Mike Tyson compirà 54 anni il prossimo 30 giugno.

Una vera notte magica per quel paffutello venuto dal nulla…

Un anno fa Andy Ruiz metteva kot Anthony Joshua e realizzava una delle più grandi sorprese della storia dello sport. Ripropongo l’articolo che ho scritto quella notte.

 

New York, 1 giugno 2020

Andy Ruiz jr ha fatto saltare il banco.
In una notte incredibile, sul ring del Madison Square Garden, ha dominato Anthony Joshua, ha messo a nudo la sua fragilità fisica e psicologica. Lo ha scaraventato al tappeto per quattro volte, lo ha dominato sul piano tecnico e ha portato il Messico per la prima volta sul tetto del mondo.
Sì, il re è nudo. Joshua non ha scuse. Aveva tutto dalla sua parte, anche un knock down inflitto allo sfidante in apertura di terzo round. Un gancio sinistro, doppiato da un diretto destro, mandava giù il pugile di Mexicali. Seduto sul tappeto, Andy guardava il rivale, poi l’arbitro, si alzava e riprendeva la battaglia. Da quel momento in poi, giurava a stesso, non ci sarebbe più cascato. Non avrebbe permesso al colosso britannico di spezzare il suo sogno.
Più veloce di braccia, più rapido di mente, ha portato avanti un piano tattico prevedibile, ma difficile da infrangere per il campione. Pressava, pressava, accorciava la distanza e poi scaricava le serie. Sopra e sotto, senza fermarsi mai. E quando l’altro, per un attimo, riusciva a penetrare nella sua guardia attenta, come in occasione di quel gancio sinistro, portava a casa e riprendeva la marcia di avvicinamento.
Epico il terzo round.
Diretto destro, gancio sinistro di Joshua. Andy Ruiz jr al tappeto.
Lo sfidante si rialzava, prendeva un diretto destro che era una bomba ma non faceva una piega.
Gancio sinisto di Ruiz, Joshua al tappeto. Stupore, incredulità. Il ragazzo paffuto venuto dal nulla, come ama definirsi, si era appena presentato al mondo.
A fatica il campione si rimetteva in piedi. Le gambe traballanti e nella testa un incubo che si stava materializzando. Quel signore davanti a lui, dieci centimetri più basso, con il fisico sgraziato e la pancia di un commendatore sulla spiaggia, lo stava distruggendo.

 


Gancio destro di Ruiz. Ancora giù AJ, rimetteva assieme i pezzi appena in tempo. Era in piedi, aspettava il suono del gong che arrivava puntuale a chiudere una ripresa che ricorderemo a lungo.
Il gancio sinistro di Ruiz che piegava il campione riportava alla mia mente, lo confesso: mi è apparsa un’immagine pugilisticamente blasfema, quello di Joe Frazier contro Muhammad Ali. Era l’8 marzo del 1971, stesso ring, stesso mondiale. A farmi tornare indietro nel tempo, a darmi la scossa, a risvegliare le emozioni era stato un pugile che non avrei mai pensato potesse essere capace di tanto.
Per tre round AJ e Junior portavano avanti la sfida provando a capire quanto ancora avessero dentro. Sembrava che in quei tre minuti della terza ripresa si fossero giocati le energie di una vita.
Ma la Grande Sorpresa doveva ancora arrivare.
Settimo round.
Gancio sinistro, diretto destro di Junior. Ancora una volta Joshua è giù. Sembra un bambino che ha appena deluso le aspettative dei genitori. Ha gli occhi spenti, le gambe molli e la testa che non riesce più a riorganizzare le idee, a mettere assieme uno straccio di reazione.
Un diretto destro apre la porta all’ultima punizione. Il baratro è lì, Joshua lotta con tutte le sue forze, le poche che gli sono rimaste, per non cadere nel burrone. Va giù, si rialza, ma non ne ha più.
L’arbitro lo conta, poi agita le mani invitandolo ad arrendersi. È finita, lui non protesta. Sa di avere appena chiuso un capitolo, di avere consegnato al nemico quello che era il suo bene più grande. L’orgoglio di essere campione.


Andy Ruiz jr ha sconvolto ogni pronostico.
E allora eccolo qui un altro flash ad attraversare la mia mente. Era l’11 febbraio 1990, James Buster Douglas metteva ko al decimo round Mike Tyson e segnava la più grande sorpresa nella storia della boxe. Forse anche in quella dello sport. Stavolta ci siamo andati assai vicini, lo stupore é tanto anche se forse non é altrettanto potente l’immagine che ci porteremo dietro.
Junior è stato perfetto. Ha disputato un match senza sbavature. La velocità di braccia la conoscevo, non mi ha sorpreso. Quello che non mi aspettavo è stata la capacità con cui ha portato a termine ogni minimo dettaglio del piano. Abile in difesa, pronto a scaricare le serie una volta raggiunta la corta distanza. E quel gancio sinistro, che spettacolo! Anche quello mi era noto, ma non pensavo potesse entrare così facilmente nella guardia del campione.
Ha vinto con merito assoluto il messicano. Ha deluso Joshua. Ha portato sul ring tutti i suoi difetti, tutti nella stessa notte.
Incassa poco. Quando prende il colpo giusto, va giù. Non ha forza mentale per reagire ai momenti di difficoltà. Se attaccato, va nel panico. E, in aggiunta a tutto questo, mi è sembrato che in lui sia venuta meno anche la fame. Quella spinta che ti costringe ad avere occhio per ogni pericolo, a lottare ogni secondo, a difendere con i denti quello che è tuo per non tornare indietro.
Sazio di soldi e di popolarità, si è arreso, smascherato da un ventinovenne messicano dal fisico sgraziato ma dalla grande forza d’animo e in possesso di un’ottima tecnica. Tra qualche ora AJ sentirà in un solo momento un’enorme tristezza salirgli dentro, capirà che il mondo si è appena rivoltato. Sarà lui che dovrà guardare l’altra faccia della luna.
Era un campione, adesso è solo un uomo che rimpiange quello che ha sciupato in una notte da dimenticare.

RISULTATOMassimi (mondiale WBA, WBO, IBF, IBO) Andy Ruiz jr (Mex, 121,550) b Anthony Joshua (Gbr, 112,400, detentore) kot 7.

Hall of Fame mondiale c’è l’impegno del Wbc per ammettere Arcari

Il 24 maggio il quotidiano online boxeringweb.net ha ricevuto una lettera dal signor Paolo Lantini, il lettore si chiedeva come mai un pugile così importante come Bruno Arcari (a sinistra nella foto, durante il mondiale contro Adigue) non fosse stato ancora preso in considerazione dalla Boxing Hall of Fame mondiale.
La lettera è stata pubblicata.

Quello stesso giorno anche il vice-presidente del WBC Mauro Betti ha scritto a boxeringweb.net dicendo che avrebbe fatto del suo meglio per appoggiare la candidatura, affinché l’inserimento di Arcari nella prestigiosa IBHOF fosse possibile.

Il 26 maggio, Betti ha inviato una lettera al direttore esecutivo Ed Brophy e al responsabile delle pubbliche relazioni Jeff Brophy della Boxing Hall of Fame di Canastota.

In quella lettera ha sollecitato la IBHOF a prendere in considerazione la candidatura di Bruno Arcari, campione del mondo del WBC dal 31 gennaio 1970 al 16 febbraio del 1974. Dieci match per la corona, altrettante vittorie. Titolo lasciato per problemi di peso.

Ricordo che in carriera Arcari ha disputato 73 incontri, perdendone solo due: entrambi per ferita.

La richiesta di Betti è stata supportata successivamente da una lettera di Mauricio Sulaiman, presidente del WBC.

Bruno Arcari nell’ottobre del 2019 è stato inserito nella Hall of Fame del Pugilato Italiano, manifestazione organizzata da boxeringweb.net.

Ricordiamo che, al momento, nella Hall of Fame mondiale ci sono cinque italiani: Nino Benvenuti, Duilio Loi (pugili); Giuseppe Ballarati (storico e manager); Umberto Branchini (manager), Rodolfo Sabbatini (promoter).
La proclamazione dei nuovi indotti per la classe 2021 avverrà nel week end dal 10 al 13 giugno del prossimo anno, a Canastota nello stato di New York.

 

LA SCHEDA

BRUNO ARCARI
(1 gennaio 1942)
70-2-1 (38 ko, 52%)

Debutto: 11 dicembre 1964
Ultimo match: 7 luglio 1978

Mondiali

31 gennaio 1970 Pedro Adigue jr + p. 15
10 luglio 1970 Rene Roque + sq 6
30 ottobre 1970 Raimundo Dias + ko 3
6 marzo 1971 Joao Henrique + p. 15
26 giugno 1971 Enrique Jana + kot 9
9 ottobre 1971 Domingo Barrera + ko 10
10 giugno 1972 Joao Henrique + ko 12
2 dicembre 1972 Everaldo Costa Azevedo + p. 15
1 novembre 1973 Joergen Hansen + ko5
16 febbraio 1974 Antonio Ortiz + sq 8

 

 

 

Mazzinghi racconta Robinson e Benvenuti la guerra, il Covid-19

A Sandro Mazzinghi sono legato da sincero affetto. A lui e alla sua famiglia. Per questo spesso mi viene voglia di ascoltare le sue parole. Sandro non è mai banale, nelle sue frasi trovo una saggezza antica. Il tempo gli ha regalato la saggezza degli anni. In un mondo che urla, lui sussurra verità di cui dovremmo custodire il ricordo. Dieci domande, altrettante risposte. Da leggere per capire ancora di più un personaggio che ha scritto la storia dello sport italiano. E anche della società che ha attraversato da protagonista.

 

Sandro, quale è stato il campione che hai amato di più?

“In realtà sono stati due. Rocky Graziano l’ho ammirato davvero. Ricordo, avevo sei o sette anni quando vidi il film sulla sua vita interpretato da Paul Newman: “Lassù qualcuno mi ama”. È stato da quel momento che ho inseguito il sogno di diventare campione del mondo. L’altro è Sugar Ray Robinson, il più grande. L’ho anche conosciuto, ho ricevuto da lui elogi che non potrò mai dimenticare. Venne a vedermi a Roma, in occasione del match contro Gonzales. Dopo l’incontro, che vinsi per ko alla quarta ripresa, salì sul ring e mi disse: “Sandro devi venire in America. Li avresti il tuo grande pubblico, gli americani amerebbero un guerriero come te”. È stato il più bel complimento che abbia mai ricevuto. E a farmelo era stato un campione che ho amato tanto”.

Quale è stato il rivale più forte che hai affrontato?

Ne ho incontrati tanti di pugili forti. Da Bo Hogberg, lo svedese dagli occhi di ghiaccio, a Gomeo Brennan, che mi tirò un montante destro al mento e mi fece saltare tutti e quattro i denti inferiori. Ma il più forte in assoluto, è stato  il coreano Ki So Kim: quarantacinque minuti di pura follia. È stato il mio match della vita. Incontri così, ne puoi fare solo uno”.

Tu e Nino. Come era il vostro rapporto ieri, come è oggi?

“Io e Nino, è una bella domanda. Siamo stati grandi rivali, non c’è dubbio. Due caratteri totalmente diversi, con tecniche diverse, ma sempre con un obiettivo comune: quello di diventare campioni. Oggi, nonostante tutte le vicende che ci hanno visti protagonisti, ci rispettiamo. Abbiamo oltre 80 anni, ad ottobre saranno 82 anche per me, e mi sento di dire che la nostra è stata una bella storia, un’affascinante “storia di boxe”. Forse unica nel suo genere. Le nostre vite vanno lette come insegnamento per tutto quello che abbiamo fatto per il pugilato e per il nostro Paese”.

Quale è il ricordo più bello della gioventù, fuori e dentro la boxe?

“La gioventù… La mia gioventù non è stata certamente spensierata. Ho dovuto rimboccarmi le maniche presto per portare un pezzo di pane a casa, ho fatto mille lavori: dal manovale al falegname. Sai, ho ancora una valigia di cartone, come usavamo a quel tempo, con dentro gli attrezzi del mestiere. Quando la guardo, mi commuovo. Ma un ricordo bello ce l’ho anche io. Avevo tanta voglia di fare e di diventare qualcuno, tutto questo mi dava una grande spinta. Quella spinta che solo da giovani si prova, perchè da giovani si ha tutto: la voglia, la grinta, i sogni. Bisognerebbe non dimenticarlo mai”.

E un ricordo della guerra?

“Io l’ho vissuto quel periodo terribile. Ho attraversato da bambino i giorni della guerra, me la ricordo ancora e solo chi c’è passato sa cosa vogliano dire quei momenti terribili, quando ti cadono le bombe addosso e non sai dove scappare. Abbiamo passato anche questo, e fino a qui ci siamo arrivati”.

Il Covid-19 ti fa paura?

“Questa pandemia ci è caduta addosso come un bombardamento in tempo di guerra, perché questa è una guerra con tutte le sue vittime. La maggior parte sono anziani. Anche io ho avuto paura, spero tanto che finisca presto e l’Italia riesca a rialzarsi. Penso a questa crisi economica che porterà nuovi poveri, anche qui in Toscana ci sono tante aziende che sono al collasso, ma siamo un popolo forte. Ci vorrà del tempo, ma ci riprenderemo. Questo è il mio augurio”.

Quali sono gli acciacchi che l’età ti ha regalato?

“Gli acciacchi caro Dario, ci sono e si fanno sentire. Ho avuto una carriera dispendiosa e ho subìto colpi dalla vita non indifferenti. Prima o poi il conto arriva, ma io sono un uomo forte, combatto anche questo, lottare è nel mio DNA. Come hai scritto nel tuo bel libro che amo tanto: I MAZZINGHI SONO NATI PER COMBATTERE, è quello che ho sempre insegnato anche ai miei figli”.

Come vedi il pugilato italiano di oggi?

“Dario, cosa vuoi che ti dica? Non possiamo paragonare il pugilato di oggi a quello dei miei tempi, è cambiato tutto. Stile, tecnica, allenamenti. Io mi allenavo sei o sette ore al giorno, facevo 20 km di footing tutte le mattine. Mi alzavo alle 5:30. Oggi si fanno i pesi e i pesi non vanno fatti, perché aumentano la massa muscolare e diventi più lento. Comunque, qualche atleta buono c’è, quello che manca è il personaggio, il trascinatore che ti travolge e ti porta con sé. È questo che manca al nostro pugilato”.

Vuoi dirci due parole sulla tua famiglia? 

“Per me la famiglia viene prima di tutto, ho sempre sognato come l’avrei voluta. E alla fine il sogno si è realizzato. Ho due figli che mi adorano, ho mia moglie Marisa: senza di lei non so se sarei rimasto il Sandro di sempre. È  una donna fantastica, mi è stata al fianco anche nei peggiori momenti della vita. Non posso chiedere di più, ringrazio il Signore di avermi dato una famiglia sana ed unita”.

Chiudiamo questa chiacchierata con i tuoi luoghi. Cascine di Buti, Pontedera, la Toscana. Che puoi dirmi?

“La Toscana è una regione che conosco per filo e per segno. Per me è stupenda. Voglio bene a Pontedera, la mia città. La porto sempre nel mio cuore, anche se non ci vado spesso. Ho scelto di abitare a otto chilometri di distanza, in un paesino in campagna molto carino, confinante la provincia di Lucca. Ho costruito la mia casa a Cascine di Buti, qui abito con la mia famiglia, ci sto da dio. Pensa, pensa 20 minuti da Lucca centro, 30 minuti da Montecatini Terme, 45 dalla Versilia. Sono zone rilassanti, lontane dal caos della città, posti dove ancora si gode di buona aria. Non è poco, visti i tempi in cui viviamo. Passo qui la mia vecchiaia con l’affetto dei miei cari e dei tanti tifosi che ancora mi vogliono bene. Tutto questo mi riempie di gioia”.

Sandro Mazzinghi, classe 1938.
Esordio il 15 settembre 1961.
Ultimo match il 4 marzo 1978.
Sessantanove match: 64 vittorie, 3 sconfitte, 2 no contest.
Campione europeo dei superwelter, due volte campione del mondo nella stessa categoria.
A ottobre 2019 è entrato nella Hall of Fame della Boxe italiana.

 

 

 

 

Intervista a Betti vice presidente Wbc Fury, Tyson, Whyte, protocollo sanitario…

Mauro Betti, romano, è entrato nella Federazione Pugilistica Italiana nel 1981. È nel Board del World Boxing Council dal 1994. Dal 14 dicembre del 2014 è vice presidente del WBC.

Mauro Betti, come è quando è entrato a fare parte del Wbc?

Nel 1982 è cominciata la mia avventura, grazie all’avvocato Antonio Sciarra. Ero un giovane che faceva judo nella sala Beniamino Gigli a Roma, a due passi dal Colosseo. Sotto la scalinata c’era l’Audace, palestra di grande tradizione. È stato così che ho conosciuto molti pugili e ho continuato a coltivare la mia passione per il pugilato, uno sport che avevo scoperto dai racconti di mio padre e di mio zio che l’avevano praticato. Al Congresso di Venezia, quell’anno ho incontrato per la prima volta don Josè Sulaiman. Sono stati loro, Sciarra e Sulaiman, i miei maestri. Li ricorderò sempre con affetto e riconoscenza”.

Quale è la priorità del World Boxing Council in questo momento?

Lavorare per farci trovare pronti al momento in cui la boxe tornerà lo spettacolo sportivo che era prima. Con pubblico, ufficiali di gara e pugili in assoluta sicurezza”. Giovedì 28 maggio c’è stata un’importante riunione del WBC, è stato varato un protocollo per questa fase?

È stato confermato quello stilato il 26 aprile”.

(eventi senza pubblico; procedure di sicurezza sanitaria; test sierologici e tamponi; misurazione della temperatura; sanificazione prima e dopo il match dei partecipanti e del luogo; limitazione delle persone in sala; distanza sociale di almeno 1,5 metri e obbligo di mascherina per tutti, pugili esclusi; e altro ancora).

Tutti gli organizzatori americani sono disponibili a sottoporsi a queste limitazioni?

Top Rank e Golden Boy sicuramente sì, Lou Di Bella vorrebbe maggiore spazio di manovra”.

In alcuni casi si è parlato di utilizzare i giudici lontani dal ring, come sarebbero gestite queste figure, relegate in una sala attigua a dove si svolge il match?

Non è detto che debba avvenire ovunque e sempre così. Ma nel caso si dovesse procedere in questo modo, i giudici sarebbero sistemati in uno studio vicino alla sala dell’incontro. Vedrebbero il match su grandi schermi, senza audio, e sarebbero in continuo contatto con il supervisore”.

Cosa ha colpito di più il WBC durante la pandemia?
Il nostro Ente vive delle entrate dei match con i titoli in palio. Niente mondiali, niente introiti. Non siamo come alcune associazioni che possono godere di contributi statali. Anche se i tempi stanno per diventare difficili per tutti. Il rinvio dell’Olimpiade al 2021 e i dubbi sulla reale effettuazione in quella data, hanno creato incertezze. Il CIO è stato abbastanza chiaro: i soldi saranno dati ai Comitati Nazionali solo a Giochi conclusi. Niente Giochi, niente soldi”.

L’assegnazione di due date a Las Vegas per la Top Rank di Bob Arum è un segnale estremamente positivo per la ripresa.

Certo. Arum allestirà due riunioni, il 9 e l’11 giugno, e ne ha già altre quattro in calendario proprio per quel mese. Tutte con i giudici a bordo ring. Ci sarà anche un evento a Berlino il 12 giugno. Entrambe le manifestazioni saranno senza pubblico, ma vanno comunque interpretate come un segnale di ripresa”.

Quando si tornerà a combattere per un mondiale WBC?

Non credo prima di settembre. Sempre che non ci siano ricadute a livello mondiale”.

In Italia ce la faremo a farci trovare pronti per quella data?

Lo spero. Il problema è vissuto più o meno con la stessa intensità ovunque. Questa pandemia ci obbligherà a rivedere i concetti di allenamento e di gara. Ci si dovrà abituare alla preparazione individuale, al rispetto dei protocolli, senza fughe in avanti”.

Negli Stati Uniti combatteranno esclusivamente pugili locali.

Non mi sembra limitativo. In Italia potrebbe essere la spinta decisiva per spingere i migliori a confrontarsi tra loro. Ora è un obbligo, spero che in futuro diventi una scelta”.

La lunga pausa ha allontanato le televisioni dalla boxe?

No. Le televisioni vogliono tornare a trasmettere in diretta gli eventi pugilistici. Arum ha un accordo con la ESPN che manderà in onda tutte e sei le riunioni di giugno. In Messico due emittenti, Atzeca e Televisa, si sono dette addirittura disponibili ad allestire nei loro studi l’evento, mettendo a disposizione anche un eventuale studio per la giuria”.

Quale sarà il primo mondiale WBC che vedremo realizzato?

Credo Josè Carlos Ramirez vs Viktor Postol, nel prossimo settembre”.

Dillian Whyte sta procedendo legalmente per fare rispettare i suoi diritti.

Mauricio Sulaiman, il 21 maggio scorso, ha mandato una lettera ufficiale a Tyson Fury. Gli ha ricordato che, lo scorso 22 febbraio, ha sostenuto un match etichettato come campionato del mondo tra il detentore e lo sfidante ufficiale. Adesso Fury ha l’obbligo di difendere il titolo entro dodici mesi da quella data, contro il campione ad interim”.

Quindi Tyson Fury vs Dillian Whyte si dovrà realizzare entro il 22 febbraio 2021?

Esatto”.

Il presidente Mauricio Sulaiman ha dichiarato che il WBC è disponibile a inserire Mike Tyson nelle sue graduatorie. Non mi sembra una scelta giusta.

Mauricio ha detto che se Tyson farà sul serio, se si preparerà al massimo, se supererà ogni esame sanitario previsto in questi casi, se la condizione fisica sarà all’altezza, non ci sarà preclusione nei suoi confronti. Idoneità fisica e sanitaria, poi si vedrà”.

La Convention del WBC era prevista per fine agosto a San Pietroburgo. Cosa accadrà?

Siamo davanti a quattro possibilità. Se la pandemia continuerà nella curva di decrescita, sarà confermata data e sede. Altrimenti dovremo trovare un’altra città disposta ad ospitarci per fine anno. Terza opzione: Bangkok il 21 febbraio 2021. Ultima possibilità una convention in teleconferenza, ma mi sembra una strada difficilmente percorribile”.

Quali sono le condizioni affinché il pugilato torni a una regolare programmazione?

Prima di tutto che il Covid-19 non torni aggressivo. E per aiutare il raggiungimento di questo obiettivo bisognerà che tutti rispettino i protocolli di gestione in ogni fase e in ogni circostanza. Nella boxe, nello sport, nella vita”.

 

 

 

Ecco Monzon e Romersi due vecchie fotografie risvegliano i ricordi…

Frugando tra i ricordi, Mario Romersi ha trovato due foto che lo ritraggono assieme a Carlos Monzon, con cui ha fatto molte sedute di guanti nella Palestra del Flaminio, quando l’argentino preparava in Italia i suoi campionati del mondo. Compresi i due contro Nino Benvenuti.
Appena ho ricevuto i due documenti, mi è venuta l’idea di renderli pubblici. D’accordo con il mio amico Mario, ho inserito le foto a corredo di due vecchi articoli.
Il primo è un’intervista con Romersi che parla proprio delle sedute di sparring con Carlos il terribile.
L’altro è un vero e proprio salto indietro nel tempo, nel cuore di una Roma così bella da stringerti il cuore anche solo a raccontarla.
Sono due servizi già usciti su questo blog, ma mi è sembrato che stessero proprio bene con le immagini.

Mario, come definiresti il pugile Carlos Monzon?
“Una belva, con un destro micidiale. Un fenomeno”.
E come uomo, che tipo era?
“Scontroso, riservato, poche parole, prepotente”
Era davvero così pesante il destro dell’argentino?
“Provo a spiegarmi. Ogni volta che ti prendeva, ti sentivi come se qualcuno ti avesse tirato addosso un sacco di sabbia pressata. Eri fortunato se andavi a terra. Perché altrimenti, quello ti intronava e poi non finiva di picchiare finché non ti aveva distrutto”.
C’è un colpo che ricordi in modo particolare?
“Mi ricordo la prima volta che abbiamo fatto i guanti al Flaminio. Lo conoscevano in pochi, anche se era lo sfidante di Nino Benvenuti per il mondiale dei pesi medi. In palestra c’era la televisione, tanti giornalisti. Io ero un po’ timido e me ne stavo in un angolo a fare l’esercizio al sacco, lontano da tutti. Mi hanno avvicinato Capo Repetto e Amilcar Brusa e mi hanno chiesto: “Ti va di allenarti con lui?”. Gli ho risposto: “Non ho certo paura”. E sono salito sul ring. Ho alzato il sinistro nel classico gesto di saluto e Monzon mi ha incrociato col destro. Mi è improvvisamente sembrato di essere su un disco volante. Tutto attorno a me girava vorticosamente. Vedevo anche tanti piccoli cinesi che facevano roteare dei piatti su esili bastonicini di legno. Quel destro mi aveva completamente imbambolato”.
E lui?
“Ha continuato a venire avanti e a picchiare”.

Vi hanno fermato?
“Non avrei mai fatto la figura di quello che se ne va al primo cazzotto, anche se terribilmente duro. Ho fatto altre due riprese, ma quel destro non lo dimenticherò mai”.
E poi?
“Il giorno dopo mi sono alzato alle 5 del mattino, ho fatto footing, ho mangiato una bistecca da tre etti e bevuto solo un po’ d’acqua. Come se avessi dovuto fare un match. Alle quattro meno un quarto ero in palestra a scaldarmi. Nel terzo round di guanti l’ho preso d’incontro sul naso col diretto destro e ho sbagliato di un centimetro il gancio sinistro con cui avevo doppiato il colpo. Sabbatini, che era sotto al ring, ha urlato: “Mario, fermati che mi rovini 400 milioni!”. Il giorno prima però, nessuno era intervenuto”.
Quindi non ricordi Monzon come un campione assoluto?
“Ma vuoi scherzare? Era un fenomeno. Per darti un’idea di quanto facesse male, ti dico che quando salivi sul ring contro di lui era come se tu lo facessi a mani nude e lui imbracciasse un fucile. Era devastante. Non aveva il pugno secco, quello che ti stende subito. No, lui era peggio. Con un colpo ti ammorbidiva e con gli altri ti annientava”.
La qualità migliore del pugile, oltre alla potenza del destro, quale era?
“Era scoordinato”.
In che senso?
“Noi pugili guardiamo l’altro negli occhi, lì c’è la verità. All’80%, se sei bravo e attento, capisci quale colpo l’avversario sta per portare. Lui no. Ti sembrava lento, poi vooom e ti arrivava il sinistro in faccia. Faceva un piccolo spostamento, portava in avanti la gamba e vooom ti tramortiva col destro. Poi, ti bastonava senza che tu capissi più da dove partissero i colpi. A quel punto capivi che era inutile guardarlo negli occhi”.

Quante riprese di guanti hai fatto con lui?
“È venuto al Flaminio la prima volta quando ha conquistato il mondiale contro Benvenuti a Roma. C’è tornato per Bouttier, Briscoe e Valdez. Diciamo che ogni volta si fermava per una settimana, in totale avremo fatto più di 100 round. Veniva e voleva fare i guanti con me. Forse perché ero un buon tecnico, forse perché era diventata una sorta di scaramanzia”.
Aveva rispetto per lo sparring?
“Mi avrebbe volentieri messo per terra in ogni momento. Era senza pietà”
Un ultimo episodio da ricordare?
“Facevamo i guanti, io lo stringevo spesso in clinch per riprendere fiato. A un certo punto mi ha morso tra la spalla e il collo. Un dolore terribile, ma lui ha continuato a combattere come se niente fosse”.
Chi c’era in palestra quando vi allenavate?
“Capo Repetto, il suo maestro Amilcar Brusa, il manager Tito Lectoure, qualche volta Rodolfo Sabbatini. E soprattutto, tanta gente. Un centinaio di persone, sembrava di essere a una riunione. Io all’epoca abitavo con mamma e papà al Villaggio Olimpico, a due passi dalla Palestra del Flaminio. C’erano tutti gli amici a vedere me, ma soprattutto Monzon”.
Che memoria ti è rimasta di quei giorni?
“Mi è piaciuti viverli. Tutti, ogni momento”.

Mario Romersi è nato al numero 18 di vicolo Moroni in Trastevere.
La guerra era appena finita e l’Italia faticava a rimettersi in piedi.
Viveva con quattro sorelle, mamma Silvana detta la carabiniera e papà Emilio che guidava i camion della nettezza urbana.
Silvana curava l’educazione dei figli in modo antico, come facevano le mamme di una volta.

In fondo al vicolo, in piazza San Giovanni della Malva, c’era una fontana. Lì andava a lavare i panni. Quando le avevano detto che Mario aveva combinato un altro guaio rovesciando l’olio del mobiliere sotto casa, si era messa in attesa.
Vista l’ombra del ragazzo apparire in lontananza aveva preso in mano una scopa e senza perdere tempo gliel’aveva lanciata contro.
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Centrato.
Mario la faceva impazzire.

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Al giovanotto piaceva una vita senza regole. Assieme a qualche amico aveva messo su una piccola banda. C’erano Tonino, Er Cippa, Giacani e poi c’era Nando: il cugino di Mario, ma soprattutto il capo del gruppo. Se ne andavano in giro in cerca di guai, pronti a difendere il territorio che erano convinti gli appartenesse senza discussioni.

Ogni volta che quelli di Monte Cucco sconfinavano, la banda di vicolo Moroni si opponeva. Erano sassaiole senza regole, a volte spuntavano delle accette affilate costruite piegando i coperchi di grossi barattoli di pomodori trovati dentro casa. Si combatteva ovunque.

Da quelle parti c’è ancora gente che ricorda una battaglia in piena Festa de’ Noantri. Cicatrici, ferite, un po’ di sangue e qualche ossa rotta. Ma poi, alla fine, andavano tutti assieme a mangiare una pizza. Come se niente fosse.
Roma era così.
Trastevere era zona di duri.

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Al Fontanone del Gianicolo non andavano solo per lavarsi le ferite, ma anche per fare il bagno quando il sole dell’estate cominciava a bruciare la pelle. Era la piscina di chi non poteva permettersi altri lussi. Facevano sega a scuola e se ne stavano lì a sguazzare fino a quando non arrivavano i Carabinieri a cavallo e loro prendevano la fuga raccattando velocemente pantaloncini e canottiere. Ancora tutti bagnati si disperdevano per i vicoli di Trastevere.

Il pomeriggio, quando le finanze lo permettevano, era dedicato al cinema. Tarzan era il favorito. Entravano alle tre e non uscivano mai prima delle otto. Un giorno erano andati a vedere un film con Tony Curtis, pugile sordomuto, e Mona Freeman. Era stato così che Mario, a dieci anni, aveva scoperto la boxe. Aveva visto i guantoni, il ring, i match. E aveva subito capito che quello sarebbe stato il suo futuro.

Era entrato alla Gianicolense nel Cinquantotto.
«Papà me sò segnato, faccio la boxe.»
A casa sbucciava le arance in modo da disegnare una sorta di paradenti, se lo metteva in bocca e fingeva di essere sui ring più famosi del mondo.
Amava la palestra.
Tirava pugni al sacco cercando di non commettere il minimo errore, aveva il libro della tecnica stampato nella mente.

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Pe-Pam, Pam, Pam, Pam, Pe-pam, Pe-pam-pam.
Una musica suonata per conquistare il mitico Klaus che a fine allenamento l’aveva avvicinato.

«Ragazzo, mi stai simpatico. Ti applichi e cerchi di perfezionare il gesto. Ti voglio dire una cosa: ricordati sempre che un match di boxe è come una partita a scacchi».

Romersi non aveva avuto la forza di dire neppure una parola.
Aveva mosso lentamente la testa avanti e indietro, ma dentro di sé aveva pensato: «Ma questo che stà a dì?»
Poi però aveva capito.

«Aveva ragione il maestro. Sul ring se guardi il tuo avversario negli occhi, intuisci quello che sta per fare. Sai che devi impedirglielo e allo stesso tempo devi fare qualcosa che lo metterà in difficoltà. Mossa e contromossa, proprio come a scacchi

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Il ragazzino di vicolo Moroni si stava facendo strada in un mondo difficile come era quello del pugilato professionistico italiano nei primi anni Sessanta.

Romersi non era alto per essere un peso medio, non arrivava a uno e ottanta. Aveva però buona tecnica e pugno pesante.
Peccato che non sempre riuscisse a mantenere la forma tra un match e l’altro. Non era votato al sacrificio.
Agli allenamenti spesso preferiva la pesca.

Da bambino faceva gli ami con le spille che la zia usava per cucire le camicie. Appena poteva, scappava sotto Ponte Sisto («che allora era in ferro e non di mattoni come adesso») e stava ore e ore ad aspettare che un pesce abboccasse.

Quando accadeva, l’esultanza per l’impresa durava un centesimo di secondo perché anche il pesce più tonto riusciva comunque a scappare da una spilla per camicie.

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Mario aveva un record di sette vittorie consecutive quel 22 novembre del ‘69 e sedeva tranquillo a bordo ring nel Palazzetto dello Sport di Roma. Si preparava a gustare una riunione che aveva in cartellone nomi importanti.

Le cose erano improvvisamente cambiate nel momento in cui lo aveva avvicinato il promoter Renzo Spagnoli.

«Mario, sei allenato?»
«Più o meno, perché?»
«Hai fatto sette incontri in dieci mesi, hai combattuto l’ultima volta quaranta giorni fa. Quindi, sei allenato.»
«Ahò, te lo ripeto: più o meno. Che c’è?»
«Le voi otto piotte?»
«Chi devo ammazzà?» e giù una risata.
«José Manuel Urtain rischia di finire il combattimento molto presto contro George Holden, lo stesso potrebbero fare altri pugili in programma. Ci serve un incontro in più, altrimenti questi ci menano.»
«Co’ chi devo fà?»
«Joe Hooks, ha meno match di te».
«Affare chiuso.»

Mario si era alzato, era andato negli spogliatoi, si era fatto prestare pantaloncini, scarpe e conghiglia, si era riscaldato, poi era salito sul ring e aveva battuto Hook per ko alla quinta.

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4 giugno 1976.

Una sera che Mario non avrebbe mai dimenticato.
L’avversario era Roberto Benacquista, romano come lui.
Si combatteva al Palalido di Milano per la cintura tricolore dei medi.

Un match duro, difficile. Equilibrato nei primi round, poi il trasteverino aveva preso fiducia. Il destro entrava preciso nella guardia dell’altro, lo scuoteva. Benacquista sembrava attraversare un momento difficile e dal quinto round in poi il suo rendimento era calato. Nella settima ripresa era ancora un destro di Romersi a fare danni. Apriva un lungo spacco sulla palpebra sinistra del rivale, il medico fermava l’incontro, l’arbitro decretava la fine del match.

Mario aveva vinto per kot, a trent’anni era campione d’Italia.
Si sentiva il padrone del mondo, Superman, l’eroe del Palalido.
Era stato in quel momento che aveva capito di dover dividere la gioia con la persona che gli era stata più vicina, il grande amico Emilio. Il papà.
Si era riempito la saccoccia di gettoni, ne aveva infilati otto nella fessura del telefono e aveva composto il numero.

… 377.

Appena girato l’ultimo 7 sul rotante del vecchio telefono, aveva sentito dall’altro capo del filo una voce carica di emozione.

«Bello, dimme».
«A papà, semo campioni d’Italia.»
«Bello pisellone mio!»

Poi avevano cominciato a piangere, senza riuscire a dire più una parola.

Aveva sposato Gabriella Cenciarelli nel Settanta.
Il giorno del trionfo Roberta e Rita erano già nate, Mario jr sarebbe arrivato qualche tempo dopo. Le cose finalmente giravano per il verso giusto…

 

Smokin’ Joe Frazier una notte da incubo Foreman lo distrugge

Vince Lombardi è l’allenatore dei Green Bay Packers, football americano.
Siede allo stesso tavolo del diciannovenne George Foreman.

Come hai potuto sventolare la bandiera in quel modo, quando i fratelli stavano portando avanti la loro battaglia?

Big George ha appena conquistato l’oro ai Giochi di Città del Messico ’68. Ha battuto l’azzurro Giorgio Bambini in semifinale, il sovietico Cepulis in finale. Quando ha avuto la medaglia al collo, ha fatto il giro del ring sventolando una bandierina americana.

Messico ’68 è l’Olimpiade di Tommie “Jet” Smith e John Carlos, oro e bronzo nei 200 metri di atletica leggera. Studenti del College di San José in California, entrambi membri del “Progetto olimpico per i diritti umani”: un’associazione che si batte per il popolo nero d’America. Salgono sul podio e durante l’inno statunitense, in segno di protesta per tutti i diritti calpestati dei neri, alzano al cielo il pugno avvolto in un guanto nero nel gesto reso celebre dalle Pantere Nere.

L’America dei bianchi ci dà credito solo in occasione delle vittorie olimpiche. È in occasioni come questa che mi riconosce come americano. Se faccio qualcosa di sbagliato, sono solo un negro.
Carlos urla al mondo la protesta.

Foreman se ne va in giro per il ring sventolando la bandierina degli Stati Uniti d’America, diventando così l’eroe della media borghesia bianca.
Con l’aiuto di un giornalista rimasto sconosciuto, scrive un messaggio alla nazione.
C’erano più di 2000 atleti neri in ogni sport nei Giochi del Messico. Ero dispiaciuto che nonostante la scritta USA sulla tuta loro potessero pensare che io non mi sentissi americano. Voglio che tutti sappiano che sono un americano felice. Ecco perché ho preso la bandierina dalla mia borsa e l’ho sventolata ai quattro angoli del ring.

Il vecchio allenatore di football non ci casca. 

Le parole di Vince Lombardi colpiscono Foreman come solo Ali avrebbe poi saputo fare.

Lucien Chen lavora per il Governo della Giamaica, promuove il turismo. Al primo tentativo la sua viene etichettata come un’idea folle, quando ci riprova il Primo ministro vacilla.

Perché non tentare?

Si trovano anche i soldi, il match si farà. Joe Frazier avrà 850.000 dollari di borsa garantiti e George Foreman ne prenderà 350.000. Si affronteranno al Kingston Stadium per il titolo dei massimi. Due picchiatori imbattuti, due pugili che conoscono un solo modo di concepire la boxe. Darsele senza pietà.

Arthur Mercante è l’arbitro. 

Joe Frazier il favorito: i bookmaker lo danno a 1/5.
Foreman non ha nomi importanti nel record, pochi anche gli avversari noti al grande pubblico, con l’eccezione di Gregorio Peralta e George Chuvalo. Qualcuno però si chiede quanto Frazier abbia lasciato sul ring nella sfida contro Ali. A credere nell’omone del Texas rimangono solo quelli del clan.

Dick Sadler è il manager, suo fratello Sandy, ex campione del mondo dei piuma, è il maestro. È quello che tiene il sacco quando George si allena, è quello che deve stare attento a non finire per terra sotto le mazzate del ragazzo.

Vedere Foreman colpire il sacco è un’esperienza affascinante. Scarica martellate, pugni di una potenza devastante. Alla fine, lì dove ha colpito con più insistenza c’è un incavo. E tu pensi che si sia fermato giusto un attimo prima di fare un buco in quel pesantissimo attrezzo da allenamento.

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Kingston, Giamaica, 22 gennaio 1973.

Primo round.
Frazier mette a segno due terribili ganci sinistri, Foreman continua ad avanzare. Montante destro di Big George, Smokin’ Joe è al tappeto. Sono passati 2’ dall’inizio del match.
Joe finirà kd altre due volte prima della fine della ripresa.

Secondo round.
Destro alla mascella. Foreman va ancora a segno, Frazier finisce al tappeto, Foreman guarda l’angolo e chiede a Yank Durham di interrompere quell’incubo, altrimenti finirà per uccidere il suo uomo. Si va avanti. Due ganci sinistri di Big George e Frazier è ancora giù. Al sesto atterramento, finalmente Arthur Mercante pone fino all’incubo: 275 secondi di match e George Foreman è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi.