Interviste senza tempo La vita e il pugilato 3. Mario Romersi

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza il rispetto del passato. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

3. continua
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca RIgoldi, 7 aprile)

 

 

 

 

 

 

 

 


Mario Romersi, romano del 1946, campione italiano dei medi
nella seconda metà degli anni Settanta,

in Italia è stato lo sparring preferito di Carlos Monzon.
Gli ho chiesto di aiutarmi a capire chi era quell’uomo
che in una drammatica notte romana ha rubato i nostri sogni.

 

13 settembre 2012

Mario, come definiresti il pugile Carlos Monzon?

“Una belva, con un destro micidiale. Un fenomeno”.

E come uomo, che tipo era?

“Scontroso, riservato, poche parole, prepotente”

Era davvero così pesante il destro dell’argentino?

“Provo a spiegarmi. Ogni volta che ti prendeva, ti sentivi come se qualcuno ti avesse tirato addosso un sacco di sabbia pressata. Eri fortunato se andavi a terra. Perché altrimenti, quello ti intronava e poi non finiva di picchiare finché non ti aveva distrutto”.

C’è un colpo che ricordi in modo particolare?

“Mi ricordo la prima volta che abbiamo fatto i guanti al Flaminio. Lo conoscevano in pochi, anche se era lo sfidante di Nino Benvenuti per il mondiale dei pesi medi. In palestra c’era la televisione, tanti giornalisti. Io ero un po’ timido e me ne stavo in un angolo a fare l’esercizio al sacco, lontano da tutti. Mi hanno avvicinato Capo Repetto e Amilcar Brusa e mi hanno chiesto: “Ti va di allenarti con lui?”. Gli ho risposto: “Non ho certo paura”. E sono salito sul ring. Ho alzato il sinistro nel classico gesto di saluto e Monzon mi ha incrociato col destro. Mi è improvvisamente sembrato di essere su un disco volante. Tutto attorno a me girava vorticosamente. Vedevo anche tanti piccoli cinesi che facevano roteare dei piatti su esili bastonicini di legno. Quel destro mi aveva completamente imbambolato”.

E lui?

“Ha continuato a venire avanti e a picchiare”.

Vi hanno fermato?

“Non avrei mai fatto la figura di quello che se ne va al primo cazzotto, anche se terribilmente duro. Ho fatto altre due riprese, ma quel destro non lo dimenticherò mai”.

E poi?

“Il giorno dopo mi sono alzato alle 5 del mattino, ho fatto footing, ho mangiato una bistecca da tre etti e bevuto solo un po’ d’acqua. Come se avessi dovuto fare un match. Alle quattro meno un quarto ero in palestra a scaldarmi. Nel terzo round di guanti l’ho preso d’incontro sul naso col diretto destro e ho sbagliato di un centimetro il gancio sinistro con cui avevo doppiato il colpo. Sabbatini, che era sotto al ring, ha urlato: “Mario, fermati che mi rovini 400 milioni!”. Il giorno prima però, nessuno era intervenuto”.

Quindi non ricordi Monzon come un campione assoluto?

“Ma vuoi scherzare? Era un fenomeno. Per darti un’idea di quanto facesse male, ti dico che quando salivi sul ring contro di lui era come se tu lo facessi a mani nude e lui imbracciasse un fucile. Era devastante. Non aveva il pugno secco, quello che ti stende subito. No, lui era peggio. Con un colpo ti ammorbidiva e con gli altri ti annientava”.

La qualità migliore del pugile, oltre alla potenza del destro, quale era?

“Era scoordinato”.

In che senso?

“Noi pugili guardiamo l’altro negli occhi, lì c’è la verità. All’80%, se sei bravo e attento, capisci quale colpo l’avversario sta per portare. Lui no. Ti sembrava lento, poi vooom e ti arrivava il sinistro in faccia. Faceva un piccolo spostamento, portava in avanti la gamba e vooom ti tramortiva col destro. Poi, ti bastonava senza che tu capissi più da dove partissero i colpi. A quel punto capivi che era inutile guardarlo negli occhi”.

Quante riprese di guanti hai fatto con lui?

“È venuto al Flaminio la prima volta quando ha conquistato il mondiale contro Benvenuti a Roma. C’è tornato per Bouttier, Briscoe e Valdez. Diciamo che ogni volta si fermava per una settimana, in totale avremo fatto più di 100 round. Veniva e voleva fare i guanti con me. Forse perché ero un buon tecnico, forse perché era diventata una sorta di scaramanzia”.

Aveva rispetto per lo sparring?

“Mi avrebbe volentieri messo per terra in ogni momento. Era senza pietà”

Un ultimo episodio da ricordare?

“Facevamo i guanti, io lo stringevo spesso in clinch per riprendere fiato. A un certo punto mi ha morso tra la spalla e il collo. Un dolore terribile, ma lui ha continuato a combattere come se niente fosse”.

Chi c’era in palestra quando vi allenavate?

“Capo Repetto, il suo maestro Amilcar Brusa, il manager Tito Lectoure, qualche volta Rodolfo Sabbatini. E soprattutto, tanta gente. Un centinaio di persone, sembrava di essere a una riunione. Io all’epoca abitavo con mamma e papà al Villaggio Olimpico, a due passi dalla Palestra del Flaminio. C’erano tutti gli amici a vedere me, ma soprattutto Monzon”.

Che memoria ti è rimasta di quei giorni?

“Mi è piaciuti viverli. Tutti, ogni momento”.

 

Interviste senza tempo La vita e il pugilato 2. Luca Rigoldi

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza il rispetto del passato. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

2. continua
(1. Leonard Bundu, 6 aprile 2020)

 

“La professoressa di italiano
mi chiedeva come mi vedessi da vecchio.
Io le rispondevo che già lo ero. Le piccole cicatrici
che si stavano fissando sulla pelle erano le mie rughe,
il segno delle esperienze accumulate nella vita”.
Luca Rigoldi

23 settembre 2019

Luca si ritiene un uomo fortunato.
Gli rispondo che i risultati sono frutti del sacrificio, del lavoro, del talento. Non della fortuna.
Lui dice che avere qualità è già una fortuna.
Che significa scegliere di fare il pugile professionista oggi in Italia?
Prima di sentire la sua risposta, gli leggo quella che mi ha dato qualche tempo fa Emiliano Marsili.
Significa essere un pazzo scatenato, uno che ha sbagliato tutto. Uno che si è andato a incastrare in uno sport che richiede enormi sacrifici e ti ripaga con pochi euro. E pretende che tu sia un atleta vero, uno sempre in forma, schiavo della dieta più terribile. Intanto che fai tutto questo, devi anche cercare i soldi per andare avanti.
Aggiungo una seconda domanda, con relativa risposta del campione di Civitavecchia.
Che sentimento provi nei confronti della boxe?
La amo.
Luca sorride.
“Condivido la sua analisi, ma non sarei così drastico. In fondo è sempre una scelta, non un’imposizione. Certo, viviamo una realtà molto difficile. Essere pugile in questo Paese significa non solo averte qualità tecniche e fisiche, ma anche possedere capacità di relazionarsi, la consapevolezza che devi promuovere la tua attività. Sei una sorta di proprietario di azienda, un imprenditore che si muove tra mille problemi”.

E non parla solo di quelli logistici.
“Sì anche quelli ci sono. Io vivo a Thiene, cioè a 81 km da Pieve di Sacco dove mi alleno. La mia giornata è fatta di 162 chilometri al giorno, solo per raggiungere il posto dove mi preparo per poi salire sul ring e combattere. In mezzo mettici anche i corsi che faccio nelle due palestre dove lavoro: a Vicenza e Thiene. Capirai che la giornata diventa molto lunga. Ma non è qui il problema principale”.
Chiedo un approfondimento.
“È difficile organizzare, promuovere. E poi devi imparare a gestire la paura”.
La paura?
“Non quella dell’avversario o di non potercela fare. No, la paura della sconfitta. Non puoi sbagliare, la seconda occasione per ricominciare non sempre arriva. Io mi preparo, mi sacrifico, salgo sul ring pronto a soffrire. Voglio vincere. Ma nel pugilato, come in tanti sport, c’è l’imprevisto, la sorpresa, il colpo che non ti aspetti. E allora tutto cambia improvvisamente. In quel momento capisci che non sei Anthony Joshua”.

Fermati un attimo. Cosa c’entra Joshua? Spiegati meglio.
“Il nostro è un piccolo mondo, fatto di grandi soddisfazioni, ma di poche opportunità. Joshua, e quelli come lui negli Stati Uniti o in Inghilterra, vivono una realtà diversa. Facciamo lo stesso sport, ma in due universi separati. Loro smuovono montagne di denaro. Hanno televisioni che li sostengono e pretendono che in caso di sconfitta abbiano una nuova occasione, addirittura meglio pagata della prima. Ti faccio una domanda: cosa avrebbe fatto Joshua in Italia? Non voglio essere frainteso: è un grande campione, merita tutto. Ma da noi sarebbe diventato quello che è diventato? In Italia devi sempre e solo vincere. Non ci sono i soldi per ricominciare. Qui è solo una questione di amore”.
Oggi hai deciso di innescare una sorta di caccia al tesoro. Dietro ogni affermazione ne nascondi un’altra, altrettanto importante. Andiamo avanti.
“Noi amiamo lo sport che facciamo, la passione ci travolge. Prendi me. Vivo un sogno continuo. Prima dell’ultima difesa contro Yegorov ho fatto un sogno. Facevo l’incontro, una battaglia senza soste. Ma non riuscivo a godere fino in fondo quel sogno, sentivo che mi mancava qualcosa. Quando mi sono svegliato, ho capito. E mi sono sentito demoralizzato. Ho pensato: cosa accadrà stasera? Spero che si concluda come nel sogno. Perché lì a vincere ero io. È andata bene e ho avuto la mia ricompensa: guardare le facce felici dei miei amici, vedere la gioia nei loro occhi. È stata questa la ricompensa più grande”.

Uno spettacolo a parte sono stati i minuti di intervallo tra un round e l’altro. I dialoghi tra Luca e Gino Freo sono stati fantastici. Lui parlava, Luca rispondeva con gli occhi e lo sguardo. Al massimo con un monosillabo.
“Molti pensano che un pugile all’angolo sia troppo stressato per concentrarsi. Errore. Io cerco di isolarmi completamente, azzero le voci del pubblico e mi lascio avvolgere dalle parole del maestro. L’altra sera ho capito subito cosa volesse da me. Sapeva che stavo andando bene, sapeva che stavo mettendo in atto la tattica giusta. Ma pretendeva di più, voleva maggiore partecipazione. Mi stava spronando a non mollare un solo secondo, a sentirmi nella battaglia in ogni istante della sfida. Mi chiedeva se fossi stanco, mi diceva che avrei dovuto fare questa o quella combinazione. In realtà mi stava dicendo che mi voleva guerriero, senza il minimo calo di tensione”.
C’è posto per la paura in un match di pugilato?
Penso che ci sia, anche se non nel senso comune della parola. La paura è una sensazione che blocca esseri umano ed animali. Noi pugili dobbiamo essere capaci di trasformarla in qualcosa di positivo. Dobbiamo essere noi a gestirla, non dobbiamo farci gestire. La paura nella boxe è il rispetto per l’avversario, perché anche lui è uno che viene sul ring per centrare l’impresa, per toglierti qualcosa che è tuo. Come ho già detto, l’unica paura vera che ci portiamo dentro è quella per la sconfitta, per quel risultato che ci farebbe tornare indietro fino a dove abbiamo cominciato”.

Dici di essere un uomo fortunato, perché?
“Perché ho tanti amici. Perché ho la fortuna di sentirmi un pugile di altri tempi, un pugile che appartiene alla gente che viene a tifare per me. Io sono nato in un paesone, Caldogno. Fino a febbraio dello scorso anno abitavo in una frazione ancora più piccola: Villa Verla, seimila abitanti. Ora sono a Thiene con la mia fidanzata Valentina. Eccola qui un’altra fortuna. Valentina è una ragazza fantastica. Una che dopo ore di lavoro si mette disposizione per aiutare l’organizzazione della riunione. Sa benissimo che la sera dell’incontro per lei sarà una sofferenza, ma lo fa ugualmente. Non ho mai vissuto quella sensazione, non sono mai stato a bordo ring mentre la persona che amo fa il pugile e si batte contro un altro che vuole strappargli quello a cui in quel momento tiene di più al mondo. Non so se potrei sopportare una simile sofferenza”.

“Sono fortunato perché anche chi ama lo sport più popolare in città, i tifosi della Curva Sud del Vicenza calcio, hanno gridato il mio nome allo stadio: settemila persone che strillavano RIGOLDI ORGOGLIO VICENTINO. E poi mi hanno chiesto di battermi indossando i pantaloncini con i loro colori e sugli spalti del Palasport hanno esposto uno striscione per me. Sono fortunato per i ragazzi che vengono in palestra e mi fanno sentire importante, orgoglioso. Mi danno una carica incredibile. Hanno il mio stesso taglio dei capelli, indossano gli stessi guantoni, non perdono un match. Se vuoi continuo… Credimi, sono davvero un uomo fortunato”.
Eppure non è stato sempre così.
“E no. Sono entrato in palestra perché cercavo qualcosa che mi aiutasse a superare un momento terribile. Mi ci ha portato mamma Raffaella. Mi ha portato in una palestra di boxe e mi ha detto di giurargli che non avrei mai fatto il pugile”.

Fermo. Mi sto perdendo.
“Voleva aiutarmi, aveva capito che lì avrei potuto liberare quell’aggressività che mi stava logorando. Ma non sopportava l’idea che potessi salire su un ring: Fino a diciotto anni, niente, non ci provare. Ovviamente ci ho provato. Così quando combatto, lei se ne sta a casa e sgrana il rosario. Solo a match concluso si rilassa”.

Il papà, Giorgio, è invece un tuo sostenitore.
“Adesso. Prima voleva che facessi il calciatore. Giocavo con gli allievi sperimentali. Ero bravo. Sfidavamo il Vicenza, il Bassano. Ma all’improvviso mi sono stancato. Volevo qualcosa che richiedesse maggiori sacrifici. Il pugilato era l’ideale. Ma lui insisteva per il calcio, era convinto che avrei potuto sfondare. Adesso no, è diventato un tifoso. Sui social scrive di boxe più lui che io”.
In casa Rigoldi ci sono anche Anna, 17 anni (“Bravissima a scuola”), e Marco (“Sacerdote laico che offre il suo aiuto in Congo”).

Anche tu hai radici cattoliche.
“Ho lo spirito profondamente cristiano, anche se da vicentino a volte smarrisco la strada e dico qualcosa che non dovrei dire. Ma è nei comportamenti che credo di rispettare la religione. Ho avuto tanto, più di quanto sognassi da ragazzino. E allora sento che in qualche modo devo restituire. Lo sport deve essere utile alla società, altrimenti perde una delle sue funzioni principali. Così mi metto a disposizione. Fino a qualche anno fa facevo l’animatore nella mia parrocchia. Ora il lavoro da insegnante nelle due palestre e l’attività pugilistica mi lasciano poco tempo a disposizione. Allora aiuto come posso. Vendendo cappellini, collaborando con una Onlus, insegnando ad alcuni ragazzi con problemi di autismo, creando cappellini per poi venderli e dare il ricavato in beneficienza. È il minimo, rispetto a quello che ho avuto. Lo faccio con amore”.
Come vedi il tuo futuro?
“Come ti ho detto, mi sento un imprenditore. E l’azienda che gestisco sono io. Il lavoro nelle due palestre è un piano di investimento per il futuro. E poi mi piacerebbe realizzare un sogno nel cassetto: prendermi quella laurea che per mancanza di risorse economiche non ho potuto avere all’età giusta. A scuola andavo molto bene, i professori mi invitavano a continuare negli studi. Sono geometra, ho fatto anche praticantato prima di lanciarmi nella boxe professionistica. Adesso vorrei chiudere quel cerchio. E vorrei rimanere nell’ambiente, anche se non ho ancora deciso con quale ruolo. Sono tecnico di primo livello, ma sento che il solo ruolo di allenatore potrebbe non appagarmi completamente. Non mi vedo neppure come dirigente sportivo impegnato nella politica federale. Voglio guardare avanti per capire cosa farò da grande, ma sono fiducioso, ottimista. Per il momento però voglio godermi quello che ho, senza troppi pensieri”.

Abbiamo parlato poco, quasi niente, del tuo titolo europeo dei supergallo. Non abbiamo commentato la difesa contro Yegorov, né le possibilità future. Vogliamo farlo velocemente prima di chiudere questa lunga chiacchierata?
“Sono felice di essere campione europeo. Come lo sono della mia ultima difesa. La gente, a cose fatte, pensa sia stato facile. No, credetemi, è stata terribilmente dura. Il futuro sul ring? Sono giovane penso di andare ancora avanti per qualche anno. Per arrivare fino a dove? Fermiamoci qui. Fatemi godere questi giorni che arrivano dopo la fatica di una lunga preparazione e lo stress di un match in casa, davanti agli occhi di chi ti vuole bene, contro un avversario forte e preparato. Sentiamoci tra qualche tempo e parleremo del futuro da pugile…”

Ho provato a raccontarvi Luca Rigoldi, campione europeo. Uno che ama la boxe al punto da trasformarsi da spettatore in pugile nel giro di qualche minuto. È accaduto qualche anno fa a Vicenza, nella Base Nato della Caserma Del Din. Era lì per vedere una sfida tra italiani e americani, quando un pugile non si è presentato. Gli hanno chiesto di sostituirlo per un’esibizione. Si è fatto prestare pantaloncini, maglietta, conchiglia e paradenti. È salito sul ring e ha dato spettacolo per tre riprese.
Ah, dimenicavo. L’altro pesava dodici chili più di lui…

 

Interviste senza tempo La vita e il pugilato 1. Leonard Bundu

Senza memoria del passato non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza ricordi. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

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Intervista al telefono con Leonard Bundu. È ancora negli States, l’ho rintracciato mentre si stava godendo una vacanza a Cape Cod, Massachusetts, posto magico sull’Oceano Atlantico. In compagnia della moglie Giuliana e dei figli André e Frida, sta dimenticando la brutta avventura. Il 21 agosto, a Coney Island nel match contro Errol Spence, che ha designato lo sfidante ufficiale al mondiale Ibf dei welter, ha subito la prima sconfitta per ko della sua vita. Sembra proprio deciso a ritirarsi, eppure ha chiesto sul suo profilo Twitter un parere ai tifosi: ora che fo? mi ritiro o continuo? Ha già deciso, sta solo giocando col tempo. Di questo e altro abbiamo parlato.

 

spence

4 settembre 2016

Errol Spence è forte fisicamente, potente, bravo sotto il profilo tecnico. Perché hai scelto di attaccarlo fin dal primo gong?

“Volevo vedere chi avevo davanti e soprattutto capire chi ero io. Sapevo di battermi contro un campione. Probabilmente il migliore della categoria. Ma avevo bisogno di conoscere il mio valore. E allora ho scelto l’unica strada possibile, attaccarlo. Fino a quel momento non si era mai trovato a combattere con uno che l’aggrediva. Ero molto motivato, determinato. Purtroppo non è andata bene.”

Come definiresti Spence dal punto di vista tecnico?

“È uno calmo, tranquillo. Spreca pochissimo, è molto preciso. Picchia forte, anche se Thurman è più potente. Contro di lui sentivo i colpi anche quando riuscivo a pararli, con Spence ho sofferto meno durante il match. Poi, per carità, è arrivato il ko e si sono spente le luci. Lui è uno che ti sta addosso, ti mette pressione. Un colpo dopo l’altro fa il suo lavoro, ti demolisce lentamente. Quando è certo che stai per cedere accellera e piazza il pugno che chiude il conto.”

spence ko

Avessi avuto le occasioni con Thurman e Spence con dieci anni di meno, il risultato sarebbe cambiato?

“Di testa sono più maturo ora. Ho la mentalità giusta. Dieci anni fa ero più forte fisicamente, ma non so se avrei retto la tensione di match così importanti e contro rivali così forti, non so se sarei stato in grado di tenere il ring con la stessa determinazione. Per mettere in dubbio il risultato avrei dovuto avere il fisico di allora e la testa di oggi. Forse così sarebbe potuto cambiare qualcosa.”

Quello di Coney Island è stato il tuo ultimo match?

“Ho sempre detto: quando prenderò le botte sul serio, smetterò. Spence non mi ha inflitto una punizione, ma il ko è stato davvero brutto. Se me lo chiedi ora, ti dico: smetto. Mi mancano le motivazioni. Finora mi faceva andare avanti una domanda: dove posso arrivare? Ora conosco la risposta. Thurman mi ha sconfitto nettamente, Spence altrettanto. L’europeo mi ha dato la spinta per spingermi fino a cercare il mio limite. Oggi non ho più la voglia di prima. Non reggerei più i sacrifici, non sopporterei le privazioni. Al momento so che non mi va di faticare per questo. Sono incappato in due grandi campioni. E ho avuto anche la sfortuna di battermi in una categoria bastarda, quella che forse ha i migliori pugili in circolazione.”

europeo

Avresti potuto avere una carriera migliore? E se sì, di chi è la colpa per quello che la boxe non ti ha dato?

“Sono soddisfatto di quello che ho avuto. Non posso lamentarmi. Sono passato professionista al momento giusto, anche se ero già in là con gli anni. In questa scelta mi ha aiutato il maestro Boncinelli. Sapeva che non avevo la mentalità giusta e ha ritardato l’addio al dilettantismo. Colpa mia, non di altri, se sono arrivato tardi.”

Cosa farai ora, dopo tanti anni di boxe?

“Sono ancora negli Stati Uniti, mi sto guardando in giro. Magari trovo davvero l’America… Dicono che da queste parti ci sia sempre la grande occasione ad aspettarti. Mi piacerebbe fare il cuoco, un “Ristorante da Bundu” lo vedrei bene. Ma potrei anche rimanere nell’ambiente, fare il maestro, aprire una palestra. La verità è che ci sto ancora pensando. Non so dirti cosa farò da grande. Dopo venticinque anni di pugilato non è facile scegliere un nuovo percorso.”

cuoco

Quale è stato il momento più bello di questi venticinque anni?

“La conquista del titolo europeo, le difese che ne sono scaturite. Il match con Petrucci, tanta gente, tanto entusiasmo. Si respirava un clima diverso dal solito. E poi le due vittorie in Gran Bretagna. Grande carica, grandi soddisfazioni. È stato lì che ho pensato “Ma allora, posso davvero combinare qualcosa”. È stato in quel periodo che mi sono detto: “Leo, vediamo dove puoi arrivare”. Belle sensazioni, indimenticabili.”

E quale è stato il giorno più brutto?

“Quando ho subito il ko da Spence. È stato il momento in cui ho visto tutto chiaro: “Leo hai finito di sognare”. Quel knock out ha significato tante cose, la più importante è stata il segnale di svolta. Era tempo di cambiare vita. È stato brutto perdere così, ma è stato allora che tutto è diventato più chiaro. Sono diventato grande e devo pensare a cosa fare del mio futuro.”

boncinelli

Il 21 novembre festeggerai 42 anni. Cosa dirai al momento del brindisi?

“Sono stati anni meravigliosi. Per questo devo dire grazie alla boxe, ma soprattutto grazie alla mia famiglia. A mia moglie, ai bambini, a mia madre. Mi sono stati accanto nei momenti belli e in quelli brutti, mi hanno regalato una grande forza. Devo ringraziare il maestro Alessandro Boncinelli che ha saputo guidarmi sin da piccino, proteggendomi dai pericoli. Aveva visto del talento, ma non voleva che facessi il passo più lungo della gamba. Fino a quando non è stato certo che avessi la mentalità giusta, mi ha consigliato di non passare tra i professionisti. Ringrazio la gente di Cisterna che mi ha accolto facendomi sentire a casa, in particolare il maestro Luigi Montesano e il preparatore Giuseppe Ardagna. Dico grazie al mio organizzatore Mario Loreni e al match maker Alessandro Ferrarini. Tutti hanno contribuito alla mia carriera.”

figlio

Cosa diresti a tuo figlio o a tua figlia se tra qualche tempo ti dicessero che vogliono fare il pugile?

“Ma che siete pazzi?”

Buona come prima reazione. E poi?

“La boxe mi ha dato gioie e soddisfazioni che altrimenti non avrei mai potuto avere. Ma è una professione difficile. Quando incontravo qualche persona che non conoscevo e mi chiedeva: che lavoro fai? Rispondevo: il pugile. Quello ribatteva: intendo, cosa fai davvero per vivere? Ecco, per scegliere la strada della boxe devi sapere che è uno sport per pochi, che richiede un grande sacrificio e mille privazioni. Se vogliono provarci, lo facciano pure. Ma se vogliono diventare un pugile devono subito convincersi di fare le cose sul serio, ogni ora della giornata, ogni giorno del mese, ogni mese dell’anno. Per tutta la carriera.”

famiglia

Alla gente stai simpatico. Merito di Leo, l’uomo dal sorriso infinito, o di Bundu, il pugile guerriero?

“Sono sempre stato allegro di carattere. Sono fatto così. Il pugilato mi ha aiutato, mi ha regalato più tranquillità, maggiore sicurezza e mi ha dato una discreta popolarità. Ecco io dico che non sono né Leo, un uomo di quasi quarantadue anni, né Bundu, il pugile ex campione d’Europa e che si è appena battuto per giocarsi il mondiale. Stai parlando con Leonard Bundu e spero che la gente mi accetti per quello che sono.”

Se ti fosse data l’occasione di poter parlare con La Boxe, cosa le diresti?

“Ma perché non sei come qualche tempo fa? Perché non torni popolare come allora? Uno sport più seguito, più apprezzato. Ecco, questo le direi.”

Come si chiude il tuo bilancio con questo sport?

“Ho sempre avuto un rapporto di odio e amore con il pugilato. A volte ho odiato le alzate di prima mattina per il footing, il sangue sudore e lacrime della palestra, la sofferenza per il peso. Ho amato la tensione del match, sono arrivato ad amare addirittura gli allenamenti. Ma soprattutto ho amato le soddisfazioni, le emozioni, le gioie che mi ha dato. Non le avrei mai potute avere con un altro lavoro. Ho dato tanto, ho avuto tanto. Ma forse un pochino in credito lo sono. Anzi no, siamo pari. Sì, ne sono convinto. Siamo pari. E allora: grazie boxe!”

 

Emozioni a Bordo Ring AJ inizia la scalata scippando Cammarelle

Roberto Cammarelle vs Anthony Joshua
(12 agosto 2012)
10. Fine

In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che mi hanno regalato intensi ricordi.

«’nu furto clamoroso, il più grande che aggio visto inta ‘a vita mia».
Così mi dice Patrizio Oliva, che aggiunge: «Dario, aveva vinto senza alcun dubbio. Vogliamo scherzare? Ma qui ce l’avrebbe fatta solo mettendolo ko».

Sono dietro le transenne che separano i giornalisti dagli atleti. Attorno c’è confusione, rabbia, delusione. Ho appena assistito a un autentico furto, l’ennesimo di un’edizione nefasta per lo sport del pugilato.

Francesco Damiani è il coach della squadra azzurra, il responsabile tecnico. Scappa via, non vuole parlare. Lo conosco da tanti anni, lo cerco al telefono, mi dice poche cose prima di sparire. Poche parole, bastano però per capire come si senta.

«Non voglio parlare di quello che è accaduto in questa finale. Per me il pugilato dilettantistico è morto qui, in questa Olimpiade. Non è più lo sport che conosco».

Da una vita è in palestra, prima da pugile e poi da maestro. Sa cosa significhi la fatica di un allenamento, l’ansia per il match, la durezza dei colpi e il dolore che provocano. Serve qualcosa di magico per superare tutta questa sofferenza e andare avanti. È quello che solo alcuni riescono fare.
Nino Benvenuti me lo ha detto più di una volta Nino Benvenuti.
«La boxe è uno sport per pochi».

Questa di Londra 2012 è stata un’Olimpiade disastrosa. Verdetti assurdi, risultati ribaltati, reclami a ogni sconfitta. Mi hanno appena detto che anche l’Italia ne ha presentato uno per la finale supermassimi, sarà inevitabilmente respinto. La boxe dilettantistica sta morendo, sono qui a celebrarne il funerale.

“Cammarelle va a caccia di un oro difficile da conquistare, per riuscirci dovrà boxare con la stessa determinazione con cui ha sconfitto Zhang Zhilei a Pechino, quando ha battuto il cinese in casa sua nell’unico modo possibile. Per kot. Un successo ai punti, comunque vada il match, lo vedo molto improbabile”, questo ho scritto prima del match contro Anthony Joshua.

Facile profezia. L’azzurro ha dominato la sfida, tranne che nella seconda metà dell’ultimo round, ma si è visto assegnare la sconfitta alle preferenze. E questa è un’altra assurdità. Neppure se a giudicare la finale fossero stati i parenti più stretti di Joshua sarebbe finita così. Arriva Roberto Cammarelle, quando lo vedo capisco cosa sia il dolore per uno che mastica pugilato da sempre.

Sul ring sembra che nessun pugile lo senta. Il dolore arriva quando ti rendi conto che non puoi vincere, è il sapore amaro della sconfitta il dolore più forte. La ferita, il colpo allo stomaco, il pugno potente sul momento pesano meno. Le sofferenze fisiche arrivano la mattina dopo, quando ti sembra che ogni parte del tuo corpo urli per i colpi presi la sera prima. Anche un sospiro provoca fitte lancinanti. Ma sul ring spesso la sofferenza è solo per il risultato. Perché il pugile ha paura, ma non di farsi male. Ha paura di perdere.

E se sai che la sconfitta non è nata da una tua debolezza, ma dal giudizio sbadato, sbagliato, incompetente o chissà cosa di chi dovrebbe gestire la correttezza del risultato, il dolore è ancora più grande.

Guardo Roberto e non vedo furore, non è da lui. Ma una tristezza infinita per qualcosa che proprio non riesce a comprendere.

«È stata commessa un’ingiustizia. È stato formulato un verdetto casalingo. Non mi spiego perché sia potuto accadere. Mi brucia. Nella terza ripresa non sono andato al massimo, ma non pensavo di averla persa di tre. E nelle prime due mi manca qualche punticino. Tutti quelli con cui ho parlato mi hanno detto che avevo vinto io, solo quelle cinque persone che siedono attorno al ring e decidono della vita di un pugile hanno visto un’altra cosa. Sono tre anni che mi danno contro e non capisco il perché. Non ho nulla contro Joshua, sarei poco intelligente se dicessi il contrario. Sapevo che avrei rischiato un verdetto casalingo, ma penso di avere fatto ogni cosa per non permettergli di formularlo. È un risultato che mi brucia. Tra vent’anni la gente non ricorderà più il match, né che è finita in parità. Ricorderà solo che ho perso la finale olimpica. Non vado oltre perché non mi sembra bello stare qui tra italiani a cantarcela fra di noi. Quelli che ne capiscono sanno come è finita, quei cinque uomini non sono stati d’accordo. Non ho perso, potevano almeno dare un oro ex aequo. Non lo dico certo per il premio. Se mi proponessero uno scambio l’accetterei subito: niente soldi, ma una giusta vittoria. Mi sta bene. Firmo. Voglio la gloria, voglio l’oro. Adesso chiamerò mia moglie che mi dirà: sei stato bravo, sei bellissimo, ma ti hanno fregato, è una vergogna. Lei è più diretta di me. Voglio tornare a casa, mi manca la famiglia. Mi mancano moglie e figli. Adesso finalmente avrò più tempo per loro, mi piace fare il padre. Alla fine ero stanco, sono critico nei miei confronti. Ma devo anche dire che l’Aiba non mi appartiene più, è un pugilato che non mi piace, non mi rappresenta. E adesso vado, sono stanco».

Anthony Joshua, AJ per tutti, ha appena cominciato la sua scalata nel mondo della grande boxe. E l’ha fatto con uno scippo, sportivamente parlando.

Vado via anch’io, disgustato per quello che ho visto e, come tutti noi, preso da un senso di impotenza. L’arroganza del potere sportivo non è mai stata così forte come in questa Olimpiade londinese.

Ha ragione Patrizio Oliva.

«’nu furto clamoroso, il più grande che aggio visto inta ‘a vita mia».

(tratto da I MIEI GIOCHI di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

Emozioni a Bordo ring Tyson travolge Spinks bastano 91 secondi…

Mike Tyson vs Michael Spinks
(27 giugno 1988)
9. continua

 In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che mi hanno regalato intensi ricordi.

Tyson si siede al tavolo della conferenza stampa.

“Holmes è un ex campione. Ai suoi tempi è stato il migliore, adesso avrebbe voluto rubare il mio tempo ma non c’è riuscito. Voi giornalisti continuate a chiedermi di Spinks. Lo affronterei subito, anche stasera. Anche in una cantina e senza soldi in palio”.

Qualcuno urla dal fondo del corridoio centrale.

Sono Michael Spinks e il procuratore Butch Lewis.

“Portateli qui” dice Tyson.

“È stata una triste sera. Holmes ha dovuto battersi contro due rivali: Tyson e il tempo che passa. Ma il campione non può dire di essere il migliore fino a quando non avrà battuto Spinks” strilla Lewis che indossa una giacca nera e un papillon sopra il petto nudo.

Alloggio al Claridge Hotel, sulla boardwalk. Ma non è per la sua posizione che l’ho scelto. Quando ho saputo che negli anni Cinquanta Marilyn Monroe, ogni volta che veniva in città per fare da giudice a Miss America, scendeva qui, non ho avuto il minimo dubbio. Amo quella donna. Adoro la descrizione che di lei ha fatto l’attrice americana Cybill Shepered.

“Aveva curve in certi posti dove le altre donne non hanno neppure i posti”.

 

Faccio colazione ed esco da quel luogo sacro.
Un veterano del Vietnam chiede l’elemosina seduto sulla boardwalk. Ha il cappellino nero calato sulla fronte e una blusa mimetica a coprire una T-shirt verde.

Un nano corre tra la folla, un culturista mostra muscoli gonfi e canottiera rossa mentre trascina su un rishò una coppia di turisti sorridenti, una donna obesa mangia voracemente un hot dog.

Prigionieri del destino, intrappolati tra il mare spumeggiante e i casinò colorati.

Attorno a Tyson intanto è scoppiata la guerra del grando. Per una montagna di dollari si battono Ruth&Robin Givens da una parte, Bill Cayton dell’altra.

Sembra proprio che Michael Spinks sia il minore dei problemi di Iron Mike.

“Mi sento solo. Come quando è morta mia madre, come quando è morto Cus D’Amato. Sono stato a lungo un uomo solo e lo sono anche adesso”.

Entro in palestra e  lo vedo picchare gli sparring. Sono qui per questo. Guadagnano duemila dollari la settimana, in cambio prendono cazzotti ogni giorno.

 

“Diecimila dollari a chi riesce a mettermi con il sedere per terra” Mike lancia la sfida. Nessuno la raccoglie.

Mike Hunter, Oliver McCall e Anthony Whiterspoon sanno che è meglio far finta di niente se vogliono rimanere lontano dai guai.

Tyson si fa dare un microfono e con quel vocino sottile strilla cose terribili.

“Cercherò di infliggere a Spinks quanto più dolore possibile. Ho voluto prolungare la sofferenza di Biggs, avrei potuto finirlo prima ma volevo che non dimenticasse mai quei momenti. Contro Richardson non sono riuscito a fare quel che volevo, mi sarebbe piaciuto ficcargli le ossa dentro il cervello.”

Amen.
Qualche ora dopo, siede sul divano di casa alla periferia di Atlantic City. Robin vive qui da un mese. Lui viene a trovarla ogni giorno.

Un giornalista americano domanda se sia un uomo geloso.

“La guardano con la faccia libidinosa? Mi sta bene. Ma non provassero a poggiare una mano su di lei, diventerei una belva.”

E contro Spinks sarai furioso?

“Lo spezzerò. Come ho fatto con tutti quelli che l’hanno preceduto e come farò con tutti quelli che seguiranno”.

Chiacchierata finita. Mentre sto raggiungendo la macchina parcheggiata accanto al giardino, si avvicina un collega americano che conosco da tanti anni. Ha un regalo da farmi, uno scoop. Mi racconta la verità sull’incidente d’auto in cui Tyson è incappato lo scorso mese.

“La storia è cominciata quando Robin ha scoperto in un cassetto della Bentley un pacchetto di profilattici. La sua reazione è stata istintiva, ha mollato due schiaffoni sulla faccia di Mike. Lui ha perso il controllo dell’auto ed è andato a sbattere. Tutto qui”.

Michael Spinks, barba lunga di qualche giorno e un sorriso contagioso, porta in giro per la città il ricordo delle radici. È l’unico cittadino di Pruitt Igor ad avere raggiunto e conservato il successo. Oggi quella cittadina non esiste più. Doveva essere un quartiere modello di St Louis, architetti ambiziosi avevano messo su un progetto futurista. Dovevano conviverci ottomila uomini, bianchi e neri in perfetta simbiosi. Così pensavano quando hanno costruito il quartiere nel ’54.

Nel ’74 in quella zona vivevano ventiseimila uomini, bianchi e neri in feroce conflitto. Quattro omicidi al giorno, centocinquanta bambini l’anno lasciati sulla strada appena nati. Una polveriera. E così quelli del comune decidono di farla esplodere. Nel vero senso della parola.

Costringono tutti gli abitanti a traslocare, li cacciano dalle loro case, minano le fondamenta con la dinamite e poi via! Tutto per aria.

Michael aveva diciott’anni, ma da tempo aveva capito che doveva picchiare più forte se non voleva essere picchiato.

Ha paura di Tyson, non fatica a riconoscerlo.

“Penso sia una cosa positiva confessare di temere qualcosa o qualcuno. Questo non vuol dire che scapperò. So che lui porterà i suoi problemi sul ring, io cercherò di  non portarci i miei. Il destino ha governato la mia carriera. Stavo guardando una trasmissione in tv, c’era una predicatrice: Catherine Coleman. Toccava i malati e quelli guarivano. Avevo quindici anni, nessuno che credesse in me e nessuno in cui credere. Spensi la televisione, corsi all’auditorium e capii, per la prima volta nella mia vita, che potevo chiedere sperando di ricevere. Chiesi a Dio di diventare un pugile, un campione. Dio mi diede un segnale e io lo raccolsi. Assieme a due amici avevamo rapinato un poveraccio, uno come noi. La polizia ci fu addosso in pochi secondi. Corsi con il cuore in gola e riuscii a scappare. Non mi presero. Provai così tanta paura che non l’ho più fatto”.

Ora il suo più caro amico si chiama Butch Lewis. Gira in frac, farfallina e niente camicia. È il suo manager.

Michael parla a bassa voce con una tonalità profonda. Mima ogni situazione con le mani e dondola in continuazione la testa. Ogni volta che spalanca la bocca vengono fuori quegli spazi profondi tra gli incisivi, ma lui non se ne vergogna.

Sembrerebbe un uomo felice, la realtà dice che è tormentato dal ricordo di un grande dolore.

Nell’83 è morta in un incidente stradale Sandy, sua moglie. Ha pianto per una settimana.

“Dove è la mamma?” chiedeva Michelle e lui non riusciva a darle una risposta.

“È volata in cielo ci guarda da lassù” le ha detto dopo molto tempo. Appena pronunciate quelle otto parole, ha capito che poteva ricominciare a lottare.

Eccoci qui, è la sera del match. Il signore che siede tre file dietro di me urla come un pazzo. Ha pagato il biglietto 1500 dollari e non ha visto nulla.

Mike Tyson ha archiviato il caso Spinks in novantuno secondi.

E lui non c’era.

Maledice il mondo intero, ma a una certa età è la prostata a prendere il comando delle nostre azioni. Il match doveva cominciare alle 22:50, alle 23:20 il ring era ancora vuoto. Spinks voleva innervosire Tyson condannandolo a una lunga attesa.

Mike non si è logorato, cosa che invece ha fatto la prostata del signore che adesso urla come una gallina.

Gli occhi sbarrati, una gamba semiparalizzata. Spinks è al tappeto, il cronometro segna 1:31 del round iniziale. Un montante sinistro alla mascella, un destro alla milza. Una pausa di pochi attimi, ancora un destro corto. Fine dei giochi, si torna a casa.

Tutto finito, nessun dramma. Solo la conferma che quella furia uscita da Brownsville difficilmente potrà essere fermata. Tyson ha zittito ogni voce. Anche quella dei tabloid che annunciavano un divorzio imminente.

Lui e Robin entrano abbracciati in sala stampa.

Lei è fasciata in un abito rosso che l’avvolge come una seconda pelle.

La recita è durata poco, ma ha avuto picchi di grande drammaticità.

Mike ha sparato uno di quei montanti che possono decidere le sorti di un match e anche quelle di un avversario. Spinks ha capito subito che la serata si stava mettendo male. E mentre si afflosciava alle corde, il campione ha fatto partire una seconda locomotiva. Il destro è entrato per metà nel corpo del signore di St Louis, proprio all’altezza della milza.

Primo conteggio.

Spinks si è rialzato e ha provato a ricominciare, ma ha incassato una destro corto e gli è sembrato di avere impattato una metropolitana.

Flop, giù. Tutto finito.

Appena recupera un minimo di dignità, Michael fa una confessione.

“Sono felice che il match sia finito”.

Tyson sorride.

(tratto da IL MATCH FANTASMA di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Bordo Ring per raccontare Ray Mancini triste&solitario

Ray Mancini vs George Feeney
(6 febbraio 1983)
8. continua

 

In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che mi hanno regalato intensi ricordi.

Ho conosciuto Boom Boom Mancini a fine gennaio dell’83.
Rodolfo Sabbatini l’aveva portato in Italia dopo la tragedia del 13 novembre 1982. Quella notte, sul ring del Caesars Palace di Las Vegas, Ray aveva travolto il coreano Deuk-Koo Kim, figlio di un coltivatore di riso, fermato troppo tardi dall’arbitro Richard Green al penultimo round del mondiale leggeri. Una sfida selvaggia in cui il pugile asiatico aveva subito una durissima lezione, figlia dell’incredibile fatica fatta alla vigilia per rientrare nei limiti di peso della categoria.
Si erano affrontati sul ring del Caesars Palace. Era il 13 novembre dell’82.
Una battaglia feroce, senza soste. Si erano scambiati colpi terribili, a volte proibiti, quasi sempre devastanti.
Nel terzo round Mancini si era infortunato alla mano sinistra, all’angolo avevano sospettato una frattura. Nella tredicesima ripresa si era scagliato sul coreano, tirando trentanove colpi senza riceverne alcuno in risposta. Poi l’altro aveva ripreso a scambiare. La guerra era andata avanti.
Diciannove secondi dopo l’inizio della quattordicesima un diretto destro, giunto alla fine di una combinazione, aveva chiuso la storia.
Mancini esultava assieme ai genitori, ignaro della tragedia incombente. Un’ambulanza trasportava Duk Koo-Kim verso il Desert Spring Hospital. Era in coma. Un’emorragia cerebrale lo stava lentamente rubando alla vita.
Il professore Lonnie Hammergreen lo operava, toglieva 100 cc di sangue dall’ematoma subdurale che si era formato nella parte destra del cervello. Uscito dalla sala operatoria dopo due ore e mezzo di intervento veniva tenuto in vita solo da una macchina che gli permetteva di respirare artificialmente.
Moriva il 17 novembre dell’82. Aveva 23 anni.

L’American Medical Association proponeva l’abolizione del pugilato. Le immagini degli ultimi minuti di quell’incontro venivano trasmesse in continuazione. Erano di una ferocia offensiva, inquietante. Nessuna abolizione, l’unico risultato pratico era stato la riduzione da 15 a 12 riprese dei campionati del mondo disputati sotto l’egida della World Boxing Association.
Ray avrebbe voluto chiudere con la boxe. Aveva assistito ai funerali del rivale in Corea e quel momento di immensa tristezza lo aveva convinto ancora di più che non sarebbe mai potuto tornare sul ring. Era caduto in uno stato di depressione. Ci aveva poi ripensato, aveva chiesto aiuto a Sabbatini che gli aveva organizzato un viaggio nel vecchio paese d’origine.
Lenny, il papà, veniva da Bagheria, in Sicilia. Aveva fatto il pugile ed era arrivato ai vertici delle classifiche, le ferite riportate durante la seconda Guerra Mondiale avevano però spezzato il grande sogno.
Ray era contento di tornare in Italia. L’avevo incontrato a Roma, era appena sbarcato da New York. Assieme a Rodolfo dovevamo prendere la coincidenza per Torino, il match contro il britannico George Feeney era infatti in programma al Casinò di Saint Vincent. Eravamo in fila, davanti al gate di ingresso con la carta di imbarco in mano, quando un dipendente dell’Alitalia ci aveva avvisato che per un problema di overbooking non saremmo potuti salire su quel volo.
Era stato come accendere un cerino e dare fuoco a un bidone di benzina. Già innervosito per i ritardi, stanco e in agitazione per l’organizzazione di un evento così importante, Sabbatini era esploso.
«Non me ne frega niente se avete venduto più posti di quanti ne avevate a disposizione. Qui non parte nessuno se su quel volo non ci siamo anche noi tre

Signore, non posso farci niente. L’aereo è già pieno, l’imbarco è chiuso.»
«Parlo forse cinese? Oggi l’Alitalia non va a Torino se non ci andiamo anche noi. Mi chiami il capo scalo.»
Le urla di Rodolfo avevano riempito l’aeroporto di Fiumicino. La gente faceva capannello, le minacce stavano avendo effetto. Il caposcalo, con il consenso della compagnia, metteva su un programmino a cui non avrei mai creduto se non ne fossi stato parte integrante. Mancini, Sabbatini e io salivamo su un volo per Genova. Senza lasciare la pista (cosa che mi dicono sia severamente vietata) scendevamo da quell’aereo sulla pista del “Cristoforo Colombo” per salire su quello a fianco, proveniente da Cagliari, con meta finale Caselle, dunque: Torino.
Ray Boom Boom Mancini quel match italiano lo vinceva faticosamente. Era stato un incontro noioso, difficile. L’americano portava un peso troppo grande sulle spalle.

Solo un mese prima aveva detto.
«Kim è morto una sola volta, io mi sento come se morissi ogni giorno. Se sei un pugile, provi rispetto per qualsiasi altro pugile e io ho tutto il rispetto del mondo per questo ragazzo. Sono devastato. Sono molto triste per quello che è accaduto, mi fa male perché faccio parte di questa tragedia. Sono cristiano e ho pregato per avere le risposte alle domande che la mia mente continua a farsi. Ho fatto ricorso alla mia fede per andare avanti. Potrebbe essere tranquillamente toccato a me e chi può giurare che la prossima volta non sia io la vittima? Non dico che mi ritirerò, ma in questo momento non ho alcuna voglia di pensare ai prossimi match. Ho visto quello che è accaduto al signor Kim. Ho bisogno di tempo per guarire»
Così diceva, ma neppure il tempo riusciva a lenire l’angoscia. Lentamente però il desiderio di tornare a combattere aveva la meglio su ogni paura, su qualsiasi tensione. George Feeney sarebbe stato il comprimario, lo spettatore non pagante di quella triste serata. Non ci sarebbero stati sorrisi, ma solo demoni che non si stancavano di agitarsi nel salone.

Avevo dunque fatto il viaggio con lui da Roma a Torino. Mi aveva raccontato di quanto importanti fossero state le lunghe chiacchierate con Padre O’Neal, il sacerdote amico di famiglia, di come i genitori gli fossero stati vicini, dell’aiuto che aveva ricevuto anche dagli amici. Era devastato dai dubbi e dalle domande, ma aveva finalmente ricominciato a guardare avanti.
Era nella sua camera, all’Hotel Billia di St Vincent, quando gli comunicavano un’altra atroce notizia. Yong Sun Yo, la madre di Duk Koo-Kim, si era suicidata bevendo una bottiglia di pesticida. Una tragedia che andava ad aggiungersi all’altra. Battersi sul ring non era più al primo posto dei suoi pensieri.
Il 6 febbraio dell’83 superava, di misura e senza entusiasmare, il rivale inglese. La porta su quella drammatica notte di Las Vegas rimaneva comunque aperta.
Anche perché le tragedie non erano ancora finite. Il primo luglio dello stesso anno, Richard Greene, arbitro di quel match, si suicidava sparandosi un colpo di pistola alla testa.
Due mesi dopo Ray Boom Boom Mancini tornava a difendere il mondiale leggeri WBA. Lo faceva al Madison Square Garden di New York, battendo Orlando Romero per ko alla 9. In quel programma Nino La Rocca superava, in un match non certo entusiasmante, Jerry Cheatham. Ero a bordo ring. Incrociavo un Roberto “mani di pietra” Duran decisamente sovrappeso. Mi chiedevo come avrebbe fatto a sfidare Marvin Hagler, appena due mesi dopo,  per il mondiale dei medi. Per fortuna non glielo avevo chiesto. Perché quel match lui l’aveva fatto e alla fine aveva perso solo di stretta misura contro uno dei più grandi pesi medi di sempre.
Ma questa è un’altra storia…

(tratto da NON FARE IL FURBO, COMBATTI e PUGILI di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)