Interviste senza tempo La vita e il pugilato 10. Luigi Minchillo

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, questa conclude la serie. Ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

10. fine
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca Rigoldi, 7 aprile;
3. Mario Romersi, 8 aprile; 4. Patrizio Oliva, 9 aprile, ,
5. Massimiliano Duran, 10 aprile; 6. Alessio Lorusso, 11 aprile; 7. Emiliano Marsili, 12 aprile; 8. Francesco Damiani, 13 aprile; 9. Michele Di Rocco, 14 aprile)

Luigi Minchillo perde ai punti il mondiale superwelter contro Thomas Hearns a Detroit. L’intervista è nello spogliatoio della Joe Louis Arena. In carriera Minchillo ha sconfitto per l’europeo Acaries, Benes, Hope. Ha affrontato Hearns, Duran, McCallum.
Quattro mesi dopo quella sfida, Hearns metteva Duran ko in 2 .
Nel finale di questo servizio, uno scambio di battute con Elio Ghelfi, il maestro riminese che ci ha lasciati da poco.

 

12 febbraio 1984

Luigi Minchillo è sdraiato sul lettino, nella penombra del suo spogliatoio. Ha pianto. Gli occhi sono gonfi per i colpi di Thomas Hearns. Bacia la foto dei suoi bambini, stringe  la mano della moglie Enza. Piange.

A cosa stati pensando, Luigi?

“Dovevo nascere più fortunato. Ma non è questo il momento per lamentarmi. Mi dispiace solo che per farmi apprezzare io sia dovuto venire all’estero”.

Pensi di dover dire qualcosa a chi ti ha spesso criticato?

“Mi dispiace di non essermi potuto prendere una rivincita nei confronti di alcuni grandi campioni. Penso a chi a Venezia ha detto: Dopo di noi, l’Italia non avrà più campioni del mondo. Non si sono comportati bene. Non dico tanto per me, quanto per Loris Stecca e Patrizio Oliva, due giovani che sono da mondiale. Mi dispiace di non poter dire a quei campioni del passato: Eccolo qui il titolo, ecco la cintura! Lo vedi che hai detto una fesseria?”.

Cosa racconterai ai tuoi figli di questa notte mondiale?

“Gli farò vedere il filmato del match, si dovranno rendere conto da soli di cosa sia stato questo incontro. E poi, quando leggeranno i libri e vedranno chi sono stati Hope, Duran, Hearns e Acaries, capiranno il resto. Ma non voglio che i miei figli mi giudichino per quello che ho fatto nello sport. Spero che ne siano orgogliosi, ma credo sia giusto sperare che mi giudichino come padre, non come pugile”.

Torniamo al match. Quale è la ripresa in cui hai sofferto di più?

“L’ultima. È stata terribile”.

Pensavi che il match sarebbe stato più o meno duro di quanto in realtà è stato?

“Non pensavo a niente. Quindi, niente mi meraviglia”.

Sembri deluso. Eppure, fuori da questo spogliatoio, tutti parlano bene di te.

“Ho una mentalità vincente, quando scendo dal ring voglio farlo da vincitore. Non mi importa chi sia l’avversario che mi sta davanti. Stavolta ho perso, non posso sentirmi soddisfatto. Anche se chi mi ha sconfitto si chiama Thomas Hearns. Non riesco proprio ad essere contento, non ce l’ho fatta”.

Lui ha il pugno più potente tra tutti quelli che hai incontrato?

“No, Benes faceva più male”.

Chi vincerà tra Hearns e Roberto Duran?

“Hearns, senza dubbio”.

Hai incassato colpi terribili e subito dopo hai replicato con coraggio e aggressività. Come hai fatto?

“Fa parte della mia personalità. Se prendo un colpo, so che devo reagire, altrimenti lascio all’altro tempo e spazio per sovrastarmi. È dopo che sono stato nei guai che riesco a esprimere il meglio di me”.

Che valore dai alla prova che sei stato capace di offrire qui a Detroit?

“Un anno fa mi ero ritirato. Stanotte ho fatto soffrire Hearns, giudicate voi”.

Il sinistro del campione mi è sembrato straordinario. È il più pericoloso che ti sia capitato di fronteggiare?

“È un colpo velocissimo, spesso non lo vedi neppure partire. Ma anche quello di Acaries era una spada”:

Hai pensato di dire: Basta, abbandono?

“Mai!”

E adesso? Una settimana di vacanza in America?

“No, torno a casa. La mia America è in Italia”.

Accanto a lui Elio Ghelfi. Il maestro ha vissuto momenti di grande tensione. È decisamente soddisfatto della prova del suo pugile.

Elio, come valuti il rendimento di Minchillo?

“Avete visto che condizione atletica aveva Luigi? Il lavoro diventa facile quando c’è un pugile che si sottopone con grande applicazione a una preparazione che certamente non è leggera. Nella nostra palestra vige l’impegno e la serietà. Chi non ci segue, si perde per strada”.

Un giudizio globale sul match.

“Minchillo ha compiuto un capolavoro, è riuscito a cambiare tattica sul ring dimostrando grande intelligenza. Non è stato solo un fighter, ha fatto vedere anche una grande abilità tecnica. Qualcuno ne sarà rimasto sorpreso, non io”.

Anche tu pensi che il momento più difficile sia stato nel dodicesimo round?

“Sì. Dall’angolo io e Giovanni Branchini gli abbiamo trasmesso un freno psicologico, ma è uno sbaglio che rifaremmo. Il verdetto ormai era deciso, per dieci riprese avevamo provato a vincere, a quel punto era meglio evitare un colpo pericoloso, meglio non correre rischi inutili. Luigi ha portato a termine un match perfetto in cui ha messo in difficoltà Hearns in più di un’occasione. Complimenti, è stato un grande”.

Soddisfazione anche per te.

“È una rivincita personale. Adesso chi diceva che avrei potuto allenare solo i dilettanti, forse si sarà ricreduto…”

 

Interviste senza tempo La vita e il pugilato 9. Michele Di Rocco

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza il rispetto del passato. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

9. continua
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca Rigoldi, 7 aprile;
3. Mario Romersi, 8 aprile; 4. Patrizio Oliva, 9 aprile, ,
5. Massimiliano Duran, 10 aprile; 6. Alessio Lorusso, 11 aprile; 7. Emiliano Marsili, 12 aprile;
8. Francesco Damiani, 13 aprile)

 

Kover

Era notte fonda quando Michele Di Rocco ha affrontato Ruben Nieto a Madrid. Il 32enne di Bastia Umbra ha vinto un match intenso, faticoso, spettacolare. E ha conservato l’europeo dei superleggeri. Ho parlato con il pugile umbro, di etnia rom. È uno che tiene molto alle sue radici e cerca di difenderle da chi invece vede
nei gitani un pericolo per la società.


6 ottobre 2014

Michele, come ti senti dopo la vittoria in Spagna?

“Come un vecchio di novant’anni ridotto male.”

Ride.

“È stato un match duro, molto fisico. Non ho segni sul viso, ma sento dolori in ogni parte del corpo. Fatico anche a fare piccoli movimenti. Passerà.”

Questo ti rende nervoso?

“No, sono felice. Ho conquistato un successo all’estero e l’ho fatto lavorando e dannandomi l’anima.”

A che ora è cominciato l’europeo?

“All’1:15 della notte.”

Perché?

“Nessuno ce lo ha spiegato.”

A che ora siete arrivati al Palazzetto?

“Alle 20. Ci avevano detto che l’incontro avrebbe avuto inizio alle 23. Poi hanno cambiato programma senza informarci. Ma ormai tutto questo fa parte del passato.”

Campione europeo dei superleggeri. È una categoria che ti calza bene?

“Devo faticare da matto per rientrare nel limite. Io nella vita di tutti i giorni peso 73 chili. E non sono certo grasso. Dovendo combattere a 63,500 devo sottopormi a una dieta stressante. Limitazione nel cibo, acqua a livello pazzesco: anche da 4 a 6 litri al giorno! Se a questo aggiungi il doppio allenamento quotidiano, capisci perché considero l’incontro la parte più facile del mio lavoro.”

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A combattere sei stato abituato da piccolo.

“Vero. Sono l’unico figlio maschio e vivere con nove sorelle non è stato semplice. Anche perché sono tutte belle ragazze e io sono sempre stato geloso. Quando uscivano le guardavano tutti e a me questo dava un grande fastidio.”

Una di loro…

“Sì. Una di loro ha partecipato al concorso di Miss Italia. Ed è stato uno scandalo per il popolo rom. Poi non è più entrata nel mondo dello spettacolo, si è sposata e ora vive felice.”

Hai molti nipotini?

“Tanti!”

A Natale quando vi riunite, sare costretti a noleggiare il Palazzetto dello Sport, o no?

“È quello che ci vorrebbe (ride, ndr), ma è bellissimo. I bambini sono la gioia della vita”.

Sei mai stato vittima di atteggiamenti razzisti?

“Rom, zingari, gitani. Comunque li chiami, sono visti allo stesso modo. Con sospetto. Quando ero bambino non mi invitavano alle feste di compleanno. Pensavano potessi rubare qualcosa. Ancora oggi trovo molte persone diffidenti, nonostante sappiano che sono un pugile che fa il suo lavoro con grande sacrificio. Mi salutano, dicono che sono un bravo ragazzo. Ma dentro di loro conservano un po’ di paura.”

Eppure la tua famiglia ha antiche radici italiane.

Sono arrivati qui secoli fa. Papà commerciava in cavalli, poi ha fatto il muratore. Mamma è una casalinga. Io ho sempre lavorato. Il pugilato è un lavoro come gli altri, sono fortunato perché mi dà da vivereNon capisco questo atteggiamentoDa tempo arrivano qui personaggi di qualsiasi etnia. Certo, in questo mondo ci sono ladri, stupratori, truffatori. Ma appartengono a tutte le nazionalità. Io sono italiano. Canto l’Inno di Mameli, combatto per il tricolore, sono e mi sento di questo Paese fino in fondo all’anima. Credo che sia arrivato il momento di giudicare le persone per quelle che sono, senza dare etichette.”

Chi sono i tuoi migliori amici?

“I soldi e la famiglia. I primi mi permettono di vivere meglio, la seconda è la mia ragione di vita.”

Ti sei sposato giovanissimo, poi sono arrivati tre figli.

“Sì. Filomena è diventata mia moglie quando eravamo ancora ragazzi. Abbiamo tre figli: Anna di 13 anni, Jennifer di 11 e Francesco di quattro. Un’autentica peste, una furia scatenata. In palestra la gente si ferma a guardarlo. È un portento, si muove come un professionista. Ha il talento naturale dello sportivo.

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Vivi di pugilato?

“Sì. Ho la fortuna di poterlo fare, anche se è stata dura. Per un anno e mezzo sono andato in giro per l’Italia alla ricerca di un manager e un maestro che potessero garantirmi un futuro. Ho cominciato con Rosanna e Umberto Cavini: mi pagavano un mensile, prendevo le borse e non dovevo spendere soldi né per vitto e alloggi, né per i medici. Poi ho cambiato e sono andato da quello che avevo scelto fin dall’inizio, ma che per qualche piccolo problema non ero riuscito ad agganciare. Sono andato con il migliore. Credo che Salvatore Cherchi sia l’unico che lavori costantemente a livello europeo e mondiale.”

Cosa pensi del dilettantismo?

“Fa parte del percorso di un pugile, è un punto di partenza non di arrivo. Se hai le qualità, se credi di poter diventare un campione devi percorrere la strada del professionismo. Scegli la Nazionale se vuoi stare al sicuro, rischiare di meno e accontentarti. Dipende da quello che cerchi nella vita. Il professionismo è la vera pedana dove misurarti con i migliori.”

Sogni nel cassetto?

“Ovvio. Fare un mondiale.”

Pensi che saresti già pronto per un appuntamento del genere?

“In questo momento dovrei rispondere: non proprio. Se arrivasse l’occasione non rifiuterei, ma dovrei lavorare molto, fare una lunga preparazione soprattutto per evitare che i difetti che ho possano impedirmi di ottenere il meglio dalla mia boxe. Il mondiale è un livello a cui penso di appartenere, ma solo se riuscirò a colmare le lacune che ancora non rendono efficace come vorrei il mio pugilato.”

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La boxe è uno sport popolare nel mondo gitano.

“Ho quattro cugini che hanno ottenuto ottimi risultati: Domenico Spada, Pasquale Di Silvio e due più alla lontana come Romolo e Sandrino Casamonica.”

Per te cosa rappresenta?

“È lo sport che mi ha insegnato a vivere. Mi ha spiegato cosa sia la realtà, ho capito che senza sacrifici non si ha nessun risultato. E poi mi ha fatto capire cosa sia il rispetto. Per l’avversario, per me, per le regole. È una disciplina che mi ha aiutato a crescere nel migliore dei modi.”

C’è stato un momento nella tua vita in cui avresti potuto fare un salto nella grande popolarità. Se ti dico cito l’anno 2008, cosa ti viene in mente?

“Un’occasione sfumata. Ero stato chiamato a far parte del Grande Fratello, mi ero già messo d’accordo. Dovevo solo rispettare un patto di segretezza. Io invece mi sono lasciato sfuggire qualche mezza parola con i giornalisti e mi sono ritrovato con un servizio di quattro pagine su Sorrisi e Canzoni TV: “Il pugile rom al GF”. La mattina dopo mi hanno chiamato per dirmi che era tutto cancellato.”

E tu?

“Ci sono rimasto male, molto male. Era la possibilità per fare un salto importante ed era sfumata per una cretinata.”

Sei il primo rom ad essere diventato campione europeo. Adesso a cosa punti?

“Con le dovute proporzioni, per carità non fraintendetemi, mi piacerebbe diventare per il popolo gitano quello che Muhammad Ali è stato per i neri d’America. Un riferimento, un motivo per cui sentirsi orgogliosi. Per ora qualche piccolo risultato in questo senso l’ho raggiunto, ma il grande sogno si deve ancora realizzare. Sono ottimista, penso possa diventare realtà.”

 

 

 

In che mondo viviamo? La morte di un anziano i commenti sui social


Un cinico è un uomo che conosce
il prezzo di tutto e il valore di nulla.

(Oscar Wilde)

 

Siamo stati condannati a morte.

La colpa è un privilegio di cui spero possano godere anche coloro che ne parlano senza porsi alcun dubbio. L’età avanzata, l’anzianità, la vecchiaia. Ecco il nostro crimine, il reato per cui scatta la pena.

La società civile ha deciso il limite di età oltre il quale non si ha più diritto alla vita. Ho appena letto una dotta discussione su twitter, stesse ideologie ho riscontrato su altri social.
Sinceramente non so se la notizia rappresenti la verità. Non è questo che ha rovinato la mia giornata, a farmi male è stato il modo in cui è stata commentata. Dunque, il punto di partenza è l’evoluta Svezia: sembra che, in piena pandemia da coronavirus, neghi cure e aiuti agli over 80, che sia pronta a limitare l’accesso alla terapia intensiva anche agli over 60 che hanno già una patologia. Così ha scritto su twitter il dottor Roberto Burioni.

È inevitabile, chi non lo riconosce è un ipocrita.
La prima annotazione.

A seguire, una valanga di ciniche osservazioni.

Ipocriti cenciosi.
Calvinismo e ateismo vs cattolicesimo ipocrita.
I loro pareggi di bilancio sono fatti anche di questo.

Mi preparo. La prossima tappa saranno i disabili.

Il nostro è un Paese per vecchi, con i suoi 14 milioni di over 65 (oltre il 23% della popolazione). Siamo troppi, è ora di dare una bella sforbiciata a questi numeri
Ma, se la discriminante filosofica ed esistenziale deve essere questa, perché non allargare il campo?

Curarsi costa, non ci sono cure per tutti.

E allora che gli ospedali siano riservati ai ricchi, una selezione non più in base agli anni che passano, ma ai soldi che si hanno. Il nostro sistema sanitario nazionale, che non è gratuito come molti si vantano ma è a carico di chi paga le tasse e permette che si curino anche coloro che le evadono, non ha ragione di esistere. Basta. Non ci sono soldi per nuovi posti letto, per pagare medici, infermieri, medicinali, sale di terapia intensiva? Tagliamo gli insolventi, lasciamo che il diritto alla salute abbia come discriminante il censo.

È chiaramente una provocazione, lo preciso nel caso in cui parte del pubblico di riferimento faccia confusione.

Mi prendo una pausa, perché ci tengo a chiarire il punto.

Ho visto in televisione un medico parlare sullo stesso tema degli anziani. Era straziato dal dolore, angosciato, certo che quelle scelte avrebbero lasciato o lasceranno un solco incolmabile nell’anima di chiunque sia stato o sarà costretto a prenderle.

Quelli che leggo sui social, sono invece commenti di ghiaccio.

Inutili, perché entro pochi minuti torneranno acqua e finiranno nelle fogne. Che poi, in fondo, è il loro posto naturale.

Non mi scandalizzo per la situazione, mi inferocisco per il fatto che la si accetti senza avere neppure il minimo dubbio etico, una parvenza di rimorso, un sentimento preso di striscio.

In questo clima ideologico che mi riporta indietro nel tempo, fino ad approdare all’infelice stagione del nazismo, vorrei ricordare che nella categoria anziani ci siamo tutti. Noi, voi, i padri, le madri, i nonni, le nonne di questo mondo.

E allora mi chiedo: in che epoca viviamo?

Cercando di ridurre il peso sociale della pandemia avete trovato come soluzione quella di buttare a mare quella che, senza il minimo dubbio. considerate zavorra.

È normale!
Non ci sono cure per tutti.
Che dovremmo fare?

Continuate a parlare, a scrivere su qualsiasi social sia in grado di certificare la vostra esistenza in vita, senza accorgervi di quello che siete diventati, o forse siete sempre stati.
Riposate tranquilli.

Voi non morirete mai, per la semplice ragione che non avete mai vissuto.

 

“Che cosa vedi infermiere? Cosa vedi?
A cosa stai pensando quando mi guardi?
Vedi un uomo vecchio, irritabile non molto saggio,
dalle abitudini incerte, con gli occhi lontani
che dribbla il cibo e non dà alcuna risposta.

E che quando provi a dirgli a voce alta: ”almeno assaggia!”
sembra nulla gli importi di quello che fai per lui.
Uno che perde sempre il calzino o la scarpa,
che ti resiste, non permettendoti di occuparti di lui
per fargli il bagno, per alimentarlo e la giornata diviene lunga

Ma cosa stai pensando? E cosa vedi ?
Apri gli occhi infermiera! Perché tu non sembri davvero interessata a me.
Ora ti dirò chi sono, mentre me ne sto ancora seduto qui
a ricevere le tue attenzioni, lasciandomi imboccare per compiacerti.

Ho accettato l’offerta di nascere e ho mangiato secondo il loro piacimento.

“Io sono un piccolo bambino di dieci anni con un padre e una madre,
Fratelli e sorelle che si vogliono bene.
Sono un ragazzo di sedici anni con le ali ai piedi
che sogna presto di incontrare l’amore.
A vent’anni sono già sposo, il mio cuore batte forte
giurando di mantener fede alle sue promesse
A venticinque ho già un figlio mio
che ha bisogno di me e di un tetto sicuro, di una casa felice in cui crescere.
Sono già un uomo di trent’anni e mio figlio è cresciuto velocemente,
siamo molto legati uno all’altro da un sentimento che dovrebbe durare nel tempo.
Ho poco più di quarant’anni, mio figlio ora è un adulto e se ne va,
ma la mia donna mi sta accanto per consolarmi affinché io non pianga.
A poco più di cinquant’anni i bambini mi giocano attorno alle ginocchia.
Ancora una volta, abbiamo con noi dei bambini io e la mia amata.

Ma arrivano presto giorni bui, mia moglie muore.
Guardando al futuro rabbrividisco con terrore.
Abbiamo allevato i nostri figli e poi loro ne hanno allevati dei propri
e così penso agli anni vissuti, all’amore che ho conosciuto.
Ora sono un uomo vecchio e la natura è crudele.
Si tratta di affrontare la vecchiaia con lo sguardo di un pazzo.
Il corpo lentamente si sbriciola, grazia e vigore mi abbandonano.
Ora c’è una pietra dove una volta ospitavo un cuore.
Ma all’interno di questa vecchia carcassa, un giovane uomo vive ancora
e così di nuovo il mio cuore martoriato si gonfia.
Mi ricordo le gioie, ricordo il dolore.
Io vorrei amare, amare e vivere ancora
ma gli anni che restano son pochissimi tutto è scivolato via veloce.
E devo accettare il fatto che niente può durare”

Quindi aprite gli occhi gente, apriteli e guardate

”Non un uomo vecchio” avvicinatevi meglio e vedete ME!”


(Mark Filiser)

 

PIETAS. (Enciclopedia Treccani) Divinità astratta dei Romani, che esprime l’insieme dei doveri che l’uomo ha sia verso gli uomini in genere e verso i genitori in specie (“iustitia erga parentes pietas nominatur”, Cic., Partor., 78), sia verso gli dei e che in questo caso s’identifica con la religione (“est enim pietas iustitia adversus deos”, Cic., De natdeor., I, 116). Esempio solenne di questo doppio significato di pietas lo porge Enea, il quale, mentre compie verso il padre i doveri di figlio, compie anche scrupolosamente i doveri religiosi che la sua missione gl’impone.

 

 

 

 

 

Interviste senza tempo La vita e il pugilato 8. Francesco Damiani

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza il rispetto del passato. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

8. continua
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca Rigoldi, 7 aprile;
3. Mario Romersi, 8 aprile; 4. Patrizio Oliva, 9 aprile,
5. Massimiliano Duran, 10 aprile; 6. Alessio Lorusso, 11 aprile; 7. Emiliano Marsili, 12 aprile)

 

Francesco Damiani, da dilettante campione europeo e due volte oro alla World Cup; argento ai Mondiali di Monaco 1982 dove ha sconfitto Teofilo Stevenson ed è stato poi scippato da Biggs in finale, argento anche all’Olimpiade di Los Angeles 1984.
Da professionista, campione europeo e mondiale Wbo. 

6 ottobre 2018

Francesco ha compiuto da poco sessant’anni, è sereno, felice. La boxe continua ad appassionarlo, non poteva essere altrimenti dal momento che sono più di quarant’anni che la frequenta.

Abbiamo parlato di pesi massimi, abbiamo cominciato con un azzurro che ha deciso di scegliere la strada del professionismo.

Francesco, cosa pensi della scelta di Vianello di firmare un contratto con Bob Arum e di andare a vivere e combattere negli Stati Uniti?

“Guido è un giovane dotato di un grande fisico. È un bravo ragazzo, educato e rispettoso. Lì, negli States, non stanno a guardare tanto per il sottile. Ti lanciano nella mischia. Se vai, bene. Altrimenti, sotto un altro. Lui è un pugile in fase evolutiva, deve acquisire esperienza, migliorare sul piano tecnico. Non conosco i motivi per cui abbia fatto questa scelta, forse è prematura. Sono convinto che potenzialmente Vianello possa diventare un ottimo peso massimo, ma deve crescere a piccoli passi. Spero che in America non vogliano tutto e subito”.

Pensi che avrebbe dovuto aspettare almeno i Giochi di Tokyo 2020?

“Ne sono convinto. Rinunciare a un’Olimpiade per la quale, ne sono certo, si sarebbe qualificato, potrebbe essere stato un errore”.

Passiamo ai tre pesi massimi di cui si parla di più. Chi pensi sia oggi il migliore in circolazione?

“Senza dubbio Anthony Joshua. L’ho conosciuto molto bene da dilettante. L’ho visto agli Europei in Turchia, alle qualificazioni di Baku e l’ho visto perdere in finale ai Giochi di Londra 2012. Lasciate perdere il verdetto ufficiale, quella sera Roberto Cammarelle aveva vinto chiaramente. Il britannico era un pugile di medio/alto livello, uno che soffriva contro quelli più bassi di lui, quelli che venivano a cercarti, ti pressavano e quando erano a corta distanza scaricavano lunghe serie. In difesa non era un fenomeno, attaccato si trovava in difficoltà”.

Poi è passato professionista, cosa è cambiato?

“È cambiato il modo di gestirlo. Ha trovato dei manager/organizzatori eccezionali. Hanno saputo condurlo lentamente verso miglioramenti evidenti. Oggi ha la struttura fisica per sopportare sforzi prolungati, per sostenere un ritmo costante nel corso dell’intero match. Sul piano tecnico è nettamente il migliore di tutti i pesi massimi in circolazione. E quando arriva fa male”.

Ma…

“Ma gli manca ancora l’esperienza necessaria per essere al massimo. Ha margini di miglioramento. Davanti a un pugile che gli toglie spazio e lo pressa, ha ancora qualche problema. È vero, gancio e montante lo aiutano a risolvere molti match. Ma se dovesse trovarsi davanti un tipo tosto, mobile sul tronco e deciso a cercare l’obiettivo penso avrebbe qualche difficoltà”.

Sintetizzando, come lo definiresti?

“Un pugile ben costruito fisicamente, dotato di potenza soprattutto nel gancio e nel montante, molto bravo tecnicamente. I punti deboli sono costituiti da qualche lacuna ancora in fase difensiva e, ma questa per ora è solo una mia considerazione, dai problemi che avrebbe a risolvere una situazione diversa da quelle che finora ha affrontato. Contro un rivale forte, tosto, un attaccante senza paura che gli togliesse spazio per svolgere la sua azione, come si troverebbe?”

Passiamo a Deontay Wilder. Che mi dici?

“Fa male, ha grande potenza”.

Tutto qui?

“Sul pianto tecnico è grezzo, nettamente inferiore a Joshua. Mi sembra anche lento nei movimenti, scoperto quando porta l’azione d’attacco, in potenziale difficoltà contro un tecnico”.

Eppure è campione del mondo ed è imbattuto.

“Non dimenticare la prima cosa che ti ho detto di lui. Ha una potenza devastante. Se gli lasci lo spazio per piazzare i suoi colpi, sei finito”.

E Tyson Fury?

“Parliamo subito del lato umano. L’ho conosciuto alla conferenza dell’International Boxing Federation a Saint Vincent. È l’opposto di quello che vediamo nelle occasioni pubbliche. È gentile, educato, socievole. Ma ha capito che se fa il matto guadagna di più, e allora si comporta di conseguenza”.

E come giudichi il pugile?

“È tosto, ben strutturato fisicamente, ma credo che si troverebbe in difficoltà contro qualsiasi pugile coriaceo, aggressivo, coraggioso”.

Ciao Francesco.

“Ciao Dario, magari la prossima volta mi chiederai di qualche giovane talento che è venuto fuori dalla palestra di Lugo. Chissà..”

Chissà…

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13 marzo 2014

Francesco Damiani ha lo sguardo tranquillo che aveva quando combatteva. Il fisico è un po’ appesantito, ma neppure tanto. Una grande carriera, sia da dilettante che da professionista. Uniche tappe amare, quelle al di là dell’Oceano. Negli Stati Uniti.

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Francesco, come racconteresti l’America del pugilato?

«La mia prima volta a New York, assieme al grande Umberto Branchini. Entriamo in una palestra. Dopo il riscaldamento, è il momento di fare i guanti. Umberto parla con un tizio che subito dopo comincia a strillare. La palestra è piena di pugili, non c’è un metro libero. Quello urla: “Venti dollari per fare i guanti con questo peso massimo italiano, chi ci sta?” Arriva un gigante nero che neppure mi guarda. Casco, guanti e via. Sotto un altro. Lì non c’è bisogno di fare cinque telefonate a cinque differenti palestre per trovare uno sparring. Questa è l’America.»

Cosa altro ti ha colpito della boxe americana?

«Il modo in cui presentano gli incontri. Ci sanno fare. Qui a volte non c’è neppure chi annuncia i match. Lì, ogni riunione diventa uno spettacolo. Per fare sfilare la ragazza del cartellone da noi devi avere la fortuna che non ci sia un pretore complessato, altrimenti ti misura ogni centimetro scoperto della pelle e poi fa saltare tutto. Lì ci sono fuochi di artificio, musica, coreografie. È un divertimento.»

Ma ci sono anche maestri, manager e organizzatori che non stanno tanto a guardare su come fare un affare. L’importante è farlo.

«Da noi non è poi così diverso.»

L’America ha segnato due brutte tappe della tua carriera. Cominciamo dal mancato mondiale con Holyfield ad Atlanta.

«Mi sono fatto male in allenamento e il combattimento è saltato. Mi avevano proposto 750.000 dollari e i diritti della televisione americana per farmi partire, quando ho detto sì i dollari sono diventati 700.000 e i diritti televisivi sono scomparsi. Ma il match l’avrei fatto comunque, se non mi fossi infortunato alla caviglia. Alcuni americani sono venuti nella mia stanza di albergo a propormi di salire ugualmente sul ring, sarei andato giù al secondo round e avrei preso i soldi. Ho risposto: “No. Io queste cose non le faccio”»

Ray Mercer ad Atlantic City. Un pugno e il mondiale è volato via.

«Qui ho qualche colpa. Ero nettamente in vantaggio dopo nove riprese, ho preso un colpo al naso, ho cominciato a perdere sangue. Non ero abituato a trovarmi in situazioni di grande difficoltà, non avevo l’esperienza per superarle. Mi sono sentito perso, non ci ho pensato su molto e ho detto basta. Un errore nato da una situazione per me insolita.»

Oliver McCall a Memphis, l’ultimo incontro della carriera.

«Non dovevo neppure accettarlo quel match. Umberto Branchini, che non era più il mio manager, me lo aveva detto per telefono. Non dovevo farlo. Ero ormai completamente demotivato, senza stimoli. Don King mi stava prendendo in giro da un anno. Sono andato lì vuoto, ho perso e sono tornato a casa.»

Quale è il maggiore cambiamento fatto dal pugilato?

«Il nostro è uno sport che cambia poco nel tempo. Forse oggi c’è un po’ di velocità in più, ma i fondamentali sono sempre gli stessi. È anche qui il bello della boxe: essere uguale nel tempo.»

La gioia più grande della carriera?

«La vittoria sul mitico Teofilo Stevenson. Un sogno diventato realtà.»

Quando hai visto per la prima volta Stevenson?

“Ho cominciato a boxare nel settembre del 1975 e lui era già il mio idolo. Un esempio da imitare, anche se sapevo benissimo quanto fosse irraggiungibile.

Eppure il 15 aprile del 1982 lo hai battuto, nei quarti di finale dei Mondiali che si disputavano a Monaco.

“Spesso riguardo quel match su YouTube e mi chiedo come sia riuscito a farcela. È stato l’incontro che mi ha fatto conoscere al mondo. È stata la svolta della mia carriera.”

Cosa ricordi di quella sera magica?

“Ricordo tutto, ogni attimo. È stato uno dei momenti più esaltanti della mia vita. E ricordo anche i suoi montanti. Nel terzo round, mi ha preso con un serie che mi è sembrata infinita. Al suono del gong sono caduto in ginocchio. In molti hanno pensato che fosse per la gioia. In realtà era per la stanchezza.

Con quale animo sei salito sul ring?

“Con la consapevolezza di dovermi misurare con un fenomeno assoluto. Era un pugile completo. Aveva fisico, potenza, tecnica, velocità. Tutti pensavano che fossi una vittima predestinata.

Proprio tutti?

“No. Un giornalista aveva scritto un articolo il cui titolo non dimenticherò mai: “Vado, lo batto e torno”. Conservo ancora quella pagina del giornale.

Che cosa ha significato per te la morte di Teofilo Stevenson?

“Con lui se ne è andata una parte della mia vita. Non solo di quella pugilistica. L’ho visto di persona per la prima volta alle operazioni di peso dell’Olimpiade di Mosca 1980. Usciva dalla stanza, Franco (Falcinelli, ndr) mi ha scosso il braccio e mi ha detto: “Guarda, quello è Stevenson”. Gli ho risposto: Lo so bene, per me però non è solo un pugile. È la boxe.

Molti pugili finiscono la carriera dopo avere guadagnato delle buone borse, tanti soldi. Poi si scopre che non hanno più una lira in banca e che la loro vita è diventata un inferno.

«È un problema di mentalità. Non devi abituarti ai grandi guadagni, devi sempre pensare che prima o poi finiranno. Devi saperti accontentare. Io le vacanze non le faccio alle Hawaii, vado a Marina Romea. Non mi costruisco una villa da star di Hollywood, mi faccio la casa a Bagnacavallo. Amministrare quello che hai, non sprecare, restare nell’animo quello che eri prima di cominciare a boxare. E non pensare mai che tutti quegli amici che ti girano attorno quando sei famoso, restino al momento in cui le luci si spegneranno.»

Nella vita ti sei mai sentito tradito?

«Sì, più volte.»

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L’uomo a cui senti di dovere soprattutto riconoscenza?

«Il mio manager Umberto Branchini. Gli avessi dato più retta, avrei fatto una carriera migliore di quella che ho fatto.»

-Il tuo difetto più grande?

«Quello di non credere mai fino in fondo nei miei mezzi.»

Consigli per i pugili italiani?

«Di allenarsi, di credere in se stessi, di fidarsi delle persone giuste e di ricordarsi che sono italiani. La carriera puoi farla anche da noi, l’America a volte è sotto casa.»

 

È uscito I GORDINI, storia di una famiglia di fenomeni…

Ce l’abbiamo fatta. L’uscita in libreria era programmata per giovedì 2 aprile, ma la pandemia aveva azzerato qualsiasi progetto. Librerie quasi tutte chiuse, nessun ordine, distributori con i libri bloccati in magazzino. Ma Edizioni Slam/Absolutely Free voleva assolutamente proporre I GORDINI ai suoi lettori. Così ha pensato di rivoluzionare l’ordine delle cose.

Esce prima l’ebook, subito. Potete ordinarlo da questo momento sui principali siti di vendita online (tra gli altri Amazon e Ibs), alcuni link li troverete alla fine di questo articolo. Presto sarà presente su tutte le piattaforme digitali.

Da martedì, in quasi tutta Italia, le librerie riapriranno. Per il cartaceo però bisognerà aspettare almeno un mese. Intanto godiamoci l’emozionante avventura sfruttando la possibilità di leggere il libro fin da questo momento.

Buona lettura.

Questa è la storia che vi abbiamo raccontato, il libro l’ho scritto assieme a FLAVIO DELL’AMORE che ha narrato le vicende di Michele. Era il papà di Meo, è stato un grande ciclista.

Un padre e un figlio romagnoli. Vite difese con coraggio, in guerra o sul lettino di un’ospedale.

Meo è il figlio.

Pugile grazie a un prete che legge il futuro, lascia per un terribile male.

Oggi è un maestro di boxe che spiega la vita tirando cazzotti.

Pronto a dare tutto sé stesso, pur di far diventare adulti i ragazzi che si affidano a lui.

Un po’ filosofo, un po’ visionario.

Studia le parole, le sue e quelle degli altri. Se gli piacciono, le scrive su grandi fogli che affigge alle pareti della Casa di Carta, la palestra al civico 88 della via Chiavica Romea.

Michele era il papà.

Lo chiamavano Bucaza, forava sempre quando era in testa e così non vinceva mai.

Sei Giri d’Italia e tre Tour.

Un’avventura cominciata dopo aver speso tutti i risparmi per comprare una Romagna: bicicletta di seconda mano con le ruote di ferro e i copertoni con camere d’aria separate.

Una sera del ’21, al Caffè Centrale di Cotignola, la sfida che gli avrebbe cambiato la vita.

“Sono più veloce di quel cavallo di razza!”.

Un chilometro con partenza da fermo sul Canale Naviglio. Lui primo, il cavallo dietro.

Loro sono i Gordini, una famejaad fénómen.

Una famiglia di fenomeni.

Flavio Dell’Amore, Dario Torromeo: I GORDINI (Edizioni Slam/Absolutely Free). Attualmente disponibile in ebook.

 

Interviste senza tempo La vita e il pugilato 7. Emiliano Marsili

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza il rispetto del passato. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

7. continua
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca Rigoldi, 7 aprile;
3. Mario Romersi, 8 aprile; 4. Patrizio Oliva, 9 aprile,
5. Massimiliano Duran, 10 aprile; 6. Alessio Lorusso, 11 aprile)

 

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Emiliano Marsili, nato a Civitavecchia, tre sorelle e un fratello. Il papà da giovane aveva fatto un po’ di pugilato (“Ma solo per divertimento”), la mamma non voleva che lui salisse sul ring (“Ho firmato di nascosto e sono andato avanti”). Poi, si è arresa. Sposato con Stefania Morra, ha una figlia: “Emanuela è la mia prima tifosa, mi segue sempre”.

 

5 ottobre 2014

Emiliano Marsili, quanti anni avevi quando hai deciso che il pugilato sarebbe stato lo sport della tua vita?

“Ne avevo quindici. Sono entrato nella palestra del maestro Peppe Perris, e stato lui a farmi innamorare della boxe. Un grande”

Sei passato professionista a 27 anni, come mai così tardi?

“E’ vero sono stato dilettante per una vita (60 match, 45 vittorie, ndr). C’è stato addirittura un periodo in cui avevo pensato di chiuderla lì, di smettere. Poi ho deciso di andare avanti e ho trovato nel maestro Mario Massai un ottimo motivo per continuare.”

Cosa vuole dire, oggi, fare il professionista in Italia?

“Significa essere un pazzo scatenato, uno che ha sbagliato tutto. Uno che si è andato a incastrare in uno sport che richiede enormi sacrifici e ti ripaga con pochi euro. E pretende che tu sia un atleta vero, uno sempre in forma, schiavo della dieta più terribile. Intanto che fai tutto questo, devi anche cercare i soldi per andare avanti.”

Pochi soldi, anche per i match titolati?

“Se vuoi vivere di soddisfazioni, qui  hai trovato il tuo paese ideale. Ma se con la boxe vuoi campare, devi andare da qualche altra parte.”

Quale è la ragione principale di tutto questo?

“Le televisioni hanno oscurato il pugilato italiano. Riservano i loro investimenti ad altri sport. Per un titolo nazionale prendi da 1.500 a 3.500 euro. E questa è la paga per due mesi di lavoro.”

Che fai in questi due mesi di allenamento?

“Ti racconto una giornata tipo. Sveglia alle 6. Alle 6.45 sono in preparazione a Ladispoli. Alle 10.30 torno a casa, faccio uno spuntino e poi vado a prendere mia figlia a scuola. Pranzo, alle 14.30 sono in palestra da Massai. Alle 17 esco per tornare a casa.”

E finalmente ti riposi.

“No, mi cambio e vado a lavorare. Sono al porto di Civitavecchia dalle 17.30 alle 23. Solo a mezzanotte riesco ad andare a dormire. E in tutto questo mettici che durante la preparazione sono nervoso, maledico ogni volta il dietologo, me la prendo con chiunque mi stia vicino. Queste cose le capisce solo chi le fa.”

Per te, la dieta è così pesante?

“Ogni volta parto piò o meno da nove chili di troppo. È dura e diventa più dura ogni anno che passa.”

Quale è il più bel ricordo che hai della vittoria di Liverpool contro Derry Matthews?

“Ero entrato tra fischi e sputacchi, sono uscito tra gli applausi.”

La conquista dell’europeo contro Luca Giacon è stato un momento molto importante per te?

“Del titolo non mi interessava più di tanto. Sia chiaro, mi ha fatto piacere vincerlo. Ma non era la cosa a cui tenevo di più. La cosa più bella è stata la soddisfazione di essermi preso una rivincita contro tutti.”

E’ stato il più bel match della tua carriera?

“No. Il più bello è stato quello di Liverpool (in palio il titolo Ibo dei leggeri, ndr). Sono andato giù, ho rischiato di perdere, ho subìto, mi sono rialzato e ho vinto. Mathews mi ha fatto soffrire, mi ha procurato dolore con i suoi colpi. E io sono riuscito a batterlo. Sono queste le sfide che mi entusiasmano, quando c’è battaglia, quando riesco a venire fuori dalle situazioni più difficili.”

E adesso che vorresti?

“Una sfida per un mondiale vero. Magari quello del Wbc.”

Fino a quando resterai sul ring?

“Fino a quando ne avrò la forza.”

Ti piace la boxe?

“Tanto.”

Che diresti a un ragazzo che ti confidasse di volere tentare la carriera di pugile?

“Cambia strada, prova con il calcio…”

Interviste senza tempo La vita e il pugilato 6. Alessio Lorusso

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza il rispetto del passato. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

6. continua
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca Rigoldi, 7 aprile;
3. Mario Romersi, 8 aprile; 4. Patrizio Oliva, 9 aprile,
5. Massimiliano Duran, 10 aprile)

Alessio Lorusso, lombardo di 23 anni, la prossima settimana avrebbe dovuto difendere il titolo italiano dei supergallo
contro Juliano Gallo (calabrese, trapiantato a Binago) .
Alessio
ha il corpo interamente tatuato. Di questo e altro
ho parlato con lui in una lunga chiacchierata.

 

23 novembre 2019

Alessio, come reagiscono le persone davanti al tuo corpo pieno di tatuaggi?

“La gente giudica senza sapere. Qualcuno vede i tatuaggi e dice: quello è un delinquente. In pochi perdono tempo nel tentativo di capire cosa ci sia dietro quei disegni, che persona in realtà io sia, cosa ho dentro”.

Come definiresti questo atteggiamento?

“Razzismo nei confronti dei tatuati. Non ho mai pensato di toglierli, non perché sia praticamente impossibile, ma perché senza sarei un’altra persona. E poi mi sento libero di farli. Con il mio atteggiamento non vado a intaccare minimamente la libertà degli altri. Per questo non capisco le reazioni di molti”.

Per quasi tutti gli appassionati del genere, ogni disegno rappresenta un momento della loro vita. È così anche per te?

“Al 90% sì, mi ricordano una cosa bella, una vicenda triste. Raccontano la mia storia. Mi piacciono, mi guardo allo specchio e mi piaccio”.

E come ti vedi quando gli anni passeranno e supererai i sessanta?

“Più bello di oggi (ride)”.

Hai un 13 sulla fronte, cosa significa?

“Ho impresso sul corpo tanti numeri che mi rappresentano. Il 13 significa tutto per me. Ma è una cosa completamente mia. Non mi sento di dividerla con nessuno”.

Quanti anni avevi quando hai fatto il primo?

“Tredici. E ho fatto tutto da solo, ho preso ago e china e ho tatuato sul petto la A, prima lettera di Auretta. Il nome della mia mamma”.

È stato doloroso?

“Dolorosissimo. Il tatuaggio è doloroso, così ricordi meglio perché l’hai fatto”

Ora hai esaurito i posti per nuovi disegni.

“No, ho ancora qualche spazio libero sulle gambe…”.

Campione italiano. E adesso?

“Il percorso per chiunque abbia ambizione è sempre lo stesso. Difesa del titolo nazionale, campionato Unione Europea, europeo e poi il sogno del mondiale”.

Hai messo dentro, ovviamente, anche l’europeo. Ma hai pensato a cosa sarebbe una sfida con Luca Rigoldi, che è un tuo amico?

“Certo. Sarebbe difficilissima. Non solo per il suo valore, ma per la nostra amicizia. Come era amico Jacopo (Lusci, ndr) contro cui ho vinto il tricolore. Con Rigoldi ci siamo allenati assieme, abbiamo fatto sparring di qualità. Insomma, siamo amici. Ma voglio affrontarlo, voglio essere io il campione. Questo non significa che sarebbe una cosa semplice. Dovrei faticare a trovare la giusta cattiveria, la grande determinazione. Dovrei convincermi che mi stia battendo con un rivale qualsiasi. Sul ring devi cercare di isolarti, di tenere lontano tutto quello che è attorno al match. In fondo è il mio lavoro, devo portare a casa la vittoria. Il rispetto per l’amico resta, ma devo comunque cercare di metterlo in difficoltà. Sarebbe dura, molto dura”.

Quanto c’è di testa e quanto di fisico in una vittoria sul ring?

“Il risultato arriva al 95% per merito di testa e cuore. La testa comanda il corpo, se non ci sei di testa non ci sei neppure di corpo. Al fisico lascio il rimanente 5%. Ovvio che allenamento duro e talento sono un’indispensabile aggiunta”.

Usciamo per un attimo dal pugilato, parliamo del privato. Come è la vita in casa tua.

“Abito a Besana Brianza con la mia compagna Federica e il mio cane, un pitbull che ho chiamato Floyd. Anche lui fa parte dei miei tatuaggi. Il nome mi ricorda un idolo: Floyd Mayweather. Un campione che ho ammirato, come ho ammirato Edwin Valero o Zab Judah. Ma il mio modello di riferimento resta Guillermo Rigondeaux. Classe, tecnica, colpi di incontro, mancino. Mi rivedo, in piccolo, in lui. Il sogno è diventare come lui. Sognare in fondo non costa nulla”.

Hai avuto un periodo buio, in quei mesi sono racchiuse le quattro sconfitte della carriera. Cosa è successo da luglio 2017 a dicembre 2018?

“Tanti match, nove, in cui ci sono anche due pareggi. Quasi sempre fuori casa, spesso con avversari a cui regalavo quattro/cinque chili di peso. Verdetti che in gran parte non ho condiviso”:

Poi, il cambio di marcia. Quattro combattimenti, altrettante vittorie, il titolo.

“Ho firmato con Mario Loreni. Ho conservato Giovanni Gigliotti come allenatore e Stefano Abello come preparatore atletico. Il dottor Mario Ireneo Sturla mi ha aiutato come medico. Ha funzionato. Siamo una squadra vincente”.

Quanto sei legato al pugilato?

“Sono totalmente legato. Il mio rapporto con la boxe è 24 ore su 24. Guardo qualsiasi match trasmetta la televisione, mi alleno, parlo di pugilato. Non posso rimanerne un minuto lontano. Sotto questo aspetto sono un tormento per chi mi sta vicino. Ma ho un debito di riconoscenza con questo sport”.

In che senso?

“Mi ha salvato la vita, ma non per modo di dire. Mi ha davvero salvato la vita. Ero uno sbandato, sarei finito davvero male. Avevo dei problemi in famiglia, se non ci fosse stato il pugilato mi sarei perso. Ne sono certo. Avrei buttato via la mia vita in cose brutte come la droga, le cattive compagnie, le risse in strada. Ero sempre stravaccato su una panchina senza pensare al domani. Mi infilavo in ogni rissa, delinquenza e rischi di tossicodipendenza a un passo. È stata la mamma a portarmi in palestra. Abbiamo lottato assieme. La vita l’abbiamo riconquistata l’una accanto all’altro. Sono molto legato a lei. Eravamo soli, ce l’abbiamo fatta”.

 

C’è qualcun altro in famiglia che ti ha aiutato?

“Mio zio Romeo, ha 43 anni e lavora nella ristorazione. Mi fa compagnia, si allena con me, facciamo footing assieme. Mi dà una mano anche nelle sedute di sparring. Non so se ce l’avrei fatta senza di lui. È un grande!”

Il tuo pugilato è fatto di velocità, colpi d’incontro e grande ritmo. Sei uno dei pochi che dalle nostre parti tiri montanti efficaci. È un colpo che ti viene naturale?

“L’ho sempre portato, il lavoro in palestra l’ha migliorato. Lo so, è un pugno pericoloso: ti esponi ai colpi d’incontro, soprattutto al gancio. Ma mi piace tirarlo mi aiuta a vincere, e poi sono veloce a tornare in guardia”.

Oltre a tirare i colpi, cosa ti ha insegnato la boxe?

“Mi ha insegnato che dedizione, sacrificio, impegno sono le chiavi del successo. Nello sport e nella vita, sono i veri valori. E poi il rispetto dell’avversario, non deve mai mancare. Per ultimo, ma non ultimo, mi ha insegnato a capire bene le persone. In altre parole, pochi amici ma buoni”.

Sono dieci i positivi al coronavirus dopo il Torneo di Londra

Sono dieci i positivi al contagio del coronavirus dopo le qualificazioni europee per Tokyo 2020, tenutesi a Londra e interrotte dopo solo tre giorni.

Lo afferma, nel contesto di duro attacco alla task force del CIO, Franco Falcinelli, presidente della Federazione Europea (EUBC).

“Il rimpianto più importante, tuttavia, è stato per la mancata adozione di misure preventive contro il Covid-19. Kit di protezione e maschere non sono stati forniti ai partecipanti. Il distanziamento sociale non è stato applicato nel minimo grado, così come non vi sono state prescrizioni igienico-sanitarie da parte degli organizzatori. In tali circostanze, il risultato avrebbe potuto essere molto peggio di 10 casi positivi di Covid-19!”

Giusti rilievi, anche se spostano la chiave di lettura su quell’assurda decisione. L’errore non è stato non dotare delle adeguate misure di sicurezza i partecipanti, ma quello di volere a tutti i costi disputare il torneo. Non vedo infatti quali misure di sicurezza avrebbero potute essere prese in uno sport di contatto come il pugilato.

Le poche norme certe che affermati scienziati hanno dato al mondo in questa pandemia sono: tenete la distanza di sicurezza di almeno un metro, portate la mascherina, lavatevi spesso le mani. Nel corso di un match è difficile rispettarle…

Interviste senza tempo La vita e il pugilato 5. Momo Duran

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza il rispetto del passato. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

5. continua
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca Rigoldi, 7 aprile;
3. Mario Romersi, 8 aprile; 4. Patrizio Oliva, 9 aprile)

Il 27 luglio 1990 Momo Duran è diventato campione del mondo dei massimi leggeri Wbc battendo a Capo d’Orlando, per squalifica all’undicesima ripresa, Carlos De Leon. È stato anche campione italiano ed europeo della categoria.


30 luglio 2018

Il telefono suona due sole volte, prima che arrivi il terzo squillo Massimiliano ha già la cornetta in mano.

Dimmi Rocco”.
“Sapevi che avrei chiamato?”
Lo speravo”.
“Ho una grande notizia per te”.
Dimmi Rocco”.
“Prova a indovinare”.
Il titolo europeo?
“Sali”.
Non dirmi che è il mondiale”.
“E invece te lo dico. Hai la possibilità di fare il titolo. Hai un’ora di tempo per decidere. Prendere o lasciare”.
Ti richiamo”.

Cinque minuti dopo Carlo torna a casa.
Papà, ha chiamato Rocco. Posso fare il mondiale”.
“Te la senti? Ne sei convinto?”
Certo”.
“E allora andiamo a prenderci questo titolo”.

È nata così la grande avventura di Massimiliano Duran.
Accadeva nella tarda primavera del 1990.

Due mesi dopo, il 27 luglio di quell’anno: venti giorni dopo i mondiali di calcio di Italia ’90, si batteva sul ring di Capo d’Orlando contro il grande Carlos De Leon.

Massimiliano, vogliamo parlare di quella notte?

“Volentieri Dario, comincio dicendoti come mi sentivo dopo quella telefonata di Rocco Agostino. Mi sembrava di essere protagonista di un sogno”.

Se chiudi gli occhi, quale è la prima immagine che ti torna alla mente?

“Quella di un signore che dal palazzo accanto all’hotel dove alloggiavo in attesa del match a Capo d’Orlando, mi ha visto e salutato. Due minuti dopo ero circondato da una marea di ragazzi, nell’edificio vicino c’era una scuola e loro volevano conoscere lo sfidante al titolo”.

 

Altri tempi, altra popolarità per il pugilato.

“Il match era trasmesso in diretta da Rai2, telecronista Mario Guerrini, interviste di Franco Costa. Stadio pieno”.

Nello spogliatoio, prima dell’incontro, sia tu che Carlo avete detto che eravate sicuri della vittoria.

“Il mio obiettivo era quello di diventare campione italiano. C’ero riuscito, poi avevo avuto questa enorme fortuna. Non potevo sprecarla. Sapevo che sarebbe stato un match difficile, De Leon era un campione con grande esperienza. Ma ero preparato a tutto. Papà mi aveva detto molte cose, mi aveva raccontato dei trucchi che i pugili usavano sul ring. Mi aveva messo in guarda sulle ditate negli occhi e i colpi alla gola. Non aveva tenuto delle lezioni, mi aveva raccontato queste storie mentre mangiavamo. Come se nulla fosse. E puntualmente il portoricano mi aveva fatto vedere in concreto cosa significasse subire quelle scorrettezze. Ero preparato. Mi allenavo a Bogliasco assieme a tanti campioni. Vedevo gli altri andare a combattere per un titolo e spesso tornare vincitori. Mi sentivo parte di una scuderia importante. Ero convinto di vincere, di farcela. Non potevo sciupare un’occasione del genere. Mi sentivo in grado di accarezzare il cielo, di toccare il fuoco senza farmi male”.

Carlos De Leon aveva disputato quindici titoli mondiali, tu avevi fatto in tutto quindici match. Lui era stato più volte campione, aveva una borsa da 500.000 dollari in arrivo per una sfida con George Foreman, era più esperto e maturo. Perché eri così sicuro di farcela?

“Non è che fossi certo in assoluto. È che l’avevo visto combattere e mi ero fatto l’idea che se lo avessi preso in velocità, se avessi usato il mio sinistro come sapevo, se avessi avuto le gambe per reggere il ritmo delle dodici riprese, sarei potuto scendere dal ring da campione”.

Alla fine è andata così, anche se la conclusione non è stata quella immaginata.

“Ho vinto per squalifica all’undicesima ripresa. Lui era già stato scorretto in quel round, mi aveva buttato in terra con una spinta. L’arbitro Logist aveva trasformato quella scorrettezza in un knock down e mi aveva contato. Poi era andata anche peggio. Dopo il suono del gong che decretava la fine della ripresa, con l’arbitro in mezzo, lui mi aveva colpito in faccia con un gancio destro. Io avevo guardato Logist e avevo visto che non aveva intenzione di fare niente neppure quella volta. Allora ho pensato che mettendo il ginocchio al tappeto avrei potuto farlo ammonire, così avrei pareggiato il conto. Ma in quel momento si è scatenato l’inferno”.

Sono volati sul ring chili di spaghetti, una scena che è stata mandata in onda dalle televisioni di tutto il mondo.

“È vero, a ripensarci mi viene da ridere. Uno degli sponsor aveva fatto distribuire pacchi di spaghetti, uno per ogni spettatore. La gente, sentendosi tradita, ha manifestato in quel modo la sua disapprovazione”.

Campione del mondo per squalifica, al termine di un match in cui eri comunque avanti nei cartellini dei tre giudici.

“Era andato tutto come avevamo previsto. Ero avanti di due e tre punti, il terzo aveva il pari. Per il verdetto è stata determinante la mediazione dell’avvocato Antonio Sciarra, all’epoca alla guida del professionismo. Ha parlato con l’inglese Clark, il rappresentate del Wbc, e sono arrivati alla decisione più giusta. Altri dirigenti, altri tempi”.


Carlo, dopo il match, mi diceva che avrebbe voluto portarti negli Stati Uniti.

“Il piano era quello. Prima una difesa a Ferrara contro Anaclet Wamba, in quello che sarebbe stato il mio ultimo match in Italia. Poi la sfida contro Thomas Hearns negli States. L’accordo era già stato raggiunto. Lui voleva vincere un’altra corona dopo quelle dei welter, superwelter, medi, supermedi e mediomassimi. Io avrei preso una borsa da un milione dei dollari. La mia vita sarebbe completamente cambiata”.

E invece non è andata così.

“La mia vita è cambiata, ma non nel senso che avevo pensato. Papà è morto e io ho visto saltare il mio mondo in aria. Ero arrivato troppo in alto per gestire tutto da solo. Non sapevo come fare, mi mancava quella guida che avevo sempre avuto. Non ho avuto la capacità di tirarmi fuori da quella situazione. Ho sofferto un casino, chi avevo attorno ne ha approfittato e io non mi sono neppure difeso”.

Cosa è accaduto?

“Borse che cambiavano in continuazione, match che venivano spostati senza informarmi. Cose normali fuori dal ring, ma io non ero preparato ad affrontarlo. Per me era qualcosa di insostenibile. Ci sono rimasto così male che quando ho smesso di fare il pugile ero disgustato dalla boxe, sono rimasto un anno senza neppure mettere piede in palestra”.

Eri molto legato a tuo padre, del resto tutta la tua famiglia è molto unita. Lasciando un attimo tranquilli mamma Augusta e tuo fratello Alessandro, dimmi: quali sono le cose più belle che Carlo ti ha detto da uomo e da pugile?

“Da pugile, una volta alla fine di un allenamento a Bogliasco, mi ha detto: “Massimiliano sono contento, adesso sei forte e maturo. Andrai lontano”. È stato grande. Da uomo mi ha detto una cosa che mi ha profondamente toccato: “Ti ringrazio per quello che stai facendo per tuo fratello Alessandro, non ti rendi neppure conto di quanto tu lo stia aiutando”. Ero già campione del mondo, probabilmente se mi fossi montato la testa e avessi fatto il fenomeno lui ne avrebbe risentito”.

Di Alessandro sei stato anche l’allenatore. Come era il vostro rapporto?

“Abbiamo dormito per sei anni nella stessa stanza. Credi che qualcuno potesse conoscerlo meglio di me? Conoscevo i suoi punti di forza e le sue paure. Su una cosa potevamo discutere all’infinito senza essere d’accordo. Lui diceva che se un pugile non ha talento non va da nessuna parte. Io gli rispondevo che quel che diceva era vero, senza talento non si può costruire nulla. Ma se non hai accanto una persona che quel talento riesce a fartelo esprimere al cento per cento, puoi rimanere per sempre un incompiuto che non arriva fino a dove sarebbe potuto arrivare. Non lo ammetterà mai, ma credo di avere avuto un ruolo importante nella sua carriera: i titoli li ha vinti con me accanto. Lui lo sa, anche perché quando veniva all’angolo non potevo dirgli una cosa che già la stava facendo”.

Come sarebbe stata la famiglia Duran senza la boxe?

“Non so cosa rispondere. Avevo quindici anni e già avevo deciso. Mi divertivo a fare il pugilato, ero contento di farlo. Sentivo l’orgoglio di essere diverso, di essere in grado di fare cose che altri non riuscivano a fare”.

L’idea che saresti potuto arrivare al mondiale, quando è arrivata?

“Se devo scherzare, dico che una volta eravamo a tavola Alessandro, Kalambay ed io. Ridendo ho detto: ecco tre campioni del mondo, Sumbu dei medi, Ale dei welter e io dei mediomassimi. E andata proprio così, anche se ho cambiato categoria. Ma quella era solo una battuta. Se devo essere serio dico che da quando ho cominciato pensavo a obiettivi sempre più importanti, passo dopo passo. Intendo dire che ci credevo, sognavo di arrivarci, non che ne fossi sicuro”.

E dopo il mondiale come ti sei sentito?

“Mi sembrava di volare”.

In palestra adesso hai una cintura speciale del World Boxing Council. Che significato ha?

“È stata una gioia, un momento di felicità. Devo ringraziare il presidente Mauricio Sulaiman e Mauro Betti, un amico, una persona seria. È una cintura realizzata appositamente per l’Italia, per il torneo che avevo in mente. Ci sono i simboli di tutte le regioni italiane e al centro quello della Repubblica. Ne sono orgoglioso, anche se non è finita come avevo sognato”.

Chiudo con una domanda poco impegnativa. Chi ti ha regalato il tuo soprannome?

“È stato quello svitato di mio zio Romano. All’esordio da professionista dovevo incontrare Momo Cupelic che si è presentato a Ferrara con dei mutandoni che non vedevo da anni. Erano da militare, con lo spacco davanti. Da vergognarsi, anche se devo dire che oggi Cupelic le avrebbe suonate a tanti. Quando in allenamento non andavo, avevo poca voglia o non facevo le cose per bene, mio zio continuava a ripetermi: “Non fare il Momo, Non fare il Momo”. Così quel soprannome mi è rimasto addosso, un giornalista l’ha scritto in un articolo ed è stata la fine. Ma mi ha portato fortuna e quindi dico: Grazie Momo”.

Massimilano chiude con una risata questa lunga chiacchierata.

È il testimone di un pugilato che forse non tornerà più. Quello dei match in diretta sulla Rai, degli stadi pieni, dei nostri campioni che partono nettamente sfavoriti e battono il grande di turno.

Oggi Momo allena. E lo fa con la stessa passione di sempre.

Interviste senza tempo La vita e il pugilato 4. Patrizio Oliva

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza il rispetto del passato. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

4. continua
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca Rigoldi, 7 aprile;
3. Mario Romersi, 8 aprile)

 

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Patrizio Oliva, oro e miglior pugile dei Giochi di Mosca 1980.
Campione italiano, europeo e mondiale da professionista.
Allenatore della nazionale e di un campione del mondo prò
(Giacobbe Fragomeni). Ex arbitro e commentatore televisivo.

 

18 settembre 2015

In una recente intervista Carlo Nori, presidente della Lega Pro Boxe, mi ha detto: “Visto il non esaltante successo di Wsb e Apb, l’ala moderata dell’Aiba potrebbe anche imporre un atteggiamento meno duro nei confronti delle Federazioni Nazionali. Potrebbe quindi accadere che la Fpi ci chieda di restare al suo interno”.

Cosa ne pensi?

“L’Italia è fuori dalle Wsb. Hanno detto che è stata una scelta politica dettata dalla necessità di prepararsi all’Olimpiade di Rio. Io credo sia stata una scelta dettata dagli investimenti mai rientrati, soprattutto dai gravosi impegni economici dell’ultima stagione. Dicono che anche l’Apb sia un bagno di sangue dal punto di vista finanziario. Non so se l’Aiba tornerà sui suoi passi, se lo facesse sarebbe un ulteriore passo falso. Come quello che ha fatto in passato la Fpi”.

In che senso?

“Resto dell’idea che la nostra Federazione avrebbe dovuto opporsi alle strane idee dell’associazione mondiale. Il distacco dal professionismo, salvando solo quello Aiba, è stato un clamoroso passo falso. La Fpi non ha avuto la forza di opporsi, di creare un’alleanza magari arrivando anche a minacciare un boicottaggio olimpico. Non si deve cedere ai ricatti”.

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E adesso abbiamo in casa un problema serio, quello del professionismo.

“Vero. Abbiamo rinunciato alle Wsb. E nell’Apb ci sono solo due italiani, Russo e Valentino. Restano i dilettanti a vita, ma anche loro dovranno soffrire. L’Aiba non si cura del dilettantismo, tranne che per due manifestazioni: Mondiali e Olimpiadi. Con questi programmi rischiamo di tenere in piedi una Federazione con appena tre o quattro atleti impegnati in attività di vertice”.

Ci aspetta dunque un brutto futuro?

“Diciamo che chi ci ha portati a questo punto non ha avuto a cuore le sorti del pugilato italiano”.

A chi ti riferisci?

“A Franco Falcinelli, che oggi è vice presidente mondiale. Lo reputo il principale responsabile della situazione in cui si trova oggi la Federazione Pugilistica Italiana”.

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Un oro, un argento e un bronzo a Pechino 2008. Due argenti e un bronzo a Londra 2012 sono risultati esaltanti, non credi?

“Certo. Ma sono merito del valore di pugili che erano già forti prima e che hanno avuto la possibilità di disputare più Olimpiadi. Bravi loro, bravo Damiani. Ma chi avrebbe dovuto garantire un equo criterio di giudizio, a protezione del reale valore dei pugili, non è stato all’altezza. A Londra 2012 abbiamo assistito a imbarazzanti verdetti, tipo lo scippo di Joshua ai danni di Cammarelle. Eppure ho letto alcune dichiarazioni di Falcinelli in cui diceva che le giurie erano state brave…”

Dicono che ti sei tagliato i ponti con il passato, che non frequenti più l’ambiente.

“E si sbagliano. Proprio recentemente sono stato a una cena con ex pugili campani, è stata una serata molto gradevole. Abbiamo toccato tanti argomenti, quello che ha suscitato maggiori discussioni è stato l’ammanco milionario della Federazione”.

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La colpevole è stata individuata.

“E io mica dico che i soldi li hanno presi i dirigenti federali. Non potrei mai pensare una cosa del genere. Dico però che se per anni ti fai soffiare i soldi sotto il naso senza accorgerti di nulla, quantomeno sei inefficiente. L’altro giorno mia figlia Alessandra, sentendomi parlare di questo in casa, mi ha fatto leggere una frase di Milan Kundera. In “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, il drammaturgo ceco ha scritto: “E si disse che la questione fondamentale non era: Sapevano o non sapevano?, bensì: Si è innocenti solo per il fatto che non si sa? Un imbecille seduto sul trono è sollevato da ogni responsabilità solo per il fatto che è un imbecille?” Chiarisco. Non sto certo dicendo che i capi della Federazione fossero degli imbecilli, ma dico che il solo fatto di non sapere non li assolve. Anzi, se copri cariche di responsabilità, aumenta le tue colpe. Come hanno fatto a non accorgersi di nulla per anni?”

Dicono che sei così polemico nei confronti della Federazione perché punti alla presidenza. Hai intenzione di candidarti?

“Stiano tranquilli. Non ho alcuna intenzione di candidarmi. Chi parla così, ignora totalmente la situazione politica e sportiva del pugilato italiano. Io non sono polemico, osservo la realtà e da vecchio innamorato della boxe, quello che vedo mi fa male. Mi piacerebbe seguire i bambini, vorrei che imparassero il pugilato. La boxe mi ha dato tanto e io ho sempre cercato di ricambiare. È uno sport che insegna il sacrificio, il rispetto per gli altri, ti aiuta a essere consapevole dei tuoi limiti, a lottare. È questo che vorrei trasmettere ai ragazzini. Certo sarebbe bello che anche i dirigenti facessero propri questi concetti, ma loro hanno deciso di seguire altri percorsi”.

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Nella nostra ultima chiacchierata avevi attaccato le Apb dicendo: “Come è possibile assegnare la carta olimpica in sfide che si disputano su 8 o 12 riprese. È come se un torneo di calcio giocato su due tempi regolamentari di 45’ valesse per la qualificazione a un torneo mondiale in cui i tempi di gioco fossero sempre due, ma di quindici minuti!” Ovviamente, non hai cambiato idea. Giusto?

“E perché mai avrei dovuto farlo? Le Apb sono un torneo che non ha senso. E hanno cominciato a capirlo tutti, anche quei Paesi che dovrebbero rappresentare i capisaldi del movimento. La finale dei 91 kg tra Egorov e Russo, quello che loro hanno chiamato pomposamente campionato del mondo, si è disputata sul ring della Druzhba di Mosca davanti a pochi intimi, se escludiamo gli ufficiali di gara il totale dei presenti era davvero imbarazzante. Ho visto il match su YouTube… Questa è l’Apb. E la Fpi si è impegnata economicamente anche in questo spazio. Per non lasciare solo Clemente Russo ha organizzato due eventi dei pesi massimi nel nostro Paese. E proprio Russo è la testimonianza del fallimento delle Apb: non si può combattere sui tre, poi sui sei, poi sui dodici round e poi tornare ai tre. Un maestro dello sport dovrebbe sapere che abisso ci sia tra le diverse metodologie di allenamento…”.

Un’ultima domanda.

Pensi che le colpe di questa situazione siano dei pugili, cioè di coloro che hanno preferito la certezza di una carriera con meno rischi, piuttosto che l’avventura del vero professionismo?

“Ripeto quello che ho detto l’ultima volta che ci siamo parlati: “Il problema non sono le scelte dei singoli, è la scelta politica e strategica della Federazione. L’Aiba non rappresenta tutti i mali del mondo, ma sicuramente ha contribuito a peggiorare uno sport che aveva bisogno di alzare il suo livello qualitativo. E la Fpi gli è andata dietro, con il risultato di privarsi dei professionisti e tagliare gran parte dell’attività dilettantistica E poi mi chiedo: come mai per tanti anni non ha investito sul professionismo e adesso spende somme ingenti per l’attività di un solo atleta nelle Apb?”

Vuoi aggiungere qualcosa?

“Molte delle colpe che hanno portato alla situazione negativa in cui si trova e soprattutto si troverà la Federazione dopo Rio 2016 sono sulle spalle di una sola persona. Sono pienamente convinto che Franco Falcinelli non abbia aiutato il movimento pugilistico italiano. Né da presidente federale, né da vice presidente mondiale”.