I Mondiali maschili trasferiti a Belgrado nell’autunno del 2021

L’AIBA ha annunciato che l’India  non ha pagato la tassa di conferma come Paese ospitante dei Mondiali di pugilato maschile, che il prossimo anno avrebbero dovuto svolgersi a Nuova Delhi.

A questo punto, ha scritto l’AIBA nel suo comunicato, dovrà comunque versare una penale di cancellazione di 500.000 dollari americani.

I Campionati del Mondo maschili si terranno a Belgrado, in Serbia, molto probabilmente dopo l’Olimpiade di Tokyo. Ovvero, nell’autunno del 2021.

I Mondiali torneranno a Belgrado dopo 43 anni, l’ultima edizione si è infatti svolta nel 1978. L’Italia non riuscì a salire sul podio.

Due soli azzurri in gara, con Natalino Rea e Armando Poggi all’angolo.

Carlo Russolillo, nei piuma, era eliminato nei quarti di finale da una testata del venezuelano Esparragoza. Ferito, veniva dichiarato sconfitto.

L’altro italiano, Gianfranco Rosi, perdeva nei welter al primo match contro il rumeno Ion.

Espn+, la tv americana fa il pieno di ascolti con la boxe d’epoca

Una maratona di boxe. Dieci ore senza interruzione concluse con un ottimo risultato di ascolti.

ESPN+ è il canale in streaming di ESPN. Nato appena due anni fa, è in continua espansione. Lo scorso febbraio ha raggiunto 7,6 milioni di abbonati. Costa 4,99 dollari al mese o 49,99 l’anno a cui bisogna aggiungere il pagamento della tv via cavo ESPN, altri 79,99 dollari annui.

Detto, questo, veniamo al pugilato.

Sabato 18 aprile la tv ha mandato in onda, da mezzogiorno alle 23:00, dodici incontri di pugilato. In ordine di apparizione: Ali vs Foreman, Foreman vs Holyfield, De La Hoya vs Chavez I, De La Hoya vs Trinidad, Hagler vs Hearns, Tyson vs Berbick, Tyson vs Holmes, Tyson vs Spinks, Liston vs Clay, Ali vs Frazier I, II, III.

È stato proprio quest’ultimo (dalle 22:00 alle 23:00) il più visto: 699.000 spettatori. In totale, la maratona ne ha raccolti 5.877.000, con una media di 489.750 a match.Un ottimo risultato, considerando che la media della rete nelle giornate al di fuori di questo periodo tragico della pandemia, è di poco superiore al mezzo milione.

In aggiunta, su statistiche fornite dalla casa madre, tra i venti programmi sportivi più visti in quella settimana, otto sono match di pugilato.

Anche il nuovo episodio di AEW Dynamite, l’emergente spettacolo di wrestling assai popolare, è rimasto sotto il top della boxe (683.000).

L’unico show trasmesso dal vivo da Espn+ in questo 2020 è stato, nello scorso gennaio (704.000 di audience), il match tra i mediomassimi Eleider Alvarez (24-1-0) e Michael Seals (24-2-0).

Diifficile trovare, tra gli sport d’epoca, un’altra disciplina che riesca a fare i numeri della boxe.

Ecco Johnny Kilbane Una storia incredibile dal saloon al mondiale

Kilbane vs Kilbane.

Una sfida fatta di antipatie cresciute nel tempo, rancori, invidie e incomprensioni.

Tutto da risolvere in un match.

Johnny contro Tommy.

Venticinque riprese e i soldi dell’incasso al vincitore. Una scelta che portava i due fuori dalla legge, anche se eravamo ai primi del Novecento e su quelle cose lì lo sceriffo spesso chiudeva un occhio.

Ma bisognava evitare che la sfida fosse disturbata durante il suo svolgimento. E allora tutti chiusi nel grande magazzino della fattoria della famiglia Watson a Pearl Road, Cleveland.

Erano stati venduti 480 biglietti a un dollaro l’uno. Il vincitore avrebbe ricevuto un compenso da re.

Facile trovare l’accordo tra Johnny Kilbane (sopra con Abe Attell) e Tommy Kilbane, entrambi residenti a W 28th Street nel quartiere in cui era ammessa un’unica etnia, quella irlandese. Lo chiamavano The Angle, era una quotidiana scuola di vita.

Vicini di casa, stesso cognome. Nessuna parentela, almeno nei familiari più recenti.

Johnny era il più famoso dei due. Aveva diciotto anni, ma era decisamente il più conosciuto.

Era nato il 14 aprile del 1889, a Cleveland. Le disgrazie gli avevano subito fatto compagnia.

A tre anni aveva perso la mamma, Mary Gallagher.

A nove anni il papà, John, era diventato cieco.

Così lui aveva lasciato presto la scuola e si era messo a lavorare. Aveva scoperto la boxe nel campo di allenamento di Jimmy Dunn, che sarebbe stato il suo primo e unico manager. Aveva esordito al La Salle Club.

Aveva debuttato contro un tizio scontroso, robusto, più pesante di lui di undici chili. Si chiamava Kid Campbell e piantava i pali delle linee telefoniche della Ohio Bell Company. Di inverno se ne andava in giro senza cappotto. Solo pantaloni, camicia e un maglione di lana. Il tabacco che masticava in continuazione era la sua unica compagnia.

Kid aveva una boxe rozza, fatta di irruenza e presunzione. Fisico compatto, aggressivo e poco attento.

Pubblico a pagamento, 25 cent a biglietto.

Per un po’ Johnny l’aveva tenuto lontano con il suo jab, poi aveva chiuso la sfida con un ko prima che si concludesse il sesto round.

Applausi, pacche sulle spalle e popolarità.

Non a tutti stava bene che quel giovanotto fosse così benvoluto.

Di certo, non stava bene a Tommy Kilbane.

Eccoci così alla loro sfida.

Il verdetto sarebbe stato emesso da un’unica persona, l’arbitro. Difficile trovarne uno bravo, competente, non influenzabile, in grado di prendersi questa responsabilità.

Alla fine la scelta era caduta su John Ruddy, capo del battaglione di pompieri di Cleveland.

Porte e finestre chiuse, con 480 assatanati che rubavano tutta l’aria che c’era in quel magazzino, non era stato semplice per i due pugili andare avanti.

Eppure, nonostante tutto, si erano impegnati in una lotta selvaggia su 23 delle venticinque riprese in cui era stata fissata la durata del combattimento.

Botte, irregolarità, classe, talento, ferocia, brutalità, violenza, movimenti da campione. L’intera boxe era entrata in quel capannone.

Match incerto, Johnny (nella foto sopra è con Billy Papke) in leggero vantaggio. Così avrebbe confessato Ruddy il giorno dopo a un amico. Il diretto destro di JK aveva tolto ogni dubbio. All’inizio del ventiquattresimo round era arrivato forte e preciso sul mento di Tommy e lo aveva mandato giù. Si era rialzato a fatica, ma ormai il verdetto era segnato.

A fine carriera, una lunga strada cominciata nel 1907 e conclusa nel 1923, Johnny Kilbane avrebbe messo assieme 142 incontri, anche se il record ufficiale dei suoi biografi riporta numeri diversi (50-4-6, 26 ko) e oggi quello di boxrec.com ne ha altri ancora (49-6-7, 24 ko).

In quei 142 combattimenti c’è un po’ di tutto. Le sfide di strada, quelle nei saloon, quelle nei club privati. Ma di sicuro ci sono anche quelle per il titolo.

Perché Johnny Kilbane è stato campione del mondo dei pesi piuma per undici anni, solo Joe Louis ha tenuto la cintura più a lungo di lui nella storia del pugilato: nove mesi oltre il limite di Kilbane.

Ha conquistato il mondiale il 22 febbraio del 1912 a Vernon, California, battendo ai punti in 20 riprese Abe Attel.

Lo ha perso il 2 giugno del 1923 contro Eugene Crique che lo ha messo kot al sesto round al Polo Ground di New York.

In mezzo ci sono 41 vittorie, due pari e cinque sconfitte (senza cintura in palio).

Kilbane è stato pugile, arbitro, titolare di una palestra, senatore degli Stati Uniti.

Sposato con Irene McDonnell, ha avuto due figlie: Mary e Helen, morta quando aveva sei anni.

Cinque dollari la sua prima borsa, 75.000 dollari il compenso che gli era stato offerto da campione del mondo per lasciare Dunn e farsi gestire da un altro manager. Offerta rifiutata, non avrebbe mai tradito un amico.

Johnny Kilbane è morto il 31 maggio 1957 di cancro.
Nella sua categoria è stato uno dei più grandi di sempre.

Corte USA respinge l’appello di Rakhimov le sanzioni restano

Il tentativo di Gafur Rakhimov, ex presidente dell’AIBA, di essere rimosso dall’elenco delle sanzioni del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti è fallito.

Scrive Ali Iverson sul sito insidethegames.biz.

Rakhimov ha presentato una denuncia, incentrata su tre punti, al Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto della Columbia,

Un giudizio sommario è stato emesso a favore dell’Ufficio per il controllo delle attività estere (OFAC) su due dei tre punti, mentre il terzo punto è stato respinto senza pregiudizio.

Rakhimov ha affermato che il suo inserimento nella Specially Designs Nationals List (SDN) sia stato un  “atto arbitrario e capriccioso, un abuso di discrezionalità, non conforme alla legge”, che i suoi diritti garantiti dal Quinto emendamento della Costituzione degli Stati Uniti siano stati violati e che la sanzione sia “non conforme alla legge” perché non gli sono state fornite “con un preavviso adeguato le  informazioni e il ragionamento su cui si basava il Dipartimento per sostenere la sua decisione”.

La sua affermazione che i diritti del Quinto emendamento siano stati violati è stata respinta in quanto “le memorie e le osservazioni di Rakhimov non riescono a provare l’esistenza di un singolo pezzo di sua proprietà negli Stati Uniti”.

Nel pronunciarsi a favore dell’OFAC sugli altri due aspetti, la Corte ha riscontrato che “l’Agenzia ha portato prove sostanziali non classificate a sostegno della conclusione che il soggetto fosse coinvolto in attività criminali transnazionali” in aggiunta a prove classificate, e “ha fornito a Rakhimov una base sufficiente per capire la sua posizione iniziale “.

Gafur Rakhimov è stato presidente dell’AIBA per diciotto mesi, prima di dare le dimissioni nel luglio 2019.

Accade in Nicaragua Sabato si combatte unico evento al mondo

Sabato 25 aprile, Alexis Arguello Sports Center di Managua.
La boxe torna sul ring.

In Nicaragua dicono che la pandemia nel loro Paese non esiste.
Il rapporto ufficiale del 19 aprile informa che solo undici pazienti sono sotto osservazione, quattro in quarantena domiciliare. Nessun decesso.

Ma il comunicato del MINSA (il Ministero della Sanità) informa anche che ci sono stati 24.107 casi di polmonite con 70 morti, senza però specificarne le cause.

Il presidente Daniel Ortega è sparito per 34 giorni, poi è tornato e ha detto che non c’è motivo di preoccuparsi.
Sua moglie, Rosaria Murillo, che è anche vice presidente, ha parlato alla radio nazionale: “L’unica maniera per sconfiggere la pandemia è la fede in Cristo”.

Il Nicaragua ha sei milioni di abitanti e un regime che vuole dare l’impressione di avere il problema sotto controllo.
I Paesi confinanti, Honduras e Costa Rica hanno 1200 positivi e 53 decessi.

Nessuna precauzione, niente isolamento. Così il Nicaragua sta affrontando la pandemia. Le attività vanno avanti come se nulla fosse. Lo sport non si ferma. Continua il campionato di calcio con l’opposizione di un’unica società, il Dirianfèn (26 titoli): la sola delle dieci squadre della Liga a non essere sotto il controllo dello Stato.
Ha detto l’attaccante Laureiro al Mundo Deportivo: “Ognuno si fa la doccia a casa propria, non si entra neanche negli spogliatoi, al limite ci si infila le scarpe ma direttamente in panchina. Preferirei che il campionato si fermasse, me ne tornerei volentieri a casa in Uruguay, ma non sono una stella e non guadagno molto: il calcio è fermo dappertutto, chi mi offrirebbe un contratto?”

Sabato si combatte.
Organizza l’ex campione del mondo Ricardo Alvarez che promette il massimo delle precauzioni. Mascherine e guanti di lattice per arbitro, giudici, dottori. E i pugili? Per loro scambi al corpo, oltre a quelli di fluidi, e nessuna tutela.

Il clou sarà rappresentato dalla sfida al limite delle otto riprese tra i pesi leggeri Ramiro Blanco (18-7-3, 10 ko) e Robin Zamora (15-7-0, 8 ko), il match andrà in diretta su ESPN Knockout.
Otto gli incontri in programma.
Sarà l’unico evento di pugilato in cartellone nel mondo.

Sandro Mazzinghi trema Austin lo manda k.d. Era l’aprile del 1964…

Roma, 24 aprile 1964

Un destro al mento.

Sandro è al tappeto.

È come se una scossa elettrica attraversasse il corpo e rendesse molli le gambe che cedono all’istante. All’improvviso l’aria si riempie di colori. Mazzinghi sa bene quanto facciano male i pugni. Ne ha incassati tanti, ma quel destro ha anche tolto il velo a un dubbio che lo accompagnava da qualche tempo. Per questo fa ancora più male.

Il pubblico romano resta per un attimo in silenzio, ammutolito dallo stupore per quello che ha appena visto. Un colpo preciso ha messo giù il guerriero, l’uomo senza paura, l’eroe nato per combattere.

Quel pugno l’ha tirato un pugile che viene da Phoenix in Arizona. Si chiama Charley Austin. È un giramondo che calca qualsiasi ring.

Lo accompagna Cecil Hudson, uno che ha avuto la fortuna di avere come manager e allenatore il mitico Henry Armstrong.

Venerdì, 24 aprile del ’64.

Si combatte al PalaEur.

Il colpo è forte, un destro micidiale. Davanti agli occhi di Sandro compaiono le stelle. Per qualche istante vede infiniti colori, più di quelli che esistono nell’iride. Ce ne sono tanti che neppure conosciamo. E sono bellissimi, sono i colori della meraviglia che possono trasformarsi in quelli del buio della sera quando arriva il knock down o addirittura nello scuro della notte quando sopraggiunge maligno il knock out.

È il secondo round di un match che ne prevede dieci. Una montagna insormontabile da scalare per uno che ha le gambe che sembrano non reggere più neppure il peso dei pensieri.

«Alzati Sandro, alzati!»

Guido urla un centesimo di secondo dopo il kd, disperato e sorpreso anche lui.

Charley Austin è un pugile che in altri tempi Mazzinghi avrebbe messo via in poche riprese. Ma nella tragedia che lo ha colpito poco più di due mesi fa il campione ha lasciato parte dei riflessi, della grinta, addirittura della passione. Ha perso Vera, la moglie. E per qualche tempo ha perso anche la voglia di vivere. La boxe l’ha aiutato a riprendere contatto con la realtà.

La metodicità degli allenamenti, la sveglia all’alba, la corsa, le riprese di sparring, la palestra. Il contatto con i rumori amici, il cigolare del sacco, il suono sordo della palla medicinale, quello ritmico della pera, lo hanno lentamente accompagnato verso una quotidianità ritrovata.

Arrivare nello spogliatoio, cambiarsi con calma come se stesse interpretando una sorta di rito religioso, gli restituisce poco alla volta una fiducia che credeva persa per sempre. La sacralità dei movimenti lo accompagna dentro una dimensione a lui nota. È un insieme di gesti importanti grazie ai quali si sente di nuovo a casa e pensa sia giunto il momento di ricominciare a vivere.

Non si accorge di quanto grande sia il macigno che porta sulle spalle.

La preparazione è un insieme di gesti ripetitivi, di azioni provate mille volte in passato. Puoi eseguirle essendo consapevole di ogni singolo movimento o replicarle per abitudine, sollecitando in automatico la spinta dei ricordi. Ti muovi come un robot e credi di essere tornato un uomo.

«Forza Sandro, combatti!»

Contro Hilario Morales ha vissuto l’illusione di essere ancora il Ciclone che, partito da Pontedera, aveva entusiasmato il mondo. Il colpo secco di Charley Austin gli ha ricordato che nessun momento nella vita di un pugile può mai essere dato per scontato. Il ring ti fa scoprire verità che prima di salire quei gradini e scavalcare le corde ignoravi del tutto.

C’è bisogno di tempo per ritrovare il campione di ieri.

Non tutti vogliono rendersene conto.

Saranno sette i match che disputerà da aprile a dicembre del ’64, quando avrebbe bisogno di ampi spazi di riposo per recuperare. Non tanto nel fisico, quanto nella mente. Lui è il primo a essere convinto di avere lasciato molto in quella maledetta notte sulla strada che porta a casa. A volte gli sembra di avere lasciato tutto.

È salito subito sul ring, forse per scacciare gli incubi che rendevano insonni le lunghe notti. Era stanco di rigirarsi nel letto, bagnare di sudore le lenzuola, sbarrare gli occhi quando era ancora notte fonda e il mattino sembrava non dovesse mai arrivare.

«Meglio rigettarmi nella mischia, almeno avrò la testa impegnata. E chissà che un poco alla volta non riesca a vivere in una dimensione che ora mi appare senza senso».

Non è andata esattamente così. Quei tormenti continua a portarseli dietro, match dopo match.

«Dai Sandro, dai!»

Un destro al volto ed ecco pronta la risposta a una domanda che si trascinava nel cervello da molti giorni.

Quella risposta non gli piace.

Ha appena scoperto che non incassa più come prima.

Ora ha un altro fardello da portare sulle spalle.

Negli Stati Uniti i tifosi chiamano Charley Austin con un curioso soprannome. Per tutti è Bad News. Non si smentisce, anche stavolta ha portato con sé un carico di cattive notizie.

Insieme al kd e alla sorpresa di una finora sconosciuta fragilità, Mazzinghi deve fare i conti con un brutto incidente. La caviglia destra, infortunatasi nella caduta, lo tormenta. Sembra abbia subìto una distorsione, fatica a stare in piedi, non può fare perno sulla gamba.

Ma è un uomo d’onore, un ragazzo pieno di orgoglio. Tira avanti, soffre, lotta, si difende e prova ad attaccare.

È una brutta serata.

I mille colori che come per magia erano apparsi davanti ai suoi occhi, ora hanno assunto sfumature sempre più scure. Dal grigio stanno girando verso il nero.

Poi, la svolta a sorpresa.

Il match si chiude alla nona ripresa quando l’arbitro dichiara la sconfitta dell’americano per knock out tecnico.

È l’inizio delle polemiche.

Da sempre Mazzinghi fatica a trovare comprensione, ha solo pochi giornalisti disposti a esporsi per lui. Ogni occasione è buona per scatenare la guerra.

Poco importa che Austin abbia un taglio profondo sull’arcata sopracciliare, ferita suturata con sei punti chirurgici. Per molti quella soluzione finale è arrivata con il solo scopo di favorire Sandro. Qualcuno va oltre e indica in Rino Tommasi il regista della prematura conclusione.

Adriano Sconcerti difende il suo pugile.

«Chi dice che Austin abbia abbandonato per fare cosa gradita a Mazzinghi è in malafede. Austin ha abbandonato solo perché la ferita sopra l’occhio era così estesa da richiedere sei punti di sutura. Ha abbandonato perché i colpi al corpo di Sandro stavano dando risultati positivi. Ogni volta che lo colpiva con un montante, quello strillava e si lamentava. Sia chiaro comunque che il Mazzinghi che abbiamo visto non era il campione che avevamo imparato a conoscere sino al secondo Mondiale con Dupas».

Tommasi si mostra offeso dalle illazioni.

«Sospetti ingiustificati. Anch’io sono rimasto sorpreso, ma non ho certo incoraggiato la decisione del pugile americano».

I medici dicono che il campione dovrà rimanere fermo per quindici giorni. La caviglia non continua a non dargli pace.

(da ANCHE I PUGILI PIANGONO di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport 2017)

Droga, bullismo, morte Una vita disperata inseguendo la vendetta

La tramontana aveva rovesciato un vecchio cassonetto dell’immondizia, spargendo tutto attorno carta oleata, bicchieri di cartone e avanzi di cibo.
Camminavo con la schiena curva e la testa bassa, le mani affondate nelle tasche del giubbotto per difendermi dal vento gelido che tormentava Roma.
Una striscia di marciapiede sporca e piena di buche divideva la strada dal piccolo spiazzo di terra ed erba, pochi metri di miserie che finivano addosso alle antiche mura.
Attratto dal suono delle voci, avevo alzato la testa. Lo sguardo si era fermato su un gruppetto di persone che si agitava, ma solo un po’. C’era disagio nei loro movimenti.
Mi ero avvicinato e avevo ripetuto più volte le stesse domande.
“Che è successo?”
“Qualcuno sta male?”
Un signore aveva girato lentamente la testa verso di me. Con lo sguardo aveva incrociato il mio, solo per un attimo, poi era tornato nella sua posizione.
Mi ero fatto largo a gomitate e l’avevo visto.
Con le spalle poggiate sulle vecchie mura, il corpo di un ragazzo ormai senza vita raccontava l’ennesima tragedia figlia della droga.
Lo guardavo e mi chiedevo quale fossero state le sue ultime sensazioni.

Solo un vuoto nero. Nessun pensiero, nessuna coscienza, niente. Sono solo. Ed è tutto nero. Sto morendo, ma se qualcuno avesse il potere di svegliarmi, penserei che in fondo si è tratto solo di un breve sonno senza sogni.

Le gambe esili erano leggermente piegate all’indietro, aveva il braccio destro appoggiato sul petto. Accanto a lui, una siringa, un laccio emostatico, un accendino e una bustina di plastica. Il braccio sinistro era steso lungo il corpo, sul palmo della mano una medaglia color oro. Non avevo bisogno di leggere l’incisione, la conoscevo bene.
“Memorial Brindani, calcio a cinque, 2015”.
Aveva gli occhi chiusi, sembrava dormisse.

Il colorito bluastro, più accentuato sulle unghie e sulle labbra ma già diffuso in tutto il corpo, gli occhi spalancati con due pupille a spillo che sembravano chiedere aiuto e soprattutto l’assenza di segnali di attività cardiorespiratoria toglievano ogni illusione. L’angoscia si impossessava della nostra anima, allargandosi sempre di più, come il dolore che provavo in quel momento.
Quel ragazzo tra quattro giorni avrebbe compiuto ventitré anni.

Si chiamava Danilo Ferretti.

Era mio fratello.
Ed era morto.

Sono passati ventuno mesi da quella maledetta mattina di gennaio.
E io sono qui, all’interno di un buco che chiamano spogliatoio. Sulle pareti scrostate,  attaccati con chiodi arrugginiti, poster di vecchi campioni raccontano tempi migliori.
Fuori piove. Dentro, anche. Sul lato sinistro dello stanzino, vicino alla finestra, il soffitto trasuda umidità. È settembre ma fa già freddo.
Il locale non offre molto. Un bagno alla turca, una doccia che difficilmente funzionerà, una panca e un gancio dove appendere i vestiti. Uno spogliatoio in rovina, in un palazzetto di provincia. Ci sarebbe da piangere, se questo non fosse il cammino da percorrere per chiedere una tregua agli incubi che non mi lasciano dormire. La dignità rubata è l’ultimo dei pensieri.
Mi siedo sulla panca. Maestro e manager restano in piedi. Prendo la testa tra le mani, spero aiuti a isolarmi dal mondo. Fra un’ora salirò sul ring per l’ennesima sfida di una carriera che mi ha dato gioie e dolori.

Le urla del pubblico filtrano attraverso una porta sottile. La riunione è cominciata. I primi a entrare sul ring sono ragazzi al debutto, pischelli che sognano un futuro da campioni.
Io mi batterò nell’evento principale.
Una vecchia gloria al tramonto contro un giovanotto che ha bisogno di una vittima di rango per arricchire il record. Questo si aspettano.
Stasera avranno uno spettacolo diverso.
L’attesa è carica di tensioni, come nei primi anni che facevo questo mestiere. Inseguivo un sogno, avevo fame. Combattevo per scoprire i miei limiti, anche se mi illudevo di non averne.
Ora mi sembra che i confini, dello sport e della vita, siano segnati solo da strisce di odio, fiumi di rabbia. La cosa brutta è che sono a mio agio in questo mondo. Penso sia giusto prendere a pugni un altro uomo, fino a distruggerne ogni resistenza solo per il gusto di farlo. Lo so, la boxe non è questo. Il maestro me lo ripete in continuazione.
“Rispetto per te e per gli altri, sacrificio, concentrazione, determinazione. Pietro, questo è il nostro sport. L’altro vuole prendersi quello che credi sia tuo, per non permetterglielo devi essere più intelligente di lui. Chi pensa che il pugilato sia solo una questione di potenza non sa niente di questo sport, è con la testa che si vincono i match. Mi stai a sentire? Hai capito, Pietro?”
Mille volte lo stesso discorso e io a ripetere “Sì, maestro”, sempre e comunque. Anche quando dentro di me cresceva e si allargava quel buco nero che mi impediva di vivere assieme agli altri.

Da quasi due anni sono pieno solo di rabbia. E così, mentre il match si avvicina, dimentico le parole del maestro e tiro fuori lo spirito maligno che ho coltivato dentro di me.

Stanotte voglio metterlo in difficoltà, rubargli le certezze, punirlo fisicamente fino a farlo crollare giù, privo di conoscenza. In quel momento sarò io a gestire la sua vita. Solo allora, forse, ritroverò un po’ di pace.

Il tempo passa lentamente e io lo riempio di brutti pensieri. L’attesa si allunga e lentamente capisco che neppure stanotte riuscirò a trovare un po’ di serenità.
Penso alle poche parole scambiate con mamma prima di uscire di casa.
“Pietro, chiamami appena il match è finito. Lo sai che non ho la forza di guardarlo in tv.”
“Tranquilla, questo incontro e poi smetto. Stai serena, non ci sono pericoli. Non avere paura, chiudo in bellezza.”
“Sì, certo, continua pure a ripetermi questa cantilena. Non ti credo più. Stai attento, amore mio. Lo sai, lo sport che fai non mi piace, anche se so che dovrei essergli riconoscente: ti ha salvato. E forse sarebbe riuscito a farlo anche con tuo fratello, se solo ci avesse provato. Chiamami subito. Credo di avere già sofferto abbastanza.”
Sono un omone di trentuno anni. Alto 1.93 per centodieci chili di peso. Lo sport non mi ha reso ricco, anche se qualche soldo sono riuscito a metterlo da parte. La cattiva notizia è che non ho mai vinto un titolo importante, quella buona è che incidenti gravi non ne ho mai avuti. Un paio di costole fratturate, qualche taglio da cucire con una decina di punti, la mano sinistra messa male per alcune settimane. Roba così. Non finirò come qualcuno dei vecchi che incontro nella palestra dove mi alleno. Pugili con le gambe molli che non riescono a reggere neppure il peso del tempo. A ogni colpo che arriva, sentono la scossa. È l’ultimo segnale. Un po’ come accade a chi beve troppo. Alla fine, basta mezzo bicchiere per ubriacarsi.
Combatto nei pesi massimi. Una categoria in cui ogni colpo può mandarti al tappeto. Negli ultimi quattro incontri ci sono finito tre volte.
Il maestro Ottavio Ballarin, lo stesso di sempre, mi fa il bendaggio.  Si muove lentamente, lavora come un monaco. Con grande rispetto, attenzione e una vena di misticismo.
È alto e magro, con pochi capelli. Ha sessantasei anni, due baffoni ormai bianchi, la faccia è una ragnatela di rughe, solchi profondi che sembrano esaltare i vuoti lasciati da una vita che non gli ha risparmiato il dolore. Una mamma malata è il peso che si porta dietro e che riempie ogni giornata. La palestra, i ragazzi, la boxe servono a regalargli qualche pausa di serenità. A match finito manda giù un bicchiere di troppo e comincia a viaggiare in un  mondo tutto suo, fatto di tante parole, ricordi felici, sogni che non si realizzeranno mai. Il vino l’aiuta a non pensare che prima o poi dovrà tornare a casa.

Avevo dodici anni quando sono entrato nella sua palestra.

A casa, ogni mattina salivo sulla bilancia dopo aver chiuso la porta del bagno a chiave. Me ne stavo lì a fissare la lancetta che si fermava a 130 chili. Decisamente troppi per un ragazzo alto 1.65.

A scuola vivevo un incubo continuo.

“Suicidati, obeso di merda!”
“Sei un ritardato, grosso e culone.”
“Sei patetico!”
“Fai schifo.”

E poi c’erano le spinte, le botte, le continue derisioni.

Avevo pochi amici e nessuno di loro era così forte da affrontare quei bulletti. E allora mi isolavo sempre di più. Mi sentivo responsabile della situazione, ero convinto che la colpa fosse a mia. Mi tagliavo le braccia e le gambe con una lametta.

“Vuoi solo metterti in mostra!” avevano urlato quelli quando, dopo l’ennesimo pestaggio, erano riusciti a vedere le mie braccia nude.

Non ce la facevo neppure a chiedere aiuto.
L’idea del suicidio si era fatta lentamente strada.

“Che campi a fa’?”
“Che speranze hai?”
“Di morire” rispondevo con un sospiro.

Un pomeriggio mi avevano aspettato in sei fuori dalla scuola e avevano cominciato a colpirmi con pugni e calci. Un gioco crudele. Risate volgari, pacche sulle spalle per farsi coraggio e continuare a massacrarmi.

Alla fine mi avevano pisciato addosso.

Ero pesto, mi sentivo triste, umiliato. Nella testa avevo solo pensieri di morte.

Ero tornato a casa deciso a farla finita.

“Pietro, vuoi parlare? Cosa hai? Io sono e sarò sempre qui, per te.”

Mamma Teresa era arrivata appena in tempo e mi aveva salvato.

Era stata la spinta che mi aveva convinto ad andare da uno psicologo, l’inizio di un lungo cammino pieno di sofferenza e difficoltà. Ma loro sapevano cosa fare. Con delicatezza avevano cercato di ristabilire un equilibrio emotivo, senza invitarmi a una reazione immediata. Sarebbe stato inutile, perché in quel momento non sarei stato in grado di reagire.

Poi mamma aveva tirato dentro anche Ottavio.

“Portalo da te, in palestra. L’impegno continuo, il rispetto delle regole, l’esercizio fisico potrebbero compiere il miracolo e tirarlo fuori dall’angoscia che lo sta distruggendo, magari riuscirebbero anche ad  allontanare quei terribili pensieri che si porta dietro. Lo psicologo è d’accordo. Facciamolo questo tentativo, ti prego.”

Era andata bene.

In quel vecchio locale di periferia avevo ritrovato la serenità, avevo perso i chili di troppo, avevo riacquistato fiducia. Avevo abbandonato il desiderio di morire, mi era tornata la gioia di vivere.

Col tempo sono addirittura diventato un pugile professionista.
Adesso i bulletti di un tempo girano alla larga.

Ottavio e il manager parlano sottovoce in un angolo dello spogliatoio. Un urlo più forte degli altri arriva come un segnale di pericolo alle nostre orecchie. Un incontro è finito prima del previsto, qualcuno deve essere andato knock out e in questo momento starà pensando alle ore passate in palestra a faticare, alle facce deluse degli amici, alla moglie che ha sofferto nelle prime file di ring, al figlio a cui ha promesso un regalo che non potrà comprare. Un altro pugile starà saltando di gioia. La boxe mischia felicità e disperazione nello spazio di sedici corde, il confine tra vita e sogni.
Un altro match e poi toccherà a me.
Il manager dice qualcosa. Parla piano, non vuole che io senta.
“Speriamo vada bene. All’inizio era un combattente di razza, lo è stato fino al quindicesimo incontro. Aveva motivazioni forti, poi si è imborghesito. Accade in ogni sport. Prendi l’ippica, un cavallo di tre anni va forte e vince, a cinque è finito”
“Ma va, Alberto! Non sapevo che anche i cavalli si imborghesissero”.
Alberto Soprani, il manager, è un uomo a cui piace vestire bene, anche se nessun sarto, per quanto bravo sia, riuscirà mai a mascherare quello stomaco gonfio da bevitore di birra. Come procuratore è fuori dagli schemi. Adora i suoi pugili. Sceglie per loro accoppiamenti che non propongano rischi eccessivi. Garantisce borse dignitose e, quando può e il ragazzo merita, riesce anche a portarli alla sfida per un titolo. Insomma, è una rarità.
Mancano venti minuti.
La tensione cresce, faccio un po’ di vuoto.
Il ritmo ce l’ho nelle orecchie. Un artista sa come stare in scena. Il tempo passa lentamente e i dubbi arrivano, sempre più numerosi, a tenermi compagnia.
Ricordo le attese dei primi incontri. Attorno a me c’era ottimismo, nessuno in quei giorni credeva potessi perdere. E adesso anche quel gentiluomo di Alberto mi paragona a un cavallo imborghesito.
Mi  muovo nel silenzio totale. Muti anche manager e maestro. Le urla del pubblico salgono prepotenti ancora una volta, poi lentamente tornano a essere un brusio lontano.

Bussano alla porta, un uomo entra e lancia un’occhiata veloce. Mi vede, sorride. Ha il fisico più pesante di un tempo, meno capelli, c’è qualche filo bianco su una barba appena accennata. Ma il faccione è inconfondibile e quegli occhi continuano a mandare lo stesso identico segnale di sfida. Stavolta però c’è una luce strana, diversa, fatico a capire cosa sia.

“Ciao Carlo, che vuoi?”
“Cominciamo bene. Da quando so’ nato me chiamano tutti Er Cionca. E adesso arrivo qui e torno alle elementari. A dittela tutta, me so’ dimenticato come me chiamo veramente.”
“Che vuoi?”
“Gli anni passano, caro Pietro. I miei non sono passati così male, anche se mi porto dietro la vergogna per quello che ho fatto da ragazzo. E l’incazzatura più forte è che non l’ho fatto per scelta, non sono stato capace de esse’ omo neppure in questo. No, ho seguito come una pecora i più forti. Ma il tempo passa e ho pensato sia arrivato il momento de chiede scusa. Voglio fatte capì che non ho più niente a che fare col Cionca di quei tempi.”
“Che vuoi?”
“A Pietro, ma sono le uniche due parole che conosci? Mi hai sentito?”
“Sì, ti ho sentito. Mi avete tormentato fino a portarmi a un passo dal suicidio e adesso arrivi nel mio spogliatoio a pochi minuti da un match e chiedi scusa. Che devo fare? Ti abbraccio e diventiamo amici? Mi sa che è meglio se te ne vai, lasciami in pace. Devo finire di prepararmi.”
“Ma allora non è vero che la sofferenza t’ha insegnato a esse’ un buon cristiano. Anche il peggior delinquente, se confessa con sincerità i peccati e si dice pronto a pagare le sue colpe per espiare, va almeno ascoltato.”
“Che vuoi?”
“So che ‘sto match pe’ te significa tanto. Volevo fatte sapè che io ci sono. Voglio solo statte vicino. Sarò un fantasma e tale tornerò dopo l’incontro.”
“Ciao Carlo, quando esci chiudi la porta.”
“Ho visto Paoletta. M’ha detto che vo’ esse’ sempre orgogliosa dell’omo suo.”
“E questo che vuol dire?”
“Che magari, se diventassi padre, giocare co’ tu’ fijo potrebbe aiutatte a curà le ferite.”
“Perché Paoletta è incinta?”
“E che che so io? Nun so mica er marito.”
“A Carlo, ma vattela a pjà ‘nder culo.”
“Ciao Pietro, pensa che il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un’arma potente. Nun è mia, magari lo fosse. È di Nelson Mandela. Pensace.”

Un uomo dell’organizzazione entra nello stanzone. Mette dentro solo la testa, quasi abbia paura di venire contagiato dalla tristezza che si respira in questo buco.

“Ferretti, tocca a te. Tra cinque minuti sul ring”.
Mi sistemo la conchiglia protettiva, i pantaloncini, la vestaglia.
Il manager apre la porta ed esce. Lo seguo, il maestro poggia le mani sulle mie spalle. Il fumo degli effetti speciali, i fari dei tecnici della televisione, le telecamere e, in fondo al corridoio, il ring. Mi fermo solo un attimo, tiro su la gamba destra e sfioro con la mano la piccola medaglia color oro che porto sempre con me, nascosta in un taschino interno dei calzettoni.
Guardo verso l’alto e ripeto in silenzio una promessa vecchia di quasi due anni. Poi torno nel buio che riempie la mia vita. Sono sempre più solo, il match sta per cominciare.
Ancora qualche minuto e mi batterò contro Romeo Cenci. Ha i capelli rasati a zero e un tatuaggio maori sul lato destro del collo, è lo spacciatore che ha venduto l’ultima dose a Danilo.
L’attesa è finita.

Quando torno a casa è notte fonda. Paoletta mi viene incontro e mi abbraccia. Ogni volta che combatto si sente un po’ morire. Stavolta è andata bene. Ho sconfitto la voglia di vendetta che mi bruciava dentro. Posso guardarmi allo specchio e magari riuscire anche a sorridere.

Avrei voluto massacrarlo, umiliarlo, ucciderlo. L’avessi fatto, di certo non avrei ritrovato mio fratello. Avrei solo aggiunto il rimorso a una vita già maledetta da angosce, incubi e fantasmi.

Maledetta sia la vendetta, e se massacrano il mio fratello prediletto non voglio vendetta, voglio un’altra umanità.
(Elias Canetti)

Mi siedo sul letto.
Prima di addormentarmi, l’ultimo pensiero è per lui.
“Grazie, Cionca.”

(con questo racconto, IL PERDONO RIMUOVE LA PAURA, ho vinto il secondo premio al XLVIII Concorso del Racconto Sportivo del CONI) 

 

 

 

 

Qualificazioni olimpiche. Situazione, calendario, speranze e protagonisti

La Task Force del CIO, guidata da Morinari Watanabe presidente della Federazione Internazionale della ginnastica, sta studiando il calendario delle qualificazioni per l’Olimpiade di Tokyo che si svolgerà nel 2021 (23 luglio/8 agosto).

Il Comitato Olimpico Internazionale ha già annunciato che sono stati confermati i pass per circa cinquemila atleti (il 57% dei potenziali qualificati). L’ultima data per assicurarsi un posto ai Giochi sarà quella del 29 giugno 2021, mentre il 5 luglio sarà il termine massimo per presentare le liste.

L’AIBA, che in questa fase ricopre un ruolo non operativo, ha dichiarato attraverso il suo presidente ad interim Mohammed Moustahsane: “La salute degli atleti è il principio guida nella programmazione di eventuali eventi di qualificazione olimpica rimanenti. Con il rinvio dei Giochi olimpici di Tokyo 2020 fino al 2021, il CIO ha sollecitato la conferma di tali eventi solo dopo aver valutato gli impatti del COVID-19, consentendo un accesso equo e una preparazione adeguata per tutti gli atleti e le squadre partecipanti”. Una frase conciliante, dopo che negli ultimi tempi sembrava volesse entrare in conflitto con il CIO andando a organizzare l’edizione 2021 dei Mondiali maschili, previsti a Nuova Delhi in India, proprio a ridosso dell’Olimpiade.
Nei giorni scorsi l’AIBA ha annunciato la disputa dei Mondiali Youth maschili e femminili a Kielce, in Polonia, nel prossimo novembre (dal 2 al 9).

Torniamo alle qualificazioni.
Due i tornei che si sono già conclusi, a Dakar (Senegal) per l’Africa e ad Amman (Giordania) per Asia e Oceania. Un terzo, a Londra per l’Europa, ha assolto parzialmente al suo compito essendo stato interrotto dopo solo tre giorni di combattimenti. Ora bisognerà stabilire dove e quando completare gli incontri mancanti. Totalmente da disputare invece la selezione delle Americhe, che dovrebbe avere come sede (se confermata) Buenos Aires. Infine la Task Force dovrà esprimersi sul quinto torneo, quello di qualificazione mondiale a cui avrebbero dovuto partecipare tutti coloro che nel primo tentativo non avevano ottenuto il risultato che li avrebbe portati a Tokyo. Era previsto quest’anno a Parigi, da voci all’interno del CIO sembra che non sia scontato venga riproposto anche nel 2021.

Veniamo alla situazione degli azzurri.
Se, come la logica dopo la conferma dei qualificati lascia prevedere, il torneo di selezione europea riprenderà da dove si è fermato, le prospettive per l’Italia non sono così allegre.

Cinque donne ancora in corsa.

Nei 57 kg Irma Testa trova subito la russa Ludmila Vorontsova, testa di serie numero 1 del torneo. Ostacolo difficile, test importante per misurare condizione e ambizioni.
Nei 60 kg Rebecca Nicoli sfida la Tebelova, ma se vorrà approdare ai Giochi dovrà, in caso di vittoria, sconfiggere nel turno successivo la vincente del match tra la Potkonen (finlandese, leader della categoria) e l’inglese Dubois.
Nei 75 kg la Severin deve passare due turni per volare a Tokyo. Prima sfida contro la turca Demir, poi con molta probabilità quella contro la Magomedlieva, russa temibile.
Un solo incontro e il pass in tasca.
Sarà così per Angela Carini nei 69 kg, la francese Sonvico è l’ultimo ostacolo tra lei e il sogno olimpico. Stessa situazione per Giordana Sorrentino nei 51 kg. La Radovanovic è l’avversaria da battere.

Assai più complesso il discorso per gli uomini.

Fiori negli 81 kg ha un avversario terribile. Il russo Imam Kathaev ha dimostrato di avere pugno pesante, di essere un rivale davvero pericoloso. E in caso di clamorosa sorpresa il pugile italiano si troverebbe, quasi certamente davanti l’azero Alfonso Dominguez, testa di serie numero 2 del tabellone.
Mouhiidine nei 91 kg affronterà il turco Ylyas, poi dovrebbe incrociare il russo Muslim Gadzhimagomedov, il rivale più pericoloso dell’intera categoria.

Un pronostico?
A me sembra che, sulla carta, le uniche ad avere possibilità siano le ragazze. Due o tre di loro hanno davanti la grande occasione della carriera.

In totale hanno ottenuto il pass 82 uomini (su 186 posti) e 33 donne (su 100). Ecco l’elenco completo degli atleti/atlete qualificati/qualificate.

UOMINI

MOSCA (52 kg)

Ryomei Tanaka (Gia) (Paese ospitante).

Mohamed Flissi (Alg), Patrick Chinyemba (Zam), Sulemanu Tetteh (Gha). (Qualificazioni Africa).

Hu Jianguan (Cina), Thitisan Panmot (Tai), Amit Panghal (Ind), Shakhobidin Zoirov (Usb), Alex Winwood (Aus), Saken Bibossinov (Kaz). (Qualificazioni Asia/Oceania).

Billal Bennama (Fra), Sakhil Alakhverdovi (Geo), Brendan Irvine (Irl), Gabriel Escovar (Spa), Galal Yafai (Gbr), Koryun Soghomonyan (Arm), Cosmin Girleanu (Rom), Batuthan Ciftci (Tur). (Qualificazioni Europa).

ITALIA: Manuel Cappai (Fiamme Oro) eliminato al primo match (1-4) dal tedesco Touba.

PIUMA (57 kg)

Everisto Mulenga (Zam), Nick Okoth (Ken), Samuel Takyi (Gha). (Qualificazioni Africa)

Mirzazbek Mirzakhalilov (Uzb), Mohammad Al-Wadi (Gio), Serik Temirzhanov (Kaz), Nguyen Van Durong (Vie), Danial Shahbakhsh (Iran), Chatchai Butdee (Tai).
(Qualificazioni Asia/Australia)

Peter McGrail (Gbr), Roland Galos (Ung), Samuel Kistohurry (Fra), Tayfur Aliyev (Aze), Mykola ALiuev (Aze), Mikola Butsenko (Ucr), Josè QUiles (Spa), Albert Batyrgaziev (Rus), Hamsato Shadalov (Ger). (Qualificazione Europa)

ITALIA: Francesco Maietta (Esercito) eliminato al primo match (2-3) dal ceco Godla.

LEGGERI (63 kg)

Daisuke Narimatsu (Gia) (Paese ospitante)

Jonas Junius (Nam), RIcharno Colin (Mau), Abdelhaq Nadir (Mar). (Qualificazioni Africa).

Elnur Abduraimov (Uzb), Zakir Safiullin (Kaz), Baatarsukhiin Chinzorig )Mon), Obada Al-Kasbeh (Gio), Manish Kaushik (Ind), Bajhodur Usmonov (Tjk). (Qualificazioni Asia/Oceania).

ITALIA: Paolo Di Lernia (Esercito) eliminato al primo match (0-5) dall’ucraino Khartsyz.

WELTER (69 kg)

Stephen Zimba (Zam), Albert Mengue (cam), Shadiri Bwogi (Uga). (Qualificazioni Africa).

Zeyad Ishaish (Gio), Vikas Krishan Yadav (Ind), Bobo-Usmon Baturov (Uzb), Abaikan Zhussupov (Kaz), Sewon Okazawa (Gia). (Qualificazioni Asia/Oceania).

ITALIA: Vincenzo Mangiacapre (Fiamme Azzurre) eliminato al primo match (1-4) dall’israeliano Kapuler).

MEDI (75 kg)

Yuito Moriwaki (Gia). (Paese ospitante)

Younes Nemouchi (Alg), David Tshama (Cod), Wilfried Ntsengue (Cam). (Qualificazioni Africa).

Eumir Marcial (Fil), Abilkhan Amankul (Kaz), Ashish Kumar (Ind), Tuohetaerbieke Tanglatihan (Cin), Shahin Mousavi (Iran). (Qualificazioni
Asia/Oceania).

ITALIA: Salvatore Cavallaro (Fiamme Oro) eliminato al primo match (1-4) dall’armeno Darchinyan.

MEDIOMASSIMI (81 kg)

Abdelrahman Oraby (Egi), Mohammed Houmri (Alg), Mohammed Assaghir (Mar). (Qualificazioni Africa).

Bekzad Nurdauletov (Kaz), Paulo Okuso (Aus), Odai Al-Hindawi (Gio), Chen Daxiang (Cin), Shabbos Negmatulloev (Tjk). (Qualificazioni Asia/Australia).

ITALIA: Simone Fiori (Fiamme Oro) vince (5-0) il primo match contro il finlandese Aliu; prossimo incontro negli ottavi con il russo Kathaev.

MASSIMI (91 kg)

Abdelhafid Benchabla (Alg), Youness Baalla (Mar).
(Qualificazioni Africa).

Vassiliy Levit (Kaz), David Nyika (Nzl), Hussein Ishaish (Gio), Sanjar Tursonov (Uzb). (
Qualificazioni Asia/Oceania).

ITALIA: Abbes Mouhidiine (Fiamme Oro) vince il primo match (3-2) contro Bosnjak; prossimo incontro negli ottavi contro il turco Ilyas.

SUPERMASSIMI (oltre 91 kg)

Mazime Yegnong (Cam), Chouaib Bouloudinat (Alg). (Qualificazioni Africa)

Bakhodir Jalolov (Uzb), Justis Huni (Aus), Satish Kumar (Ind), Kamshybek Kunkabayev (Kaz).
(Qualificazioni Asia/Australia)

ITALIA: Clemente Russo (Fiamme Azzurre) eliminato al primo turno per walk over contro il britannico Clarke.

DONNE

MOSCA (51 kg)

Roumaysa Boulam (Alg), Rabab Cheddar (Mar), Christine Ongare (Ken). (Qualificazioni Africa)

Chang Yuan (Cin), Tsukimi Namiki (Gia), Mary Kom (Ind), Huang Hsiao-wen (Tpe), Irish Magno (Fil), Tursonoy Rakhimova (Uzb). (Qualificazioni Asia/Oceania)

ITALIA: Giordana Sorrentino (Carabinieri) vince (5-0) il primo match contro la tedesca Guttlob; al secondo incontro batte (5-0) l’armena Grygorian. Nel prossimo combattimento, quarti di finale, affronterà la serba Radovanovic.

PIUMA (57 kg)

Khouloud Hlimi (Tun), Keamogetse Kenosi (Bot). (Qualificazioni Africa)

Lin Yu-ting (Tpe), Sena Irie (Gia), Skye Nicolson (Aus), Im Ae-ji (Cor).
(Qualificazioni Asia/Australia).

ITALIA: Irma Testa (Fiamme Oro) nel primo match batte (5-0) la svizzera Brugger; nel secondo incontro, ottavi di finale, affronterà la russa Vorontsov.

LEGGERI (60 kg)

Imane Khelif (Alg), Mariem Homrani (Tun). (Qualificazioni Africa)

Oh Yeon-ji (Cor), Simranjit Kaur (Ind), Sudaporn Seesondee (Tai), Wu Shih-yi (Tpe). (Qualificazioni Asia/Oceania)

ITALIA: Rebecca Nicoli (Fiamme Oro) esordirà negli ottavi di finale contro la slovacca Triebelova.

WELTER (69 kg)

Oumayma Bel Ahbib (Mar), Acinda Panguana (Moz). (Qualificazioni Africa).

Gu Hong (Cin), Chen Nien-chin (Tpe), Lovlina Borgohain (Ind), Baison Manikon /Tai). (Qualificazioni Asia/Oceania)

ITALIA: Angela Carini (Fiamme Oro) ha sconfitto (5-0) nel primo match l’irlandese Desmond; nei quarti di finale affronterà la francese Sovinco.

MEDI (75 kg)

Khadija El-Mardi (Mar), Rady Gramane (Moz). (Qualificazioni Africa).

Li Qian (Cin), Caitlin Parker (Aus), Pooja Rani (Ind), Nadezhda Ryabets (Kaz). (Qualificazioni Asia/Australia).

ITALIA: Flavia Severin (Treviso Ring) esordirà negli ottavi contro la turca Demir.

 

Morto Paolo Curcetti guerriero coraggioso azzurro a Roma 1960

Questa mattina Paolo Curcetti se ne è andato per sempre dopo una lunga malattia. Era nato a Foggia l’1 agosto 1936. Tre volte campione italiano dilettanti, era stato azzurro nei pesi mosca all’Olimpiade di Roma 1960.
Da professionista: 11-3-1, 4 ko. 

La scelta di fare un’esibizione davanti ai soldati americani, aveva portato a Foggia addirittura il grande Joe Louis.

Quando la guerra era finita, i militari avevano lasciato la base ed erano tornati a casa. Nell’ansia del rientro, avevano abbandonato sul campo quello che li aveva aiutati a passare lunghe ore di attesa. Il pugilato era stato un passatempo praticato con passione. E adesso che erano andati via, a parlare di quei giorni era quel che avevano lasciato in eredità: due ring, guantoni, sacchi e altro materiale ancora.

Molte di quelle cose erano state abbandonate in strada, era stato così che i bambini avevano cominciato a giocare alla boxe.

Vincenzo Affatato era un maestro di pugilato, ma era anche un uomo con tanta voglia di fare. Aveva messo in piedi una vera palestra. Vera per come poteva esserlo a quei tempi una palestra.

Paolo Curcetti ne era rimasto affascinato, anche se testimoni dell’epoca giuravano che lui al tempo si allenasse seguendo criteri molto personali. Ad esempio, facendo sparring con il cavallo di famiglia. O tirando colpi tremendi ad alcuni sacchi di grano. Il ragazzo aveva grinta, carattere, aggressività. Era un peso mosca combattivo, uno che viveva le tre riprese a ritmi pazzeschi, esercitando una continua pressione sull’avversario.

Aveva voglia di bruciare le tappe. E così, nel 1957, aveva fatto.

Una sorta di salto triplo. Campione italiano novizi ad inizio anno, campione assoluto a fine stagione. Era nato per la boxe, anche se non aveva molta voglia di rispettare i comandamenti. Amava la caccia, la preferiva agli allenamenti. Gli piaceva cavalcare. E anche questo per lui era decisamente più piacevole dei pomeriggi trascorsi a sudare, a dare e prendere cazzotti in palestra. Aveva fisico, determinazione, aggressività.

Rea e Poggi l’avevano chiamato in nazionale, Paolo (sotto la squadra azzurra, Curcetti è il primo da sinistra in ginocchio) non li aveva delusi anche se la sfortuna lo aveva perseguitato.

Nel quadrangolare di Roma, ultimo torneo di selezione per formare la squadra olimpica, si era ferito nel match d’esordio. Un taglio all’arcata sopracciliare gli aveva impedito di disputare gli altri combattimenti, ma i tecnici lo avevano comunque voluto in squadra. Troppo più forte rispetto agli altri. E poi il match disputato in vicinanza dei Giochi contro Dubrescu a Roma, era stato uno spettacolo di grandissima qualità. E lui quel match l’aveva vinto.

Veniva da una famiglia di contadini, vivevano a Foggia ma coltivavano la campagna in periferia.

Pugile come lui sarebbe stato il figlio Salvatore (foto sotto), che da professionista avrebbe vinto il titolo italiano, poi quello europeo e sarebbe arrivato a battersi per il campionato del mondo contro Bryan Mitchell.

Il migliore di casa, Salvatore. Era nato appena due mesi prima che l’Olimpiade romana avesse inizio. Alla boxe era arrivato con una decisione sofferta, quando aveva tredici anni. Mille ripensamenti, una carriera dilettantistica a corrente alternata, poi il professionismo dove però di soldi ne aveva visti davvero pochi. E così se ne era andato a lavorare a Parma. Faceva il muratore, sveglia alle 5 per il footing, poi altri venti chilometri per raggiungere il posto di lavoro. Otto ore senza sosta, prima del gran finale. Un duro allenamento in palestra. Per sette anni era andata avanti così. Poi, era tornato a Foggia.

Paolo accompagnava il figlio nella sua carriera da professionista. A ogni sfida di Salvatore, il papà  ricordava, con nostalgia, i suoi tempi sul ring.

Tante speranze, qualche sogno, poi il ritiro. Era stato obbligato a prendere quella decisione. Un incidente in moto, un’altra delle sue grandi passioni, lo aveva costretto a interrompere la carriera.

Il ricordo più bello era rimasto quello di una grande semifinale europea contro Mimoum Ben Ali, numero 2 dei mosca in Europa e futuro campione continentale nei gallo. Un match perso, prima del limite, contro un forte avversario che lui aveva fatto comunque soffrire.

Paolo Curcetti la sua grande occasione l’aveva vista sfumare nel terzo match dell’Olimpiade romana.

Aveva da poco festeggiato i 24 anni, tre volte campione italiano, aveva disputato anche i campionati europei uscendo al secondo turno a Lucerna nel 1959, battuto dall’ungherese Toroc dopo aver superato il turco Incesu.

Lo allenava ancora il maestro Affatato, nella Palestra Alfonso Taralli, di cui Paolo è stato il primo campione. Coraggioso, attaccante, pronto a sfidare senza problemi qualsiasi avversario. Forte fisicamente, aveva il suo punto debole nel calo che subiva alla distanza. Mancanza di fondo dovuta, probabilmente, a quella voglia di godersi la vita in ogni aspetto, di non fare del pugilato l’unica ragione delle sue giornate.

Nel match di apertura, aveva sconfitto l’ugandese Francis Kisekka. Lo aveva letteralmente malmenato, anche se nella foga si era disunito, esponendosi ai colpi di incontro del rivale. Aveva comunque chiuso con verdetto unanime. Era felice, anche perché era stato proprio lui ad avere tirato il primo colpo del torneo olimpico romano.

Nel secondo combattimento aveva affrontato il belga Joseph Horny, uno che sembrava più portato per la maratona che per il pugilato. Scappava e poi scappava ancora, tentando di coprirsi con il sinistro in allungo. Paradossalmente, era stato proprio quel rifiuto a impegnarsi nella battaglia, a esaltare Curcettim, uno che nella bagarre si trovava a suo agio. Era andato a cercare il belga, lo aveva travolto, dominandolo letteralmente. Un altro 5-0 e il biglietto per il terzo turno era staccato.

L’avversario della terza sfida si chiamava Abdel Moneim El-Guindi, un egiziano.

Come al solito, Curcetti aveva cercato di travolgerlo sin dal primo gong. L’altro non si era lasciato intimorire.

L’azzurro era più veloce, portava ganci stretti ed efficaci. L’egiziano era più preciso. Una battaglia a corta distanza.

Nella seconda ripresa il foggiano si era ferito all’arcata sopracciliare sinistra, eccolo qui il secondo punto debole. Le ferite.

L’arbitro aveva chiamato il medico, il dottore era salito sul ring, aveva esaminato la ferita e poi aveva dato il suo consenso. Si poteva continuare.

Paolo Curcetti (foto sopra) era riuscito a tenere bene anche nel terzo round. Match incerto. Verdetto sul filo. Quattro giudici avevano visto prevalere l’africano di un soffio. Il quinto era stato per l’italiano. Il pubblico del PalaEur aveva accolto il risultato con un uragano di fischi.

La boxe si respirava come l’aria in casa Curcetti.

Pugile Paolo, come il fratello Gaetano, che avrebbe disputato l’Olimpiade di Monaco 1972, e i cugini Luigi e Antonio.

Se dico che non c’è stato un Curcetti che non abbia messo i guantoni, non penso di andare molto lontano dalla verità.

 

In ricordo di Elio Ghelfi. Luoghi, battute, uomini e avventure

Ho aspettato un mese, prima di scrivere questa storia. A caldo, le emozioni stravolgono la realtà e la passione che ci metti dentro può sconfinare nella retorica.
Adesso penso di essere pronto.

Elio Ghelfi l’ho conosciuto i primi di marzo del ’77. Ero a Rimini per il campionato italiano dei pesi massimi. Una cosa dannatamente serie a quei tempi. Alfio Righetti, giovanotto di belle speranze, sfidava il mito di Bologna: Dante Canè. Elio era all’angolo del romagnolo.
Avevamo parlato a lungo, passeggiando in centro. Lui era sulla difensiva, voleva capire chi avesse difronte prima di lasciarsi andare a qualche confidenza.

Tanto per spiegarmi meglio, ricordo benissimo la differenza tra quell’incontro e quello di un primo pomeriggio di dicembre, otto anni dopo. Avevamo pranzato assieme, poi ci eravamo incamminati lungo il Marecchia, il fiume che attraversa Rimini per chiudere la sua corsa nell’Adriatico. Volevo capire come Loris Stecca si sarebbe giocato la rivincita con Victor Callejas e Ghelfi me lo aveva spiegato senza nascondersi dietro alcuna reticenza. Eravamo diventati amici.

Mi fermo un attimo per chiarire. Non pretendo di raccontare chi fosse nel più profondo dell’anima Elio, non posso farlo. Quello è un lusso riservato ai suoi familiari. Io mi limito a parlare dell’uomo che ho conosciuto in tanti anni di frequentazioni in ogni angolo del mondo.

Ci siamo incrociati a Rimini, Sassari, Milano, Clermont Ferrand, Dunquerke, Las Vegas, Atlantic City, Detroit, Cesena, Siracusa, Bologna, Aosta, New York, Teramo, Camaiore e centro altri posti ancora. Il bello era che ogni volta che ci sedevamo per una chiacchierata, era come se fossimo a casa nostra. Perché ci sentivamo a nostro agio, contenti di essere lì a parlare con un amico.

Elio era uno che ti guardava negli occhi, scoprivi subito quando stava per dire una cosa importante. Si tirava leggermente su gli occhiali, premendo con l’indice della mano destra sul nasello. Era quello il segnale che il discorso stava per farsi interessante.

L’ho visto commuoversi fino alle lacrime almeno due volte. A breve distanza l’una dall’altra.

La prima l’11 febbraio del 1984 nella pancia della Joe Louis Arena di Detroit. Luigi Minchillo era sdraiato, esausto, sul lettino dello spogliatoio. Aveva appena concluso dodici drammatiche riprese contro Thomas Hearns. E lui, il maestro a cui Giovanni Branchini lo aveva affidato qualche tempo prima, gli era riconoscente. Il modo in cui il guerriero pugliese si era comportato in quella sfida aveva esaltato anche le qualità di Ghelfi che si era così preso una rivincita sui tanti parolai che inflazionavano l’ambiente.

L’altra volta che ho visto piangere Elio è stato a Milano, alla fine del mondiale vinto da Loris Stecca contro Leo Cruz. Un capolavoro del pugile, un piano tattico perfetto del maestro.
Accarezzava dolcemente il campione, aveva il tocco di un papà affettuoso. Umberto Branchini sedeva su uno sgabello all’angolo della sala. Erano tutti sconvolti, sfiniti, ma felici.

Ghelfi era stato uno dei protagonista della svolta.
Il nono round era stato quello della sofferenza, della rivoluzione.
L’unico in cui Cruz avesse evidenziato una netta superiorità.
Era anche stata la ripresa in cui il dominicano aveva perso il match.

Logorato da anni di battaglie, sapeva che non ce l’avrebbe fatta a sostenere il ritmo imposto dallo sfidante. E allora aveva tentato la soluzione di forza. Un attacco disperato. Tre minuti di sofferenza pura per Stecca, in difficoltà sì, ma mai sul punto di cedere.

Quando era suonato il gong, il clan del campione aveva capito che il destino era segnato. Leo aveva esaurito il forcing e non era riuscito a chiudere il match. Adesso era in riserva di energie.

Loris era tornato all’angolo, stanco ma non provato.
Come stai?
Non ne posso più!
Non poteva cedere, ero certo in cuor mio che quella sera saremmo diventati campioni del mondo.
Va bene. Ora tu sei il campione, l’unica cosa che devi fare è difendere il titolo. Lui è finito, non ce la fa più.
(da Con i miei sogni all’angolo del ring, di Elio Ghelfi)

Stecca aveva ripreso a boxare come se l’incontro fosse appena cominciato. Un mulinare di braccia, un’esaltante galoppata, una splendida prestazione.

Il titolo era finito nelle sue mani.

Loris aveva reso omaggio al maestro.

«Ho capito che per arrivare in alto devi soffrire. Ci sono momenti in cui ho pianto, momenti in cui avrei voluto lasciar perdere tutto. Ma poi ho capito. Devo ringraziare gli scappellotti di Ghelfi, il suo continuo ripetere che dovevo maledire il mondo, ma non dovevo mai arrendermi».

Elio, l’ho già detto, faticava a dare confidenza. Ma quando capiva che poteva concedersi quel lusso, si apriva totalmente. E raccontava storie, si lasciava andare a battute che inevitabilmente chiudeva con una linguaccia da fare invidia al logo dei Rolling Stones.

Con Alfio Righetti aveva sfiorato l’impresa a Las Vegas contro Leon Spinks. Avesse vinto, sarebbe stato il massimo romagnolo a sfidare Muhammad Ali.
Mike L. Sullivan aveva raccontato ogni dettaglio di quella semifinale mondiale sul Corriere dello Sport. L’informatore, il gola profonda del giornalista era una persona fidata: proprio Elio Ghelfi. E, adesso posso dirlo, il nome quell’inviato non esisteva. Era lo pseudonimo dietro il quale mi nascondevo.

All’angolo il maestro romagnolo era un’autorità.

Così me l’ha descritto Meo Gordini durante una chiacchierata fatta a Milano Marittima, lo scorso settembre.

Un fenomeno. Grande intuito, intelligente, ottimo psicologo. Nel minuto di intervallo non aveva rivali. Non tutti riescono a rendere al massimo in quei momenti. Lui era sempre concentrato sull’obiettivo. Una sera lo vedo in un incontro in cui era impegnato Pierangelo Pira, peso welter, mancino romagnolo, idolo dei tassisti riminesi. Affronta un francese, non certo un campione, comunque un pugile che era venuto a giocarsi il match. Uno stilista. Pira per tutto il primo round non riesce a mettere a segno un solo colpo. Uno schifo. Torna all’angolo, si siede sullo sgabello. Mi aspetto la sfuriata del maestro Ghelfi. E invece Elio allarga le braccia e comincia a urlare entusiasta: Bravo! Hai messo tanti di quei montanti che lui ha già piegato le gambe! Bravo, bravo, bravo! Nella seconda ripresa Pira parte a tutta e il francese va giù. In un minuto Ghelfi aveva trasformato il suo pugile.”

A Maurizio Stecca era legato da affetto, che a volte sconfinava nella tenerezza. Un rapporto reso sempre più intenso da infiniti pomeriggi passati a lavorare nella palestra della Libertas Rimini, sotto lo stadio del calcio. Elio con sulle spalle l’asciugamano rosso che gli aveva regalato Helenio Herrera, Icio con lo sguardo strafottente di chi è pronto a sfidare il mondo.

E dire che la prima volta che l’avevano visto entrare in palestra, un po’ ingobbito e appena 46 chili di peso, gli avevano detto: “Ma dove vuoi andare, tornatene a casa”.

Elio aveva grande fiducia in Icio.

Sapeva di avere tra le mani un gioiellino e come tale lo trattava. Per lui ha sofferto ogni volta che c’era da prendere una decisione importante.

Prima del mondiale con Espinoza non aveva dormito per una settimana. Era appena uscito da una malattia e quella vigilia carica di nevrosi non l’aveva di certo aiutato. Ma era fatto così. In quel ragazzo credeva fino in fondo.

Maurizio è uno dei più grandi pugili che l’Italia abbia mai avuto sul piano del talento puro”.

Ghelfi e Umberto Branchini, che coppia!
Si sono sempre dati del lei.

Lei, Elio.
Lei, Umberto.

Rispetto e grande fiducia reciproca.

E poi c’è quell’episodio che avrò raccontato mille e una volta…

Eravamo a Detroit, nel club sotto l’albergo che ci ospitava. Elio, suo figlio Ivan ed io. Si faceva fatica a vedere qualcosa, procedendo a tentoni eravamo riusciti a trovare tre sedie e un tavolino. Avevamo ordinato da bere. Ottima musica. Quando per un attimo si era accesa la luce, avevamo scoperto che di jazz agli altri frequentatori importava poco. Li ricordo con gli occhi dilatati e un equilibrio precario. Noi tre ci eravamo scambiati un’occhiata, neppure una parola, e appena la luce si era spenta ci eravamo persi di nuovo nella magia di quelle note.

Ghelfi la musica la amava, gli piaceva leggere. Mi ha raccontato più volte come sognasse di aprire un negozio che legasse le due passioni.

Amava la famiglia, gli amici.

Ha allenato campioni e ottimi professionisti.

Quando l’ho ricordato il giorno in cui se ne è andato via per sempre, li ho messi assieme come se dovessi comporre una filastrocca.

Righetti, Pira, Loris Stecca
Zavatta, Maurizio Stecca, Cevoli
Cavina, Mulas, Masini, Minchillo
Damiani, Santo Serio, Palmiero
Mastrodonato, Di Napoli, Morri

Aggiungo Giovanni Parisi e Patrizio Sumbu Kalambay, nei loro finali di carriera.

Era con Francesco Damiani quando è diventato prima campione europeo, poi mondiale. Era con lui nelle delusioni americane, prima con Ray Mercer poi con Evander Holyfield.

Damiani si infortunò. Una banale distorsione alla caviglia, causata da un tappetino. Mi adoperai per salvare il salvabile… Quando tutto sembrava compromesso presi da parte il ragazzo e gli parlai chiaramente: “Francesco, il medico mi ha assicurato che con delle infiltrazioni non avvertirai alcun dolore alla caviglia. Perché non farlo questo incontro? In fondo si tratta di guadagnare un mucchio di quattrini. Vediamo. Facciamo due o tre riprese, poi se le cose volgono al peggio non ti alzi dallo sgabello. Pensaci, prima di rifiutare. Rifletti.” Francesco Damiani non se la sentì di salire sul ring contro Holyfield. Il suo orgoglio e la sua alta moralità sportiva ebbero il sopravvento su qualsiasi altra cosa e andarono oltre ogni miraggio.  Sono ancora convinto di avere agito per il meglio allorché insistetti per convincerlo a battersi”.

Così ha raccontato quei giorni nel suo libro Con i miei sogni all’angolo del ring.

Questo e altro mi viene in mente se penso a Elio.

Ricordo un uomo con cui era piacevole parlare, pieno di interessi, pratico, concreto, spesso capace di slanci emotivi.

Mi piaceva ascoltarlo quando, in riminese puro o anche con una loquacità appena impreziosita da quell’accento, passavamo intere notti a chiacchierare.

Maestro e psicologo all’angolo, bravo nell’analisi tattica del match, capace di tirare fuori il meglio da tutti i suoi pugili.

Non è stato un mago, un ruolo che non gli si addiceva. Ma è stato sicuramente un fuoriclasse. E, soprattutto, ha lasciato su questa Terra tanta gente che gli vuole davvero bene.