I qualificati per Tokyo 2020, hanno già il pass per il 2021

Come era prevedibile, l’Olimpiade (che continuerà a chiamarsi Tokyo 2020) è stata rinviata alla prossima estate.
Si disputerà dal 23 luglio all’8 agosto 2021.
La notizia del giorno è offerta ancora una volta dal CIO, in accordo con le 33 Federazioni Internazionale coinvolte nei Giochi.
Chi ha ottenuto la qualificazione, conserverà il diritto di partecipazione anche il prossimo anno. Si tratta di circa 6.200 atleti, il 56% del totale. Gli altri dovranno guadagnarsi il pass attraverso le qualificazioni che si svolgeranno nei sedici mesi che ci separano dall’evento.
Decisione giusta da un lato, discutibile da un altro.
Giusto che chi si è allenato, ha lottato, per poi conquistare il diritto alla partecipazione, sia premiato. Ma è anche vero che il valore espresso sino a gennaio 2020, non sarà in molti casi paragonabile a quello che si avrà nel luglio 2021.
E poi ci sono criteri di ammissione che prevedono il congelamento della classifica mondiale a una certa data. Con sedici mesi di differenza tra qualificazioni e gare, ha ancora un senso?
La scelta è stata probabilmente fatta anche per una necessità di calendario. Programmare le qualificazioni per meno di 5.000 atleti è diverso che farlo per 11.000. Il tempo a disposizione non è molto. Al momento non si sa quando la pandemia da coronavirus lascerà spazi alla vita normale, quindi anche allo sport agonistico.
Gli atleti che andranno ad allenarsi per i posti mancanti saranno reduci da isolamenti forzati, diminuita continuità di preparazione, stress psicofisico e timori sul loro futuro. Molti infatti sono dilettanti a tutto tondo, la crisi economica che travolgerà il mondo dopo la pandemia potrebbe essere devastante.
E visto che siamo in tema di soldi, mi sembra giusto sottolineare come le autorità giapponesi abbiano appena fatto la madre di tutte le domande: chi pagherà i costi ulteriori per lo slittamento dei Giochi al prossimo anno?
Loro vorrebbero che fosse il Comitato Olimpico Internazionale. Ho forti dubbi in proposito.
Alcuni economisti giapponesi hanno calcolato che il budget finale per la città di Tokyo dovrebbe essere attorno ai 25 miliardi di dollari, il doppio rispetto al piano finanziario iniziale. In aggiunta ci sono problemi logistici da risolvere: spostamento di sedi gara, ricollocazione delle prenotazioni alberghiere, modifica del centro stampa, contrattazione con i nuovi proprietari dei cinquemila appartamenti che avrebbero dovuto essere destinati al Villaggio Olimpico, gestione delle 50.000 camere d’albergo già prenotate, prevedibile diminuzione del flusso turistico rispetto ai 10 milioni di visitatori previsti per questa estate. Tutto questo dovrebbe comportare un nuovo esborso tra i 2,7 e i 5,7 miliardi di dollari.
E poi ci sono i biglietti per le gare. Il Comitato Organizzatore ha già informato che saranno validi anche per i Giochi del prossimo anno e a coloro che non potranno assistere sarà rimborsato il costo d’acquisto.
Insomma, rinvio giusto. Ma i problemi restano enormi.
Una nota a margine per gli appassionati di pugilato.
Il torneo dovrebbe cominciare il 24 luglio 2021, alle 14:30 del pomeriggio, con quattro categorie di peso: 57 kg donne; 69 kg uomini, 81 kg uomini per i trentaduesimi. Nei 91 kg uomini si disputeranno invece i sedicesimi. Chiusura con le finale io giorno 8 agosto.

A Bordo Ring che emozioni! Roy Jones jr furto a Seul

Roy Jones jr vs Park Si-Hun
(2 ottobre 1988)
7. continua

In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che mi hanno regalato intensi ricordi.

 

In una giornata di fine settembre, in una Seul sempre più triste, l’Italia scopre di cosa siano capaci i giudici del pugilato.
L’annunciatrice legge il verdetto, l’arbitro alza la mano del coreano che lo guarda incredulo. Vincenzo Nardiello si piega sulle ginocchia, urla, batte i pugni sul tappeto. Poi comincia a prendere a calci le corde del ring. Scende e si lancia verso la giuria. Punta il dito contro quei signori.
«Vi ammazzo, vi ammazzo. Siete dei disonesti».
Lo blocca Mario Pescante, segretario generale del Coni. Lo stringe, lo consola, si gira anche lui verso quelle facce di bronzo, urla.
«Ladri! Ladri!»
Vincenzo raggiunge sconsolato gli spogliatoi. Gli corro dietro. Mi bloccano. Sento altre urla, rumori. Riprovo da un’altra strada. Stavolta riesco a passare.
Nardiello ha una crisi violenta di nervi. Piange, strilla, prende a calci tutto quello che trova nello stanzino. Colpisce con i pugni la porta.
«Sono mesi che non penso che a questa Olimpiade e loro mi hanno rubato tutto».
Esce singhiozzando dallo spogliatoio.
«Li ammazzo tutti».
Sale i gradini e fa per dirigersi verso la sala dei giudici. Lo bloccano Mastrodonato, Gaudiano e Magi. Scappa via, non vuole parlare con nessuno. Sale sul pullman e torna al Villaggio.

Incrocio Ermanno Marchiaro. Non ho mai visto il presidente così teso. È furioso. Lui che misura sempre le parole, che cerca la mediazione piuttosto che lo scontro, stavolta non ce la fa.
«Sono arrivati con i cartellini già fatti. È stato un furto colossale. Mai torneo è stato tanto falsato come l’Olimpiade che stiamo vivendo. Pensavamo che la scandalosa rissa dei primi giorni fosse la conclusione del periodo nero. Invece è servita solo a intimidire ancora di più i giudici. Qualche furto c’è sempre stato, ma qui siamo ben oltre».
Vado a parlare con Aldo Leoni, è l’arbitro italiano in questi Giochi.
«Esistono delle scuderie e degli arbitri che si fanno influenzare. Noi siamo fuori dal giro. Ecco perché accadono scandali come questo».
Alla vigilia del torneo c’era stata una grande festa in un castello di proprietà di un miliardario coreano. Invitati d’onore, arbitri e giudici. Testimoni oculari mi dicono che all’uscita molti di quei signori hanno ricevuto doni di benvenuto.

I premi per una medaglia sono alle stelle. I pugili di casa sanno di giocarsi il futuro, ad arbitri e giudici del futuro dei pugili importa nulla.
Nardiello ha comandato il primo round. La migliore scelta di tempo, i colpi d’incontro sempre a segno, lo hanno fatto risultare il migliore.
Nella seconda ripresa Park Si-Hun, un nome che entrerà dalla porta sbagliata nella storia dello sport olimpico, si è fatto più intraprendente e ha usato con maggiore frequenza il destro. I colpi al corpo dell’azzurro e la superiorità tecnica hanno riequilibrato la situazione. Un richiamo ufficiale al coreano per colpo basso ha spostato in favore di Nardiello anche questo round.
Terzo tempo in leggero calo per entrambi. Park Si-Hun ha provato a forzare il ritmo, ma la mobilità dell’italiano e la sua maggiore precisione hanno fatto chiudere la ripresa in parità.
Io ho un cartellino finale di 60-58 per il romano. Il giudice keniota Stanley Wachanga, l’algerino Moulod Kourad e l’indonesiano Pieter Gedoan premiano invece il coreano. Gli ultimi due assegnandogli incredibilmente anche la seconda ripresa, dove non solo era stato inferiore tecnicamente ma aveva anche subito un richiamo!
Il pubblico fischia il verdetto, il coreano esce a testa bassa. Mentre scoppia la contestazione, la televisione nazionale cambia immagini e manda in onda una partita di pallamano.

Sono nato a Roma, vivo da sempre alla Garbatella. Dalle mie parti diciamo che certe persone non conoscono la vergogna. I giudici del pugilato a Seul non sanno neppure dove stia di casa.
Park Si-Hun avanza.
Vince il primo match contro il sudanese Abdullah Ramadan, impossibilitato a proseguire dopo avere subito due colpi sotto la cintura. L’arbitro non squalifica il coreano e decreta il ko del rivale.
Nel secondo turno supera il tedesco orientale Torsten Schmitz, che a giudizio unanime aveva vinto il confronto.
Nei quarti scippa Nardiello.
In semifinale batte immeritatamente Ray Downey, dopo che l’arbitro rumeno Banciu gli consente qualsiasi scorrettezza.
Il 2 ottobre disputa la finale, l’avversario è Roy Jones jr.
Park perde nettamente tutte e tre le riprese.

Nel corso del terzo round, assieme ad altri giornalisti di tutto il mondo, urlo all’arbitro italiano Leoni di fermare il match.
Temiamo per la salute del coreano!
Un computer della NBC, la Tv americana che trasmette i Giochi, conferma che i colpi messi a segno da Jones sono stati 86 contro i 32 di Park che ha anche subito un conteggio e in almeno due occasioni ha barcollato sul ring, finendo più volte sull’orlo del ko.
I tre giudici che regalano la medaglia d’oro a Park verranno squalificati.
Roy Jones viene premiato con la Coppa Val Barker quale miglior pugile del torneo!
Dopo il danno anche la beffa.
Questa di Seul è la pagina più nera nella storia olimpica del pugilato.
«Qui in Corea i pugili sono dilettanti, ma i giudici sono ladri professionisti» commenta il grande Rino Tommasi.

(da I MIEI GIOCHI di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

Saunders, licenza sospesa dopo il video contro le donne

Comunicato della Federazione britannica.
Il British Boxing Board of Control, dopo aver preso in considerazione i commenti di Billy Joe Saunders sui social media, ha sospeso la sua licenza di pugile in attesa di un’audizione ai sensi del regolamento di cattiva condotta del Board, data e  sede saranno annunciati al più presto“.
Billy Joe Saunders nei giorni scorsi ha diffuso un video in cui insegna agli uomini (colpendo violentemente un sacco da allenamenti) come colpire le loro donne in caso di tensione familiare, acuita dalla forzata e prolungata convivenza dettata dal coronavirus.
Se la tua vecchia chiacchera troppo e ti rimprovera, cerca di essere paziente, ma dopo il settimo giorno quando ti viene incontro sputandoti un po’ di veleno in faccia, colpiscila al mento e subito dopo sferragli una ginocchiata. Tutti i problemi spariranno”.
In seguito alla pubblicazione del video, Billy Joe Saunders ha detto di avere ricevuto minacce di morte rivolte a lui e ai suoi figli. Il pugile ha fatto una donazione di 25.000 sterline per la lotta alla violenza domestica.

A Bordo Ring che emozioni! Holyfield contro Foreman

Evander Holyfield vs George Foreman
(19 aprile 1991)
6. continua

In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che mi hanno regalato intensi ricordi.

Questa che sta per finire è una domenica di lavoro per il reverendo Foreman. Officia messa alla Shiloh Baptist Church.
Una chiesa ben messa, in un quartiere desolato. Finestre rotte, muri che cadono a pezzi. Ad ascoltarlo ci sono centocinquanta tra fedeli, giornalisti e cameramen dell’ESPN.
Ricorda i tempi in cui la sua unica verità era la violenza, poi canta

Oggi una cosa chiederò al Signore,
sempre questa sola cercherò con gioia:
voglio abitare la sua casa ogni giorno di vita
Dio è mia luce, Dio è mia salvezza:
nulla più temerò.
Alleluia! Gloria canto al mio Signore!

Alla fine, prima di salutare, chiede un favore.
“Pregate per me e per Evander Holyfield. Ne abbiamo bisogno”
Fuori dalla chiesa lo aspetta una Lincoln bianca che l’accompagna in albergo. La sua vera parrocchia è a poca distanza dall’aeroporto internazionale di Houston, Texas. Lì recita quattro sermoni: uno il venerdì e il sabato, due la domenica. Ha creato un Centro per la Gioventù ad Aldine, a tre isolati di distanza, in quella stessa zona a Nord Est di Houston dove ha trascorso una gioventù turbolenta.
È cambiato Big George non è più il piccolo delinquente di strada e neppure il ricco campione del mondo che prendeva la vita come se dovesse finire il giorno dopo.

Dopo la sconfitta con Jimmy Young ha venduto tutto e se ne è andato a vivere ad Hubmle, sobborgo di Houston. Ancora oggi se ne sta lì con la quinta moglie Joan e sei dei suoi dieci figli.
Un giornalista di Sports Illustrated l’ha seguito per alcuni giorni di allenamento e ha raccontato quanto fossero singolari i personaggi del suo clan. Nel gruppo ci sono tre amici. Un contabile di 60 chili, un commesso viaggiatore di 100 e un idraulico di 95.
“Loro sono la preda e io il predatore. È un gioco che mi impegna e mi eccita. A 43 anni devo pur trovare delle motivazioni per andare avanti.
George, perchè continui a combattere?
“Lo faccio perché le tasse mi stavano mangiando tutto. Perché aiutare i giovani costa. Perché sono stanco di raggranellare soldi chiedendoli alla gente. Ma forse lo faccio soprattutto per aiutare mio fratello Roy. Ha aperto una palestra di pugilato a Houston, insegna boxe ai ragazzi, cerca di toglierli dalla strada. Una volta ero lì. È entrata una donna con un giovanotto. Le ho detto: Signora porti questo figliolo in Chiesa da me, ha bisogno di buone intenzioni più che di prendere e dare pugni sul ring. Se ne sono andati. Tre giorni dopo ho saputo che quel ragazzo è stato ucciso mentre cercava di rapinare un benzinaio. Beh, sono tornato a combattere proprio perché non vorrei più sentire storie così.”

Ai giornalisti non piace l’idea che Foreman sia tornato sul ring. Continuano a chiamare Evander Holyfield “The Real Deal” (il vero affare) e Big George “The Real Meal” (il vero pasto). Altri, con meno fantasia, lo chiamano moviola, bue, mammut. Ma è anche vero che nessuno ignora l’evento.
Foreman è apparentemente sereno. Sorride davanti agli insulti, finge una reazione rabbiosa, lancia minacce che non saranno mai portate a compimento.
Questo signore di quarantatré anni, centonovantaquattro centimetri di altezza per centoventi chili di peso, cranio pelato, pancia che deborda dalla cintura, ha capito di avere centrato l’obiettivo. L’affare l’ha fatto lui. Guadagnerà quindici miliardi di lire, spicciolo più, spicciolo meno. Il Centro per la Gioventù è salvo. Forse ne potrà addirittura mettere su uno nuovo.
Nella seconda vita pugilistica ha messo via ventidue birilli, poi ha distrutto Bert Cooper, Gerry Cooney e Adilson Rodrigues. Niente di trascendentale, ma comunque è la prova che non vive solo di ricordi.
Piove e la gente si rifugia dentro i Casinò. Si respira l’atmosfera del grande evento. Per sabato sera non si trova una stanza libera neppure a pagarla oro. Anch’io al momento rischio di dormire sulla boardwalk. La prenotazione del mio albergo scade il giorno del match. O trovo un’altra sistemazione o dovrò sistemarmi sulla spiaggia.

Il mare si agita, sporco e nervoso. Uomini e donne continuano a bruciare soldi nelle case da gioco.
Big George Foreman sembra essere l’unico a sorridere. Ciccione, vecchio e lento, ma ancora capace con un solo pugno di stendere qualsiasi avversario.
Holyfield è avvisato.
Evander è il campione in carica, ma non riesce proprio ad accender gli animi. La stampa dice che è il meno eccitante re dei massimi dopo Floyd Patterson.
“Noioso come una partita di canasta” ha scritto Michael Marley sul New York Post.
Lo allenano Lou Duva e George Benton. Il preparatore atletico è Tim Hallmark, ex campione di triathlon. Poi c’è Marya Kennet. Lui la chiama affettuosamente Shirley Temple. Lei è una signora di sessant’anni, quattro volte nonna, insegnante di danza. Ha uno studio a Goshen, New York. Lavora sulla flessibilità dei muscoli del campione, sulla distribuzione del peso del corpo, sulla prevenzione degli infortuni muscolari. Ogni giorno, tre ore di incredibili esercizi.

“La prima volta che l’ho incontrata mi ha fatto lavorare per quarantacinque minuti. Credevo di morire. Faceva ogni esercizio assieme a me. Alla fine a essere distrutto ero io.”
Evander ha studiato un piano con il suo clan e intende portarlo a compimento.
Il campione è convinto che il tempo in cui i rivali di Big George dovevano temerne le repliche sono finiti. Ora anche per lui al primo posto c’è la sicurezza. Se gli spari un colpo, pensa solo a ripararsi. Tutti gli uomini che l’hanno affrontato nella seconda parte della carriera non hanno mai avuto il coraggio o la forza di provare a tirare delle lunghe serie.
“Holyfield lo colpirà con così tanti pugni che penserà stia piovendo sulla sua faccia” dice Benton.
Neppure il montante destro, l’arma migliore dell’ex campione, preoccupa il vecchio maestro.
“Puoi vedere quel colpo mezz’ora prima che arrivi”.

Chiedo allora cosa dovrà fare Evander per vincere.
“Non dovrà dare molto spazio a Foreman, dovrà stargli davanti. Vicino, ancora più vicino di quanto non abbia fatto contro Douglas. So benissimo che quella zona è una sorta di area del basket. Se ci rimani troppo a lungo, vieni punito. Ma anche la testa di George sarà come una palla da basket. Il mio uomo tirerà tre-quattro pugni su quel faccione e poi si sposterà un attimo indietro. L’altro si sentirà frustrato, stanco e con il passare dei round commetterà qualche errore. Quando saranno vicini, Evander dovrà piantare la spalla sinistra sul torace di Foreman, così quello non potrà tirare l’uppercut e neppure il lungo jab. Quando alla fine lui penserà di poter portare il montante destro, partirà il gancio sinistro di Holyfield. E la storia sarà finita.”
Il campione è bravo, è forte, ma non riesce a diventare universalmente popolare. Per due settimane si è allenato a Houston in una palestra frequentata da yuppie che vogliono mantenersi in forma.
Nessuno l’ha fermato per strada, nessuno gli ha chiesto un autografo, nessuno l’ha mai chiamato Champ.
Foreman oggi si allena al Trump Plaza. Vado a vederlo. Quattrocento spettatori paganti, risate, applausi e incoraggiamenti per lo show di questo eterno giovanotto.
Fa finta di misurarsi con tre sparring, mangia un cheesburger, scambia battute con il pubblico e formula degli indovinelli. Chi indovina riceve in regalo una maglietta.

Tutto questo serve per la promozione dell’evento, per aumentare la popolarità del personaggio. Gli allenamenti, quelli veri, li fa in una palestra nella città vecchia. Non si può entrare, qualsiasi estraneo al gruppo deve restare fuori dalla porta, ingresso vietato soprattutto ai giornalisti.
Mi diverto a guardarlo mentre mette in atto la pantomima, la gente lo adora. So già per chi tiferanno le sera del match.
“Sono come la Cometa di Halley, come un’eclissi di sole. Potete vederla una sola volta nella vostra vita. Forza gente, comprate binocoli e  telescopi. So che il clan di Holyfield ha studiato alcuni miei filmati. Errore. Come puoi studiare un miracolo? Cosa è un miracolo? Uno che mangia in continuazione. Io ho un sogno e nessuno mi impedirà di realizzarlo, neppure questo bravo ragazzo accanto a me. Ha muscoli dappertutto, anche nelle orecchie e nelle dita dei piedi. Ma non potrà battermi. Gente, correte a comprare il biglietto”.
I tifosi puntano solo su di lui. I vecchi eroi dicono che tornerà padrone del titolo. L’angolo di Big George sarà vecchio stile: il settantottenne Archie Moore e il settantatreenne Angelo Dundee.

A guidare Holyfield ci sarà Lou Duva. In tasca avrà una boccetta di pasticche per il cuore. Tra poco entrerà in ospedale per un bypass. L’ultima visita di controllo l’ha avuta un mese fa, due giorni di ricovero. E siccome la boxe è la sua vita, si è fatto raccontare al telefono quelle quarantotto ore di preparazione dalla fidanzata Darleen Baldinelli: 36 anni contro i 69 di lui. Lou è scatenato. Muove con agilità quel corpo che ha bisogno di cure, spara parole come una mitragliatrice.
Ma siamo tutti qui per Foreman. Il vecchio, ciccione, lento George Foreman. Holyfield non può perdere questo match, ha la velocità per andare a segno e togliersi dalla zona pericolosa prima che l’altro porti i suoi colpi. Alla distanza stanchezza e frustrazione dovrebbero completare il lavoro, a meno non sia già stato fatto prima.
Tutto scontato.
Eppure sono qui per vedere se qualche colpo isolato di Big George andrà a segno, se la Cometa di Haley passerà davvero per Atlantic City.
La mattina del match mi sento più sereno. Ho addirittura trovato una stanza in un motel malandato appena fuori città. Brutto e inquietante, ma almeno dormirò al coperto.
Al suono del gong, Foreman alza quel testone pelato e si guarda intorno, poi lentamente si dirige verso l’angolo.
La folla impazzita grida il suo nome facendo tremare le mura della Convention Hall. Diciassettemila persone in piedi rapite dal mito inseguono assieme a lui il grande sogno.

Si è appena chiuso il settimo round, Evander Holyfield ha capito quanto facciano ancora male i pugni del vecchio, lento, ciccione George Foreman.
È un bel match. La sensazione che il miracolo possa avverarsi mi  accompagna sino alla fine, anche se devo riconoscere che il netto verdetto a favore del campione non è certo frutto di uno scandalo.
Il jab sinistro di Big George, una mobilità superiore a quanto si pensasse, l’incredibile resistenza ai colpi del rivale. Queste le spiegazioni tecniche per capire perché sia riuscito a sorprendere Holyfield. Ma per comprendere la ragione per cui un uomo di 43 anni è riuscito a dare problemi a un campione del mondo di 28 bisogna entrare nell’animo dei due.
Holyfield è timido, introverso, molto probabilmente insicuro. Sale sul ring succube del carisma di Foreman.
Nell’ottava e nona ripresa il testone pelato del vecchio campione sembra il punching ball di una logora palestra di periferia. Dondola sotto i colpi del più giovane nemico. Il sudore mette ancora più in risalto il fisico scultoreo di Holyfield e ingigantisce i rotoli di ciccia che escono dalla cintura dello sfidante.
Oscilla Big George, ma non cede. E allora l’altro viene assalito dai dubbi, pericolosi fantasmi vanno a occupare la sua mente.

GE-O-R-GE
GE-O-R-GE

Urla così Gene Hackman, cercando conforto in Sugar Ray Leonard, il vicino di sedia.
Urla Kevin Costner, con lui ritmano quel nome anche Bruce Willis, Robert Duval e Bob Jovi.
Sono tutti per il vecchio eroe che insegue un sogno. Sono in delirio, come l’intera sala.

Holyfield si sente offeso da tutto questo e allora stravolge il copione. Non si accontenta di vincere il match, cerca di chiuderlo prima del limite per confermare agli altri, ma soprattutto a se stesso, che non siamo più negli anni Settanta. Oggi il re è lui.
Riesce a vincere, ma non a cancellare nel cuore della gente l’immagine di Big George Foreman
“Sono furioso con Lou Duva, non mi ha detto che avrebbe portato un mulo sul ring. Continuate a chiedermi perché non mi sia seduto durante gli intervalli. Sono una persona anziana, se l’avessi fatto probabilmente avrei finito con l’addormentarmi”.
Così parla Big George dopo l’incontro.
In nottata vola a Houston, al mattino ha un appuntamento a cui non può mancare. Deve celebrare la messa nella Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo.
Amen.

(tratto da IL MATCH FANTASMA di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

A Bordo Ring che emozioni! Ray Leonard sfida Hagler

Marvin Hagler vs Ray Leonard
(6 aprile 1987)
5. continua

In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che mi hanno regalato intensi ricordi.

Che match ho appena finito di vedere?
È una domanda a cui, lo so, non riuscirò a dare una risposta.
“Altri tre minuti. Altri tre minuti e sarai il nuovo campione del mondo”, urla Angelo Dundee.
“Andiamo, sono pronto”.
Tutto l’angolo di Sugar Ray alza le braccia al cielo prima del suono del gong che annuncia l’inizio dell’ultimo round.
Al centro ring i due pugili sembrano scambiarsi parole feroci.
“Confermo, si sono detti parole che non posso ripetere” dirà a fine match l’arbitro Richard Steele.
“Assassino, rissaiolo, traditore, combatti come una ragazzina, sei finito”. Sono tutte sulle labbra dei protagonisti di quella notte.
“Quanto manca?” chiede Leonard girandosi verso l’angolo, mentre con il sinistro lungo tiene lontano Hagler.
“Un minuto” gli risponde Ollie Dunlop, uno del gruppo, quello che Angelo Dundee ha scelto come comunicatore ufficiale, per via di quella voce stentorea che può essere udita anche sopra le urla della folla.

È a quel punto che Leonard, sentendosi finalmente sicuro, si trasforma in artista, showman, ballerino. Danza e alza le braccia al cielo, certo che ormai nessuno potrà cancellare il suo sogno. E quando il gong sancisce la fine della sfida, si esibisce in un salto mortale all’indietro, come ha fatto dopo il trionfo su Roberto mani di pietra Duran. Ma stavolta sbaglia i calcoli e dà una leggera schienata sul tappeto. I suoi l’accompagnano verso lo sgabello.
Sul ring, anche Marvin Hagler alza le braccia al cielo e comincia una danza liberatoria. Sorride, oscilla la testa, muove i pugni facendoli roteare da sinistra verso destra. Sembra felice, è certo di riportare a casa la cintura.
Sugar Ray Leonard, dopo aver recuperato un minimo di forze, cerca un contatto visivo con la moglie Juanita. Quando finalmente si trovano, restano a fissarsi in silenzio. Lei gli ha urlato il suo amore per tutto l’incontro. Anche quando era con lo sguardo fisso sul pavimento, i pugni serrati e i piedi che calpestavano ritmicamente il terreno. Tutti pensavano stesse per crollare, ma Juanita continuava a incitare con un filo di voce il marito, quasi si trattasse di un rito voodoo, era l’unico modo in cui sentiva di poterlo accompagnare lungo il cammino che portava alla vittoria.

Gertha, la mamma, è invece rimasta in silenzio per l’intero combattimento. Papà Cicero, all’angolo, ha sofferto e dalla sua bocca sono uscite solo sei parole, sempre le stesse: “Vai campione, sei tu il campione”. Le ha ripetute una, dieci, cinquanta volte.
Sugar Ray è stato meraviglioso. Marvin troppo dolce. Si sono scambiati i ruoli e mi hanno lasciato lì, seduto su quella scomoda sedia, in compagnia dei miei dubbi.
Leonard ha danzato sul ring, non offrendo quasi mai un bersaglio fisso. Per quattro round è sembrato il pugile dei tempi d’oro. Né l’aumentare di peso, né il crescere degli anni ha tolto qualcosa alla sua boxe. Destro dritto corto, doppiato dal gancio sinistro. Così, più di una volta ha messo in difficoltà il campione. Visto che funzionava, ha ripetuto quella combinazione decine di volte.
Mentre Marvin attaccava, lui pedalava all’indietro, sulle punte, scivolava via come se i suoi piedi non toccassero il tappeto. Poi, ha usato quella che un tempo è stata la sua arma migliore, la velocità. Combinazioni, serie di colpi infiniti. Ma erano pugni leggeri, un’esibizione di stile più che di potenza. Qualcosa di assai simile a quando un pugile sale sul ring e si muove agile e disinvolto mentre il ring announcer legge il suo record.

La boxe è un’altra cosa. Non c’è spazio per il romanticismo durante il match, in quei minuti sono le emozioni forti a comandare.
Hagler è apparso lento, incapace di sfruttare anche quei momenti che sono stati a lui favorevoli. Ha commesso errori non degni di un campione quale lui è. Vero, chiudere la strada allo sfidante non era compito semplice. Ma io continuavo a chiedermi: perché mai, una volta che l’impresa gli riusciva non finiva l’azione come aveva sempre fatto in passato?
Mi sembra che al Meraviglioso sia mancata per l’intero match la rabbia, quello che in America chiamano killer instinct. Stanotte Marvin mi è apparso un padre comprensivo, un uomo pronto a perdonare.

Mi è sembrato che al match sia mancata quella cattiveria che dovrebbe comandare ogni combattimento. Hanno tolto l’anima a uno sport che vive di emozioni. Una sfida sotto anestesia, bella stilisticamente, ma priva di quella forza interiore che rende grande ogni incontro di questo livello.
Hagler è andato sotto il suo standard. Leonard è stato grande, nessuno pensava potesse esprimersi su questi ritmi dopo un’assenza così lunga e con sei chili in più rispetto al peso abituale. Ha messo in mostra tempismo, abilità negli spostamenti, senso tattico e personalità.
Due soli momenti di tensione. Alla fine del quinto e del nono round, quando i montanti destri del Meraviglioso sono andati a segno. È stato in quei momenti che Leonard è finito sull’orlo del burrone, un altro colpo e probabilmente sarebbe precipitato giù. Era in crisi, si sentiva pesante, incapace di reagire. Aveva paura che tutto potesse terminare in fretta. Ma Hagler non si è accorto di quel momento magico, non si è accanito sul rivale, non l’ha finito.
Per il resto della sfida, nessuno dei due ha corso grossi pericoli. Le loro facce pulite, senza neppure un segno al termine del match, ne sono tangibile testimonianza.
Un poliziotto della sicurezza applaude Leonard. La folla ritma Su-gar Ray, Su-gar Ray, Su-gar Ray. Tom Selleck è uno dei pochi a battere le mani in direzione di Hagler. Ha ragione Marvin, l’America resterà sempre un mondo in cui i bianchi avranno la maggioranza della gente dalla loro parte. Ma andrà così anche se sono neri, basta che si chiamino Sugar Ray Leonard.  Frank Sinatra, seduto in seconda fila, si guarda attorno con lo sguardo incredulo, anche lui probabilmente non ha capito bene a quale spettacolo abbia appena assistito.
Angelo Dundee riporta tutti alla realtà saltando come un bambino ed urlando al mondo intero attraverso i microfoni della televisione.
“Campione, campione, campione”.
È felice quel piccolo calabrese, ha saputo creare un miracolo sportivo.

Don King si aggrappa alle corde e prova a salire sul ring. Ma stanotte non è ospite gradito e soprattutto nessuno lo ha invitato. Bob Arum che tutto questo gran casino lo ha messo in piedi, si lancia all’inseguimento, lo raggiunge, lo prende alle spalle, si aggrappa alla giacca e lo tira giù. Cominciano a scambiarsi insulti pesanti per poi passare alla violenza, quella vera. Stanno tentando cercando di colpirsi, quando arriva la sicurezza, King viene allontanato dalle guardie del corpo di Arum.
Suona il gong che ha lo scopo di richiamare l’attenzione, di riportare tutti noi all’unica ragione per cui siamo qui. L’annunciatore ha nelle mani il foglio con il verdetto. Chuck con voce solenne legge i cartellini dei giudici.
“Ladies and gentlemen, there is the decision of the judges. We have a split decision”.
Le voci si rincorrono nell’arena. Salgono di tono, come un mare in tempesta che piomba sugli scogli provocando un rombo inquietante. Hall ha appena detto che ci troviamo davanti a una decisione contrastata. Questo significa che due giudici sono stati per un tipo di verdetto, il terzo per un altro. Mormora la folla, già delusa dal solo fatto che il ragazzo buono non sia stato premiato senza alcuna incertezza nella sfida contro l’uomo cattivo. La pausa prima di conoscere la verità sembra interminabile. Poi, finalmente Chuck Hall va avanti.
“Judge Lou Filippo 115 Hagler, 113 Leonard; judge Josè Juan Guerra 118 Leonard, 110 Hagler”.
Maledizione, ma che cavolo di match è stato? Dieci punti di differenza in dodici round, qui non si tratta di incompetenza. Guerra è uno strano tipo, deve aver visto bendato l’intero combattimento. È la migliore delle ipotesi percorribili.
“Questo Guerra è una disgrazia, dovrebbero metterlo in prigione per quello che ha fatto” strilla Pat Petronelli.
Ma ormai è troppo tardi. Dopo undici anni e 37 combattimenti da vincitore, Marvin Hagler sta andando incontro a una sconfitta. Per saperlo in via ufficiale basterà attendere la lettura dell’ultimo cartellino.
“Judge Dave Moretti 115-113 for the winner, by a split decision, and new Wbc middleweight champion of the world Sugar Ray Leonard”.
È stato proprio uno strano incontro.

Anche i giornalisti americani alla fine danno interpretazioni completamente differenti.
AP: 117-112 Hagler
New York Daily News: 117-111 Leonard
New York Times: 114-114
New York Post: 114-114
Newsday: 115-114 Hagler
Chicago Sun-Times: 115-114 Hagler
Chicago Tribune: 7-5 in rounds Hagler
Houston Chronicle: 115-114 Leonard
Washington Post: 114-114
Boston Globe: 117-111 Leonard
Boston Herald 116-113 Leonard
Baltimore Sun: 7-5 in rounds Leonard
Oakland Tribune: 117-112 Leonard
San Jose Mercury-News: 116-115 Hagler
E io? Ho un cartellino che indica115-114 per Leonard, ma ho dato una ripresa pari. Peccato mortale, opzione assolutamente vietata per un giudice americano. Match equilibrato, Sugar Ray è stato l’unico ad avere avuto momenti di sofferenza, ma è stato anche quello che ha avuto maggiore continuità di azione.
Leonard va lentamente verso Hagler, si fa largo tra il mare di gente che ha invaso il ring, lo abbraccia, poi gli sussurra qualcosa nell’orecchio.
“Siamo ancora amici?”
L’altro non risponde.
“Siamo ancora amici?”
“Direi che se dici così, non vai lontano dalla verità”.

(tratto da MERAVIGLIOSO di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

A Bordo Ring Larry Holmes contro Spinks… e Marciano

Larry Holmes vs Michael Spinks
(21 settembre 1985)
4. continua

In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace
ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che
mi hanno regalato intensi ricordi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando finisce il mondiale e la notte cala, sotto le luci artificiali di questa sala piena di gente vedo solo odio.
L’uomo nero è carico di risentimenti.
E li sbatte in faccia ai fantasmi del passato.
“C’è gente che accende candele per una tua sconfitta”.
Lo dice scandendo ogni parola.
Lo fa fissando un signore seduto in seconda fila.
Seguo lo sguardo del campione, quando vedo a chi è diretta tanta rabbia provo un senso di imbarazzo. Per quello che è appena successo, per quello che sono costretto ad ascoltare.
L’uomo nero ha il volto gonfio, le sopracciglia piegano verso il naso e una smorfia di tristezza sta lentamente trasformando il viso in un’espressione di dolore.
Larry Holmes è alto, possente anche se ha qualche chilo di troppo.
Ed è pieno di risentimenti nei confronti dei bianchi.
Ha sfogato molte frustrazioni la notte in cui ha distrutto in tredici round Gerry Cooney, l’uomo che l’aveva fatto sentire solo in mezzo a milioni di americani.
«Cooney mi ha sempre trattato come se fossi immondizia. È incapace di tirare fuori il buono che c’è nella gente, è bravo solo a esaltare la cattiveria che c’è nei bianchi. Se ne sta al Caesars Palace e non vuole che nessuno passi per il suo piano quando è in stanza. Quelli dell’albergo l’hanno accontentato. Con me non l’hanno mai fatto, eppure io lì ho combattuto dieci volte. Sono tutti con lui, contro di me
Stavolta il rivale ha lo stesso colore della sua pelle. Forse per questo non se la prende con lui, ma con quel bianco che tutti usano come esempio per deriderlo.

È sconfitto e umiliato.
“Ho 36 anni e ho affrontato un giovane pugile. Lui ne aveva 32 e affrontava un vecchio di dieci anni più anziano, eppure contro Archie Moore ha rischiato di perdere. Rocky Marciano non poteva neanche tenere il mio sospensorio”.
L’uomo nero ha lo sguardo fisso negli occhi di quel signore seduto vicino al muro, in seconda fila. Si chiama Peter ed è il fratello del mito. Accanto ci sono i figli di Marciano: la trentaduenne Mary Ann e il sedicenne Rocky jr.
Sono dieci minuti che Larry Holmes ringhia contro Peter.
Ho incrociato Mary Ann pochi istanti prima che cominciasse la conferenza stampa.
“Sono eccitata. Speravo che Spinks vincesse per Rocky, così è stato. Sono felice che il record di mio padre non sia stato battuto. È un primato che ha resistito per trent’anni e che merita di vivere ancora”.
Holmes urla parole oscene che offendono la famiglia, ne feriscono i sentimenti.
“Non mi importa nulla di cosa pensiate. Volete il campione bianco, ma finché noi negri picchieremo così forte dovrete mettervi l’animo in pace”.

È furioso il vecchio Larry, fermato da Michael Spinks a un passo dal record e dalla storia. È arrivato a 48-0, un’altra vittoria e avrebbe uguagliato il primato di Rocky.
“Ehi Peter, hai rovinato il mio spettacolo. Se non fosse stato per me, tu non saresti neppure venuto a Las Vegas e non saresti stato ospite di tutto questo al Riviera Hotel. Te ne saresti rimasto a Boston. Tu e tutti quelli come te possono restare a farsi fottere a Boston”.
Le guance si gonfiano ancora di più, gli occhi perdono forza nello sguardo. Sembrava un uomo incapace di provare rancore e ora lo sta versando a fiumi su tutto e tutti.
Ha sfiorato il record, adesso subisce le parole senza rispetto del vincitore.
“Ringrazio Gesù Cristo che mi ha dato la forza di fare quello che ho fatto, senza di lui non sarei stato capace di nulla. Holmes? Non mi ha mai dato problemi. Ha combattuto al massimo delle sue possibilità, ma io l’ho ipnotizzato al punto che non ha più saputo cosa fare. Non è stato il match più difficile della mia carriera. Molto più duro quello con Louis Rodrigues, il mio secondo rivale da professionista. Stavolta mi sento fresco, per niente provato”.

Michael Spinks dice tutto mentre sorride, ciondola con la testa e sussurra ogni parola con voce tremolante. Prende fiducia ogni momento che passa. E Holmes non gradisce, così attacca chi è più debole. Chi non può difendersi.
Non avrebbe dovuto dire quelle parole. Non c’era motivo per offendere un’icona della boxe.
A bordo ring c’era una strana atmosfera.
Non si respirava il clima del grande evento.
Holmes non cattura simpatie, non regala emozioni. Si parlava di record, statistiche, numeri. Non c’erano sentimenti forti in giro, non c’era passione.

Rocky era capace di sconvolgerci con un pugilato fatto di cuore, coraggio, forza e volontà. Ogni incontro era una scossa di adrenalina. Non c’era eleganza nella boxe di Marciano. Usava le braccia come clave che si abbattevano sul nemico di turno. Picchiava, anche quando i colpi tremendi dell’avversario provavano a sbarragli la strada. Avanzava senza fermarsi mai, se non quando il rivale era distrutto e l’arbitro gridava: “Out!”
La tragica morte in un incidente aereo ha ingigantito la sua vita sino a trasformarla in leggenda.
E poi quel record, 49-0.
Sembra qualcosa di inarrivabile, soprattutto per un peso massimo.
La boxe di Holmes ha più classe, il jab sinistro è degno di entrare nella leggenda. Ma lo sport, soprattutto il pugilato in cui si mette in gioco tutto, vita compresa, pretende che in gioco ci siano anche i sentimenti.
Se non entri nel cuore della gente, non puoi diventare un mito.

Michael Spinks lo batte, ne limita la potenza accorciando sistematicamente la distanza. Sfrutta la maggiore velocità di braccia, impone un ritmo elevato e brusche variazioni tattiche. Diventa così il primo mediomassimo a vincere il titolo dei massimi, brucia il sogno di Larry impedendogli di uguagliare il record di Rocky, lo espone alla reazione della famiglia Marciano che ringrazia lui e urla insulti all’indirizzo di Holmes.
Il colosso sconfitto ha accanto la moglie Diane. Lei gli stringe la mano, gli fa coraggio, cerca di frenarne l’impeto distruttivo. La polemica feroce sembra stonare in bocca a un uomo che finora si è mostrato a suo agio nel mare della tranquillità.
Lui la guarda negli occhi, si gira per l’ennesima volta verso la sala e chiude il discorso con una spruzzata di nostalgia e il ritorno alle buone maniere.
“Ringrazio mia moglie per essermi sempre stata vicina. Ho capito che dopo diciotto anni rubati alla famiglia è giunto il momento di smettere. Sono soddisfatto della mia carriera: ho un ristorante, un night club, sei alberghi, una compagnia di trasporti e quasi cento milioni di dollari in banca. Non ho vergogna di dire: Mi ritiro. Non devo provare niente a nessuno. In questi anni credo di essermi guadagnato un po’ di rispetto. Non capisco perché si cerchi di infangarmi. Sia chiara una cosa: ritengo Rocky Marciano uno dei più grandi pugili di tutti i tempi, nessuno può togliergli questo diritto. Come potrei non avere rispetto per uno che ha vinto quarantanove volte senza mai perdere? Mi sono sfogato, credo sia comprensibile. Ehi Peter, se vieni a trovarmi ti faccio vedere tutti i souvenir di tuo fratello. Così potrai capire quanto lo stimi”.

Guardo quell’uomo e all’improvviso provo una profonda tristezza. Vedo ancora tracce di rabbia, non riesce a gestire la delusione della sconfitta, non sa come muoversi in una situazione per lui sconosciuta.
Sento il desiderio di allontanarmi, sono a disagio anche per Larry Holmes.
Esco dalla sala e incrocio un altro omone nero. Questo sì che è un vero gigante: sfiora l’1.95 e pesa attorno ai 135 chili, decisamente troppi. Cammina lentamente, ha il cranio rasato e un sorriso che ispira simpatia. Tutta la tensione che c’è in sala sembra non riesca neppure a sfiorarlo. Nonostante quel faccione simile a un’enorme palla da biliardo e una pancia extralarge che minaccia di fare esplodere i bottoni del gilet blù, lo riconosco.
Gli vado incontro, lo saluto, mi presento, gli chiedo cosa pensi di Holmes, di Spinks, di Mike Tyson che presto si batterà per il titolo mondiale con il sogno di diventare il più giovane campione del mondo nella storia dei pesi massimi.
Lui mi guarda e sorride.
“Bravi ragazzi. Ma ora torno sul ring e tra qualche anno mi riprendo il titolo”.
Sorrido anch’io, evito altre domande e me ne vado via con passo lesto.
Ho la netta sensazione di avere incrociato un mitomane, uno che non ci sta più con la testa e delira. Ha 37 anni, da quasi otto non combatte. E l’unica cosa che mi sembra abbondi in lui è la ciccia.
È il 21 settembre dell’85 e George Foreman mi ha appena servito uno scoop su un piatto d’argento.
Ma io ho ancora la mente annebbiata da un pasto esagerato e, complice quella presunzione che abbonda in ogni giornalista, stupidamente rispedisco al mittente la notizia del giorno.
Non scrivo una riga sull’argomento. Mi sembra tutto così finto.
Devo allontanarmi velocemente da questo posto.
Preferisco tuffarmi nella notte di Las Vegas.
Cammino sotto le luci accecanti della Strip.
Devo ancora smaltire il cibo mandato giù come se non ci fosse un domani.
Buono, per carità, ma vogliamo proprio dirlo? Un tantino pesante.

(tratto da Il match fantasma di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Bordo Ring che emozioni con Holyfield Bowe e Fan Man

Riddick Bowe vs Evander Holyfield
(6 novembre 1993)
3. continua

In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che
mi hanno regalato intensi ricordi.

 

Un fascio di luci illumina il ring del Caesars Pavillon. Tutto attorno, il buio. Si combatte all’aperto. È il 6 novembre e fa un gran freddo.
Riddick Bowe ed Evander Holyfield sono ai loro angoli, il mondiale dei massimi sta per cominciare. Quindicimila spettatori applaudono lo sfidante e fischiano senza vergogna il campione. È difficile amare Bowe.
Tre uomini, avvolti in una tuta rossa, salgono sul tetto del Mirage Hotel. Ognuno di loro carica sulle spalle un parapendio, un paracadute direzionale: si guida tirando o allentando le corde. Non c’è vento. Per aiutarsi piazzano una grande elica dietro la schiena, funziona con l’aiuto di un motore leggero. Si lanceranno in rapida successione, voleranno sopra l’Arena e a turno proveranno a planare direttamente sul ring.
Si tratta solo di aspettare.
Passano più di venti minuti.
Qualcuno deve averli visti. Un elicottero della polizia si alza in volo, raggiunge i tre e cerca di convincerli ad allontanarsi dal tetto.
Il gong che segna l’inizio del settimo round è suonato da poco meno di un minuto.
Ancora qualche secondo e alle 20:34, ora di Las Vegas, James Miller si lancia. È bianco, ha trent’anni, una corporatura minuta.
Fra tre voli in circolo, alto sulle teste degli spettatori.

Scendo approfittando del minuto di intervallo, accanto alla tribuna stampa c’è un banchetto. Compro una felpa con le immagini del poster che pubblicizza il mondiale. Non è un capo di alta moda, ma tiene caldo. Salgo velocemente i gradini, torno al mio posto. Mi sono appena seduto, Teo Betti mi dà una gomitata. Vola il mio block notes, la penna finisce chissà dove. Lui dice parole che non comprendo e  punta il dito verso il cielo. Non so perché si sia messo a guardare le stelle, anziché il match. Resta il fatto che è il primo a vederlo.
Miller sta venendo giù in discesa controllata. Scende fino a sfiorare a gran velocità le teste di un centinaio di persone, passa a meno di dieci metri dalla nostra, evita per puro miracolo di provocare una tragedia, tira disperatamente i fili e chiude la sua corsa sul ring. All’angolo di Bowe.
Sta bene, riesco a vedere il suo sorriso prima dell’assalto.

È impigliato tra le corde laterali, si dimena, non riesce a liberarsi.
Mills Lane sbarra gli occhi: “Mi sembrava di vivere un sogno” dirà. Ferma l’incontro.
Marc Ratner, presidente della Commissione Atletica del Nevada chiede al capo del servizio di sicurezza del Caesars Palace se ci sia una situazione di pericolo. Fa appena in tempo a finire la frase quando alcuni uomini con le magliette nere si avventano su Miller. Lo prendono, lo buttano a terra, lo riempiono di schiaffi e pugni. Gli sbattono ripetutamente in testa i loro telefoni.
Arriva la polizia, toglie l’uomo dalle mani di quelle furie scatenate della sicurezza.
Miller sviene, viene messo su una barella e trasportato al Sunrise Hospital.

La folla rumoreggia.
A bordo ring si respira un’aria drammatica.
Michael Buffer salta sul quadrato, prende un microfono è lancia il suo annuncio.
“Calma, signore e signori non perdete la calma. Non è un attentato terroristico, tutto si risolverà a breve”.
Judy, la signora Bowe, sviene per lo spavento. È al terzo mese di gravidanza, potrebbero correre qualche pericolo sia lei che il nascituro. Si invoca una barella. Tutti urlano aiuto, imprecano, maledicono i soccorsi lenti ad arrivare.
Jesse Jackson, il reverendo afroamericano candidato alla presidenza nelle ultime elezioni, prende in braccio la signora e la porta fuori dall’Arena, l’adagia su un’ambulanza.
Riddick saprà cosa è accaduto solo a incontro finito.
Paura, stupore, rabbia, incredulità.
Il parapendio è rimasto impigliato nelle luci che illuminano il ring, rischia di prendere fuoco,
Un uomo dell’organizzazione si arrampica a otto metri di altezza e, con la flessuosità di un acrobata, libera il grosso telo dalle lampade.

Lentamente si torna alla calma. Il match può ricominciare, sono passati ventuno minuti dall’interruzione. Si riprende dopo sei round. Due giudici hanno pari, il terzo ha Holyfield avanti di due punti.
Teo ed io ci guardiamo negli occhi, ci sembra di essere dentro un film. Fatichiamo a credere che sia tutto vero.
Jim Lampley dice ai microfoni di HBO: “Un disastro monumentale”. Non contento aggiunge: “Una mostruosità”.
Demi Moore chiede a Shelly Finkel che l’ha invitata alla riunione: “Fan Man fa parte dello show?”
Il promoter risponde senza scomporsi: “Assolutamente no”:
L’incontro si chiude dopo dodici emozionanti riprese. Eddie Futch, 83 anni, maestro di Bowe, si accascia su una sedia a bordo ring. Gli danno subito l’ossigeno, arriva un’altra barella, poi un’ambulanza corre  verso l’ospedale. Stavolta si va all’Universital Medical Center.

Dodici ore dopo, il bollettino medico rassicura tutti.
“Le condizioni del signor Eddie Futch e della signora Judy Bowe non destano preoccupazioni”.
James Miller lascia l’ospedale. Viene preso in consegna dalla polizia di Las Vegas. Si rifiuta di spiegare i motivi di quel gesto folle. Esce dietro una cauzione di 200 dollari, l’accusa è “volo pericoloso”.
Non si sa nulla dei due compagni di avventura.
Un giornalista dell’Associated Press prova a chiamarlo a casa.
Gli risponde la segreteria telefonica, il messaggio è registrato.
“Ehi ragazzi, pensate davvero di avere scritto cose sensate? Mi spiego meglio: perché mai dovrei saltare da un ponte con il telefono in mano? Sarebbe davvero stupido. E poi, mi avete chiamato fifone. Non sono un fifone. Forse però, sarebbe meglio se mi gettassi dal ponte. Se sopravviverò, vi chiamerò. Dove sono? Uno-due.tre, aiieeeee!”
Non credo che il ragazzo stia bene.

La CNN riesce a farlo parlare davanti a una telecamera.
Poche parole.
“Sono un Fan Man. È questo il mio stato sociale”.
Si è cucito addosso l’etichetta con cui sarà riconosciuto nei prossimi anni.
Fan Man è appena diventato un personaggio, non appartiene più alla realtà, fa parte della televisione, dei giornali, delle chiacchiere della gente.
Provo a rintracciarlo chiamando la Scuola di Paracadutismo di Las Vegas.
Anch’io ricevo un messaggio registrato.
“Il signor Miller sta esaminando le varie proposte, deve ancora decidere quando e con chi parlare. Ogni quesito deve essere inviato via fax alla scuola”.
Rock Newman, il manager di Bowe, vorrebbe che l’accusa si trasformasse da “volo pericoloso” a “tentato omicidio”.
“Ha colpito alla testa uno dei miei ragazzi, credo ci siano gli estremi per quell’accusa”.
Holyfield fatica a dimenticare.
“Quando l’ho visto, mi sono spaventato. Non conoscevo le sue intenzioni. Un lampo mi ha attraversato la mente, ho temuto potesse ripetersi quello che era accaduto a Monica Seles”.
Evander Holyfield alla fine il mondiale lo vince. Lo fa assumendo le vesti del grande musicista. Il senso del ritmo è l’elemento determinante dell’operazione. Un match intero a media distanza, un incontro in cui interpreta alla perfezione lo spartito che ha preparato.
Entra nella guardia del rivale per tirare in veloce sequenza i colpi, per poi uscire in tempo ed evitare la reazione. Quando serve, accetta anche il corpo a corpo, rimettendoci sempre qualcosa, ma mai in modo determinante. I cinque chili in più gli servono per aumentare la consistenza dell’azione e non ne limitano la facilità di movimento.
Bowe appare lento, incapace di togliere l’iniziativa allo sfidante, si trascina senza lampi lungo un match che non riesce mai a comandare. Le rare volte in cui riesce a imporre la sua volontà, a far scattare la combinazione destro dritto/gancio sinistro, per Evander sono guaii.
È un combattimento duro, a volte cattivo. L’undicesimo round è il migliore di Holyfield. Ma quando ci si aspetta un’ultima ripresa tutta per lui, viene fuori il campione. Liberatosi dell’assillo di dover conservare energie, prova a chiudere l’incontro nell’unica maniera che gli permetterebbe di salvare il titolo. Il ko però non viene, anche se la sua azione è finalmente consistente.
Al match i media riservano poca attenzione e nessun riconoscimento.
L’intera sceneggiata del parapendio viene invece proclamata da The Ring, Evento dell’anno 1993.

 

 

 

 

Coronavirus sono saliti a sei i positivi dopo Londra

Salgono a sei i casi positivi al coronavirus tra i partecipanti al torneo di qualificazione europea per Tokyo 2020, disputato a Londra. Secondo il quotidiano online dell’Antalya, SunHaber.com, sono positivi due pugili turchi e un allenatore della stessa squadra. La Reuter afferma che sono risultati positivi al test anche tre pugili della nazionale croata.
Sul caso si è espresso in termini duri (come riporta il sito insidethegames.biz) Eyüp Gözgeç, presidente della Federazione turca e uno dei tre vice-presidenti dell’EUBC (l’organismo europeo).
“Questo è il disastroso risultato dell’irresponsabilità della Task Force del CIO, il virus esiste da dicembre 2019. È inevitabile chiedersi perché l’evento di qualificazione europeo non sia stato posticipato. Perché hanno messo a rischio gli atleti e le loro famiglie? Perché hanno organizzato un torneo che hanno dovuto annullare dopo soli tre giorni? È evidente che nessuno ha fatto uno sforzo per organizzare la manifestazione in modo perfetto per gli atleti, gli allenatori e il personale coinvolto. Non si sono presi cura della loro salute e hanno messo in piedi questo orribile torneo.”
Il CIO ha fatto gli auguri di pronta guarigione ai malati, tutti ricoverati in ospedale e in buone condizioni fisiche, ma ha anche detto che la correlazione tra la malattia e il torneo non è così automatica.
“L’evento di Londra è stato sospeso dieci giorni fa, il 16 marzo 2020, e la Boxing Task Force non è a conoscenza di alcun legame tra la competizione e l’infezione. Molti partecipanti erano in campi di allenamento organizzati in modo indipendente in Italia, Gran Bretagna e nei loro Paesi d’origine prima dell’inizio della competizione e sono tornati a casa poco fa, quindi non è possibile conoscere la fonte dell’infezione”.
La Task Force del CIO ha fatto disputare il torneo di Londra (previsto dal 14 a 24 marzo) a porte aperte, con pubblico pagante.
Il 14 è stato disputato il primo turno.
Il 16 mattina cè stata la decisione di proseguire a porte chiuse.
Il 16 pomeriggio la sospensione dell’evento.
Che fosse una manifestazione ad alto rischio era evidente ben prima che cominciasse.
Riporto dal sito del Ministero della Sanità.
Alcuni Coronavirus possono essere trasmessi da persona a persona, di solito dopo un contatto stretto con un paziente infetto, ad esempio tra familiari o in ambiente sanitario. Anche il nuovo Coronavirus responsabile della malattia respiratoria COVID-19 può essere trasmesso da persona a persona tramite un contatto stretto con un caso probabile o confermato. Il nuovo Coronavirus è un virus respiratorio che si diffonde principalmente attraverso il contatto stretto con una persona malata. La via primaria sono le  goccioline del respiro delle persone infette ad esempio tramite: la saliva, tossendo e starnutendo.
Ci hanno ripetuto (giustamente) sino allo sfinimento: state lontani almeno un metro dalle altre persone, anche in casa mantenete le distanze.
E la boxe è uno sport di contatto.
Era proprio necessario mettere a rischio 350 ragazzi?

A Bordo Ring che emozioni! Hearns contro il Meraviglioso

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Marvin Hagler vs Thomas Hearns
(15 aprile 1985)
2. continua

In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che
mi hanno regalato intensi ricordi.

 

Il primo colpo è un gancio destro, il gong è suonato da un secondo e il gancio destro di Hagler si è già stampato sulla mascella di Thomas Hearns. È la notte del 15 aprile del 1985, il ring è quello del Caesars Palace di Las Vegas, l’arbitro si chiama Richard Steele.
Il vento che arrivava dal deserto ha reso fresca la serata al termine di una giornata calda e umida. Marvin difende per l’undicesima volta il mondiale dei medi. Titolo unificato, Wbc, Wba, Ibf. Niente banda dell’alfabeto, il campione è uno solo.
Hagler ha 30 anni
e per arrivare così in alto ha avuto bisogno della sua bravura, ma anche del potere di un uomo che sta riscrivendo la storia del pugilato.
Bob Arum è un distinto signore sulla cinquantina. Quando parla protende un po’ in avanti il viso, come se voglia attirare tutta l’attenzione dell’interlocutore. Il suo è un inglese chiaro, da uomo colto. Se la persona a cui si rivolge è straniera, la parlata assume cadenze lente. Non vuole correre il rischio di essere frainteso. Si è laureato con lode alla facoltà di legge dell’Università di Harvard. Nel suo passato c’è stato un ruolo importante nello staff di Bob Kennedy, quando il senatore democristiano era impegnato nella corsa alla Casa Bianca. Arum ha lavorato per lui come avvocato esperto in problemi di tasse e finanza. Ha lavorato anche al dipartimento di giustizia dello Stato di New York, è stimato a Wall Street. Ha ignorato la boxe sino al 1965, poi ha capito che poteva fargli guadagnare una montagna di soldi. E si è lanciato nell’avventura.
Con lui, dal 1977, c’è anche Rodolfo Sabbatini.
Classe 1927. Ex giornalista prima dell’Avanti, ai tempi in cui il direttore era Sandro Pertini, poi a Paese Sera. Rodolfo è il miglior organizzatore d’Europa. Un omone che adora la polemica e la alimenta con quel suo vocione roco e la cadenza piacevolmente romana.
Lo incrocio nella gigantesca hall del Caesars Palace.
“Chi vincerà?”
“Dario tu sei sempre stato un uomo contro, ma per una volta dammi retta. Marvin lo metterà ko”.
“Hearns ha perso un solo match, contro Ray Sugar Leonard, a una ripresa dalla fine quando era in vantaggio ai punti. È stato campione del mondo dei welter battendo Pipino Cuevas, è stato campione dei superwelter superando Wilfredo Benitez. Ha messo ko Roberto mani di pietra Duran con un diretto che sembrava una fucilata. Perché dovrebbe perdere prima del limite?”
“Perchè i medi non sono la sua categoria, mentre Marvin ci sta dentro da sempre”.

All’angolo di Hagler ci sono i fratelli Petronelli. Sono i manager, gli allenatori, i confidenti, gli amici. Si sono sempre occupati di lui con tanta dedizione. Pat e Goody Petronelli sono nati a Casalvecchio, un paesino vicino Foggia. Una comunità di emigranti albanesi di lunga data. Un posto che ha avuto anche un altro nome, glielo avevano dato gli Arbereschi. Si chiamava Kazalleveqi e quando i Petronelli erano bambini stava vivendo un piccolo boom demografico. Tremila abitanti, quanti non ne aveva mai avuti prima, quanti non ne avrebbe mai avuti dopo. Poi, la famiglia di Guerrino e Pasquale, questi i loro nomi quando vivevano ancora a Casalvecchio, è emigrata in America. Assieme al papà hanno messo su una piccola azienda edilizia. Goody è stato per venti anni in Marina, nel servizio sanitario. Pat ha fatto il muratore. Adesso gestiscono una piccola palestra dove Goody fa da maestro, forte di una carriera professionistica che è arrivata fino a ventisei incontri, con una sola sconfitta. Una mano rotta, e curata male, non gli ha permesso di andare avanti. Ora si diverte ad insegnare ai ragazzi.
Marvin lavorava nel loro cantiere. Tre dollari al giorno per tirare su muri o impastare la calce. Nel 1969, a 15 anni, è entrato per la prima volta nella palestra dei Petronelli. Nasceva quello che sarebbe diventato famoso nel mondo come il triangolo. Marvin Hagler non era ancora Meraviglioso, ma aveva appena fatto la scelta che avrebbe cambiato la sua vita.


Due colpi al corpo di Hagler, un gancio destro di Hearns, due ganci sinistri di Hagler, il diretto destro di Hearns.
Gli ultimi quaranta secondi del primo round sono una guerra. Non c’è posto per l’attesa, si sparano pugni come se fossero proiettili di una mitragliatrice. L’obiettivo è distruggere l’altro, a qualsiasi prezzo.
Thomas Hearns ha scelto di combattere in equilibrio precario, quasi ballando sulle punte. È più alto di dieci centimetri, le sue braccia potrebbero tenere lontano il rivale, creare una ragnatela attraverso la quale sarebbe difficile passare. Ma ha troppa considerazione di se stesso per pensare che Hagler possa avere più potenza di lui.
Hearns ha 27 anni, 34 vittorie per ko e sei ai punti. Perchè mai dovrebbe temere questo giovanotto che viene da Newark, da Brockton o da dove volete voi? L’unico campione di quelle parti ha un altro nome, si chiama Rocky Marciano, era un peso massimo, ed è morto.


Alla fine del primo round Goody cerca di tamponare una ferita sulla fronte di Marvin. Un taglio, appena sopra l’arcata sopracciliare destra. Butta molto sangue, può diventare pericoloso. Cotone, pomata, cicatrizzanti, un lavoro frenetico.
“Non preoccuparti, Marvin. Chiudi gli occhi, lasciami fare”.
La soluzione di adrenalina dovrebbe funzionare. Un minuto per occuparsi di quel taglio è poco, ma Goody non è uomo da perdere la calma. Non l’ha mai persa. Ha la faccia di un bonaccione, ma chi lo conosce bene sa che è lui la guida di famiglia. Pat fa il manager, prende contatti con gli organizzatori, gestisce il patrimonio. Ma è Goody a comandare in palestra e sul ring.
«Alla testa Marvin, picchialo alla testa».
Bertha nelle prime file di ring continua a urlare con voce stridula quello che più che un consiglio sembra una preghiera. È la moglie di Hagler, la madre dei loro cinque figli, Pat Petronelli ha fatto da padrino alla cresima di Chanelle, una delle ragazze. Bertha dondola sulla sua sedia, sembra in trance e continua a ripetere quell’invocazione.
Secondo round.
Emmanuel Steward strilla: “Boxa Thommy, boxa”.

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Il ritmo è folle. Hearns prova a cambiare guardia per evitare il jab destro del campione mancino. L’altro continua a pressare. Il fisico di Hagler è una scultura perfetta. I muscoli disegnano il torace senza un difetto. Anche la sua boxe sembra esente da colpe. Il gancio sinistro con cui scuote due volte il rivale è da manuale. È un colpo che basa la potenza sulla rotazione dell’anca e sulla leva fornita dalla spalla. Raggiunge il massimo effetto a corta distanza. Marvin ha un rapporto altezza/peso perfetto per scagliarlo ottenendo il massimo del risultato.
Quando suona il gong, Hearns torna all’angolo guardando fisso il campione. Sorridendo, come se voglia fargli capire che di quei ganci non ne ha sentito neppure uno, non hanno fatto danni. Deve essere piuttosto l’altro a preoccuparsi. Thomas ha tirato 61 colpi, 26 dei quali sono andati a segno. Ed hanno fatto male al presuntuoso campione. Nessuno dei pugni lanciati da Hagler lo ha preoccupato. Niente può scalfirlo. Questo è il messaggio, ma il volto preoccupato di Emmauel Steward, boss del Kronk Gym di Detroit e padre sportivo di Thomas Hearns, non trasmette lo stesso concetto.
Nello spogliatoio, prima della sfida, tutto è stato così semplice. Gli uomini ritmavano il nome dello sfidante, poi prendevano a pugni il muro. Thomas Hearns ballava, gli altri alzavano i pugni verso il cielo. Nel camerino accanto, Hagler ascoltava in silenzio, poi sussurrava qualcosa.
“Non può portarseli tutti sul ring. Lassù ci saremo solo noi. Lui ed io”.
Subito dopo cominciva a ritmare, sottovoce, due parole.
“Distruction and distroy”.
Le ripeteva come una sorta di mantra mentre il resto dello spogliatoio se ne stava completamente in silenzio. Neppure un grido di incitamento, un consiglio, un’invocazione. Proprio come era accaduto nella vecchia palestra a Main e Charleston street dove Marvin si è allenato nei suoi giorni a Las Vegas. È lì che ha fatto le sedute di guanti, al Ring Side Gym: il rifugio del mitico Johnny Tocco. Nessuno estraneo aveva accesso in quel buco dove la religione era quella di sempre.
Sangue, sudore e lacrime per chi insegue la gloria.

Finale di ripresa. Destro-sinistro di Hagler, ancora destro. Hearns è scosso. Prima del match ha fatto un lungo massaggio alle gambe, ma l’uomo che doveva prendersene cura ha sbagliato qualcosa. Un massaggio forse troppo lungo e adesso le gambe sembrano deboli, incapaci di sostenerlo in quella che è davvero diventata una guerra. In poco più di otto minuti, hanno tirato 339 colpi. Più di uno al secondo. Più della metà dei quali è andata a segno.
Terzo round. Il destro di Hearns scuote Hagler che è alle corde.
Richard Steele ferma il match. La ferita si sta aprendo sempre di più, ora rischia di diventare pericolosa.
Steele: “Ehi Marvin, riesci a vedere con tutto quel sangue che viene giù dal taglio?“
Hagler: “Perchè, ti sembra che non lo stia riempiendo abbastanza di pugni? Lo sto forse mancando?“
L’arbitro chiama il medico, si agitano gli uomini d’angolo del campione. Il dottor Donald Romeo fa segno che, per ora, si può continuare. Ma alla prossima chiamata fermerà il match. Marvin sa di avere poco tempo a disposizione, se vuole salvare il mondiale.
Tre sinistri in fila del Cobra di Detroit. Poi, la fine.
Il primo destro di Hagler centra Hearns appena dietro l’orecchio sinistro, all’altezza dell’occhio. Thomas perde l’equilibrio, barcolla. Marvin lo insegue. Due passetti rapidi e ancora un destro che fa fare allo sfidante un mezzo giro su se stesso, Hearns cerca rifugio alle corde. Non fa in tempo ad arrivarci, non riesce a trovare una sponda su cui poggiarsi. Il terzo destro del campione del mondo parte largo. È un gancio che si abbatte come una mannaia sulla mascella di Hearns. Una botta terribile, una sorta di esecuzione.

Immagine

Thomas si affloscia lentamente al tappeto, va giù in cerca di qualsiasi cosa possa restituirgli stabilità. Un uomo in croce, con gli occhi aperti per guardare in faccia la paura. Poi prova a rimettersi in piedi, ma cade tra le braccia di Richard Steele che, con un gesto carico di umana pietà, lo aiuta a rimettersi sdraiato sul ring. Corre Emmanuel Steward, prova a tirarlo su, a togliergli il paradenti, a farlo respirare meglio.
Corre il fratello di Thomas, sul volto ha una preoccupazione infinita. Hearns non è in grado di stare in piedi da solo. Lo porta a braccia verso lo sgabello dell’angolo. Lui si siede piegandosi come un sacco floscio. Lo sguardo è ancora perso nel vuoto.


Un paio di metri più in là Marvin Marvelous Hagler sorride mentre i fratelli Petronelli lo portano in trionfo. A bordo ring finalmente Bertha ha smesso di strillare. Se ne sta in silenzio per un istante, poi cerca di salire sul quadrato. Sorride Bob Arum, una risata riempie il faccione di Rodolfo Sabbatini che gli amici chiamano da sempre capoccione. E non solo per le mille invenzioni della sua vita.
Gli spettatori finalmente avvertono un senso di pace. La guerra è finita. Sono stati travolti da una frenesia inebriante, pericolosa. Hanno sentito scariche elettriche attraversare i loro corpi. Non era solo violenza allo stato puro quella che i duellanti hanno espresso sul ring. C’erano strategia, sentimento, passione. E in meno di nove minuti tutto questo ha attraversato la grande arena del Caesars Palace, confondendosi fra le migliaia di persone che faticano ancora a liberarsi da quella montagna di emozioni.

La guerra è finita. E Marvin Hagler è sempre più Meraviglioso.
Incrocio Rodolfo Sabbatini, ha un sorriso che attraversa l’intero capoccione.
Mi guarda, trattiene a stento una risata, poi pronuncia otto parole che vengono giù come un rombo di tuono, tutte rigorosamente uscite dalla bocca dopo essere passate per una grattugia che le ha regalato quel suono roco, inconfondibile.
“Non dire che non te l’avevo detto…”

 

A Bordo Ring che emozioni! Tyson contro Trevor Berbick

Trevor Berbick vs Mike Tyson
(22 novembre 1986)
1. continua

In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine,
mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando
a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match
della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente
combattimenti che mi hanno regalato intensi ricordi.  

 

Sono arrivato ieri notte a Las Vegas. Ho dormito poco più di cinque ore e sto facendo tutto in fretta, tra poco devo essere in tribunale.
Ordino la colazione, poi mi metto sotto la doccia con la leva dell’acqua fredda tirata al massimo. Quando esco dalla cabina sto meglio. Faccio appena in tempo a vestirmi, bussano alla porta.
Latte, caffè nero, aranciata, toast, burro, marmellata, frutta, plumcake allo yogurt. Pieno come un calzone napoletano salgo sul taxi.
“Corte Distrettuale della Clark County”.
Dieci minuti dopo sono a destinazione.
Entro nell’aula e lo vedo.
Ha lo sguardo triste, quasi impaurito. Fissa il manager mentre nella sua testa continuano a farsi largo mille domande. Sta per mettersi in tasca un miliardo e mezzo di lire, dovrebbe essere felice. E invece è qui a difendersi da una vecchia accusa.
Per due ore Trevor Berbick cerca di respingere al mittente le richieste di Thomas Prendergast, l’organizzatore texano gli chiede settecento milioni di dollari come risarcimento per il mancato rispetto di un accordo.
Il campione dei massimi avrebbe dovuto affrontare un certo Tony Perea nel sottoclou di Weaver vs Cobb a El Paso. Riunione cancellata, nessuna risposta all’offerta, più volte formulata, di posticipare quella sfida.
C’è Mike Tyson che l’aspetta sul ring, ma al momento il bombardiere di Brownsville sembra essere il pericolo minore.
Trevor è uomo di fede, tirare cazzotti è la seconda preoccupazione della sua vita. La prima è quella di salvare le anime. Lo chiamano Fighting Preacher, il pugile predicatore. È entrato completamente nel ruolo. Così alla vigilia del match contro Pinklon Thomas ha rinunciato a scommettere su stesso. Aveva già scelto di puntare forte, 25.000 dollari mica noccioline. Poi si è guardato allo specchio e ha pensato che un religioso non scommette.

Ha affrontato Thomas, ha vinto, è diventato campione del mondo e intascato una borsa di cinquantamila dollari.
L’altro si è portato a casa 635.000 verdoni.
Ma un religioso non si preoccupa di queste cose.
Non se l’è presa neppure stavolta. Intascherà 140 milioni di lire in meno dello sfidante. Ma va bene così, tanti soldi tutti assieme non li ha mai visti.
È una cifra enorme per un nomade come lui.
Nato in Giamaica, vive ad Halifax in Nova Scotia (a nord del Canada), ma passa gran parte del tempo a Miami dal suo ultimo allenatore. Angelo Dundee arriva dopo Lee Black, Kid Gavilan, Johnny Tocco ed Eddie Futch.
Sesto di una famiglia di otto figli, equamente divisi tra fratelli e sorelle, Trevor è marito e padre felice.
E adesso è qui, in tribunale.
“Deciderò dopo avere visto i documenti” dice Addeliard Guy, giudice della Corte Distrettuale di Las Vegas.
Dopo una pausa ad affetto, aggiunge: “Se darò ragione all’accusa la mia sentenza potrebbe anche significare la morte del match per il titolo e un duro provvedimento per il colpevole”.
Trevor Berbick si danna l’anima, gli incubi popolano ogni ora che passa.

Mike Tyson se ne va in giro assieme a Josè Torres.
È con la forza dei pugni che sta cercando di uscire da una vita cominciata decisamente male.
Se nasci a Brownsville, nella parte peggiore di Brooklyn, capisci subito che di sorrisi ne farai pochi nella vita. Lo capisci ancora di più se vieni su avendo accanto solo tua madre, non sapendo neppure chi sia il tuo papà.
Ogni giornata comincia allo stesso modo, con un esercizio di destrezza. Devi evitare pistole e coltelli. E anche se ci riuscirai, non saprai mai come andrà a finire.
Qualche furto, tre o quattro rapine, molti scippi, la prigione. È la strada di un degno figlio del ghetto. Poi è arrivato Cus D’Amato e ha cominciato a spiegargli come doveva comportarsi. Gli ha insegnato a vivere. Gli ha spiegato la boxe usando i vecchi sistemi. L’ha mandato sul ring e gli ha proibito di colpire gli sparring. Doveva solo evitare i loro colpi, imparare l’arte della difesa.
Ma la sfortuna è una compagna di viaggio a cui è difficile sfuggire.
Nel 1982 è morta Lorna, la mamma.
Nel 1985 è morto Cus D’Amato, il mentore.
E adesso è solo.

Sa di essere un predestinato, ma conosce i suoi limiti.
“Non sarò mai come Dempsey o Ali. Non ho le capacità del primo, non ho il carisma dell’altro. Diventerò famoso nel mondo, lo so. Ma so anche che non sconvolgerò gli uomini di questo pianeta”.
Si allena nella palestra di Johnny Tocco, vietata ai giornalisti.
Bill Cayton mi aiuta a capire.
“Fa dieci round di guanti al giorno, ma non come un normale allenamento. Per lui ogni volta che sale sul ring si fa sul serio. Abbiamo dovuto cambiare tre dei sei sparring che aveva a disposizione. Si prepara con guanti che non usano in tanti. Ha voluto tutta l’imbottitura sulla parte anteriore, così da trasformare i guantoni in cuscini. Questo lo aiuta a non farsi male alle mani, ma soprattutto aiuta noi. Ha meno probabilità di distruggere chi sale sul ring con lui”.
All’Hilton c’è l’ultima conferenza stampa.
Tyson si aggiusta il colletto della tuta, prende il microfono che Don King gli porge e dice poche parole con quella vocina sottile che sembra uno scherzo del destino.
“Non fatemi domande”.
Quando si chiudono i microfoni, si siede a un tavolo appena sotto il palcoscenico dove era stato fino a pochi secondi prima. Firma autografi e chiacchiera con tutti.
“Berbick può fare tutte le previsioni che vuole. Io so solo che quando riuscirò a colpirlo, andrà giù”.
Ma lui non scapperà, accetterà la battaglia.
Mike comincia a muovere la testa di lato, lentamente. Prima a destra e poi a sinistra, come fa sul ring pochi istanti prima che il match cominci.
“Anche Green l’aveva detto, avete visto come è andata. Rispetto Berbick, è il campione. Ma sul ring perché mai dovrei rispettarlo? Quando sono lassù penso solo a due cose: approfittare di ogni apertura e picchiare con cattiveria. Non ho un pugno preferito. Berbick potrebbe finire al tappeto per un montante, un gancio, un diretto. Conosco ogni colpo scritto nel libro della boxe, li uso per mettere ko i miei nemici. Andrà così anche stavolta”.

In tribunale Trevor Berbick trova finalmente la risposta alle sue angosce. E non è quella che aspettava. Il giudice Addeliard Guy lo riconosce colpevole di non avere rispettato gli impegni con l’organizzatore Thomas Pendergast. Non paga però i 495.000 dollari che il procuratore texano aveva chiesto come indennizzo, ricorrerà in appello. Ne tira fuori 45.000 di spese procedurali, il giudice gli promette che riesaminerà la causa.
I giornalisti hanno per lui una sola domanda.
“Hai paura di Mike Tyson?”
Il ghigno triste che lo accompagna quasi ovunque, torna sul suo viso.
“Sono qui per metterlo ko. Lo farò alla settima ripresa. Se arriverà alla dodicesima sarà un miracolo. Lui è bravo, ma anch’io lo sono”.
Allontana il microfono, si alza e se ne va.
Osservo da vicino Mike Tyson. Mi sembra che i muscoli siano sotto vuoto spinto, compressi in un corpo troppo piccolo per contenerli. Auguratevi di non incrociarlo mai di notte in un vicolo di qualsiasi città del mondo. Lui è il Lupo Cattivo, tutti noi siamo Cappuccetto Rosso. E in giro non si vede alcun cacciatore che possa salvarci.

Lo guardo di spalle e non posso fare a meno di notare un torace sproporzionato, una struttura che incute paura. Il collo è una piazza d’armi capace di reggere qualsiasi urto.
Berbick è un pugile difficile da interpretare. Per impedire all’altro di svolgere la sua azione usa ogni parte del corpo: dalla testa ai gomiti, alle spalle. Sa lavorare ogni secondo dei tre minuti di un round. È resistente e ha battuto uomini importanti.
Ma Tyson è la risposta alle preghiere del popolo della boxe.
A tutti serve un nuovo eroe.
La gente vuole un campione che possa suscitare interesse universale. La sconfitta di Mike vorrebbe dire fare un salto indietro nel tempo.
Trevor Berbick dorme poco, ha paura di perdere tutto quello che ha guadagnato dopo anni di lotta. Ha paura di ritrovarsi senza una speranza.
Anche Mike Tyson fatica a prendere sonno. Ha un eccesso di adrenalina, prova un’eccitazione quasi erotica. Fa un giro di telefonate, parla con tutte le ragazze che riesce a svegliare. Poi, stufo, si alza dal letto e comincia una seduta di vuoto. Colpi tirati all’ombra contro un avversario immaginario.

Finisce tutto in fretta.
La moglie di Berbick piange. Lacrime calde le rigano il volto mentre si alza in piedi, sale sulla sedia e urla all’arbitro di farla finita.
Il pubblico è impietoso. Le intimano di sedersi, hanno pagato preziosi bigliettoni e vogliono vedere il massacro sino all’ultimo colpo.
Il dramma si consuma davanti ai miei occhi. Tyson è una belva scatenata. Lo è fin dal suono del primo gong.
Aggredisce Berbick, lo colpisce senza pietà. I suoi ganci tormentano il campione. Suona il gong che chiude il round iniziale. Tyson si ferma in mezzo al ring e guarda a lungo negli occhi il rivale che non abbassa lo sguardo, risponde alla provocazione. Il linguaggio del corpo è chiaro.
Trevor Berbick proverà a vincere e andrà incontro all’inferno.
Nella seconda ripresa il dramma assume contorni più inquietanti. Tre ganci destri e un sinistro scaraventano il campione al tappeto dopo appena pochi secondi.
Si rialza, resiste un altro paio di minuti.
Mike finta un montante, spara un destro al corpo, manca un altro montante, finalmente lo centra.
Un gancio sinistro appena sopra l’orecchio destro di Berbick provoca il ko con effetto ritardato. Il più pericoloso, tremendo, pauroso, eccitante knock out che la boxe possa offrire. Dopo il colpo Trevor resta in piedi un istante, poi piomba al tappeto, privo del senso dell’equilibrio. Il resto della scena lo vedo come se le immagini fossero rallentate da una sorta di moviola.
Berbick si alza, ma le gambe si piegano e lui crolla all’indietro. Prova ancora a tirarsi su, ma cade in avanti. Ancora un tentativo. Barcollante e malfermo si appoggia sulle corde. Finalmente Mills Lane interviene e decreta il knock out tecnico.
Sono passati 2:35 dall’inizio del secondo round.
Mike Tyson ha 20 anni, 5 mesi e 22 giorni. È appena diventato il più giovane
campione del mondo nella storia dei pesi massimi.

A bordo ring sembrano tutti impazziti.
Tyson non ha neppure un gesto di esultanza. L’unico momento in cui si scopre vittima dell’emozione è quando saluta con un ghigno agghiacciante e un sorriso d’intesa Kevin Rooney. Scambia due parole con Josè Torres, un abbraccio e un bacio sulle labbra di Jim Jacobs, una breve dichiarazione al microfono della HBO prima di scappare via.
L’unica persona con cui avrebbe una gran voglia di festeggiare non c’è.
“Ce l’abbiamo fatta! Io e Cus ce l’abbiamo fatta!”
Berbick è seduto al suo angolo. Dundee lo consola amorevolmente. Il dottore lo visita, il resto del clan cerca di rendergli meno lancinante il dolore della mente. Per quello fisico dovrà arrangiarsi da solo, soprattutto domattina quando ogni centimetro del suo corpo lancerà grida di dolore. Penserà di essere stato torturato. Poi si ricorderà di Tyson e la tristezza diventerà l’unica compagna di lunghe giornate.
Piange la moglie.
Piange anche lui.
Mike scende dal ring, incrocia un vecchio amico, lo fissa negli occhi e poi si lascia andare a un gesto volgare, si prende i genitali tra le mani dandosi una bella ravanata.
“Gente come Berbick può solo farmi ridere”.
E ride davvero. Poi entra in silenzio nella roulotte che lo ospita. Si chiude la porta alla spalle e si lascia andare. È un urlo lungo, selvaggio, tribale quello che arriva all’esterno.
Con il passare delle ore torna bambino. Prende la cintura, la porta a tracolla per mostrare a tutti il simbolo del trionfo. Ce l’ha mentre attraversa la hall, alla festa del dopo match, quando si scola decine di bicchieri di vodka in compagnia di un paio di amici.
È contento, ma gli manca qualcosa che non potrà più avere.
Cus D’Amato è morto.
Trevor Berbick dice poche parole che esprimono grande saggezza.
“Tyson mi ha fatto capire che chi si sente il più forte e non teme nessuno, sbaglia. Prima o poi, arriva sempre un Tyson che ti batte”.
L’America si sveglia con un nuovo campione del mondo dei pesi massimi.

(da Il match fantasma di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)