Charr vs Bryan, mondiale WBA tra due massimi fermi da anni


Manuel Charr (31-4-0, 17 ko, 35 anni) è il campione regolare della Wba (Anthony Joshua è il super campione del mondo…).
Negli ultimi otto match è stato sconfitto tre volte, due delle quali per knock out. Non combatte dal novembre del 2017, match disputato contro Alexander Ustinov: uno che all’epoca aveva quasi 41 anni ed era inattivo da diciotto mesi. Un tizio che nonostante fosse a riposo, era riuscito a scalare cinque posizioni nel ranking mondiale: dal numero 7 era infatti passato al numero 2 senza combattere.
Charr in carriera ha affrontato due pugili in classifica ed è stato battuto da entrambi prima del limite. Nelle ultime quattro stagioni ha sostenuto solo tre incontri.
Adesso ha annunciato una difesa del titolo per l’11 aprile a Dubai (sopra il poster del match, che avrebbe dovuto svolgersi nell’autunno dello scorso anno), contro Trevor Bryan (20-0, 14 ko).
“Non so se la WBA approverà il match” aveva detto qualche mese fa.
E perché mai non avrebbe dovuto farlo?
La WBA darebbe il nulla osta anche a un vecchietto di 105 anni…
Bryan, amministrato da Don King, non combatte dall’11 agosto 2018 quando ha conquistato il titolo ad interim WBA (e non ci fermiamo qui, Joe Joyce ha il mondiale Gold della stessa associazione…) contro BJ Flores: 39 anni, due sconfitte negli ultimi cinque incontri, fermo da oltre un anno.
Non conosco Bryan, ma lui deve conoscere molto bene Sandy Antonio Soto. Lo affronta quasi una volta l’anno, lo mette ko e arricchisce il record.
“Se il match dovesse saltare, sfiderò Dillian Whyte in Inghilterra” urla Charr con un eccesso di ottimismo.
Al peggio non c’è mai fine.
La World Boxing Association tra i pesi massimi ha il super campione mondiale, il campione mondiale, il campione mondiale ad interim, il campione mondiale Gold. E non gliene pò fregà de meno se due di loro non combattono da anni. Quelli sono e restano i campioni.
È la boxe bellezza.

Venerdì 21 esordisce in Italia una nuova sigla mondiale, la quinta

La notizia è sul sito federale http://boxering.fpi.it/ (foto sopra).
Venerdì 21 febbraio esordisce in Italia una quinta sigla pugilistica.
Dopo WBC, WBA, IBF, WBO è la volta dell’UBC (Universal Boxing Council), un’Ente che ha come fondatore e presidente il colombiano Luis A. Bello. Direttore esecutivo Karina Bello (Colombia), segretaria generale Joherlis Torreglosa (Colombia), consulente legale Hernando Munera Cavadia (Colombia).
L’UBC, che sul sito ufficiale (foto sotto) riporta la sua data di nascita al 2006, ha pubblicato le classifiche di febbraio 2020: diciannove le categorie (supermassimi e super massimi leggeri le novità rispetto alle altre quattro associazioni).

Sul sito, sotto la voce Eventi, si trovano al momento due riunioni.
Venerdì 21 febbraio a Taranto, titolo Internazionale UBC dei supergallo tra Luigi Merico (tarantino, 11-0-1, 1ko) e Norbert Dodo (ungherese, 2-1-0, 2 ko). L’avversario del pugliese (che è inattivo da quattordici mesi) ha esordito battendo per ko 2 Richard Voros (6-50-0), ha poi perso contro Lomar Butler (1-0) per ko 1, e ha vinto l’ultimo incontro contro Csiaba Lakatar (0-3-0) per ko 2 nel maggio scorso.
L’altra riunione si svolgerà il 27 marzo in Uganda e sarà valida per il titolo Intercontinentale UBC dei massimi. Sul ring Shaffiq Kiwanuka (1-0) e Sonny Abdallah (4-0-1).
Attualmente sono quattro i campioni assoluti UBC in carica: Andrija Petric (Cuba) nei massimi leggeri; Albi Sorra (Albania) nei medi; Juan Zegarra (Perù) nei welter; Juan Manuel Witt (Argentina) nei superleggeri.
Gli altri quindici titoli sono vacanti.
L’UBC amministra ventinove cinture, tra titoli mondiali, continentali (c’è anche quello europeo), del Mediterraneo, internazionali e regionali.

Un marine italo-americano cerca il colpo a sorpresa contro Brook

Kell Brook non combatte dall’8 dicembre 2018, quando ha sofferto per superare ai punti Michael Zarafa.
Brook ha perso per ko due degli ultimi quattro match: contro Gennady Golovkin nei medi, contro Errol Spence jr nei welter.
Ora si presenta nei superwelter dopo quattordici mesi di assenza dal ring.
Eppure non c’è bookmaker che non lo dia nettamente vincente: William Hill paga la sua vittoria appena 1.05 (punti 100 dollari, ne intaschi 105).
Mark DeLuca jr, mancino di trentuno anni, si presenta sul ring da vittima designata (lo stesso William Hill lo offre a nove volte la posta: ogni 100 dollari ne tornerebbero a casa 900 in caso di una sua sorprendente vittoria).
Mark, come appare evidente dal cognome, è un italo-americano. Sulla spalla sinistra ha tatuate le bandiere dei due Paesi uniti da un paio di guantoni. Ha vinto 24 dei 25 match disputati (13 volte prima del limite). L’unica sconfitta, contro Walter Wright è figlia di uno di quegli strani verdetti per cui alla fine su 12 round ci sono otto punti di differenza tra due giudici. Nella ripetizione del combattimento si è preso la rivincita.
Viene da una famiglia di emigranti di seconda generazione. In casa si tifava per i nostri pugili, Rocky Marciano e Tony DeMarco su tutti, e per quelli del posto: Marving Hagler, il Meraviglioso.
Pugile anche Mark sr, il papà.

Due le date chiave nella vita di Junior.
Nel 2010, con un record da professionista di 8-0 (5 ko), è stato chiamato dal corpo dei Marine. Lo hanno mandato in Afghanistan come mitragliere. È rimasto lì quasi un anno, poi è rientrato tra i riservisti.
Nel luglio 2013, il papà ha avuto un terribile incidente: la sua moto è stata travolta da un SUV. Ha subito numerose fratture e danni cerebrali che, dopo una lunga degenza, lo hanno costretto sulla sedia a rotelle.
Dal papà ha ereditato nome e soprannome. Senior lo chiamavano Bazooka, è così anche per lui.
Fermo dal 2010 al 2014 per motivi, come detto, di famiglia. Ma anche per quattro operazioni alle spalle e alla mano.

Il suo manager non sarà a bordo ring.
Ken Casey suona con il gruppo punk Dropkick Murphys e stasera, proprio nel momento in cui avrà inizio la sfida tra Brook e DeLuca, lui salirà sul palco a Parigi per un concerto.
Il tempo delle parole è finito. Si va in scena.
Stasera Sheffiel Arena, attorno alle 23:00 ora italiana, Kell Brook vs Mark DeLuca, numero 7 della WBA. Diretta su DAZN.

L’incredibile storia di Provedel. Era un bomber, ora i gol li fa da portiere

Quinto minuto di recupero di Ascoli vs Juve Stabia, anticipo di serie B. I marchigiani sono avanti 2-1. È l’ultima azione della partita. Calcio di punizione da sinistra, cross in area, perfetto stacco di Ivan Provedel che colpisce di testa e mette la palla in rete. La Juve Stabia pareggia.
Ha segnato il portiere.
Ma non per caso.
Fino a quindici anni Provedel giocava in attacco. E segnava molti gol. Ma il ruolo non gli piaceva, lui voleva andare in porta. Era quella la sua vocazione, ma nessuno gli dava retta. Un bomber era una rarità, un buon portiere era pedina meno rara. Così pensavano i dirigenti del tempo.
Il buon Ivan stava per prendere una clamorosa decisione. Era giovane, il calcio rappresentava un divertimento e lui avrebbe cominciato a divertirsi solo se qualcuno si fosse finalmente deciso a farlo giocare in porta. Se non fosse accaduto, era pronto a ritirarsi.

Nell’estate del 2009, aveva 15 anni e mezzo, era arrivato al bivio. Aveva così deciso di tentare un’ultima strada. Aveva risposto a uno stage per portieri della società Liapiave. Un signore di 65 anni, uno che di gol se ne intendeva (ne aveva fatti 63 in 265 presenze in Serie A con le maglie di Juventus, Genoa, Roma, Verona) si era avvicinato al preparatore dei portieri Renato Zanet e gli aveva suggerito di tenere d’occhio quel biondino dal volto simpatico.
Zanet gli aveva dato retta, del resto come non dare retta a Gianfranco Zigoni. Lui era ed è uno che di calcio ne capisce.
Nell’agosto del 2009 Provedel firmava per la Liapiave. Avrebbe giocato in porta il sogno si era realizzato.
Da allora è andato sempre meglio, ha esordito in serie A, ha indossato la maglia della nazionale Under 20.

L’Empoli lo ha dato in prestito alla Juve Stabia. Con i toscani faceva la riserva di Alberto Brignoli, sì proprio lui. L’altro portiere goleador.
Come? Quando?
Era il dicembre del 2017.
Quinto e ultimo minuto di recupero. Punizione sulla fascia sinistra del Benevento in prossimità dell’area milanista. Cross a rientrare. Alberto lasciava la porta, metteva in atto uno di quei tentativi disperati che abbiamo visto fare decine di volte a tanti portieri. Tentativi quasi sempre infruttuosi.
Stavolta no. La palla scendeva giù con una traiettoria perfetta e lui andavava impattarla di testa, a conclusione di un magico tuffo. Donnarumma guardava la sfera che entrava in rete alla sua sinistra. Gol. Pareggio. Primo punto del Benevento in Serie A.
Al quinto di recupero, su cross da sinistra, proprio come è accaduto oggi.
Chi dice che nel calcio le belle storie non esistono…

Kirk Douglas, una storia di boxe ha dato il via a una carriera da campione

Kirk Douglas è morto. Aveva 103 anni.
Il personaggio che per primo gli ha regalato una grande popolarità (doppiato in italiano da Emilio Cigoli)  è stato quello di un pugile: Midge Kelly in Champion (“Il grande campione”) per la regia di Mark Robson. Una pellicola girata in un mese, tra novembre e dicembre del 1948, uscita nelle sale il 9 aprile del 1949.
Erano gli anni in cui la boxe americana era, in gran parte, nelle mani di Frankie Carbo.
Nato come Paul Carbo nel Lower East Side di New York il 10 agosto 1904, cresciuto nel Bronx. A 20 anni commetteva il primo delitto, un colpo alla testa di un tassista. Patteggiava la pena e veniva condannato per omicidio preterintenzionale. Nel ’28 entrava a Sing Sing. Tre anni dopo, mentre era in libertà sulla parola, uccideva il miliardario Mickey Duff. Lo arrestavano al Cambridge Hotel sulla Sessantottesima, era a letto con una sedicenne che si faceva chiamare Vivian Lee e dichiarava di essere un’artista.
In realtà il suo nome era Viviana Malifatti e i soldi li faceva con la lap dance. Si contorceva, praticamente nuda, avvinghiata a un palo o sulle gambe dei clienti.

Durante il Protezionismo, Carbo è stato un killer professionista. Poi è diventato un boss e, dalla fine degli anni Trenta, ha inserito il pugilato tra i suoi interessi. Ha comandato la scena per oltre vent’anni. Prendeva il 52% delle borse dei pugili.
È in questo clima che si muove il protagonista di Champion.
Scrive Morando Morandini.
Pugile senza scrupoli, abbandona la moglie per la carriera, il vecchio allenatore per uno sporco affarista, picchia il fratello invalido e vince il suo ultimo incontro. Primo vero successo di Douglas che, con varie sfumature, riesce a delineare un personaggio malvagio, ma vittima delle circostanze.”

Il film, nato sulla base di un racconto di Ring Lardner: scrittore di sport, ha successo. Cinque nomination per l’Oscar, che vince per il montaggio.
Kirk Douglas guadagna la sua prima nomination come attore protagonista.
Produttore associato è Robert Stillman, che con il celebre Lou Stillman della mitica palestra di New York, ha in comune solo il cognome.
Douglas, un Oscar alla carriera e due Goldn Globe, è stato un grande.
Una storia di boxe ha dato il via a una carriera da campione.

 

Wilder racconta i dilemmi della vita, Fury prenota un night club

Il giornalista Manouk Akopyan ha raccontato Deontay Wilder sulle pagine di boxingscene.com.
Ha ricordato come il campione avesse pensato al suicidio nel 2005, quando sua figlia Naieya era nata con la spina bifida. Abuso di alcool e droghe lo avevano portato verso la depressione.
“Tutti abbiamo problemi mentali. Non c’è nessuno che sia sano al 100%. A volte sono pazzo. A volte faccio cose strane.  Avevo una pistola in mano quando pensavo al suicidio. Voglio dire, merda, non c’è niente di diverso da Fury. A qualcuno interessa dei miei problemi mentali? Non credo.
Potrei essere un modello di riferimento, ma dovreste accettarmi per quello che sono. Potrei dire delle cose pazze. Potrei inventare parole. Sono un essere umano. Non percorro una strada diritta. Sono molte le cose che potrebbero andare storte nella mia vita. Dipenderà da me correggerle. Alla gente dico solo di accettarmi per quello che sono. Non sono perfetto. Ma sono sempre stato una persona ottimista e felice. Sento amore attorno a me ogni mattina quando mi sveglio. Non permetto ad alcuna negatività di girarmi attorno. Ho lavorato duramente per raggiungere questa posizione. Molte volte, per tanti anni, la mia vita non è andata così. Ero in posti bui, come molti di quelli che non sono nati con un cucchiaino d’argento in bocca. Adesso devo rimanere positivo, è questa la spinta che sento dentro di me. Il successo mi rende felice, mi aiuta.”

Se Wilder è al centro di un articolo esistenziale, lo sfidante è invece raccontato dalla stampa per la sua voglia di festeggiare. Nel futuro immediato vede una sola strada,  è convinto di non poter mai perdere quel combattimento.Tyson Fury ha già prenotato l’Hakkasan Nightclub per la festa del dopo match. Un locale di lusso, a due minuti di strada a piedi dall’MGM dove si svolgerà la grande sfida. Il dj Steve Aoki, una celebrità negli Stati Uniti, si esibirà per gli ospiti.
Deontay Wilder (42-0-1, 41 ko) difenderà il mondiale WBC dei pesi massimi contro Tyson Fury (29-0-1, 20 ko) sabato 22 febbraio a Las Vegas.

In Italia potremo vedere il match in diretta Tv su DAZN.

Wilder vs Fury II, diretta Tv su DAZN e il resto del programma

Una buona notizia per gli appassionati di boxe.
La riunione del 22 febbraio, all’MGM Grand di Las Vegas, imperniata sul mondiale massimi WBC tra il campione Deontay Wilder (42-0-1, 41 ko)  e lo sfidante Tyson Fury (27-0-1, 20 ko) sarà trasmessa in diretta da DAZN in Italia.
Si tratta, come si sa, di una rivincita.
Il primo match si è svolto l’1 dicembre del 2018 allo Staples Center di Los Angeles e si è chiuso in parità: 113-113, 115-111 per Wilder, 112-114 per Tyson Fury.
In cartellone anche la difesa del titolo WBO dei supergallo di Emanuel Navarrete (30-1-0, 26 ko) contro Jeo Tupas Santisima (19-2-0, 16 ko); l’eliminatoria dei massimi IBF tra Charles Martin (27-2-1, 24 ko) e Gerald Washington (20-3-1, 13 ko); la sfida tra i superwelter Sebastian Fundora (13-0-1, 9 ko) e Daniel Lewis (6-6-0).
Nel programma Subriel Mathias, superwelter.
Ancora non è stata confermata la presenza del peso massimo italiano Guido Vianello (6-0, 6 ko).

Il mistero del Museo del Pugilato di Santa Maria degli Angeli

Il Museo del Pugilato, inaugurato il 24 febbraio 2017 (non 2016, come riportato sul sito web dello stesso Museo, foto sotto) fatica a trovare la giusta popolarità.
Il 25 novembre del 2017 Riccardo Milletti, giornalista Rai, nell’edizione delle ore 14:00 del TG Umbria, già denunciava la situazione.
Il Museo della Boxe di Assisi è stato inaugurato il 24 febbraio scorso e non è stato mai aperto per mancanza di personale. Solo gruppi organizzati possono accedervi dopo avere concordato con il Comune data e orario della visita.

Quei gruppi organizzati non si sono fatti vedere per altri anni ancora.
Nel 2018, consultando il sito federale alla voce Museo, ho scoperto che solo poche decine di visitatori avevano avuto la fortuna di entrare nei locali dell’ex Montedison.
Fino a poco tempo fa, per godere lo spettacolo bisognava ancora telefonare e prenotare.
Adesso si è allargata la possibilità di visitarlo.
Oggi il nuovo sito online del Museo annuncia l’apertura 10-13, 15-18 nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì e giovedì chiuso, sabato e domenica solo su prenotazione. E durante le feste di fine anno? Beh lì sarà stato aperto con orario continuato, direte voi. Errore: il 27-28-29 è rimasto a porte spalancate per la bellezza di due ore al giorno, dalle 10 alle 12. Tanto per non perdere le vecchie abitudini.
Le ragioni possono essere due:
La domanda è misera.
Mancano i soldi per pagare il personale.
In entrambi i casi, nasce spontanea la domanda: ma allora perché lo avete realizzato?
Devo confessarlo, una piccola parte di colpa è anche la mia. Assieme allo storico Gianfranco Colasante e al compianto Daniele Redaelli, all’epoca capo redattore della Gazzetta dello Sport, sono stato tra i curatori del progetto. Avevamo pensato a un museo che raccontasse la storia di questo sport, che offrisse la possibilità di venire a contatto non solo con i reperti che erano lì a testimoniare le imprese italiane nel mondo, ma anche con quei libri o film che le avevano celebrate. Avevamo pensato a una interattività che desse modo di godere di un museo moderno, in movimento, tecnologico.
Non so se tutto questo sia stato realizzato.

Non lo so, perché non sono tra i pochissimi che l’hanno visitato. Ho solo visto qualche foto sul sito. Una in particolare, quella che mostra il grande Ali. Peccato sia sbagliato il suo nome, si scrive Muhammad e non Muhammed. Una vocale, cosa volete che sia? Beh in un quotidiano o su un sito web il refuso può anche essere perdonato, ma in un Museo della Boxe è inaccettabile. Pensate se al Louvre, accanto alla Gioconda (Monna Lisa) il nome dell’artista che l’ha dipinta fosse riportato come Leonardo da Vonci…

Penso che il fallimento del Museo (realizzato, il Museo non il fallimento, sulla spinta di Franco Falcinelli, foto) sia attribuibile al disinteresse per l’argomento, alla scarsa promozione fatta e alla insufficienza di personale (se non sbaglio c’è un unico, anzi un’unica dipendente) che non permette l’allargamento degli orari di apertura.
Eppure deve essere costato un bel po’ di soldini.
Fabrizio Leggio, del Movimento 5 Stelle, così denunciava a dieci mesi dall’apertura.
Appare abbagliante nella sua inutilità, quel mutuo di un milione e seicentomila euro acceso nel 2009, Ricci sindaco, che i cittadini assisani stanno ancora pagando. E nel 2015 sono stati spesi altri 77.000 euro per un’opera di manutenzione dello spazio museo.”

Il Corriere dell’Umbria picchiava duro.
STRUTTURA TROPPO COSTOSA E INUTILE
MUSEO DEL PUGILATO SOTTO LA LENTE
Lunghi, vice sindaco di Ricci all’epoca del mutuo e successivamente sostituto pro tempore per un anno, consigliere di Uniti per Assisi, replicava: “Il mutuo è una quota parte dell’investimento relativo al recupero dell’Archelogia industriale degli ex edifici Montedison per la realizzazione del Pala Eventi e del Museo del Pugilato per un investimento complessivo di tre milioni di euro, un milione quattrocentomila dei quali a carico della presidenza del Consiglio dei Ministri.I
La cifra esatta del contributo, inizialmente stanziata dal Ministero dei Beni Culturali, passata poi per il decreto al Ministro delle Finanze e successivamente in carico all’Istituto di Credito Sportivo è di 1.439.250 euro. Ed è stata concessa unicamente per la creazione del Museo del Pugilato. Un milione e mezzo di euro per il Museo.
E in questo tempo (tra dieci giorni saranno ormai passati tre anni dall’inaugurazione) non mi sembra che si sia mosso qualcosa per cambiare la situazione.
Senza un’adeguata promozione, senza una spinta organizzativa che porti visitatori, senza qualche idea che risvegli l’interesse e attiri il pubblico nell’area, l’investimento rimarrà fine a se stesso.
Soldi spesi per una cattedrale nel deserto, purtroppo deserta anche lei.

 

Foreman: Nessuno mi spaventa come mi ha spaventato Tyson

Sabato, 1 febbraio 2020.
Un tweet di George Foreman riaccende la magia di quello che avrebbe potuto essere e non è mai stato.
Sul profilo del campione qualcuno pone una domanda.
Se fossi al tuo meglio e dovessi scegliere un avversario che ritieni possa batterti o impegnarti nel match più duro. Chi sceglieresti?
Lui risponde.
Sono tutti bravi oggi. Ma nessuno mi spaventa come mi ha spaventato Mike Tyson.
La sfida tra Big George e Iron Mike avrebbe arricchito tutti i protagonisti.
Non si è mai fatta, perché?
Ho provato a raccontarlo nel libro IL MATCH FANTASMA.
Ecco qualche pagina di quella storia…

Mike si alza, sta per andarsene. Dal fondo della sala arriva l’ultima domanda.
Affronteresti Foreman?
“Che sia il benvenuto, non faccio discriminazioni”.
Passa qualche mese, siamo a metà gennaio del ’90.
Big George attacca e smentisce quelle parole. Sorridente e con quell’espressione da bambinone con cui sembra voglia prendere in giro il mondo siede comodamente su un divano, si muove come se fosse in casa sua, invece è davanti a milioni di telespettatori. Ospite del David Letterman Late Night Show, il peso massimo texano va giù duro.
Quali sono i più forti picchiatori della tua epoca?
“Gerry Cooney, Ron Lyle e Cleveland Williams. Quando ti prendono ti fanno vibrare il corpo come se fosse un gigantesco budino”.
E Mike Tyson?
“Credo colpisca duro, ma non riesco a incontrarlo”.
Lo affronteresti?
“Certo. Non sono tornato per mettere ko Cooney o nessun altro. Voglio il titolo mondiale, voglio quello di Tyson. Posso dimostrare che anche lui farà la stessa fine degli altri, andrà giù in una o due riprese”.
Hai mai incrociato Tyson?
“Sì”
Che tipo è?
“Non parla molto, ma la prossima volta che lo incontrerò sarà su un ring e lì non ci sarà bisogno di parlare”.
Il match ha possibilità di realizzarsi?
“Don King è venuto nel mio campo di allenamento a Houston e mi ha offerto cinque milioni di dollari”.
E tu cosa hai risposto?
“Ho preso tempo. Devo avere più paura di Don King che di Tyson”.
Pensi che alla fine l’incontro si farà?
“Lo spero. Lui è un tipo tosto e picchia forte. Ma continua a evitarmi. Sì Mike Tyson continua a evitarmi. Questa è la verità”.
………..

In un Cafè di Atlantic City si incontrano George Benton, il coach più importante d’America, e Bobby Goodman, il match maker della Don King Production.
Benton: “Che è successo al match tra Tyson e Foreman, sapevo che era proprio quello che Don King stava cercando di mettere in piedi e invece è saltato. Che è successo?”
Goodman: “Non ci crederai mai, Tyson è terrorizzato da Foreman e non ha alcuna intenzione di salire sul ring per battersi con lui. Ero lì quando Don King ha cercato di mettere su il combattimento.”
Benton: “Come è andata?”
Goodman: “Don diceva: Foreman è vecchio e lento, porta tanti soldi, di lui è rimasto solo il nome.”
Benton: “E Tyson?”
Goodman: “Urlava: Non affronterò mai quell’animale, se ami così tanto quel figlio di buona donna vacci tu sul ring contro di lui.” (*)

Mike ha visto tante volte il video del primo match tra Foreman e Frazier, è uno dei suo spettacoli preferiti. Ogni volta che l’ha visto gli sono venute in mente le parole di Cus D’Amato: “Per un peso massimo piccolino è un suicidio affrontare Foreman cercando di avvicinarsi come ha fatto Frazier o come avrebbe fatto Rocky Marciano. Solo quelli grandi e grossi possono avere delle possibilità contro di lui”.
Niente da fare, la sfida resta nel mondo dei sogni di qualsiasi promoter.
Entra a piedi pari Bob Arum, il boss della Top Rank.
“Offro la possibilità di guadagnare ottanta milioni di dollari a un pugile che tira pugni come una bambina. Se Tyson fosse un uomo raccoglierebbe la sfida invece di combattere contro ragazzotti che non sono neppure dei professionisti”.
Sul piatto ci sono tanti soldi. Lasciando perdere le sparate pubblicitarie, sembra che, avvicinandoci alla realtà, per i due le borse sarebbero di 15 milioni di dollari, più una percentuale sugli incassi.
Decisamente niente male.
Il popolo americano vuole vedere il vecchio campione contro il giovane ribelle che ha appena perso l’aureola di imbattibilità, ma resta pur sempre la personificazione della violenza.
“Confermo. Ci sono stati dei negoziati, ma Tyson non ha mai voluto affrontarmi” sottolinea Foreman.

(*) Il dialogo è ripreso da un articolo scritto da Frank Lotierzo, il 16 settembre 2004, e pubblicato dal sito americano online EastSide Boxing.
………

Steve Lott prende le difese di Iron Mike.
“Cus D’Amato l’ha sempre detto. La testa di George Foreman è una lanterna nel buio: immobile, ben visibile e facile da colpire”.
La sfida sembra vicina. Bisognerà solo aspettare che Tyson esca dal carcere, torni in palestra e faccia almeno un match di rientro. Poi diventeranno tutti ricchi.
L’ostacolo principale lungo questo percorso si chiama Don King.
Foreman non vuole assolutamente avere a che fare con lui.
“Ecco cosa fa Don King. Ti promette una montagna di denaro per batterti contro il Signor Nessuno. Ecco perché Tyson sta con lui, non vuole rischiare. Ma io non entrerò mai in un affare in cui sarà coinvolto Don King, non mi fido”.
Bob Arum pensa di affidare l’organizzazione del match a una terza persona, un’organizzazione che gestisca l’intera vicenda: borse, contratti, pubblicità. Uno che possa garantire quindici milioni di dollari ai due protagonisti.
Tyson fa sapere che potrebbe essere pronto per settembre 1995.
Un anno è lungo da passare per un pugile che ne ha già quarantacinque.
Il 6 marzo del ’95 la World Boxing Association toglie il titolo a George Foreman, colpevole di essersi rifiutato di affrontare lo sfidante ufficiale Tony Tucker.
Il 29 giugno dello stesso anno anche l’International Boxing Federation si riprende la cintura. Big George non ha concesso la rivincita ad Axel Schulz, da lui sconfitto ai punti in un match che si era portato dietro un’infinita polemica sul verdetto.
È a questo punto che in pratica si chiude la seconda vita pugilistica di George Foreman. Altri due incontri, la sconfitta contro Shannon Briggs e il definitivo ritiro.
Nella stanza dei ricordi conserva un paio di pantaloncini rossi. Li ha ha indossati nel mitico “Rumble in the jungle” contro Muhammad Ali nel ’74, li ha messi la notte in cui ha riconquistato la cintura contro Michael Moorer nel ’94. Vent’anni, è la distanza tra un incubo e il sogno.
La sfida contro Mike Tyson resta un match fantasma che avrebbe portato a casa una montagna di soldi, ma che nessuno ha mai voluto davvero mettere in piedi.

(da IL MATCH FANTASMA di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free. L’America sognava Tyson vs Foreman. Intrighi e misteri vissuti a bordo ring)