L’AIBA rischia di rimanere fuori anche dall’Olimpiade di Parigi 2024

Nenad Lalović (foto), presidente della commissione del CIO che sta monitorando la situazione dell’AIBA, ha rilasciato un’interessante intervista al sito insidethegames.biz.
Alla domanda se al momento la Federazione Mondiale del Pugilato abbia ottemperato alle richieste del Comitato Olimpico Internazionale, Lalović ha risposto: “No”.
Ha poi elencato una serie di problemi mai risolti.
Il CIO chiede un Comitato Esecutivo AIBA totalmente nuovo e pretende una nuova leadership. Nessuna delle due richieste ha trovato un riscontro positivo.
Le due parti si sono incontrate, ma Lalovic dice che non ha avuto alcuna positiva sensazione neppure sulla possibilità dell’AIBA di ripianare il debito di 14 milioni di euro che attualmente grava sull’Associazione.
Non è stato rinnovato lo statuto per la mancanza del necessario numero di presenze al momento della convocazione della riunione. I membri del CE avrebbe ricevuto le proposte di modifica, ma non avrebbero risposto tutti, nonostante le sollecitazioni.
In altre parole non sarebbe stato fatto alcun passo in avanti.
“Devono lavorare duro e devono farlo in fretta. Devono convocare un’assemblea elettiva a breve termine per cambiare l’intera dirigenza. Senza rinnovamento sarà difficile riguadagnare il proprio status in tempo per l’Olimpiade di Parigi 2024” ha detto Lalović.
Il Comitato Olimpico Internazionale si esprimerà ufficialmente sull’AIBA dopo l’Olimpiade di Tokyo 2020, torneo nel quale la Federazione Mondiale di pugilato è stata totalmente esclusa dall’organizzazione.

Il pugilato italiano? Zeru tituli (citazione Josè Mourinho)…

Zeru tituli
(Josè Mourinho)

Tempo di bilanci.
Il decennio si è appena concluso.
Sono andato a vedere i risultati del pugilato italiano dal 2010 al 2019.
Il bilancio generale è inquietante, ed è peggiorato nell’ultimo periodo.
Se ci fermiamo ad analizzare i risultati ottenuti dall’attuale governo federale, vediamo che a livello professionistico non c’è stato un solo campione del mondo, né tra i maschi (Giovanni De Carolis ha vinto il titolo WBA dei supermedi il 9 gennaio del 2016, quando era in carica Alberto Brasca), né tra le donne. Stesso discorso tra i dilettanti, né gli uomini, né le donne hanno conquistato l’oro (Alessia Mesiano ha vinto il titolo il 27 maggio 2016, anche lei sotto la presidenza di Brasca).
Sintetizzando, tra dilettanti e professionisti, uomini e donne, Olimpiadi e Mondiali la presidenza attuale ha portato zeru tituli.

Zeru tituli
(Josè Mourinho)

Qualcuno potrebbe dire: oggi ti sei svegliato male? Pronti via e cominci il 2020, anno olimpico, con un attacco frontale?
Il fatto è che una volta tanto sono d’accordo con il presidente della FPI, cito testualmente le sue parole tratte da un’intervista: “Purtroppo non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Specialmente quando non è in buonafede”.
E dire che non credevo fosse capace di ammettere i propri errori.
Provo fastidio.
Lo provo quando la FPI prende meriti non suoi.
Uno su tutti?
Tra le conquiste del 2019 indica un accordo internazionale per il rilancio della boxe italiana. Mi sembra che qualcosa non torni.
Il contratto firmato da Opi Since 82 e Matchroom è unicamente opera della famiglia Cherchi, soprattutto di Salvatore Cherchi che ha sfruttato assieme ai figli Alessandro e Christian i rapporti con Eddie Hearn e l’attività ultradecennale della famiglia in campo mondiale. Ha messo su la trattativa, l’ha portata a termine con vantaggi per l’intero movimento (l’entrata di DAZN-Tv ha garantito alla platea degli appassionati spettacoli di primo livello e ai pugili della Opi e di altri organizzatori un’attività calendarizzata).
Questo tanto per chiarire la situazione.

Zeru tituli
(Josè Mourinho)

Continuo a leggere di risultati agonistici trionfali dell’attuale governo federale.
Zero titoli mondiali dilettanti tra uomini e donne, zero titoli mondiali professionisti.
Quest’anno c’è l’Olimpiade.
Tifo per gli azzurri.
Le previsioni fatte da stimati esperti però non indicano nessun podio per loro, anche perché hanno raccolto zero medaglie negli ultimi due Mondiali maschili e un argento (Angela Carini) negli ultimi due femminili. E non sono saliti sul podio nell’ultima edizione dei Giochi Olimpici (Rio de Janeiro 2016).
Ancora una volta cito l’attuale massimo dirigente: “Se discutessimo per capire, invece che per aver ragione, sarebbe tutto più semplice”.
Dovrebbe ripeterle più spesso, soprattutto a sé stesso.

Zeru tituli
(Josè Mourinho)

Le parole hanno un preciso significato.
Se in campagna elettorale dici che la nazionale italiana non sarà guidata da un italiano, ma poi ne metti uno come direttore tecnico e un altro come capo allenatrore,  dovresti almeno dire: scusate, stavo scherzando. E invece no, scivola via tutto come se niente fosse.
Secondo punto.
Uno che è ai vertici politici di un movimento sportivo deve sapersi muovere a livello internazionale. Se la tua Federazione mondiale scivola verso l‘abisso, se il Comitato Olimpico Internazionale la estromette dalla gestione dei Giochi di Tokyo 2020, se la stessa AIBA non è in grado di esprimere un presidente, se tutto fa pensare a una discesa sempre più pericolosa, tu che sei a capo del movimento italiano non puoi rimanere nel silenzio più assoluto. Non puoi affidare l’unico commento della FPI a un dirigente che non ha cariche, se non onorarie, all’interno del movimento nazionale.
Certo, se parti da “Le scelte dell’AIBA, alcune in divenire, sono state dettate da esigenze che l’ente ha valutato fondamentali per il movimento mondiale” diventa poi difficile uscire dal burrone in cui ti sei lanciato.

Zeru tituli
(Josè Mourinho)

Adesso chiudo, prima però mi sento di manifestare il più sincero pessimismo sulle sorti del pugilato italiano.
Non vedo luce alla fine del tunnel. Non la vedo da qualsiasi parte io guardi.
Sento in giro discorsi minimalisti. Quando ci sarebbe bisogno di grandi visioni, di illuminazioni universali.
Offrire credibilità e democrazia è fondamentale, ma serve anche e soprattutto uno sguardo verso il futuro che sia al limite dell’utopia. Nei periodi di crisi più nera, e questo lo è, avremmo bisogno di un cavaliere che lanciasse progetti concreti e allo stesso tempo carichi di intuizioni geniali. Non servono solo amministratori (rispettabilissimi e utilissimi, per carità), abbiamo bisogno anche di sognatori.
E poi avremmo bisogno di qualcuno in grado di analizzare con animo sereno la realtà senza bombardarci di mezze verità o proclami che non attingono al reale.
Siamo, desolatamente, sempre più vicini alla politica vera, quella fatta di continui annunci elettorali e poca attenzione alla gestione di ciò che è sotto la sua responsabilità. Le colpe sono sempre degli altri, noi vinciamo sempre e comunque, il destino è cinico e baro, non ci sono più le mezze stagioni.
E basta…
Riprendete fiato, guardatevi in giro, non accontentatevi. È la storia, la tradizione, la natura stessa dello sport che dovreste amministrare a dirlo.
Perché se questo è davvero, come raccontate voi, il periodo dell’oro per la boxe italiana, guardo con terrore a quello che verrà. E con infinito rimpianto a quello che è stato.
Siete sempre più vicini a quello che l’allenatore più istrionico degli ultimi anni ha sintetizzato in un ironico concetto.
Due parole, non diecimila come ne usate voi, e la verità eccola lì.

Zeru tituli
(Josè Mourinho)

 

 

In ricordo di Teo, gli piaceva il tennis, amava la boxe. Quante avventure…

C’è chi ogni anno porta un fiore, chi dedica una messa alla memoria, chi offre una ricordo carico di affetto. Io ripropongo un articolo: sempre lo stesso. È un gesto in cui si può leggere un egoismo neppure tanto nascosto. È l’omaggio a un amico con il quale  ho girato il mondo, dividendo trent’anni di storie, divagazioni e incredibili avventure. Ma è anche un modo per rivivere giorni pieni di serenità.

 

Teo se ne è andato via per sempre il 10 di gennaio del 2014. Dopo una lunga e straziante malattia, si è arreso.
Ricordo quelle visite tristi e l’angoscia che mi prendeva quando uscivo dall’ospedale. Lo vedevo steso sul letto, ricoperto di fili, accanto a macchinari che lo tenevano attaccato alla vita. Aveva la pelle macchiata dalla malattia, ematomi lungo tutto il corpo. Era magro, gli erano rimaste le ossa e poco più, soffriva di qualche momento di abbandono totale. Ma quando apriva gli occhi, mi sorrideva. E non mi risparmiava una battuta. Come aveva sempre fatto.
Teo Betti è stato un vero giornalista, nel senso più pieno del termine. Si è occupato di tennis, sport che ha anche praticato da amatore con buoni risultati. E ha continuato a farlo fino a quando gambe e cuore glielo hanno permesso. Piccolo, esile, correva da una parte all’altra del campo non concedendo tempi di recupero all’avversario. Innervosiva ogni rivale con tristi e snervanti pallonetti. E se quello provava a forzare, lui andava a recuperare la pallina anche negli angoli più lontani del campo. Non era certo un campione, ma amava la competizione, l’agonismo. E anche nello sport, come nel lavoro, metteva dentro ogni risorsa fosse in suo possesso.
Amava il tennis.

Ma la grande passione era la boxe. Ha girato il mondo per Il Messaggero, ha scritto pezzi importanti per Boxe Ring quando direttore della rivista era Roberto Fazi, ha collaborato con la Rai.
Era una rarità. Uno dei pochi giornalisti che il pugilato l’aveva fatto. Aveva indossato i guantoni, era salito su un ring e si era battuto. Per carità, pochi incontri da dilettante, senza raccogliere risultati importanti. Quando volevamo prenderlo in giro, tiravamo fuori dal cilindro le parole di Giuseppe Ballarati. Raccontavamo come l’uomo che si era inventato la Bibbia del Pugilato lo chiamasse la lepre del ring, ripetevamo all’infinito una storia inventata chissà da chi e lui fingeva di arrabbiarsi.
Pochi match, abbastanza comunque per fargli capire che quello era uno sport da amare.
La boxe la conosceva da dentro. Quando sedevamo vicini a bordo ring, non c’era collega che non lo chiamasse per sapere quale fosse il suo cartellino. Gli chiedevamo un giudizio per capire se fossimo sulla giusta strada, per catturare la vera chiave di lettura del match.
Non era uno scrittore raffinato, non sono qui a inventarmi una realtà che non esiste per il solo fatto che racconto memorie di un amico che non c’è più. Non era raffinato nella composizione dell’articolo perché non ne aveva bisogno. Lui aveva un dono, sapeva sempre e comunque come arrivare al  nocciolo della questione. Entrava a piedi pari sulla notizia, la faceva sua, la raccontava ai lettori attraverso le risposte alle cinque domande che un bravo giornalista dovrebbe sempre porsi. Un vecchio credo che oggi sembra essere diventato fuori moda: dove, chi, come, quando e perché.
Voleva sapere, non si accontentava della prima spiegazione.

Con ironia buttava giù ogni muro di indifferenza.
 Indagava fino a quando non arrivava al cuore della notizia.
Aveva la battuta pronta, alcune hanno fatto epoca all’interno del mondo del giornalismo, da sempre restio a lodare gli altri.
Teo era amico di tutti, anche se quasi tutti nel tempo si erano dimenticati di lui. Come spesso accade, quando sei in cima hai la fila di persone che ti danno pacche sulle spalle, ti dicono quanto sei bravo, ti chiamano ogni giorno. Poi invecchi, vai in pensione, ti ammali e tutti si scordano di te. Non è sempre così, ma se tocca a qualcuno a cui vuoi bene ti sembra che l’offesa sia imperdonabile.
Teo era uno che sapeva come si porta un diretto (ma anche un dritto), come tirare un gancio, come avventurarsi sulla strada pericolosa del montante. Sapeva leggere negli occhi di un pugile, capire in anticipo dove avrebbe incontrato la paura e dove avrebbe trovato il coraggio.
E scriveva sempre quello che vedeva, quello che sapeva, anche a costo di farsi un nemico in più, anche a rischio di beccarsi una querela. Qualcuno gliel’ha anche fatta. Ma ha sempre perso, perché contro la verità si può solo perdere.
Assieme a lui ho vissuto momenti di incredibile buonumore, risate senza freni. Di gioia pura. Sia che fossimo in quel Luna Park per adulti che è Las Vegas, che ci muovessimo nella grigia e pericolosa Detroit. Abbiamo riso a Catanzaro, Vibo Valentia, Voghera, New York, Miami, San Juan de Portorico, Londra, Capo d’Orlando e Parigi. Ovunque ci portasse il nostro meraviglioso lavoro.
Ci siamo divertiti, ma ci siamo anche persi in ogni posto del mondo. Fosse Treviso o Barcellona, per noi non faceva differenza. Avevamo un senso dell’orientamento pari a zero, capaci di non ritrovare la giusta via anche dentro i pochi metri quadri di casa nostra. E ogni volta che accadeva, via a ridere, con gli altri che subito cominciavano a guardarci in modo strano.

Amo Mordecai Richler, l’uomo che ci ha regalato La versione di Barney. Scrive lo scrittore canadese: “Ci vogliono settantadue muscoli per fare il broncio, ma solo dodici per sorridere. Provaci per una volta”.
L’antica malattia che porta a confondere il serio con il serioso è un morbo che trova terreno fertile nel giornalismo. Come quello della battuta a ogni costo, che sia scontata o ingiuriosa poco importa.
Lui non era così, aveva il tempo giusto per la stoccata.
Diceva Sugar Ray Robinson: “Il ritmo è tutto nella boxe. Ogni tuo movimento inizia con il cuore”.
E Teo era romano sino in fondo al cuore. Non solo perché tifava Roma, ma anche e soprattutto perché aveva una qualità che aiuta a vivere. L’ironia sempre pronta, una maniglia a cui aggrapparsi quando il mondo sembra rotolarti addosso.
Sdrammatizzava le situazioni più intricate, si lanciava come un cane da caccia quando annusava una notizia. Non si stancava mai di andarla a stanare. E, cosa che gli ho a lungo invidiato, godeva del rispetto dei pugili. Si rivolgevano a lui con una domanda che per tanti anni ho sperato facessero anche a me.
Come sono andato?
Chiedevano un giudizio. Perché lo sapevano esperto, perché lo sapevano sincero.
Non troverete citazioni da intellettuale nei suoi pezzi, né sofisticati riferimenti letterari. Ma andando a rileggere quegli articoli scoprirete la boxe, la vita.
Gli ho voluto bene, gliene vorrò per sempre. È stato un compagno di avventura, un amico, un giornalista a cui chiedere consiglio. Una rarità nel nostro mondo.
Da sei anni Teo non c’è più. La boxe ha perso un altro pezzo importante della sua storia e io ho perso una persona con cui ho diviso almeno tre decenni della mia vita.
Non aveva difetti?
Volete scherzare! Ne aveva in quantità industriale.
Le sento ancora nelle orecchie le sue cento domande, una dietro l’altra, implacabile. Un martello che picchiava sulla mia testa, non si fermava sino a quando non gli davo una risposta. Dovevo interrompere un’intervista importante, smettere di parlare, chiunque fosse l’interlocutore, non guardare un match a cui tenevo perché lui pretendeva attenzione.
A volte mi veniva voglia di mandarlo a quel paese. Ma poi mi guardava con quell’espressione da finto ingenuo, mi chiedeva perché mi infuriassi tanto. E allora gli perdonavo tutto.
Con lui accanto mi sono sentito spesso uno dei due protagonisti della “Strana coppia”. Walter Matthau o Jack Lemmon? Non fa differenza, i ruoli erano interscambiabili.
Perché a me sono sempre piaciuti due aforismi.
Il primo mi sembra sia di Oscar Wilde: “Un amico è qualcuno che ti conosce molto bene e, nonostante questo, continua a frequentarti“.
L’altro è di Stephen Littleword, ricercatore sul miglioramento della qualità della vita: “Un amico vero lo riconosci subito, ti fa scoppiare a ridere anche quando proprio non lo vuoi, se ti domanda come stai dissolve anche il più triste pensiero e basta stare in sua compagnia per sentirsi speciali. Questo è un vero amico, colui che trasforma la tua vita, in una vita speciale!
Teodoro Teo Betti quando se ne è andato per sempre aveva 83 anni, una moglie: Luisa, due figli: Lauretta ed Edo.
Riposa in pace amico mio.

 

 

 

 

Che fine ha fatto Ruiz jr? Quanto è difficile imparare dalla storia…

Se la storia si ripete, e accade sempre l’inatteso,
quanto incapace dev’essere l’Uomo a imparare dall’esperienza.

(George Bernard Shaw, Uomo e superuomo, 1903)

 

Tokyo, 10 febbraio 1990/1 la vigilia
James Buster Douglas (28-4-1) sembra uno sfidante improponibile. Nessun bookmaker inizialmente accetta di quotarlo. Poi Ross Culver del Mirage Hotel apre a 42/1, altri lo seguono su questa strada. Se ne pentiranno amaramente.
Mike Tyson (37-0, 33 ko) viene da un virus intestinale e ha due amici all’angolo: Aaron Snowell e Joy Bright. “Due ragazzi che non potrebbero insegnare neppure come si nuota a un pesce” commenta Teddy Atlas. Nonostante tutto questo, nessuno pensa possa perdere.
Buster è alto 1.90, ferma la bilancia a 104,850. Sopra il peso forma di un buon peso massimo della sua altezza. A bordo ring solo sorrisi, davanti alla tv non c’è incertezza. Non sembra felice neppure lui,anche se la borsa è di 1,3 milioni di dollari: la più alta della carriera. Ma già sa che non ne intascherà neppure la metà.

New York, 30 aprile 2019/1 la vigilia
Andy Ruiz jr (32-1-0, 28 ko) non ha un fisico statuario. È alto 1.88 e pesa sopra i 120 chili, all’esordio nel professionismo ha segnato addirittura 135. Anthony Joshua, ha un fisico perfetto e un record immacolato: 22-0, 21 ko. Nessuno pensa che il campione possa perdere. I bookmaker quotano da 13/1 a 10/1 la vittoria dello sfidante.
Sorride il colosso di origini messicane, 7 milioni di dollari (la sua borsa) non li aveva mai visti.

Tokyo, 11 febbraio 1990/1 il match
Ottavo round. Tyson piazza un montante destro dei suoi, Douglas va al tappeto. Gli spettatori pensano: “L’avevamo detto, è finita!”. L’arbitro Octavio Meyran interpreta male il conteggio del cronometrista e concede allo sfidante dai due ai tre secondi in più per recuperare. Buster si riprende. Prima e dopo quel knock down il protagonista è lui, al decimo round mette ko il campione.
Il mondo della boxe è sconvolto.
Si parla di match combinato, di rivincita prima, di ritiro di Tyson poi.

New York, 1 giugno 2019/1 il match

Terzo round. Gancio sinistro, diretto destro di Joshua, il rivale è al tappeto. Gli spettatori pensano: “L’avevamo detto, è finita!”. Ruiz jr si rialza e tortura il campione fino a infliggergli un kot al settimo round.
Il mondo della boxe è sconvolto.
Si parla di match combinato, di rivincita prima, di ritiro di Joshua poi.

Las Vegas, 24 ottobre 1990/2 la vigilia
James Buster Douglas difende per la prima volta il titolo contro Evander Holyfield per una borsa di 24 milioni di dollari, anche stavolta gli resterà in tasca molto meno. È grasso, lento, pensante, sembra quasi infastidito dalla necessità di dover salire sul ring.
Steve Wynn, il proprietario del Mirage Hotel dove si svolgerà la sfida, è preoccupato. Il campione è decisamente sovrappeso.
“La sauna dell’albergo è a tua disposizione, usala come e quando vuoi”.
Una mattina Wynn scopre che Buster ha chiamato il room service è ha ordinato cibo per un conto di cento dollari. Facendosi portare il tutto in sauna.
Al peso segna 111,583. Quasi sette chili in più del primo match.

Diriyah, 6 dicembre 2019/2 la vigilia
Andy Ruiz jr difende per la prima volta il titolo. Incasserà tra gli 11 e i 13 milioni di dollari. Pubblica sul suo account Facebook una foto che lo mostra notevolmente dimagrito. Poi sale sulla bilancia e segna 128,500 kg: oltre sette chili sopra la prima sfida, ventuno in più di AJ.
Ha vissuto un’esperienza per lui totalmente sconosciuta, ha trascorso questi mesi da ricco e famoso. Si è comprato una Rolls Royce, una mega villa, gioielli e regali vari.
Pochi scommettono su di lui.

Las Vegas, 25 ottobre 1990/2 il match
Evander Holyfield chiude la sfida in poco più di sette minuti di combattimento.
Neppure per un secondo James Buster Douglas regala l’impressione di poter vincere il mondiale.
Sei mesi dopo aver stupito il mondo della boxe, esce di scena.

Diriyah, 7 dicembre 2019/2 il match
Lento, goffo, pesante, sempre sotto scacco del jab di Joshua.
Il campione viene dominato ai punti e perde senza mai essere stato nel match.
Sei mesi dopo aver stupito il mondo della boxe, esce di scena.

Stati Uniti, dopo il 25 ottobre 1990
James Buster Douglas spende velocemente i soldi che ha guadagnato.
Beve molto, mangia qualsiasi cosa. Pesa 190 chili, la glicemia sale a livelli inquietanti, entra in coma diabetico. Ricoverato in ospedale, resta tre giorni tra la vita e la morte.
Recupera, lentamente si riprende. Torna sul ring senza infamia e senza lode.
Si dedica alla carriera di allenatore, è il maestro di giovani promesse.
Nel giugno del 2016 fa un discorso al funerale di Muhammad Ali, poi ha una piccola parte in un film.
Oggi è un uomo sereno, ha soldi a sufficienza per guardare senza paura al futuro. Si è giocato alla grande la seconda occasione che la vita gli ha offerto.

Stati Uniti, dopo il 7 dicembree 2019.
Di Andy Ruiz jr si sono perse le tracce. Il suo maestro Manny Robles dice di non sentirlo dalla sera del match. E a chi gli chiede dove possa essere, risponde: “In vacanza”.
Pochi allenamenti e tante feste gli hanno fatto affrontare Joshua in cattive condizioni fisiche. Ha perso la strada della palestra.
In giro si parla di un suo match contro Dillian Whyte per il prossimo aprile, ma siamo a metà gennaio e di lui non si sa nulla.
Appena sei mesi fa il commentatore della TV americana dopo il ko inflitto a Joshua aveva detto al microfono: “Quello che è riuscito a fare Ruiz jr rende Cenerentola una storia con un triste finale”.
Ora sembra proprio che Cenerentola si sia presa la rivincita.
Manny Robles ci va giù duro.
“Quando tornerà in palestra, parleremo. Non devo essere certo io a chiamarlo, non è un ragazzino. Io sono e sarò sempre dell’idea che il pugile debba considerare ogni incontro come il più importante della sua vita. Perché il pugile è un guerriero, un gladiatore. Deve prendere tutto molto seriamente, senza avere la testa sempre e solo focalizzata su quanto guadagnerà”.
A chi gli chiede: Andy non avrà più te come allenatore?, risponde: “Come faccio a dirlo se non riesco neppure a parlarci?”
Essere re per una notte, rimanere travolti da ricchezza e popolarità è un carico di stress duro da sopportare. Andy Ruiz jr, per ora non ci ha neppure provato.