Tokyo 2020, qualificazioni in diretta Tv su Olympic Channel

Tutti i match, maschili e femminili, delle qualificazioni per i Giochi di Tokyo 2020 saranno trasmessi, in esclusiva e in tutto il mondo, da https://www.olympicchannel.com/en/sports/boxing/
Le dirette avranno commenti in varie lingue per ogni singolo appuntamento, con interviste e approfondimenti in studio a partire dai quarti di finale.
Le riunioni saranno trasmesse in streaming gratuitamente online. Sarà possibile vedere i programmi, tramite un’applicazione, anche sul telefono cellulare e sulla televisione.
I cinque appuntamenti.
Qualificazioni Africa (20-29 febbraio Dakar, Senegal), commenti in inglese e francese.
Qualificazioni Asia, Oceania (3-11 marzo, Amman, Giordania), commenti in inglese, hindi, mandarino, russo.
Qualificazioni Europa (Londra, Gran Bretagna, 13-23 marzo) commenti inglese e russo.
Qualificazioni America (26 marzo-3 aprile, Buenos Aires, Argentina) commenti inglese e spagnolo.
Qualificazioni mondiali (13-24 maggio, Parigi, Francia) commento inglese e spagnolo.
Le qualificazioni mondiali saranno riservate a tutti i pugili che, nel loro raggruppamento continentale, non sono riusciti a ottenere il pass olimpico.

Accadeva vent’anni fa, Tyson contro Big Dog a Manchester…

Manchester, 29 gennaio 2000

Vado da Julius Francis, il rivale britannico.
È un ormone, ma non riesce a convincermi di poter rappresentare un pericolo per Iron Mike.
Ha due piccoli tatuaggi sulla mano destra: JW, le iniziali di John Williams. È l’amico del cuore morto di cancro a 37 anni.
“La vita mi ha messo davanti pericoli ben più grandi di Tyson”
Aveva dieci anni quando è stato dato in affidamento ai genitori adottivi. La mamma era morta quando lui era ancora un bambino e il papà lavorava come camionista, sempre fuori. Non poteva occuparsi di lui.
La compagnia l’aveva trovata all’interno di una gang. Metà della gioventù la passa in galera.
Veniva accoltellato alla milza, rischiava di morire. Per suturare quella ferita erano stati necessari sessanta punti.
Gli sparavano, la pallottola per sua fortuna sfiorava la tempia. Una sottile striscia di sangue, il terrore negli occhi.
Rubava, rapinava, spacciava droga.

Il futuro sembrava non esistere per questo giovanotto venuto su a Peckham, nella zona sud-est di Londra.
Quattro figli, da quattro donne diverse. In prigione anche il giorno in cui la primogenita Lonnie stava festeggiando il primo compleanno.
In cella cominciava a leggere la Bibbia, aderiva alla Chiesa dei Cristiani Rinati. Quando usciva, la vita aveva un sapore diverso, poteva cominciare una nuova avventura.
In palestra è entrato a 25 anni, tre stagioni dopo è diventato professionista. Frank Maloney è il manager, Mark Roe il maestro. Anche loro vengono dalle lotte tra gang.
“Vivevamo in un’area controllata dai Richardson, se non eri nel crimine venivi considerato una mammoletta, un frocetto. Mi ricordo un Natale, ero con un amico e nel bagagliaio avevamo quattro casse di whiskey. Ci ferma la polizia e ne prende tre, poi ci lascia andare. Neppure Don King lavora con queste percentuali…” racconta Maloney.

Nessuno pensa che Julius Francis possa reggere l’urto di Mike Tyson, Non lo pensa neppure il Daily Mirror, tabloid londinese, che sponsorizza le suole delle scarpe del pugile inglese sborsando l’equivalenti di centocinquanta milioni di lire.
Big Dog, così lo chiamano i tifosi, alza le spalle e guarda avanti. Ogni notte sogna James Buster Douglas e quello che l’uomo di Columbus è stato capace di fare sul ring di Tokyo.
È il solo a credere che la favola possa ripetersi.
Non lo pensa sicuramente il clan di Tyson. Trenta persone che adorano l’uomo che paga i loro conti.
Si sono fatti tatuare sul corpo improbabili dediche.
A Andy, accanto la firma del campione e un enorme faccione che lo ricorda vagamente. Quei tatuaggi li hanno sulla schiena, sui bicipiti, sul braccio, sotto il cuore.
Esaudiscono ogni desiderio del boss, meglio di quanto farebbe il Genio della lampada di Aladino.
Mike ha la smania di vedere gli aerei?
Tutti in aeroporto.
Sente il bisogno di pregare?
Tutti alla Moschea.
Non lo lasciano mai solo, anche se lui è così che si sente in ogni momento della vita.

Quando esce per andare alle operazioni di peso una folla di duecento tifosi assale la Bentley dai vetri oscurati. Una ragazza si spezza le unghie nel tentativo di farsi notare, un’altra nella calca quasi ci rimette una gamba.
A due passi c’è Julius Francis. Nessuno lo degna di uno sguardo.
I giornali inglesi ci vanno giù pesanti
“Arriva Tyson, chiudete a chiave le vostre figlie” (Boxing Monthly)
“Tyson è il turista più schifoso di Londra. Lui e il suo clan offrono uno spettacolo repellente” (Evening Standard).
“Mordimi l’orecchio e ti faccio la pipì addosso” (Daily Star accanto a una foto di Tyson che bacia sulla guancia un bambino).
“Attento all’orecchio ragazzo” (The Sun, accanto alla stessa foto).
“Il clan di Tyson ha cercato di portare nel letto del campione Samantha Nuttall, ballerina di lapdance” (Sunday People).
Iron Mike si tortura le treccine ispide. Muove lentamente il polso facendo brillare un orologio tempestato di diamanti che ha acquistato a una cifra folle.
Julius si rimette il walkman e si isola dal mondo. Ascolta Keith Murray, rapper americano finito in prigione per avere pugnalato un uomo in un bar del Connecticut. Canzoni dure, parole e ritmi che colpiscono l’anima. Spera che la musica possa aiutarlo a trovare un’identità, a restituirgli corpo, anima e quella visibilità perduta inseguendo una sfida impossibile.

Poi arriva la sera del match e Big Dog si mette giù come un cagnone tranquillo, rispettoso del padrone. Cinque conteggi, compreso il kot finale in poco più di quattro minuti. I ventunomila della MEN Arena hanno avuto quello che volevano. Tyson  pianifica la distruzione come ai vecchi tempi. Prima gli bastava esibire i muscoli sul ring, battersi la testa con i pugni al suono del primo gong e poi avanzare verso la vittima di turno. Adesso no. Adesso deve faticare. Le gambe non hanno più la mobilità di un tempo. La difesa non ce la fa più a reggersi solo sulle oscillazioni del tronco. La potenza è rimasta intatta, ma per scatenarla Iron Mike deve avere mente e anima pulite. Accade raramente. E se non accade lui finisce ko contro Holyfield e gli morde l’orecchio nella rivincita, prova a rompere il braccio di Botha o a colpire Norris dopo il gong.
Anche stavolta rischia di perdere la testa.
A 24 ore dal match lascia furibondo il Crowne Plaza.
“Ne ho abbastanza di questa immondizia, portami all’aeroporto. Torno negli Stati Uniti” dice all’autista della Mercedes che è a sua disposizione a ogni ora del giorno e della notte.

Monica Turner, la moglie, è stata convinta a restare a casa perché si teme per la sua sicurezza.
E Frank Warren si rifiuta di pagare i tre miliardi di gioielli acquistati dal pugile a Londra.
Due macchine si lanciano all’inseguimento, lo raggiungono, gli mostrano una lettera su carta intestata. C’è scritto che l’organizzatore risolverà il problema con il gioielliere.
Tyson torna in albergo, il match è salvo.
Adesso tifosi con le facce lucide, i capelli bagnati e la voce impastata dall’alcool chiedono al loro eroe di scannare quei bastardi che hanno osato mettere in dubbio il suo valore.
“I wanted to bang him out”.
Voleva sbatterlo fuori.
Julius Francis non aveva speranze.
Party, balli e alcool sino a notte fonda. Alle 11 del mattino c’è il volo che da Gatwick riporta tutto il clan Tyson a Newark. Adesso, nella testa del campione, Big Dog è solo un cagnone pronto ad accucciarsi ai suoi piedi.
Lui è a caccia di altre storie violente da raccontare.

(da IL MATCH FANTASMA di Dario Torromeo, Absolutely Free editore)

Lettori vs giornalisti sportivi. Poco rispetto per Kobe Bryant…

Il modo in cui la tragedia di Kobe Bryant è stata trattata sui giornali sportivi italiani ha aperto una violenta polemica tra lettori, giornalisti e giornalisti/lettori.
Cosa dice l’accusa?
Avete minimizzato sulle vostre prime pagine la morte violenta e improvvisa di un fenomeno dello sport moderno.
La difesa parla di tempi di ricezione della notizia, concomitanza di altri eventi più importanti (Napoli-Juventus, Roma-Lazio), impossibilità di modificare la copertina.

Ho lavorato per quarant’anni in un giornale sportivo. Sono stato praticante prima, redattore e inviato del Corriere dello Sport-Stadio poi. Ero un lettore pesante di quotidiani. Credo quindi di avere i titoli per esprimere la mia opinione. Preciso, perché i difensori della causa hanno attaccato, insultato, aggredito verbalmente i loro contestatori. Quale era la prova fondamentale a sostegno di quelle parole? La mancata conoscenza della professione, quindi l’impossibilità di analizzarla non essendo in possesso della necessaria competenza.
Chiarisco subito che sto dalla parte dei lettori che hanno giudicato sbagliata la scelta fatta domenica sera dai tre quotidiani sportivi: Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport-Stadio, Tuttosport.

TMZ il sito americano che ha fatto conoscere per primo al mondo il tragico evento, ha postato la notizia alle 20:23 (ora italiana) di domenica sera.
Alle 20:49 era già stata ampiamente ripresa da altri siti americani.
Diciamo quindi che nelle redazioni dei quotidiani è arrivata attorno alle 20:30.
In tempo per modificare la prima pagina.
È vero ho lavorato in un’epoca ormai lontana, quando i giornali erano un’altra cosa. Ma dall’inizio della professione ho visto intere prime pagine rivoluzionate. E allora si operava a piombo, decisamente più complicato in quelle condizioni che non oggi con i mezzi che la tecnologia mette a disposizione.

La seconda prova a sostegno della tesi difensiva è l’importanza mediatica sovrastante di Napoli-Juventus e Roma-Lazio sulla tragedia di Kobe Bryant.
Ho visto Mario Sconcerti confezionare un intero giornale su Gino Bartali il giorno in cui è morto.
Non era domenica, non c’era il derby e non si giocava Napoli-Juventus. È vero. Ma l’andamento del derby (il titolo PAPEROPOLI del Corsport ne riassume il senso) e il fatto che la partita di Napoli dovesse ancora cominciare, avrebbero potuto consigliare diverso atteggiamento. In realtà all’interno delle redazioni un’alta percentuale di giornalisti ha sùbito pensato che far prevalere la tragedia di Bryant sul campionato sarebbe stata una bestemmia in fatto di comunicazione.

L’Italia è un Paese a monocultura calcistica.
Ma ci sono rari momenti nella storia dell’editoria in cui un giornale dovrebbe avere il coraggio di andare oltre.
A un quotidiano si dovrebbero chiedere soprattutto cinque cose: onestà dell’informazione, credibilità, coraggio, qualità della scrittura, cultura sportiva. La voglia di soddisfare i  cinque requisiti avrebbe dovuto spingere verso la modifica delle prime pagine. Sarebbero infatti state esaltate cultura sportiva, credibilità, coraggio. Tre su cinque, almeno.
Il legame fortissimo nei confronti dell’Italia, l’aver vissuto a lungo nel nostro Paese, avrebbe dovuto servire da ulteriore spinta emotiva per rafforzare la scelta. E poi Kobe Bryant non era solo un campione dello sport, era un personaggio entrato con forza, e da protagonista, nella nostra società. Basta ascoltare come ne stanno parlando altri grandi campioni, persone che l’hanno conosciuto, chi con lui ha lavorato, tifosi e lettori.
Sarebbe stata una scelta coraggiosa. Ma avrebbe dovuto essere dettata da una diversa interpretazione del mestiere, da una conoscenza profonda dello sport e dei lettori. Purtroppo, negli ultimi anni, è cresciuto quel distacco che da sempre divide il pubblico di riferimento con la maggior parte delle gestioni dei giornali. Non cambiate le carte in tavola, non sto dicendo che La Gazzetta dello Sport non si occupi di sport che non siano il calcio. Lo fa in modo clamorosamente più ampio di quanto non facciano gli altri due sportivi. Ma di certo non lo fa più come prima.
E c’è un’altra cosa che non mi piace. Si vive arroccati nel fortino, convinti di sapere tutto. Tolta la curiosità, altro elemento fondamentale del mestiere, si finisce con il mettersi sul piano dei tanti odiatori che infestano i social network. So tutto e chi non la pensa come me merita solo di essere mandato a quel Paese. Così si finisce per diventare estranei al contesto in cui si opera. Pensare che qualcuno possa avere un dubbio è diventata un’utopia. Il numero di persone che ancora si prende il lusso di dubitare si sta velocemente riducendo verso lo zero.

Non seguo i contestatori quando fanno paragoni con la stampa estera che, in alcuni casi, ha dedicato l’intera prima pagina a Kobe. Si muovono in un contesto diverso, hanno come riferimento lettori abituati a percorrere strade differenti, per loro la scelta credo sia arrivata in automatico. Da noi sarebbe servito un coraggio che nessuno dei tre quotidiani sportivi ha avuto.
Aggiungo una valutazione che pesa almeno su due giornali italiani su tre. Avrebbero dovuto rifare impostazione e titolazione della prima, potendo contare su una forza lavoro davvero esigua. Mi spingo però oltre, penso che la scelta sia stata ideologica, concettuale, non influenzata in maniera determinante dalla forza lavoro a disposizione.
Il pomeriggio del primo maggio del 1994 la quasi totalità dei redattori e tipografi del Corriere dello Sport-Stadio  tornò al giornale per la morte di Ayrton Senna a Imola, in uno dei quattro giorni l’anno in cui i quotidiani chiudono i palazzi per la festività, e confezionò un ottimo prodotto da mandare in edicola il giorno dopo. Altri tempi, è vero.
Sono rimasto stupito dall’aggressività di alcuni post a difesa pubblicati su Twitter e Facebook da parte di giornalisti.
Il nostro mestiere sta velocemente perdendo colpi, non sono certo io a dirlo (casomai me ne dolgo, anche per egosismo), ma il numero dei professionisti in attività e delle copie vendute che diminuisce in modo impressionante anno dopo anno. Difendere le proprie tesi sbandierando il fatto che i giornalisti stavano lavorando, di domenica, mentre chi contesta se ne stava tranquillamente sdraiato sul proprio divano è un errore imbarazzante. Di immagine e di sostanza. Tra chi non ha gradito la scelta che la comunicazione sportiva ha fatto in questa occasione, ci saranno stati chirurghi che stavano salvando vite umane, infermieri che operavano in sala operatoria, camerieri che faticavano senza sosta, guardiani notturni, forze di polizia. Insomma altri lavoratori che avevano tutto il diritto di esprimere il loro parere senza per questo essere insultati.
Avanzo cortesemente una richiesta.
Chiunque scriva sui social network potrebbe evitare di usare il termine giornalai come se fosse un insulto?
I giornalai fanno un lavoro in via di estinzione, quindi stanno vivendo un momento che non definirei felice. Ciò nonostante continuano ad alzarsi alle 4 del mattino e vanno a lavorare con il freddo, la pioggia, il vento. Se ne stanno tutto il tempo chiusi in uno spazio angusto per una cifra che a fine mese non direi proprio possa dirsi congrua.
Per qualche settimana, non di più, provateci voi a fare tutto questo. A esperimento concluso, ne sono convinto, rivoluzionereste il senso del termine. E giornalaio si trasformerebbe in un elogio, un complimento, non in un’offesa a sangue, come adesso.
Concludo. Sono fermamente convinto che ognuno possa e debba avere la propria opinione. Ma sono altresì convinto che debba esporla portando prove concrete a sostegno, senza insultare gli interlocutori, nel rispetto di chiunque ci faccia il piacere di parlare con noi. A voce o via Internet. Soprattutto nel caso in questione, in cui la causa che ha scatenato la discussione è stata una tragedia. Alcune delle frasi che ho letto hanno mancato di rispetto per l’interlocutore e per quel Kobe Bryant che avete tutti detto di amare. Oltre che per voi stessi, che le avete pronunciate.

Ivanisevic nella Hall Of Fame, nel 2001 l’impresa più grande

Goran Ivanisevic e Conchita Martinez entrano a far parte della Hall of Fame del tennis.
Il museo di Newport, Rhode Island, accoglie i due campioni nella ristretta cerchia dei più grandi.
La spagnola, coach della connazionale Garbine Muguruza, ha trionfato a Wimbledon ’94, in finale a Melbourne e Parigi, vincitrice di 33 titoli WTA, numero 2 del mondo e medaglia d’argento in doppio a Barcellona ’92, Atene 2004 e di bronzo ad Atlanta ’96.
Ivanisevic, numero 2 del mondo, ha vinto in carriera 22 titoli ATP e la medaglia di bronzo in singolare e doppio a Barcellona ’92.

Il croato, attualmente nel team di Novak Djokovic, è stato campione di Wimbledon nel 2001 (unico tennista uomo capace di vincere uno Slam da wild card).
Sabato 22 febbraio sarà presentato alla Garbatella il libro “L’estate di Goran” che racconta quella magica impresa.

Martedì in scena a Roma “L’uragano”, storia di Leone Efrati


Io appartengo all’unica razza
che conosco, quella umana.
(Albert Einstein)

Martedì 28 gennaio, al Teatro Palladium (piazza Benedetto Romano  8, Roma) alle ore 21: L’URAGANO, storia di Leone Efrati, di Antonello Capurso, con Antonello Capurso, Alessandro Cecchini, Micol Pavoncello. Interverranno Romolo Efrati e Cesare Venturini. Consulenza
di Lello Efrati. Disegno luci: Dario De Francesco.

Il sor Emilio girava incuriosito nei locali dell’Audace, in via Frangipane.
Era appena passato davanti ai resti delle mura romane, aveva girato lo sguardo verso sinistra, come faceva sempre quando andava in palestra. Un tempo lì, su quella parete, c’era l’ingresso di un lungo tunnel sotterraneo che portava fino al Colosseo. I gladiatori percorrevano quel cuniculo buio prima di lanciarsi nella battaglia per la vita.
Il sor Emilio faceva un lungo sospiro, poi spingeva la porta che dava accesso al ripostiglio. Lì dentro era pieno di vecchi giornali, fotografie, guantoni ormai inutilizzabili, sedie, raccoglitori rotti. Insomma era così pieno che diventava quasi impossibile entrare. Ma lui aveva visto qualcosa che gli sembrava meritasse la traversata delle cianfrusaglie, come la chiamavano gli audaciani.
Aveva scansato vecchi giornali, fotografie, guantoni ormai inutilizzabili, sedie, raccoglitori rotti e alla fine aveva trovato quello che gli sembrava di avere visto. L’oggetto che aveva scatenato la sua curiosità.
Una vecchia valigetta di cartone pressato. Apriva con delicatezza le due chiusure, aveva paura potessero rompersi, sapeva che andavano trattate con delicatezza. Dentro c’erano un paio di guantoni, un caschetto e le scarpette da combattimento. Tutto marchiato Everlast, la ditta americana.
A chi apparteneva quella valigetta?

Il sor Emilio si trasformava in investigatore, cercava un indizio che potesse aiutarlo a svelare il mistero. Girava e rigirava quell’oggetto tra le mani e alla fine trovava quello che cercava.
Un paio di iniziali. La scrittura era ancora chiara, prima una elle, poi una e: L.E.
Il sor Emilio Lucioli aveva appena scoperto la valigetta (sopra, Romolo Efrati) con cui Leone Efrati era andato all’America, come si diceva all’epoca, cinquant’anni prima.
Tutto questo accadeva molto tempo fa.

Adesso quel prezioso oggetto che scatena infiniti ricordi è tornato a casa,  al Museo della Shoah. Cesare Venturini, che dell’Audace è il papà presidente, ha il gusto della memoria, crede che sia indispensabile ricordare il passato per poter vivere un futuro migliore. Per questo ha donato al Museo il ricordo di un uomo che appartiene a tutti noi, alla tradizione dei pugili italo-ebraici che si sono fatti onore nel mondo.

Leone Efrati era nato a Roma il 26 maggio del 1916, giorni di lotta e dolore. La prima guerra mondiale non dava pace. Bisognava combattere ogni giorno della vita.Era una battaglia molto più pericolosa di quel che potesse essere una scazzottata sul ring.
Lelletto, gli amici lo chiamavano così, era diventato pugile per passione.
Di professione faceva lo stracciarolo, vendeva di tutto trascinandosi dietro la mercanzia su un vecchio carrettino. Quando saliva sul ring, si trasformava.
Così lo descrive in un articolo Massimo Raffaeli sul Manifesto.
“Un ragazzo minuto, ma dal fisico scolpito, di modesta ma compatta massa muscolare: appare corto di gambe ma le sue braccia, più estese in proporzione, fanno pensare a un notevole allungo; la postura che volentieri assume in quelle stesse foto dice che fu probabilmente un insidioso guardia destra”.

Un peso piuma che sapeva farsi rispettare, nel momento migliore aveva raggiunto il numero 10 della NBA, la National Boxing Association nata nel 1921. Una delle prime sigle a gestire il pugilato mondiale. Efrati il titolo l’aveva anche sfiorato dopo aver fatto una
buona carriera in Italia: per due volte si era battuto con Gino Bondavalli.
Poi aveva tentato l’esperienza parigina, infine il grande salto. Era andato all’America e si era portato dietro i ferri del mestiere, in quella valigetta marrone che custodiva quasi fosse una reliquia.
Si era fermato a Chicago, dove aveva combattuto per dodici volte. Una volta era salito sul ring di Milwaukee.

Il 29 dicembre del ’38 aveva affrontato al Coliseum il forte Leo Rodak (foto sopra). Dieci round epici, chiusi sul filo del rasoio. Leone era convinto di avercela fatta, ma i giudici avevano deciso che il vincitore fosse Rodak. Solo a match concluso, la NBA aveva annunciato che quel match valeva per il titolo. Avrebbe potuto restare lì, al sicuro, come gli Stati Uniti gli avevano proposto. Invece, pur di riabbracciare la famiglia, era tornato  in Italia dove da meno di un anno erano in vigore le leggi razziali.

Così, tanto per ricordare.
Le leggi razziali furono emanate nel 1938: esattamente il 14 luglio con la pubblicazione del famoso “Manifesto del razzismo italiano” poi trasformato in decreto, il 15 novembre dello stesso anno, con tanto di firma di Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d’Italia e imperatore d’Etiopia “per grazia di Dio e per volontà della nazione”.
Il 25 luglio, il ministro della cultura popolare Dino Alfieri e il segretario del partito fascista Achille Starace si erano premurati di ricevere “un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane che avevano, sotto l’egida del ministero della cultura popolare, redatto il manifesto che gettava le basi del razzismo fascista”.
Con il manifesto e con le leggi successive, agli ebrei venne proibito, tra l’altro, di prestare servizio militare, esercitare l’ufficio di tutore, essere proprietari di aziende, essere proprietari di terreni e di fabbricati, avere domestici “ariani”. Gli ebrei venivano anche licenziati dalle amministrazioni militari e civili, dagli enti provinciali e comunali, dagli enti parastatali, dalle banche, dalle assicurazioni e dall’insegnamento nelle scuole di qualunque ordine e grado. Infine, i ragazzi ebrei non potevano più essere accolti nelle scuole statali”. (dal Sito A.N.P.I. di Lissone – Sezione “Emilio Diligenti”).
Roma si era trasformata in un inferno per gli ebrei, come del resto lo era l’Italia intera.
La famiglia Efrati aveva dovuto abbandonare la loro abitazione al civico 57 di via Luciano Manara, San Cosimato. Sarebbe stata troppo facilmente rintracciabile, i delatori erano sempre in agguato.
Gli Efrati dormivano nei portoni delle case, cambiavano rifugio ogni notte: Vicolo del Moro, via della Renella, via della Pelliccia. Avevano come compagna la paura. In ogni ombra vedevano un nemico.
Leone, la moglie Ester e i tre figli: Romolo di sei anni, Elio di tre e Letizia di uno si nascondevano, speravano, sognavano.

Una mattina di aprile del ’43, Lelletto era contento, aveva appena fatto un buon affare. Aveva scambiato in piazza San Giovanni quattro uova per una pagnotta nera. Guardava il figlio negli occhi e decideva che era tempo di festeggiare.
“Romolè, annamo in gelateria”.
Appena usciti, avevano incrociato due  uomini in borghese, due brutti figuri che gli si erano parati davanti.
“Efrati, non muoverti. Non fare cose di cui potresti pentirti.”
Avevano mostrato una rivoltella.
All’epoca, quattro bande di delatori si dividevano Roma.
Li avrebbero venduti: diecimila lire per l’adulto, tremila per il bambino.

Li avevano portati in via Tasso.
I tedeschi avevano chiamato quei due per nome e loro avevano dato un’agghiacciante risposta.
“Uno grande, uno piccolo”.
Appena saliti al piano superiore, gli Efrati avevano visto su una scrivania l’orologio di zio Marco,
“Romolè, non addabbberare, nun risponne a nessuna domanda”, Lelletto aveva capito.
“Ragazzi, dove abiti? Dai, che te portamo da mamma” uno dei delatori ci aveva provato. Romolo era rimasto in silenzio.
Li avevano trasferiti al terzo braccio del carcere di Regina Coeli, dove sarebbero rimasti per tre settimane.
La mattina  del 20 maggio 1943 li avevano fatti salire su un camion per trasportarli a Fossoli.
Romolo non avrebbe mai dimenticato quella data, il giorno dopo avrebbe compiuto sei anni.
Sul camion, assieme a Lelletto e Romolo, c’erano zio Marco e nonno Aronne.
Maurizio Molinari e Amedeo Guerrazzi Osti raccontano questo episodio nel loro libro “Duello nel ghetto”.
Un uomo coraggioso e di animo buono, Pacifico Di Consiglio detto “Moretto”, aveva aiutato il piccolo Romolo a calarsi di nascosto dal camion e scappare. Il bambino aveva corso disperato, poi aveva girovagato per Trastevere fino a ricongiungersi con il resto della famiglia.
“Che ce dovevo fa coì ‘sto ragazzino? E quanno ce arriva in Germania…”
Gli altri passeggeri del camion si erano guardati in faccia e avevano deciso. Si erano passati quel giovane corpo esile di mano in mano, l’avevano fatto scendere vicino San Pietro. Lui era saltato veloce su una botticella ed era scappato in direzione Ponte Sisto. Aveva corso fino a togliersi il fiato sino a quando non era arrivato a Piazza Trilussa, li aveva incontrato mamma Ester.
Leone Efrati era stato invece deportato nel campo di concentramento di Ebensee, sotto la giurisdizione di Auschwitz Birkenau. Il campo dove la percentuale di morte tra i prigionieri era più alta che da qualsiasi altra parte.
I tedeschi sapevano che Leone era un pugile, a loro piaceva vederlo combattere. Così, per divertirsi e scommettere, lo mettevano su un ring quasi ogni giorno contro uomini molto più pesanti di lui. La posta in palio era incredibilmente alta. Se vincevi, rimediavi una zuppa di pane e andavi avanti. Se perdevi, quasi sempre finivi in un forno crematorio.

Valerio Piccioni ha scritto un commovente articolo sul La Gazzetta dello Sport, in quelle righe c’è la testimonianza di Alberto Sed: anche lui ad Auschwitz assieme ad Efrati.
“I tedeschi lo conoscevano, hai voglia se lo conoscevano. Era il pugile ideale per le scommesse. Un grande peso piuma/leggero vicino ai 59 chili contro un bel peso medio che di chili ne faceva 75. E giù soldi, tanti soldi. Non c’era il ring, solo un piazzale e loro che urlavano, si divertivano, giocavano. Sempre di domenica, quando non si lavorava. Noi assistevamo, ma con che spirito, con che spirito vede un incontro di boxe uno che non sa che fine hanno fatto sua madre e sua sorella? (…) Efrati si faceva onore, ma poi un giorno finì tutto. C’era anche suo fratello al campo. E lui tornando nel blocco aveva saputo che era stato picchiato a sangue da alcuni kapò. “Chi è stato, chi te l’ha date?”. Si era rifatto e loro, dopo aver preso tutte ‘ste botte, avevano avverito un soldato tedesco. Qualche ora dopo l’avevano tramortito, lo avevano lasciato a terra moribondo. Ogni sera le SS, davanti al blocco, ti strattonavano per vedere se stavi in piedi: chi cadeva per terra non aveva scampo, e lui non era riuscito neanche ad alzarsi. È stato così che Lelletto è finito nei forni crematori”.
Nessuno su quel ring che non era un ring, in quei match che non erano match, era riuscito a battere il pugile romano. Centoquattro incontri in un anno, due a settimana. Centoquattro vittorie per ko, perché il match si fermava solo quando uno dei due non poteva più rialzarsi. Lui, piuma/leggero attorno ai 59 chili, contro gente che superava i 75 chili. Non lo avevano mai sconfitto.
Aveva resistito finché aveva potuto, per metterlo ko gli erano andati contro in quattro.
Era il 16 aprile del 1944, Leone Lelletto Efrati aveva 28 anni.

L’anno dopo a Roma si era celebrato un processo, sul banco degli imputati i due delatori che avevano consegnato Leone e Romolo alle SS. I due sorridevano, erano tranquilli, certi che non ci fossero testimoni pronti a riconoscerli. Ci avevano pensato i campi di sterminio a eliminarli.
Uno però era scampato all’Olocausto, era un bambino di sette anni.
“L’avvocato difensore mi faceva delle domande usando un linguaggio complicato che io non capivo. Loro ridevano. Allora il pubblico ministero ha chiesto al giudice se potesse aiutarmi. Ricevuto il permesso, mi ha tradotto in giudaico romanesco le domande. E quando mi hanno chiesto se riconoscessi i due che ci avevano messi nelle mani dei tedeschi, non ho avuto dubbi. Uno di loro aveva anche un braccio di legno. Sì li riconosco, ho detto. Sono lui e lui. La coppia di delatori a quel punto ha smesso di ridere”
A parlare è Romolo Efrati, che oggi ha 83 anni e vive in Israele.

Domani a Roma va in scena  la storia di Leone Lelletto Efrati.
Il pugile che gli amici chiamavano URAGANO… 

Whyte: Per Ruiz, cioccolato e tacos sono più importanti della boxe

“Abbiamo fatto un’offerta ad Andy Ruiz, ma al momento il cioccolato per lui è più importante della boxe. Quindi, aspettiamo e vediamo cosa accadrà” ha detto Dillian Whyte.
“Ha fatto una grande cosa, ha cambiato la sua vita. Ha scritto la storia. Ma i tacos devono avere fatto impazzire quel fratello. Aveva il mondo ai suoi piedi, ma non è riuscito a dire di no alle enchiladas“.
Ha parlato così Dillian Whyte…
…l’uomo che  lo scorso 7 dicembre ha affrontato Mariusz Wach: 40enne polacco con quattro sconfitte negli ultimi sei incontri e ha portato a casa una brutta vittoria ai punti.
…l’uomo che ha affrontato Anthony Joshua ed ha perso per kot 7, mentre Ruiz jr nei due incontri contro AJ ha ottenuto una vittoria per kot e una sconfitta ai punti.
…ma soprattutto l’uomo che in Arabia Saudita, poco più di un mese fa, ha segnato al peso 122,900 apparendo pesante, lento, fuori forma in fase difensiva, incostante nell’azione.
Certo, neppure Andy jr è sembrato il ritratto della fisicità: 128,500 sulla bilancia. Decisamente troppi per uno alto 1,87. Ma credo che Whyte sia l’ultimo a potersi permettere di criticarlo in questo modo.

Il caso Pinky, campione del mondo che nessuno conosceva

Alla fine di ottobre del 1929 c’era stato il crollo di Wall Street. La Borsa americana aveva subito il più grande colpo della storia, la Grande Depressione era appena cominciata.
Cuba viveva il secondo mandato di Gerardo Machado ed era sotto l’influenza politica ed economica degli Stati Uniti. Il prezzo dello zucchero era calato precipitosamente, le tensioni era aumentate.
Studenti e ribelli tentavano di opporsi ad una situazione che sembrava senza futuro.
Machado si vantava di avere incrementato il turismo, ma gli effetti più evidenti di quel progresso eranio l’aumento della prostituzione e del gioco d’azzardo.
Lo sport, soprattutto la boxe, costituiva una boccata d’aria fresca in quel clima di tensione continua.
Il 25 gennaio del 1930, esattamente novanta anni fa, due uomini salivano sul ring della Pollar Arena all’Avana.

Panama Al Brown era il chiaro favorito, aveva un record di 60-8-6, era il campione del mondo della NBA per i pesi gallo
Lo chiamavano il Ragno Nero: 1,78 per 53 chili e mezzo. Alto, braccia lunghe, gambe senza fine, magre, robuste. Sembrava avesse la fame dipinta sul volto. Il suo nome era Alfonso Theophilo Brown, aveva una grande grande classe.
Un gigante tra i pesi gallo. Danzava sul ring, agile nel movimento di gambe, braccia basse e colpi precisi. Da otto anni tirava e incassava colpi come ogni bravo professionista.

Era forte, ma poco propenso a osservare una rigida disciplina. Soffriva a rientrare nei limiti di peso, non riusciva a resistere al richiamo dei locali dove poteva consumare alcool, ballare fino all’alba e concedersi ai piaceri del sesso senza stare tanto a chiedersi chi fosse a fargli compagnia nella stanza da letto.
Grande come pugile, altrettanto grande nella trasgressione. La leggenda narra che tra un round e l’altro bevesse un bicchierino di cognac quando altri mandavano giù al massimo un sorso d’acqua. Un artista, ballerino e poeta che aveva conquistato tifosi e intellettuali. A Parigi frequentava un giro importante. Il pittore Eduardo Arroyo, lo scrittore Ernest Hemingway. Con il poeta francese Jean Cocteau aveva il legame più forte. Panama Brown si muoveva come un divo anche sulle strade della vita, leggero, affascinante e senza falsi pudori.

L’altro aveva un curriculum meno affascinante.
Pincus Pinky Silverberg era nato nel Bronx, New York. A 16 anni la sua famiglia si era trasferita ad Ansonia nel Connecticut e lui aveva deciso di fare il pugile. Aveva falsificato il documento di identità, anticipando la sua data di nascita di due anni. Ne servivano 18 per ottenere la licenza e combattere. Il 20 settembre del 1920 aveva debuttato.
Sette anni dopo aveva approfittato del ritiro di Fidel LaBarba, che aveva lasciato il titolo per andare a studiare alla Stanford University.
Il 22 ottobre del 1927 era diventato campione del mondo dei pesi mosca. Poi la NBA gli aveva tolto il titolo per “combattimento insoddisfacente”, in realtà Pinky aveva retto dieci round con una mano rotta. Ma né le sue proteste, né la testimonianza del medico lo aveva salvato.
L’anno dopo nella mitica St Nicholas Arena di New York aveva perso ai punti in otto round contro Kid Chocolate.
E adesso era all’Avana per affrontare Panama Al Brown che lo superava ai punti in dieci ripresa, arbitro e giudice unico Lou Magnolia.
Molti anni dopo tutti ricordavano vita, carriera e imprese del Ragno Nero. Nessuno sembrava invece sapere che Pinky Silverberg avesse fatto il pugile. Il figlio Ron era andato su Internet e aveva scoperto che digitando il nome del papà usciva praticamente il nulla. Aveva interpellato alcuni siti specializzati di boxe e aveva ottenuto lo stesso risultato. Anzi, ancora più deprimente.
“Pincus Silverberg? Mai sentito nominare. Se vuole potremmo fare delle ricerche”.
“Certo, mi farebbe piacere”.
“Ci mandi dieci dollari e provvederemo a spedirle quanto riusciremo a scoprire”.
Non conoscevano le imprese pugilistiche di Pinky neppure Steve e Victor Parkosenich, i due fratelli polacchi che vivevano sullo stesso pianerottolo dell’ex campione del mondo ad Ansonia.
Ignoravano chi fosse i curatori del Museo dei pugili ebrei di Filadelfia.

“Papà non amava parlare di quei tipi, non se ne andava in giro a raccontare i suoi succressi sul ring” ha detto Ron, il figlio.
Poi lo storico Mike Silver si interessava di questa incredibile storia e scopriva match, titoli, personaggi.
Raccontava tutto in un servizio di quattro pagine per The Ring Magazine, compreso l’incredibile viaggio di Pinky per la tournèe australiana nel 1929: cinque giorni in treno da Ansonia a San Francisco, quattro settimane su un battello a vapore per attraversare l’Oceano e raggiungere Melbourne.
A completare il ritratto ci pensava Dave Cassetti, ex peso medio dilettante, ma soprattutto sindaco di Ansonia. Era lui a intitolare, nel giugno del 2017, l’incrocio tra Main e Front Street a Pincus Silverberg detto Pinky che proprio lì aveva vissuto. Da quel giorno il posto diventava L’angolo del Campione.
Per l’altro uomo della sfida, nessun problema.
Chiunque ami la boxe sa benissimo chi sia stato Al Panama Brown, il Ragno Nero.

 

La notte magica di Gianfranco Rosi, l’umbro di ferro (video)


Perugia, 2 ottobre 1987

Sì, è lui Rocky. Quello vero. Soffre, ma non si lascia calpestare.
E diventa campione, non certo per caso.
Gianfranco Rosi fa impazzire Perugia. Strappa ad Aquino il mondiale con un match senza errori. In ogni istante del combattimento è perfettamente consapevole di quello che deve fare.
Parte come una scheggia. L’altro si aspettava un avvio meno pimpante, ma Gianfranco sa che è indispensabile imporre subito la sua legge.
Nei sei round iniziali anticipa, praticamente sempre, il messicano. Poi, ferito nella quarta ripresa, con il sopracciglio sinistro che perde vistosamente sangue, continua a mulinare le braccia. Disperatamente, ma con determinazione e seguendo un preciso piano tattico.
Non sono colpi vagabondi, pugni che non conoscono la strada da percorrere. Aquino li prende in faccia e anche se li porta via con apparente disinvoltura, so che stanno lasciando il segno.
Temo che Rosi rischi troppo accettando la battaglia a corta distanza, ho paura che alla lunga sarà l’uomo venuto da lontano ad avere la meglio.
E invece no.
Ancora una volta Gianfranco mi stupisce. Ha capito tutto, lui. Solo strappando l’iniziativa al campione può comandare l’incontro.
Aquino è un carro armato. Avanza incurante dei colpi che l’avversario gli spara sul viso. Contro un tipo così è difficile non perdere la calma, non demoralizzarti.
Il messicano è bravo, glaciale in ogni momento della sfida.
Anche quando tenta la strada della provocazione.
Avanza a braccia basse, cambia guardia. Niente. Gianfranco non abbocca. È sempre lì, pronto a sparare i suoi colpi.
E anche quando, nella parte centrale del mondiale, il campione comincia a macinare attacchi con maggiore consistenza, Rosi sa contenere quelle sfuriate senza eccessivo affanno.
Poi, il gran finale. Un finale che difficilmente dimenticherò.
Prima che suoni il gong che dà inizio all’ultima ripresa, i giudici Smoger e Morgan hanno un verdetto di parità. Solo O’Connor segna tre punti in favore di Gianfranco.
ALL IN!
Ci si gioca tutto in tre minuti.

A prendere il piatto è lui, l’uomo che non si arrende mai. Rabbia e determinazione lo accompagnano in quel round. La gente scandisce il suo nome, urla senza sosta.
«Cam-pio-ne! Cam-pio-ne!».
Tutti in piedi per Rocky, quello vero. Un pugile che ha cuore, cervello e gambe.
Il nuovo re del mondo è Gianfranco Rosi, l’umbro di ferro.

(da ERAVAMO L’AMERICA, gli anni Ottanta del pugilato italiano)

 

Joshua, Ruiz, Tyson Fury, Usyk. C’è eccitazione tra i massimi

Il mondo dei pesi massimi è in pieno movimento.
Andy Ruiz jr ha rotto con il suo coach. Manny Robles (il primo a sinistra nella foto, accanto a Ruiz) non sarà più al suo angolo. Come sempre accade in queste situazioni le polemiche sono scoppiate in modo violento. Al momento l’unica voce che si è sentita è stata quella del maestro che ha parlato in un’intervista a espn.com.
“Ho sentito davvero poco Ruiz jr dopo il match. Il papà mi ha telefonato mercoledì. Non ha certo perso tempo a dire: Ciao come stai? E neppure: Potremmo parlare a pranzo. Mi ha solo comunicato che dovremo incontrarci. Io sono grato alla famiglia Ruiz per avermi dato la possibilità di far parte di una grande avventura, di essere nel clan che ha conquistato il mondiale dei massimi. Speravo che avremmo ripetuto l’impresa nel secondo match, ma ho subito capito che non sarebbe stato possibile. Andy jr è sparito per alcuni mesi, quando è tornato in palestra non dava retta a nessuno. Non ascoltava quello che gli dicevo io, non ascoltava quello che gli diceva il padre che è anche il suo manager. Era impossibile avere un minimo controllo su di lui, non sentiva nessuno. Pensavo che avrebbe scaricato su di me tutte le colpe, in conferenza stampa si è invece addossato ogni responsabilità. Poi è di nuovo scomparso. E ora sento che mi vogliono incontrare. So benissimo cosa sta accadendo”.

Eccitazione nel team di Anthony Joshua.
Eddie Hearn di Matchroom ha detto a Sky Tv di avere ricevuto una grande offerta economica da parte dell’Arabia Saudita per un match tra AJ e il vincitore di Deontay Wilder vs Tyson Fury, in programma a Las Vegas il 22 febbraio.
Il mondiale unificato potrebbe disputarsi a fine anno.
Prima Joshua dovrà difendere i titolo contro lo sfidante ufficiale WBO, Kubrat Pulev. AJ vuole tornare a combattere in Gran Bretagna, il bulgaro spinge per Istanbul dove avrebbe la possibilità di guadagnare una borsa più alta.

Tyson Fury ha annunciato di avere assunto, per l’ultima fase della preparazione, uno sparring che è la copia di Deontay Wilder.
Si chiama Jordan Thompson (primo a destra nella foto ripresa dal profilo Instagram del pugile), ha 26 e un record di 10-0 (8 ko, di cui quattro al primo round). Viene da Manchester, è alto 1.98 e pesa attualmente 93 chili. Il suo soprannome è fastidioso.
“È la fotocopia del campione” dice con il suo solito mezzo sorriso Fury. I tabloid inglesi riportano fedelmente la citazione.

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Oleksandr Usyk affronterà Dereck Chisora il 28 marzo alla O2 Arena di Londra. Lo ha detto Eddie Hearn. Nel programma anche Joshua Buatsi vs. TBA; Filip Hrgovic vs. Martin Bakole; Conor Benn vs. Johnny Garton.

L’ESTATE DI GORAN, il 22 febbraio presentazione alla Garbatella

È l’estate del 2001. Un tennista scivolato in fondo alla classifica, uno che ha già perso tre finali, vince a sorpresa Wimbledon.
Nessuna wild card c’era riuscita prima, nessuna ci riuscirà dopo.
Il libro è un viaggio nel tempo per ritrovare le magie di quell’incredibile avventura.
È il torneo in cui il mondo scopre Roger Federer che, non ancora ventenne, elimina Pete Sampras: l’uomo che aveva alzato 7 volte il trofeo nelle ultime otto edizioni.
Ma è soprattutto la storia di Goran Ivanisevic.
Ha sempre giocato per gli altri: per la sorella malata, per la patria, per il papà sofferente. Adesso capisce che è giunto il momento di giocare per se stesso.
Per farlo, riesce a mettere d’accordo le tre personalità che si agitano in lui: i tre Goran sempre in lotta tra loro. Supera in finale Patrick Rafter, in cinque set avvincenti come un thriller.

Il libro racconta i protagonisti di quel fantastico Wimbledon, in campo e fuori dal campo, le superstizioni, i pensieri, le paure, i retroscena.
Nel viaggio ci fanno compagnia due giovani tifosi croati che hanno chiesto agli amici un regalo speciale per le loro nozze: i biglietti dell’intero torneo; un portiere d’albergo: un napoletano dall’animo poetico; un barista rumeno che parla in perfetto romanesco; due gemelli indiani che gestiscono un’edicola aperta giorno e notte.
È una calda estate di felicità.
Due mesi dopo, sarà solo tragedia.

La mia regola è usare soltanto parole
che migliorino il silenzio.
(Eduardo Galeano)

Sette frasi per capire meglio GORAN IVANISEVIC.

7.
«Essere papà è fantastico ma c’è un problema. Lei non dorme. Di notte è come se si trasformasse in un vampiro. Si sveglia cinque o dieci volte, chiedendo qualsiasi cosa, cantando, chiamando. Se accade solo cinque volte in una notte è come se avessi vinto la lotteria. Ho provato a urlare, ma se urlo è ancora peggio, lei inizia a piangere e urlare più di me, così le do solo quello che vuole. Forse tra 10 anni dormirà tutta la notte».
(a Nick Harris, Independent, 28 novembre 2005)

6.
«Balotelli mi piace da morire. Lo metterei sempre in squadra perché può decidere sempre. Vorrei conoscerlo, davvero, mettiamo sul tavolo tutte le nostre personalità e vediamo quant’è grande il tavolo».
 (a Vincenzo Martucci, Gazzetta dello Sport, 27 giugno 2012)

5.
«Sulla terra forse il tennis si gusta di più, ma se permettete a me non interessa, io vado in campo per vincere, non per piacere agli spettatori. Quando gioco un’esibizione scherzo, ma è a Wimbledon che stiamo giocando. Devo divertirmi io, non gli spettatori». 
(a Roberto Perrone, Corriere della Sera, 27 giugno 1992)

4.
«Mio padre mi ha detto: se vuoi colpire un dritto, fallo e basta. È solo una pallina da tennis, non un fantasma».
 (a Gaia Piccardi, Corriere della Sera, 9 febbraio 2004)

3.
«Cosa non mi piace nel tennis? L’abitudine di usare l’asciugamano dopo ogni punto. È disgustosa, si perde tempo. Un doppio fallo e un asciugamano, una risposta in rete e un asciugamano…».
 (a Stefano Semeraro, La Stampa, 28 giugno 2012)

2.
«Era come una tragedia greca, un film western. Rafter era lì, ma era come se non ci fosse. Era il mio mortale nemico in un duello sotto il sole, ma così lontano che forse mi stavo sbagliando: forse ero sempre io, forse mi stavo guardando allo specchio…».
(a Leonardo Colombati, Il Sole 24ore, 27 settembre 2017)

1.
«Ho guardato in alto al momento del primo match point: Signore, se sbaglio il primo servizio, fammi tirare una seconda molto forte. E fa’ che sia buona. Ma è stato un doppio fallo. Allora ho detto: forse il Signore è a pranzo e non mi vede. Poi ho fatto ace con la seconda di servizio e ho pensato: okay, ora è tornato. È solo grazie a lui se sono in finale. Mi ha dato un’altra opportunità. Ha detto: ragazzo sei così noioso, sempre a chiedere un’altra possibilità. Ma sono buono e voglio dartela. Speriamo continui così».
 (
Goran Ivanisevic, dopo la semifinale)

Il libro sarà presentato sabato 22 febbraio alle ore 18:00 all’interno della manifestazione La Garbatella 20 20, festa per i cento anni. L’autore racconta in un capitolo il quartiere negli anni Sessanta…