Gennaio ’88. Rosi batte Duane Thomas, il ko arriva alle 3:45 del mattino

Ieri osavo lottare.
Oggi oso vincere.
(Bernadette Devlin)

 

Genova, 2 gennaio 1988

Gianfranco misura la hall dell’albergo percorrendola a lunghi passi. Sorride, scambia due parole con gli amici. Poi esce e si incammina lentamente nella pancia di una città disincantata, reduce dalle feste per il nuovo anno appena iniziato.
Lui ha trascorso il Natale in palestra. A Capodanno si è concesso uno sfizio, un piatto di lenticchie.
«Ma solo perché sono una promessa di soldi in arrivo».
Festa in casa. Lui, la moglie Patrizia, e il dottor Lamberto Boranga.
Insalata e lenticchie. Poi, stop.
«Un sorso di vino l’avrai bevuto?».
«Sono sparite tre bottiglie di champagne e io non ne ho mandato giù neppure un goccio. Miracoli della notte di Capodanno…».
Il mondiale vale qualsiasi sacrificio.
Stavolta in palio c’è il futuro.
Saranno le 03:00 della notte tra il 3 e il 4 gennaio quando Rosi e Duane Thomas saliranno sul ring. Le 21:00 del giorno prima negli Stati Uniti. La ESPN è la televisione che ha dettato i tempi.
Fuori programma sarà quello che accadrà attorno alle 02:30, dopo il match tra Don Curry e Lupe Aquino, prima del mondiale.

L’ha annunciato l’altra sera Bob Arum.
«Il papa americano, Frank Sinatra, ha detto al mondo che nessuno cucina le trenette al pesto come Zeffirino. Vorrei avere una conferma».
Detto, fatto.
Venti chili di pasta e cinquanta mazzetti di basilico per il piatto che The Voice ha definito favoloso. Sarà servito per duecento persone a bordo ring.
Rosi è tranquillo. E questo lo rende nervoso, lo preoccupa. Non avverte la consueta tensione che precede un match importante. Non vuole rischiare di perdere la concentrazione.
«L’eccesso di sicurezza ti porta a sbagliare. È per questo motivo che sto cercando qualcosa che riesca a farmi innervosire».
Dovrà affogare lo sfidante, impedirgli di ragionare, imporre il suo ritmo. Colpi tirati in rapida successione e improvvise e repentine schivate. Il jab sinistro di Thomas è veloce, il destro fa male.
Contrastare il pugilato del campione è difficile. Ha una boxe intelligente, nella quale però non sono ammessi errori. È proibito commettere anche il minimo sbaglio.
«Lui è un opportunista. Non dovrò farlo ragionare, dovrò tenerlo costantemente sotto pressione. Ha un pugilato più europeo che americano. Verrà comunque subito dentro per imporre il suo stile. Sì, l’ho visto bene, ha le sopracciglia segnate. Forse è caduto da bambino…».

Un cappuccino e due brioche. Comincia così la giornata della vigilia per Gianfranco. Non ha problemi di peso.
«I pensieri, quelli veri, me li regala mia moglie che spende soldi in continuazione».

 

Genova, 3 gennaio 1988

Il primo sospetto che nell’avvicinamento al match ci sia qualcosa di strano arriva quando fissano le operazioni di peso alle 11 del mattino. Il match è alle 3 della notte, me le sarei aspettate attorno alle 15:00.
Mancano quindici minuti all’orario ufficiale quando i due protagonisti salgono sulla bascula.
70,100 per Rosi
70,500 per Thomas.
Il limite è 69.853.
Cinque minuti dopo, nuova pesatura.
69.933 Rosi.
Il supervisore lascia correre, Bob Arum applaude imitato dal resto della sala. Problema risolto.
70,300 Thomas, quasi mezzo chilo ancora sopra.
Arum applaude di nuovo, il supervisore Sam Macias segna sul foglio 69,853 e gli applausi aumentano.
Gianfranco va giù pesante.
«Sapevo che nel mondo della boxe ci sono mafia e corruzione, ma non credevo si manifestassero in maniera così evidente. Bob Arum ha avallato il peso di Thomas quando sapeva benissimo che era fuori di mezzo chilo. Mi ha dato fastidio l’intervento di persone estranee al mio clan. È gente che non sa cosa significhi sacrificarsi in allenamento o prendere pugni sul ring. È facile stare dietro un campione. Quando perde, gli dai un calcio, lo dimentichi e ricominci con un altro. Non voglio essere lo strumento di nessuno. Non ho accettato compromessi e non lo farò certo adesso. Quando perderò, tornerò a essere il signor nessuno. Sono pienamente cosciente di questo. Ma a sbagliare non è stato solo Arum. Quello che è successo coinvolge anche chi ha fermato il mio manager che stava protestando. Credo sia finita l’epoca dei gangster nel mondo della boxe. Non mi presto a questi giochi».
Tutto è cominciato quando chi doveva operare sulla bilancia ha cercato di avvantaggiare Rosi, sopra di 80 grammi, dando per buono il peso. A quel punto Arum si è sentito in diritto di favorire Thomas avallando lo sforamento di quasi mezzo chilo. A errore è seguito un errore decisamente più grande.
Farsa? Scandalo?
È la boxe, bellezza.

Genova, 4 gennaio 1988

Mentre Duane Thomas vola fuori dalle corde, le braccia inermi lungo i fianchi, gli occhi chiusi per non vedere la paura, gambe incrociate in segno di una resa ormai definitiva, Gianfranco Rosi salta di gioia e con lo sguardo cerca gli occhi di Patrizia. Cappellino rosso, pantaloni dello stesso colore, la moglie è lì, a pochi passi, arrampicata su una traballante impalcatura, a urlare di gioia.
Come una maschera antica, una di quelle che può restituire mille facce a seconda di come la si guardi, Rosi anche stavolta offre l’ennesima versione del suo pugilato e dà il meglio di sé. In questa occasione si propone come pugile che, pur di portare a termine il lavoro, accetta di rischiare oltre il dovuto.
Deve privare lo sfidante di qualsiasi scelta tattica, Thomas non deve avere il tempo per pensare. E allora, sull’altare di questo schema, il campione sacrifica anche l’estetica. Va a vuoto più del solito, si espone più del previsto, ma macina azioni in continuità e tiene un ritmo che stroncherebbe anche i grandi.
Ancora una volta ha ragione lui.

Livelli tecnici non esaltanti, vero. Ma l’azione che chiude il match è da applausi: un gancio destro corto spegne i riflessi dello sfidante. Una successione di colpi rapidissimi, una lunga serie senza dare a Thomas il tempo per riprendere fiato, chiude il conto.
Il ko arriva alle 03:45 del mattino.
Il pesto lo precede di tre quarti d’ora.
Piatti verdi e profumati invadono il bordo ring. Duecento forchette scattano all’unisono, per le trenette non c’è scampo.
Bob Arum ride.
«Se riuscissimo a fare la stessa cosa a Las Vegas, metteremmo su un affare sensazionale. Ci sarebbero soldi per tutti».

Deluso dalla sconfitta del suo Thomas?
«Sono un professionista. Non mi interessa chi vince o chi perde».
Sono le 5 del mattino quando Gianfranco Rosi si siede su una comoda sedia nell’angolino più remoto dell’albergo che lo ospita.
«Bene ragazzi, domani devo combattere. Spero di farcela».
Strappa un sorriso.
«Pugni ne ho presi, sapete che fanno male. Può anche capitare che non ricordi che giorno è».
Qualche risata.
Che hai provato quando Thomas è andato giù?
«Gioia! È brutto dire che mi sono sentito felice? E io lo dico lo stesso. Quando l’ho visto crollare, mi sono detto: E chi sono, Tyson?».
In platea c’era Hearns.
«Non chiedetemi l’impossibile. Lui e Hagler vorrei evitarli» ride.

Dove trovi la forza di volontà, la determinazione che mostri sul ring?
«Mio padre Nazzareno mi ha insegnato che nella vita per raggiungere un obiettivo, bisogna inseguirlo con rabbia, quella che ti viene dalla fame. Quella vera. Io non faccio a cazzotti solo per me, ma per mia sorella che sta male, mio fratello che ha sofferto, per mio padre che sarebbe ora che smettesse di lavorare, per mia madre che dovrebbe pensare solo a riposarsi. Lo sento da sempre questo ruolo di perno della famiglia. Devo arrivare il più in alto possibile. Solo in quel momento mi sentirò a posto con me stesso».
Un obiettivo nel cuore, un chiodo nella valigia.
«Vero. Anche stavolta quel chiodo di ferro che mio padre mi ha portato dall’Arabia ha viaggiato con me. Alla superstizione non rinuncio».
Alle 7 del mattino Gianfranco va a riposare. Non riesce a chiudere occhio, alle 11 è già nella hall. Pranzo veloce, poi il viaggio di ritorno a Perugia. Spazza via i dolci accumulati in dispensa: pitoccate, torrone e panettoni, beve qualche bicchiere di spumante e finalmente si mette a letto per il sonno dei giusti.
E Duane Thomas? Non vuole rilasciare dichiarazioni. Stringe la mano al campione e si allontana.
Esce dal Palasport, ma anche dalla scena mondiale.

Perugia, 5 gennaio 1988

«Sto vivendo una popolarità che non conoscevo. Ho riguardato l’azione del knock out. Vedermi aggredire in quel modo Thomas mi ha quasi spaventato. Non mi credevo così cattivo».
Gianfranco mi racconta un piccolo segreto del match mondiale.

«Al quinto round ho rischiato di finire ko. Sono stato centrato da un gancio sinistro di Thomas. Che dolore! Sono rimasto intontito, avrei anche potuto perdere il match. È forse per questo che non ricordo chiaramente la ripresa successiva. O forse è stata solo una questione di tensione. A fine combattimento non ero stanco fisicamente, ero distrutto per lo stress mentale».
Il modo in cui ha risolto la questione ha suscitato emozioni forti anche in chi guarda solo occasionalmente la boxe. La potenza espressa in quel momento ha riportato alla mente alcuni grandi campioni americani. Da noi vedere una conclusione di quel tipo in un match mondiale, è merce davvero rara.
Questo ragazzo di trent’anni non finisce di stupire.

(da “Eravamo l’America” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, pagine 270, 15 euro)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dicembre del ’64, Mazzinghi vince un incredibile mondiale contro Manca

Dicembre 1964, Palasport di Roma.
Mondiale superwelter unificato WBC, WBA
Sandro Mazzinghi b. Fortunato Manca punti 15.

 

Anche se tifa Coppi, Sandro è assai più simile a Bartali. Scarmigliato, generoso, devoto a santa madre fatica, tutto cuore e rabbia agonistica. Un toro scatenato di casa nostra. Ma anche uno a cui non sta mai bene niente.
«L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare».
È il motto di famiglia, il marchio di Ginettaccio. Un pensiero che Mazzinghi col tempo ha fatto suo.
E questo a molti non piace, perché il campione è così anche fuori dal ring. Tutta sostanza e poca diplomazia.
Si fatica a entrare in sintonia con lui.
Alla stampa a volte piace essere blandita. O, perlomeno, ama sentirsi sulla stessa lunghezza d’onda del soggetto da raccontare. Con lui è quasi impossibile. Per questo può accadere che non gli perdonino alcun peccato. E a volte se ne inventino qualcuno pur di non riconoscere il suo valore.
E adesso che sta arrivando Fortunato Manca, si sentono voci di dissenso che presentano lo sfidante come una vittima sacrificale.
Il sardo di Monserrato ha distrutto il favorito Francois Pavilla il 9 ottobre mettendolo ko in sei round e conquistando così l’europeo. Il 6 novembre Mazzinghi ha fulminato Ortega.
Rino Tommasi, che è uno specialista nel genere, ha realizzato subito l’idea che una sfida tra i due sarebbe il meglio che si possa offrire al pubblico prima del grande confronto tra Sandro e Benvenuti.

Difficile la trattativa con Umberto Branchini, manager dello sfidante. Quattro milioni di borsa risolvono il problema. Ancora una volta ha ottenuto il meglio per un suo pugile. Non a caso lo chiamano “Il Cardinale”, un soprannome regalatogli dal giornalista Sergio Roscani per la sua competenza, per il modo di gestire le situazioni. Anche le più complicate. Raramente perde la calma. Ha tatto e cultura. Parla inglese, francese, spagnolo e portoghese. È il primo manager moderno della nostra boxe. Ha contatti ovunque, si tiene informato, spende milioni in bollette telefoniche.      Stavolta si è battuto più che in altre occasioni perché crede fortemente nelle qualità di Manca.
«È dotato di un fisico fantastico e di una scelta di tempo eccezionale, pur non essendo velocissimo. Ha pareggiato con Visentin che è stato formidabile antagonista, più che formidabile protagonista. È arrivato assai vicino a Duilio Loi. Ed è un degno campione d’Europa, titolo conquistato con un’impresa straordinaria».
Sconcerti si accorda per sei milioni di lire. A Mazzinghi va più che bene.
Palasport esaurito, 17.000 spettatori e 44 milioni di incasso. Un successone.
Manca è un ottimo pugile.

Quando è impegnato in casa i sardi si stringono attorno al ring e tifano da pazzi per lui. C’erano venticinquemila persone allo stadio Amsicora di Cagliari il giorno in cui, sotto una leggera pioggia, ha pareggiato in 12 round contro Bruno Visentin per il titolo italiano dei welter. I ragazzi avevano scavalcato i muri di cinta per vederlo combattere. Non avevano i soldi per il biglietto e si dovevano arrangiare. C’erano trentamila spettatori quando ha perso ai punti in 15 riprese contro Duilio Loi, l’unico capace di mandarlo al tappeto da professionista, nell’europeo dei welter.
Sopracciglia folte, sorriso contagioso. E sul ring grande ritmo, fisico robusto, ottima scelta di tempo, resistenza ai colpi e pugno pesante. Un avversario davvero pericoloso. Ha scoperto la boxe ammirando Joe Louis mentre si allenava al Poetto, guardando Primo Carnera al cinema. Si è allenato con Lello Scano, il principe dei maestri. Uno che poneva la disciplina davanti a ogni cosa.
Ha lavorato per un periodo al Touring Club dove faceva il fattorino, quando gli hanno proposto un contratto è scappato via. Lui voleva tirare cazzotti su un ring.
Ha girato l’Italia intera e visto un po’ di Europa. Adesso è pronto per la grande sfida.
Quello contro Mazzinghi è un incontro feroce, sfiancante, a tratti crudele.
Sembra si stiano battendo per la loro stessa vita. I colpi girati sono le armi migliori. Ganci e montanti, al mento e al corpo, sparati in successione.
Guardi Sandro e vedi che avanza cercando un continuo contatto fisico, deve picchiare senza sosta per succhiare energie al combattimento. A chi lo osserva per la prima volta la sua potrà sembrare una tattica scriteriata. In realtà è il solo modo di battersi che conosce, il pugilato per lui è questo. Una battaglia dove dare tutto in ogni secondo che si rimane sul ring. Un corpo a corpo in cui ognuno di quei colpi corti potrebbe risultare decisivo. Una metodica opera di demolizione che richiede coraggio, fisicità e preparazione.

Davanti alla solida difesa di Manca, Sandro fatica a trovare il pugno risolutore e spesso si fa portare fuori strada sino a mancare il bersaglio.
Guadagna un discreto vantaggio nelle riprese iniziali, poi subisce quando il match va oltre la metà della distanza prevista. Nel finale consolida la supremazia, anche se Manca è sempre pericoloso, pronto a replicare in ogni momento.
Quando suona il gong che annuncia la fine della quattordicesima ripresa, all’angolo del campione si dannano l’anima per convincerlo a violentare la sua indole, a farsi prudente.
«O’ Sandro sei avanti di almeno tre punti. Non rischiare».
Guido ci prova, ma non sembra ottenere risultati apparenti.
«Un colpo e via, un colpo e via. Niente bagarre» urla Sconcerti.
Tutto attorno è una bolgia.
L’arbitro Giorgio Tinelli chiama i due a centro ring per l’ultimo round.
Gong.
Mazzinghi si lancia all’attacco.
«Saaandrooo!»
È più un grido disperato che un richiamo alla prudenza quello che Guido lancia.
Attacca il campione, reagisce lo sfidante.
Un gancio, un altro ancora.
È uno scontro entusiasmante. Il pubblico sembra impazzito. Applaude, si alza, si rimette a sedere. Grida, impreca, incita.
Montante destro, gancio sinistro. Un altro montante.
La gente è in delirio. Sembra siano saliti tutti sul quadrato.
Diciassettemila pronti a combattere sino a quando non sentiranno il gong che annuncia la fine di quel fantastico match.
Bam!
Il colpo di Manca centra Mazzinghi alla mascella e l’intero scenario cambia all’improvviso.
Gli occhi di Sandro si appannano, gli sembra che tutta la folla, che prima era attorno a lui, sia sparita. Adesso non sente più le urla dei tifosi. Guarda le persone delle prime file di ring e le vede altissime e magre, poi quei corpi si accorciano sino a diventare piccoli, sempre più piccoli, addirittura minuscoli. Nella testa del campione c’è una grande confusione. Le gambe sono deboli, non rispondono ai timidi stimoli che il cervello cerca di comunicare.
Accade di nuovo. Quel senso di vulnerabilità provato contro Charley Austin torna prepotente e maligno.
La disperazione è dietro l’angolo. Sandro accusa vistosamente, cerca rifugio alle corde, è intontito e barcollante.
Fortunato Manca sembra un gigante dalle mille braccia.

La fine è vicina. Mazzinghi lo sente, lo sa. Ma ha uno scatto di orgoglio. Si danna l’anima, stringe i denti, recupera lentamente energie e riesce a chiudere quell’ultima e maledetta ripresa.
Il verdetto ai punti è suo, con margine chiaro.
È ancora campione del mondo, ha vinto la prima sfida per il titolo tra due italiani. Dovrebbe essere felice, ma non ce la fa.
«Fortunato Manca è un pugile duro, potente, con un grande cuore. Come me. Ho vinto il match sul filo del rasoio. In alcune riprese, soprattutto nell’ultima, ha saputo mettermi in difficoltà con dei colpi potentissimi. Ma sono abituato alla battaglia e nulla riesce a esaltarmi di più di una sfida condotta su quei ritmi. Ho faticato tanto, ma ce l’ho fatta».
Reso l’onesto omaggio al rivale, torna lentamente nello spogliatoio.
Lì, seduto su una panca, si ritrova in compagnia di tutti i dubbi messi assieme negli ultimi mesi.

Ha bisogno di fermarsi, di riposare, di recuperare.
Il tarlo che lo tormenta non smette mai di lavorare.
Giorno e notte gli ripresenta le stesse domande.
Ha appena scoperto di essere vulnerabile. Prima si sentiva una roccia che niente e nessuno poteva scalfire. Una sorta di supereroe che poteva andare incontro a qualsiasi pericolo senza temere né il dolore, né la sconfitta.
Adesso nella mente si è sviluppato uno stato emotivo di insicurezza, qualcosa di assai vicino alla paura.

(da “Anche i pugili piangono” di Dario Torromeo, edizioni Absolutley Free, 224 pagine, 15 euro)

Leon Spinks, vincitore di Ali e mondiale a 24 anni, lotta per la vita

Il sito TMZ.com ha scritto che l’ex campione del mondo dei pesi massimi Leon Spinks è in fin di vita in un ospedale di Las Vegas. La moglie Brenda ha postato su Facebook un messaggio che invita a pregare per lui.

Leon Spinks molti anni fa sfoggiava un gran testone e una finestra enorme nella dentatura, praticamente da quando era un ragazzino gli mancano tutti e quattro gli incisivi superiori. Ma ha sempre posseduto un sorriso contagioso, un omone pronto a giocare con i bambini, a scherzare con gli amici.
Ha scritto la storia con le sue mani, conquiste e tragedie gli appartengono. Non può incolpare nessuno per i peccati commessi, ha gran parte di merito nei successi ottenuti anche se qualcosa dovrà pur dovuto riconoscere ai suoi allenatori: Sam Solomon, George Benton, Emanuel Steward.
Ha vinto l’oro nei mediomassimi ai Giochi di Montreal 1976 battendo in finale, per kot 3, il cubano Sixto Soria. Nella stessa Olimpiade in cui il fratello Michael ha conquistato identica medaglia nei medi.

Ha poi imboccato il cammino del professionismo. Ha conosciuto troppo presto il successo, la popolarità universale, quella ricchezza che non aveva mai avuto.
Il 15 febbraio del 1978, a 24 anni e con un record di 6-0-1, è salito sul ring di Las Vegas e ha sconfitto per split decision in quindici riprese Muhammad Ali. Una sorpresa epocale, con i bookmaker che pagavano 10/1 le scommesse su di lui.
Ha battuto il mito ed è volato in orbita. Giornali, televisioni, radio, tifosi, ammiratori di tutto il mondo hanno voluto sapere chi fosse questo ragazzo dai capelli neri e ricci, dal fisico non certo da colosso e dall’andatura ciondolante.

Non era un fenomeno, ma a nessuno importava che lo fosse. Aveva sconfitto Ali e godeva di luce riflessa. Per guadagnarsi quella sfida, appena tre mesi prima, aveva superato ai punti e di stretta misura (46-44 per tutti e tre i giudici, sui dieci round) il riminese Alfio Righetti all’Hilton Hotel di Las Vegas, la stessa arena del mondiale.
Aveva una boxe veloce, mani rapide, buon movimento di gambe e pugno solido anche se non travolgente.

Ha vinto e perso, ha affrontato i migliori. Il titolo che si era messo in tasca era unificato. Aveva perso la fetta del WBC per non averlo difeso contro lo sfidante ufficiale Ken Norton. Aveva ceduto la parte della WBA, esattamente sette mesi dopo, allo stesso Ali che lo ha dominato ai punti.
Ha guadagnato bene, dicono attorno ai cinque milioni di dollari in carriera.
Ha perso tutto. Sul ring e fuori.

Bene i primi nove anni, chiusi con un record di 17-4-2, poi dal 1986 in poi il lento declino (9-13-1, con sette knock out subiti). È rimasto sul ring fino a 42 anni.
In mezzo ci sono un divorzio, la bancarotta, la perdita della casa, le notti trascorse in un triste ricovero di St Louis, l’avventura nel wrestling per mettere assieme qualche dollaro, alcuni arresti, le tribolazioni nate per avere continuato a combattere quando non aveva più difesa.
Le parole che si incastrano tra di loro, una diagnosi di dementia precoce, problemi all’addome complicati da una perforazione provocata da un osso di pollo. Due operazioni, i ricoveri nell’ospedale di Las Vegas dove si è nel frattempo trasferito.
E poi le tragedie di famiglia. La morte del figlio Calvin, ucciso da un colpo di pistola mentre tornava in macchina verso casa. E quella di uno dei fratelli.
La gioia di un mondiale tornato in famiglia, quello dei pesi welter IBF grazie a suo figlio Cory che lo aveva conquistato contro Michele Piccirillo il 22 marzo 2003, dopo che il pugliese lo aveva superato undici mesi prima.
Ha cercato e trovato spesso lavoro. All’accoglienza di un ristorante di Mike Dikta, star della NFL, a Chicago. Custode all’YMCA, autista di camion per McDonalds.
Il suo è stato un incessante vagabondare tra Missouri, Nebraska e Nevada. L’approdo a Vegas assieme alla nuova moglie Brenda Glur sembrava potesse fargli trovare un po’ di pace. Ma i problemi di salute non gli hanno concesso tregue.

È stata proprio Brenda a lanciare l’allarme lunedì scorso.

Cari amici… è passato un po ‘ di tempo. Comunque voi sapete come io creda nel potere della preghiera. Vi chiedo di inviare gentilmente alcune preghiere per il mio bellissimo 💓 marito Leon. Nella speranza che possa superare gli ostacoli che hanno attraversato il suo cammino. Vi vogliamo bene tutti e apprezziamo il vostro sostegno.

Così ha postato sul suo profilo Facebook.
In molti hanno raccolto il messaggio, personaggi famosi e amici.
E adesso Leon Spinks continua a lottare, disteso su un letto d’ospedale.
Ha 66 anni.
È nato a St Louis, Missouri, l’11 luglio del 1953.
Ha attraversato la boxe come una meteora, prima piena di luce, poi nel buio di sale di periferia. A Eugene, Trumbull, Nanimo, Davenport.

Ha combattuto anche in Italia, a Jesi, dove il 22 maggio del 1987 è stato messo ko al settimo round da Angelo Musone. È stata l’ultima volta che l’ho visto sul ring. Viso truce all’arrivo nelle Marche, sguardo un po’ cattivo sotto i riflettori della Tv. Solo e disperato quando era lontano da tutti. Ero nell’area davanti all’albergo che ci ospitava per una passeggiata dopo pranzo, quando lui aveva attraversato il cortile e silenziosamente imboccato la strada. Gli camminava accanto uno del clan, uno che aveva l’unico compito di rispondere alle sue domande se mai l’ex campione avesse avuto voglia di fargliene una.
Se ne erano andati in silenzio, lasciando tutto attorno un messaggio di infinita tristezza.
La sua discesa era appena cominciata.

 

Vianello, un anno negli Stati Uniti. Sei match altrettanti ko, rivediamoli

Guido Vianello (6-0, 6 ko, 25 anni, 1.98 di altezza) ha appena chiuso il primo anno da professionista.
Il peso massimo romano si è trasferito negli Stati Uniti, dove combatte per la Top Rank di Bob Arum.
Ha esordito l’8 dicembre 2018 al Madison Square Garden Theater di New York, dove ha sconfitto per ko dopo 29 secondi della prima ripresa Luke Lyons (5-1-1). Arbitro: Charlie Fitch. Al peso: Vianello 106,900; Lyons 108,500.

Secondo match. Il 10 febbraio 2019 alla Save Mart Arena di Fresno sconfigge kot dopo 1:54 della prima ripresa Andrew Satterfield (4-1-0). Arbitro: Rudy Barragan. Al peso: Vianello 107,100; Satterfield 109,300.

Terzo match. Il 12 aprile 2019 allo Staples Center di Los Angeles mette ko dopo 1:54 della prima ripresa Lawrence Gabriel (3-1-1). Arbitro: Thomas Taylor. Al peso: Vianello 110,900; Gabriel 94,300.

L’AVVERSARIO
Lawrence Gabriel ha 32 anni.
Ed è un eroe.
A casa sua, a Syracuse, nello Stato di New York, ha sfidato la morte per difendere altri uomini.
È l’1 febbraio del 2015. Tre giorni dovrebbe debuttare nel professionismo. Con un po’ di ritardo sta per realizzare il grande sogno. Per guadagnarsi da vivere lavora come buttafuori al McAvon’s Pub, nel distretto di Tipperary Hill.
Quel giorno però è lì per festeggiare il compleanno di Sean, un amico. Sta telefonando alla fidanzata, quando come in un un incubo vede l’uomo davanti a lui tirare fuori una pistola e puntarla proprio verso il festeggiato.
Agisce d’istinto, parte in contemporanea con lo sparo. Il primo proiettile lo manca. Cade a terra con il killer. Rotolano nell’angusto corridoio del pub. Da fuori un altro amico, Rich, apre la porta d’ingresso. Parte un altro colpo.
Lawrence e l’assassino continuano a picchiarsi fuori dal locale, rotolando nella neve.
Il delinquente spara ancora e stavolta lo centra al fianco sinistro.
Gabriel sembra non sentire il dolore. Continua a battersi, cerca di strappare la pistola dalle mani di quell’uomo che vuole portare a termine una vera e propria strage. Il McAvon’s Pub è pieno in quel tardo pomeriggio di una domenica di inverno.
L’uomo si rialza, tenta di rientrare nel bar. Lawrence gli è di nuovo addosso. Ingaggia un furioso corpo a corpo. Ha un gran fisico il 28enne di Syracuse: alto 1.98, pesa attorno ai cento chili. Ma l’altro ha l’indubbio vantaggio di avere una pistola tra le mani. E non ha nessuna remora a sparare ancora. Stavolta lo centra alla gamba. Poi gli piazza un’altra pallottola nell’addome.
Lawrence è a terra, con enorme fatica tira fuori dalla tasca il telefonino e digita il 911. Poi non sente più nulla, la vista gli si annebbia, sviene. Quando si risveglia è nelle mani dei paramedici arrivati a gran velocità con l’ambulanza. Lo portano in ospedale, una equipe di chirurghi lo opera. Gli mettono una lastra nel femore e una stecca d’acciaio nel braccio.
È salvo. Il dottore gli regala la buona notizia, gli amici gli fanno festa e lo ringraziano per il suo gesto. Ha impedito che quell’uomo li uccidesse. Loro sono riusciti a consegnarlo alla polizia.
Poi improvvisamente entra di nuovo il medico, cala il silenzio. Il dottore informa l’eroe che sarà quasi impossibile che possa tornare a combattere, deve abbandonare il suo sogno.
Ma Lawrence Gabriel è un tipo tosto, non si arrende.
Il 27 febbraio del 2016, a un anno da quel drammatico pomeriggio, sale sul ring dell’Holliday Inn di Syracuse e batte ai punti in quattro riprese Ruben Ortiz.
Finamente può mettersi alle spalle quella brutta storia.
Il mancato killer si chiama Morris, ha 23 anni. Viene condannato a dieci anni di prigione per tentato omicidio plurimo e il ferimento di sei persone. Soffre di violenti attacchi di collera, non riesce a gestire la rabbia.

Lawrence Gabriel abitualmente boxa da massimo leggero, ma allo Staple Center di Los Angeles è salito sul ring da peso massimo: 94,300 (il più alto della carriera).
Era il terzo rivale di Guido Vianello (2-0, 2 ko).

Quarto match. Il 15 giugno 2019 all’MGM Grand di Las Vegas batte per kot dopo 2:22 del secondo round Keenan Hickmon (6-3-1). Arbitro: Tony Weeks. Al peso: Vianello 117,800; Hickmon 121,700.

L’AVVERSARIO
Keenan Hickman è un pugile della Louisiana, secondo i dati di boxrec, è alto 1.78 e al peso dell’ultimo match ha segnato 122,200.
I suoi ultimi tre incontri.
7/2/2018 Oleksandr Teslenko (11-0) – kot 2
8/7/2017 Robert Murray (1-5-1) + MD 6
14/4/2017 Sergei Kuzmin (9-0) – kot 3
Ha 31 anni e ha esordito al professionismo a 27.
Il match sarà sulla distanza delle sei riprese.

Quinto match. Il 14 settembre 2019 alla T.Mobile Arena di Las Vegas batte per kot 3 dopo 3:00 della terza ripresa Cassius Anderson (7-1-0). Arbitro: Jay Nady. Al peso: Vianello 108,700; Anderson 110,700.

L’AVVERSARIO
Anderson, trentacinquenne di Toledo (Ohio) ha un record di 7-1-0 (3 ko). È passato tardi al professionismo, la scelta è avvenuta quando aveva già 32 anni.
L’unica sconfitta è datata 10 marzo 2018, una serata storta in cui è stato messo knock out al primo round da Terrel Jamal Woods (15-38-7, 11 ko).
Anderson ha disputato l’ultimo match il 18 maggio scorso, battendo Ronald Baca (9-3-4) per decisione unanime in sei riprese.
È soprannominato Thunder Cat.

Sesto match. Il 30 novembre 2019 al Cosmopolitan di Las Vegas supera per ko dopo 44 secondi del primo round Colby Madison (8-1-2). Arbitro: Jay Nady. Al peso: Vianello 107,400; Madison 108,300.

L’AVVERSARIO
Colby Madison (8-1-2, 5 ko) è un pugile di 36 anni alla terza stagione da professionista. L’unica sconfitta l’ha subita nell’ultimo match. Lo ha battuto a sorpresa Robert Simms (8-3-0) che sembrava dovesse essere una vittima designata. Madison (1.93 per 107 chili) è stato superato nettamente ai punti in otto round (80-72, 80-72, 79-73) il 22 giugno scorso a Filadelfia.
Lo statunitense, che vive a Owings Mills nel Maryland, ha avuto un’infanzia difficile. Ha vissuto fino a cinque anni con la mamma, senza mai conoscere il padre. In casa anche quattro fratelli e tre sorelle. A cinque anni ha perso la mamma e poco tempo dopo, a causa della violenza di strada, anche il fratellino.
Colby ha trascorso la gioventù attraversando un percorso costellato da mille problemi. Poi si è guadagnato, grazie al basket, una borsa di studio. Ma non è riuscito a stare fuori dai guai. Persa la borsa di studio ha dovuto lasciare la scuola.
Il pugilato lo ha tolto dalla strada. Discreto dilettante, ma con pochi match all’attivo (26-3-0 il suo record), è passato pro’ nel 2016.
Ha due soprannomi Braveheart (cuore impavido) e Mad Dog (cane pazzo).

Il prossimo match di Guido Vianello dovrebbe essere programmato per febbraio, nel 2020 sono cinque i combattimenti in programma per il Gladiatore.

Ruiz jr: Troppe feste dopo il titolo. Joshua: A New York ero malato

Andy Ruiz jr a fine match era affranto.
Ha confessato di avere fatto molti errori in avvicinamento alla rivincita contro Anthony Joshua.
“Ho festeggiato per tre mesi, così sono salito sul ring poco allenato e sovrappeso.”
Ha ammesso anche di non avere dato retta ai consigli di chi gli stava vicino.
“Chiedo scusa a mio padre, chiedo scusa al mio allenatore Robles. Loro hanno provato più volte a riportarmi in palestra per riprendere la preparazione, ma io dopo la conquista del titolo ho continuato a perdere tempo alle feste. È una grande responsabilità essere il campione del mondo dei pesi massimi, devi avere spalle forti ed esperienza per riuscire a sopportarla.”
Da  una confessione, all’altra.
Anthony Joshua ha rivelato, nel corso di un’intervista in diretta a BBC Radio5, il motivo che avrebbe condizionato negativamente la sua presentazione durante la prima delle due sfide con Ruiz jr.
“Mi porto dietro da tempo un problema di salute che si è ripresentato a pochi giorni dalla difesa del Madison Square Garden. Mi sentivo stanco, disidratato. Nello spogliatoio prima di andare sul ring ho infilato la testa nel ghiaccio e mi sono chiesto: Cosa mi sta accadendo, perché sono così debole? Nel corso dei sei mesi tra quell’incontro e il secondo match qui in Arabia Saudita mi sono sottoposto a una piccola operazione. Ora è tutto a posto, ho combattuto al massimo delle mie possibilità”.
AJ non ha voluto rivelare quale fosse il problema di salute.

Joshua contro Usyk (o Pulev) prima dell’estate 2020, poi Wilder…

Il presidente Paco Varcarcel ha annunciato, prima con una email poi su Twitter, che il tempo per la difesa ufficiale del titolo WBO da parte di Anthony Joshua sta per scadere. Avrà sei mesi di tempo, entro il 4 giugno 2020 dovrà affrontare Olexander Usyk numero 1 dell’organizzazione.
Il fatto è che, sempre entro sei mesi, AJ sarebbe obbligato a battersi contro Kubrat Pulev, sfidante ufficiale dell’IBF.
La soluzione, prospettata anche da Eddie Hearn, è l’accordo con una delle due parti per un rinvio e l’accettazione della sfida dell’altro opponente.
Il boss di Matchroom ha anche detto, a match contro Andy Ruiz jr appena concluso, che entro il prossimo anno Joshua riunificherà il titolo. Questo potrebbe significare che a fine 2020, magari proprio a dicembre, potrebbe disputare il match contro Deontay Wilder.
Il campione del WBC intanto difenderà il titolo il 22 febbraio del prossimo anno contro Tyson Fury, in una rivincita di cui già si parla molto.
Per AJ si sono messi in lista anche Andy Ruiz jr e Dillian Whyte. Credo che siano destinati ad aspettare.

DAZN vieta la boxe ai minori di 18 anni. Purtroppo hanno ragione loro…

Ieri sera, 7 dicembre.
Accendo la televisione, mi sintonizzo su DAZN e clicco sul programma che trasmette Andy Ruiz jr vs Anthony Joshua. Appare un fondo nero con su una scritta: questo programma è vietato ai minori di 18 anni, registratevi per dimostrare la vostra età.
Lo faccio e vedo il mondiale.
Ma che DAZN, che ha praticamente il monopolio dell’informazione pugilistica in Italia, consideri la visione di questo sport vietata ai minori mi ha sorpreso.
Evidentemente non è per scene di sesso, né per il linguaggio volgare, né per i temi trattati. È vietato perché è cosiderato violento.
Leggendo tutto quello che è stato scritto sui social sul mondiale vinto da AJ, mi sono convinto che hanno ragione loro.

AJ ha dominato prendendo pochi colpi. È un grande merito, non una colpa…

Era inevitabile.
A molti Anthony Joshua non è piaciuto, anzi: a loro ha fatto proprio schifo.
È un coniglio, uno che scappa, un dilettante, non vale niente.
Sabato sera, 7 dicembre, AJ ha dominato Andy Ruiz jr. Ha vinto con otto punti di margine il match per tutti e tre i giudici, ha subito pochissimi colpi, ne ha messi a segno tanti.
E allora perché tanto astio?
Ha corso per tutto l’incontro, non ha mai accettato il match, per 85 milioni di dollari doveva far vedere molto di più.
E chi non è d’accordo con loro, non capisce nulla di boxe.
Bisogna intenderci su cosa sia questo sport.
Se per voi la boxe è uno scambio di colpi continuo, se significa mettersi al centro del ring e tirarsi mazzate fino a che uno dei due non va al tappeto, allora credo che ci sia da chiarire qualcosa.

Era già accaduto con Floyd Mayweather jr. Ho sentito e letto delle parole che avrebbero dovuto offendere chi le ha pronunciate. Mayweather è stato un grande pugile che ha battuto, spesso dominando e altre volte mettendoli ko, tutti quelli che i suoi denigratori hanno osannato e ancora osannano. Canelo Alvarez compreso.
Sabato Joshua ha dato una lezione di boxe a Ruiz jr. Il sinistro del britannico è stato uno spettacolo assoluto. Per precisione, rapidità di esecuzione, efficacia. Perché ha fatto sino in fondo il suo lavoro, che era quello di portarlo a vincere il match.
La condizione fisica che gli ha permesso di ballare, non di scappare ma di ballare, per dodici riprese è da applausi. Il destro dritto che è andato a schiantarsi sulla faccia del Rocky messicano è stato preciso e potente, al punto da tenere sempre a distanza l’avversario.
E ora sto qui a leggere di quanto sia bravo Ruiz a incassare…
Rocky è un film, fatevene una ragione.
La boxe va apprezzata anche per le risposte che riesce a dare.

AJ aveva un problema. Doveva riprendersi il mondiale battendo un avversario che dalla corta distanza lo aveva dominato nel primo match.
Leggendo tutti i suoi denigratori sul web, se loro fossero stati il suo maestro lo avrebbero mandato allo scontro fisico a centro ring. Un colpo a testa e vediamo chi è il più forte. Ve lo dico con grande sincerità, sareste stati dei maestri pessimi per il vostro allievo. Lo avreste mandato incontro a una sconfitta certa.
Nello sport, non date retta a chiacchiere da bar, l’importante è vincere. De Coubertin non ha mai detto quella frase che esalta la partecipazione rispetto al risultato. E per vincere bisogna applicare, nel rispetto delle regole e della sportività, la tattica migliore per ottenere quello che si vuole.
Joshua lo ha fatto. E alla grande.

Se poi a voi non piace un sinistro tirato alla perfezione, se non apprezzate la mobilità di gambe, la scelta di tempo, la capacità di stare sempre alla giusta distanza, l’importanza di un destro che serve a dare sostanza all’azione, la bravura di tenere lo stesso alto livello di concentrazione per dodici lunghe e interminabili riprese allora non posso dirvi altro che: è un vostro problema, non di Anthony Joshua.
Wilder, Tyson Fury, Ali, Foreman, Frazier e compagni. Concentratevi sull’evento. Stiamo parlando di Andy Ruiz jr vs Anthony Joshua. Non ci sono paragoni con il passato, nè con il presente. È del match di sabato notte in Arabia Sudita che si sta discutendo.
Se ogni volta che guardiamo una partita di calcio, per qualsiasi giocatore che compie un bel gesto tecnico o è protagonista di una grande prova facessimo il paragone con Diego Armando Maradona, compiremmo un gesto di slealtà nei suoi confronti. E non avremmo una percezione esatta della realtà. Dopo Maradona e Pelè, usando questo metodo, solo Messi e Cristiano Ronaldo avrebbero avuto il diritto di rimanere in campo. Gli altri via, tutti a pelare patate.

Un pugile deve usare le sue armi migliori per arrivare a dama.
AJ lo ha fatto. In modo perfetto.
Non vi piace? Padroni di pensarla in questo modo. Ma perché azzerare ogni sua qualità? Ha fatto vedere dell’ottima boxe. Perché se il pugilato fosse solo quello che voi pensate, significherebbe che tutti quelli che lo condannano come sport violento avrebbero ragione. Se volete vedere scontri che si concludono con facce spaccate, sangue a fiumi e atleti portati via in barella, siete tra quelli che la boxe non la amano, ma l’hanno scambiata per un regolamento di conti.
Vincere, impegnandosi al massimo delle proprie responsabilità e nel rispetto dell’avversario. Dovrebbe essere questo che chi ama il pugilato dovrebbe chiedere all’atleta. Se oggi AJ non è degno di essere campione del mondo, mandiamo a casa il 95% dei pesi massimi che attualmente calcano il ring e dimentichiamo l’80% di quelli che l’hanno calcato.
Ripeto, fatevene una ragione. Non è un fenomeno, ha dei limiti che però non sono quelli che avete evidenziato. Ma è un degno campione dei nostri giorni.

Joshua domina Ruiz con un match perfetto e torna campione

Con un buon sinistro puoi girare il mondo. Io l’ho sentito ripetere fino allo sfinimento da Pipero Panaccione, mitico maestro romano. Ma può darsi che anche altri l’abbiano detto. C’è molta verità in tutto questo. Ma per portare a casa il mondiale dei massimi serve qualcosa in più, soprattutto se davanti hai un tipo che regge anche le cannonate.
E allora Anthony Joshua per 12 round ha aggiunto una incredibile mobilità.
Scivola, scivola, balla, balla, non concede punti di riferimento ad Andy Ruiz jr, gli impedisce di piazzare le sue bordate. La velocità di braccia del campione è neutralizzata. Non può far scattare le sue serie perché davanti ha un fantasma. È qui, è lì, è in ogni parte del ring. Meno dove vorrebbe il Rocky messicano che tira colpi al vento.
Ma serve ancora qualcosa. E allora il destro del britannico scatta come una freccia. Centra Andy al volto, lo scuote, lo fa innervosire.
L’altro ci prova, tenta di accorciare. Colpisce AJ alla nuca, ai reni. Tira qualche colpo isolato. Robetta in confronto a quello che fa AJ. Un match perfetto, una tattica impeccabile.
L’aveva detto prima della sfida.
“Devi saper rimanere nella tua merda, buona o cattiva che sia, è questo che conta. In molti interpretano la tua storia a modo loro, perché vogliono fotterti. Finché riesci a rimanere fedele alla persona che sei e a essere consapevole del ruolo che hai, non avrai nulla di cui preoccuparti.”
Lui ha sofferto, ha subito anche insulti pesanti. E alla fine è tornato campione al termine di una prestazione tatticamente e tecnicamente perfetta.
Qualcuno dovrebbe chiedergli scusa.

RISULTATIMassimi (Wba, Wbo, Ibf, Ibo) Anthony Joshua (107.500) b. Andy Ruiz Jr (128.500 kg) p. 12 (118-110, 118-110, 1119-111); (eliminatoria Wba) Alexander Povetkin (104) e Michael Hunter (102.800) pari in 12 (115-113, 113-115 per Hunter giudice Stefano Carrozza, 114-114); Dillian Whyte (122.900) b. Mariusz Wach (122.400) p- 10 (98-93, 96-93, 96-93). Arbitro: Massimo Barrovecchio; (Wbc Internazionale) Filip Hrgovic (109.200) b. Eric Molina (112.900) ko 3 dopo 2:03. Supervisore: Mauro Betti; Mahammadrasul Majidov (104.700) b. Tom Little (113.800) kot 2 dopo 1:49. Leggeri (Wbc Middle East) Zuhayr Al Qahtani (60.500) vs. Omar Dusary (58.600). Leggeri: Majid Al Naqbi 60.300 vs. Ilia Beruashvili 56.200. Supermedi: Diego Pacheco (75.800) b. Selemani Saidi (75.400) ko. Supergallo: Ivan ‘Hopey’ Price (57.500) b. Swedi Mohamedi (57.300) kot 3 dopo 2:22.

Finisce pari, a me sembrava che Hunter avesse battuto Povetkin

Un avvio spettacolare, alcuni round di esaltazione e ottima boxe. Poi la discesa verso la noia. Peccato, pensavo che potesse offrire qualcosa di più, in fondo in palio c’era la qualifica di sfidante ufficiale della WBA.
Michael Hunter inizia come se non ci fosse un domani. E neppure altri undici round. Domina la prima ripresa con uno strano colpo, un diretto destro che parte da lontano ma non perde velocità fino al momento dell’impatto. Povetkin è in difficoltà, a 40 anni ha bisogno di tempo per carburare. L’americano non vorrebbe darglielo, ma non riesce a chiudere
E allora il russo macina pugno dopo pugno la sua riscossa. Il gancio destro fa danni seri, i colpi stretti mettono in difficoltà il rivale e ne minano la resistenza. La boxe di Povetkin è più concreta, migliore tecnicamente. Traiettorie precise e velocità di esecuzione generano potenza.
Match comunque equiibrato. E sicuramente da elogiare, ci ha fatto dimenticare la tristezza di Whyte vs Wach. Questo per almeno cinque round, poi al giro di boa lo spettacolo perde lucentezza. Hunter paga l’avvio a palla, Povetkin indirizza la sfida su ritmi lenti a lui attualmente più congeniali.
Settima ripresa da applausi. Scambi feroci. Il gancio largo di Hunter piega le gambe di Povetkin. L’americano gli salta addosso, scarica tutto quello che ha nei pugni. Ma l’altro regge e replica.
Gli ultimi round sono giocati sul filo. La stanchezza è tanta, i colpi a vuoto anche. Un pugno preciso in più, uno subito in meno fanno la differenza. Si gioca sullo stesso livello. Ma a questo punto risulta abbastanza chiaro che nessuno dei due sembra all’altezza di chi pretende di sfidare. In palio, lo ricordo, c’era la qualifica di numero 1 della WBA. Nessuno dei due credo possa farcela con il campione.
Ultime due riprese di grande sofferenza per Povetkin, soprattutto la penultima. Improvvisamente Hunter ritrova quel destro lungo ed efficace che lascia il segno. Il russo incassa, soffre, reagisce con orgoglio. Ma chiude in grande difficoltà.
Finisce in parità. Io avevo tre punti per Hunter.

RISULTATIMassimi (Wba, Wbo, Ibf, Ibo) Andy Ruiz Jr (128.500 kg) vs. Anthony Joshua (107.500); (eliminatoria Wba) Alexander Povetkin (104) e Michael Hunter (102.800) pari in 12 (115-113, 113-115 per Hunter giudice Stefano Carrozza, 114-114); Dillian Whyte (122.900) b. Mariusz Wach (122.400) p- 10 (98-93, 96-93, 96-93). Arbitro: Massimo Barrovecchio; (Wbc Internazionale) Filip Hrgovic (109.200) b. Eric Molina (112.900) ko 3 dopo 2:03. Supervisore: Mauro Betti; Mahammadrasul Majidov (104.700) b. Tom Little (113.800) kot 2 dopo 1:49. Leggeri (Wbc Middle East) Zuhayr Al Qahtani (60.500) vs. Omar Dusary (58.600). Leggeri: Majid Al Naqbi 60.300 vs. Ilia Beruashvili 56.200. Supermedi: Diego Pacheco (75.800) vs. Selemani Saidi (75.400). Supergallo: Ivan ‘Hopey’ Price (57.500) b. Swedi Mohamedi (57.300) kot 3 dopo 2:22.