Grandelli, match perfetto. Batte Bellotti e vince il primo titolo internazionale

Il match perfetto regala a Francesco Grandelli il suo primo titolo internazionale. Ma la vittoria vale molto di più del titolo che ha vinto. Perché Reece Bellotti era un rivale tosto, perché l’inglese aveva pugno e il nostro pugile era assai meno potente, perché Francesco aveva meno esperienza. Eppure ha portato a casa l’incontro.
Ha dimostrato che la testa è determinante nella boxe. Lui l’ha usata per gestire in modo fantastico le sue doti. Ha talento, senso del ritmo, misura, precisione nei colpi, temperamento. Freno, non è che all’improvviso abbiamo scoperto un fenomeno. Il tempo ci dirà se quello che abbiamo ammirato in dieci fantastici round sarà capace di ripeterlo, solo allora potremo valutarne appieno il livello.

Ma sicuramente questa notte abbiamo visto un ragazzo che ha dato il massimo di quello che aveva. Non ha sbagliato nulla, ha anticipato sistematicamente il rivale. Ha sofferto, ha preso colpi pesanti al corpo, ha incassato un paio di ganci da paura. Ma non ha perso né concentrazione, né capacità di gestire tatticamente la sfida.

Bellotti si è paradossalmente fatto irretire dalla superiore personalità dell’italiano. Era lui il favorito, quello che poteva chiudere in ogni momento il combattimento. Ha perso.

Un match emozionante, avvincente, intenso.
Poi, dopo avere assaporato il gusto dolce del successo, ha visto salire sul ring la leggenda. E quando Roberto “mani di pietra” Duran lo ha abbracciato, ha capito sino in fondo di avere fatto qualcosa di grande.

Era tanto che non mi emozionavo così. E chi se ne frega, dirà qualcuno. Ma volevo dirvelo perché so che molti voi avranno provato le stesse sensazioni. Grazie Francesco Grandelli.

RISULTATISuperleggeri: Samuel Gonzalez (22-5-0) b. Jairo Duran (14-5-0) p. 6; supermedi: Valentino Manfredonia (2-0) b Milos Jankovic (1-8-2) p. 6; superwelter: Mirko Natalizi (7-0) b. Alexander Benidze (13-27-3) kot 6; piuma (Internazionale Wbc) Francesco Grandelli (12-1-1, 2 ko, 56,900 kg) b Reece Bellotti (14-2-0, 12 ko, 56,900 kg) p. 12 (96-95, 95-96, 96-94).

Puma fugge dal giardino di Spong, ora il peso massimo rischia la prigione

Lui si chiama Tyrone Spong. Ha 34 anni, è nato a Paramaribo nel Suriname, vive in Florida. È un pugile professionista, un peso massimo imbattuto con un record di 14-0, 13 vittorie per ko.
Lo chiamano King of the ring, è campione latino per Wbc e Wbo.
Ha un passato nella kikcboxing (74-7-1, 46 ko) e nella MMA (2-0).

Di lui non conosco il nome, so solo che è un puma ed è scappato dal recinto di casa Spong. La polizia l’ha ritrovato mentre prendeva il sole sulla Northwest 80th Terrace di Miami. È stato catturato e portato in un parco faunistico, decisamente meglio della piccola gabbia in cui era ospitato.

Ora Spong dovrà rispondere di 23 capi d’accusa, ognuno dei quali può costargli 500 dollari di multa. Più una pena detentiva sino a sessanta giorni.

 

McCarthy (nuovo coach Peter Taylor) avverte Turchi: Vincerò per ko

Venerdì, a Trento, Fabio Turchi (17-0, 13 ko) difende il titolo internazionale Wbc dei massimi leggeri contro Tommy McCarthy (15-2-0, 8 ko). Il match avrebbe dovuto svolgersi l’11 luglio a Roma, un infortunio del toscano ha fatto rinviare la sfida. In quell’occasione l’inglese salì sul ring contro Francesco Cataldo e vinse per kot.

McCarthy ha cambiato allenatore e sede della preparazione. Per questo incontro si è preparato a Dublino con Peter Taylor, il papà di Katie: oro olimpico a Londra 2012, cinque mondiali, sei europei, un record da professionista di 14-0, 6 ko, campionessa unificata del mondiale leggeri.
Il papà l’ha allenata fino a pochi mesi prima dei Giochi di Rio 2016.
Il 5 giugno 2018 Pete è stato al centro di una tragedia.
Al mattino presto un uomo, cappuccio della tuta calato fin quasi sugli occhi, ha bussato alla sua palestra: il Bray Boxing Club. Gli ha aperto Bobby Messet, padre e nonno di 50 anni. Il killer ha sparato il primo colpo di pistola uccidendolo. Poi ne ha sparati altri tre colpendo di striscio alla testa Ian Button, 35 anni. Si è quindi diretto con passo sicuro verso Taylor. Gli ha sparato addosso altri tre proiettili, uno lo ha ferito al braccio, è passato attraverso il muscolo ed entrato nel petto.
L’assassino è scappato.
Peter Taylor è stato ricoverato d’urgenza in ospedale. Lentamente si è ripreso ed è tornato ad allenare.
Ora al Bray Boxing Club si prepara anche Tommy McCarthy.

Prima di partire per l’Italia, il pugile ha rilasciato alcune dichiarazioni a Andy Watters del giornale The Irish News.
“È una grande, grande opportunità per me. Sono ben preparato, sono eccitato e non vedo l’ora di salire sul ring per prendermi il titolo. Vado da sfavorito perché lui è il campione, è imbattuto ed è il pugile di casa, ma questa situazione non mi dispiace. Sono rilassato, non avrò alcuna pressione, sarà tutta su di lui. È imbattuto, ma in realtà non ha ancora incontrato un rivale all’altezza, contro di lui chiunque sia stato colpito si è più o meno buttato al tappeto. Conquest è stata l’unica difficoltà che ha dovuto affrontare in carriera. Tony è andato bene, fino a quando non ha avuto una lesione oculare. Dovrò boxare per linee esterne, non dovrò lasciargli l’iniziativa. Penso che mi adatterò facilmente al suo stile. È un combattente di qualità, preferirisco affrontare qualcuno che sa come muoversi sul ring, piuttosto che un principiante contro cui non sai da quale parte possano arrivare i colpi. Lui ha una buona preparazione di base, ma boxa a bassa velocità e attacca in modo frontale, ripete quasi sempre la stessa combinazione: due diretti e un gancio. Per me dovrebbe essere facile capire quando ha intenzione di partire e prendere la giusta distanza. Ho fatto una grande preparazione, da quando ho iniziato ad allenarmi con Pete ho avuto ottimi sparring e la mia forma fisica è salita alle stelle. So che sarò in grado di boxare a pieno ritmo per 12 round, se mai si dovesse arrivare sino alla fine. Sinceramente, penso di chiudere prima.”

Su Tommy McCarthy ho scritto un articolo alla vigilia del primo match, quello che è poi saltato per un infortunio a Turchi in allenamento. Ve lo ripropongo aggiornato.

Thommy McCarthy aveva sette anni quando ha perso la mamma ed è stato costretto a trasferirsi da Londra a Belfast, in casa dei nonni.
Vivevano a Lenadoon Avenue, nella parte ovest della città. Lui era uno dei pochi neri che girava da quelle parti. Aveva una pettinatura afro e, quando era diventato un giovanotto, si era fatto crescere una folta barba riccia.
Sono stati duri i primi anni nell’Irlanda del Nord.
I nonni abitavano in una zona difficile della città. Proprio lì, nella seconda settimana di luglio del 1972 era scoppiata la guerriglia tra l’IRA e la British Army. Alla fine, dopo sei giorni di scontri, sul campo erano rimasti ventotto cadaveri.

La boxe è stato il mezzo che l’ha aiutato a superare molti problemi. Ottimo dilettante: bronzo ai Mondiali Youth 2008, argento ai Giochi del Commonwealth 2010, eliminato al quarto turno ai Mondiali 2013.
Niente Olimpiade, sognava di salire sul ring di Londra 2012, un’aggressione all’uscita di un nightclub glielo ha impedito. Commozione cerebrale, contusione di un osso del collo, occhio pesto e tagli sulla faccia. Due giorni in ospedale, una settimana sotto osservazione, un mese di riposo. Quell’incidente l’aveva costretto a saltare l’ultimo torneo di qualificazione a Istanbul.
Il passaggio al professionismo è datato 2014.
Tommy McCarthy il prossimo 4 novembre compirà 25 anni, è alto 1.89, un centimetro in più di Turchi.

Carlo Frampton, il nord irlandese due volte campione del mondo, alla vigilia di quello che doveva essere il match clou di Roma, ha scritto una pagina sul Sunday Life Sport: l’edizione domenicale del Belfast Telegraph.

TOMMY PUO’ FARCELA
ROMA, DOLCE ROMA

Così il titolo.
Nel testo Frampton dice: “Quando Tommy è diventato pro’ cinque anni fa, aveva tutto il diritto di pensare che sarebbe potuto diventare campione del mondo. Veniva da una carriera dilettantistica di grande livello. Poi le cose non sono andate come avrebbe voluto, stavolta si giocherà quella che è forse l’ultima grande occasione della carriera”.

“Ha fisico, potenza e tecnica per vincere. Ma dovrà snaturare la sua boxe. È un incontrista, dovrà trasformarsi in attaccante, dovrà aggredire Turchi, imporre la sua boxe. Sono sicuro che possa sorprendere gli italiani che probabilmente lo vedono come sicuro perdente”.

PROGRAMMA (Venerdì 11 ottobre, PalaTrento) Massimi leggeri (titolo internazionale Wbc, 12×3) Fabio Turchi (17-0) vs Tommy McCarthy (15-2-0); medi (europeo, titolo vacante, 12×3) Gevorg Khatchikian (29-2-0) vs Matteo Signani (28-6-3); piuma (internazionale silver Wbc, titolo vacante, 10×3) Reece Bellotti (14-2-0) vs Francesco Grandelli (12-1-1); superleggeri (4×3) Dalton SMith (2-0) vs Mirko Radenovic (debutto).
TELEVISIONE – Diretta su DAZN dalle 19:30. Telecronista Niccollò Pavesi, commento tecnico Alessandro Duran.

Davey Moore, le tragiche storie di due sfortunati campioni del mondo

Davey Moore è stato campione del mondo dei superwelter.
Era nato nel Bronx, New York. È morto a 28 anni.

Davey Moore è stato campione del mondo dei piuma.
Era nato a Lexington, Kentucky. È morto a 29 anni.

Davey Moore di New York ha un record di 12-0, 9 ko, quando il 16 giugno del 1983 incontra Roberto mani di pietra Duran.
Perde per ko e va in depressione.
Duran arriva alla sfida sotto stress. Dopo aver vinto il primo match, ha perso la rivincita contro Sugar Ray Leonard.
E questo la gente non glielo ha perdonato.
“Porterò a termine il mio riscatto, dimenticherò gli anni di buio a cui il mondo del pugilato mi ha condannato. Affronterò per la terza volta Leonard e mi lascerò finalmente alle spalle quella triste notte di New Orleans”.
Perde ancora. Contro Wilfredo Benitez e Kirkland Laing.
Si avvicina all’incontro con Davey Moore guardando film dell’orrore. Lo rilassano. Il giorno del trentaduesimo compleanno sconfigge il giovane rivale e vince il suo terzo mondiale.
Da quella notte Iran Barkley comincia a odiarlo.
Davey è per lui come un fratello. Sono cresciuti nello stesso quartiere, hanno percorso assieme la strada del dilettantismo, l’uno ha fatto da sparring all’altro e viceversa.
Perso il titolo, Moore non è più lo stesso.
Quando il 2 giugno del 1988 il suo amico muore, Iran scarica la colpa alla lezione che il giovanotto è stato costretto a subire da Roberto mani di pietra Duran.
Muore schiacciato dalla sua stessa macchina. L’ha lasciata su una leggera discesa, la strada bagnata per la pioggia che continua a scendere ha fatto scivolare le ruote, Davey si è dimenticato di mettere il freno a mano. È sceso, ha aperto la porta del garage di casa, non ha fatto in tempo a evitare l’auto. Polizia e paramedici subito accorsi, lo hanno trovato sotto la macchina. Morto.
Lascia nella disperazione la moglie Quadria e le sue due bambine: Deidi di sei anni e Davey jr di tre.

Davey Moore del Kentucky ha un record di 22-5-1 il 18 maggio 1959 quando batte Hogan Kid Bassey e diventa campione del mondo dei piuma per la WBA. Difende il titolo cinque volte, tra una difesa e l’altra batte anche due italiani: Sergio Caprari per kot 8 il 22 gennaio 1960 a Caracas, Ray Nobile ai punti in 10 riprese il 10 febbraio 1961 a Roma.
Poi, il 21 marzo 1963 sale sul ring per affrontare Ultiminio Sugar Ramos.
Il match avrebbe dovuto svolgersi nel luglio del ’62, ma un tifone si è abbattuto su Los Angeles la notte del mondiale e il combattimento è stato rinviato.
Sette mesi dopo si affrontano sul ring di Los Angeles, in palio il titolo unificato WBC/WBA dei piuma. Una sola sconfitta il 42 match per Ramos, 59-6-1 il record del campione.
Nel decimo round Moore viene centrato da un gancio destro, va giù, sbatte la base del collo sull’ultima corda, si procura una lesione del tronco encefalico. Si alza, aspetta in piedi il conteggio fino a otto, conclude la ripresa e torna all’angolo. L’arbitro George Latka chiude il match con un kot prima che cominci l’undicesimo round.
Davey rientra negli spogliatoi, risponde alle domande dei giornalisti, poi cade a terra, entra in coma. Non riprenderà mai conoscenza, alle 2:20 del mattino del 25 marzo 1963 i medici annunceranno la sua morte.

Stesso nome, stessi trionfi sul ring, identico tragico destino prima di compiere trent’anni.
Davey Moore del Bronx è stato pianto da molti amici, primo fra tutti Iran Barkley, l’uomo che non è riuscito a vendicarlo.

Al Davey Moore del Kentucky ha dedicato una canzone Bob Dylan, un’accusa all’industria dei pugni per il modo in cui gestiva questo sport senza aveva a cuore la sorte dei pugili.

Chi ha ucciso Davey Moore?
Perchè, per quale motivo?
“Non io” dice il suo manager
sbuffando col suo grosso sigaro
“È dura da dire, è difficile da raccontare,
ma ho sempre creduto che stesse bene
È un peccato per sua moglie e per i suoi figli che egli sia morto
ma se stava male avrebbe dovuto dirlo lui
Non sono stato io a farlo cadere
No, non potete assolutamente incolpare me”

 

 

Padre (ex campione del mondo) e figlio vincono nella stessa riunione…

Claire aveva sedici anni. E aspettava un bambino.
Lee ne aveva 17, ed era il papà del nascituro.
Anton veniva al mondo il 15 aprile del 2000.
Poi sarebbero arrivate Nadine e Acelee.
In famiglia non lavorava nessuno. Lee per dare da mangiare ai suoi cari aveva deciso di non fare un lavoro, ma tre.
Puliva il negozio di un parrucchiere, rimetteva ordine in un grande garage. E, dopo soli quindici match da dilettante, diventava pugile professionista.
Ieri Lee ed Anton hanno combattuto nella stessa riunione.
Il papà (36-4-0, 14 ko), ex campione del mondo IBF dei pesi gallo, e il figlio (1-0, debutto nei superleggeri) hanno vinto ai punti a Bristol, la loro città. Tutti hanno fatto una gran festa e in casa Haskins la notte non finiva mai.
Per carità, l’evento era così affascinante, che per non rovinare la festa sono stati chiamati due comprimari perfettamente adatti al ruolo di perdenti predestinati.
Lee Haskins ha sconfitto Sergio Gonzales (10-19-5, 7 ko).
Anton Haskins ha superato Ibrar Riyaz (6-169-4, 3 ko), uno che solo quest’anno è salito sul ring diciannove volte. Perdendo puntualmente in ogni occasione.
Grande risalto sui media brittanici, è la prima volta che padre e figlio combattono nella stessa riunione, e alla fine tutti felici e contenti.
Ultima nota di cronaca, penso proprio che il babbo si sia prestato per fare contento il figlio. Lee non saliva sul ring da due anni…

Picchiato a sangue il coach della Habazin, rivale di Claressa Shields

Annullato il mondiale Wbc, Wbo dei superwelter in programma oggi a Flint, Michigan, tra Claressa Shields (9-0, 2 ko) e Ivana Habazin (20-3-0, 7 ko).
Alle operazioni di peso James Ali Bashir, coach storico della Habazin, è stato aggredito e lasciato a terra sanguinante.
L’aggressore è fuggito dalla porta principale del Dart Federal Event Center senza che nessuno della sicurezza lo inseguisse. Bashir è rimasto a terra almeno venti minuti prima che i paramedici lo poggiassero su una barella e lo portassero al McLaren Medical Center dove ha passato la notte di ieri.
Questa mattina è stato trasferito all’Henry Ford Hospital dove sembra sarà sottoposto a un’operazione di ricostruzione facciale.
Il maestro nel cadere ha sbattuto la nuca sul pavimento. Ha perso sangue dalla testa e dalla bocca.
Prima dell’attacco, Bashier aveva avuto un violento alterco con la sorella della Shields.
Match annullato. Non si sa se e quando sarà recuperato. Avrebbe dovuto essere trasmesso in diretta da Showtime.
Questa mattina le condizioni dell’allenatore erano stazionarie.

Fadda scippata! Ma a forza di gridare “Al lupo, al lupo”, chi ci crederà?

Ogni sconfitta, la stessa lamentela.
“Ha perso immeritatamente, colpa di giudici incompetenti o in malafede”.
L’abbiamo letta una, due, dieci, cento volte.
Il dubbio è durato poco, diciamo neppure un mese, poi nessuno ha creduto più alle continue proteste, alle grida di ingiustizia.
È accaduto però che nel primo turno dei Mondiali femminili che si sono appena aperti in Russia, un’atleta italiana sia stata davvero scippata della vittoria.
Lei si chiama Camilla Fadda e combatte al limite dei 51 chili.
È un po’ scomposta in fase di attacco, sbraccia in eccesso e a volte porta i colpi senza l’aiuto delle gambe. Ma ha temperamento, un grande ritmo e mette a segno serie consistenti.
Affrontava la mongola Altantsegtseg Lutsaikhan.
L’azzurra ha dominato il primo round, in cui ha imposto un conteggio alla rivale.
Ha vinto nettamente il secondo, un suo diretto destro ha mandato al tappeto l’avversaria ma l’arbitro serbo Vicicevic ha interpretato il fatto come una scivolata.
Si è aggiudicata, meno nettamente perché in affanno, anche la terza ripresa.
Io avevo 30-27 per lei. Come due dei cinque giudici.
Gli altri tre stilavano un incredibile cartellino che premiava 29-28 la mongola.
Proteste del clan italiano.
Mi domando, quanti crederanno davvero che ingiustizia è stata fatta?
A forza di gridare al mondo intero di continui soprusi subiti, chi presterà orecchio alle lamentele che stavolta saranno totalmente lecite?
E chi racconterà a Camilla Fadda la verità?
Lei sì che aveva vinto, e nettamente. Ma il criterio di valutazione che andranno ad offrirle sarà reso meno credibile dal modo in cui nel recente passato sono state giudicate altre sconfitte dal clan italiano.
Peccato. Il lupo stavolta è arrivato davvero e ha tolto il sorriso a una giovane ragazza che meritava di andare avanti.
Riflettete gente, riflette.
In un villaggio viveva un pastorello che di notte faceva la guardia alle percore del padre. Si annoiava e quindi, aveva deciso di fare uno scherzo: mentre le altre persone erano a dormire aveva cominciato a gridare: “Al lupo, al lupo!”, così tutti si erano svegliati ed erano accorsi per aiutarlo. Ma il pastore burlone aveva rivelato loro che si era trattato di uno scherzo.
Lo scherzo era andato avanti per parecchi giorni, fino alla notte in cui un lupo era davvero arrivato. Il pastore aveva preso a gridare: “Al lupo, al lupo!”, ma nessuno era venuto ad aiutarlo perché tutti avevano pensato che fosse il solito scherzo.
Così il lupo aveva potuto divorare tutte le pecore
(favola attribuita ad Esopo).

 

Simona Galassi e il suo talento hanno esaltato la boxe delle donne

HALL OF FAME ITALIA 6. fine

Le storie dei sei personaggi che,
il 26 ottobre a Castrocaro Terme,
entreranno a far parte della Hall of Fame Italia.
La protagonista di oggi è Simona Galassi.

(foto Nazzani)

Maria Moroni la prima. Ma sono stati la classe e i mondiali della Galassi a fare innamorare di uno sport che sembrava fosse riservato agli uomini…

di Franco Esposito

“Il quesito è questo”, chiede e si chiede Dario Torromeo, nell’articolo sotto il titolo di spalla, prima pagina del Corriere dello Sport-Stadio. Franco Ligas lo fa suo, al microfono di Italia 1, in telecronaca diretta da Forlì. Ventinove marzo 2008, sul ring a breve Simona Galassi, la regina di Romagna, campionessa in carica, e Stefania Bianchini, sfidante, in palio il titolo mondiale WBC pesi mosca.  Grande amico della boxe, la competenza e il mestiere affinati alla scuola del grande Rino Tommasi, Ligas ripropone fedelmente la parte inziale dell’articolo di Torromeo, lui tranquillo confesso prigioniero del dubbio. “Giusto domandarsi: questa sera celebreremo la fine del pugilato in Italia o l’inizio di nuova epoca?”.
Il dubbio tormenta l’inviato dell’allora togato quotidiano edito a Roma. Un esperto di boxe, preparato e competente, informato e aggiornato, Dario Torromeo, titolare di numerosissime frequentazioni intorno ai ring del mondo. Ne ha viste di tutte e le ha raccontate con infinita classe. Il pugilato delle donne non lo convince, è scettico. Il dubbio è condiviso da noi viaggiatori di boxe, come lui, fortemente legati agli aspetti classici, canonici, del pugilato inteso come esercizio complesso, tosto, durissimo, interpretabile in esclusiva dagli uomini.

Compagni delle perplessità, abbiamo a lungo guardato il pugilato delle donne con occhi gonfi di dubbi. In Italia, all’alba del Duemila, è sport giovane, verde, a lungo compagno dell’illegalità. Proibito, vietato.
Divenuto legale a ottobre del 1999, auspice il match vittorioso, una lunga aspra battaglia, condotta e portata a compimento da Katia Belillo, ministro delle Pari Opportunità, con l’essenziale determinante contributo di Umberto Veronesi. L’illustre oncologo allora ministro della Sanità. Modificata la legge che escludeva le donne dalla pratica pugilistica.

(foto Michele Zerbini)

Maria Moroni la prima tesserata e la prima titolata, campionessa europea nel 2002, e con lei la cancellazione di anni in cui le donne sul ring hanno consumato esibizioni alla macchia. Incontri abusivi, non riconosciuti, in manifestazioni talvolta interrotte dall’intervento di carabinieri e polizia. Mai tesserata, snobbata, perfino insultata, la pioniera. Assunta Agliata, campana, la prima a chiedere l’affiliazione come pugile in Italia. Grida e invocazioni non raccolte, non si può, la legge non prevede che le donne possano affrontarsi in un incontro di pugilato. “Un divieto assurdo e ingiusto”, fa notare con fermezza Maria Moroni, boxeur e avvocato, futura consigliere federale Fpi.

(foto Giuseppe Gullo)

Appena appena amletico, il punto di domanda di Torromeo discende da considerazioni personali, figlie a loro volta di positività ancora latenti, ma in costante crescita. In attesa che Simona e Stefania se le diano nella loro sfida, montano i dubbi dell’articolista legato al pugilato da un amore enorme. Dario è davanti a un bivio, mentre lievita in lui, cresce fino ad acquisire chiara forza, l’idea che il pugilato al femminile debba essere accettato da noi scettici e miscredenti. In forza di una prepotente evidenza: Simona Galassi l’ha sdoganato.
Proprio lei, romagnola, casa e affetti dalle parti di Bertinoro. La magnifica artefice, missionaria e predicatrice in grado, prima in Italia, di dotare il pugilato femminile di un’immagina nuova, diversa. Molto affine con quella dei maschi, a questo punto non più gli esclusivisti dello sport pugilistico.

(foto Massimo Calabresi)

Simona, sul ring, è un invito/obbligo per gli uomini a stropicciarsi gli occhi. Come usa dire, boxa col libro in mano. Un lavoro da manuale. Noi tutti piacevolmente costretti ad ammettere: brava davvero, due volte brava, con lei siano benvenute le donne pugili, giusto trattarle alla pari, parlarne con rispetto. Mai più sorrisini di scherno e sfottò; mai più greve ironia, mortificante superficialità, giudizi tipo “non vanno prese in considerazione, il loro non è pugilato, praticano un altro sport”.
Il marchio, Simona Galassi, la firma sul riscatto delle donne pugili. Anzi di più, l’autografo indelebile in calce alla marcia trionfale della boxe rosa in Italia. L’inversione di tendenza oggi piena di convinti consensi ad accompagnarne la conquista di spazi larghi, giorno dopo giorno. Purtroppo compressi qua e là dalla povertà generale del pugilato professionistico in Italia. Le donne pugili non sono più all’angolo. Grazie soprattutto a Simona, si sono prese il centro del ring.

Abituato e allenato a guardare, possessore di una sorta di palla di vetro, Dario Torromeo forse era conscio di rivolgere a se stesso una domanda retorica. Quella replicata da Franco Ligas in tv. Aveva intuito che la boxe in Italia stava vivendo una svolta precisa. Simona ne era il simbolo, l’emblema, la propagandista, il depliant più incisivo. La reclame, con quella sua frase pugilistica elegante e composta, perfetta l’impostazione, corretta la guardia, i colpi, tutti, eseguiti come da manuale. Intanto, un piacere anche per gli occhi. Una roba simile l’avevamo vista solo negli Stati Uniti, noi viaggiatori di boxe.
Culla del pugilato, gli Usa si erano portati avanti, come da sempiterno copione e radicata tradizione. Non esclusi disgustosi momenti, farse da vomito, autentiche pagliacciate. Tipo il primo e unico combattimento di boxe tra un uomo e una donna, all’arena di Seattle, stato di Washington. Sul ring Margareth McGregor, trentasei anni, e Loi Chow, cameriere e fantino, forse neppure in possesso della licenza di pugile. Quattro riprese, tutte per lei, davvero una roba ridicola, allestita da un ex mediocre pugile, Rocky Newman. Il fantino Chow si prestò alla commedia in cambio di tremila dollari.

Negli Usa, ai tempi, furoreggiava Christy Salter, in arte Christy Martin in seguito al matrimonio con Joe, suo allenatore e marito. La signora boxava da dio, nulla da invidiare alla tecnica e alle capacità di un uomo pugile. Laureata in educazione fisica, magari eccedeva in generosità, i suoi combattimenti erano incendi, esplosioni di energia e di scambi. L’organizzazione di Don King la inseriva nei suoi ricchi cartelloni. Christy ha frequentato i ring e le arene storiche, le più celebri al mondo: Madison Square Garden, Cesar Palace, Hilton Las Vegas, Mgm, Mandalay. Avevamo negli occhi lei, Christy Martin, e seguivamo Simona Galassi. Un fenomeno in guardiadestra da dilettante, pluricampione (credo suoni molto meglio di pluricampionessa) del mondo: Scranton (Usa), Antalya (Turchia) e Podolsk (Russia). Altrettanti titoli in Europa nei pesi mosca: Pecs, Riccione, Tønsberg. Pugile praticamente inavvicinabile. Ma sì, imbattibile. Imprese e titoli realizzate e conquistati però mai accompagnati da squilli di fanfara. Solo i veri appassionati di pugilato sapevano, potendo seguire e documentarsi; il resto d’Italia ignorava. Ormai il pugilato aveva rinunciato agli spazi antichi che ne avevano scandito la meravigliosa affascinante esistenza sulle pagine dei giornali e in televisione.

(foto Bozzani)

Solo l’incredibile irlandese Katie Taylor, fenomeno assoluto, eroina in patria, quattro volte campionessa del mondo da dilettante e medaglia d’oro all’Olimpiade, meglio di lei. Al tempo di Simona, il pugilato femminile la partecipazione ai Giochi Olimpici poteva solo sognarla. Un sogno ancora lontano.
Classe 1972, laureata in scienze motorie con una tesi indovinate su cosa? Sul pugilato. Pallavolo e kick boxing come sport introduttivi al pugilato. Silenziosa ma tenace, Simona. Alfieriana di provata fedeltà, volli sempre volli. La ribalta mai cercata, lei però determinata nella realizzazione di un’opera complessa che le è venuta facile. Perfino automatica: lo sdoganamento del pugilato femminile in Italia. La perfezione stilistica, la correttezza delle sue esecuzioni, limpido l’uppercut sinistro, da manuale i ganci e il jab destro, spostamenti e movimento delle gambe da pugile vero. Lei sì, boxeur vero. La completezza tecnica per regalare al pugilato femminile italiano notevole dignità, un’immagine forte, sicura credibilità, apprezzamento e notorietà.
E titoli, corone, cinture, anche da boxeur professionista. Campione europeo e mondiale dei supermosca. Ventitre vittorie, un pareggio, cinque sconfitte. La scalata felice di una montagna.
E un libro, “A modo mio”, per dirlo, raccontarlo, e far capire come e perché in tanti, in Italia, abbiamo cambiato opinione: il pugilato delle donne si è avvicinato davvero a quello degli uomini. Comunque un successo, quasi un trionfo. Ha pari dignità, ora.
Grazie di esistere, splendida Regina.

(foto Nazzani)

SIMONA GALASSI
(27 giugno 1972)
23-5-1 (4 ko, 13,33 %)

Debutto: 8 ottobre 2006
Ultimo match: 12 dicembre 2015

Mondiali

29 marzo 2008 Stefania Bianchini (mosca Wbc) + p. 10
18 luglio 2008 Eileen Olszewski (mosca Wbc) + p. 10
24 ottobre 2008 Stefania Bianchini (mosca Wbc) + p. 10
4 dicembre 2009 Aziza Oubalta (mosca Wbc) + p. 10
12 marzo 2010 Esmeralda Moreno (mosca Wbc) + p. 10
11 marzo 2011 Mariana Juarez (mosca Wbc) – p. 10
28 ottobre 2011 Nadege Szikora (supermosca Ibf) + p. 10
14 aprile 2012 Renata Szebeledi (supermosca Ibf) + p. 10
27 ottobre 2012 Renata Szebeledi (mosca Wbc) – kot 3
7 dicembre 2013 Susi Kentikian (Mosca Wba) – p. 10
26 giugno 2015 Debora Anahi Dionicius (supermosca Ibf) – p. 10
12 dicembre 2015 Jessica Chavez (mosca Wbc) – TD 9

6. fine (pubblicati Primo Carnera di Gualtiero Becchetti; Sandro Mazzinghi di Dario Torromeo; Bruno Arcari di Vittorio Parisi; Gianfranco Rosi di Andrea Bacci; Francesco Damiani di Davide Novelli; Simona Galassi di Franco Esposito).

 

 

Le donne entrano nella Hall of Fame, in Italia con la Galassi e nel mondo

Per la prima volta il pugilato femminile entra nella Boxing International Hall of Fame di Canastota (New York). Il ballottaggio sarà tra: Laila Ali, Sumya Anani, Regina Halmich, Holly Holm, Susi Kentikian, Christy Martin, Lucia Rijker, Jisselle Salandy, Mary Jo Sanders, Laura Serrano, Ana Maria Torres e Ann Wolfe. I giurati, sparsi in tutto il mondo, voteranno tre nomi. Due entreranno nella HOF.
Anche la Hall of Fame del Pugilato Italiano quest’anno celebra una donna. Il 26 ottobre al Gran Hotel di Castrocaro Terme, Simona Galassi (foto Giuseppe Gullo) riceverà la targa che sancisce il suo ingresso nella nostra HOF.
Simona, la Regina di Romagna che ha vinto tre mondiali da dilettante e ha conquistato il titolo Wbc dei mosca e quello Ibf dei supermosca da professionista.
Assieme a lei, a Castrocaro Terme saranno celebrati Primo Carnera, Sandro Mazzinghi, Bruno Arcari, Gianfranco Rosi e Francesco Damiani.
Appuntamento per sabato 26 ottobre nel Salone Piacentini.
La cena di gala avrà inizio alle 20:30.

La Fpi a Filimonov: Puntiamo tutto su Coletta, condividiamo le scelte

La FPI ha risposto, senza nominarlo, a Vasiliy FIlimonov.
Ieri avevo pubblicato su questo blog un post del professore apparso sul suo profilo Facebook. Il coach russo aveva scritto, tra l’altro: “Mi è dispiaciuto vedere la scialba prestazione della squadra italiana ai Giochi europei di Minsk e ai Mondiali di Ekaterinburg! Il motivo è uno solo: l’analfabetismo tattico e la mancanza di una adeguata capacità di affrontare il combattimento. Tutto questo dovrebbe essere sistematicamente sviluppato durante gli allenamenti e poi realizzato in occasione dei match. Sfortunatamente, l’attuale capo allenatore dell’Italia Giulio Coletta è un buon ufficiale di polizia, ma ignora completamente l’addestramento tattico e tecnico dei pugili. La mancanza di una sua conoscenza dei metodi di allenamento ha influenzato negativamente il processo di preparazione della nazionale italiana e indebolito le sue prestazioni al momento delle competizioni. A meno che non si cambi urgentemente il SISTEMA DI PREPARAZIONE DEI PUGILI ITALIANI (in maiuscolo nell’originale, ndr), sarà impossibile sperare in prestazioni positive a Tokyo 2020. Sfortunatamente, la capacità di addestramento di Giulio Coletta è a livello di una squadra Junior”.
Oggi la Federazione ha pubblicato sul sito ufficiale qualcosa che è difficile non catalogare come replica a colui con il quale ha avuto rapporti sino a poco tempo fa.
Filimonov ha lavorato con la Nazionale nel periodo 2007-2009 e nel 2016. Ha lavorato con Clemente Russo, con decisione approvata dalla FPI, quest’anno.
Il Presidente FPI Vittorio Lai ribadisce la sua piena fiducia nell’operato del DT delle Squadre Nazionali Maschili, Giulio Coletta, in vista dell’ormai prossimo appuntamento olimpico di Tokyo 2020. Presidente che altresì conferma che, fin quando lui sarà a capo della FPI, Coletta manterrà la sua carica, condividendone pienamente le scelte in ambito di programmazione tecnico-sportiva“.
Prima dei Giochi di Tokyo 2020 ci sono le qualificazioni.
Dal 13 al 23 marzo del prossimo anno a Londra il torneo continentale riservato all’Europa.
Seconda e ultima possibilità di ripescaggio a Parigi dal 13 al 24 maggio.
La FPI punta tutto su Giulio Coletta, nominato a dicembre 2018 responsabile tecnico della Nazionale maggiore e di quelle Youth e Junior.
Nella stagione in corso ha ottenuto questi risultati.

Europei Under 22       Nessuna medaglia (in Russia)
Europei Junior             1 oro* (in Romania)
Europei Elite                 1 argento, 3 bronzi (in Ucraina)
Mondiali Elite                Nessuna medaglia (in Russia)
Europei Youth               2 bronzi (in Bulgaria)

* Yoel Carlo Angeloni ha vinto nei 63 kg. È un cubano che ha cominciato a boxare nell’isola caraibica a 7 anni, a 9 ha fatto il primo torneo. Lì ha disputato una sessantina di incontri, nonostante abbia solo 15 anni. Ha vinto un titolo nazionale. I suoi allenatori sono Crespo ed Ernesto Romero. È arrivato in Italia a fine agosto del 2018 (da un’intervista sul sito federale Boxe Ring).

In precedenza come responsabile delle squadre giovanili Coletta aveva ottenuto questi risultati.

Mondiali Junior 2015       1 bronzo (San Pietroburgo)
Mondiali Youth 2016        Nessuna medaglia (a San Pietroburgo)
Europei Youth 2018          1 oro, 2 argenti, 2 bronzi (a Roseto degli Abruzzi)
Mondiali Youth 2018        Nessuna medaglia (a Budapest)