Ali-Foreman quarantacinque anni dopo, la leggenda continua…

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Il 30 ottobre 1974 Muhammad Ali batteva George Foreman a Kinshasa per ko a 2:58 dell’ottava ripresa, in palio c’era il mondiale dei pesi massimi. Quarantacinque anni dopo quel match, la leggenda continua

Fred Weymer è un gran bevitore di vodka ed è soprattutto un ex adepto del partito nazista americano. Gli Stati Uniti gli hanno vietato l’ingresso nel Paese.
Fred Weymer è anche l’uomo che amministra i conti bancari in Svizzera del dittatore dello Zaire, Joseph Mobutu.
Modunga Bula vive a Bruxelles ed è un altro operatore delle finanze di Mobutu.
John Daly è il presidente della Hemdale Films, una casa produttrice di film impegnata anche nel campo televisivo.
Hank Schwartz è il presidente della Video Techniques, la compagnia che provvede alla tecnologia satellitare per la maggior parte dei match trasmessi a circuito chiuso negli States.
Weymer, Bula, Daly, Schwartz e un quinto uomo siedono a Parigi attorno a un tavolo, nel ristorante di un famoso albergo. È qui che definiscono il match più pagato della storia del pugilato: cinque milioni di dollari per Ali, stessa cifra per Foreman. A pagare sarà lo Zaire del dittatore Mobutu, a caccia di una patente di credibilità.
Il quinto uomo si chiama Donald King, per tutti è più semplicemente Don King. È uscito due anni e mezzo prima dal carcere dove ha scontato una pena per omicidio colposo. Ha tentato la carriera di manager, ma i suoi pugili sono tutti finiti knockout.
Ora è impegnato nell’affare del secolo. Padrone solo della sua dialettica, convince i rivali a firmare un contratto per la grande sfida. Poi, trova i soldi.

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Nasce “Rumble in the Jungle”.
I nemici dicono che i suoi capelli siano come lui: non rispettano nessuna legge, neppure quella di gravità. Don King ha una spiegazione più spirituale.
«Stavo cercando di prendere sonno quando mi sono sentito come un rombo in testa. Sono corso allo specchio e ho visto i miei capelli dritti come frecce. Anche il barbiere, il giorno dopo, non è riuscito a far niente: ogni volta che provava a tagliarli, sentiva come una scossa. Era il segnale divino: è da quel momento che sono in missione per conto di Dio».
Ho parlato più di una volta con Don King anche se definirle interviste mi sembra improprio. L’omone che viene da Cleveland ascolta le domande e poi si lancia in un rap in cui mette in fila la comunità nera, celebri scrittori, la grandezza dell’America. Chiude ogni verso con una fragorosa risata. Ride quando parla del suo conto in banca, ma anche quando racconta la sua lite con Mike Tyson.
«Troppi Jago attorno a lui. Gli hanno sussurrato all’orecchio mille bugie, hanno messo nella sua testa falsità. E lo hanno rovinato. Mestatori di professione hanno convinto Mike che io ero il nemico. Ma basta guardare quello che ha fatto quando era con me e quello che ha fatto dopo, per capire chi fossero i nemici.»

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Ride e il pancione trema. È un omone taglie forti, 192 centimetri per 120 chili, vestito con poco riguardo per i colori e con quei capelli sparati verso il cielo si fa fatica a non notarlo. A dimenticarsi di lui furono però molti dei testimoni chiamati in tribunale nel lontano 1966. King aveva ucciso un tale di nome Sam Garrett, sbattendolo sul marciapiede e rompendogli la testa. Il primo verdetto fu di omicidio di secondo grado, poi diventato omicidio preterintenzionale. Tre anni e undici mesi nel penitenziario di Marion, dove legge Omero, Shakespeare, Hegel, Socrate. Da ragazzo non poteva permetterselo. Il papà era morto quando lui aveva nove anni, precipitato nell’acciaio fuso. La mamma vendeva torte. Lui, non appena l’età e il fisico glielo permettono, riscuote e paga le puntate del bingo per il boss locale Tony Panzanello.
Poi, è arrivato Ali.

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«Il match tra Ali e Foreman a Kinshasa è stata la cosa più grande che abbia fatto nella mia vita. L’orgoglio del popolo nero. Siamo come il pugilato, usciamo a testa alta dalle guerre che il mondo ci fa. Oggi non ci sono più grandi pesi massimi. Ma è ingiusto paragonare epoche diverse. Una volta la posta viaggiava sui pony, oggi vola con i jet. Io dico: torniamo indietro nel tempo, alle tradizioni. Restituiamo il pugilato ai grandi personaggi. Solo così riconquisteremo il mondo e vedremo un nuovo Ali».
A Kinshasa tutti sanno chi è Ali. È un eroe.
Foreman non sanno neppure che faccia abbia, solo al suo arrivo scoprono che anche lui è nero. Quando scende lungo la scaletta dell’aereo, si fa precedere da un pastore tedesco. Quell’animale offende gli africani perché i belgi, quando il Congo era una loro colonia prima di diventare Zaire, usavano i pastori tedeschi come cani poliziotto quando andavano in giro per le loro spedizioni punitive, quando prelevavano uomini che poi avrebbero torturato.
Ali vive in mezzo alla gente, cattura il popolo perché è uno di loro. Ali affascina, incanta, entusiasma. Foreman è solo con il suo clan. Lontano dagli africani, solo con la sua superbia. Solo quando si fa male in allenamento, quando nella sfida mondiale va giù come un fantasma. Qualcuno parla di riti voodoo. La realtà è che l’unica arte magica di cui rimane vittima Big George è sprigionata dall’uomo che lo ha sconfitto.
Ali ha bisogno di tre cose per vincere la sfida. Controllo della mente, del corpo e aiuto della gente. Ha un vantaggio: conosce la sconfitta, l’ha già assaporata contro Frazier e Norton. George Foreman si crede imbattibile. Ali sa anche che non può più ballare.

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«Vola come una farfalla, pungi come un ape».
No, Bundini, stavolta non si può. Bisogna che quel gorilla del campione si stanchi a forza di picchiare, lui intanto impara ad alzare la soglia del dolore facendosi sistematicamente colpire da Larry Holmes, suo sparring in allenamento, futuro campione del mondo. L’Africa è con lo sfidante, l’altro è solo un bianco travestito da nero.
«Ali boma ye, Ali boma ye» urlano i ragazzi che vivono nelle baracche accanto al fiume Congo, i diseredati vittime della dittatura del presidente Mobutu, i poveri, i sognatori. Ali uccidilo, Ali uccidilo.
Foreman si fa male in allenamento, tutto è rimandato di sei settimane. Il 30 ottobre del 1974 Ali viene torturato per sei round dal grande George. Mazzate di devastante potenza su un corpo immobile, un martirio che intristisce gli animi. Fermo alle corde Ali fa sfogare il nemico. L’altro perde sicurezza, vede calare la propria forza. E Ali è sempre lì, in piedi davanti a lui. Nell’ottavo round si compie il capolavoro. Lo sfidante esce dall’angolo, mette in fila una serie infinita di colpi chiudendo con un destro che nessuno potrà mai dimenticare. Poi non colpisce più, non ce n’è bisogno. È nuovamente campione del mondo.

Piove, diluvia su Kinshasa. È festa in onore del re tornato a comandare il mondo. L’acqua pulisce le imperfezioni del vecchio regime, di quello fatto di violenza e di nessuna saggezza di George Foreman.
Il gigante è crollato, Big George si è arreso all’ultima magia di Ali.

Tanta boxe in tv: Canelo vs Kovalev, Ruiz jr vs Joshua. Venerdì Scardina e Bortot

Vedremo in diretta televisiva sia Kovalev vs Canelo che Ruiz jr vs Joshua.
Cominciamo dal titolo WBO dei mediomassimi.
Sergey Kovalev (34-3-1, 29 ko) difenderà la cintura contro Saul Canelo Alvarez (52-1-2, 35 ko) campione dei supermedi il 2 novembre all’MGM Grand Arena di Las Vegas.
Netto il favore dei pronostici per Canelo sulle tabelle dei bookmaker. Lui viene offerto a 1.22 (incassi 122 dollari ogni 100 di puntata), l’altro a 4. Il pari è quotato 26.
Il programma della riunione.
Mediomassimi (mondiale WBO) Sergey Kovalev (34-3-1, 29 ko) vs Saul Alvarez (52-1-2, 35 ko); leggeri (vacante WBC silver) Ryan Garcia (18-0) vs Romero Duno (21-1-0);  superwelter: Bakhram Murtazallev (16-0) vs Jorge Forte (20-1-1); mosca (interim WBA donne) Seniesa Estrada (17-0) vs Marlen Esparza (7-0); welter: Blair Cobbs (12-0-1) vs Carlos Ortiz Cervantes (11-4-0); medi: Meiirim Nursultanov (12-0) vs Cristian Oliva (16-5-0); superwelter: Evan Holyfield (debutto) vs Nick Winstead (0-1-0).

Un’attenzione particolare merita Ryan Garcia (18-0, 15 ko), un ventunenne con la faccia da bambino e il pugno che stende. È alto 1.78 e combatte tra i leggeri attorno ai 61 chili. Ha vinto dodici volte entro il terzo round. Affronta un brutto cliente, Romero Duno ha vinto ventuno volte in 22 incontri.

Come si vede, nella serata esordirà al professionismo Evan Holyfield, uno degli undici figli di Evander: campione del mondo in quattro categorie. Del ragazzo si dice un gran bene. Il suo nome alla nascita è Eliazar, gli amici lo chiamano Young Holy. Figlio di cotanto padre e fratello di Elijad Esaias, running back dei Carolina Panthers nel campionato NFL.
Maurice Termite Watkins è il suo allenatore/manager, Tim Hallmark il preparatore atletico. Lo stesso del papà. Hallmark è un ex campione di triathlon, specializzato nella costruzione della struttura muscolare degli atleti. A dire il vero, ricordo che Evander per disegnare il suo corpo statuario si era affidato a Marya Kennet. Lui la chiamava affettuosamente Shirley Temple. Lei, parlo di inizio anni Novanta, era una signora di sessant’anni, quattro volte nonna, insegnante di danza. Aveva uno studio a Goshen, New York. Lavorava sulla flessibilità dei muscoli del campione, sulla distribuzione del peso del corpo, sulla prevenzione degli infortuni muscolari. Ogni giorno lo sottoponeva a tre ore di incredibili esercizi.
“La prima volta che l’ho incontrata mi ha fatto lavorare per quarantacinque minuti. Credevo di morire. Faceva ogni esercizio assieme a me. Alla fine a essere distrutto ero io non certo lei.”
Evan affronterà Nick Winstead (0-1-0).
Vedremo la riunione in diretta su DAZN nella notte tra il 2 e il 3 novembre.

Andy Ruiz jr (33-1-0, 22 ko) concederà la rivincita ad Anthony Joshua (22-1-0, 21 ko), da lui sconfitto lo scorso 1 giugno al Madison Square Garden per kot 7. Il match si svolgerà alla Diriyah Arena di Diriyah in Arabia Saudita e sarà valido per il titolo Wbo, Ibf, Wba dei pesi massimi.
I bookmaker danno favorito Joshua, lo pagano 1.3, Ruiz jr anche da campione ricopre il ruolo di sfavorito: 3.4 la quota. Il pari è a 26.
Anche qui diretta DAZN. La differenza di fuso tra Italia e Arabia Saudita è di un ora in favore del Paese mediorientale: alle 19 di Diriyah corrispondono le 18 di Roma. La riunione dovrebbe avere inizio (orario italiano) alle 6 del pomeriggio, per concludersi attorno alla mezzanotte.

Diretta dopodomani, venerdì 25, per la riunione all’Allianz Cloud di Milano (foto Matteo Innocenti/Opi Since 82) con Daniele Scardina (17-0, 14 ko) vs Ilias Achergui (13-4-1, 6 ko) per l’Internazionale dei supermedi; Francesco Patera (22-3-0, 8 ko) vs Domenico Valentino (8-1-0, 1 ko) per l’europeo dei leggeri.
Inizio della trasmissione su DAZN a partire dalle 19:30.

Nella stessa giornata di venerdì al Palasport di San Bonifacio (Verona) europeo donne superleggeri. Silvia Bortot (6-0-1, 2 ko) difenderà il titolo contro Djemilla Gontaruk (15-5-2, 5 ko). Arbitrerà Smail Alitouche. Diretta su RaiSport dalle 23:00. L’emittente di Stato dovrebbe trasmettere dirette di pugilato anche l’11 novembre e il 13 dicembre.

 

Esce il 14 novembre Eravamo l’America, avevamo il mondo in pugno

“Agostì, sai cosa è la boxe?”
Sì, maestro.
“E allora dimmelo”.
Cosa?
“Cosa è la boxe?”

Dare e prendere cazzotti.
“Ti sbagli”.
E allora maestro, mi dica lei: cosa è la boxe?
“È il prezzo che dobbiamo pagare per guadagnarci il Paradiso”.
E dobbiamo pagarlo subito?
“Più soffri in palestra, meno soffrirai sul ring durante il combattimento”
Sì, maestro.
“Se capirai sino in fondo il concetto, imparerai che senza sacrifici non potrai mai raggiungere quello che vuoi”.
E se durante il match mi capitasse di andare giù?
“Non dovrai arrenderti mai, neppure quando finirai al tappeto”.
Grazie, maestro.
“Vai Agostì. Fammi due riprese di guanti col Valeriana, magari si sveglia un po’”.

 

Sognatori che non si sono mai arresi.
È la definizioni poetica che Nelson Mandela dà dei vincitori.
In questo libro racconto le loro storie.
Parlo di uomini che ho visto soffrire, maledire il mondo, avere paura, sognare, gioire, esultare. Quando salivano sul ring lasciavano nello spogliatoio ogni indecisione e si abbandonavano alla lotta.
È così che sono arrivati in vetta, pronti a cogliere il frutto delle loro fatiche. Sia che fosse un oro olimpico, sia che fosse un mondiale tra i professionisti. Per qualcuno, pochi in verità, la raccolta ha compreso entrambi.
Per uno strano caso del destino, ma forse non era un caso e il destino c’entrava poco o nulla, quei signori hanno realizzato le loro imprese nello stesso arco di tempo. I meravigliosi anni Ottanta.
Eravamo l’America, avevamo il mondo in pugno. Erano i giorni dell’abbondanza e io, giorno dopo giorno, inseguivo storie da raccontare.
Prima di scrivere questo libro mi sono imposto una regola, avrei parlato solo dei mondiali a cui avevo assistito. Perché di quelli potevo restituire immagini, profumi, retroscena, parole, gesti. Ho mantenuto l’impegno per ognuna delle storie che troverete in queste pagine, tranne una. Non ero a bordo ring, ma a tremila chilometri di distanza. Eppure era come se fossi stato lì, seduto in prima fila ad assistere al trionfo.
Ho messo assieme parole, fatti e suggestioni di ogni combattimento.
Sono sfilati davanti ai miei occhi gli scenari di quelle imprese: Las Vegas, Mosca, Los Angeles, Seul, Milano, Napoli, Agrigento, Montecarlo, Atlantic City, Genova, Pesaro, Siracusa. Palcoscenici dove a recitare erano Patrizio Oliva, Loris e Maurizio Stecca, Gianfranco Rosi, Giovanni Parisi, Valerio Nati, Sumbu Kalambay, Francesco Damiani. Uomini che hanno reso nobile l’arte di casa nostra.
Storie affascinanti, segreti nati dietro le quinte, notti di confessioni, vigilie di peccato.
Boxe e vita viaggiano a stretto contatto, anche se non sono poi così convinto che si possano confondere. Appartengo alla scuola di Joyce Carol Oates.
“La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe”.
I nostri campioni hanno attraversato gli anni Ottanta lasciando segni profondi. Match appassionanti, sconfitte che lacerano l’anima, vittorie che ripagano di ogni sacrificio, ferite che porteranno dentro per sempre.
Questa è la storia di quei giorni.

Dall’introduzione di Eravamo l’America di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 274 pagine, 15 euro. Nelle migliori librerie e sui siti di vendita online da giovedì 14 novembre.

Beibut, avvocato e campione mondiale. Da piccolo a un passo dalla morte

Beibut Shumenov è diventato per la prima volta campione del mondo (mediomassimi WBA) dieci anni fa, al nono incontro da professionista. Da allora combatte molto poco e quasi sempre con un titolo in palio (11 volte su 12 combattimenti).
Beibut Shumenov ha rischiato di morire quando era ancora un bambino. Un giorno, mentre i genitori erano fuori per lavoro, gli zii si stavano prendendo cura di lui. Per sbaglio gli hanno fatto bere del latte avariato, al rientro a casa il papà e la mamma hanno trovato il piccolo che si contorceva sul pavimento. Era completamente blu. Ricoverato d’urgenza in ospedale, i medici non davano speranze.
“Signori, vostro figlio non sopravviverà”.
Amirkhan e Soule scoppiavano in lacrime.
Poi, un intervento chirurgico salvava quasi miracolosamente il bambino.
“Avrà bisogno di molte cure, non crescerà molto e dovrà evitare qualsiasi sforzo”.
Oggi Beibut ha 36 anni, pesa 90 chili, è alto 1.88 ed è il campione del mondo WBA dei massimi leggeri con un record di 18-2-0, 12 vittorie per ko.

La sua è una storia davvero interessante.
Quando esisteva ancora l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) la famiglia Shumenov lavorava per lo Stato. Il papà come commercialista, la mamma come insegnante. Crollato l’impero sovietico, il Kazakhstan è diventata la loro patria. Si sono messi in proprio e oggi hanno una catena di supermercati e varie imprese di costruzioni, attività che li ha fatti diventare una delle famiglie più ricche del Paese.
Beibut si è laureato in legge e ha superato l’esame per diventare giudice. Lavora per le aziende di famiglia, parla cinque lingue e ha una vita molto intensa.
Abita a Las Vegas, in una fantastica villa con palestra, piscina, sala per vedere i film, ascensore, camera iperbarica.
L’indirizzo è Coast Line Drive. La villa è su un lago artificiale, sul retro sono ormeggiati magnifici yacht.
Ha deciso di diventare pugile dopo avere visto una serie di film con Bruce Lee e alcuni combattimenti di Mike Tyson.

Ha esordito al professionismo il 17 novembre 2007, il 15 agosto 2009 era già campione del mondo. Ha conquistato il titolo in due categorie, mediomassimi e massimi leggeri. La sua attività segue la media di un match l’anno.
Il 13 dicembre 2014 combatte da peso massimo.
Il 25 luglio 2015 conquista l’interim WBA dei massimi leggeri.
Il 21 maggio 2016 diventa campione regolare.
Il 19 giugno 2017 annuncia il ritiro. Un serio problema all’occhio destro lo convince a prendere questa decisione.
Rimane fermo fino al 7 luglio 2018 quando riconquista il titolo.
Da allora non ha più combattuto, restando campione nonostante il regolamento dica che avrebbe dovuto difendere il mondiale entro nove mesi. Il tempo è scaduto lo scorso aprile, ma è come se nulla fosse accaduto.
Del resto la World Boxing Association nei massimi leggeri, e non solo, ha quattro campioni: Arsen Goulamizian (supercampione), Beibut Shumanov (campione), Alexey  Egorov (campione Gold). E, come se non bastasse, ha messo su un match per il titolo vacante di campione ad interim vinto, sabato scorso, da Ryad Merhy che ha sconfitto per ko alla settima Imre Szello.

Eppure il regolamento WBA dice che il mondiale ad interim dovrebbe servire per sostituire momentaneamente un campione che per vari e giustificati motivi non è in grado di difendere il suo titolo.
In questo caso di campioni ce ne sono già tre…
Una cosa buona la WBA l’ha comunque fatta. Indagando sulla strana e assurda storia dei suoi pluricampioni, ho scoperto quella di Beibut Shimenov. Avevo letto un articolo su di lui qualche tempo fa sul Los Angeles Times. L’ho ritrovato nel mio archivio. Sono partito da quello, ho ampliato le ricerche e ho messo assieme questo servizio su un tipo davvero unico nel panorama del pugilato mondiale.

Storia di un ragazzo tranquillo. Jannik Sinner, il prodigio del tennis italiano

Jannik Sinner batte Frances Tiafoe (53 del mondo) ad Anversa, conquista la prima semifinale dell’Atp ed entra nella Top 100. Jannick ha 18 anni.

Giovedì 16 maggio c’ero anch’io sugli spalti del campo numero 1, in fondo all’impianto del Foro Italico. Lo ricordo perché non è stata un’impresa da poco. L’ingresso concesso ai possessori del biglietto del mercoledì, programma annullato per pioggia, aveva in pratica raddoppiato il numero degli spettatori. I posti a disposizione, ovviamente, erano rimasti gli stessi.
Dopo un’ora e un quarto in piedi, e in precario equilibrio sull’ultimo gradone, osservavo la scena.
Nessuno spazio libero. Né sulle due tribune di riferimento, né sui lati del terreno dove erano impegnate le americane Madison Keys e Sofia Kenin. Anche la gradinata del numero 3 era stata presa d’assalto dai tifosi del ragazzo. Sotto si esibiva il placido Nick Kyrgios. Innervosito dalle passeggiate degli spettatori alla ricerca di un posto, dal vociare e dagli applausi, che non sempre erano per lui, l’australiano lanciava sul terreno di gioco (in rigoroso ordine cronologico): la racchetta, una bottiglia d’acqua, un seggiolino di legno e tela. Poi rimetteva racchetta e asciugamani nel borsone, e se ne andava.
Un ragazzo, alto, magro e rosso di capelli, indifferente a tanto clamore, continuava a giocare gli ultimi punti della sua sfida.
Jannick Sinner aveva scelto una tenuta casual. Maglietta verde acido, pantaloncini blù, cappellino rosso. Più casuale di così…
All’inizio era stato in affanno, poi aveva imboccato la strada giusta.
Ha gambe esili, poco muscolose. Come le braccia e il resto di un corpo dove 75 chili si perdono lungo 190 centimetri di altezza.
“Ci stiamo lavorando” dicono quelli del suo clan. Poi specificano che il programma di potenziamento ha avuto inizio nel 2017 per terminare nel prossimo inverno. E che la sua maturità tennistica sarà raggiunta a partire dalla stagione 2021.
Fanno gruppo da quattro anni.
Scoperto a Ortisei, portato a Bordighera.
Riccardo Piatti, dopo averlo visto giocare per cinque minuti, sembra abbia espresso un sintetico commento.
“Come facciamo ad adottarlo?”
È cominciata così l’avventura di Jannik Sinner, all’epoca quattordicenne, ultimo arrivato in ordine di tempo nel Club delle Grandi Speranze d’Italia.
Lontano dai campi mostra riserbo e buona educazione. Tranquillità e timidezza.
“Una mattana l’avrà pur fatta, o no?”
“Sì, certo. Una volta ha rotto una racchetta”.
Goran Ivanisevic e Marat Safin arrossirebbero davanti a cotanto ardire.
Mamma e papà l’hanno educato così. Rispettoso e di buone maniere.
Accade però che al primo servizio, lui scateni l’inferno.
Un rovescio che canta, come dicono i poeti del tennis. Un dritto in via di perfezionamento, efficace il giusto quando riesce a metterci su tutto il peso del corpo. Un buon gioco di volo. Migliorabile, ovviamente, ma già di livello. E la battuta? Molto bene, grazie. Come la risposta al servizio.
Ha carattere il ragazzo.
Ma non cercate in lui il campione maledetto. È simpatico, moderno, ma niente follie. Almeno per ora.
Si è imposto nel Challenger di Bergamo, ha vinto la partita d’esordio in un Master 1000, ha fatto un balzo in avanti clamoroso in classifica. A inizio anno era 542, il lunedì dopo gli Internazionali era vicino al 200. E adesso che è Top 100 di posizioni ne ha guadagnate 442 dal gennaio scorso…
Il 16 agosto è diventato maggiorenne. Diciotto anni, un tempo erano l’età giusta per entrare in società. Lui si è regalato l’ingresso nello Slam di fine stagione, gli US Open.
Viene da San Candido, nell’Alta Pusteria. Pochi chilometri più a Est e sarebbe stato cittadino austriaco.
Quando Massimo Sartori è andato a trovare i genitori, per chiedere loro il permesso di portarlo a vivere lontano da casa, si è sentito fare una curiosa domanda.
“È proprio necessario?”
“Se non lo è per lui, non so proprio per chi altro potrebbe esserlo” ha risposto il maestro.
La mamma si chiama Siglinde, il papà Hans Peter. Lavorano al Rifugio Fondovalle sulle Dolomiti, sopra Sesto Pusteria. Lei come cameriera, lui come cuoco.
“Chi pagherà vitto e alloggio?”
La Federtennis ci ha messo del suo, alla fine l’accordo è stato trovato.
“Mi hanno permesso di realizzare un sogno. Loro sono la cosa più bella che ho”. Loro sono la famiglia, nel gruppo c’è anche Mark, il fratello che vive a Bressanone.
I genitori hanno lasciato il ragazzo sempre libero di fare qualsiasi scelta. Senza mettergli pressione, senza mai intervenire in alcun aspetto dell’attività sportiva. Quando vanno a trovarlo a Bordighera, tanto per spiegarmi meglio, lo lasciano in pace durante l’intera giornata di lavoro per poi rivederlo la sera, in famiglia, per parlare attorno a una tavola preparata per la cena.
Il sogno è cominciato quando Jannik aveva ancora gli sci ai piedi.
Era il 2014 e lui andava forte. A livello giovanile primeggiava in slalom e gigante. No, niente discese.
Poi ha capito che quello non era lo sport a cui voleva dedicare la giovinezza. Non gli piaceva lavorare come un pazzo per chiudere il divertimento in una gara sempre troppo breve. Non gli piaceva che un solo errore potesse condizionare in modo totale l’intera prova.
“Il tennis ti concede tempo per recuperare”.
E agli Internazionali ha dimostrato con i fatti quanto sia importante avere quel tempo. Arrivato a Roma dopo la sconfitta in finale al Challenger di Ostrava, ha passato le qualificazione ed è entrato nel tabellone principale. Ha giocato dieci partite in dodici giorni.
Esordio contro il californiano Steve Johnson, numero 59 del mondo.
Sottomesso nel primo set, dominatore nel secondo, professionista esperto nel terzo in cui è stato sotto 2-5, ha rimontato, ha annullato un match point per poi marcare il punto della vittoria.
Al secondo turno ha trovato Stefanos Tsitsipas, 7 della classifica. Un giovanotto che nella stagione aveva messo assieme questi risultati: semifinalista agli Australian Open, finalista a Dubai e Madrid, vincitore a Marsiglia e all’Estoril.
Il ragazzo ha retto lo scontro. Ha giocato senza snaturare un tennis fatto di continua pressione da fondocampo, sfrontato al punto da pensare di poter decidere lui ritmo e andamento della partita.
Non sempre c’è riuscito, non sempre ce l’ha fatta a tenere quel ritmo senza sbagliare. Aggressivo il giusto, ha ceduto a un rivale che ha tre anni più di lui, un divario importante a questa età. Ha pagato pegno alla bravura di uno dei migliori tennisti del circuito, uno che al turno successivo ha spazzato via Fabio Fognini.
Nessun tentennamento, nessuno sbandamento per Jannik Sinner, solo felicità per avere avuto modo di imparare qualcosa in più.

Perché imparare gli piace. Per due volte ha fatto da sparring al re. A Bordighera prima, a Roma poi. E Roger Federer ha avuto parole di elogio.
“Sta crescendo bene. Piatti sta facendo un buon lavoro nello sviluppo della persona, non solo del giocatore”.
C’è da essere soddisfatti. E lui lo è. Raccoglie i complimenti, ringrazia e li mette da parte. Intanto continua a sognare.
Nei sogni c’è il numero 1 del mondo. Lo dice senza arroganza, nè presunzione.
“Lo dico perché sono sincero, perché lo penso. Se fai sport devi puntare sempre al massimo. Questo non significa che io sia certo di arrivare fin lassù. L’ho detto, è un sogno”.
Il ragazzo ha la giornata piena.
Tre ore le dedica al tennis, quattro alla preparazione atletica. Poi c’è la scuola privata: è studente di ragioneria, un po’ di televisione la sera (Prison Break e La casa di carta sono le serie preferite), la musica. E, nei tempi giusti, il divertimento.
Ha pur sempre 18 anni…
Persa la partita contro Tsitsipas, mezz’ora dopo si è presentato in conferenza stampa. Serio, a me è sembrato addirittura in imbarazzo, ma probabilmente era solo una naturale e sana timidezza.
Si toccava continuamente i calzini, tormentava le caviglie, sistemava quegli sbuffi di capelli rossi che andavano costantemente a coprire gli occhi. Rispondeva con calma, senza alcun eccesso.
Insomma, un tranquillo figliolo.

Bastava però che suonasse il via libera che sanciva la fine della chiacchierata con i giornalisti, per ritrovare il teenager pronto alla battuta, scanzonato, sorridente nel botta e risposta con Andrea Volpini con cui vive in simbiosi (nel Clan Piatti, accanto a lui c’è anche Cristian Brandi). Qualche risata di cuore, il volto allegro di chi è felice di quello che fa.
Il tennis è uno sport che ha bisogno del talento, ma anche e soprattutto di serietà e determinazione.
Lui sembra possedere entrambe, di talento ne ha in abbondanza.
Le sorprese non sono finite.
Jannik Sinner ha appena cominciato a stupirci.

 

 

 

Jack Johnson vs Stanley Ketchel, un match di 110 anni fa. Che storia!


Centodieci anni fa, il 16 ottobre 1909, Jack Johnson e Stanley Ketchel si affrontavano per il mondiale dei  pesi massimi. Questa è la storia di quella sfida (da “
Stanley Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free).
Nel libro, Ketchel racconta in prima persona.

 


Sto per affrontare Jack Johnson, il campione del mondo dei pesi massimi. Una sfida impossibile contro l’uomo che è diventato l’incubo dei bianchi. Sono tutti convinti che non potrò mai farcela.

Io la penso diversamente. Non ho paura di nessuno.

Basterà che beva un po’ di meno e mi dedichi con minore passione alle donne. Non sarà poi così difficile, per qualche giorno posso farcela.

Il cappotto che indosso è enorme, tre misure oltre la mia taglia. È fatto con una lana pungente che mi dà fastidio. Non è la sola cosa esagerata che ho questa mattina. Gli stivali hanno un tacco di dieci centimetri e non mi fanno sentire tranquillo.

Ogni passo che faccio rischio di cadere.

Jim Coffroth è stato chiaro. Nelle foto ufficiali non devo dare l’impressione di essere troppo più piccolo di Jack Johnson, altrimenti la gente non verrà a vederci e l’affare fallirà ancora prima di cominciare.

E così mi ha costretto a presentarmi al peso in queste condizioni.

Sono goffo, il cappotto sembra appartenere a qualcun altro. Ho lo sguardo fisso nel vuoto. Ma in fondo quelle foto mostrano come mi senta in quel momento. Sono uno a cui hanno imposto un ruolo che non vuole recitare. Ho lo sguardo triste e cattivo. Odio tutti.

Dopo le operazioni di peso, Jack Johnson mi offre da bere. Una bottiglia di vino da dividere tra noi due. Mi giro verso Carl Jeffries, un vecchio amico, uno con cui ho condiviso mille avventure.

Mi avvicino al suo orecchio, parlo piano, non voglio che l’altro senta.

«Forse è convinto di appendermi come si fa con i soprabiti. Non sa che potrei usare il suo culone per tracciare i solchi nei campi della mia fattoria. Ed è proprio quello che intendo fare dopo averlo messo ko».


I giornali hanno scritto che i nosti manager si sono messi d’accordo, che vogliono finisca pari così ci sarà spazio per una rivincita e vogliono che la nostra sfida sia credibile, ci sono montagne di dollari che ci attendono. Scrivono che si sono incontrati in un ristorante di San Francisco e hanno fatto un patto: se non ci sarà knock out, l’incontro sarà considerato pari.

Devono girare un film, un 35 millimetri, sull’evento.

Sono i primi esperimenti di cinema. Divideremo il quaranta per cento dell’incasso che verrà dalla vendita dei biglietti nei teatri in cui sarà proiettato. È chiaro che non potrà essere un incontro di pochi round e poi via, tutti a casa.

È appoggiandosi a questa scusa che Jack Johnson metterà in giro la voce che il match fosse combinato, che fossimo d’accordo nel portarlo oltre la decima ripresa.

C’è un fondo di verità, ma è un accordo che non ho mai condiviso.

E poi lui parlerà solo a incontro concluso. Prima, neppure una parola. Sparlerà per giustificare il fatto di essere finito con il suo sederone per terra. E a regalargli quel knock down ero stato proprio io: dodici centimetri e diciassette chili più piccolo di quel gigante che è.

Lui è salito sul ring tirato a lucido fino a novantaquattro chili, io sono ingrassato fino a settantasette per non rendere improponibile il confronto. Quasi nove chili sopra il mio peso naturale. Ma non c’è alcun accordo tra me e lui. Uno qualsiasi dei diecimila spettatori che riempivano l’arena di Colma avrebbe potuto confermare la mia versione della storia.

 

Cerco di trovare un po’ di relax nel mio camerino.

«Ehi Stanley, è tempo di prepararsi».

«Finisco di raccontare la mia storia e arrivo».

«Non fare il cretino, Jack è già pronto. Tra poco si comincia».

«Non me ne frega niente né di Jack, né di te, né del mondo intero. Nessuno ha mai detto a Stanley Ketchel cosa deve fare».

Concludo la storia, spengo la sigaretta.

Willis Britt detto Willy è il mio manager. È un tipo strano. Ha chiesto i danni al Municipio di San Francisco per il terremoto dell’aprile del 1906. Quel disastro naturale ha ucciso più di cinquecento persone, ma ha anche distrutto i suoi uffici.

«Non possiamo farci nulla, è stato un evento voluto da Dio» gli hanno detto quelli del Municipio.

«Non ne sarei troppo convinto, dal momento che ci sono andate di mezzo anche le chiese» ha replicato lui.

Non ha preso un dollaro.

È il 16 ottobre del 1909, salgo sul ring per il titolo mondiale dei pesi massimi. C’è un dolce sole autunnale e il cielo è di un blu così intenso da commuoverti.

Jack Johnson si prepara accanto a una vecchia fattoria. Fa sparring con quattro diversi pugili. Sembra sia andato andato al tappeto in allenamento. A metterlo giù, dicono, è stato Edward J. Smyth. Un ex marinaio che tutti conoscono come Gunboat Smith. Un ventiduenne di Philadelphia con dei piedoni enormi, mi sembra calzi il dodici! Ha piedi così grandi che sulla nave non trovano scarpe per lui. Corre scalzo, quando esce calza un paio di scarpe tre misure più grandi di quelle che dovrebbe avere. Così è nato il soprannome.

La storia è affascinante, ma non so se crederci o meno.

Resto comunque catturato da uno dei racconti che Sunny Jim ripete in continuazione.

«Yank Kenny è un omone di centocinque chili, anche lui fa da sparring a Jack Johnson. Una volta mi ha preso da parte con aria da cospiratore.

“Devo raccontarti una storia”, mi fa.

“Dimmi Yank”, gli faccio.

E lui comincia.

“La mia stanza confina con la sua. Una notte mi sono svegliato, una donna urlava dalla camera di Jack. Era Sheila, una favolosa biondina con gli occhi verdi, lunghe gambe e un sedere da urlo. Strillava e piangeva: “Non picchiarmi più, ti prego. Non picchiarmi e lo farò, farò ogni cosa!””

Che cosa le stava chiedendo il campione? Quale pratica sessuale voleva che praticasse la povera Sheila? Chiedo.

Lui sorride.

“Questo non lo so, ma di certo si sono messi d’accordo. C’è stato un attimo di silenzio e poi ancora urla, ma completamente diverse dalle prime”».

Nell’arena ci sono marinai, cinesi, belle donne che non si faranno pregare molto per fare compagnia a maturi signori, uomini di ogni nazionalità.

 

L’Arena è piena. Hanno comprato il biglietto diecimila spettatori, altri tremila sono stati accompagnati fuori dai cancelli. E adesso lassù in alto sulla collina c’è chi non ha nessuna voglia di perdersi lo spettacolo. Si sono portati anche un telescopio per vedere il match senza sborsare un cent.

Johnson è il netto favorito. Ogni dollaro puntato su di me ne vale due e mezzo nel caso dovessi farcela. Sono in pochi a crederci. E anche io sto cominciando a perdere le certezze che avevo fino a pochi giorni fa. Lui è grande, è grosso, è enorme. E io sono piccolo addirittura per i pesi medi. Figuriamoci tra i massimi.

Saliamo sul ring, quando mi tolgo l’accappatoio le bugie lasciano il posto alla realtà. La sproporzione è pazzesca.

Jack è una statua d’ebano. È alto uno e ottantasette e pesa novantaquattro chili. Assai più grande di me che sono esile anche nella mia categoria. Anche gli amici pensano che io sia una vittima designata. Sento una strana elettricità tra il pubblico. Tifano quasi tutti per me. Perché sono sfavorito, perché sono più piccolo. Ma soprattutto, perché sono un bianco.

Quando tutti scendono dal ring mi chiedo se stavolta non abbia davvero osato troppo. All’altro angolo c’è questo nero enorme, ha messo via tutti i suoi rivali e ha già raccontato in giro come finirà la nostra sfida. Ogni racconto si concludeva con me, privo di sensi, al tappeto. Non so, ma sento una strana sensazione. E se fosse paura? Di quella vera però.

Lui arriva con la faccia triste di un uomo tormentato da mille pensieri. Poi, mentre sale quei tre gradini il suo volto si trasforma lentamente. Mi guarda e sorride.

«È il momento di dare spettacolo Mr. Ketchel. Facciamola almeno sembrare una commedia credibile!»

Non riesco a capire cosa passi per la sua testa.

La gente lo insulta.

Per me ci sono solo applausi e incitamenti.

Prova ad attirarsi qualche simpatia indossando la bandiera americana come cintura. Grugniti e parole piene di odio razziale si aggiungono agli insulti.

Nessuno lo ama. Ha preso a schiaffi il mondo dei bianchi, ha fatto l’amore con le loro donne, non si è mai vergognato di esibire in pubblico la sua ricchezza. Ma lui non se ne è mai curato. Quando qualcuno glielo ha fatto notare, ha sempre risposto in modo arrogante.

Non trova comprensione. E certamente non troverà amici.

Primo round. Provo a colpirlo, lui fa un passo indietro, schiva e sorride. Sa che un bianco pestato a sangue diventa un eroe, ma se a quel bianco fai fare la figura del fesso finirai con l’umiliarlo anche se la folla ti è contro.

Jack poggia il peso del corpo sul piede destro, poi si sposta leggermente all’indietro rendendo vano e patetico il tentativo di allungarmi per centrare la mascella. Mi piazza un jab sinistro in faccia, poi ancora un altro e un altro ancora. Per fortuna non porta ancora i montanti.

Nel secondo round finisco al tappeto, al cinque sono di nuovo in piedi. Ho il naso rotto, il sapore dolciastro del sangue si mischia alla saliva. Il campione sfrutta tutto il vantaggio della stazza per prendersi gioco di me.

Spesso finiamo in clinch, ci abbracciamo per impedire a entrambi di mettere dentro i colpi migliori. Poi, riprendiamo a combattere. Lui schiva e rientra. Non ha fretta, non c’è rabbia nella sua azione. Lavora con freddezza, spietato e irridente. È un killer che sente di avere la vittima nel mirino, non c’è nessuna ragione di affrettare i tempi. Prima o poi mi farò del male da solo.

Eppure, lo so, si è allenato senza dannarsi l’anima. Il suo campo sembrava pronto per un ricevimento di nozze, per un party, più che per ospitare le fatiche che comporta una preparazione al campionato del mondo dei pesi massimi.

Qualche leggera seduta con quattro sparring: Young Peter Jackson, Bob Armstrong, Gunboat Smith e Johnny O’Keefe. Poi, luci, balli, musica, vino e donne. Tante donne. C’erano Bellie, Hattie e Lillian, tre prostitute bianche, come lo erano molte di quelle che il campione ha frequentato nel recente passato.

A Jack Johnson fa piacere che la gente lo consideri un uomo senza anima. Sul ring è il padrone del mondo, lo è senza sforzo apparente. Anziché correre per fare fiato, se ne è andato a scorazzare in macchina lungo le colline della Bay Area. Con lui c’erano l’autista bianco Marvin Jacobowski e quelle tre puttane che non lo lasciano mai.

So tutto questo e in cuor mio spero a ogni round che alla fine gli arriverà il conto di quelle stravaganze. E a presentarglielo sarò io.

Ripresa numero nove.

Lo fermo con un gancio destro che si schianta sulle costole. Mi guarda stupito, sta pensando perché io sia ancora in piedi, perché tenti di colpirlo. In bocca sento ancora di più il sapore del sangue, mi serve per tenere viva l’attenzione, lui è sempre sulla difensiva. Fino a quando se ne starà lontano non potrò mai centrarlo con forza. Continuo a pensare che mi basterebbe un colpo per mettere giù questo gigante. Devo farlo venire avanti, devo farlo scoprire.

Giriamo sul ring con movimenti lenti, guardandoci negli occhi, siamo due belve che aspettano il momento giusto per sbranarsi.

C’è grande tensione. Le voci della folla sono in sottofondo, mi sembra che anche quelle diecimila persone stiano aspettando l’ora della giustizia, quella in cui un piccolo bianco metterà fine all’arroganza del gigante nero.

Cerco dentro di me la rabbia, la disperazione, la fame della gioventù. So che da lì può nascere il grande sogno. Come un lampo ricordo tutto quello che di me hanno scritto quei bastardi dei giornalisti.

E allora, che il sangue scorra. L’Assassino è pronto a colpire.Lo colpisco. Lo centro al collo, al torace, alle costole.

George Little urla a Willy Britt attraverso l’intero ring.

«Ma quello cosa cazzo sta combinando?»

Gli uomini al mio angolo restano a bocca aperta.

Vado avanti, io vengo direttamente dall’inferno. Non conosco patti, non so nulla di accordi. Voglio vincere, voglio buttare giù questo omone nero. Il resto non mi importa, non mi interessa.

Continuo a dannarmi l’anima. Lo centro al petto, sulle braccia, ancora in faccia. Lui mi guarda e sorride.

«In qualsiasi modo tu voglia combattere, a me sta bene piccolo uomo».

Britt urla.

«Che diavolo stai facendo? Non erano questi i patti!»

Non so di cosa stia parlando. Di quali cazzo di patti parla?

Continuo a lottare.

Quando torno all’angolo il mio manager ha gli occhi di fuori.

«Dimmelo per favore. Dimmelo che sto vedendo la più grande recita nella storia del pugilato».

Lo fisso e rispondo.

«Io quello me lo mangio».

George Little è sempre meno sereno, teme la reazione furiosa di Johnson. Pensa che possa uccidermi. Quando il Gigante arriva all’angolo la voce del coach è poco più di un sussurro, vuole evitare una reazione violenta. Hanno tutti paura di lui.

«Ricordati la montagna di soldi che abbiamo scommesso sul pari».

Nel decimo round mi sembra di colpirlo duro, lui lega.

Dodicesima ripresa. Eccolo, ci sono. La distanza è quella giusta.

Dall’angolo arriva un urlo, un consiglio, un’invocazione, una preghiera.

«Adesso, Stanley! Adesso!»

Willy si è dimenticato del mondo, dei patti, degli accordi. Adesso anche lui vuole vincere. E questo mi eccita. Sento una forza nuova che entra dentro di me, mi sembra di essere più forte. Ho l’illusione di essere grande quanto lui, di potermela giocare almeno alla pari.

Ci provo, sto per vivere i trenta secondi che potrebbero cambiare il futuro. Tiro il mio colpo preferito, quello che mi ha regalato il titolo mondiale dei pesi medi. Il pugno parte dal basso con il guantone che è quasi all’altezza dell’anca destra e finisce la sua corsa sull’asse temporale appena dietro l’orecchio sinistro di Jack Johnson. Metto dentro tutto il peso del corpo, la rabbia accumulata in anni di umiliazioni, la voglia di dare una svolta definitiva alla mia esistenza.

Ce la faccio, lo metto giù! Sì, lo metto giù. Lo metto giù, lo metto giù!

Lo chiamano “shift punch”, un pugno che cambia direzione. Lui lo chiamerà “spione”, traditore fino al punto da sembrare una cosa per poi diventarne un’altra. La traiettoria è subdola, nasce da un punto invisibile e si chiude quando ha ormai assunto tutte le caratteristiche di un pugno a mezza via tra il diretto e il gancio. Sorpende e fulmina.

Jack Johnson, il campione del mondo dei pesi massimi è al tappeto. A mandarcelo sono stato io, un uomo di dodici centimetri e diciassette chili più piccolo di lui.

Johnson è giù, una botta secca e lui è finito seduto su quell’ingombrante culone nero. Il suono del corpo che va al tappeto è una musica che mi eccita, mi regala quasi un orgasmo. La gente impazzisce, urla il mio nome, grida la rabbia contro quel gigante che ha preso in giro il mondo. I bianchi attorno al ring sono tanti e tifano tutti per me.

Jack ha preso i loro soldi e le loro donne, la grande rivincita è arrivata.

Il Negro è knock down.

L’unico a non farsi illusioni sono io.

Lo guardo negli occhi e vedo che non c’è rassegnazione o paura, ma solo furore. Poggia le mani sul tappeto, fa perno sul ginocchio destro e si gira molto lentamente.

Si rialza.

È pronto a uccidermi.

Lo so. Lo vedo. Lo sento.

L’arbitro è Jack Welsh ed è vestito come se dovesse andare a un party, con tanto di cravatta e gilet. Quando Welsh arriva a sei, Johnson è in piedi deciso a riprendere velocemente il combattimento. Mi fissa, ripetendo più volte nella testa la stessa domanda.

“Come hai potuto farmi questo?”

Penso di avere un’unica possibilità per scendere dal ring col titolo in tasca, quella di rischiare la vita. E devo farlo adesso. Devo colpirlo ancora una volta, prima che recuperi totalmente le forze.

Mi lancio verso di lui come una belva impazzita.

Errore da principiante, lo pago caro.

Mi ferma con un gancio destro. È come se avessi sbattuto contro un muro, come se un treno mi avesse appena investito.

Un sinistro corto completa l’opera. La violenza del colpo è tale che Jack vola sopra di me, mi scavalca e finisce anche lui al tappeto. Ma si rialza in un attimo. Io invece me ne sto lì con le braccia larghe e le gambe divaricate. Sembro un uomo in croce. Nella testa sento mille rumori, negli occhi ho solo sangue. Non vedo e non sento.

È giunta la mia ora, morirò prima che l’arbitro abbia contato fino a otto. Niente è gratis nella boxe, eccetto il dolore.

Quando riprendo conoscenza, lui è appoggiato alle corde e sta spazzando via qualcosa dal guantone destro. Sono tre dei miei denti. Ho perso anche quelli assieme al match e al sogno di diventare campione dei pesi massimi.

Svengo di nuovo.

Johnson non vuole lasciare il ring. Teme che la gente possa scagliarsi contro di lui.

«Fino a quando non avrò la certezza che quello non è morto, io non mi muoverò da qui».

Quello, sarei io.

Dicono che ci siano voluti dieci minuti per farmi riprendere totalmente conoscenza e convincere Jack a tornare negli spogliatoi.

Vivo quel lasso di tempo in uno stato di rimbambimento. Sento le urla attutite della folla, come se quei rumori venissero da molto lontano. Ascolto le parole del negro prima che sparisca nello spogliatoio.

«È andata bene, pensavo di averlo ucciso».

Mi sembra di sentire Willie Britt che invoca il mio nome.

L’Arena di Colma sparisce lentamente dalla mente e dagli occhi. Per sei secondi ho realizzato il sogno di tutti.

Ora voglio solo dormire.

Andy Ruiz jr prima annuncia, poi si smentisce. Ha imparato in fretta

Uno è padrone di ciò che tace
e schiavo di ciò di cui parla
(Sigmund Freud)

Andy Ruiz jr ha stupito il mondo l’1 giugno scorso quando ha vinto il mondiale massimi Wba, Ibf, Wbo battendo Anthony Joshua per kot 7 a Las Vegas.
Mi era sembrato un pugile diverso, uno che non stava tanto a sentire quello che gli altri raccontavano di lui, tirava dritto per la sua strada senza curarsi delle conseguenze. Un po’ anticonvenzionale.
Veloce di braccia e ti mente sul ring, capace di emozionarci fuori con dichiarazioni d’amore per la mamma e la famiglia.
Poi si è cominciato a parlare di soldi.
Eddie Hearn aveva fissato data e sede della rivincita, ma il nuovo campione il 14 agosto annunciava che lui non era su questa linea. Non avrebbe combattuto, lo scriveva sul suo profilo Instagram.

“So che tutti parlano del match e tutto il resto, presto avremo notizie vere. L’incontro avverrà molto presto. La rivincita ci sarà. Sto cercando di dare speranze, motivazioni a tutta la mia gente. Il mondiale però si farà alle mie condizioni, alle nostre condizioni. Lo disputeremo qui, negli Stati Uniti. Come ho già detto, non avrei alcuna protezione laggiù in Arabia Saudita”.

Il promoter inglese depositava presso la New York Southern District Court una denuncia contro Andy Ruiz jr per mancato rispetto del contratto firmato alla vigilia del primo match.
Il nuovo campione diventava più disponibile e quando Hearn portava da nove (come scritto sull’accordo) a dieci milioni di dollari il minimo garantito, tutto si risolveva.

“Sono entusiasta di annunciare la mia rivincita con Anthony Joshua. Nel primo combattimento ho fatto la storia e sono diventato il primo campione mondiale messicano / americano dei pesi massimi.  Sono grato all’Arabia Saudita per avermi invitato. Ho preso il titolo ad AJ nella Grande Mela  e non vedo l’ora di chiudere la sua carriera nel deserto. Non perdete questa battaglia! Mostrerò la grandezza del pugilato messicano in Arabia Saudita e nel resto del mondo. Viva Mexico!”

Il governo messicano e la federazione pugilistica di quel Paese aprivano una campagna di reclutamento dei migliori professionisti per i Giochi di Tokyo 2020.
Il primo a rispondere, entusiasta, era proprio lui Ruiz jr.
Lo faceva il 30 settembre.

“Sarebbe un grande onore rappresentare il Messico ai Giochi Olimpici. Devo esaminare i possibili impegni contrattuali, ma farò tutto il possibile per contribuire in qualsiasi modo a riportare in alto il nome del Messico. Grande iniziativa! ”

Ieri ci ha ripensato e a ESPN Tv ha dichiarato esattamente il contrario.

“I Giochi Olimpici non fanno per me. Sto bene dove sto. Preferisco dare ai giovani l’opportunità di realizzare quel sogno che si portano dentro. La mia carriera dilettantistica è finita molto tempo fa. Tutta la mia famiglia è messicana, ho combattuto per il Messico, ho combattuto per Mexicali molte volte. Non sono riuscito ad arrivare all’Olimpiade di Pechino nel 2008, ma ho sempre rappresentato il mio Messico con tutto il cuore”.

Il 7 dicembre a Diriyah, Arabia Saudita, Andy Ruiz jr (33-1-0, 22 ko) difenderà il mondiale massimi Wba/Wbo/Ibf contro Anthony Joshua (22-1-0, 21 ko) per un minimo garantito di 10 milioni di dollari.
Andy Ruiz non più Junior, merita quello che ha conquistato.
Ma perché urlare al mondo una cosa e smentire se stesso poco tempo dopo?
È quello che fanno molti politici, alcuni campioni dello sport, i protagonisti con il potere in mano. Lui è arrivato in alto (a sorpresa) quattro mesi mesi fa. Ha imparato in fretta…

Le magie dei personaggi che il 26 ottobre entreranno nella Hall of Fame

Il 26 di questo mese al Grand Hotel Terme di Castrocaro – Terra del Sole ci sarà la seconda serata di gala della Hall of Fame del Pugilato Italiano. Saranno celebrati sei campioni: Primo Carnera, Sandro Mazzinghi, Bruno Arcari, Francesco Damiani, Gianfranco Rosi e Simona Galassi.
Qui racconto i momenti più emozionanti delle loro carriere. Lampi di magia.

New York, 29 giugno 1933

Quello tra Carnera e Jack Sharkey è un match da veri gladiatori. Condotto su un piano di equilibrio, ma con l’americano in vantaggio nei round iniziali. Un vantaggio che rischia di essere definitivo poco prima del ko finale, quando l’italiano barcolla su un gancio destro del campione. Il montante destro dalla corta distanza con cui Primo chiude l’incontro, al sesto round, è rapido e potente. In quel colpo si racchiude la grande favola di un gigante sicuramente troppo buono, ma anche molto ingenuo. Sul mondiale non ci sono voci di combine. Il titolo è tutto suo e la cintura è il ricordo più bello di un campione come Carnera, il primo italiano a conquistare un mondiale. Il gigante festeggia in un ristorante di Brooklyn assieme agli amici. Per loro canta una romanza dalla “Fanciulla del West” di Puccini, poi prende una fisarmonica. Suona e canta “O sole mio”. È un trionfo storico, va celebrato accompagnandolo con un pizzico di sana follia.

Madison Square Garden Bowl, Long Island, New York.
Primo Carnera b. Jack Sharkey ko 6 (mondiale pesi massimi)

Milano, 26 maggio 1968

La faccia di Mazzinghi è una maschera di sofferenza. I capelli, non più folti e ricci ma radi e lisci, sono appiccicati alla fronte dal sudore. Gli occhi sono gonfi, un taglio profondo e sanguinante segna brutalmente lo zigomo destro. È il volto di un eroe appena tornato dalla battaglia. Una lotta antica che solo guerrieri senza paura possono combattere. Anche l’altro porta i segni dello scontro. Ha l’occhio destro chiuso, gli zigomi gonfi e un taglio sulle labbra. Una foto meravigliosa cattura l’immagine dei due gladiatori. Pesti, stanchi, sanguinanti e distrutti dalla fatica e dai colpi subiti. Ma vicini. Testa contro testa, guardano la macchinetta fotografica. Le mani vanno ad accarezzare il volto di quello che fino a poco prima è stato un nemico da distruggere e ora è solo un compagno di viaggio lungo la difficile strada della boxe. Di combattimenti così puoi permettertene solo uno nella vita.

Stadio San Siro, Milano.
Sandro Mazzinghi b. Ki-Soo Kim p. 15 (mondiale superwelter Wba, Wbc)

Roma, 3 gennaio 1970

Personaggio schivo, fighter difficile da interpretare. La sua era una boxe per palati fini. Vederlo in azione dagli anelli più alti dei Palasport non rendeva l’idea di quanto fosse bravo. Ma ti restava negli occhi la forza con cui avanzava, la capacità di divorare qualsiasi avversario. Un uragano senza eccessi. Nessun urlo, rare folate di vento. Ma un avanzare implacabile che si fermava solo dopo la resa dell’avversario. Era una boxe fatta di infiniti scambi dalla corta distanza, colpi alla figura che sgretolavano la resistenza anche dei più tenaci. Il 31 gennaio del ’70 Bruno conquistava il titolo mondiale dei superleggeri battendo Pedro Adigue jr. Rimaneva campione per quattro anni, difendendo nove volte il titolo. Lo lasciava solo perché non ce la faceva a rientrare nei limiti della categoria. Passava nei welter e, a 34 anni, pareggiava con l’astro nascente Rocky Mattioli, che di anni ne aveva solo 23.

Palasport, Roma
Bruno Arcari b. Pedro Adigue jr p. 15 (mondiale Wbc superleggeri)

Monaco, 11 maggio 1982

Il terzo piano dell’albergo dove alloggiavano i pugili era occupato dai cubani. Una bolgia perenne. Musica e urla in continuazione, quelli dell’hotel avevano addirittura pensato di mandarli via. Era una festa continua. Aspettavano la raccolta dell’oro e festeggiavano in anticipo. La sera dei miracoli Francesco Damiani disputava il match perfetto. Non sbagliava nulla. Attaccava, attaccava, attaccava. E nel secondo round, se l’arbitro non avesse concesso a Teofilo Stevenson il tempo di riprendersi, forse avrebbe addirittura chiuso prima del limite. Il cubano aveva guardato l’orologio segnatempo sopra il ring e aveva cominciato a legare, poi erano tornato pesante e affaticato al suo angolo. Terzo round. I montanti di Stevenson erano quelli dei bei tempi. Entravano al corpo e sembrava volessero affondare sino ad uscire dall’altra parte. Ma Checco resisteva, incassava, riusciva addirittura a replicare. Gong. Era finita. Damiani cadeva sulle ginocchia. Era la stanchezza, non una manifestazione di gioia. Poi si alzava e ascoltava il verdetto. Aveva vinto 5-0, tutti i giudici avevano visto la sua superiorità. Al terzo piano dell’albergo le stanze dei cubani erano chiuse, da quelle parti regnava un silenzio assordante.

Palasport, Monaco di Baviera
Francesco Damiani b. Teofilo Stevenson p. 3 (quarti di finale Mondiale dilettanti)

Atlantic City, 15 luglio 1989

Erano in tanti a pensare che la carriera di Gianfranco Rosi fosse ormai finita. Quando arrivava la notizia di un tentativo mondiale ad Atlantic City contro il Golden Boy da un milione di dollari Darren Van Horn, il verdetto sembrava già scritto. Il campione aveva un record immacolato: 39-0, con 24 successi prima del limite. Era più giovane di undici anni (21 contro 32) e poteva sfruttare il vantaggio di boxare in casa. Anche la storia era contro Rosi: solo due italiani avevano conquistato il mondiale in America. C’era riuscito Primo Carnera, l’aveva imitato Nino Benvenuti. Si combatteva al Trump Plaza. Già nel primo round si era capito che ci saremmo trovati davanti a un pomeriggio magico per l’Italia del pugilato. Dopo soli ventiquattro secondi l’umbro portava un sinistro in approccio, doppiato da un diretto destro che mandava il campione al tappeto. Era l’inizio di un dominio assoluto concluso con una larga vittoria ai punti (117-109, 118-108, 116-109). Un successo arrivato in maniera tanto clamorosa, quanto inaspettata. Un trionfo in piena regola.

Trump Plaza, Atlantic City.
Gianfranco Rosi b. Darren Van Horn p. 12 (mondiale Ibf superwelter)

Forlì, 29 marzo 2008

La Bianchini attacca subito, aggredisce. Simona la centra d’incontro, evita i suoi pugni, le sembra tutto facile. Alla quinta ripresa, anzichè andare al suo angolo, Stefania si dirige verso quello neutro. U la j à rimbabida! urla Ben. È un po’ suonato, tifa per la Galassi e ha portato un cartellone su cui ha disegnato la Bianchini con un occhio nero. Ben non riesce a calmarsi. Vanno avanti così sino alla fine. Stefania Bianchini che attacca furiosamente, ma non trova quasi mai il bersaglio, e Simona Galassi che la martella in continuazione. Le mette in faccia un gancio sinistro perfetto. Os cia ach bòta! strillano da bordo ring. La romagnola sa che se accettasse di entrare in battaglia finirebbe per rimetterci. La boxe dell’altra è prevedibile, Simona può chiudere il match senza rischiare nulla e mostrando a tutti cosa sia la tecnica. Finisce senza sorprese. La Galassi domina e vince con un margine enorme. Gli spettatori gridano il suo nome, poi cominciano a cantare. Sei beee-lliii-ssimaa. Lei sorride. So che mi stanno prendendo in giro, ma mi viene lo stesso da piangere.

 

Grand Hotel Castrocaro
La serata di gala, aperta a tutti coloro che vorranno assistere alla manifestazione, si terrà nel prestigioso Salone Piacentini, all’interno dell’albergo.
Si potrà accedere solo attraverso una prenotazione.
Il prezzo della cena sarà lo stesso della prima edizione: 38 euro.
Informazioni e prenotazioni inviando una email a: flaviodellamore@boxeringweb.net
O telefonando direttamente al Grand Hotel: 0543/767114.
Al raggiungimento della capienza del ristorante le prenotazioni saranno chiuse.

 

 

 

 

 

Dossier arbitri alla vigilia della finale mondiale di Angela Carini (nei 64 kg)

La situazione del settore arbitri/giudici peggiora giorno dopo giorno.
I Mondiali femminili, in corso in Russia, ne sono la prova.
Ho sottolineato lo scippo subito dalla nostra Fadda, ieri è rimasta vittima dell’incapacità dei giudici Kariss Artingstall impegnata nella semifinale dei pesi piuma. L’inglese ha vinto chiaramente il match, è stata data sconfitta 4-1. Quattro giudici l’hanno vista perdere. Su tre riprese ci sono stati sei punti di differenza tra il cartellino di David Cutting, Australia (30-27 per Nesthly Petecio) e quello di Alexander Vincivecic, Serbia (30-27 per la britannica).
Ha contestato violentemente il verdetto anche la sei volte campionessa del mondo Mary Kom, che la giuria ha visto perdente contro la turca Bresenaz Cakiroglu.
Il problema ha origini lontane, se ne vogliamo limitare la storia partiamo da Rio 2016. Proteste plateali, reclami a raffica, sospetti e sicurezze. Questo aveva portato l’AIBA ha destituire i sette capi del settore e a emanare un comunicato in cui si informava l’opinione pubblica che tutti e 36 gli arbitri e giudici dell’Olimpiade brasiliana non avrebbero potuto officiare in eventi ufficiali sino a quando l’inchiesta aperta dall’Associazione non si sarebbe conclusa. Successivamente era stato destituito il direttore esecutivo Karim Bouzidi con l’accusa di avere cercato di manipolare i sorteggi.
Tolti i trentasei potenziali migliori dal giro, si è andati avanti con quel che restava.
I risultati sono stati e sono devastanti.
Contestazioni, proteste, reclami, insulti, risse e minacce ai Giochi Asiatici 2018.
Caos in corso ai Mondiale femminili.
E il CIO ha da poco comunicato che arbitri e giudici di Tokyo 2020 saranno ufficiali AIBA. Chi li sceglierà? Ufficialmente dovrebbe essere il Comitato Olimpico Internazionale, ma non sembra che abbia sufficiente competenza in materia. Il sospetto che sarà la stessa AIBA a farlo è naturale. Uscita dalla porta, dopo la sospensione del CIO, rientra dalla finestra. Ma lo farà con uomini che non sembrano all’altezza del compito, perché a quei 36 di Rio ancora nessuno ha detto nulla. Restano inattivi senza sapere perché.
Per ridurre al minimo i rischi di cadere in errore, sembra che sia arrivata agli ufficiali di gara una informativa che consigliava un ritorno ai vecchi criteri di arbitraggio e di giudizio. Più o meno qualcosa di assai simile all’epoca delle vituperate macchinette.
Ma conservando il criterio dei 10 punti.
Io credo che, soprattutto a livello femminile, siano state date anche disposizioni di ridurre al minimo i rischi. Ho visto il match della Severin. Ci sono stati tre conteggi, uno per l’azzurra, due per la sua avversaria. Tutti e tre in seguito a un solo colpo, non certo devastante.
Alla incerta capacità tecnica di giudizio dell’attuale classe arbitrale, si aggiunge la lotta di potere in corsa per accaparrarsi la gestione olimpica del settore. Incerto il nome del vincitore, sembra abbia le maggiori possibilità David Llaurado (ex Aiba R&J Development Manager), lo statunitense in giuria a Londra 2012 nella finale dei supermassimi Joshua vs Cammarelle.
Detto questo, temo molto che Angela Carini (a sinistra nella foto in alto, unica italiana rimasta, con pieno merito, in gara ai Mondiali in Russia,) possa trovarsi in questa giungla dove non c’è nulla di certo. Domani, nella finale dei 64 kg, affronterà Dan Dou: ventiseienne cinese, campionessa in carica. La Dou quest’anno ha conquistato i campionati asiatici in Thailandia ed è testa di serie numero 1 della categoria. In semifinale ha vinto (3-0, tre giudici per lei con quattro punti di vantaggio mentre gli altri due giudici avevano il pari) contro Ekaterina Dymeck. Un match di una bruttezza unica, le due sono rimaste abbracciate dall’inizio alla fine. L’arbitro ha fatto almeno sette/otto richiami verbali a ciascuna atleta e uno ufficiale alla russa.
La Cina al momento ha maggiore forza e potere dell’Italia all’interno dell’AIBA.
La Dou è una campionessa, ma almeno che si combatta ad armi pari…

Signani, campione europeo a quarant’anni. Poi lacrime ed emozione

Sono felice per Matteo Signani.

È un ragazzo che merita la grande gioia che si è preso questa sera a Trento. Vincere a 40 anni il titolo europeo è un sogno che un combattente come lui doveva realizzare, gli spettava. Sentirlo dire: “In questa vittoria cè tutta una vita, sogni, dolori, sofferenze, fatica e volontà” è stato bello. Guardarlo con le lacrime agli occhi è stato addirittura commovente.

Ma non mi sentirei onesto se non dicessi che c’è qualcosa di sbagliato in questo verdetto. Ci sono soprattutto i quattro punti di scarto, una bestemmia tecnica, concedetemi l’espressione, che non trova riscontro nell’andamento del match. L’armeno d’Olanda non è certo un campione. Signani boxa meglio, ha maggiore senso tattico, porta i colpi più puliti. Ma nel complesso delle dodici riprese l’altro ne ha messi a segno in numero maggiore. E con maggiore potenza.

Gevorg Khatchikian ha due sole armi in repertorio. Porta un gancio destro largo, senza spinta delle gambe, un colpo sporco che spesso chiude con l’interno del guantone. Ci sarebbero voluto dei colpi dritti di incontro per fargli male, per accumulare punti. L’altra pallottola è un montante destro che nelle sue intenzione dovrebbe incutere rispetto, ma che troppo raramente arriva a segno.

Matteo ha messo sulla bilancia grinta, preparazione fisica, voglia di arrivare. È salito sul ring convinto di giocarsi l’occasione della vita. Ma per quattro riprese ha guardato l’altro boxare. Era bloccato, macchinoso nell’azione, lento e prevedibile. Non è che l’avversario abbia fatto qualcosa di grande, ma ha fatto più di lui.

Il match è cominciato a metà del quinto round. Da lì in poi la strada è stata in equilibrio, ma non è che si possono dimenticare quelle quattro riprese. 

Onore al coraggio, alla voglia di arrivare di un ragazzo fantastico. Per come ha condotto la sua carriera Matteo Signani merita in pieno questo europeo. Ma, mi perdoni il Giaguaro, ieri sera io probabilmente ho visto un match diverso da quello che ha visto molta gente. Io, alla fine, avevo davanti l’altro.

 

RISULTATO – Medi (europeo, vacante) Matteo Signani (29-5-3, 10 ko, 71,750 kg) b. Gevorg Khatchikian (29-3-0, 14 ko, 71,650 kg) cp. 12 ( 115-113, 114-115, 116-112).