Storia di Bianca Andreescu, una furia. L’ultimo incubo di Serena Williams

Le dissero: Non sarai in grado
di sopportare l’uragano.
Lei rispose: Io sono l’uragano.
(Ada Luz Marquez)

 

Lo vedevo in primo piano sul megaschermo, guardavo incantato quelle immagini del cancelletto di partenza. Lui era lì, un attimo prima di buttarsi nel toboga di ghiaccio a bordo del suo amico slittino.
Armin Zöggeler, un tipo da sei medaglie olimpiche di cui due d’oro, si muoveva come un maestro di Tai Chi. Solo, nel castello del silenzio, con gesti lenti ripassava mentalmente ogni tratto della pista, memorizzava ogni curva, ogni traiettoria. Chiudeva gli occhi, si concentrava e mimava con braccia e testa i movimenti che avrebbe dovuto fare. Non lo dimenticherò mai.
Anche Bianca Andreescu pratica la visualizzazione creativa, proietta con la mente le immagini di quello che spera poi accada. Quindici minuti di meditazione ogni giorno per ritrovare la pace, per visualizzare gli obiettivi. Lo fa da quando, aveva tredici anni, mamma Maria le ha regalato dei video che illustravano quel metodo di concentrazione.

Oggi, a diciannove anni, l’Uragano Bianca ha travolto a sorpresa il mondo del tennis. Un inizio di stagione fatto solo di magie: finale ad Auckland e successo a Indian Wells, vittoria su quattro ex numero 1 del mondo, salto in avanti in classifica: da 152 a 24, prima wild card ad alzare il trofeo nel deserto californiano.
E la scorsa notte, la Grande Magia. Il primo Slam, la vittoria su Serena Williams, la possibilità di chiudere da numero 1 l’anno.
È una forza della natura, lo è da sempre.
La mamma ricorda: “Da piccola era così scatenata, addirittura frenetica, che avevamo pensato di metterle un elmetto a protezione della testa. Non aveva paura di niente.”
Maria, la mamma rumena, laurea all’Università di Cracovia, si occupa di finanza. Nicu, il papà rumeno anche lui, è ingegnere meccanico. Sono sbarcati in Canada nel 1995.

Bianca nasce a Mississagua, dieci minuti di macchina da Toronto sul Lago Ontario, ma comincia a giocare proprio in Romania: a Pitesti. Ha sette anni, a farle da maestro è un amico del padre, che nel 2007 è tornato a casa per completare dei corsi di aggiornamento.
Nel 2009 Bianca, Maria e Nicu rientrano in Canada dove la Federazione Tennis comincia a prendersi cura della piccola potenziale campionessa.
La ragazza travolge qualsiasi ostacolo. E lo fa nonostante i tanti infortuni di cui rimane vittima. Braccia, gambe, piedi, spalle. Non si è fatta mancare niente.
In avvio 2016 non gioca per sei mesi, ha un problema ai piedi. Non riesce a correre. Andre Labelle, il coach di allora, trova il modo di non farle perdere gli allenamenti. Recupera, da uno degli uffici federali, una sedia con sotto le rotelle, toglie la spalliera e porta quella sedia sul campo.
Seduta sull’insolita macchina infernale, la ragazza continua la preparazione. Può colpire di volo e ne approfitta per perfezionare il drop shot. Affina il servizio migliorando il lancio della pallina, non può permettersi di sbagliare: sarebbe difficile per lei correrle dietro.
Funziona.

La Andreescu è un’agonista naturale.
Sperimenta più sport: calcio, pattinaggio, nuoto, ginnastica. Poi approda al tennis. La voglia di cambiare le rimane dentro. Dice che se facesse sempre la stessa cosa finirebbe per annoiarsi. Potrebbe essere una delle chiavi di lettura per capire anche il suo modo di giocare.
Mai ripetitiva, cambia ritmo continuamente, fa un uso astuto della smorzata, ha un servizio che fa male: anche la seconda palla viaggia a velocità elevata ed è precisa nelle traiettorie.
Ha forza mentale, è capace di improvvise variazioni tattiche. Può giocare da fondocampo, piatto, slice, in accelerazione e avventurandosi in ripetuti tentativi di palle corte. Usa tutto il repertorio con apparente facilità.
Per approdare in finale in Nuova Zelanda ha battuto lungo il percorso Caroline Wozniacki e Venus Williams. Per vincere a Indian Wells ha superato Garbiñe Muguruza, Eline Svitolina e nella partita per il titolo Angelique Kerber: 29 finali in carriera, 27 milioni di montepremi, ex numero 1 del mondo. A questo curriculum, prima di quella sfida, Bianca poteva opporre: seconda finale della vita, 350.000 dollari di prize money, numero 60 del mondo.
Ha vinto lei.

“Bianca Andreescu hai appena scritto la storia. Congratulazioni!” ha subito twittato il primo ministro canadese Justin Trudeau.
Chissà quale sarà il messaggio dopo il trionfo a New York.
“La Andreescu gioca come la Hingis, ma con più potenza” ha scritto sul sito della WTA il mito Martina Navratilova.
Più cauta la giovane tennista rumeno/canadese…
“Voglio diventare la numero 1 e vincere molti tornei dello Slam.”
Tranquilla Bianca, sei sulla strada giusta.
Vicina all’obiettivo smarrisce per un attimo la sua serenità.
Bisogna capirla, la popolarità le è sbocciata attorno improvvisa.
E lei è una ragazza che non nasconde le emozioni. Urla di gioia per un colpo riuscito, tenta di fracassare la racchetta sul cemento quando le cose vanno male, si rotola sul campo piangendo e coprendosi il viso dopo un punto decisivo.
Quando è lontana dal tennis, la figliola ha l’animo gentile e l’unica guerra che mette in atto è quella contro gli incivili che abbandonano gli animali. Se ne va in giro per le strade a cercare cani e gatti randagi. Li prende, li porta prima a casa e poi da un veterinario, li fa curare e quindi si adopera per trovare qualcuno che accetti di adottarli. Il suo sogno è quello di aprire un giorno più rifugi per animali abbandonati.
Per il momento si concentra sul gioco.
L’Uragano Bianca vuole continuare a travolgere qualsiasi rivale trovi sul suo cammino.
“Sono la fottuta vincitrice di Indian Wells!” ha urlato la ragazza ai giornalisti dopo avere messo a segno il grande colpo.
“È solo il primo Slam, a forza di immaginarle le mie fantasie sono diventate realtà” ha detto ieri notte dopo avere sgretolato Serenona.
Aveva tutte le ragioni per sentirsi euforica.
“È accaduto qualcosa di pazzesco. Potrebbe essere la favola di Cenerentola, ma questa per fortuna è semplicemente la realtà.”
Un titolo pazzesco in più nel curriculum e tanti bei dollari in banca, sono un bel modo per avviarsi verso la chiusura della stagione.
Muscoli tosti, faccia da furbetta, emozioni a vista. Determinazione, gioco spettacolare, personalità. È lei la protagonista di questo 2019. Il tennis femminile era a caccia di un personaggio forte, l’ha trovato in questa teenager che mi ricorda alcune smiling assassin famose. Prima fra tutte, e arrivo secondo, proprio Martina Hingis.
Bianca Andreescu è decisa a lasciare il segno. Gli US Open, dice, sono solo l’inizio.

 

Se non ci metterà troppo,
l’aspetterò tutta la vita
(Oscar Wilde)

 

 

 

HALL OF FAME. Mazzinghi, quella notte a San Siro il guerriero diventa leggenda…

HALL OF FAME ITALIA 2. continua
Le storie dei sei personaggi che, il 26 ottobre a Castrocaro Terme, entreranno a far parte della Hall of Fame Italia.

Il protagonista di oggi è Sandro Mazzinghi.

 

Il mondiale vinto contro Dupas, la rivalità con Benvenuti, la corrida contro Ki Soo Kim. Il trionfo… 

di Dario Torromeo

La telecamera lo riprende da dietro le spalle.
Lui avanza muovendo ritmicamente il corpo. Passettino dopo passettino chiude ogni via di fuga al nemico, lo schiaccia contro le corde, lo bracca, lo costringe a rifugiarsi all’angolo per tentare una disperata difesa.
Cambio di inquadratura, ora la ripresa è frontale.
Ha lo sguardo deciso del guerriero senza paura. Punta il rivale, ma senza fretta. Tira decine di colpi, serie infinite. L’altro se ne sta lì con un solo pensiero nella mente.
“Signore, fa che questo ciclone scatenato finisca in fretta”.

Jab sinistro, gancio destro.
Montante destro.
Gancio sinistro, ancora gancio sinistro.
Saltella sulle gambe. Le spalle si muovono lentamente, seguono un ritmo che viene da lontano. Ascolta una musica che solo lui può sentire.

Sandro Mazzinghi concepiva il pugilato come una battaglia che ignorava il passo indietro. I match erano corride, ma senza toreri. Solo due tori lanciati l’uno contro l’altro fino a quando uno dei due non cedeva. E quasi sempre era l’altro a chiudere sconfitto.
Un guerriero a cui madre natura aveva regalato forza, resistenza, temperamento. Non c’erano pause nella sua boxe. La sofferenza era un mezzo per arrivare, non una pena da pagare.
Non si fermava mai Sandro. Ricordava le notti insonni, le mattine cominciate pensando al pane che non c’era, le ore di lavoro che lo attendevano. Era un bambino, se ne stava nei campi a sgobbare senza chiedere riposo, senza lamentarsi.
Diventato grande, continuava a lottare.
Come poteva temere un avversario? Come poteva spaventarsi per la fatica di quindici riprese a tutta?

Finta, rientra.
Jab sinistro.
L’altro sbarella.
Un altro jab sinistro.
Diretto destro, gancio sinistro.
Non si ferma fino a quando l’avversario non crolla al tappeto.

Guido era il fratello, l’amico, il secondo padre, il compagno, il maestro. E tante altre cose ancora. Sandro, una furia sul ring, aveva bisogno di qualcuno che gli camminasse accanto, che gli regalasse sicurezza, che gli facesse capire quali fossero i pericoli da evitare.
E Guido, che i pericoli non sempre li aveva evitati, faceva dei suoi errori il tesoro da offrire al pugile e all’uomo a cui voleva un bene infinito.
Vinceva, Sandro.
In una notte memorabile, nel settembre del ’63, metteva ko al Vigorelli di Milano l’australiano Ralph Dupas. Lo faceva nell’unico modo che conosceva.
Perché lui era quello che gli americani chiamano in-fighter, boxava all’interno della guardia dell’avversario, era un pugile dall’aggressione continua, sempre addosso al nemico, sparava continue raffiche e intense combinazioni di ganci e montanti. Agiva meglio a distanza ravvicinata perché era spesso di statura più bassa dei rivali. Schivava i colpi e si infilava nella guardia dell’altro, si abbassava fino alla vita per passare sotto o di fianco ai pugni che il campione tirava illudendosi di spezzare quell’avanzare continuo. Le schivate di Sandro facevano andare a vuoto Dupas, ne provocavano lo sbilanciamento.

Nel raccontarlo sono costretto a prendere tempo, a concedere pause. Lo faccio con una virgola, un punto, spezzando così il ritmo della narrazione. Lo faccio perché ho paura di fiaccare chi mi sta leggendo. Lui sul ring non aveva di queste preoccupazioni.
Un colpo, poi un altro, un altro ancora.
Difendeva il titolo nella rivincita in Australia. Con lui c’era il manager di sempre, Adriano Sconcerti. Piccolino, accento smaccatamente toscano, scuro e perennemente imbronciato. Un’altra figura di riferimento, un approdo sicuro.
Sandro vinceva ancora contro Tony Montano e Fortunato Manca.

Poi, la tragedia. La vita lo colpiva a tradimento. In un incidente stradale, mentre tornava verso casa in una notte di gelo. Lungo la strada che da Altopascio va a Bientina, la macchina perdeva aderenza sull’asfalto viscido. La nebbia avvolgeva la scena. Un’altra curva, un piccolo dosso. Il freddo aveva trasformato in un sottile strado di ghiaccio la pioggia che non smetteva di scendere.
La macchina sbandava, era impossibile controllarla. Lo schianto. L’auto si avvolgeva attorno al fusto di un pioppo.
Vera moriva sul colpo.
Sandro l’aveva sposata appena dieci giorni prima. Un’angoscia terribile, un dolore fortissimo.

Si riprendeva a fatica. Ma aveva bisogno di tempo per recuperare. Aveva ferite profonde. Non nel fisico, ma nella mente .
Il 18 giugno del ’65 arrivava Nino.
La rivalità era enorme, infiammava l’Italia. Se ne parlava al bar, in strada, al lavoro, sulle spiagge e in montagna. I giornali erano pieni di storie che raccontavano quei due campioni, così diversi nell’affrontare la vita e lo sport.
Benvenuti vinceva il primo match per ko. Il secondo se l’aggiudicava ai punti, anche se quel risultato lasciava in tutti un dubbio che neppure oggi, cinquant’anni dopo, è stato cancellato.
Una sconfitta dura da incassare.
Sconcerti sceglieva la strada della ripresa, l’Europa era il terreno da battere. Leveque, Hogberg, Rolland, Swift e Gonzales.

 

Il 26 maggio del ’68, c’erano quarantamila paganti sugli spalti dello stadio San Siro di Milano per il mondiale contro il coreano Ki-Soo Kim.
Un match senza porsi un dubbio, abbandonando fin dal primo gong l’idea che potesse esistere un solo secondo di tregua nello spazio dei quindici round. Quei tre minuti erano lunghi come una vita all’inferno.
Al suono dell’ultimo gong Sandro si scopriva felice. Aveva vinto, era tornato campione del mondo. La corrida era finita e lui alzava le braccia al cielo ringraziando il Signore e chi l’aveva accompagnato fin lì.

Pesti, stanchi, sanguinanti. Distrutti dalla fatica dei colpi dati e subiti, i due protagonisti posavano per una foto dal sapore romantico. Testa contro testa, sguardo rivolto alla macchinetta. Le mani accarezzavano il volto di quello che fino a poco prima era un nemico da distruggere e adesso diventava il compagno di viaggio nel lungo e difficile cammino della boxe e della vita.

Oggi Sandro vive in una villetta a Cascine di Buti. A fargli compagnia, a dargli coraggio quando gli acciacchi dell’età sembrano avere la meglio, c’è una famiglia che si è stretta con infinito amore accanto a lui.
La moglie Marisa, i figli David e Simone sono il presente e il futuro. Non è mai solo, l’amaro tante volte masticato appartiene al passato.
Non ha rimpianti, a dargli forza c’è la consapevolezza di avere scritto la storia. Quella del pugilato, è vero. Ma in alcuni momenti anche quella di un’Italia, parlo degli anni Sessanta, che sembrava essersi innamorata delle contraddizioni. Godereccia e provocatoria, capitalista e contestatrice, assopita e rivoluzionaria.
Un’Italia che Sandro ha attraversato da protagonista.

SANDRO MAZZINGHI
(3 ottobre 1938)
64-3-0 (42 ko, 61%)

Debutto: 15 settembre 1961

Ultimo match: 4 marzo 1978

Mondiali

7 marzo 1963 Ralph Dupas + kot 9
2 dicembre 1963 Ralph Dupas + kot 13
3 ottobre 1964 Tony Montano + kot 12
11 dicembre 1964 Fortunato Manca + p. 15
18 giugno 1965 Nino Benvenuti – ko 6
17 dicembre 1965 Nino Benvenuti – p. 15
26 maggio 1968 Ki-Soo Kim + p. 15
25 ottobre 1968 Fred Little NC 8

2. continua (già pubblicato Primo Carnera di Gualtiero Becchetti, prossima puntata Bruno Arcari).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mondiali senza pass olimpici, molte le novità ai Giochi di Tokyo 2020

Tra meno di un anno il pugilato debutterà sul ring olimpico senza l’AIBA a organizzare il torneo. Dopo avere visto Londra 2012 e Rio 2016, credo che sia decisamente un bene per lo sport.
Molte cose sono cambiate.
Nuovi gestori. Una taskforce guidata dal presidente della Ginnastica mondiale, il giapponese Morinari Watanabe.
Nuovi criteri di qualificazione.
Solo cinque tornei, uno per zona più uno mondiale per chi è rimasto fuori.
Asia/Oceania 3/14 febbraio a Wuhan (Cina).
Africa 20/29 febbraio a Dakar (Senegal).
Europa 13/23 marzo a Londra (Inghilterra).
America 26 marzo/3 aprile a Buenos Aires (Argentina).
Raggruppamento finale mondiale 13/24 maggio a Parigi (Francia).
Uno sconvolgimento rispetto al passato.
Pensate che per Rio le WSB riservavano 17 pass; c’erano poi altri tre tornei: ripescaggio APB, raggruppamento continentale, qualificazione finale mondiale.
I campionati del mondo assegnavano i pass ai primi tre di ogni categoria.

Nuova divisione di genere.
A Rio 2016 erano in gara 250 uomini e 36 donne.
A Tokyo 2020 gli uomini saranno 186 (passando da 10 a 8 categorie di peso) e le donne 100 (salendo da tre a cinque categorie).
Nel raggruppamento europeo per quel che riguarda gli uomini si qualificheranno:
Mosca (da 48 a 52 kg) 8 pugili (quarti di finale)
Piuma (fino a 57 kg) 8 pugili (quarti di finale)
Leggeri (fino a 63 kg) 8 pugili (quarti di finale)
Welter (fino a 69 kg) 6 pugili (semifinali + migliori 2)
Medi (fino a 75 kg) 6 pugili (semifinali + migliori 2)
Mediomassimi (fino a 81 kg) 6 pugili (semifinali + migliori 2)
Massimi (fino a 91 kg) 4 pugili (semifinali)
Supermassimi (+ 91 kg) 4 pugili (semifinali).
Nel torneo mondiale i posti assegnati saranno:
Mosca: 4 o 5
Piuma: 4 o 5
Leggeri: 4 o 5
Welter: 4 o 5
Medi: 4 o 5
Mediomassimi: 3 o 4
Massimi: 3
Supermassimi: 3.

Le donne invece gestiranno le proprie qualificazioni nella competizione continentale:
Mosca (48/51 kg) 6 qualificate
Piuma (54/57 kg) 6 qualificate
Leggeri (57/60 kg) 6 qualificate
Welter (64/69 kg) 5 qualificate
Medi (69/75 kg) 4 qualificate
Nel torneo mondiale a cui parteciperanno tutte le nazioni che non avranno ancora qualificato atlete nelle categorie in cui andranno a gareggiare, l’Europa avrà a disposizione:
Mosca: 5/6 qualificate
Piuma: 3/4 qualificate
Leggeri 3/4 qualificate
Welter 3/4 qualificate
Medi 3 qualificate.
Nuovi i criteri di valutazione per arbitri e giudici.
L’operato degli ufficiali di gara sarà classificato dalla PricewaterhouseCoopers (PwC): una rete multinazionale di servizi professionali con sede a Londra. Si classifica come la seconda più grande azienda di servizi professionali al mondo ed è uno dei revisori dei Big Four, insieme a Deloitte, EY e KPMG.

Intanto l’AIBA procede per la sua strada come se nulla fosse accaduto, come se non fosse stata sospesa a tempo indeterminato dal Comitato Olimpico Internazionale, come se non le fossero stati tolti di mano i Giochi Olimpici. Ha messo a fine stagione i due tornei iridati, che non assegneranno neppure un passo olimpico. Un appuntamento rischioso per chi vuole puntare all’avventura olimpica e avrà le qualificazioni a febbraio/marzo. Non a caso qualcuno ha già pensato di saltarlo.
A Ekaterinburg, in Russia, sono in partenza i mondiali maschili. Dal 9 al 17 settembre i preliminari; il 18 i quarti, il 20 le semifinali, il 21 le finali.
L’Italia si presenta con sei atleti: Federico Serra (52 kg), Francesco Iozia (57), Gianluigi Malanga (69), Salvatore Cavallaro (75), Aziz Abes Mouhiidine (91),Marco Carbotti (+91).
Dal 3 al 17 ottobre mondiali femminili a Ulan Ude, sempre in Russia.

 

 

HALL OF FAME. Arriva Carnera e l’Italia si scopre campione del mondo

HALL OF FAME ITALIA 1. continua
Apriamo con Primo Carnera la galleria
dei ritratti dei personaggi che,
il 26 ottobre a Castrocaro Terme, entreranno
a far parte della Hall of Fame Italia

 

di Gualtiero Becchetti

Primo Carnera.

Sono passati centotredici anni dal 25 Ottobre 1906 quando a Sequals, paesino friulano allora sconosciuto persino alle carte geografiche, veniva alla luce colui che sarebbe diventato il gigante per eccellenza. Una semplice prova di cosa abbia rappresentato nella società italiana: appena alcuni anni fa i grandi esortavano i bambini a mangiare e a praticare sport per diventare come Carnera. Nessun altro atleta italiano ha più raggiunto un tale radicamento popolare e forse solo Fausto Coppi e Nino Benvenuti gli si sono avvicinati.

In tempi in cui la statura media degli italiani era di 165 cm, a dodici anni Primo sovrastava già tutti i compaesani, ma nessuno immaginava cosa sarebbe diventato quel ragazzino cresciuto nell’amore del papà e soprattutto della mamma, in una miseria che più nera non poteva essere.

Per mangiare ogni giorno, assieme ai fratelli chiedeva persino la carità. E un giorno, con una borsa piena di vecchi abiti del padre troppo piccoli per lui, partiva ancora adolescente per la Francia, dove vivevano gli zii, a cercare fortuna. La svolta nella vita di Primo avvenne nel 1925 in un circo. Il padrone lo notò per la stazza imponente e l’assunse come lottatore. Si esibiva per città e villaggi guadagnando cifre incredibili rispetto a quelle cui era abituato. Ora era alto attorno ai due metri. 
Alla fine degli anni Venti veniva adocchiato da un ex pugile francese, Paul Journèe, che lo convinse a tentare la via del ring. Gli insegnò le basi della nuova disciplina e lo portò negli Stati Uniti fra tanti connazionali emigrati. Era guidato con grande abilità e presto divenne un personaggio. La gente accorreva per il Golia italiano e i dollari giravano sempre più abbondanti. 
Centodue il totale dei match disputati, ma per illuminare la sua figura leggendaria ne bastano alcuni. Contrariamente a quanto la maggioranza immagini era più un tecnico che un colpitore e proprio per questo, il 31 agosto 1932, ecco esplodere la notizia dolorosa e tecnicamente inattesa. Nella semifinale al titolo mondiale Carnera affrontava al Madison di New York il ventiquattrenne Ernie Schaaf mettendolo ko al tredicesimo round.

Dopo quattro giorni di coma lo sfortunato pugile moriva. Solo la mamma di Schaaf riuscì a convincere Primo a riprendere l’attività. E così, il 29 giugno 1933 Carnera toccava il cielo, scopriva di nuovo l’America!

In patria e sparsi nel mondo milioni di connazionali si sentirono orgogliosi d’essere italiani, come l’uomo più forte del pianeta: il campione del mondo dei pesi massimi.

Al Madison Square Garden Bowl di Long Island, di fronte a 40.000 spettatori, aveva messo Jack Sharkey ko al sesto round. Per la prima volta un paisà indossava la cintura iridata, proprio della categoria regina e sul suolo americano.

Passeranno ben trentaquattro e cinquantasei anni perché rispettivamente Nino Benvenuti contro Griffith e Gianfranco Rosi con Van Horn vincessero un mondiale oltre l’Atlantico. In uno sport che allora era parte viva nell’interesse della gente, Primo diventava un eroe, il simbolo vivente dell’Italia.

La stampa, i fumetti, i cinegiornali, le pubblicità lo resero un protagonista tale da affacciarsi persino, osannato dalla folla, al balcone di Piazza Venezia a Roma, accanto a Benito Mussolini.

Il 22 ottobre dello stesso anno, difendeva vittoriosamente la cintura di fronte ai settantamila di Piazza di Siena, all’interno di Villa Borghese, battendo in quindici riprese lo spagnolo Paulino Uzcudun, paralizzando persino la capitale a causa dell’incredibile afflusso di spettatori, tanto che l’inizio della manifestazione fu posticipato dalle 14 alle 16 per consentirne l’arrivo.

Dopo avere difeso ancora i titolo con Tommy Loughran, l’1 marzo 1934 a Miami, arrivò la drammatica sfida con Max Baer, il forte e cattivo pugile californiano.

Al primo round, finendo al tappeto, Primo Carnera si fratturava una caviglia eppure resistette sino all’undicesimo quando l’arbitro pose fine alla sua tremenda punizione. Cadde e si rialzò undici volte e pur battuto confermò il coraggio e l’orgoglio del leone. Poi riprese a combattere, ma il meglio di sé l’aveva ormai speso.

Il 15 giugno 1935 l’astro nascente del pugilato, Joe Louis, lo costringeva al kot alla sesta ripresa. Probabilmente desiderava ritirarsi, ma pensava alla famiglia, alla miseria dei tempi bui e continuò con alterna fortuna per mettere altro fieno in cascina.

Il 13 marzo 1939 si sposava con Pina Kovacic e dal loro amore nacquero Umberto e Giovanna Maria. Poi, la guerra con tutte le tragedie connesse. Solo il 22 luglio 1945, a quasi quarant’anni, risaliva vittoriosamente sul ring ad Udine. Era ormai ridotto a vendere solo il proprio nome.

Perdeva tre volte consecutive con il goriziano Luigi Musina, l’ultima il 12 maggio 1946 a casa sua. Era la fine della carriera agonistica. Negli Stati Uniti, a suon di bigliettoni, lo riportarono alla ribalta nel wrestling in cui le sue dimensioni fisiche costituivano ancora un’attrazione.

Forse guadagnò persino di più che con il pugilato e si adeguò alle sceneggiate di tale disciplina sino al 25 ottobre 1963, quando a cinquantasette anni, a Bakersfield in California, scavalcava le corde per l’ultima volta.

Nel frattempo aveva girato film, partecipato a tournèe teatrali, presenziato a spettacoli della giovane Rai. Ma aveva soprattutto costruito il futuro per i suoi figli e allorché si laurearono, beh, la parabola di Primo poteva considerarsi completa.

Ora poteva ricordare con tenerezza la mamma e Sequals, dove si era costruito la bella villa tuttora visitata da turisti e ammiratori. Aveva sessant’anni quando la salute gli presentava il conto e Primo capì che doveva fare in fretta perché l’avversario non avrebbe tollerato rinvii. Tornò in Italia nel maggio 1967, accolto all’aeroporto di Fiumicino come fosse un sovrano, ma negli occhi era già scritto tutto.

Tra la sua gente, le sue colline, i ricordi della propria famiglia piena di amore e di miseria, il gigante chiudeva gli occhi il 29 giugno 1967, il giorno esatto in cui era diventato campione del mondo. L’ennesimo capolavoro di Carnera, il gigante buono che oggi, nel piccolo cimitero del paese, si erge umile ed enorme come una montagna indistruttibile. 

 

PRIMO CARNERA
(25 ottobre 1906/29 giugno 1967)
88-14-0 (71 ko, 70%)

Debutto: 25 novembre 1928
Ultimo match: 12 maggio 1946

Mondiali
29 giugno 1933 Jack Sharkey +ko 6
22 ottobre 1933 Paolino Uzcdum + p. 15
1 marzo 1934 Tommy Laughran + 15
14 giugno 1934 Max Baer – kot 11 

1. continua (prossima puntata: Sandro Mazzinghi)

 

 

Oliva: Sono dentro al pugilato. Ma quello che vedo mi disgusta…

Patrizio Oliva, cosa pensi delle ultime mosse all’interno dell’AIBA?

“Credo che a questi signori il pugilato non interessi. E penso anche che non conoscano la vergogna”.

Il CIO aveva chiesto una governance chiara, un rinnovamento. E invece il presidente ad interim ha addirittura cancellato le dimissioni, date solo 25 giorni prima, ed è tornato al suo posto.

“Ci sono molte cose stonate nell’AIBA. Comportamenti che del resto troviamo anche all’interno di alcune Federazioni Nazionali che, non a caso, si guardano bene dal contestare questa assurda situazione. Il marocchino Mohamed Moustahsane, lo sanno tutti, era il presidente dei sorteggi ai Giochi di Rio 2016. Il comitato investigativo speciale dell’AIBA stessa ha rilevato che “la manipolazione del sorteggio degli arbitri e dei giudici durante l’Olimpiade di Rio 2016 sia stata il risultato degli interventi di diversi attori sotto la responsabilità principale di Karim Bouzidi”. Allora io mi chiedo: come ha fatto Moustahsane ad arrivare al grado più alto, seppure come interregno, dell’associazione e in che modo lo hanno convinto a restare al suo posto?”.

Trentasei arbitri e giudici sospesi, tutto il settore operante a Rio 2016. I risultati dell’inchiesta interna hanno evidenziato la manipolazione dei sorteggi. Eppure i risultati del torneo olimpico sono stati omologati, non annullati. Perché?

“Perché la gestione AIBA ha poco di sportivo, poco di olimpico. Nell’antica Grecia gli arbitri vivevano e si allenavano assieme ai pugili, oggi devono restare lontani perché potrebbero in qualche modo farsi corrompere. I valori olimpici sono stati pesantemente offesi. È un’utopia pensare che chi è chiamato a giudicare l’operato di atleti che faticano, sudano e soffrono, non dovrebbe alterare il risultato? Hanno allontanato arbitri e giudici, hanno lasciato ai posti di comando chi gestiva l’apparato. E, a completare il pastrocchio, hanno omologato risultati che loro stessi hanno definito in qualche modo manipolati. Ma ti sembra una cosa normale?”.

È la delusione per questi atteggiamenti che ti sta facendo allontanare dalla boxe? Non sei mai presente alle riunioni, non vai all’angolo dei pugili che alleni. Perché?

“Io sono pienamente dentro al pugilato. Ma quello che vedo mi disgusta. Mi diverto in palestra, cerco di trasmettere ai ragazzi quello che so. Ma non metto a disposizione la mia immagine per il bene di chi la boxe non la ama”.


Eppure il 12 giugno dello scorso anno avevi accettato il ruolo di capo allenatore della squadra italiana che avrebbe partecipato alle WSB.

“Vero. Avevo accettato, ma senza contratto, senza preoccuparmi di chiedere chissà quali compensi, ma solo per il gusto di allenare. Perché amo questo sport. Ero convinto che avrei potuto offrire un contributo allo sviluppo tecnico dei ragazzi. La mia era una scelta sentimentale. L’idea mi piaceva, mi appassionava. Ma evidentemente per loro era solo un modo per prendersi gioco di me. Sono piccoli, piccoli”.

In che senso?

“A novembre dello scorso anno le WSB chiudevano in modo rocambolesco la loro ultima stagione. Stop, fine della storia. C’è qualcuno così ingenuo da credere che a livello dirigenziale nessuno sapesse che quel torneo non avrebbe avuto futuro? Il presidente onorario della Federboxe italiana è Franco Falcinelli: vice presidente, presidente ad interim e altro ancora all’interno dell’AIBA. Un uomo che è molto presente in FPI, se non fisicamente sicuramente telefonicamente. Lui non poteva non sapere, così come non potevano non sapere i vertici federali. Mi hanno quindi proposto un ruolo che non esisteva. Io con persone che si comportano in questo modo non voglio avere niente a che fare. Mi sembra di avere dimostrato qualcosa anche nel ruolo di allenatore. Sono arrivato secondo al mondo in una selezione AIBA. Secondo al mondo, mai preso in considerazione in Italia. Qui qualcuno sbaglia. L’AIBA? La FPI? La risposta dovrebbe darla il presidente Vittorio Lai, ma forse prima avrebbe bisogno di una pausa di riflessione”.

Torniamo all’AIBA. È stata sospesa dal CIO, estromessa dai Giochi di Tokyo 2020, le sono stati bloccati i contributi finanziari. Eppure a fine anno ha in programma due campionati del mondo.

“Organizzati entrambi in Russia, i dirigenti di quella nazione si stanno  proponendo come il nuovo centro di potere mondiale del pugilato a livello olimpico. Rinnovo della governance? Ma di cosa stiamo parlando? I signori dell’AIBA non cambiano neppure la poltrona dove siedono, per paura che qualcuno possa portargliela via. Offendono i valori olimpici, non hanno alcun riguardo nei confronti dello sport che dovrebbero amministrare. Sono sempre gli stessi da anni. A questo punto mi chiedo: perché mai tanto interesse, perché sono disposti a fare mille giravolte pur di restare al loro posto? Ho letto sul tuo blog quello che, su Franco Falcinelli, ha scritto il giornalista Liam Morgan sul sito insidethegames.biz: “Ha cambiato posizione in numerose occasioni, al punto che non sarà mai chiaro dove poggi la sua adesione”. È un’osservazione che dipinge in modo accurato il personaggio. Non a caso, mi sia concessa la battuta, il concetto l’ho anticipato a modo mio qualche tempo fa, quando ho detto: “Salta più lui che una pallina da ping pong”…”.

Non c’è dunque futuro per la boxe olimpica?

“Qualche tempo fa mi chiedevo: l’AIBA vuole distruggerci? Ora mi rendo conto che quella era una domanda sbagliata. L’associazione non pensa a distruggere la boxe, perché non è quello il suo obiettivo. Il pugilato è solo il mezzo per ottenere potere e gestirlo a proprio piacimento. Per guardare avanti bisogna quindi sradicare il modo di governare attuale. Il futuro lo vedo in un solo modo. Azzeramento dell’AIBA, nascita di un nuovo Ente che abbia una dirigenza totalmente nuova. Solo quando il pugilato sarà rimesso al centro del progetto potremo parlare di futuro. Ma questo lo sa il CIO, come lo so io. Ne sono consapevoli anche le Federazioni nazionali. Qualcuna si è già mossa, altre dormono in attesa che squilli il telefono per sapere come comportarsi. E a forza di aspettare, presto attorno a noi avremo solo silenzio. Nelle palestre, nei palasport, tra la gente che ha scritto la storia di questo sport”.

 

 

Ecco i sei personaggi che entreranno nella Hall of Fame Italia 2019

Saranno sei i campioni che entreranno nella Hall of Fame del Pugilato Italiano edizione 2019.
La seconda serata di gala della manifestazione, in calendario sabato 26 ottobre, si terrà ancora una volta a Castrocaro Terme.
La scelta è caduta su sei protagonisti del nostro sport ed è stata fatta considerando sia il livello delle imprese, sia l’impatto che questi personaggi hanno avuto sulla storia della disciplina nel nostro Paese.
Eccoli, in ordine cronologico.

Primo Carnera (88-14-0, 71 ko).
Primo italiano a conquistare un titolo mondiale, battendo per ko 6 Jack Sharkey il 29 giugno del 1933 al Madison Square Garden Bowl, l’arena all’aperto tra la 48th Street e Northern Boulevard, Long Island, New York.
Peso massimo che nella vittoriosa difesa, sia del mondiale che dell’europeo, contro il basco Paulino Uzcudum è riuscito ad attirare settantamila persone a Piazza di Siena (Roma, 22 ottobre 1933).
Pugile di enorme popolarità, entrato nel cuore della gente, al punto da portare all’identificazione tra il suo nome e la rappresentazione della forza. “Ma chi sei, Carnera?” ha ancora oggi il significato di “ma quanto sei forte?!”.

Sandro Mazzinghi (64-3-0, 42 ko).
Due volte campione del mondo tra i superwelter.
Otto match per il titolo: cinque vittorie, due sconfitte, un no contest.
Ha dato enorme popolarità al pugilato grazie al dualismo con Nino Benvenuti.
È stato protagonista del più emozionante match mai disputato nel nostro Paese. Il 26 maggio 1968 ha portato quarantamila paganti a San Siro per la sfida vittoriosa contro il coreano Kim-Ki Soo.
È stato anche campione europeo: cinque match, altrettante vittorie.

Bruno Arcari (70-2-1, 38 ko).
Ha conquistato il titolo superleggeri WBC il 31 gennaio 1970 battendo ai punti Pedro Adigue.
Ha disputato dieci titoli mondiali, dieci vittorie.
Ha detenuto la cintura dal 1970 al 1974, cedendola solo per problemi di peso.
Cinque europei, cinque vittorie.
Ha perso due volte in settantatrè incontri tra i professionisti, in entrambe le occasioni per ferita.
A fine carriera, a 34 anni, ha pareggiato in 10 riprese contro Rocky Mattioli (22 anni) al limite dei superwelter.

Gianfranco Rosi (62-6-1, 18 ko).
Diciassette mondiali disputati.
Tredici vittorie, due sconfitte, uno pari, un no contest.
Il suo record contro campioni in carica o ex campioni è: 9-4-1.
È stato due volte campione del mondo dei superwelter.
Solo lui, Carnera e Benvenuti sono riusciti a vincere il titolo in America.
È stato anche campione italiano ed europeo.

Francesco Damiani (30-2-0, 24 ko).
L’unico pugile che, dopo Carnera, nell’intera storia della boxe di casa nostra è riuscito a conquistare il titolo mondiale dei pesi massimi. È accaduto il 6 maggio dell’89 a Siracusa, quando ha messo ko in tre round Johnny DuPlooy per il titolo Wbo.
Il romagnolo ha anche vinto la corona europea, difendendola due volte.
Da dilettante ha registrato un autentico exploit contro Teofilo Stevenson. È stato infatti l’unico a infliggere al cubano la sconfitta in un campionato del mondo, a Monaco di Baviera nel maggio 1982.
Argento sia all’Olimpiade (Los Angeles ’84) che ai Mondiali (Monaco ’82).

Simona Galassi (23-5-1, 4 ko).
Ha aperto la strada al pugilato femminile di altissimo livello.
Tre volte campionessa del mondo dilettanti: 2001, 2002, 2005 (a cui si aggiungono altrettanti titoli europei).
Due volte mondiale tra i professionisti: nei mosca e nei supermosca.
Sei match per il titolo europeo: cinque vittorie, un pari.

Sei personaggi che vanno ad aggiungersi ai quattro della prima edizione: Nino Benvenuti, Patrizio Oliva, Maurizio Stecca e Giovanni Parisi. Un poker delle meraviglie, gli unici italiani capaci di vincere l’oro ai Giochi e il titolo mondiale nei professionisti.

Il 26 ottobre si torna a Castrocaro Terme. La sindaca Marianna Tonellato ha confermato l’appoggio della città, che lo scorso anno ha accolto la manifestazione in modo eccezionale. Sala piena, grande attenzione, applausi per i premiati e ottima cenar
La colonna sonora sarà ancora una volta “La Casa della Gloria” di Alessandro Pitoni.
La Hall of Fame del Pugilato Italiano è un evento ideato e realizzato da boxeringweb.net, l’iniziativa è portata avanti con da un comitato di sette giornalisti: Gualtiero Becchetti, Flavio Dell’Amore, Franco Esposito, Alessandro Ferrarini, Davide Novelli, Vittorio Parisi e Dario Torromeo.
Restate collegati, sono in arrivo novità, informazioni, sorprese.

HALL OF FAME DEL PUGILATO ITALIANO

2018: Nino Benvenuti, Patrizio Oliva, Maurizio Stecca, Giovanni Parisi.
2019: Primo Carnera, Sandro Mazzinghi, Bruno Arcari, Gianfranco Rosi, Francesco Damiani, Simona Galassi.