Morello, il coraggio non basta, Clay lo travolge, gli infligge due kd e vince

Luther Clay ha tenuto saldamente in mano il match per l’intera sua durata, tranne una brevissima parentesi nel corso della terza ripresa. Il destro del sudafricano ha comandato la sfida contro Dario Morello.
Terribile come una sentenza senza appello. Clay lo ha portato fin dall’inizio con incisività. Sempre e comunque. Un incubo che ha tormentato l’italiano per tutte le riprese. Lo ha costretto costantemente sulla difensiva, gli ha inflitto un doppio conteggio, lo ha travolto. Se a questo si aggiunge il montante destro di Clay, si capisce perché e come abbia dominato il combattimento.
Morello ha dimostrato carattere, determinazione. Ha sofferto, ha incassato botte tremende e ha prima provato a resistere e poi a reagire.
Due volte al tappeto, pressato senza tregua dal rivale, l’italiano ha messo in questo match tutto il suo coraggio, la capacità di soffrire e la voglia di venire a capo di una situazione impossibile.
Ma era operazione senza speranza. Per averne una Morello avrebbe dovuto avere in repertorio la potenza in grado di generare il ko. Ma è un’arma che il nostro pugile purtroppo non possiede.
Ha vinto Luther Clay. Lo ha fatto in modo chiaro, netto, inequivocabile al termine di un incontro di grande intensità.

A FIRENZEWelter: Sebastian Mendizabal (Spagna, 4-0, 1 ko, 65,900 kg) b Ornam Racso Romero Camacho (Perù, 3-2-0, 2 ko, 66,300) ko 3; piuma: Jordan Gill (Gran Bretagna, 23-1-0, 7 ko, 58,700) vs Yesner Talavera (Nicaragua, 15-9-1, 4 ko, 60,450); piuma: Carmine Tommasone (Italia, 20-1-0, 5 ko, 58,500) b Brayan Mairena (Nicaragua, 10-14-1, 4 ko, 58,300) p. 6; mosca: Mohammed Obbadi (Marocco, 20-1-0, 13 ko, 53,100) b Cristian Narvaez (Nicaragua, 15-17-5, 1 ko, 52,700) p. 8; welter: Luther Clay (Sudafrica, 12-1-0, 5 ko, 66,300) b Dario Morello (Italia, 15-1-0, 2 ko, 66,300) p. 10 ; superpiuma (Intercontinentale IBF) Devis Boschiero (Italia, 48-6-2, 22 ko, 58,700) b Ivan Tomas (Spagna, 9-1-1, 3 ko, 58,600) kot 8; superwelter (Internazionale IBF) Orlando Fiordigiglio (Italia, 31-2-0, 13 ko, 69,400) vs Sam Eggington (Gran Bretagna, 26-6-0, 15 ko, 69,600).

Boschiero fa qualche errore di troppo, ma domina l’imbattuto Tomas

Ha fatto cose buone Devis Boschiero. Aggressivo, capace di fare pressione per tutte le riprese, pugni pesanti e ritmo alto.
Ma ha commesso anche errori evidenti. Ha sempre cercato i colpi al volto, ignorando quei ganci o montanti alla figura che avrebbero potuto togliere mobilità allo spagnolo. Ha portato poche volte le serie. Ha cercato costantemente il colpo duro e questo lo ha fatto andare più volte fuori misura.
Ivan Tomas è un catalano che ha disputato tutti e dieci i match nella sua città, a Barcellona, vincendo nove volte e pareggiando l’ultimo valido per il titolo italiano contro Frank Uzquiaga. Stasera ha scoperto che la vita diventa difficile quando esci di casa. Un ematoma sotto l’occhio destro nel primo round, una ferita appena al limite interno dell’arcata sopracciliare sinistra nel secondo, una terza nell’ottavo ancora sull’arcata sopracciliare destra che ha convinto l’arbitro a sospendere l’incontro. Un match in sofferenza, pedalando all’indietro e portando solo raramente il suo sinistro lungo.
Boschiero ha boxato in modo affannoso, con l’incubo che un minimo calo potesse aprire le porte al rivale. Così facendo a volte si è irrigidito e ha faticato tanto per portare a casa poco.
Ha comunque vinto chiaramente, nettamente. Mai il risultato è stato in discussione. Ma quando e se il livello si alzerà, gli errori di questa sera potrebbero essere pagati con moneta pregiata. Devi limare la sua irruenza, cercare di variare la ricerca del bersaglio, prendersi un attimo di pausa per non sprecare energie.
Un match intenso, a tratti vibrante. Anche questo di buon livello spettacolare. E con un settimo round da applausi per Devis Boschiero che ha chiuso alle corde Tomas e ha finalmente messo a segno un paio di ganci al volto e uno al corpo. Trentotto anni e non sentirli, deve essere bello. Anche se non c’è più la velocità di un tempo, se manca la precisione di una volta. Tutto vero, ma signori andare ancora mille non è da tutti, neppure da chi di anni ne ha molti di meno.

A FIRENZEWelter: Sebastian Mendizabal (Spagna, 4-0, 1 ko, 65,900 kg) b Ornam Racso Romero Camacho (Perù, 3-2-0, 2 ko, 66,300) ko 3; piuma: Jordan Gill (Gran Bretagna, 23-1-0, 7 ko, 58,700) vs Yesner Talavera (Nicaragua, 15-9-1, 4 ko, 60,450); piuma: Carmine Tommasone (Italia, 20-1-0, 5 ko, 58,500) b Brayan Mairena (Nicaragua, 10-14-1, 4 ko, 58,300) p. 6; mosca: Mohammed Obbadi (Marocco, 20-1-0, 13 ko, 53,100) b Cristian Narvaez (Nicaragua, 15-17-5, 1 ko, 52,700) p. 8; welter: Dario Morello (Italia, 15-0, 2 ko, 66,300) vs Luther Clay (Sudafrica, 11-1-0, 5 ko, 66,300); superpiuma (Intercontinentale IBF) Devis Boschiero (Italia, 48-6-2, 22 ko, 58,700) b Ivan Tomas (Spagna, 9-1-1, 3 ko, 58,600) kot 8; superwelter (Internazionale IBF) Orlando Fiordigiglio (Italia, 31-2-0, 13 ko, 69,400) vs Sam Eggington (Gran Bretagna, 26-6-0, 15 ko, 69,600).

Per Obbadi tutto facile, prossimo appuntamento l’europeo con Harris

Positiva la prova di Mohammed Obbadi. Sempre in controllo del match, sempre voglioso di offrire spettacolo. Veloce, talentuoso e preciso. Ma la prossima volta non si troverà certo davanti uno come Cristian Narvaez, nicaraguense che ha esordito a 18 anni al professionismo, ma che fino ad oggi ha raccolto davvero poco.
Il dominio del marocchino di Firenze è stato netto. Più rapido, dotato di maggior classe, non poteva lasciarsi impensierire da uno che ha perso più della metà dei match disputati.
Il prossimo rivale dovrebbe essere Jay Harris, britannico, 16-0 (8 ko), detentore del titolo europeo dei mosca. Obbadi andrà a sfidarlo. Oltre alle doti messi in mostra questa sera, dovrà sfoderare maggiore consistenza dei colpi e più incisività. Sopratuttto dovrà curare maggiormente la fase difensiva, ha preso qualche colpo di troppo contro un rivale modestro. E non dovrà commettere quell’ingenuità che contro Narvaez non ha pagato, ma contro Harris potrebbe risultare decisiva.
Leonard Bundu è sempre uno spettacolo. Lo era quando combatteva, lo è ora che vive il match all’angolo del suo pugile.

A FIRENZEWelter: Sebastian Mendizabal (Spagna, 4-0, 1 ko, 65,900 kg) b Ornam Racso Romero Camacho (Perù, 3-2-0, 2 ko, 66,300) ko 3; piuma: Jordan Gill (Gran Bretagna, 23-1-0, 7 ko, 58,700) vs Yesner Talavera (Nicaragua, 15-9-1, 4 ko, 60,450); piuma: Carmine Tommasone (Italia, 20-1-0, 5 ko, 58,500) b Brayan Mairena (Nicaragua, 10-14-1, 4 ko, 58,300) p. 6; mosca: Mohammed Obbadi (Marocco, 20-1-0, 13 ko, 53,100) b Cristian Narvaez (Nicaragua, 15-17-5, 1 ko, 52,700) p. 8; welter: Dario Morello (Italia, 15-0, 2 ko, 66,300) vs Luther Clay (Sudafrica, 11-1-0, 5 ko, 66,300); superpiuma (Intercontinentale IBF) Devis Boschiero (Italia, 47-6-2, 21 ko, 58,700) vs Ivan Tomas (Spagna, 9-0-1, 3 ko, 58,600); superwelter (Internazionale IBF) Orlando Fiordigiglio (Italia, 31-2-0, 13 ko, 69,400) vs Sam Eggington (Gran Bretagna, 26-6-0, 15 ko, 69,600).

Tommasone, vittoria sofferta. E giovedì si sposa. Mendizabal, gran ko

Fino all’1 giugno del 2018 la carriera di Mairena procedeva in modo fantastico: 10 vittorie e un pari. Poi deve essere accaduto qualcosa di strano, di maledetto, perché nei successivi tredici match ha rimediato altrettante sconfitte. Solo a marzo di quest’anno, ha perso tre volte di fila.
Ieri sera ha cominciato alla grande. Carmine Tommasone, al rientro dopo la sconfitta mondiale subita econtro Oscar Valdez il 2 dicembre dello scorso anno, ha accusato un diretto destro nel primo round, ha subito la supremazia del nicaragunse nella seconda.
Tre fatti remavano contro il campano. I 35 anni, la lunga assenza dal ring e i pensieri degli ultimi giorni, in una settimana che giovedì prossimo lo porterà sull’altare per il matrimonio con il suo grande amore Laura. Troppi pensieri in un solo match.
Ha provato a risalire la corrente, dopo un avvio legnoso e problematico, affidandosi al colpo più semplice e più difficile della boxe, il jab sinistro.
Pur rimanendo sotto tiro del diretto destro, Carmine aveva il sinistro troppo basso e mancava del colpo d’occhio giusto per vedere quel colpo che partiva rapido, Tommasone ha risalito lentamente la corrente.
Alla fine ha vinto, meritatamente. Ma ha reso colpevolmente il match più difficile di quanto avrebbe dovuto essere.
Un incontro a suo modo appassionante, di grande intensità.
Scandaloso il cartellino che ha assegnato tutte e sei le riprese al campano. Una vergogna!

Il jab sinistro lungo di Romero El Loco Camacho va a vuoto, il peruviano di Pontassieve non riesce a fermare il destro che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto fare male al rivale. Così facendo si offre senza difese al gancio destro di incontro di Sebastian Mendizabal. Un pugno preciso, secco, potente centra El Loco al mento.
Finisce qui la sfida tra due giovani di belle speranze.
Mendizabel, nato in Spagna ma ormai romano: basta sentirlo parlare per capire come si sia totalmente integrato nella Capitale, ha dominato la sfida. Ha vinto chiaramente la prima ripresa, ha saputo sfruttare la sua scelta di tempo e la maggiore velocità rispetto al rivale. Nella seconda il combattimento è stato più equilibrato, ma sempre con un qualcosa in più per l’iberico di Roma.
Romero Camacho ha provato a chiudergli la strada per tutto il tempo in cui è rimasto sul ring, ma la mobilità e i colpi d’incontro del rivale non glielo hanno permesso.
Conclusione spettacolare, bella vittoria, buono spettacolo. Un bell’inizio a Firenze.

A FIRENZEWelter: Sebastian Mendizabal (Spagna, 4-0, 1 ko, 65,900 kg) b Ornam Racso Romero Camacho (Perù, 3-2-0, 2 ko, 66,300) ko 3; piuma: Jordan Gill (Gran Bretagna, 23-1-0, 7 ko, 58,700) vs Yesner Talavera (Nicaragua, 15-9-1, 4 ko, 60,450); piuma: Carmine Tommasone (Italia, 20-1-0, 5 ko, 58,500) b Brayan Mairena (Nicaragua, 10-14-1, 4 ko, 58,300) p. 6; mosca: Mohammed Obbadi (Marocco, 19-1-0, 13 ko, 53,100) vs Cristian Narvaez (Nicaragua, 15-16-5, 1 ko, 52,700); welter: Dario Morello (Italia, 15-0, 2 ko, 66,300) vs Luther Clay (Sudafrica, 11-1-0, 5 ko, 66,300); superpiuma (Intercontinentale IBF) Devis Boschiero (Italia, 47-6-2, 21 ko, 58,700) vs Ivan Tomas (Spagna, 9-0-1, 3 ko, 58,600); superwelter (Internazionale IBF) Orlando Fiordigiglio (Italia, 31-2-0, 13 ko, 69,400) vs Sam Eggington (Gran Bretagna, 26-6-0, 15 ko, 69,600).

Rosi, ritmo e carattere. Tredici le sue vittorie in 17 match mondiali!

HALL OF FAME ITALIA 4. continua

Le storie dei sei personaggi che,
il 26 ottobre a Castrocaro Terme,
entreranno a far parte della Hall of Fame Italia.
Il protagonista di oggi è Gianfranco Rosi.

 

di Andrea Bacci

Gianfranco Rosi nasce nel 1957 in l’Umbria. Un ragazzo di campagna. Incontra la boxe quasi per caso e lo fa entrando nella palestra di due giovani maestri dalle idee chiare, Giovanni Bocciolini e Franco Falcinelli.
Il ragazzo dimostra di avere fame, temperamento, capacità per realizzare grandi imprese. È un lavoratore indefesso e non si tira indietro davanti ai sacrifici.
Ancora giovanissimo va a lavorare come operaio in Arabia Saudita nelle ditte dell’imprenditore umbro Spartaco Ghini, famoso per essere il presidente del Perugia calcio. Ma la boxe è ciò che importa davvero al ragazzo: nel 1976 è campione italiano dilettanti nei superleggeri, l’anno successivo passa nei welter ed è ancora tricolore. L’Olimpiade è lontana, non si può aspettare, nel settembre del 1979 Gianfranco passa professionista a Perugia, battendo Francesco Sanna.

Al sesto incontro conosce la prima sconfitta, poi riprende un ruolino vincente combattendo sempre in Umbria meno un paio di volte a Senigallia. Bocciolini, che lo segue all’angolo, e l’imprenditore edile perugino Alvaro Chiabolotti, che gli fa da sponsor e che in breve crea una delle migliori scuderie pugilistiche dell’epoca, lo ritengono pronto per il titolo italiano dei welter, che proprio a Perugia nell’aprile ’82 Rosi fa suo battendo Giuseppe Di Padova.
Il passo successivo è puntare al titolo continentale, uno scoglio serio e importante. Ci arriva nel luglio del 1984 dopo aver difeso il tricolore quattro volte. L’europeo dei welter è vacante, sul ring di Perugia arriva Perico Fernandez, uomo di quasi trentadue anni, ma che in un passato che sembra quasi remoto è stato più volte campione europeo e addirittura mondiale Wbc dei superleggeri. È l’uomo giusto per Rosi, che infatti lo batte al termine di dodici riprese, entrando così nella storia della boxe italiana. Ma i sogni di gloria sembrano interrompersi quasi subito: nel gennaio 1985 Gianfranco deve concedere l’opportunità a un giovane inglese di colore, il fortissimo Lloyd Honeyghan. Il match inizia ed è già finito, con Rosi messo ko alla terza ripresa. La storia è semplice: Honeyghan pare lanciato, come in effetti avviene, verso una grande carriera, il perugino invece, pugile non particolarmente tecnico, non particolarmente potente, non particolarmente spettacolare, sembra avviarsi verso un prematuro tramonto.

Ma nessuno ha fatto i conti con la pazienza e il carattere del ragazzo, che con voglia e sacrificio si rimette in fila. Difende il titolo italiano dei welter, passa due anni praticamente a ricostruirsi e capire dove possa arrivare. Passa ai pesi superwelter e Silvano Gresta che ne amministra la carriera gli trova la nuova grande occasione europea, ancora a Perugia nel gennaio ’87. Il campione in carica è un giovane inglese d’origine giamaicana, Chris Pyatt che ha fama di terribile picchiatore. Per Rosi, non lontano dai trent’anni, sembra un’impresa quasi impossibile.
Il pubblico perugino affolla il Palasport, Rosi fatica all’inizio a trovare la misura, sembra legnoso, al terzo round prende un gancio che assorbe solo per miracolo. Potrebbe essere la fine, poi finalmente l’umbro si scioglie e il match prende un’altra piega. Gianfranco attacca con un ardore straordinario, la sua tecnica e la scelta di tempo è evidentemente migliore, con il passare dei round prende fiducia e per Pyatt c’è poco da fare. Il verdetto ai punti dopo dodici riprese parla di due, quattro, sei lunghezze di vantaggio. Rosi è campione europeo nella seconda categoria di peso.
Il titolo è difeso due volte, a Lucca e a Cannes rispettivamente contro Sole e Ruocco con due conclusioni prima del limite, quindi il clan di Rosi punta al bersaglio grosso.

Il 2 ottobre di quel magico 1987 a Perugia, a confrontarsi con il trentenne umbro arriva Lupe Aquino, buon pugile di sei anni più giovane dell’italiano, il messicano tre mesi prima ha conquistato il mondiale Wbc dei superwelter contro Duane Thomas. Lo mette in palio contro Rosi. In precedenza il titolo è stato detenuto da Rocky Mattioli e da autentici pezzi da novanta come Hope, Benitez e Hearns.
Il match è equilibrato e rovente, ma Rosi mette il cuore oltre l’ostacolo, mostra esperienza e la solita determinazione feroce. Con un verdetto unanime conquista il Mondiale. Adesso il posto nella storia della boxe italiana è assicurato.
La prima difesa iridata si tiene nel gennaio del 1988, in una riunione disputata a Genova a notte fonda per favorire la visione televisiva in prima serata negli Stati Uniti. Rosi difende il titolo contro Thomas, ma in una semifinale che deve decretare il prossimo sfidante ci sono anche Don Curry, il celeberrimo Cobra, e ancora Lupe Aquino. La vigilia è arroventata, Thomas è quasi mezzo chilo sopra al limite dei superwelter, Rosi si infuria contro Bob Arum, già potentissimo padre-padrone della boxe mondiale, poi sul ring si sfoga direttamente contro l’avversario. Domina letteralmente il match e lo chiude con una soluzione di forza, cosa per lui inusuale, al settimo round. Ormai è un pugile maturo che non ha, e non deve avere, più paura di nessuno.

Non deve avere paura di Don Curry, che ha vinto la semifinale e che lo sfida a Sanremo, nel luglio dello stesso 1988. Per il Rosi visto contro Pyatt, Aquino e Thomas non sembra un’impresa difficile battere il Curry attuale. Ma nel porto di Sanremo si presenta un Rosi che parte bene ma si spegne quasi subito, scarico mentalmente e fisicamente, molto nervoso, un lontano parente di quello visto negli ultimi mesi, e Curry dà l’ultimo morso avvelenato di una carriera che si concluderà velocemente.
Rosi va al tappeto ed è contato nel secondo, nel quarto, nel settimo e nell’ottavo round. Il coraggio non basta, il suo è un calvario che termina all’inizio della decima ripresa quando il suo staff decide per l’abbandono. Per questa strana Cenerentola umbra sembra suonata la mezzanotte, i sogni di gloria sono finiti, ormai resta solo la strada del tramonto e forse ci sarà spazio per qualche rimpianto.

Invece no. Per la seconda volta il pugile Gianfranco Rosi trova la forza di continuare a sognare in grande. Riparte nel 1989, fa un paio di test poi lo chiamano in America, ad Atlantic City, la nuova Mecca del pugilato mondiale sotto la regia (e gli alberghi) di un riccone chiamato Donald Trump, uno di cui sentiremo parlare.
È luglio, mese classico nella carriera di Rosi, il quasi trentaduenne perugino deve fare, anzi dovrebbe fare, solo da comprimario al nuovo “enfant prodige” della boxe americana, il nemmeno ventunenne Darrin Van Horn. Quest’ultimo è passato professionista a sedici anni di età, ha dimostrato classe e pugni pesanti, in poco più di quattro anni di attività ha vinto quaranta incontri su quaranta. L’ultimo, contro Robert Hines, gli ha dato il titolo mondiale Ibf dei superwelter.
Inizia il match e Van Horn pare imporre subito la sua boxe, ma nessuno evidentemente ha fatto i conti con il coraggio e l’esperienza dell’italiano. Rosi piazza una combinazione sinistro-destro e Van Horn va al tappeto. Il match prosegue, ma Rosi porta letteralmente a scuola il ragazzino, raramente va in difficoltà e il suo è addirittura un crescendo rossiniano che alla dodicesima e ultima ripresa gli dà ancora i colpi per far contare una seconda volta l’avversario. I cartellini dei giudici sono impietosi, con vantaggi abissali di sette, otto e dieci punti. Gianfranco Rosi vince il suo secondo mondiale dei superwelter, ma lo fa compiendo l’impresa che dalla storia del pugilato lo consegna alla leggenda dello sport italiano: prima di lui solo due miti come Primo Carnera e Nino Benvenuti erano riusciti a conquistare in titolo mondiale negli Stati Uniti.

In piena esaltazione agonistica, e nella effettiva maturazione fisica e atletica, Rosi non trova più limiti: difende il titolo con Waters, Daigle, dà la rivincita a Van Horn (che in seguito sarà iridato Ibf dei supermedi) che stavolta lo fa almeno sudare un po’, quindi si libera del pericoloso francese Jacquot (che aveva strappato il titolo Wbc di Curry e lo aveva perso con Mugabi), poi la lista parla di Amundsen, Wolfe, Baptiste, Hernandez, per arrivare al temibile francese Gilbert Delé.
È il luglio del ’92 e sul ring di Fontviellie, nel Principato di Monaco, Rosi vince soffrendo con due giudici a suo favore contro uno per Delé. Gianfranco deve concedere la rivincita sei mesi più tardi in casa del rivale, ne esce un’altra battaglia che il perugino fa però ancora sua con due verdetti a favore su tre.
La carta d’identità dice che gli anni sono diventati trentasei, ma Rosi non vuole mollare, l’Ibf gli impone come avversario un forte americano di colore, Vincent Pettway. È l’aprile del 1994 e si combatte sul mitico ring dell’MGM di Las Vegas.

Figuriamoci se Rosi si emoziona, porta ancora a scuola il molto più giovane avversario ed è nettamente in vantaggio ai punti su tutti e tre i cartellini quando al sesto round una testata accidentale gli apre una ferita all’occhio sinistro che rende impossibile far proseguire l’incontro, che termina col verdetto di pari tecnico. Ci vuole la rivincita, che Rosi deve concedere a Pettway sei mesi dopo sullo stesso ring. Per Gianfranco è addirittura la dodicesima difesa del titolo, gli anni sono trentasette e pare che i miracoli siano ormai finiti: Rosi va al tappeto al secondo round, viene penalizzato di un punto nel quarto, e quasi sul gong della stessa ripresa perde per ko su un terribile gancio sinistro. La favola è finita.
Gianfranco è uno sportivo realizzato, ma la vita di tutti i giorni non è proprio tenera. Si rifà vincendo un reality show, poi finalmente entra nei ranghi federali, partecipa all’avventura di Italia Thunder e adesso può insegnare ai giovani.
Perché una leggenda della boxe italiana come lui ha davvero molto da insegnare…

GIANFRANCO ROSI
(5 agosto 1957)
62-6-1 (18 ko, 25,71%)

Debutto: 10 settembre 1979
Ultimo match: 20 ottobre 2006

Mondiali

2 ottobre 1967 Lupe Aquino (superwelter Wbc) + p. 12
3 gennaio 1988 Duane Thomas (superwelter Wbc) + kot 7
8 luglio 1987 Don Curry (superwelter Wbc) – kot 9
15 luglio 1989 Darrin Van Horn (superwelter Ibf) + p. 12
27 ottobre 1989 Troy Waters (superwelter Wbc) + p. 12
14 aprile 1990 Kevin Daigle (superwelter Ibf) + kot 7
21 luglio 1990 Darrin Van Horn (superwelter Ibf) + p. 12
30 novembre 1990 Renè Jacquot (superwelter Ibf) + p. 12
16 marzo 1991 Ron Amundsen (superwelter Ibf) + p. 12
13 luglio 1991 Glenn Wolfe (superwelter Ibf) + p. 12
21 novembre 1991 Gilbert Baptiste (superwelter Ibf) + p.12
9 aprile 1992 Angel Hernandez (superwelter Ibf) + kot 6
11 luglio 1992 Gilbert Delè (superwelter Ibf) + p. 12
20 gennaio 1993 Gilbert Delè (superwelter Ibf) + p. 12
4 marzo 1994 Vincent Pettway (superwelter Ibf) TD (pari tecnico)
17 settembre 1994 Vincent Pettway (superwelter Ibf) – ko 4
17 maggio 1995 Verno Phillips (superwelter Wbo) ND (no decision)*

* Rosi vince il match ai punti, ma viene trovato positivo al test antidoping per uso di Egibren, il titolo viene restituito a Phillips e il risultato, da vittoria di Rosi, viene cambiato in no decision.

“Una squalifica di due anni accompagnata dalla conclusione che non ci fu dolo, che ogni ipotesi di illecito è esclusa. Il processo al pugile più famoso d’ Italia si conclude così, con una squalifica che sa tanto di benservito per un trentottenne, e con una riabilitazione che non fa che complicare il caso. Colpevole, ma innocente. Colpevole di esser risultato positivo al controllo antidoping per uso di amfetamine e metilamfetamine, al termine del match mondiale Wbo contro Verno Phillips il 17 maggio ’95 a Perugia. Innocente, per aver assunto la sostanza dopante senza “la coscienza e la volontà di compiere un’ azione illecita”. (Mattia Chiusano, Repubblica.it 15 luglio 1995)

“Il medico ha confermato di avere prescritto il farmaco Egibren al solo fine di prevenire qualsiasi conseguenza per i microtraumi facciali.” (Adnkronos, 19 luglio 1995)

“Il giudice sportivo Mario Mendicini ha accolto questo principio, così come ha accettato che l’Egibren non è stato consumato per migliorare la prestazione di Rosi quella sera a Perugia.” (Mattia Chiusano, Repubblica.it 15 luglio 1995)

“Il caso Rosi viene ricordato perché accanto alla responsabilità personale dell’atleta, fu riscontrata una responsabilità di terzi che lo avevano indotto all’uso della sostanza dopante. In ultimo, la commissione CONI decise di ridurre la sanzione alla metà. Lo sportivo, procedeva ugualmente ad adire il T.A.R. del Lazio per ottenere l’annullamento della squalifica, ma il Tribunale amministrativo, non ritenendosi munito di giurisdizione, rigettava il ricorso, mentre il Consiglio di Stato, in seconda istanza, accoglieva parzialmente la domanda del Rosi e sospendeva l’efficacia del provvedimento impugnato riducendo la sanzione disciplinare interdittiva da due anni a dieci mesi.” (Angelo Maietta, Lineamenti di diritto dello sport, 2016)

3. continua(già pubblicati Primo Carnera di Gualtiero Becchetti, Sandro Mazzinghi di Dario Torromeo, Bruno Arcari di Vittorio Parisi. Prossima puntata: Francesco Damiani di Davide Novelli).

 

 

 

 

 

I peccati del pugilato e del giornalismo, i vincitori a prescindere…

 

Oramai si scrive sulla fiducia.
Il pugilato è, sotto il profilo dell’interesse dei quotidiani, in clamoroso calo. Una crisi che parte da lontano e per lunghi giorni, addirittura mesi, propone lo zero assoluto sulle pagine dei nostri giornali.
Ma il fondo non è ubicato nel disinteresse, quanto nella pochezza offerta dall’informazione.
Due recenti episodi mi hanno convinto a scrivere queste righe.
Guido Vianello ha vinto il suo quinto match negli Stati Uniti. Sono state scritte notizie, addirittura un pezzo su questo incontro. Peccato che nessuno di quelli che hanno scritto lo abbia visto.
Hanno tutti ripreso ed elaborato, arricchendolo di giudizi entusiastici, il commento di David Robinett che era a bordo ring ed ha coperto l’evento per Fightnews.com. Anch’io ho riportato quelle cinque righe, ma mi sono limitato alla cronaca, non ho espresso un parere personale e, soprattutto, ho citato la fonte.
Non si può esprimere un giudizio su qualcosa che non si è visto.
La sola notizia della vittoria ha fatto esultare i rappresentanti del paragiornalismo, li ha scatenati in, vogliamo definirli avventurosi?, commenti sul futuro del peso massimo italiano arrivando a domandarsi come mai non abbia ancora disputato un titolo.
Il secondo incontro che ha generato un comportamento criticabile è stato quello sostenuto nei quarti di finale dei Mondiali dilettanti in Russia da Salvatore Cavallaro. Sono state riportate, facendole proprie, le parole del ct Coletta pubblicate dal sito federale. Il match, anche in questo caso, penso che gli estensori di quei mini articoli non lo abbiano visto. Altrimenti si sarebbero accorti che definire scandaloso o allucinante il verdetto era un eccesso di passionalità da parte di chi avrebbe dovuto, per il ruolo ricoperto, conservare un po’ di freddezza in più. La stessa manifestata a fine match, quando il pugile azzurro è tornato all’angolo.
Quel combattimento l’ho visto in televisione, con tutti i difetti che questo comporta.
A me è sembrato un incontro equilibrato, con un vincitore evidente per ogni round: il primo chiaramente a favore di Cavallaro, il secondo in modo netto per il rivale brasiliano, il terzo ancora per DaConceicao ma in maniera meno evidente. Una vittoria di misura, arrivo a dire contestabile, a mio (opinabile) giudizio ingiustamente, da chi è di parte. Ma parlare di scandalo mi sembra esagerato e dannoso.
Quelli subiti da Cammarelle contro Joshua a Londra 2012 o da Roy Jones contro il coreano a Seul 1988 sono scandali. Le parole hanno un significato preciso e vanno pronunciate con accortezza perché potrebbero creare false convinzioni in chi è impegnato in uno sport così difficile come la boxe.
Dire “Salvo non aveva vinto, aveva stravinto. Il match lo ha fatto lui dal primo al terzo round” a me sembra commento da tifoso, non da tecnico.
Anche perché sono ormai un paio di anni che gli azzurri non perdono un match, almeno a sentire i giudizi forniti a fine prestazione dagli allenatori della nazionale.
Salvatore Cavallaro ha fatto il massimo, ha dimostrato volontà e carica agonistica. Ha sfiorato il bronzo. Sarebbe stato un traguardo importante, visto che nessun azzurro è salito sul podio negli ultimi tre Mondiali e nell’ultima Olimpiade. Va applaudito. Con lui lo staff dovrebbe analizzare il match e vedere cosa è mancato per centrare l’obiettivo.
Se gli si dice che aveva stravinto, lo si convince che è perfetto così come è, impedendogli di inseguire quei miglioramenti che potrebbero portarlo a raggiungere traguardi che ha dimostrato di meritare.
Tre Mondiali e un’Olimpiade con zero medaglie dovrebbero far riflettere qualsiasi Federazione. Ma non quella italiana, anche perché loro il medagliere lo hanno pieno, se non fosse stato per arbitri e giudici altro che Cuba, Russia o Uzbekistan…
Il pugilato dilettantistico è a un passo dal baratro e sul Titanic si continua a ballare.
La speranza è che ci salvino le donne, come quasi sempre accade.

 

 

 

Vianello, quinto ko contro il trentacinquenne Anderson (pro’ dal 2016)

Quinto match da professionista, quinta vittoria prima del limite per Guido Vianello. Il peso massimo romano (5-0, 5 ko) sabato notte, 14 settembre, ha sconfitto per kot 3 Cassius Anderson (7-2-0, 3 ko) alla T-Mobile Arena di Las Vegas, nella riunione imperniata sul match tra Tyson Fury e Otto Wallin.
Al peso Vianello ha accusato 108,900 kg. Il suo avversario 111.
Cassius Anderson, trentacinquenne di Toledo (Ohio), è un pugile passato tardi al professionismo, la scelta è avvenuta quando aveva già 32 anni.
In precedenza aveva perso un solo match, il 10 marzo 2018: una serata storta in cui era stato messo knock out al primo round dal modesto Terrel Jamal Woods (15-38-7, 11 ko).
Anderson aveva disputato l’ultimo incontro il 18 maggio scorso, battendo Ronald Baca (9-3-4) per decisione unanime in sei riprese.
Cassius Anderson è soprannominato Thunder Cat.
Questo il commento al match di David Robinett, a bordo ring per Fightnews.com: “Nel primo dei tre incontri in apertura del programma di Las Vegas, il peso massimo italiano Guido Vianello ha avuto vita facile contro Cassius Anderson, ottenendo una vittoria prima del limite. Anderson non è uscito dall’angolo per il quarto e ultimo round. Vianello ha ottenuto un veloce knockdown subito dopo il gong di apertura, e non è mai stato minacciato da Anderson, colpendolo costantemente fino a quando il suo angolo non ha giudicato fosse abbastanza per fermare il match dopo tre riprese”.

 

Stasera a teatro “Il paese più sportivo del mondo”. Ingresso libero

Stasera al Teatro Caos di Chianciano Terme, dalle 21:15 sarà rappresentato per la prima volta “Il Paese più sportivo del Mondo”, racconto a due voci con Lorenzo Bartoli e Alessandro Waldegram, tratto dall’omonimo libro di racconti scritto da Riccardo Lorenzetti. Regia di Manfredi Rutelli.

Esiste un piccolo paese, da qualche parte di una Toscana più immaginaria che reale, dove andresti ad abitare domani mattina. Non ha un nome. Sappiamo che lo chiamano “il paese più sportivo del mondo”, ed a pensarci bene il nome non è affatto importante. Perché importanti sono, in realtà, i personaggi che lo abitano. Che gli danno colore e spessore. Che raccontano storie alle quali non sarà difficile affezionarsi, perché sono storie che parlano di noi. Ci raccontano nel profondo di come siamo e, forse, anche di come vorremmo e dovremmo essere. Lo sport, e la sua epica fiammeggiante, è il veicolo ideale per capire cosa succede in questo piccolo paese.
E allora ecco che vengono fuori memorabili corse di biciclette e indimenticabili tornei di biliardo. C’è la fenomenale coppia-gol di una squadra amatoriale e gare di corse campestri per bambini, occasione di integrazione tra culture diverse.

Ma soprattutto, ci sono i “motori” delle storie, che sono gli abitanti del paese, maestri elementari e contadini, segretari comunali e preti, bottegai e bariste prosperose. Il paese più sportivo del mondo racconta queste storie qui, dove ognuno è a suo modo protagonista di qualcosa che passa alla storia. E se non proprio passa alla storia (con la Esse maiuscola) entra a far parte della piccola cronaca romanzata e di una vita vissuta comunque con la voglia di esserci.
È un mondo in miniatura dove ha ancora un senso l’amicizia e la parola data. Dove i rapporti umani sono lì, belli e intangibili, con le loro contraddizioni, i loro litigi ma anche con la consapevolezza che siamo uomini. E, come tali, destinati a vivere insieme alla gente, che notoriamente ha pregi e anche difetti.
Ma sempre meglio che chiudersi dentro una torre d’avorio.

HALL OF FAME. Arcari, una furia che ha travolto dieci rivali mondiali


HALL OF FAME ITALIA
 3. continua
Le storie dei sei personaggi che,
il 26 ottobre a Castrocaro Terme,
entreranno a far parte della Hall of Fame Italia. 

Il protagonista di oggi è Bruno Arcari.

 

 

Un carro armato, implacabile alla corta distanza. Due sole sconfitte: entrambe per ferita (quando era in chiaro vantaggio)… 

di Vittorio Parisi

Pochi mesi più di nove anni fa mi trovavo a Los Angeles per il quarto match fra Israel Vazquez e Rafael Marquez, uno scontro che prometteva di essere epico come i tre precedenti e tale non fu. Terminata la riunione fui invitato a cena da un giornalista di The Ring Magazine, la rivista con cui allora collaboravo per le loro classifiche. Naturalmente si parlò quasi esclusivamente di boxe e presto si arrivò alla fatidica domanda.
“Secondo te quale è stato il miglior pugile italiano della storia?”
Premesso che non volevo esprimermi su ciò che non avevo visto di persona e che si trattasse comunque di una scelta molto difficile fra alcuni pretendenti” risposi: “Bruno Arcari”.
Non c’era voglia in me di stupire l’interlocutore, che probabilmente si aspettava tutt’altra risposta e che rimase abbastanza a bocca aperta perché di Bruno Arcari, che negli Stati Uniti aveva combattuto solo una volta nel sottoclou del terzo Benvenuti-Griffith al Madison Square Garden in un match su sei riprese il 4 marzo 1968, aveva appena sentito parlare.

Cominciai a spiegargli chi fosse questo guerriero laziale che aveva fatto base a Genova alla corte di Rocco Agostino per una carriera che si può definire solo straordinaria.
Due volte campione italiano fra i superleggeri fra i dilettanti, nel 1962 a Pesaro e nel 1963 a Modena, Arcari si era presentato da favorito alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 nella categoria dei pesi leggeri ma fu subito eliminato dal keniano Alex Ouando (a sua volta eliminato subito dopo) a causa di una ferita a un sopracciglio, un problema che avrebbe tormentato Arcari per tutta la carriera.
Anche il debutto professionistico del laziale finì male contro il modesto Franco Colella, sempre per ferita, e ancora una ferita costò ad Arcari la seconda e ultima sconfitta della carriera quando provò per la prima volta a vincere il titolo italiano dei pesi superleggeri a Senigallia contro Massimo Consolati, lo stesso avversario contro cui lo conquistò in seguito.
Se a quell’epoca fossero state in vigore le regole attuali con la possibilità di andare alla lettura dei cartellini in caso di ferita procurata da una testata involontaria, avremmo avuto in Bruno Arcari un pugile ritiratosi imbattuto.
Mancino brevilineo dotato sì di potenza, ma da considerarsi più un demolitore che un picchiatore, Arcari era un uomo che non ti lasciava respirare mai.

Serissimo nella preparazione come nella vita, Arcari non fu mai un personaggio come seppe esserlo, per esempio, Nino Benvenuti. Per questo motivo non ebbe il seguito che un personaggio pubblico riesce ad avere ma fu un pugile eccezionale. Aveva i suoi tifosi, ma non certo il codazzo di celebrità dell’ambiente dello spettacolo soprattutto romano o milanese.
Come avvenne per Benvenuti, la parte ascensionale della carriera fu costruita da Rino Tommasi, il principale organizzatore di quegli anni, e la misura esatta di quali fossero le possibilità di questo pugile si ebbe quando Arcari andò a battere il protettissimo austriaco Johann Orsolics nella sua Vienna e gli portò via il titolo europeo dei superleggeri.

Arcari poteva vincere solo prima del limite in quella tana ed è esattamente quello che fece il 7 maggio 1968 con un K.O.T al 12° round. Il titolo mondiale arrivò a Roma il 31 gennaio 1970 dopo un’epica battaglia contro il filippino Pedro Adigue, un indomito combattente con cui Arcari ingaggiò una battaglia furiosa. Ricordo ancora il viso sgomento del laziale quando nelle prime riprese dovette incassare un terribile colpo al corpo, ma Arcari era una roccia e superò anche quel momento. Il match lo si trova facilmente sul web e vale davvero la pena di (ri)vederlo. Il titolo era quello della WBA. Arcari non ha mai perso sul ring quel titolo, lo abbandonò solo verso fine carriera quando cominciò ad avere problemi di peso e passò nei welter. Molte volte si accennò alla possibilità di riunificazione prima con il formidabile argentino Niccolino Loche e poi con l’altrettanto formidabile colombiano Antonio Cervantes ma non se ne fece nulla.
Credo che molto dipendesse anche dal fatto che Arcari combattesse prevalentemente in Italia, all’estero il problema alle arcate sopracciliari avrebbe potuto costargli troppo caro con un arbitraggio di parte e così non se ne fece nulla. Ma l’Arcari che batté Adigue o quello che superò due volte, soprattutto la seconda, il brasiliano Joao Henrique era un pugile in grado di battere chiunque.

 

Non fu solo Henrique l’uomo di peso battuto da Arcari da campione del mondo. Ricordiamo lo spagnolo Domingo Barrera Corpas che fu messo K.O. e che con Loche aveva perso solo ai punti per split decision, il danese Joergen Hansen velocemente eliminato nella sua Copenhagen, il brasiliano di stanza in Italia Everaldo Costa Azevedo, un tecnico che non riuscì però a venire a capo del problema rappresentato da Arcari.
Quando divenne peso welter si favoleggiò persino di un incontro con il grande Jose Napoles, il cubano recentemente scomparso che aveva un problema analogo. Anche questo match non si è mai fatto e si è parlato anche del fatto che Napoles non fosse entusiasta di affrontare questo piccolo carro armato italiano.
L’ho già scritto,, ma mi piace ripeterlo: quando nel quartultimo incontro della carriera Arcari affrontò l’astro nascente Rocky Mattioli a Milano sulla distanza delle 10 riprese era in difficoltà nel finale. Tutti i pugili presenti al Palasport di San Siro scesero dalle gradinate e accorsero al suo angolo per sostenerlo in segno di grande rispetto e ammirazione.

Quando smise Arcari aveva 36 anni, un’età ragguardevole per un pugile in quegli anni e piano piano, senza clamori come nella sua natura, era quasi scomparso dalla scena continuando però a occuparsi di pugilato. L’ho conosciuto circa 15 anni fa quando fui invitato a una riunione in Federazione e lui era presente. Mi presentai emozionato di stringergli la mano e mi parve un uomo sorridente, tranquillo e giustamente appagato di quanto di grande aveva fatto.
Bruno Arcari non è mai stato eletto nella International Boxing Hall of Fame di Canastota, che mi risulti non è stato mai neppure preso in considerazione.
Non lo considero solo grave, lo considero un vero scandalo!
Nel nostro piccolo, adesso provvediamo noi.

BRUNO ARCARI
(1 gennaio 1942)
70-2-1 (38 ko, 52%)

Debutto: 11 dicembre 1964
Ultimo match: 7 luglio 1978

Mondiali

31 gennaio 1970 Pedro Adigue jr + p. 15
10 luglio 1970 Rene Roque + sq 6
30 ottobre 1970 Raimundo Dias + ko 3
6 marzo 1971 Joao Henrique + p. 15
26 giugno 1971 Enrique Jana + kot 9
9 ottobre 1971 Domingo Barrera + ko 10
10 giugno 1972 Joao Henrique + ko 12
2 dicembre 1972 Everaldo Costa Azevedo + p. 15
1 novembre 1973 Joergen Hansen + ko5
16 febbraio 1974 Antonio Ortiz + sq 8

3. continua (già pubblicati Primo Carnera di Gualtiero Becchetti, Sandro Mazzinghi di Dario Torromeo. Prossima puntata: Gianfranco Rosi di Andrea Bacci).

 

 

 

 

 

 

Otto Wallin. Il massimo che, nel nome del padre, sogna di emulare Johansson

Ripropongo, aggiornato, un articolo su Otto Wallin, l’imbattuto
peso massimo svedese che sabato sfiderà Tyson Fury a Las Vegas.

 

Era la notte tra il 26 e il 27 giugno del ’59.
Un ragazzino di nove anni era seduto in cucina e ascoltava la radio. Il papà lo aveva svegliato pochi minuti prima. Insieme avevano lentamente chiuso le porte delle loro camere da letto, avevano percorso l’ingresso cercando di fare il minor rumore possibile. In cucina avevano acceso la luce, per poi cercare con l’animo eccitato la stazione radio giusta.
La voce del commentatore veniva dallo Yankee Stadium, nel Bronx. New York, Stati Uniti d’America.
Erano in tanti ad essere svegli a Sundsvall, cittadina di cinquantamila abitanti, a quattro ore di macchina da Stoccolma. Erano in tanti in tutti la Svezia quelli che avevano deciso di fare l’alba ascoltando il radiocronista che parlava da così lontano.

Un ring al centro dello stadio. In un angolo il campione del mondo dei pesi massimi, Floyd Patterson: una sola sconfitta in 36 match. Nell’altro lo sfidante, Ingemar Johansson, svedese imbattuto: 21-0. Una nazione intera con il fiato sospeso.
Quel bambino di nove anni si chiamava Calle Wallin e adorava la boxe.
Tutti sognavano, molti di meno quelli che speravano. E invece…
Un massacro, nel terzo round Patterson finiva sette volte giù prima che l’arbitro Ruby Goldstein decretasse il kot dopo 2:03.
La festa poteva cominciare.

Sessant’anni dopo un altro peso massimo svedese cerca un ruolo da protagonista nell’universo dei massimi. Si chiama Otto Wallin ed è il figlio di Calle. Con il papà ha parlato spesso di un match di grande importanza nel regno della boxe, a Las Vegas. Hanno fatto progetti, congetture, sogni e promesse.
Otto ha lasciato Sundsvall ed è andato a New York per cercare di vivere la vita come l’aveva sognata. E il papà ha assecondato ogni suo gesto. Era stato lui a portarlo in palestra quando era ancora piccolino, era stato lui il primo insegnante.
Ingemar Johnasson ricopriva sempre lo stesso ruolo. Un mito non cambia mai posto nel cuore dei tifosi. Chissà se un giorno…
Due anni dopo essere sbarcato a New York, Otto aveva avuto la prima occasione di combattere negli States. Alla Boardwalk di Atlantic City affrontava Nick Kisner in un match sulle dieci riprese, la sfida sarebbe stata trasmessa in diretta da Showtime. Non era andata come lo svedese sognava. Nel primo round, dopo uno scontro fortuito di teste, il ragazzo del Maryland si procutava una larga e profonda ferita sulla fronte. Match sospeso. Niente gloria, né scarico di adrenalina.

In platea c’era anche il papà, arrivato laggiù per essere vicino al figlio e dividere con lui preoccupazioni, gioie ed emozioni.
Calle è morto il 22 maggio scorso, stroncato da un infarto.
Aveva 68 anni.
“Qualsiasi cosa mi accada, tu non fermarti mai. Vai avanti, vai avanti…”
Otto in questi tre mesi ha ripetuto più volte quelle parole nella sua testa, erano l’ultimo messaggio del papà.
Il match successivo avrebbe dovuto farlo contro B.J. Flores, ma la commissione medica fermava il suo avversario alla vigilia dell’incontro. Una maledizione che oscillava tra dramma e tragedia non voleva proprio abbandonarlo.

Poi, a sorpresa arrivava la proposta.
Sabato 14 settembre, a Las Vegas, contro Tyson Fury.
Niente titolo in palio, ma un palcoscenico eccezionale che avrebbe generato un grande clamore. Neppure un secondo per riflettere, accettare era stato un piacere.
E qui la storia prende un’altra strada.
Otto Wallin non ha né i mezzi, né il curriculum per inseguire il sogno.
È imbattuto (21-0, 13 ko), è campione europeo, numero 4 della WBA. Tutto vero, ma non è al livello del gigante britannico.

Da dilettante (tra il 2008 e il 2010) ha affrontato due volte Anthony Joshua. E ha perso in entrambe le occasioni, poi è diventato uno dei suoi sparring. È un mancino, alto 1.97, che mi sembra non abbia grande pesantezza di pugno. Ha più di una pecca anche sul piano tecnico e non ha certo la velocità di Andy Ruiz jr.
I boomaker hanno messo assieme tutto questo e hanno annunciato le quote: Tyson Fury paga 1.04, Otto Wallin paga 11. Dire che sia sfavorito mi sembra un eufemismo.

 

Tyson Fury è il netto favorito. I bookmaker pagano una sua vittoria 1.04 volte la posta, un successo per ko è offerto a 3.75, il pari a 34. Otto Wallin paga 11 volte la posta in caso di vittoria, 34 volte se chiuderà prima del limite.
Eddie Hearn (promoter di Anthony Joshua e organizzatore della rivincita contro Andy Ruiz jr) dice che la sfida riscuote scarso interesse, al punto che sono stati venduti solo 1500 biglietti.
In cartellone anche il mondial supergallo Wbo tra Emanuel Navarrete (28-1-0, 24 ko) e Juan Miguel ELorde (28-1-0, 15 ko).