Antuofermo e quella battaglia con Hagler, quarant’anni fa a Las Vegas

Se mi avessero chiesto quanto tempo fa Marvin Hagler e Vito Antuofermo si fossero incontrati per la prima volta, avrei sicuramente sbagliato data. Avrei sbagliato per difetto. Sono passati quasi quarant’anni da quel 30 novembre 1979…
Era stato un pari che aveva scatenato grandi polemiche.
I cartellini: Dolby Shirley 142-144 per Hagler, Duane Ford 145-141 per Antuofermo, Hal Miller 143-143. Il titolo mondiale medi Wbc/Wba era rimasto nelle mani dell’italiano d’America.
Per lui un mare di critiche e qualche pacca sulla spalla.
È andata spesso così per questo coraggioso guerriero che sul ring dava sempre tutto. Un pugile di grande temperamento che non ha avuto, dai critici, i riconoscimenti che meritava.
È una delle ragioni per cui mi sono appassionato alla sua storia e ho voluto raccontarla.

Vito aveva passato la domenica mattina in allegria, passeggiando per le vie di Milano con nonna Maddalena, una splendida vecchina che portava alla grande i suoi 86 anni. La signora aveva fermato decine di passanti per strada, presentando a tutti con orgoglio il nipote.
Signori, è il campione del mondo.”
Antuofermo aveva vinto il titolo dei medi battendo Hugo Corro a Montecarlo. Un successo ai punti in 15 riprese che poteva essere spiegato con un’unica parola: coraggio. Quello che gli aveva permesso di superare i momenti difficili, di non smarrire la fede nella vittoria, di conservare intatti i suoi slanci. Il coraggio che lo aveva portato, proprio nel finale, ad aggredire ancora una volta Corro.
Era il 30 maggio del ’79.
In pochi avevano riconosciuto il valore della sua impresa. Eppure lui si sentiva italiano sino in fondo all’anima.
È nato a Palo del Colle, in Puglia. Un comune a meno di venti chilometri da Bari in direzione delle Murge, verso Altamura. Da quelle parti si parlava dialetto che risentiva delle influenze di antiche presenze spagnole, francesi, longobarde, arabe e bizantine. Lì vivevano gli Antuofermo, anche se molti parenti del padre erano di Bitonto.
Vito era rimasto in Puglia sino a 15 anni. Poi uno zio l’aveva chiamato a New York.
Aveva vissuto prima a Brooklyn, poi a Long Island.

Contadino, garzone di macelleria, strillone di giornali, giardiniere, camionista, fattorino. Quando si trattava di lavorare non si era mai tirato indietro. Lo stesso avrebbe fatto una volta salito su un ring.
Una sera era entrato in un bar. Indossava i soliti vestiti sgargianti, quei colori forti che gli piacevano tanto. Qualcuno aveva commesso lo sbaglio di prenderlo in giro e lui l’aveva steso con un paio di pugni ben assestati.
L’agente che avrebbe dovuto portarlo in carcere l’aveva invece accompagnato nella palestra accanto alla stazione di polizia. Lì era cominciata la sua storia di pugile.
Accanto aveva un clan di italo-americani: il manager Tony Carione, che gestiva un negozio di barbiere a pochi passi dal Madison Square Garden, e il maestro Ray Skarica. I tre, assieme, avevano conquistato il mondo.
Vito per battere Hugo Corro aveva dunque fatto ricorso alla sua arma migliore: il coraggio. Me l’aveva ripetuto cento volte una mattina all’aeroporto di Fiumicino prima di imbarcarsi sul volo che l’avrebbe portato al Kennedy di New York.
Per me, ogni match è una guerra. E in guerra se vuoi sopravvivere, devi avere coraggio. Soprattutto se quella guerra vuoi addirittura vincerla.”

Benvenuti1

Aveva sconfitto Corro ed era diventato il secondo italiano dopo Nino Benvenuti a diventare campione del mondo dei medi, ma era uscito dalla notte monegasca solo come secondo protagonista. La stella di quella serata era stato Marvin Hagler.
L’americano si muoveva da re. Sul ring e fuori. Un gentiluomo ben educato, ma capace anche di feroci stoccate.
Antuofermo? Un campione stagionale. Gli hanno offerto la possibilità solo perché è bianco, è una qualità che gli organizzatori tengono in grande considerazione. Il vero re sono io, lui è poco più che un dilettante.
Aveva battuto Norberto Cabrera, non era ancora campione e già si parlava di una sfida contro Sugar Ray Leonard.
La guerra contro Vito Antuofermo si era svolta al Caesars Palace, in quell’albergo dove Pancho Gonzalez insegnava tennis, Johnny Weismmuler aveva dato lezioni di nuoto e Joe Louis aveva parlato di pugilato a richiesta e dopo avere offerto la giusta ricompensa economica.

match

Marvin amava lo stile di Ali e provava ad imitarlo. Cercava di mettere tra le sue armi la distruzione psicologica del nemico. Si era così fatto accompagnare da striscioline di carta che quelli del suo clan avevano appiccicato sui muri della palestra e in molti posti dell’albergo.
Antuofermo è un moscerino, lo schiaccerò come merita.”
Alla conferenza stampa finale, Hagler si era presentato con un completo grigio chiaro, camicia rosa e cravatta a fasce blù e granata. Cranio lucido, inquietante barbetta nera che contribuiva a dargli un aspetto mefistofelico. Aveva tirato fuori dalla tasca interna della giacca uno scacciamosche di plastica e lo aveva schiacciato con forza sul bordo del tavolo più vicino.

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Schiaccerò Vito come un insetto.”
Antuofermo indossava una tuta, una coppola marrone ed un paio di occhiali da sole lenti a specchio.
Mister Hagler, a quale insetto ti riferisci? Zanzara o mosca?
Zanzara.
Allora sappi che ti pizzicherà ancor prima che tu possa prenderla. Ma adesso voglio farti un regalo.
Aveva preso da una borsa un paio di scarpe da pugile bianche, poi aveva mostrato la scritta sotto la suola: “Prendi una Coca Cola e sorridi.”
Per far leggere la scritta, dovrai restare ben disteso sul ring. Mi raccomando.”
Quella notte a Las Vegas le uniche gambe a danzare erano state quelle di Hagler, il volto di Antuofermo raccontava quante volte l’altro si fosse fermato per picchiare. Quando volte ci fosse riuscito. Le sopracciglie segnate dai colpi, una ferita profonda sotto l’occhio destro all’altezza dello zigomo. Colava sangue sui baffoni da pistolero di Vito. Le rughe disegnavano sulla faccia le sofferenze della sfida. Una maschera di dolore. Ma anche una testimonianza di grande temperamento.

Lo avevano ricucito con ventuno punti, ma lui sul ring non si era mai arreso. Per Vito il mondiale dei medi era il tesoro più grande e non l’avrebbe lasciato senza combattere sino all’ultima goccia di energia.Grinta, rabbia e cuore. Vito aveva imparato sin da bambino che se voleva farsi strada nella vita, avrebbe dovuto avere come compagne di viaggio quelle tre parole. Tutto in lui raccontava di una corsa in salita. Per farcela aveva dovuto sempre e solo attaccare, attaccare, attaccare.
Per accorciare la distanza doveva prendere incredibili mazzate? Attaccare.
Doveva sfidare i colpi di incontro di Hagler? Attaccare.
Per gustare il successo bisogna prima soffrire. Non l’aveva mai dimenticato.

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Pari per i tre giudici al termine di quindici round vissuti come se fosse stata una guerra. La ricordo bene la sensazione alla lettura del verdetto. Ero convinto, come lo sono oggi, che avesse vinto Marvin. Ma il furore agonistico e la predisposizione al sacrificio, oltre che l’aggressività, mi avevano fatto pensare che quella volta proprio non si potesse parlare di furto. Le rapine nella boxe sono un’altra cosa.
Hagler il verdetto non lo aveva accettato.
“E’ uno scandalo. Ho sofferto e lavorato per quindici round. Ho vinto nettamente. In cuor mio sono il campione del mondo. C’è qualcuno tra voi che pensa che avrei dovuto fare qualcosa di più per prendermi il titolo?
Vito era di un altro parere. Al party si era presentato tardi, prima aveva dovuto fare tappa in ospedale dove gli avevano suturato le ferite sul volto e applicato un vistoso cerotto appena sotto il mento.
Ho finito meglio di Hagler e sapevo di aver vinto. Sono stato in svantaggio nelle prime riprese, ma poi ho recuperato. La storia di Rocky è la mia storia. Il pugile inventato da Stallone mi somiglia. All’ottavo round sono stato sul punto di abbandonare. Non riuscivo a respirare, il raffreddore che mi ero preso arrivando dal caldo della Florida mi stava mettendo in crisi. È stato il mio manager Tony Carione a convincermi ad andare avanti. È stato il match più difficile della mia carriera, ma sono sicuro di averlo vinto.

Ora per lui ci sarebbe stato Alan Minter, il terribile mancino inglese.
Per Marvin Hagler avrebbe dovuto attendere ancora. Ma quel match contro Vito non l’avrebbe mai dimenticato. Perché in fondo al cuore quel paisà lo amava, come avrebbe confessato molti anni dopo al giornalista americano Alladin Freeman.
Il pugilato mi ha lasciato molti bei ricordi, ma quelli che porto dentro con particolare piacere sono i momenti che ho vissuto sul ring con Vito Antuofermo. Sono stati grandi momenti di boxe. Lui era un ragazzo molto difficile da affrontare, era goffo e grezzo. Ma aveva un coraggio e un cuore da leone. Era sempre disposto a battersi sino all’ultimo respiro, sarebbe morto sul ring prima di lasciarsi battere.”
Nel party che si era tenuto nella villa di Vincent Vingo, anche lui un italo-americano di prima generazione, Marvin Hagler aveva bevuto champagne in onore del campione.
Era davvero Meraviglioso.
E Vito lo aveva portato sino alla fine della corsa.

 

 

 

 

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