Filimonov attacca: “Analfabetismo tattico e tecnico di chi guida gli azzurri”

Un post su Facebook.
A firmarlo non è uno dei soliti contestatori. Stavolta giornalista, medico e campione del passato hanno solo letto, non scritto o parlato. No, l’attacco frontale arriva da uno stimato tecnico che ha collaborato con la stessa Federazione Pugilistica Italiana sino a qualche mese fa.
Vasiliy Filimonov, russo di 67 anni, è stato nello staff tecnico degli azzurri dal 2007 al 2009, è tornato a lavorare con la Fpi nel 2016. A dicembre dello scorso anno ha cominciato una collaborazione con Clemente Russo, che aspira a raggiungere la sua quinta Olimpiade e per centrare questo obiettivo è andato a prepararsi da Filimonov in Russia.
Chiarito di chi sto parlando, passo al duro atto di accusa.

Ecco la traduzione dal russo del post del tecnico apparso sul suo profilo Facebook.
“Miei cari amici italiani, allenatori e pugili.Mi è dispiaciuto vedere la scialba prestazione della squadra italiana ai Giochi europei di Minsk e ai Mondiali di Ekaterinburg!
Il motivo è uno solo: l’analfabetismo tattico e la mancanza di una adeguata capacità di affrontare il combattimento. Tutto questo dovrebbe essere sistematicamente sviluppato durante gli allenamenti e poi realizzato in occasione dei match. Sfortunatamente, l’attuale capo allenatore dell’Italia Giulio Coletta è un buon ufficiale di polizia, ma ignora completamente l’addestramento tattico e tecnico dei pugili.
Lo conosco bene, ha collaborato in passato con la squadra giovanile italiana.
La mancanza di una sua conoscenza dei metodi di allenamento ha influenzato negativamente il processo di preparazione della nazionale italiana e indebolito le sue prestazioni al momento delle competizioni.
A meno che non si cambi urgentemente il SISTEMA DI PREPARAZIONE DEI PUGILI ITALIANI (in maiuscolo nell’originale, ndr), sarà impossibile sperare in prestazioni positive a Tokyo 2020. Sfortunatamente, la capacità di addestramento di Giulio Coletta è a livello di una squadra Junior.
Cari leader della FPI, avete ancora tempo per correggere la situazione e preparare adeguatamente i pugili italiani per i tornei di qualificazione, ma è necessario apportare rapidamente adeguate correzioni.
Con il più profondo rispetto per tutti i pugili italiani, il vostro sincero amico Vasiliy Filimonov.
http://www.filimonovboxe.com

Giulio Coletta, Fiamme Oro, è il direttore tecnico della nazionale maschile da dicembre 2018.
Vasilyi Filimonov, come ho già scritto, ha ricoperto ruoli importanti nella stessa squadra.
Non commento, per ora, le parole del professore. Lascio che a farlo sia chi è stato oggetto del duro attacco.
La Federazione Pugilistica Italiana ha l’obbligo morale di replicare alle affermazioni dell’allenatore russo.
Il vice presidente vicario Flavio D’Ambrosio, nell’ultimo numero di Boxe Ring, scrive tra l’altro: “L’Italia possiede un primato straordinario di società e maestri che producono pugilato, aob e pro, di altissimo profilo tecnico e tattico. Di questo ne siamo stati, da sempre, i più fervidi assertori tanto da respingere quelle poche e isolate voci che, non si comprende per quali astrusi motivi, preconizzano la crisi della nobile arte italiana, ingenerando un ingiustificato pessimismo”.
Oggi che il violento attacco arriva non da un giornalista, nè da un medico o da un campione del passato, ma da una persona nei cui confronti la stessa FPI ha manifestato sino all’anno in corso una grande stima, le parole di D’Ambrosi meritano un seguito.
Per quali astrusi motivi Filimonov preconizza la crisi della nobile arte italiana?
Perché ingenera un ingiustificato pessimismo?
Resto in attesa di una replica che sicuramente arriverà precisa e circostanziata, perché in questa occasione la tattica del silenzio potrebbe essere scambiata come un’ammissione di colpa.

Ruiz jr entusiasta dell’idea di poter partecipare ai Giochi di Tokyo 2020

Come anticipato ieri (https://dartortorromeo.com/2019/09/30/a-tokyo-2020-ancora-pro-e-arbitri-aiba-parita-di-genere-a-parigi-2024/), il Messico ha aperto una campagna promozionale per convincere i suoi campioni professionisti a partecipare ai Giochi di Tokyo 2020. Il presidente della commissione pugilistica Miguel Torruco Garza, come scrive oggi Fightnews, ha inviato una lettera a tutti gli atleti coinvolti spingendoli a combattere per la causa nazionale.
Il primo a rispondere è stato il campione dei pesi massimi Wba, Ibf, Wbo Andy Ruiz jr: “Sarebbe un grande onore rappresentare il Messico ai Giochi Olimpici. Devo esaminare i possibili impegni contrattuali, ma farò tutto il possibile per contribuire in qualsiasi modo a riportare in alto il nome del Messico. Grande iniziativa! ”

A Tokyo 2020 ancora pro’ e arbitri AIBA. Parità di genere a Parigi 2024

Tre notizie dal mondo AOB.
Il CIO dovrebbe comunicare questa settimana la sua intenzione di confermare la presenza dei professionisti all’interno del torneo olimpico.
La decisione del presidente Bach di togliere l’organizzazione del torneo all’AIBA e di affidarla a una task force diretta dal giapponese Watanabe non avrebbe quindi consigliato un diverso atteggiamento su un tema così pieno di pericoli, compresa la ripetizione del flop già verificatosi in Brasile.
L’esperimento era stato infatti tentato, con esiti deludenti, la prima volta a Rio 2016. Solo tre professionisti avevano aderito al progetto: Hassan N’Dam N’Jikam (eliminato al primo turno da Michel Borges nei mediomassimi), Carmine Tommasone  e Amnat Ruenroeng: entrambi nei leggeri, entrambi eliminati agli ottavi rispettivamente da Lazaro Alvarez e Sofiane Onnuiha.
Ieri il Messico ha dichiarato ufficialmente che presenterà pugili pro’ alle selezioni per Tokyo 2020.
Delfine Persson (43-2-0, 18 ko) ex campionessa mondiale Wbc dei leggeri, recentemente sconfitta per decisione a maggioranza da Katie Taylor, ha manifestato ufficialmente la sua intenzione di partecipare ai Giochi. Ha già chiesto un aiuto economico al governo belga. Tornerà sul ring, da superpiuma, l’11 novembre a Oostende contro Helen Joseph (17-3-2, 10 ko). Poi di dedicherà alla preparazione in vista delle qualificazioni, a meno che non arrivi la proposta di una rivincita contro la Taylor.
A proposito di donne, ecco la seconda notizia.
L’ufficio comunicazione del CIO, a mia domanda ha risposto che nel 2024 la parità di genere nel torneo olimpico di Parigi sarà totale. Attualmente le categorie maschili sono state ridotte da 10 a 8, mentre quelle femminili sono aumentate da 3 a 5. È presumibile che in Francia avremo sei categorie di peso maschili e altrettante femminili.
Ultima notizia del giorno. A un’altra mia domanda, l’Ufficio Comunicazioni del CIO ha risposto che gli arbitri impiegati in Giappone saranno ufficiali AIBA. Ma, hanno specificato, saranno diversi i criteri di selezione e dovranno frequentare un corso di formazione. Se escludiamo i 36 sospesi dopo Rio 2016, la qualità di giudici e arbitri non è certamente il massimo che si possa pretendere. Dove pescherà dunque il CIO, potendo contare su un unico serbatoio?

Hagler, finalmente mondiale, distrugge Minter nella notte delle belve…

Marvin Hagler V Alan Minter

Era il 27 settembre 1980, trentanove anni fa. Finalmente Marvin Hagler
si prendeva quello che era suo, il titolo mondiale dei pesi medi.
Accadeva in uno degli scenari più scandalosi della storia del pugilato.

 

Dopo la notte di Bellaria avevo sempre provato antipatia per l’inglese dagli occhi di ghiaccio. Mi era sembrato lontano dalla sofferenza della famiglia Jacopucci. Pensavo così perché non lo conoscevo. Quell’incubo non l’aveva mai abbandonato. E si era ripresentato, spietato, proprio alla vigilia della sfida contro Marvin Hagler.

A sconvolgerlo di nuovo era stato il dramma di Johnny Owen, il peso gallo inglese ancora in coma dopo l’agghiacciante knock out subito contro Guadalupe Pintor nel mondiale. Alan Minter e Johnny Owen non erano legati da una forte amicizia, del resto Minter di amici ne aveva davvero pochi. Non c’era dunque amicizia, ma quel ragazzo faceva il suo stesso mestiere. E adesso rischiava di morire proprio per un “incidente sul lavoro”.

La gente amava Minter come aveva amato pochi altri campioni prima di lui. E Alan si sentiva in dovere di ripagare tutto quell’amore.

Alla vigilia della sfida con Hagler non era tranquillo. Sul ring avrebbe trovato uno che aveva fame di gloria, successo, soldi. Uno che si sentiva un perseguitato. Dal mondo del pugilato, dai giornalisti, dagli uomini.

«Stavolta mi sono portato due giudici da casa», scherzava, ma non troppo, Marvin Hagler mostrando le mani chiuse a pugno. Il ricordo della sfida di Las Vegas contro Vito Antuofermo era ancora forte. E faceva male.

Ad ascoltare le lamentele contro il mondo intero, quella volta a Londra c’era anche Steve Wainwright di Boston, il suo avvocato, uno dei soci dello studio Wainwright, Wainwright, Wainwright, Wainwright & Wainwright (famiglia numerosa, poca fantasia nella scelta del nome dello studio legale). La sera del match ci sarebbe stato anche lui all’angolo. Da tifoso, non certo da avvocato. Si era lasciato andare a una folle promessa: se Marvin avesse vinto il titolo, si sarebbe rasato a zero come il suo cliente/amico pugile.

locandina

C’era una brutta atmosfera quel sabato 27 settembre del 1980 alla Wembley Arena. In platea tanti rappresentanti del Fronte Nazionale, un gruppo xenofobo di destra.

Sulle tribune, centinaia di skinheads, teste rasate, sottoproletari arrabbiati. Casse di birra circolavano senza limitazioni.

Il mondiale dei pesi medi era stato una sfida selvaggia.

Un insolito confronto tra due mancini. Alan Minter era stato tradito dalla sua stessa ferocia che gli si era rivolta contro. Negli occhi del campione c’era brutalità pura, non stava fingendo. Si sentiva davvero il killer della boxe. Non avrebbe concesso ad Hagler neppure il tempo di organizzarsi. Voleva fare tutto in fretta, senza portarsi dietro neppure un ricordo di quella sfida. Non voleva complicarsi la vita perdendo tempo a pensare. Doveva solo agire. E doveva farlo in fretta. E con questo solo pensiero nella testa aveva lanciato l’ attacco. Violento, spietato. Si era esposto ai colpi lucidi del rivale. La superiorità di Minter era durata appena un round. Ancora più velocemente era maturata la disfatta.

Un destro di Hagler gli aveva lacerato lo zigomo, un altro gli aveva devastato l’occhio sinistro. In tre round era già tutto finito. Alan aveva ancora dentro ferocia, rabbia, voglia di distruggere. Ma non aveva più i mezzi tecnici e fisici per portare avanti il suo piano. Aveva la faccia devastata, lo teneva in piedi solo l’orgoglio. La gente inferocita, aveva aumentato secondo dopo secondo la brutalità del loro comportamento. Ogni colpo di Minter era accompagnato da un’ovazione, ogni attacco era seguito dagli applausi.

minterhagler copia

E adesso che neppure il mago delle ferite venuto dagli States riusciva a tamponare il sangue, ora che l’arbitro panamense Berrocal d’accordo con il medico diceva che poteva bastare, la gente travolta dall’ira lasciava da parte ogni briciolo di umanità e si trasformava in mandria impazzita, bestie che lanciavano sul ring ogni cosa avessero tra le mani. Bottiglie di birra ancora piene, armi pericolose. Per frenare la follia dei vandali, chi gestiva l’arena aveva anche provato ad abbassare le luci. Ma la penombra anziché placare, aveva dato maggiore forza ai delinquenti che nel buio si sentivano a loro agio. Erano dei vigliacchi che colpivano senza rischiare.

Il sangue che usciva dal lato sinistro del volto di Alan Minter, la furia di Marvin Hagler che sentiva il titolo mondiale vicino come non lo era mai stato. L’arbitro Carlos Berrocal che sanciva la fine, l’americano che si inginocchiava per ringraziare il cielo che l’aveva aiutato.

Ecco, quello era stato il momento in cui un’arena di pugilato si era trasformata in un inferno popolato da belve.

Marvin Hagler vs Alan Minter

Violenza, delirio, follia. Bottiglie ancora piene di birra volavano sul ring, si schiantavano al suolo, una pioggia di vetri invadeva l’intera zona. I fratelli Petronelli alzavano e braccia sul corpo del loro pugile per proteggerlo.

Lo portavano via di corsa aiutati da alcuni bobby, armati solo del loro coraggio. Una folla ubriaca e senza il minimo freno rischiava di travolgere ogni cosa.

“Una vergogna e una disgrazia per il pugilato britannico” diceva il telecronista Harry Carpenter, che commentava il match per la BBC. Una bottiglia di birra lo aveva centrato sulla spalla destra.

Vito Antuofermo, che era lì per la Rai, veniva colpito alla nuca da un’altra bottiglia. Si girava, individuava lo skinhead che aveva lanciato la birra e lo centrava con un destro devastante. Knock out, senza bisogno che un arbitro dovesse intervenire per certificarlo. Il pelato aveva sbagliato posto e obiettivo.

Per tornare a sorridere, Marvin Hagler aveva dovuto aspettare che una pattuglia di poliziotti lo scortasse sino al Bailey’s, l’albergo dove alloggiava. Con lui Ida Mae, la mamma; Wilbur, il patrigno.

L’avvocato Wainwright era pronto a pagare la sua scommessa. Si sarebbe fatto rapare a zero ed a farlo sarebbe stata Bertha, la moglie di Marvin.

«Sapevo che avrei vinto io, ma non avrei mai immaginato che sarebbe stato così facile. Vi siete convinti che ho, quando è necessario, il giusto coraggio? C’è gente che non capisce niente. Come può un fuoriclasse come me, non avere coraggio? Sono gli altri che devono avere paura di Marvin Hagler. Campioni come me ne nascono pochi. La folla? Bestie, selvaggi».

Minter, il volto ancora deturpato dai colpi del nuovo campione, commentava con serena autocritica la sconfitta.

«Ricordo la gente, le urla disumane, una folla che non voleva accettare la mia sconfitta. Non ricordo altro, neppure i colpi di Hagler. Ho sentito il sangue colarmi giù, inondarmi il volto, impedirmi di vedere. Ho avuto difficoltà a respirare, mi sono chiesto: ma cosa è mai successo? Se, in quel momento, mi avessero detto che Hagler mi aveva colpito, non ci avrei creduto. Ho dovuto crederci quando tutto era finito. Mi dispiace aver perso il mondiale, non potrò mai perdonarmi di averlo perso in un modo così stupido. L’ho regalato ad un rivale che aveva già tutte le possibilità per conquistarlo con la sua bravura»

Era stata una notte di paura, ma aveva consegnato un mondiale prestigioso come quello dei pesi medi all’unico vero fuoriclasse che la categoria potesse presentare in quei giorni.

Jennifer Lopez e Shakira nella notte del Superbowl, il 2 febbraio a Miami

Uno show tutto latino. Saranno Jennifer Lopez e Shakira le protagoniste dello spettacolo musicale a metà tempo dell’edizione numero LIV del Superbowl, che si terrà il 2 febbraio 2020 all’Hard Rock Stadium di Miami, Florida.
La finale della stagione NFL (Football Americano) sarà trasmessa in diretta su Fox.
Sembra che questa volta gli spot avranno la durata di circa 40 secondi, dieci in più dell’ultima edizione, anche perché i blocchi pubblicitari sono stati ridotti da cinque a quattro. E saranno venduti a 5,6 milioni di dollari ognuno.
Il Superbowl è seguito mediamente da cento milioni di telespettatori.

HALL OF FAME. Damiani super contro Stevenson, poi il mondiale da pro’

HALL OF FAME ITALIA 5. continua
Le storie dei sei personaggi che,
il 26 ottobre a Castrocaro Terme,
entreranno a far parte della Hall of Fame Italia.
Il protagonista di oggi è Francesco Damiani.

 

A Monaco ’82 l’impresa contro il cubano. Passato professionista, vince il titolo: in Italia solo lui e Carnera sul tetto del mondo nei pesi massimi

di Davide Novelli

Quattro etti, forse mezzo chilo di pasta fumante è lì pronta ad essere divorata. L’esterrefatto silenzioso testimone fatica ad immaginare che quella zuppiera si possa trasferire in pochi minuti nello stomaco del pugile già con le gambe sotto al tavolo dell’Hotel Grifone che ospita l’atleta e il resto della nazionale. Con la mano sinistra stretta su una pagnotta di pane, nessuno scrupolo alla prima forchettata e nessun pentimento sopraggiungerà dopo la scarpetta.
È il vantaggio del peso massimo professionista, del supermassimo da dilettante, e l’invidia del resto delle categorie. L’importante è mantenere velocità, potenza, precisione. Quelle ci sono e sono le caratteristiche distintive di Francesco Damiani da Bagnacavallo, nato il 4 ottobre, sotto il segno “ininfluente” della Bilancia.
È la vigilia dell’Olimpiade di Los Angeles 1984. Francesco è già famoso. Non si è parlato d’altro negli ambienti pugilistici che della vittoria due anni prima contro il leggendario Teofilo Stevenson al Mondiale dilettanti di Monaco. In quel quarto di finale l’italiano doveva essere la vittima sacrificale dell’eroe cubano, che aveva scelto l’affetto dei connazionali alla ricchezza offertagli per sfidare Muhammad Ali. “Sarà una formalità”, aveva annunciato Stevenson alla vigilia del match.
Fuori piove. Al primo gong il romagnolo conquista il centro del ring e inizia a ballare morbido ed elegante come una danzatrice.

Schiva tutto, para, colpisce: gancio sinistro, diretto destro, gancio sinistro. È rapido e replica immediato ad ogni colpo del tre volte olimpionico. Lo sovrasta nelle soluzioni offensive pressandolo senza sosta. Nella seconda ripresa aumenta il ritmo. Il match entra nel vivo. Gli scambi si fanno più serrati e Stevenson è in difficoltà. Nella terza ripresa deve accettare lo scambio continuo e, scosso dall’orgoglio, prova ripetutamente i montanti che il nostro neutralizza accorciando sul corpo avversario.
È il momento dell’ estasi per il romagnolo che colpisce più volte il campione, costretto a legare nel tentativo di arginare la furia combattiva di Damiani che ormai sente il traguardo a un passo. La vittoria è schiacciante: 5 a 0, tutti i giudici lo hanno visto trionfare. Dopo 11 anni di imbattibilità Stevenson è sconfitto. A Francesco la scandalosa giuria della finale negherà un meritato titolo iridato in favore dell’americano Tyrrell Biggs, lo stesso accadrà, sempre contro Biggs, all’Olimpiade. Argento mondiale; argento olimpico e due titoli europei.
Ha raccolto parecchio, Francesco Damiani dilettante, non quanto però avrebbe voluto e meritato. Dopo Los Angeles 1984 passa quindi professionista.

Il 5 gennaio a Perugia debutta contro l’ivoriano Gobe nella serata della prima difesa del titolo europeo dei welter di Gianfranco Rosi. Francesco vince per kot ben figurando in un sottoclou di predestinati come Romolo Casamonica e Maurizio Stecca. Seguito bene dal manager Umberto Branchini e da Elio Ghelfi all’angolo, Francesco cresce, inanella una lunghissima serie di vittorie che lo portano a vincere un primo titolo internazionale Wbc e in seguito a disputare il campionato europeo. Lo svedese Eklund è più alto di Stevenson, ma non è Stevenson. Ad Aosta la superiorità tecnica di Damiani si palesa dal primo istante e alla sesta ripresa un perfetto gancio destro pone fine alla sfida. Il ragazzone romagnolo è campione europeo dei massimi, titolo che difende due volte.

Si schiude a questo punto una chance mondiale con la neonata sigla mondiale Wbo. C’è da assegnare il titolo dei massimi e il contendente è un onesto lavoratore del ring che arriva dal Sud Africa, Johnny Duplooy, con all’attivo 25 incontri, una ventina vinti prima del limite contro avversari non irresistibili. Pugno, comunque, Duplooy lo ha. Damiani però è un grande incassatore; negli anni, sin da quando sedicenne inizio ad allenarsi per dimagrire, Francesco, un poco per i colpi, un poco per somatica, ha l’occhio pendulo. Un taglio a mandorla per il quale viene soprannominato “cinese”.
Simili per statura e impostazione i due iniziano cauti il match mondiale. È scherma di jab, ma il sudafricano mostra ansia agonistica e fa partire due destri che centrano in pieno volto Damiani. Nella seconda ripresa Francesco prende le misure a Duplooy che inizia a boxare con rabbia, mettendola più sul lato fisico che tecnico. È un errore. Damiani è un elefante e il jab è una proboscide saettante che nella terza ripresa apre la strada ad un gancio destro e un gancio sinistro che spedisce al tappeto Johnny Duplooy.
È il 6 maggio 1989: la Wbo ha il suo campione dei massimi. L’Italia, il suo secondo mondiale nella categoria dopo Carnera. Il“cinese” difende il titolo in un match senza storia contro l’argentino Neto, fermato al secondo round, poi si deve arrendere nel gennaio del 1991 all’americano Ray Mercer.

Quella sera, ad Atlantic City, Damiani disputa forse il miglior incontro della carriera. Entrambi sfoggiano il completo repertorio pugilistico italo-americano, una perfetta fusione di schemi. Tra la conferma del titolo che Francesco stava costruendo con grande perizia e generosità, e il ko inatteso al termine della seconda ripresa, il montante sinistro di Mercer lanciato lì quasi per caso. Non un gran colpo, ma sufficiente per provocare una forte emorragia al naso. Forse Damiani si spaventa. Gli sembra di non poter respirare. Sempre cosciente si rialza al “9”.
È la prima sconfitta.
Non più campione del mondo, il romagnolo vince altri tre incontri prima della sconfitta contro Oliver McCall, nell’ultimo combattimento. Termina la carriera con 34 vittorie, 24 prima del limite e due sole sconfitte, ma con il rimpianto del match contro Evander Holyfield, sfumato alla vigilia per un infortunio alla caviglia. Poteva salire sul ring contro “The Real Deal”, fare la commedia per un paio di round e portarsi a casa 750.000 dollari. Erano tutti d’accordo, tranne lui, perché non ha mai saputo barare. Rifiuta la sfida con Mike Tyson, offeso per la misera borsa offertagli da Don King. Due incontri che l’avrebbero iscritto nell’Olimpo della categoria, ma che non avrebbero cambiato la sua esistenza di “gigante buono”, sempre pronto a mostrare l’innata empatia verso il prossimo e verso il pugilato, la passione di una vita che gli fa passare le corde anche oggi che ha superato la sessantina.
Restano di lui le medaglie e il mondiale di un pugile tecnico, elegante, generoso. E, non ultima, la soddisfazione di aver mandato a gambe all’aria quel Tyrrell Biggs che da dilettante gli era stato preferito slealmente a Monaco e a Los Angeles. La vendetta classica del “cinese” che aspetta seduto sull’argine del fiume di vedere passare il cadavere del nemico.

FRANCESCO DAMIANI
(4 ottobre 1958)
30-2-0 (24 ko, 75%)

Debutto: 5 gennaio 1985
Ultimo match: 23 aprile 1993

Mondiali
6 maggio 1989 Johnny Du Plooy + ko 3
16 dicembre 1989 Daniel Neto + kot 2
11 gennaio 1991 Ray Mercer – ko 9

5. continua (già pubblicati Primo Carnera di Gualtiero Becchetti; Sandro Mazzinghi di Dario Torromeo; Bruno Arcari di Vittorio Parisi; Gianfranco Rosi di Andrea Bacci. Prossima puntata Simona Galassi di Franco Esposito)
.

 

 

 

Liston distrugge Patterson e l’America che non lo ama, Kennedy compreso

Montante destro dello sfidante.
Tre colpi a vuoto, due al corpo.
Ancora tre errori, poi un gancio sinistro al volto. Picchia solo lui.
Il campione vacilla, le gambe cedono, si aggrappa alle corde. E un bersaglio facile.
Primo gancio sinistro alla mascella, destro che sfiora il bersaglio.
Il gancio sinistro dello sfidante che chiude la sfida svolge in pieno il lavoro che era stato chiamato a fare.
Sono passati 2:06 dall’inizio del match e Floyd Patterson è già knockout.
Sonny Liston è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi.

C’è odio, rabbia, frustrazione negli sguardi e nell’anima di molti dei diciannovemila spettatori che riempiono il Comiskey Park di Chicago la notte del 25 settembre 1962.
Hanno tutti tifato per il negro buono.
Sono anni difficili per i neri d’America.
Non possono frequentare le università statali, in treno sono costretti a viaggiare in vagoni separati, al ristorante devono mangiare in tavoli separati, hanno anche chiese separate dai bianchi. Fanno lavori inferiori, con una paga inferiore. Nel profondo Sud un bianco può uccidere un nero e sperare, con buone possibilità di successo, di essere assolto.

Martin Luther King ha appena cominciato la battaglia per i diritti civili, nelle strade si cantaWe shall overcame” in attesa della grande svolta. Il presidente è John Fitzgerald Kennedy, suo fratello Robert è il Procuratore Generale. Anche loro tifano per il nero integrato, quello che non ti obbliga a pensare, non ti pone dei dubbi, non ti fa paura. L’Orso ha tutti contro.
Floyd Patterson, come dice pubblicamente John Kennedy: “È un esempio per la gioventù”. Il presidente lo convoca alla Casa Bianca, gli ordina: “Devi assolutamente batterlo”. Il campione potrebbe evitare quella sfida, nessuno gliene farebbe una colpa. Ma lui ha paura che la gente, guardandolo in faccia, possa pensare che sia un vigliacco.
L’altro ha messo ko Cleveland Williams, Roy Harris, Nino Valdes, Zora Folley. Picchia e sa incassare qualsiasi colpo. Sembra imbattibile. Patterson non può evitarlo.
Floyd si prepara in un ritiro lontano dal mondo, in un posto che somiglia più a un eremo solitario che a un campo di allenamento. Sonny va in un ippodromo abbandonato, sistema la palestra dove una volta c’era il baracchino delle scommesse.

Patterson ha la sconfitta nella mente. Ha paura di perdere, un incubo gli fa compagnia.
Noi pugili abbiamo sempre paura. Non abbiamo paura di farci male, ma di perdere. Perdere sul ring è peggio che in qualunque altro posto. Il pugile sconfitto perde qualcosa di più che il suo orgoglio e l’incontro, perde una parte del suo futuro e torna a un passo dal quartiere malfamato da cui proviene.

Finisce tutto in meno di tre minuti. Floyd Patterson scappa dall’Arena da una porta sul retro. Si nasconde dietro una barba finta e gli occhiali neri. Non il coraggio di guardare neppure se stesso, preferisce il buio della notte agli occhi pieni di compassione di chi in passato lo ha riempito di applausi.

Luca Rigoldi racconta passioni, gioie, paure e progetti. La sua vita

“La professoressa di italiano
mi chiedeva come mi vedessi da vecchio.
Io le rispondevo che già lo ero. Le piccole cicatrici
che si stavano fissando sulla pelle erano le mie rughe,
il segno delle esperienze accumulate nella vita”.
Luca Rigoldi

 

Luca si ritiene un uomo fortunato.
Gli rispondo che i risultati sono frutti del sacrificio, del lavoro, del talento. Non della fortuna.
Lui dice che avere qualità è già una fortuna.
“Che significa scegliere di fare il pugile professionista oggi in Italia?”.
Prima di sentire la sua risposta, gli leggo quella che mi ha dato qualche tempo fa Emiliano Marsili.
“Significa essere un pazzo scatenato, uno che ha sbagliato tutto. Uno che si è andato a incastrare in uno sport che richiede enormi sacrifici e ti ripaga con pochi euro. E pretende che tu sia un atleta vero, uno sempre in forma, schiavo della dieta più terribile. Intanto che fai tutto questo, devi anche cercare i soldi per andare avanti”.
Chiudo la parentesi con una seconda risposta del campione di Civitavecchia.
“Che sentimento provi nei confronti della boxe?”
“La amo”.
Luca sorride.
“Condivido la sua analisi, ma non sarei così drastico. In fondo è sempre una scelta, non un’imposizione. Certo, viviamo una realtà molto difficile. Essere pugile in questo Paese significa non solo averte qualità tecniche e fisiche, ma anche possedere capacità di relazionarsi, la consapevolezza che devi promuovere la tua attività. Sei una sorta di proprietario di azienda, un imprenditore che si muove tra mille problemi”.

E non parla solo di quelli logistici.
“Sì anche quelli ci sono. Io vivo a Thiene, cioè a 81 km da Pieve di Sacco dove mi alleno. La mia giornata è fatta di 162 chilometri al giorno, solo per raggiungere il posto dove mi preparo per poi salire sul ring e combattere. In mezzo mettici anche i corsi che faccio nelle due palestre dove lavoro: a Vicenza e Thiene. Capirai che la giornata diventa molto lunga. Ma non è qui il problema principale”.
Chiedo un approfondimento.
“È difficile organizzare, promuovere. E poi devi imparare a gestire la paura”.
La paura?
“Non quella dell’avversario o di non potercela fare. No, la paura della sconfitta. Non puoi sbagliare, la seconda occasione per ricominciare non sempre arriva. Io mi preparo, mi sacrifico, salgo sul ring pronto a soffrire. Voglio vincere. Ma nel pugilato, come in tanti sport, c’è l’imprevisto, la sorpresa, il colpo che non ti aspetti. E allora tutto cambia improvvisamente. In quel momento capisci che non sei Anthony Joshua”.

Fermati un attimo. Cosa c’entra Joshua? Spiegati meglio.
“Il nostro è un piccolo mondo, fatto di grandi soddisfazioni, ma di poche opportunità. Joshua, e quelli come lui negli Stati Uniti o in Inghilterra, vivono una realtà diversa. Facciamo lo stesso sport, ma in due universi separati. Loro smuovono montagne di denaro. Hanno televisioni che li sostengono e pretendono che in caso di sconfitta abbiano una nuova occasione, addirittura meglio pagata della prima. Ti faccio una domanda: cosa avrebbe fatto Joshua in Italia? Non voglio essere frainteso: è un grande campione, merita tutto. Ma da noi sarebbe diventato quello che è diventato? In Italia devi sempre e solo vincere. Non ci sono i soldi per ricominciare. Qui è solo una questione di amore”.
Oggi hai deciso di innescare una sorta di caccia al tesoro. Dietro ogni affermazione ne nascondi un’altra, altrettanto importante. Andiamo avanti.
“Noi amiamo lo sport che facciamo, la passione ci travolge. Prendi me. Vivo un sogno continuo. Prima dell’ultima difesa contro Yegorov ho fatto un sogno. Facevo l’incontro, una battaglia senza soste. Ma non riuscivo a godere fino in fondo quel sogno, sentivo che mi mancava qualcosa. Quando mi sono svegliato, ho capito. E mi sono sentito demoralizzato. Ho pensato: cosa accadrà stasera? Spero che si concluda come nel sogno. Perché lì a vincere ero io. È andata bene e ho avuto la mia ricompensa: guardare le facce felici dei miei amici, vedere la gioia nei loro occhi. È stata questa la ricompensa più grande”.

Uno spettacolo a parte sono stati i minuti di intervallo tra un round e l’altro. I dialoghi tra Luca e Gino Freo sono stati fantastici. Lui parlava, Luca rispondevi con gli occhi e lo sguardo. Al massimo con un monosillabo.
“Molti pensano che un pugile all’angolo sia troppo stressato per concentrarsi. Errore. Io cerco di isolarmi completamente, azzero le voci del pubblico e mi lascio avvolgere dalle parole del maestro. L’altra sera ho capito subito cosa volesse da me. Sapeva che stavo andando bene, sapeva che stavo mettendo in atto la tattica giusta. Ma pretendeva di più, voleva maggiore partecipazione. Mi stava spronando a non mollare un solo secondo, a sentirmi nella battaglia in ogni istante della sfida. Mi chiedeva se fossi stanco, mi diceva che avrei dovuto fare questa o quella combinazione. In realtà mi stava dicendo che mi voleva guerriero, senza il minimo calo di tensione”.
C’è posto per la paura in un match di pugilato?
“Penso che ci sia, anche se non nel senso comune della parola. La paura è una sensazione che blocca esseri umano ed animali. Noi pugili dobbiamo essere capaci di trasformarla in qualcosa di positivo. Dobbiamo essere noi a gestirla, non dobbiamo farci gestire. La paura nella boxe è il rispetto per l’avversario, perché anche lui è uno che viene sul ring per centrare l’impresa, per toglierti qualcosa che è tuo. Come ho già detto, l’unica paura vera che ci portiamo dentro è quella per la sconfitta, per quel risultato che ci farebbe tornare indietro fino a dove abbiamo cominciato”.

Dici di essere un uomo fortunato, perché?
“Perché ho tanti amici. Perché ho la fortuna di sentirmi un pugile di altri tempi, un pugile che appartiene alla gente che viene a tifare per me. Io sono nato in un paesone, Caldogno. Fino a febbraio dello scorso anno abitavo in una frazione ancora più piccola: Villa Verla, seimila abitanti. Ora sono a Thiene con la mia fidanzata Valentina. Eccola qui un’altra fortuna.Valentina è una ragazza fantastica. Una che dopo ore di lavoro si mette disposizione per aiutare l’organizzazione della riunione. Sa benissimo che la sera dell’incontro per lei sarà una sofferenza, ma lo fa ugualmente. Non ho mai vissuto quella sensazione, non sono mai stato a bordo ring mentre la persona che amo fa il pugile e si batte contro un altro che vuole strappargli quello a cui in quel momento tiene di più al mondo. Non so se potrei sopportare una simile sofferenza”.

“Sono fortunato perché anche chi ama lo sport più popolare in città, i tifosi della Curva Sud del Vicenza calcio, hanno gridato il mio nome allo stadio: settemila persone che strillavano RIGOLDI ORGOGLIO VICENTINO. E poi mi hanno chiesto di battermi indossando i pantaloncini con i loro colori e sugli spalti del Palasport hanno esposto uno striscione per me. Sono fortunato per i ragazzi che vengono in palestra e mi fanno sentire importante, orgoglioso. Mi danno una carica incredibile. Hanno il mio stesso taglio dei capelli, indossano gli stessi guantoni, non perdono un match. Se vuoi continuo… Credimi, sono davvero un uomo fortunato”.
Eppure non è stato sempre così.
“E no. Sono entrato in palestra perché cercavo qualcosa che mi aiutasse a superare un momento terribile. Mi ci ha portato mamma Raffaella. Mi ha portato in una palestra di boxe e mi ha detto di giurargli che non avrei mai fatto il pugile”.

Fermo. Mi sto perdendo.
“Voleva aiutarmi, aveva capito che lì avrei potuto liberare quell’aggressività che mi stava logorando. Ma non sopportava l’idea che potessi salire su un ring: Fino a diciotto anni, niente, non ci provare. Ovviamente ci ho provato. Così quando combatto, lei se ne sta a casa e sgrana il rosario. Solo a match concluso si rilassa”.

Il tuo papà, Giorgio, è invece un tuo sostenitore.
“Adesso. Prima voleva che facessi il calciatore. Giocavo con gli allievi sperimentali. Ero bravo. Sfidavamo il Vicenza, il Bassano. Ma all’improvviso mi sono stancato. Volevo qualcosa che richiedesse maggiori sacrifici. Il pugilato era l’ideale. Ma lui insisteva per il calcio, era convinto che avrei potuto sfondare. Adesso no, è diventato un tifoso. Sui social scrive di boxe più lui che io”.
In casa Rigoldi ci sono anche Anna, 17 anni (“Bravissima a scuola”), e Marco (“Sacerdote laico che offre il suo aiuto in Congo”).

Anche Luca ha radici cattoliche.
“Ho lo spirito profondamente cristiano, anche se da vicentino a volte smarrisco la strada e dico qualcosa che non dovrei dire. Ma è nei comportamenti che credo di rispettare la religione. Ho avuto tanto, più di quanto sognassi da ragazzino. E allora sento che in qualche modo devo restituire. Lo sport deve essere utile alla società, altrimenti perde una delle sue funzioni principali. Così mi metto a disposizione. Fino a qualche anno fa facevo l’animatore nella mia parrocchia. Ora il lavoro da insegnante nelle due palestre e l’attività pugilistica mi lasciano poco tempo a disposizione. Allora aiuto come posso. Vendendo cappellini, collaborando con una Onlus, insegnando ad alcuni ragazzi con problemi di autismo, creando cappellini per poi venderli e dare il ricavato in beneficienza. È il minimo, rispetto a quello che ho avuto. Lo faccio con amore”.
Come vedi il tuo futuro?
“Come ti ho detto, mi sento un imprenditore. E l’azienda che gestisco sono io. Il lavoro nelle due palestre è un piano di investimento per il futuro. E poi mi piacerebbe realizzare un sogno nel cassetto: prendermi quella laurea che per mancanza di risorse economiche non ho potuto avere all’età giusta. A scuola andavo molto bene, i professori mi invitavano a continuare negli studi. Sono geometra, ho fatto anche praticantato prima di lanciarmi nella boxe professionistica. Adesso vorrei chiudere quel cerchio. E vorrei rimanere nell’ambiente, anche se non ho ancora deciso con quale ruolo. Sono tecnico di primo livello, ma sento che il solo ruolo di allenatore potrebbe non appagarmi completamente. Non mi vedo neppure come dirigente sportivo impegnato nella politica federale. Voglio guardare avanti per capire cosa farò da grande, ma sono fiducioso, ottimista. Per il momento però voglio godermi quello che ho, senza troppi pensieri”.

Abbiamo parlato poco, quasi niente, del tuo titolo europeo dei supergallo. Non abbiamo commentato la difesa contro Yegorov, né le possibilità future. Vogliamo farlo velocemente prima di chiudere questa lunga chiacchierata?
“Sono felice di essere campione europeo. Come lo sono della mia ultima difesa. La gente, a cose fatte, pensa sia stato facile. No, credetemi, è stata terribilmente dura. Il futuro sul ring? Sono giovane penso di andare ancora avanti per qualche anno. Per arrivare fino a dove? Fermiamoci qui. Fatemi godere questi giorni che arrivano dopo la fatica di una lunga preparazione e lo stress di un match in casa, davanti agli occhi di chi ti vuole bene, contro un avversario forte e preparato. Sentiamoci tra qualche tempo e parleremo del futuro da pugile…”

Ho provato a raccontarvi Luca Rigoldi, l’unico campione europeo che oggi l’Italia possa vantare. Uno che ama la boxe al punto da trasformarsi da spettatore in pugile nel giro di qualche minuto. È accaduto qualche anno fa a Vicenza, nella Base Nato della Caserma Del Din. Era lì per vedere una sfida tra italiani e americani, quando un pugile non si è presentato. Gli hanno chiesto di sostituirlo per un’esibizione. Si è fatto prestare pantaloncini, maglietta, conchiglia e paradenti. È salito sul ring e ha dato spettacolo per tre riprese.
Ah, dimenicavo. L’altro pesava dodici chili più di lui…
Questo è Luca Rigoldi, OGOGLIO VICENTINO dicono i tifosi di casa. Mi sembra riduttivo, il ragazzo è ORGOGLIO ITALIANO. E non solo sul ring.

 

 

Un brutale ko scatena le polemiche. È giusto fare incontrare pro’ e dilettanti?

L’uzbeko Bakhodir Jalolov ha 25 anni, è alto 2.01 e pesa 111 chili. È professionista da un anno e mezzo con un record di 6-0, 6 ko. Vive a Brooklyn, New York, e boxa per Lou Di Bella.
Ai Mondiali dilettanti di Ekaterinburg ha affrontato nei quarti di finale lo statunitense Richard Torrez, 20 anni, alto 1.88 e con un peso attorno ai 93 chili. Un dilettante con un record di 42-4-0. Un ragazzo alle prime armi a livello elite.
Jalolov ha vinto per ko alla prima ripresa. Torrel è crollato al tappeto, è stato portato via su un telo, poggiato su una barella e trasportato d’urgenza in ospedale. Per fortuna si è ripreso.
Dovrà restare a riposo per sessanta giorni.
L’uzbeko, a Mondiali finiti, tornerà sul ring il 29 di questo mese a Tashkent. Tra i professionisti.
La domanda sorge spontanea: è giusto fare combattere un professionista contro un dilettante?
“È un atto brutale e criminale” ha postato su Twitter il presidente del World Boxing Council, Mauricio Sulaiman.

“Il professionismo alle Olimpiadi è ridicolo. Sono due sport differenti. È come se un giocatore di badminton volesse partecipare a Wimbledon” ha detto Carl Frampton. Lì dove il dilettante è il giocatore di badminton.
Su un campo da tennis puoi anche perdere 6-0 6-0 6-0, al massimo stai male una settimana per la frustrazione. Sul ring puoi perdere qualcosa di più di un match.

Patrizio Oliva è stato contrario a questa scelta fin dal primo momento.
“Vogliono dimostrare che un cubano può battere un campione del mondo dei professionisti e vanno avanti, senza pensare ai danni che possono provocare agli altri pugili. Sono illusi e ingenui, o forse soltanto incompetenti. La scelta di fare combattere i professionisti contro i dilettanti è pericolosa. Per fortuna il i ricchi campioni del mondo non hanno la minima intenzione di misurarsi alle Olimpiadi, come Rio ha dimostrato. Pensate cosa avrebbe potuto fare il Mike Tyson dei tempi d’oro tra gli attuali supermassimi. Un’arma letale, senza controllo”.

“Il pugilato è uno sport con dei rischi che vanno ridotti al minimo, non ingigantiti per scelte politiche – continua Oliva – L’AIBA continua a sbagliare, la decisione del CIO di cancellarla dall’Olimpiade di Tokyo non è bastata a cambiare la situazione. Sono sempre gli stessi e continuano a fare danni. Stavolta è andata bene, spero che in futuro questa situazione non torni a ripetersi”.
A proposito di Mike Tyson, cosa ne pensa lui di questo pasticciaccio?
“È ridicolo e sciocco che dei professionisti possano battersi con dei dilettanti”.
Stop, fine delle trasmissioni.
Non fatemi l’esempio di altri sport. A calcio, pallavolo, tennis, basket e in qualsiasi altra disciplina mista si gioca con le stesse regole. Nella boxe no. E credo che sia ora di uscire dal grande equivoco. Pensate davvero che un match tra Canelo Alvarez, Crawford, Golovkin, Lomachenko, Usyk, Leo Santa Cruz, Pacquiao, Kovalev (e mi fermo qui) e i migliori dilettanti non sarebbe un evento estremamente pericoloso?
Con le debite proporzioni, perché Jalolov non è al livello di Alvarez ma neppure Torrel è sul piano dei campioni olimpici, direi che da qualsiasi parte si esamini la questione resti sempre e comunque una bestemmia sportiva.

 

Eggington chiude in meno di due round, Fiordigiglio cede per kot

È durata meno di due round la speranza di Orlando Fiordigiglio di portare a casa la vittoria contro pronostico. Sam Eggington lo ha punito costrigendo l’arbitro a intervenire. Tutto è cominciato con un gancio destro che ha azzerato le resistenze del detentore del titolo, senza ricevere opposizione l’inglese si è avventato sul nostro pugile e gli ha scaricato addosso tredici colpi consecutivi senza incassarne neppure uno. L’arbitro ha giustamente interrotto un confronto diventato ormai impari e pericoloso.
A match chiuso, Fiordigiglio non ha condiviso la decisione: “Ho accettato questo match perché ero convinto di vincere e per testarmi, per capire cosa valgo io a 35 anni. Ho preso un colpo, il gancio destro l’ho sentito. Ma non mi è sembrato di avere subito così tanti colpi da fermare il match. Ho cominciato piano, come ho sempre fatto. Non credevo in una fine così. Magari rivedrò il match in televisione e darò ragione all’arbitro. Mi dispiace per come è andata”.

A FIRENZEWelter: Sebastian Mendizabal (Spagna, 4-0, 1 ko, 65,900 kg) b Ornam Racso Romero Camacho (Perù, 3-2-0, 2 ko, 66,300) ko 3; piuma: Carmine Tommasone (Italia, 20-1-0, 5 ko, 58,500) b Brayan Mairena (Nicaragua, 10-14-1, 4 ko, 58,300) p. 6; mosca: Mohammed Obbadi (Marocco, 20-1-0, 13 ko, 53,100) b Cristian Narvaez (Nicaragua, 15-17-5, 1 ko, 52,700) p. 8; welter: Luther Clay (Sudafrica, 12-1-0, 5 ko, 66,300) b Dario Morello (Italia, 15-1-0, 2 ko, 66,300) p. 10 ; superpiuma (Intercontinentale IBF) Devis Boschiero (Italia, 48-6-2, 22 ko, 58,700) b Ivan Tomas (Spagna, 9-1-1, 3 ko, 58,600) kot 8; superwelter (Internazionale IBF) Sam Eggington (Gran Bretagna, 27-6-0, 16 ko, 69,600) b Orlando Fiordigiglio (Italia, 31-3-0, 13 ko, 69,400) kot 3.