Incredibile AIBA! Moustahsane ritira le dimissioni e resta presidente ad interim

Riporto la definizione di immobilismo dal vocabolario online Treccani.
Mi sono permesso di inserire il termine pugilistico al posto del termine politico usato dalla Treccani.
immobilismo  – Nel linguaggio pugilistico, con sfumatura polemica, atteggiamento, da parte di un governo, di staticità, di resistenza passiva, di opposizione di fatto, anche se non programmata, nei riguardi delle possibili soluzioni progressiste o comunque profondamente innovatrici dei problemi pugilistici, soprattutto nel campo del pugilato estero. Per estensione, mancanza di iniziativa, tendenza a mantenere immutato uno stato di cose, opponendosi a ogni novità o trasformazione”.

L’AIBA non cambierà fino a quando non cambieranno tutti i dirigenti che formano l’attuale governance: presidente, vice presidenti e comitato esecutivo.
L’azzeramento totale della governance era quello che il Comitato Olimpico Internazionale aveva chiesto al momento della sospensione dell’Associazione a tempo indeterminato, concedendo in cambio la promessa di un accurato riesame della situazione dopo l’Olimpiade di Tokyo 2020.

Oggi a Instanbul, l’AIBA ha confermato di non avere alcuna intenzione di cambiare.
Solo mercoledì scorso Mohamed Moustahsane, dimessosi il 6 di questo mese, aveva inviato una lettera alle Federazioni Nazionali. Ho letto quella lettera, il dimissionario attaccava così:
Cari membri AIBA,
L’AIBA terrà una riunione del Comitato Esecutivo Straordinario il 31 agosto nella città di Istanbul, in Turchia.
Durante questo incontro verranno discussi punti importanti per l’AIBA: sport, finanza e governance. Il Comitato Esecutivo ascolterà attentamente il rapporto delle tre task force che sono state create lo scorso luglio per preparare il campo alle riforme. Gli adeguamenti necessari saranno effettuati secondo le loro raccomandazioni, in quanto è estremamente importante per la preparazione del prossimo Congresso AIBA. Durante la riunione sarà discussa anche la mia sostituzione e la nomina di un nuovo presidente della commissione etica…

Oggi (anticipa il sito insidethegames.biz) Mohamed Moustahsane ha ritirato le dimissioni ed è tornato a essere il presidente ad interim dell’AIBA, sembra su spinta dello stesso Comitato Esecutivo.
Moustahsane era il presidente della commissione sorteggi arbitri e giudici ai Giochi di Rio 2016.
La questione arbitri e giudici è ampiamente trattata nelle trenta pagine del rapporto, firmate da Nenad Lalovic, Richard Carrion ed Emma Terho, che la Commissione di Inchiesta ha consegnato al Comitato Esecutivo del CIO suggerendo la sospensione dell’AIBA. Le Olimpiadi prese in considerazione sono state quattro: Atene 2004, Pechino 2008, Londra 2012, Rio 2016. 


Come conclusione generale, il comitato di inchiesta del CIO ha rilevato che l’AIBA ha ricevuto accuse coerenti con l’esperienza relativa ai sorteggi, alle decisioni arbitrali e ai giudizi che hanno causato da tempo una preoccupazione costante per gli atleti.
Una commissione AIBA, presieduta da Tom Virgets, ha indagato sulle accuse di corruzione tra alti funzionari, giudici e arbitri. Tutti i 36 arbitri e giudici di Rio sono stati sospesi durante le indagini. Questa indagine ha riportato prove di una cattiva cultura interna guidata dal potere, dalla paura e dalla mancanza di trasparenza.

Durante le Olimpiadi di Rio 2016, il presidente della Commissione sorteggi era Mohamad Moustahsane
“.
(articolo 3.2.4 del rapporto della Commissione Inchiesta del CIO).

 

E ancora: “Il comitato investigativo speciale dell’AIBA ha concluso che la manipolazione del sorteggio degli arbitri e dei giudici durante i Giochi Olimpici di Rio 2016 sia stata il risultato degli interventi di diversi attori nell’ambito della responsabilità principale del signor Karim Bouzidi, uno dei quali è il presidente della Commissione sorteggi: il signor Mohamad Moustahsane successivamente nominato Presidente ad interim“. (articolo 3.3 del rapporto della Commissione di Inchiesta del CIO).

 


Sapevo che l’AIBA non aveva nessuna volontà di rinnovamento, ma non credevo arrivasse a tanto. Convocare un Congresso per eleggere il successore del presidente ad interim dimissionario e chiudere lo stesso Congresso con il ritiro delle dimissioni e il proseguimento nel ruolo è impresa degna dei migliori trasformisti che abbiano mai calcato qualsiasi palcoscenico.
Resta in piedi la divisione all’interno delle federazioni americane.
Pat Fiacco ha rivelato al sito aroundtherings.com:Il rifiuto di inchinarmi alle pressioni è la ragione per cui alcune importanti organizzazioni del pugilato americano hanno chiesto le mie dimissioni“. Le Federazioni in questione sono venticinque e comprendono le zone del Sud America, Centro America e Caraibi. Oggetto della richiesta di dimissioni era anche l’attuale vice presidente Osvaldo Bisbol.
Prossimi appuntamenti: 13 o 14 dicembre a Losanna per il Congresso Straordinario che modificherà l’attuale Statuto, 28 marzo 2020 (data da confermare) Congresso Elettivo con nomina del nuovo presidente e del nuovo Comitato Esecutivo.
Resto sempre più convinto che a Parigi 2024 il pugilato sarà gestito da una nuova associazione mondiale. L’AIBA ha già causato danni inestimabili, è tempo che qualcuno le impedisca di rovinare ancora di più il pugilato.

La Signorina Grandi Forme ha colpito ancora. Taylor Townsend, che storia!

“Sei una cicciona, è meglio che tu rimanga a casa sino a quando non diventerai presentabile”.
Brutta cosa da sentire, soprattutto se stai inseguendo un sogno.
Taylor aveva sedici anni quando ha ricevuto la lettera della Federazione americana.
“Non sei forma”.
Per questo le tagliava i fondi. Niente più dollari per viaggiare da un torneo all’altro.
Lei ha fatto spallucce ed è andata avanti.
Era numero 1 del mondo tra le junior, aveva vinto l’Australian Open, aveva raggiunto risultati che le americane non toccavano da trent’anni. E quelli le dicevano che era grassa.
“È stata dura. Questa è un’epoca in cui sei davvero consapevole di ciò che sei, soprattutto una ragazza. È un argomento molto delicato. Quelle parole mi hanno fatto davvero male. Perché io non sono come tutte quelle che vedo in giro per il circuito. Loro sono magre, alte. Io sono bassa e muscolosa. Non posso farci niente. Non sapevo cosa volessero da me. Stavo lavorando per tirare giù qualche chilo e loro mi dicevano che ero grassa. Ora non dò più importanza a commenti come quelli. Le persone possono parlare e dire quello che vogliono, non mi importa quello che pensano gli altri. Sono sovrappeso, ma mi sento a mio agio in questo corpo. Non è obbligatorio essere tutte della stessa taglia per giocare a tennis.”

In passato a parlare del bullismo, che offendeva alcune ragazze per il loro aspetto, era stata Serena Williams: “Un mio ex ragazzo mi ha strappato il cuore a metà. La cosa peggiore di quella storia era il fatto che mi aveva lasciato pensare che il lato sbagliato fossi io. Mi aveva lasciato pensare che fossi brutta. Spero rimpianga il modo in cui mi trattava. Vorrei restare nella testa di quel ragazzo, essere un ricordo costante di ciò che aveva e che ora ha perso. Vorrei ricordargli in ogni momento il modo squallido in cui mi ha tartassata. È stata davvero dura levarmi tutta quella sporcizia che mi aveva lasciato dentro. Non è stato facile accettare il mio fisico in questa società in cui sembra esistano solo i magri, ma ora posso dire di amare il mio corpo: nessuna atleta ha un seno come il mio. Ho imparato ad apprezzare le mie curve.”
L’Usta dunque era stata chiara con Taylor: niente soldi per gli US Open junior 2012.
Ci avevano pensato quelli del suo circolo, XS Tennis di Chicago, a reperire fondi. Avevano fatto versare da 10 a 15 dollari a tutti quelli che volevano allenarsi con lei, quando avevano raggiunto la quota di mille euro le avevano comprato il biglietto aereo. Le altre spese le aveva coperte la mamma.
Sheila è sempre stata molto vicina alla figlia, soprattutto da quando ha divorziato da Gary. La bambina ha vissuto con molta ansia quel periodo difficile.
Solo in campo riusciva a trovare un po’ di serenità.
“Il tennis è stata la mia via di fuga dai dispiaceri della vita.”

Taylor Townsend è una ragazza che non sfugge al radar degli appassionati.
Per il suo fisico, 1.68 per 78 chili, e per lo stile. Un serve and volley perfezionato nel tempo, tocchi slice e un ottimo dritto. È una che ama il gioco a rete, al punto che nella fase di riscaldamento è l’unica che comincia con i colpi di volo anziché quelli da fondocampo.
Per due anni ha giocato da destrorsa, con un rovescio a due mani. Poi ha capito che era meglio cambiare e adesso tira ogni colpo da mancina.
Quegli US Open li ha poi giocati. Quarti di finale in singolare e vittoria in doppio.
Taylor è una tosta, anche se lei per definirsi usa il termine spumeggiante.
Per ottenere la wild card del Roland Garros 2014, il primo Slam di una giovane carriera, ha dovuto vincere due tornei. Nel secondo è riuscita ad aggiudicarsi quattro match in un giorno, due in singolare e altrettanti in doppio.

Ed è volata a Parigi. Al secondo turno ha fatto fuori Alizé Cornet, numero 21 del mondo, lei che aveva cominciato il torneo da 205.
Per festeggiare si è lanciata in una divertente danza: il Naè Naè, assai popolare dalle parti di Atlanta. Per concentrarsi e trovare la spinta nei momenti difficili, a ogni cambio campo ha consultato il libretto dei miracoli. Quello in cui appunta pensieri, motti, consigli.
Cosa mai ci sarà scritto in quelle pagine?
“Non vorrete che riveli a tutti i miei segreti’”, un sorriso e via.

Ama il calore della famiglia. Si allena vicino a Englewood a due passi da due nonne e un’infinità di zii, zie e cugini. Quando è a casa coccola Sochi: cagnolino di razza pik-a-poo (un incrocio tra un pechinese e un poodle) e Gilligan: un gatto che adora.
Se le chiedi quale è la persona che vorrebbe incontrare, ti risponde Beyoncé. Se le domandi quale è l’incontro che l’ha segnata, ti dice: “Quello con Martina Navratilova.”. Andy Murray le ha dedicato un Twitter dopo il successo con la Cornet, John McEnroe ha avuto parole di apprezzamento per il suo gioco.
Adesso Taylor è a New York per una nuova grande avventura all’Usta Billie Jean King National Tennis Center.
Da un paio di anni è tornata ad allenarsi con Donald Young sr, papà dell’ex numero 30 del mondo e amico di famiglia.
Negli anni dell’adolescenza aveva sofferto per una severa anemia e carenza di ferro. Ora sono solo brutti ricordi. La ragazza è ancora sovrappeso, ma sembra che in quel fisico si senta davvero a suo agio. In sua difesa si sono mosse Serena Williams e Lindsay Davenport, anche loro più volte accusate di avere chili in eccesso.
Lei ringrazia e va avanti.

Dopo una stagione senza lampi si è presentata agli US Open. Ha superato le qualificazioni, è approdata nel tabellone principale e ha mandato a casa Simona Halep, numero 4 del mondo, dopo avere annullato un match point.
Finora il suo miglior risultato negli Slam è il terzo turno al Roland Garros 2014.
Sembrava che un ciclone fosse pronto ad abbattersi sul mondo del tennis femminile. Poi è tornata a muoversi tra alti (pochi) e bassi. Finendo sui giornali più per qualche episodio curioso che per un successo eclatante.
Subito dopo quel Roland Garros stava giocando il doppio contro Rodionova/Hingis quando con un dritto centrava la nuca della sua compagna Liezel Huber, mettendola in pratica ko! Lacrime della poverina, dolori, ritiro. In qualsiasi torneo di tennis, la coppia avrebbe abbandonato, ma non si stava giocando un torneo qualsiasi.

Difendevano i colori dei Philadephia Freedoms nella World Team Tennis e non potevano dare forfait solo perché una delle due si era infortunata. Lo imponeva il regolamento. Così Taylor ha portato a conclusione una curiosa sfida uno/contro due. Ha perso, come era ovvio che fosse, anche perché le norme della WTT sono davvero bizzarre.
La Townsend non solo doveva opporsi da sola contro le ragazze del Washington Kastles, ma doveva farlo facendosi accompagnare dall’inquietante presenza del fantasma della Huber.
Non poteva rispondere ai servizi a cui avrebbe dovuto rispondere Liezel.
Non poteva sostituirsi alla compagna quando era il suo turno di battuta.
Ha provato a creare dei diversivi, ballando e agitandosi, ma è stato inutile.
Ha anche conquistato qualche punto, accompagnata dalle urla di incoraggiamento da parte del pubblico. E si giocava a Washington! Ma non ce l’ha fatta.

Anastasia Rodionova e Martina Hingis non hanno voluto rischiare. Dopo avere fallito un paio di servizi sul “Fantasma Huber” con la pallina che beffardamente usciva dalle linee, hanno deciso di battere da sotto…
Taylor Townsend l’ha presa bene, una grande risata per ridurre la tensione e poi qualche vincente tanto per non perdere l’abitudine.

 

È diversa dalle altre e per questo fa paura. Lei lo sa, ma fa spallucce. Poi sorride e ti conquista.
In un mondo di picchiatrici parla un linguaggio antico, fatto di slice e colpi di volo. Ma quando c’è da menare non si tira indietro.
Taylor Townsend, 23 anni lo scorso aprile, ha appena messo a segno un altro colpo.
Prossima puntata, oggi, inizio alle 23 (ora italiana) contro Sorana Cirstea.
Comunque vada, la Signorina Grandi Forme la sua battaglia l’ha già vinta.

 

 

 

 

Mazzinghi, il Ciclone distrugge Högberg. Ricordi di una notte europea

 

Ho letto, un paio di ore fa, un post di Sandro Mazzinghi su Facebook. Ricordava il match contro Bo Högberg per l’europeo dei superwelter. La storia di quell’incontro l’ho raccontata in un libro. Mi piace riproporla.

 

 

La prima difesa europea è in programma a Stoccolma, contro Bo Högberg.
Piove senza sosta sulla Toscana, il fiume Era raggiunge il limite di piena. L’Arno cresce di un metro l’ora, si teme possa rompere gli argini. A mezzogiorno gli altoparlanti trasmettono l’allarme del sindaco alla cittadinanza.
L’Arno tracima, le spallette lungo la Tosco-Romagnola cominciano a cedere e si ritiene possano cedere all’altezza di via Saffi. E invece resistono, tengono l’urto.
Ma l’alluvione arriva lo stesso. È l’Era a straripare in località Montagnola. L’acqua sommerge la città. Nel tardo pomeriggio di venerdì 4 novembre tocca l’altezza di tredici metri sul livello stradale.
Pontedera è isolata, senza corrente elettrica. I Vigili del Fuoco non riescono a raggiungere gli ospedali.
Il danno alla Piaggio è contenuto in limiti accettabili grazie all’intervento degli operai che mettono in salvo i macchinari.
Non ci sono vittime, ma la città è in piena sofferenza.
Sandro deve partire, volare in Svezia. Ma rimanda, rimanda fin quando è possibile. Vorrebbe dare una mano, lo convincono che può farlo regalando un attimo di felicità, battendosi e vincendo su un ring straniero.
Raggiunge Stoccolma.
Ancora una volta, a sfidarlo è un uomo impegnato nelle riprese di un film sulla sua vita.

Quella di Reine Bo “Bosse” Högberg è una storia piena di colpi di scena. Andato via di casa poco più che bambino, si imbarca su alcune navi da trasporto. Viaggia nascosto nella stiva o in cabina, ma solo dopo essersi fatto assumere a tempo come mozzo. In ogni porto approdi, la prima cosa che fa è quella di cercare un ring su cui battersi.
Picchiatore, playboy, dotato di una grande capacità di infilarsi negli affari sbagliati. Cresciuto a Göteborg, città conosciuta come l’anima creativa e visionaria della Svezia, ne assorbe lo spirito anarchico uscendo spesso dagli schemi e faticando a gestire una vita decisamente non regolare.
Conosce la prigione, poi torna a boxare.
Il giorno di Capodanno del ’66 batte Visintin a Copenaghen e conquista il titolo europeo dei superwelter. Lo perde contro Leveque in un match pazzesco. Bo si rompe la mascella al primo round, ma va avanti sino alla fine rimanendo sconfitto ai punti.
«Nella vita a volte bisogna fare i fatti, non sempre ci si può giustificare usando solo le parole».

La sua compagna è Anita Lindblom, cantante e attrice. Una bella ragazza dal viso tondo, i capelli a caschetto, corti e biondi.
D’inverno, quando siede a bordo ring indossa una pelliccia di visone bianco. Ha una personalità forte, una spiccata carica di sensualità, dicono che in casa sia lei a comandare. Di certo è lei che gestisce la carriera del marito. E così, dal momento che la sfida contro Mazzinghi sarà la scena finale del lungometraggio Io pugile sulla vita di Bo, chiede l’esclusiva dei diritti di ripresa cinematografica.
«Signora, per averli deve pagare».
«Quanto?»
«Millecinquecento corone».
«Non pago. E se non mi accordate il diritto, mio marito non sale sul ring».
Gli organizzatori dell’Europeo sono l’ex campione mondiale dei pesi massimi Ingemar Johansson e il re delle roulette Bertil Kimtsson. Non si fanno certo impressionare dalle parole della bionda barricadera.

Chiamano Bo Petterson. Il 24enne di Gothenburg ha un record di 13-2-1 e, soprattutto, è inserito nel cartellone della riunione di Stoccolma, dovrà sostenere otto riprese al limite dei medi contro Peter Sharpe.
È in peso ed è allenato.
«Bo, sono Ingemar».
«È saltato il mio match?»
«Tranquillo. Va tutto bene».
«E allora perché mi chiami?»
«Voglio sapere se, in caso di necessità, saresti pronto a batterti contro Mazzinghi per il titolo».
«E Högberg?»
«Non preoccuparti per lui, ha dei problemi con la moglie. Allora, saresti d’accordo a fare il match?»
«E la borsa di quanto sarebbe?»
«Il giusto, vedrai che non ci saranno problemi».
«Considerami pronto».
«Grazie, sapevo di poter contare su di te. Ti faccio sapere a breve».
Basta e avanza per convincere Anita a ritirare i progetti di contestazione.
A Petterson va un piccolo premio per la disponibilità dimostrata.
Sandro intasca dieci milioni e sale sul ring.

Stoccolma, 11 novembre del 1966.
Come sempre, il match è spettacolare. Quattordicimila spettatori restano incantati dall’aggressività, dal ritmo e dalla grinta di Mazzinghi.

È un incontro selvaggio.
Un gancio sinistro di Sandro fa oscillare la testa di Högberg. Un gancio destro lo fa traballare. Montante sinistro, diretto destro e quello va giù. In dodici secondi il Ciclone porta una serie impressionante di colpi. Una macchina sparapugni fino a quando l’altro non cede e crolla al tappeto. Si rialza, ci riprova, ma l’arbitro pone fine a quello che stava diventando un match troppo pericoloso.

 

(daAnche i pugili piangono. Sandro Mazzinghi, un uomo senza paura, nato per combattere” di Dario Torromeo. Edizioni Absolutely Free. Vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport 2017)

 

Sabato l’AIBA elegge il nuovo presidente ad interim. Nulla è cambiato…

L’Aiba è sempre più in affanno e la figura di Umar Kremlev, segretario generale della Federazione russa, assume sempre più importanza.
Tre i prossimi appuntamenti.
Confermata la riunione di sabato 31 agosto a Istambul, dove sarà nominato il nuovo presidente ad interim (il terzo capo del movimento in nove mesi) e il nuovo presidente della Commissione Etica.
Il 15 novembre a Losanna si terrà il Congresso straordinario che dovrà dettare le linee guida. In quell’occasione dovrebbe essere fissato l’appuntamento decisivo per il futuro dell’Associazione: il Congresso elettivo che dovrà indicare la persona in grado di portare l’AIBA fuori dalle difficoltà in cui si trova al momento.
Ed è proprio qui che si annida il problema.
C’è una spaccatura. Due gruppi in conflitto tra loro.
Uno vuole andare alle elezioni nei termini previsti dall’attuale statuto, cioè entro il 29 marzo 2020.
Un altro vuole modificare lo Statuto, in occasione del Congresso del 15 novembre, inserendo una norma che allunghi i termini per la nomina del presidente.
La bulgara Emilia Grueva è tra le più attive in difesa dei tempi brevi. Sia per avere subito un punto fermo da cui partire, sia per tentare un’azione che porti soldi nelle casse dell’AIBA sollevando così le finanze attualmente in affanno.
È la strategia di Kremlev che ha proposto la creazione di un fondo globale mondiale gestito da società specializzate.
In favore di Kremlev e della Federazione russa si è espresso l’uscente presidente ad interim Mohamed Moustahsane (nella foto) in una lettera destinata alle Federazioni nazionali e inviata anche alla stampa specializzata.
In quel documento ringrazia il dirigente e la sua federazione per avere allestito i due Mondiali maschili e femminili, la giornata internazionale della boxe, il Global Boxing Forum.
“In due anni ha fatto progressi incredibili”.
Moustahsane ha smentito la possibilità di bancarotta per l’AIBA, precisando che l’organizzazione si sta muovendo per dare nuova stabilità alle proprie finanze. Ma non ha indicato come e quando queste operazioni avranno inizio.
La data più probabile per il congresso elettivo resta al momento quella del 28 marzo 2020.
Sabato sarà scelto invece il nuovo presidente ad interim tra i quattro attuali vice presidenti: Osvaldo Bisbol (Argentina), Anas Al Otalba (Emirati Arabi), Franco Falcinelli (Italia) ed Edgar Tanner (Australia).
Ha scritto Liam Morgan sul sito specializzato insidethegames.biz: “Falcinelli ha già ricoperto il ruolo, il suo ritorno alla presidenza ad interim sarebbe un esempio quasi perfetto delle preoccupazioni gravi del CIO sulla governance dell’AIBA.  Vale la pena ricordare che l’italiano è stato sospeso dal Comitato Esecutivo per aver cercato di sollecitare l’appoggio a Serik Konakbayev, lo sfidante di Rakhimov nelle sfortunate elezioni presidenziali, ma due mesi dopo è stato autorizzato a candidarsi per la rielezione alla vicepresidenza. Ha anche felicemente cambiato posizione in numerose occasioni, al punto che non sarà mai chiaro dove poggi la sua adesione.
Bisbal sta affrontando un voto di sfiducia da parte delle Federazioni Nazionali americane dopo essere stato menzionato direttamente nel rapporto CIO sull’AIBA. L’argentino è stato presidente della Commissione Arbitri e Giudici all’Olimpiade di Rio de Janeiro 2016, in quei Giochi segnati da uno scandalo sulla corruzione che ha visto sospesi tutti e 36 arbitri e giudici.
Si dice che Tanner sia stato avvertito di non proseguire nella candidatura da un alto dirigente australiano, mentre Al Otaiba è diventato presidente della Confederazione Asiatica solo nel novembre dello scorso anno”.
Il CIO non commenta, rimandando qualsiasi discorso politico e finanziario a dopo l’Olimpiade di Tokyo 2020. Finora non ha avuto alcuna risposta positiva su finanze, governance, arbitraggi. Se l’AIBA continuerà su questa linea sarà difficile che riconquisti lo status di federazione internazionale. Diventa sempre più attuale la possibilità che Parigi 2024 possa essere gestita da una nuova associazione mondiale.
I personaggi sono sempre gli stessi da anni. Gli errori sono stati epocali e hanno prodotto danni enormi, per la prima volta nella storia l’AIBA non avrà giurisdizione su un torneo olimpico, mentre le casse sono impoverite al limite del collasso.
Eppure vanno avanti come se nulla fosse. 

Cinquant’anni fa moriva Rocky Marciano, orgoglio dei due mondi

Il 31 agosto 1969, cinquant’anni fa, moriva Rocky Marciano. L’unico campione del mondo dei pesi massimi a essersi ritirato imbattuto (49-0). Aveva 45 anni.

Pasqualina Picciuto è una signora robusta, ha un paio di grossi occhiali da miope, indossa vestiti color pastello e tiene su i capelli con un fermaglio. Ha la faccia piena, le guance rotonde come il resto del corpo in salute. Viene da San Bartolomeo in Galdo nella provincia di Benevento. Arriva all’America, come si dice all’epoca, nel primo decennio del Novecento.
Conosce Pierino Marchegiano, lo sposa. Dopo qualche anno nasce Francesco Rocco.
Il papà di Pierino si chiama Luigi ed è un piccolo boss del quartiere italiano di Brockton. Gestisce una distilleria clandestina. I Picciuto e i Marchegiano vivono a meno di un miglio dal James Edgar Playground, dove i ragazzi vanno a giocare.

Francesco Rocco diventa Rocky e non gioca più.
Fa il pugile professionista. Ogni volta che combatte, Pasqualina sale sulla macchina di Rocco Del Colliano, il medico di famiglia, e si fa portare in giro per il quartiere. Il dottore ha una fermata fissa davanti alla chiesa. Lei entra, prega, accende un paio di ceri.
«Pasqualina, non avete mai visto Rocky combattere?».
«Mai, e mai lo vedrò».
«Rocky è forte, vince. Di che cosa avete paura?».
«Che faccia del male all’altro ragazzo, anche lui ha una mamma che prega».
Torna a casa, la radio è spenta. Aspetta solo che il telefono suoni.
«Mamma, sono Rocky. Ho vinto un’altra volta. Nessuno si è fatto male.»
Anche stanotte, Pasqualina dormirà serena.

Pierino Marchegiano viene da Ripa Teatina, in Abruzzo. È piccolino, ma forte. Vive a Brockton, cittadina di sessantamila anime a sud di Boston. Fa il fabbro, come il papà, poi diventa calzolaio. Durante la Prima Guerra Mondiale è con il II Marines. A Chateau Thierry, in Francia, il gas gli entra nei polmoni e ne mina la salute.
Quando l’1 settembre del ’23 nasce Francesco Rocco i problemi aumentano.
Lavora duro Pierino. Torna a casa e crolla sulla sedia, non ha neppure la forza di mangiare.
Il bambino ha meno di due anni quando rischia la vita per colpa di una broncopolmonite. Pasqualina disperata chiama prima il dottore, poi una guaritrice.

La vecchina ha novant’anni e metodi antichi. Fa bere al piccolo qualche bicchiere di acqua calda, lo mette a regime di brodo di gallina. E lui si salva. Ma altri guai sono in arrivo. C’è la crisi del ’29, soldi non ce ne sono, il posto di lavoro è a rischio, la malattia di Pierino pesa sulla serenità della casa.
Francesco Rocco cresce, si fa robusto, sogna un futuro da giocatore di baseball. Lascia gli studi e va a lavorare. Lava i piatti in un ristorante, pulisce i giardini, spala la neve davanti alle case. Guadagna qualche centesimo, mette assieme pochi dollari. La lotta quotidiana per sopravvivere è un incubo che non riuscirà mai a cancellare.
Le borse, anche quando diventa ricco e famoso, se le fa sempre pagare in contanti. I dollari li nasconde a decine di migliaia dentro lo sciacquone del bagno degli alberghi che lo ospitano alla vigilia dei match.

Quando si tratta di tirar su soldi, è capace di tutto. Va in giro a fare esibizioni. Per limitare le spese, si esibisce con il fratello Sonny. Per non fare nascere dubbi si fa chiamare Tony Zullo. Il fratello diventa Pete Fuller. Tutto fila liscio, fino al giorno in cui vanno ad esibirsi a Portland.
A Sonny scappa un destro che centra in pieno Rocco. Vola il paradenti. In un attimo il volto del campione si trasforma.
Sonny è terrorizzato, urla.
«Ehi Rocco, sono io. Sono tuo fratello, non colpirmi».
Si salva, ma il trucco è scoperto.

Francesco Rocco si appassiona al pugilato durante il servizio militare a Fort Devens, Virginia. Boxa da dilettante e lavora come operaio dell’Azienda del gas. È in quei giorni che si innamora di Barbara Cousins, la figlia di un agente di polizia irlandese: una brunetta che insegna nuoto. La sposa.
Per colpa di un annunciatore che non riesce a pronunciarne bene il nome, il 13 settembre del ’48 Francesco Rocco Marchegiano diventa Rocky Marciano.

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La seconda guerra mondiale è finita da qualche anno, si fa fatica a riprendere la vita per il giusto verso. Joe Louis (a destra nella foto sopra) è amato da tutti. Anche dai bookmaker, che aprono a 3/10 per chiudere a 5/7. Rocky è più giovane, è in ascesa e ha spazzato via come birilli tutti gli avversari. Non basta. Ci sono quasi 18.000 spettatori all’interno del Madison Square Garden.
Nell’ottavo round Rocky avanza con il peso del corpo che poggia tutto sulla gamba destra, il tronco va quasi a toccare il fianco, sembra voglia spostarsi di lato per vedere meglio il bersaglio. E proprio da quella posizione parte il sinistro che Louis non vede. È finita. L’angoscia dura qualche secondo e qualche pugno ancora. Il vecchio Joe vola fuori dalle corde, resta indifeso. Umiliato, più che sconfitto.

Non c’è eleganza nella boxe di Marciano. Usa le braccia come clave che si abbattono sul nemico di turno. Picchia anche quando l’altro prova a fermarlo. Picchia, anche quando colpi tremendi del rivale provano a sbarragli la strada.
La notte che Primo Carnera mette ko Jack Sharkey e diventa campione del mondo dei massimi, Marciano ha nove anni. Fa festa il quartiere italiano di Brockton, fuochi d’artificio illuminano le strade attorno alla casa di Pierino e Pasqualina Marchegiano. Il ragazzino è chiuso in stanza, guarda fuori dalla finestra e sogna.
«Il giorno che diventerò campione, offrirò un grande party a tutto il quartiere».
Vinto il titolo, Carnera va a Brockton per parlare agli italiani nella vecchia Arena di Pleasant Street. Lo zio John Picciuto porta Rocco a vederlo.«Papà, ho visto Carnera. L’ho toccato».
«Rocco dimmi, quanto è grande?».
«È più alto di questo tetto. E dovresti vedere quanto sono grandi le sue mani».
Il bambino cresce e insegue il sogno.

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Il campione è Jersey Joe Walcott (a sinistra nella foto). Anche il suo è un nome d’arte. Si chiama Arnold Raymond Cream, i genitori vengono dalle Barbados. Da lì sono scappati in cerca di fortuna. Dieci fratelli e la fame come compagna di tutta l’infanzia.
Profondamente religioso, padre di sei splendidi bambini, Walcott si è fidato troppo degli uomini. I manager lo hanno privato di parte consistente dei guadagni. Per sette volte ha lasciato la boxe, preferendo lavorare come operaio edile, camionista o spazzino. Poi Felice Bochicchio, l’ultimo manager, l’ha convinto a tornare in palestra.
Philadelphia, Municipal Stadium, 23 settembre 1952. Il popolare radiocronista Don Dunphy parla a venti milioni di americani.
«Le gambe senza età di Walcott lo tengono lontano dai guai. Ma Walcott adesso è alle corde. È colpito da un destro alla mascella. È senza difesa alle corde e ha preso un destro alla mascella. È a terra. Potrebbe essere ko, non credo riuscirà ad alzarsi. Un diretto destro terribile alla mascella e Walcott è fuori combattimento. Abbiamo un nuovo campione del mondo. È Rocky Marciano, ancora imbattuto, da Brockton, Massachusets».

Non è stato facile. Jersey Joe sul ring è come una pantera, danza morbido e fa scattare il sinistro una-due-cento volte. È con un sinistro che manda al tappeto Rocky nel primo round. Una brutta ferita, ci vorranno quattordici punti per suturarla, si apre sull’arcata sopracciliare sinistra dell’italo-americano. C’è aria di disfatta. Le cariche da toro infuriato non portano risultati contro la classe del nemico. Danza Walcott. E colpisce. Ma i pugni di Rocky possono demolire i palazzi. Perché mai un uomo dovrebbe restare in piedi?
Jersey Joe Walcott va al tappeto nel  tredicesimo round, quando è in testa nei cartellini dei giudici. Ma va giù, knockout.
C’è festa attorno al nuovo campione.

Nella rivincita imposta dal contratto, Walcott dura meno di un round. Poi Marciano supera Roland La Starza e due volte Ezzard Charles. Nella seconda sfida il naso di Rocky si spacca a metà, servono 46 punti di sutura per riparare il danno. Infine arriva l’inglese Don Cockell e la promessa fatta a Barbara.
«Un altro match, poi chiudo».

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La più grande paura sul ring la vive nel match contro Carmine Vingo (a destra nella foto). Il ragazzo ha vent’anni, origini italiane, i genitori sfidano la povertà nel Bronx. La sera del 30 dicembre 1949 sale sul ring del Madison contro Rocky.
Dopo due minuti Vingo è già al tappeto, ha la mascella fratturata, ma si rialza e va avanti. Va ancora giù, ha il volto insanguinato, deformato dai colpi di Marciano. Nella sesta ripresa un sinistro del campione lo rispedisce knockdown. L’arbitro non conta neppure, guarda gli occhi vitrei del ragazzo e chiama il medico.

Non c’è un’ambulanza ad aspettare fuori del Garden, non ci sono ambulanze che possono arrivare dal vicino Santa Clara. Il dottor Vincent Nardiello fa trasportare Vingo a piedi, avvolto in coperte che diventano un’improvvisata barella, fino all’ospedale. Il pugile è in coma, gli viene data l’estrema unzione. Rocky è lì accanto, distrutto anche lui.
Ci vogliono venti giorni per i primi miglioramenti, il miracolo di un ritorno alla vita. Dopo due anni Carmine Vingo recupera la completa efficienza fisica. Marciano paga le spese mediche e quando il ragazzo celebra le nozze con la bella Kitty regala agli sposi la stanza da letto. Vingo sarà presente a ogni match importante dell’ex rivale.
Rocky pensa sempre di più agli amici, alla famiglia. E’ con loro che vuole passare le giornate. Non con gli sparring partner e quel torturatore di Al Weill.

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Archie Moore è un mito, un artista, un vecchio marpione che riesce a mandare Rocky per la seconda volta nella carriera al tappeto (foto).
Dopo il knockdown si scatena la furia di Marciano. Il ko avviene per sfinimento. Le mazzate di Rocky sono terribili. È il 21 settembre 1955, Marciano non salirà più su un ring. Non riprenderà a combattere neppure davanti alle offerte di un milione di dollari per sfidare Patterson e di tre milioni per battersi con Liston. La promessa fatta a Barbara è sacra.

Il 31 agosto del 1965 vola verso l’ennesima conferenza, 1.500 dollari per ogni presenza. Ha guadagnato tre milioni di dollari in carriera, ha conti in banche diverse sotto nomi diversi. Trecentomila dollari non saranno mai trovati, tutti ignoravano sotto quale pseudonimo fosse stato aperto l’ennesimo conto.

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Vola su un Cessna 172 assieme a due amici. Uno è Frank Farrel, giovane assicuratore. Il pilota è Glenn Bells, di professione imprenditore edile. È miope e come autista ha rimediato quattordici multe per eccesso di velocità. Un violento temporale lo costringe a un atterraggio di fortuna a pochi chilometri dall’aeroporto di Newton, nello Iowa. L’aereo da turismo va a schiantarsi sull’unica quercia della pista (foto). Il pilota e i due passeggeri muoiono sul colpo.

Barbara perde il marito che ama.
La boxe perde l’unico campione del mondo dei massimi, tosto al punto da ritirarsi imbattuto dopo quarantanove match.

ROCKY MARCIANO, Francesco Rocco Marchegiano, era nato l’1 settembre 1923 a Brockton (Massachusetts), è morto il 31 agosto 1969 a Newton (Iowa). È stato campione del mondo dei pesi massimi dal 1952 al 1955. Ha chiuso la carriera con un record di 49-0, 43 ko.

Otto Wallin ha una storia da raccontare. Il 14 settembre sfiderà Tyson Fury

Era la notte tra il 26 e il 27 giugno del ’59.
Un ragazzino di nove anni era seduto in cucina e ascoltava la radio. Il papà lo aveva svegliato pochi minuti prima. Insieme avevano lentamente chiuso le porte delle loro camere da letto, avevano percorso l’ingresso cercando di fare il minor rumore possibile. In cucina avevano acceso la luce, per poi cercare con l’animo eccitato la stazione radio giusta.
La voce del commentatore veniva dallo Yankee Stadium, nel Bronx. New York, Stati Uniti d’America.
Erano in tanti ad essere svegli a Sundsvall, cittadina di cinquantamila abitanti, a quattro ore di macchina da Stoccolma. Erano in tanti in tutti la Svezia quelli che avevano deciso di fare l’alba ascoltando il radiocronista che parlava da così lontano.

Un ring al centro dello stadio. In un angolo il campione del mondo dei pesi massimi, Floyd Patterson: una sola sconfitta in 36 match. Nell’altro lo sfidante, Ingemar Johansson, svedese imbattuto: 21-0. Una nazione intera con il fiato sospeso.
Quel bambino di nove anni si chiamava Calle Wallin e adorava la boxe.
Tutti sognavano, molti di meno quelli che speravano. E invece…
Un massacro, nel terzo round Patterson finiva sette volte giù prima che l’arbitro Ruby Goldstein decretasse il kot dopo 2:03.
La festa poteva cominciare.

Sessant’anni dopo un altro peso massimo svedese cerca un ruolo da protagonista nell’universo dei massimi. Si chiama Otto Wallin ed è il figlio di Calle. Con il papà ha parlato spesso di un match di grande importanza nel regno della boxe, a Las Vegas. Hanno fatto progetti, congetture, sogni e promesse.
Otto ha lasciato Sundsvall ed è andato a New York per cercare di vivere la vita come l’aveva sognata. E il papà ha assecondato ogni suo gesto. Era stato lui a portarlo in palestra quando era ancora piccolino, era stato lui il primo insegnante.
Ingemar Johnasson ricopriva sempre lo stesso ruolo. Un mito non cambia mai posto nel cuore dei tifosi. Chissà se un giorno…
Due anni dopo essere sbarcato a New York, Otto aveva avuto la prima occasione di combattere negli States. Alla Boardwalk di Atlantic City affrontava Nick Kisner in un match sulle dieci riprese, la sfida sarebbe stata trasmessa in diretta da Showtime. Non era andata come lo svedese sognava. Nel primo round, dopo uno scontro fortuito di teste, il ragazzo del Maryland si procutava una larga e profonda ferita sulla fronte. Match sospeso. Niente gloria, né scarico di adrenalina.

In platea c’era anche il papà, arrivato laggiù per essere vicino al figlio e dividere con lui preoccupazioni, gioie ed emozioni.
Calle è morto il 22 maggio scorso, stroncato da un infarto.
Aveva 68 anni.
“Qualsiasi cosa mi accada, tu non fermarti mai. Vai avanti, vai avanti…”
Otto in questi tre mesi ha ripetuto più volte quelle parole nella sua testa, erano l’ultimo messaggio del papà.
Il match successivo avrebbe dovuto farlo contro B.J. Flores, ma la commissione medica fermava il suo avversario alla vigilia dell’incontro. Una maledizione che oscillava tra dramma e tragedia non voleva proprio abbandonarlo.

Poi, a sorpresa arrivava la proposta.
14 settembre a Las Vegas contro Tyson Fury.
Niente titolo in palio, ma un palcoscenico eccezionale che avrebbe generato un grande clamore. Neppure un secondo per riflettere, accettare era stato un piacere.
E qui la storia prende un’altra strada.
Otto Wallin non ha né i mezzi, né il curriculum per inseguire il sogno.
È imbattuto (21-0, 13 ko), è campione europeo, numero 4 della WBA. Tutto vero, ma non è al livello del gigante britannico.

Da dilettante (tra il 2008 e il 2010) ha affrontato due volte Anthony Joshua. E ha perso in entrambe le occasioni, poi è diventato uno dei suoi sparring. È un mancino, alto 1.97, che mi sembra non abbia grande pesantezza di pugno. Ha più di una pecca anche sul piano tecnico e non ha certo la velocità di Andy Ruiz jr.
I boomaker hanno messo assieme tutto questo e hanno annunciato le quote: Tyson Fury paga 1.04, Otto Wallin paga 11. Dire che sia sfavorito mi sembra un eufemismo.

 

Ho dato uno sguardo ad alcuni suoi match, mentre i video scorrevano sono stato assalito da qualche dubbio. Lui centrava l’avversario sui guantoni e quello crollava fulminato, appoggiava un jab non eccezionale e l’altro finiva ko. Poi sono arrivato al momento decisivo dell’incontro con David Gegeshidze (14 marzo 2015, video sopra). A vuoto il tentativo di gancio destro, a vuoto anche il sinistro. Gegeshidze crollava comunque al tappeto, come se fosse stato centrato da una palla di cannone. L’arbitro fermava il match, kot dopo 2:32 del secondo round. Mah…
“Wallin è meglio di Tom Schwarz perché ha un grande allenatore” ha detto in un’intervista radiofonica Teddy Atlas. Il coach in questione è Joey Gamache, due volte campione del mondo: nei superpiuma e nei leggeri. Ottimo maestro. Ma non credo possa bastare.
I tempi di Johansson sono lontani, in tutti i sensi. La Svezia ha proibito il professionismo dal 1970 al 2007. In questi ultimi dodici anni di fenomeni non se ne sono visti in giro. E non credo che Otto Wallin lo sia. È 4 per Wba, ma è anche 31 per il WBC e nelle classifiche più chiacchierate e criticate dell’anno, quelle di boxrec.com, occupa il posto numero 46.
Ha 28 anni e la testa piena di sogni.
Alcuni mi sembrano proprio impossibili da realizzare.
Il 14 settembre sul ring della T-Mobile Arena di Las Vegas ci sarà da soffrire. E per molti anni a venire credo che la Svezia dovrà continuare ad aspettare l’erede del mitico Ingemar. Tom Schwarz è durato meno di due round, dubito che Otto Wallin possa fare molto di più.

Vianello contro Cassius Anderson (7-1-0) il 14 settembre a Las Vegas

Sarà Cassius Anderson il rivale di Guido Vianello il 14 settembre, nel programma che avrà il suo clou in Tyson Fury vs Otto Wallin alla T-Mobile Arena di Las Vegas.
Anderson, trentacinquenne di Toledo (Ohio) ha un record di 7-1-0 (3 ko). È passato tardi al professionismo, la scelta è avvenuta quando aveva già 32 anni.
L’unica sconfitta è datata 10 marzo 2018, una serata storta in cui è stato messo knock out al primo round da Terrel Jamal Woods (15-38-7, 11 ko).
Anderson ha disputato l’ultimo match il 18 maggio scorso, battendo Ronald Baca (9-3-4) per decisione unanime in sei riprese. Al peso ha segnato 110,600 kg.

Cassius Anderson è soprannominato Thunder Cat (nel video è quello con le frange gialle sui pantaloncini).
Guido Vianello ha un record di 4-0, 4 ko.

Condò, Bertolucci, Sacchi, Sanchini e gli altri commentatori televisivi

Conosco Paolo Condò, dire che sono un suo amico mi sembrerebbe esagerato. Ci siamo incrociati quasi sempre per lavoro, con l’aggiunta di un paio di cene legate a un premio. Eravamo in corsa entrambi. Nessuno dei due ha vinto.
Questo per dire che quanto sto per scrivere non è figlio di frequentazioni intense, non abbiamo neppure lavorato nello stesso giornale.
Ecco, definita la cornice, parlo del quadro.
Un giornalista televisivo per me dovrebbe essere proprio come Paolo.
Ha competenza, non è supponente, parla usando un italiano pulito e non fa uso né di termini gergali, né di frasi astruse al cui interno si trovano parole che neppure esistono nella nostra lingua. Non urla, non insulta. Argomenta. Illustra tecnicamente, fa riferimenti storici, appoggia con i fatti le sue interpretazioni. Ha senso dell’umorismo e lo usa istintivamente, senza cercare l’applauso ma solo perché nel ritmo del discorso ci sta bene. E poi, gli viene naturale.
Appartiene a una razza in via di estinzione, quella dei commentatori televisivi ancora convinti che il protagonista delle trasmissioni sia lo sport, non il proprio ego.
La televisione deforma, stravolge il comportamento di professionisti che perdono di vista l’obiettivo, che è quello di fare chiarezza, attraverso la competenza, sullo spettacolo che il mezzo televisivo ci propone. Il loro racconto manca di lucide analisi, sostituite da frasi lontane dalla bellezza della nostra lingua, frasi che hanno il solo scopo di gonfiare chi le pronuncia.
Sono uno spettatore all’antica.
Mi piace il modo di proporsi di Paolo Bertolucci. In tempi passati chiacchieravamo sugli spalti degli stadi di tennis in ogni parte del mondo. Vedevamo assieme la partita e con un paio di frasi chiare, illuminanti, lui riusciva a spiegarmi tatticamente cosa stesse accadendo in campo, anticipando quello che sarebbe poi accaduto. Ottimo tennista, bravo commissario tecnico di Coppa Davis, quasi perfetto commentatore tecnico. E questo senza arrotolarsi in discorsi contorti che altri suoi colleghi, in sport più popolari, fanno. Ex calciatori che si intrecciano in sproloqui a mezza via tra la supercazzola del Conte Mascetti e i monologhi di Bergonzoni. Paolo commenta avvalendosi di grande competenza tecnica e di un buon senso dell’umorismo. Indispensabili se vai ad affrontare quattro ore di telecronaca.

Mi piace il modo di proporsi di Luca Sacchi, medaglia olimpica, specialista del nuoto. Ha un ritmo di telecronaca che mi tiene incollato al teleschermo, fornisce spunti tecnici interessanti e a volte mi regala qualche gustoso aneddoto. Nel calcio accade che le seconde voci tendano a non sbilanciarsi, a non inimicarsi l’ambiente, piuttosto che a entrare nel cuore dell’evento. Lui non lo fa. Racconta, critica, anticipa, azzarda. E fa tutto questo senza mai lasciarsi tentare da uno sproloquio linguistico. Anche il gesto tecnico, la frequenza delle bracciate, il ritmo di gara vengono narrati con un vocabolario comprensibile da chiunque. Senza arroganza.

 

Da qualche tempo seguo con sempre più interesse il motociclismo. Mi appassiona sempre di più.
Ho imparato ad amarlo dopo essere stato plagiato da Paolo Scalera: giornalista competente, bravo nella scrittura, informato. E simpatico.
Adesso seguo il Motomondiale su Sky e non perdo un Gran Premio. Mi piace il modo di raccontare di Guido Meda, il ritmo della sua narrazione, il suono più delle parole che servono al racconto. È come se seguissi un concerto rock, lui è il frontman che usa a volte un linguaggio da fumetti per rendere più appassionante la storia. A me sembra che quelle parole non stonino mai, ci sento dentro passione e conoscenza.
Meda, bravo di suo, ha la fortuna di avere a fianco Mauro Sanchini. Lo confesso, la prima cosa che mi è piaciuta di lui è stata la voce. Anche qui, vi ho trovato qualcosa di musicale che mi ha conquistato. L’inflessione dialettale a volte rende più armoniosa la frase, ma è soprattutto quello che dice a piacermi. Spiega, racconta, azzarda pronostici anche al centro di una situazione intricata. Fa il giusto controcanto alla voce guida, arricchisce i contenuti della telecronaca e (ancora una volta) ha senso dell’umorismo. Dote, quest’ultima, indispensabile per non esaltarsi sino a volare per poi sgonfiarsi improvvisamente.

Allinearsi con l’estasi.
La pulizia dell’assistenza.
Sino all’inquietante gioca con i piedi invertiti, espressione che mi procura angoscia e pena per quegli uomini in perenne difficoltà di deambulazione.
No, frasi come queste, e qualcuna anche peggio, non le sentirete mai dalla voce di Paolo Condò, Paolo Bertolucci, Luca Sacchi e Mauro Sanchini.
Fosse per loro Antani, blinda la supercazzola prematurata con doppio scappellamento a destra è stata, è e sarà un’esclusiva del Conte Mascetti (magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi in Amici miei). Non, come pensa qualcuno, l’espressione massima di competenza, il trionfo del sapere.
È un po’ come quelli che confondono serio e serioso, quelli che riempiono i loro articoli di termini incomprensibili.
Ho avuto la fortuna di conoscere Franco Dominici, un grande giornalista del Corriere dello Sport. Mi ha spiegato che il nostro lavoro è quello di raccontare ciò che il lettore non può vedere (una volta accadeva, ora accade sempre più raramente). Di raccontarlo attraverso le emozioni, non discostandosi mai dalla realtà. Mi diceva che bisognava essere perennemente curiosi, per potere rispondere alle domande che i lettori avrebbero potuto farsi. Informarsi, narrare con passione e competenza, parlare un italiano corretto e semplice. Era il suo credo.
Ho conosciuto un prete, padre Guido, che aveva una grande cultura. Questa gli permetteva di comunicare con la gente della Garbatella, quartiere di frontiera nella Roma dei primi anni Sessanta.
Insegnava in una scuola media della zona, il Baronio. Le lezioni le teneva all’aria aperta. Voleva che si studiassero le stelle di sera, che si guardassero gli insetti nelle calde giornate d’estate, i pianeti erano meno misteriosi se guardati quaggiù dalla Terra piuttosto che studiati solo sulle pagine dei libri. Essere a contatto con quella natura che gli studenti dovevano imparare a conoscere, ecco quale era l’insegnamento del PRETE. Erano lezioni di scienze e di vita quelle che impartiva.
Padre Guido usava la parola come il mezzo più diretto per cercare di capire e poi risolvere i problemi.
“Sono sempre stato a contatto con la vita” ripeteva.
Era un uomo di cultura, ma non faceva pesare questo suo sapere. Lo usava per entrare in contatto con chi non aveva avuto la fortuna di studiare.
Ecco, a me sembra che oggi pochi commentatori televisivi siano rimasti a contatto con la vita. Ancora di meno accettino di spartire il pane del sapere. Non raccontano, preferiscono spiegare. Sono in questo molto romani, anche se nati in qualsiasi altra parte d’Italia. “Mo te spiego…”.
Hanno dimenticato in fretta ruolo e contesto in cui operano.
Per questo ringrazio Condò, Bertolucci, Sacchi e Sanchin. Quando mi metto davanti alla tv e li ascolto, mi danno la conferma di come lo sport possa ancora essere un divertimento. Una passione, un’industria milionaria e spesso corrotta sì, ma anche un gioco che ci accompagna col sorriso in questa vita.

 

 

 

 

La Russia studia un piano per creare una nuova Federazione Mondiale

Umar Kremlev, 37 anni il prossimo 1 novembre, sposato e padre di due figli, è il dirigente sportivo che molti addetti ai lavori indicano come il prossimo nuovo leader del pugilato olimpico.
Attuale segretario della Federazione russa, ha fatto il suo ingresso nel mondo della boxe nel 2015, due anni dopo ha assunto un ruolo rilevante nel movimento.
È l’uomo che ha offerto 16 milioni di dollari dal proprio conto bancario per ripianare quasi totalmente i debiti dell’AIBA, la proposta è stata respinta dall’Ente.
È stato recentemente accusato, assieme all’ucraino Volodymyr Prodyvus, di aver violato il codice etico. I due sono stati oggetto di un’indagine tesa a stabilire la veridicità di “presunte condanne penali”.
La Commissione disciplinare dell’AIBA ha chiarito la loro posizione, riconoscendoli privi di un passato criminale. Non è stata riscontrata alcuna prova che confortasse l’accusa.
I due dirigenti, nei giorni che hanno preceduto l’inchiesta, avevano presentato una mozione di sfiducia nei confronti del presidente ad interim Mohammed Moustahasane e del presidente della commissione etica Jost Schmid.
Mustahsane e Schmid si sono dimessi.
La Russia sembra essere diventata la nazione guida nella corsa al cambiamento della governance AIBA. Se non fosse possibile modificare l’attuale Associazione, non è escluso che si punti a creare una nuova Federazione Mondiale in accordo con il CIO.

Kremlev (primo vice presidente della Federazione europea, sopra con il presidente Franco Falcinelli) ha illustrato la sua idea di un piano di risanamento finanziario, attraverso la creazione di un fondo (Global Boxing Fund) sostenuto da donazioni fatte da singoli, enti pubblici e privati, sponsor. Un fondo in cui coinvolgere dilettantismo e Enti professionistici mondiali (i presidenti di Wba, Wbo ed IBF hanno subito appoggiato l’idea, foto sotto) da affidare a una società di investimenti.

“Lavoreremo con uno dei quattro migliori uffici mondiali che forniscono servizi di auditing e consulenza: Deloitte Touche Tohmatsu, PricewaterhouseCoopers, Ernst & Young, KPMG. Uno di questi sarà scelto e fornirà periodicamente un rapporto che indicherà da dove provenga il denaro e come verrà rimborsato ogni debito. Abbiamo già iniziato i negoziati”.
È stato anche fatto il nome dell’uomo che dovrebbe guidare la commissione finanziaria: il cinese Di Wu, 54 anni, laureato in economia ed ex vice presidente AIBA.
Il fatto che i due prossimi Mondiali, maschili e femminili, si svolgano nella stessa stagione e abbiano entrambi sede in Russia potrebbe essere un indicatore di come le cose stiano procedendo. In passato la Russia ha ospitato due sole edizioni mondiali: nel 1989 a Mosca (ma era ancora URSS) per il maschile, nel 2005 a Podolsk per il femminile.
Le casse dell’AIBA sono in sofferenza (fonti solitamente bene informate affermano che la giacenza del conto sia tra i 220.000 e i 400.00 dollari) e ogni spesa diventa un passo avanti verso la bancarotta (come ha dichiarato il direttore esecutivo Tom Virgets).

A questo punto la domanda che sorge spontanea è: che valenza avrà un campionato mondiale gestito da una Federazione Internazionale sospesa dal suo ruolo, in crisi finanziaria e priva di un presidente, un campionato a cui è stato tolto qualsiasi valore di qualificazione olimpica?
Resta in alto mare anche la soluzione del problema arbitri e giudici. A quanto sembra la scelta per entrambi i Mondiali (maschili, 7-21 settembre a Ekaterinburg;  femminili, 3-10 ottobre a Ulan Ude) sarebbe quella di mandare sul ring solo poche prime linee, evitando il rischio di bruciare i migliori in vista di Tokyo 2020 (il corpo degli ufficiali di gara in quell’occasione sarà ancora fornito dai tesserati AIBA). Questo metterà evidentemente a rischio la gestione dei tornei iridati. Non è azzardato dire che potremmo andare incontro ad altre imbarazzanti decisioni che penalizzerebbero il lavoro dei pugili.

Sabato prossimo l’AIBA dovrebbe eleggere il nuovo presidente ad interim. Il 15 novembre, in un Congresso Straordinario che si dovrebbe tenere a Losanna, dovrebbe essere eletto l’uomo che dovrebbe guidare la Federazione Mondiale fuori dalla crisi.
Il pugilato deve sempre più affidarsi al condizionale, da tempo ha perso ogni certezza.

 

Più soldi e una denuncia convincono Ruiz jr. Andrà in Arabia Saudita

L’annuncio è arrivato via social network, sembra sia l’unico modo per comunicare. Andy Ruiz jr l’ha postato sul suo profilo Instagram. E dopo cinque ore quelle poche righe erano già state lette da 106.393 persone.
“Sono entusiasta di annunciare la mia rivincita con Anthony Joshua. Nel primo combattimento ho fatto la storia e sono diventato il primo campione mondiale messicano / americano dei pesi massimi.  Sono grato all’Arabia Saudita per avermi invitato. Ho preso il titolo ad AJ nella Grande Mela  e non vedo l’ora di chiudere la sua carriera nel deserto. Non perdete questa battaglia! Mostrerò la grandezza del pugilato messicano in Arabia Saudita e nel resto del mondo. Viva Mexico!”
L’accordo è stato raggiunto in seguito a una doppia iniziativa di Eddie Hearn di Matchroom.
Il promoter inglese ha depositato presso la New York Southern District Court una denuncia contro Andy Ruiz jr per mancato rispetto del contratto firmato alla vigilia del primo match.
Il nuovo campione è diventato più disponibile e quando Hearn ha portato da nove (come scritto sull’accordo) a dieci milioni di dollari il minimo garantito, tutto si è risolto.
Il 7 dicembre a Diriyah, Arabia Saudita, Andy Ruiz jr (33-1-0, 22 ko) difenderà il mondiale massimi Wba/Wbo/Ibf contro Anthony Joshua (22-1-0, 21 ko) per una borsa di 10 milioni di dollari.
In settembre i due protagonisti presenteranno la sfida in tre incontri con la stampa: in Arabia Saudita, a New York e a Londra.
Il primo match, disputatosi al Madison Square Garden di New York l’1 giugno scorso, è stato vinto per kot dopo 1:27 della settima ripresa, da Andy Ruiz jr.