Tragica storia di Caleb, campione triste che sabato difenderà il mondiale

Ho riconosciuto la felicità
dal rumore che ha fatto andandosene
(Jacques Prévert)

Essere felici, a volte accade.
Caleb Plant lo è stato.
Nei primi match da professionista, nella gioia di un amore giovane, nel momento in cui lei gli ha confidato che sarebbe diventato padre.
Ma la felicità spesso scappa via velocemente e lascia che sia la tragedia a ricordarti che il compito di molti di noi, in questa vita, è piangere piuttosto che gioire.
La gioia della paternità dura lo spazio di un mattino. Scrivo così perché rende meglio l’idea, anche se in questa storia forse non dura neppure quello.

Un’ambulanza si ferma a New Hope Road, angolo Highway 41A,  Cheatam, Tennessee. L’autista prende il telefono, chiama il 911 e chiede aiuto.

Caleb ha subito saputo che diventare padre sarebbe rimasto un sogno, spezzato da una notizia crudele. Alia è nata il 7 maggio del 2013, è nata malata. Una rara malformazione del cervello, la mancanza di difese immunitarie, una grave infezione degenerata in polmonite. È morta il 29 gennaio del 2015. Aveva diciannove mesi.
Plant torna a combattere meno di quaranta giorni dopo. Sale sei volte sul ring, in quell’anno maledetto. Un match dietro l’altro, battendosi più contro i demoni che contro altri pugili.

L’autista dell’ambulanza avverte lo sceriffo che una donna, la stessa che stanno trasportando verso l’ospedale di Nashville, ha estratto un coltello dallo zaino e l’ha puntato contro un paramedico.

Caleb Plant non può a dimenticare. Una vita spezzata appena dopo essere sbocciata, un peso incredibile sulle spalle di un padre. Una promessa fatta alla bambina, quella di portare la cintura mondiale sulla tomba. Serve ad alleggerire di qualche grammo un macigno che pesa tonnellate.
Alla fine riusce a mantenere la parola.
Il 13 gennaio 2019 batte Josè Uzcàtegui a Los Angeles e diventa il nuovo campione mondiale IBF dei supermedi.
Il giorno dopo depone la cintura accanto alla lapide di Alia.

La macchina della polizia arriva veloce. Si ferma vicino all’ambulanza, il vice-sceriffo scende dall’auto, fa pochi passi, poi si blocca. Quella donna scende dal pullmino e brandisce un coltello.

La notte del mondiale, Caleb la conclude con una commovente cerimonia negli spogliatoi del Palasport. Si inginocchia davanti alla compagna Jordan Hardy e formula la domanda di rito.
“Amore, vuoi sposarmi?”
“Sì!”
È fatta.
Tornano nella loro casa di Las Vegas.

Il vice-sceriffo fa qualche passo verso la donna, lei gli muove il coltello davanti, lui spara, lei muore. Lo sceriffo Mike Breedlove scrive sui social. “È facile per una persona prendere una decisione quando si hanno ore, giorni e mesi per studiare la situazione seduti su un divano. Un altro conto è quando sei lì fuori nell’oscurità mentre urla, sangue e armi entrano nel mix. I tuoi secondi si riducono a un istante, devi fare una scelta immediata, mentre i corsi di preparazione ti prendono a calci nello stomaco.” Quella donna si chiamava Beth, aveva 51 anni. Era la mamma di Caleb Plant, è morta il 9 marzo 2019.

Il campione scrive sui social, uno struggente messaggio che poche ore dopo viene rimosso.
Ti amo e ti amerò per sempre, mamma. Hai sempre detto “lavora duro Bubba” e io l’ho fatto. So che abbiamo passato molto tempo sperando che il nostro rapporto diventasse diverso, ma tu eri e sarai per sempre la mia mamma. Avevamo desiderato entrambi di ripartire da zero, sarei voluto tornare indietro, avremmo potuto ricominciare daccapo. Avevi i tuoi demoni, ma avresti dato le scarpe che avevi ai piedi e il tuo ultimo dollaro a chiunque ne avesse avuto bisogno. Ti amo mamma e so che ora sei lì con Alia, la mia bambina e la sua nonna finalmente insieme. Sei la prima di tutti noi a vedere che cosa sia veramente Alia, baciala e dille che suo padre la ama, che lei gli manca tanto.”
Essere felici.
A volte accade, ma quasi sempre dura troppo poco.

Sabato 20 luglio, all’MGM Grand di Las Vegas, Caleb Plant difende il titolo IBF dei supermedi contro Mike Lee.

Whitaker, quattro volte mondiale, ucciso da un’auto. Aveva 55 anni

Erano da poco passate le 10 di domenica sera a Virginia Beach, Virginia, quando la polizia locale ha ricevuto la chiamata.
“Un incidente all’incrocio tra Northampton Boulevard e Baker Road. C’è un uomo a terra”.
Quell’uomo era Pernell Whitaker, 55 anni, campione del mondo di tre categorie. Un grande interprete dell’arte della difesa.
È rimasto ucciso in seguito alle ferite subite dopo che un’auto lo aveva investito.

Un grande fin da dilettante (214-4-0 il suo record). Campione olimpico nei leggeri a Los Angeles 1984. Un grande da professionista: 40-4-1 (17 ko). Campione del mondo in quattro categorie: leggeri, superleggeri, welter e superwelter.
Ha sconfitto Roger Mayweather, Josè Luis Ramirez, Greg Haugen, Freddie Pendleton, Azumah Nelson, Jorge Paez, James McGirt, Julio Cesar Vasquez.

Tre delle quattro sconfitte le ha subite negli ultimi match della carriera, l’altra ai punti per split decision nel primo match contro Josè Luis Ramirez.
Il 27 aprile del 2001 ha disputato l’ultimo incontro, poi si è dedicato all’insegnamento. Ha allenato Zab Judah, Kaizer Mabuza e Amir Khan.

Il 10 settembre del 1993 ha pareggiato in dodici round, per il WBC dei welter, contro Julio Cesar Chavez (all’epoca 87-0) 115-113 115-115 115-115. Un verdetto che molti osservatori hanno giudicato ingiusto nei confronti di Whitaker: la maggior parte dei giornalisti lo aveva visto vincitore. Un verdetto finito su Sports Illustrated con il titolo ROBBED!
L’ex pugile è morto sul colpo, il conducente dell’auto che lo ha investito è stato interrogato dalla polizia. Sembra che Pernell fosse vestito interamente di nero e la strada non fosse illuminata bene. Le indagini proseguono.
Pernell Sweet Pea Whitaker lascia la moglie e cinque figli.

Blandamura: Amo la boxe anche dopo un ko! Non si resta mai al tappeto…

Emanuele Blandamura ha trascorso la notte di giovedì alla Mater Dei. Dopo la sconfitta contro Marcus Morrison ha effettuato gli accertamenti richiesti dopo un ko violento. Ha salutato il gruppo dei parenti (zia Teresa, zio Moris, la cugina Giulia, papà Nicola e la compagna, zia Concetta, mamma Maria Teresa) e, accompagnato da Veronica e dalla mamma di lei, si è recato in clinica. Tutto bene, sospiro di sollievo.
Stamattina la prima sorpresa l’ha avuta aprendo l’account Instagram: più di milleduecento messaggi di tifosi che lo ringraziavano per le emozioni che aveva saputo regalare e lo riempivano di complimenti. Poi, decine di telefonate.

Lo chiamo.
Lele, come stai?
“Bene, anche se non ho ancora smaltito la rabbia per come è finita”.
Dopo un knock out così duro, cosa provi nei confronti del pugilato?
“Amore”.
Amore?
“È quello che ho provato in passato, provo oggi e proverò sempre. Per me la boxe è stata un’ancora di salvataggio, mi ha permesso di diventare il ragazzo che volevo essere. E questo non lo dimenticherò mai”.
Se qualcuno ti dicesse: hai subito un ko e ami ancora il pugilato, vuol dire che c’è qualcosa che non quadra in te. Cosa faresti?
“Lo prenderei per mano e lo farei salire su un ring. Poi scenderei e chiamerei il pubblico di ieri sera, uno per uno. Entrerei nel tunnel che porta alla platea e gli farei sentire l’annuncio di Michael Buffer, poi il boato della folla. Capirebbe cosa significa sentire sulla pelle l’amore della gente venuta lì per te, pronta a regalarti emozioni. A quel punto credo che anche lui si convincerebbe che il pugilato è amore”.
Spiega il concetto anche sul suo account Instagram.
“L’emozione che ho provato mentre entravo al Foro Italico è stata immensa: mi sono sentito come un grande capo Sioux pronto ad affrontare la battaglia per la sua tribù. Non si può sempre vincere, bisogna esserne consapevoli, ma non posso dimenticare il calore e l’affetto che mi avete dimostrato.
Sentire urlare il mio nome ad ogni colpo andato a segno, avvertire i vostri incitamenti al termine di ogni ripresa e vedere il vostro amore a fine incontro mi ha fatto capire di aver intrapreso la strada giusta tanti anni fa quando per la prima volta ho messo i guantoni e ho iniziato a praticare questa nobile arte. Perché il pugilato è prima di tutto testa. Ed è per quello che mi piace. La stessa testa che continuerò a tenere alta, guardando sempre il cielo e mai la terra. Non si resta mai al tappeto”.



Prima del match, come ti sentivi?
“Bene, in forma, preparato, fiducioso. Avevo avuto qualche doloretto. Schiena, gomito, spalle. Cose che capitano, inutile ricamarci sopra”.
A vedervi vicini sul ring sembrava che lui fosse molto più grosso di te.
“Non sembrava, era molto più grosso. Il WBC impone la pesatura due ore e mezzo prima del combattimento. Io al peso ufficiale ho segnato 72,550, ieri pomeriggio ho registrato 76,200. Morrison al peso ufficiale 72,050, poi 81,600! Ho affrontato un mediomassimo…”
Durante l’incontro c’è stato un momento in cui hai pensato: ce la faccio!
“L’ho pensato per tutto il match, sino al ko”.Cosa è accaduto nel finale di quella maledetta nona ripresa?
“Mi ha preso bene, pulito, forte, con la mano pesante. Mi sono ritrovato giù e in un lampo ho rivisto tutta la mia carriera passare davanti ai miei occhi. Mi sono rialzato, ho guardato l’angolo e ho aspettato che l’arbitro desse il segnale di boxe. Invece lui ha fermato l’incontro. Mi sono sentito come se mi avessero spezzato le gambe”.
Deluso?
“Certamente. Ma solo per il risultato, non per come sono andato. Credo di avere disputato un buon match, non ho mai mollato, ho retto sul piano del ritmo sino alla fine. Pensavo di essermi guadagnato la possibilità di chiudere il combattimento, di vedere se fossi riuscito a farcela, di andare ai punti e ascoltare la lettura dei cartellini. Poi è arrivato quel destro…”.



Veronica è saltata sul ring, in platea aveva sofferto da impazzire. Un lungo abbraccio fra le lacrime. Un gesto pieno di significati.
“Un gesto di grande amore. È la presenza più importante della mia vita, la persona che ho sempre cercato e finalmente trovato. Mi sta vicino delicatamente e prepotentemente. Non sono due termini in contrasto tra loro,  esprimono esattamente il suo modo di volermi bene”.
Ora cosa pensi di fare?
“Andrò in vacanza, partirò per il Sudafrica con Veronica. Andrò a visitare anche i posti dove mio nonno Felice è stato prigioniero di guerra, dove ha imparato l’inglese, dove ha sofferto. Nonno continua a essere una presenza continua per me. Non c’è giorno che non preghi per lui”.
La chiudi qui con la boxe?
“Ho bisogno di riflettere, di riposarmi. Poi capirò cosa voglio fare nella vita. Di sicuro il pugilato sarà presente nel mio futuro. Mi piace insegnare, mi piace lavorare con DAZN, mi piace restare in un mondo che amo profondamente. Mi ha salvato, devo essergli riconoscente”.
Sei soddisfatto della tua carriera?
“E perché non dovrei esserlo? Ho raggiunto traguardi importanti, campione europeo, sfidante mondiale. Non mi sono mai rifiutato di affrontare un avversario, mi sono misurato con i migliori. Non è un caso che io abbia sempre scelto di affrontare i più bravi, ho voluto mettermi in gioco per capire quello che sarei riuscito a fare. Ho incontrato i duri, perché è così che si cresce. Mi sono sempre battuto, senza mai risparmiarmi. È in questo modo che ho interpretato la professione. Sì, sono soddisfatto della mia carriera. Anche perché mi ha regalato emozioni forti. Come quella di entrare allo Stadio Nicola Pietrangeli e sentire che tutta quella gente era lì per me. Mi ha dato i brividi, è stata una sensazione meravigliosa. Ho regalato e mi hanno regalato emozioni. In fondo è quello che chiedevo allo sport”.



Lele, hai rivisto il match?
“Qualche spezzone di DAZN pubblicato in alcuni post su Facebook”.
E…
“Mi sono emozionato. Tutto qui”.
In bocca al lupo.
“Viva il lupo”.

 

Il pugilato sarà pure in crisi, ma il giornalismo è già finito knock out…

Gazzettiero o non dice vero
o non lo dice tutto intero.
(Proverbio)

Il pugilato è finito.
È la prima cosa che ho pensato leggendo i giornali ieri mattina. Tutti riportavano quella che credo fosse una nota di agenzia. La riportavano senza averne prima controllato l’esattezza.

Non ho niente contro il gossip, ognuno scrive e legge quello che vuole. Non sopporto invece l’approssimazione.
Se arriva la notizia che Diletta Leotta ha come amico del cuore Daniele Scardina, la prima cosa che un giornalista interessato alla notizia dovrebbe fare è capire chi sia Scardina. E se l’agenzia dice che è il campione del mondo supermedi per l’IBF, il giornalista dovrebbe andare a controllare se questo corrisponda al vero. Perché è sul personaggio meno noto che io comunicatore devo saperne di più, devo informarmi
Niente da fare, ci sono caduti tutti.


Stamattina vedo che un altro giornale ci racconta che Ali Ndiaye è stato campione europeo, quando invece campione lo è stato ma dell’Unione Europea. E nel pugilato non è proprio la stessa cosa.


Il colpo definitivo è arrivato subito dopo quando ho letto su un prestigioso quotidiano che il match tra Blandamura e Morrison era valido per il titolo dei medi WBC.

E, soprattutto, che si è concluso ai punti dopo dodici riprese…
Allora ho capito.

A finire ko non è stato il pugilato, ma quel fantastico mestiere chiamato giornalismo.

Una volta si diceva: i fatti separati dalle opinioni. Oggi i fatti non esistono più, ognuno li crea a proprio piacimento.

Morrison chiude con un brutale ko su Blandamura, finisce tra le lacrime…

Maledizione. La boxe è uno sport affascinante, ma sa anche essere crudele. Il dramma è arrivato nel finale della nona ripresa quando il destro d’incontro di Marcus Morrison si è schiantato sulla mascella di Emanuele Blandamura. Terribile, devastante. È finita lì. Si è chiuso il match e probabilmente la carriera di un pugile coraggioso, capace di soffrire come pochi. Fino a quel momento aveva retto, reagito, aveva dato addirittura l’impressione di poter lottare sino in fondo per raccogliere il premio più alto.
Il terrore  si è impossessato di tutti noi quando l’abbiamo visto andare giù, provare a rialzarsi per tornare nella battaglia. Ho applaudito l’intervento dell’arbitro che ha evitato guai peggiori. Subito dopo Lele si è steso in terra e allora mi sono chiesto cosa maledizione stesse accadendo. La botta che ha preso è stata di quelle che ti tagliano le gambe. Un gancio destro alla mascella che ha messo fine a qualsiasi discorso. Poi, per fortuna, la grande paura è finita.

Lele aveva speso incredibili energie per restare nel match. Perché lui è costretto a giocarseli tutti così i combattimenti. Non ha potenza nei pugni, non ha il colpo da ko. E allora deve mettere su mattone dopo mattone per costruire una speranza di successo. Stanotte è stato davvero bravo. A volte ha sbagliato, per carità. Il maestro Eugenio Agnuzzi glielo ha urlato ogni volta che il ragazzo, lo chiamo così anche se è vicino a quarant’anni, arrivava all’angolo.
“Non farci a botte! Non scambiare!”
Ma è difficile tenere a freno l’orgoglio.
“Mi dispiace per il pubblico che mi ha seguito, volevo vincere. Ve lo giuro che volevo vincere”, poche parole tra le lacrime.
Per riuscirci è andato a correggere lungo il cammino i suoi errori. Ha trovato finalmente la distanza, ha tolto il tempo a Morrison, ha messo a segno colpi importanti. Al momento dell’interruzione l’incontro era in equilibrio.
Ma quando l’altro arrivava erano dolori, veri. La pesantezza del destro del giovanotto di Manchester pendeva come una spada di Damocle su questo combattimento, e alla fine è stata proprio quella a vincere la sfida.
Lele esce male da questo scontro. Non per la sua prestazione. No, assolutamente. È stato forse uno dei migliori match che gli ho visto fare. Di orgoglio, di sostanza, di fisico, di mente.
Ma l’altro lo ha battuto con pieno merito.
È più giovane, più potente, più efficace.
Esce male per un altro motivo.
Ha appena realizzato che la grande avventura, nello sport che ha segnato positivamente la sua vita, è finita.
Ha stretto in un lungo abbraccio la compagna Veronica, che ha sofferto da impazzire a bordo ring, e ha messo assieme ogni applauso, ogni pacca sulle spalle, ogni complimento. Sono ricordi che lo aiuteranno nei prossimi giorni.
È finita qui, proprio a Roma.
Da oggi, e lo dico con emozione e rabbia, Lele per un po’ di tempo sarà solo con le sue angosce. Anche se avrà accanto l’amore della famiglia, della compagna, degli amici. Perché quando finisce quello che è stato per tanti anni la ragione della tua vita, il dolore prende il sopravvento e nessuno può consolarti.
Incassato il colpo emotivo, tornerà il ragazzo di sempre. Ha superato drammi decisamente più grandi. Saprà superare anche questo.  

RISULTATI – Superwelter: Vincenzo Bevilacqua (16-0, Italia, 71,150) b Novak Radulovic (9-4-1, 4 ko, Serbia, 71,050) p. 6;  Superwelter: Mirko Natalizi (6-0, 3ko, Italia, 70,700) b Antonio Gomez (4-4-2, 2 ko, Spagna, 70,650) p. 6; Leggeri: Emiliano Marsili (38-0-1, 15 ko, Italia, 62,900) b Brayan Mairena (10-12-1, 4 ko, Nicaragua, 61,700) p. 6;  Mediomassimi: Valentino Manfredonia (1-0, Italia, 79,150) b Sokol Arsic (1-2-2, Serbia, 78,600) p. 4; Massimi leggeri: Tommy McCarthy (15-2-0, 8 ko, Inghilterra/Irlanda del Nord, 90,600) b Francesco Cataldo (7-6-0, 2 ko, Italia, 92) kot 3; Mediomassimi (Unione Europea, titolo vacante) Sergio Demchenko (22-15-1, 14 ko, Italia/Ucraina, 77,250) b Hakim Zoulikha (26-10-0, 11 ko, Francia, 79,100) kot 7; Medi (Internazionale silver Wbc, vacante) Marcus Morrison (21-3-0, 15 ko, 72,050) b Emanuele Blandamura (29-4-0, 5 ko, 72,550) kot 9.

Demchenko campione UE grazie a un devastante ko contro Zoulikha

Tutto cambia quando Demchenko decide finalmente di boxare a media distanza. Un gancio destro alla tempia fulmina Hakim Zoulikha che fino a quel momento, parlo della quinta ripresa, aveva messo a segno il maggior numero di colpi. Quasi esclusivamente ganci, soprattutti destri.
Quel gancio devastante di Demechenko cambia l’inerzia del match. Il francese barcolla, gira su se stesso, finisce al tappeto. È visibilmente scosso, ma con un grande sforzo di volontà riesce a chiudere la ripresa. Il suo destino però è segnato.
L’ucraino di Roma adesso si è finalmente sciolto da quella sorta di blocco che l’aveva accompagnato per tutta la fase iniziale del match. Contratto, quasi fermo davanti al rivale che sparava dei gancioni larghi e prevedibili che però finivano comunque a segno.
Dal quinto round in poi il match voltava pagina. Diretti al corpo, montante sinistro/gancio destro e altro ancora. Sino alla lunga serie di colpi che chiudeva la sfida nel corso della settima ripresa.
Una vittoria meritata, cercata, sofferta. A 39 anni una soddisfazione, non solo per il titolo conquistato, ma soprattutto per il modo in cui lo ha vinto. L’ha fatto al termine di una sfida intensa, giocata col cuore e con la mente.
Una vittoria dedicata al figlio Maximilian, alla Roma che ha da sempre nel cuore. Campione dell’Unione Europea. Un titolo vinto con sacrificio, sofferenza e forza di volontà.
Ha avuto ragione lui, il maestro Vittorio Oi.
Francesco Cataldo ha accettato con coraggio di disputare il match contro Tommy McCarthy con pochissimo preavviso. Ha retto onorevolmente nel primo round, poi ha subito due atterramenti, il primo per un diretto destro del britannico, il secondo a conclusione di una serie. Tutto nella seconda ripresa.

Cataldo avrebbe voluto continuare. Un abbandono per un combattente sembra qualcosa di disonorevole. Il maestro ha una visione più generale, più profonda della realtà. Non ha niente da rimproverarsi il massimo leggero italiano. Ma la differenza era troppo evidente, avrebbe rischiato molto.

“Stavo ancora bene, ho preso il colpo perché non riuscivo a tenere la giusta distanza. Avrei voluto continuare” ha detto il pugile.

Il maestro Oi dice: “Come sanno tutti abbiamo avuto solo tre giorni di preavviso, abbiamo onorato la battaglia. Il mio lavoro è salvaguardare il pugile, il nostro lavoro. Francesco è un cuore di leone, sarebbe andato avanti sino alla fine. Ma credo sia stato giusto interrompere”.

Esordio senza problemi per Valentino Manfredonia, un approccio secondo tradizione. Sokol Arsic, collaudatore con pochi match all’attivo, era sul ring per fare da sparring all’italiano. Positiva comunque per il ritmo dell’azione la prestazione del napoletano nato in Brasile. Avrebbe potuto evitare un paio di colpi nel finale, figli di una guardia a mani basse ereditata dal dilettantismo. Ora che ha spezzato il cordone ombelicale che lo legava a una buona carriera in azzurro, sperimenterà le difficoltà del professionismo. Il match di stasera serviva a introdurlo nel nuovo mondo. Buona fortuna a un ragazzo che la merita tutta.

RISULTATI – Superwelter: Vincenzo Bevilacqua (16-0, Italia, 71,150) b Novak Radulovic (9-4-1, 4 ko, Serbia, 71,050) p. 6;  Superwelter: Mirko Natalizi (6-0, 3ko, Italia, 70,700) b Antonio Gomez (4-4-2, 2 ko, Spagna, 70,650) p. 6; Leggeri: Emiliano Marsili (38-0-1, 15 ko, Italia, 62,900) b Brayan Mairena (10-12-1, 4 ko, Nicaragua, 61,700) p. 6;  Mediomassimi: Valentino Manfredonia (1-0, Italia, 79,150) b Sokol Arsic (1-2-2, Serbia, 78,600) p. 4; Massimi leggeri: Tommy McCarthy (15-2-0, 8 ko, Inghilterra/Irlanda del Nord, 90,600) b Francesco Cataldo (7-6-0, 2 ko, Italia, 92) kot 3; Mediomassimi (Unione Europea, titolo vacante) Sergio Demchenko (22-15-1, 14 ko, Italia/Ucraina, 77,250) b Hakim Zoulikha (26-11-0, 11 ko, Francia, 79,100) kot 7; Medi (Internazionale silver Wbc, vacante) Emanuele Blandamura (29-3-0, 5 ko, 72,550) b Marcus Morrison (20-3-0, 14 ko, 72,050).

 

 

Bene Marsili, vincono facile senza entusiasmare Bevilacqua e Natalizi

Emiliano Marsili dimostra quanto l’esperienza possa aggiungere al talento. A 42 anni può ancora permettersi di tenere un ritmo alto e offrire alcune pregevolezze tecniche. Ha davanti un rivale modesto, Brayan Mairena. Come del resto avevano avversari di basso livello anche i due italiani che l’hanno preceduto. Ma lui, a differenza dei colleghi più giovani, sa come gestire situazioni del genere. Offre alcuni sprazzi davvero apprezzabili, mostra per intero la differenza di valore che c’è tra lui e il nicaraguense. Fa cioè quello che deve fare un campione in queste situazioni.
Niente di eccezionale, il coefficiente di difficoltà era ridotto al minimo. Una vittoria, ai punti, esattamente nei termini di concretezza che simili sfide pretendono.
Vincono anche i due superwelter romani, Vincenzo Bevilacqua e Mirko Natalizi. Due successi ai punti. Meglio il secondo del primo.


Bevilacqua ha facilmente la meglio su Novak Radulovic, ma lascia passare due riprese prima di entrare nel vivo del match. Colpa dell’emozione, non certo di un rivale che ha pensato solo a evitare la sfida, senza mai rischiare oltre il dovuto.
Natalizi ha alternato concretezza e alcuni errori in fase di attacco contro Antonio Gomez. Pugni pesanti, lo sapevamo. Qualche lacuna in difesa, anche questa cosa nota. Il ragazzo ha ampie prospettive, se riuscirà a rendere più solida la sua guardia, più mobili le oscillazioni sul tronco, meno sbracciata in alcuni momenti la sua fase offensiva.

Storia di Michael Buffer, il ring announcer più famoso del mondo…

Stasera, allo Stadio Nicola Pietrangeli di Roma, l’inconfondibile voce di Michael Buffer presenterà il match tra Emiliano Blandamura e Marcus Morrison. A questo personaggio, noto in tutto il mondo, ho dedicato un capitolo del mio ultimo libro: PUGILI.

La tua voce è
valuta pregiata
(Warren Justice)

Anno di grazia 1982.
Michael siede sul divano di casa, davanti alla Tv, assieme al figlio tredicenne Michael Patrick.
Stanno vedendo un match di pugilato. L’annunciatore chiede attenzione, dice che si tratta di una split decision: due giudici per un pugile, uno per l’altro. Poi legge il verdetto partendo dai due cartellini che indicano lo stesso vincitore. Addio pathos, niente fremente attesa, tutto svelato senza lasciare un minimo di suspense nel pubblico.
“You could do it better than that, Dad”.
Tu potresti farlo meglio, papà.
Il ragazzo ha ragione e il padre la pensa come lui.
Michael Buffer ha appena deciso cosa farà nella vita, diventerà il più popolare ring announcer della boxe mondiale.

Buffer, che oggi ha 74 anni, vive l’infanzia a Lancaster in Pennsylvania. Poi si sposta a Rosalyn vicino Filadelfia. I genitori lo abbandonano quando ha undici mesi. Sono due ragazzi, appena diciannovenni, stanno uscendo dalla tragedia della seconda guerra mondiale. Non se la sentono di diventare subito una famiglia, con il relativo carico di doveri e responsabilità.
Viene adottato da Joe e Connie Buffer, autista di bus lui, casalinga lei.
Il padre biologico lo conosce quando ha ormai 45 anni ed è già famoso.

Una veloce esperienza come pugile (“Ho smesso quando ho capito che anche gli altri potevano tirare pugni…” scherza), poi venditore di auto e quindi modello professionista.
Ha un antenato illustre nel pugilato. Il nonno paterno è infatti Johnny Buff alias John Lesky, ottimo peso gallo a cavallo tra la fine degli anni Dieci e la metà degli anni Venti.
Arruolatosi nell’esercito degli Stati Uniti, Michael Buffer serve in Vietnam come fotografo per un paio d’anni. Ne ha ventuno quando si toglie la divisa e si ritrova con una moglie, un figlio e senza lavoro.
A 38 anni la svolta. Il successo. Prima con la Top Rank di Bob Arum, poi con Donald Trump che lo vuole con lui in tutte le riunioni che l’attuale presidente degli Stati Uniti organizza a Las Vegas. Michael diventa molto amico di Trump e di Marla Marples.
Let’s get ready to rumble!

Un grido di battaglia che diventa il marchio di fabbrica dell’intraprendente Buffer. Lo brevetta, incassa i diritti d’autore da film, serie televisive, pubblicità. Fino a mettere in banca per il copyright, dicono le riviste specializzate, circa 400 milioni di dollari.

Attraversa il mondo presentando i più importanti combattimenti con la sua inconfondibile voce, con la r arrotata e le parole allungate all’infinito.
Gira film, serie televisive. Appare sulle copertine di importanti riviste e su quasi tutti i quotidiani d’America. È un grande professionista, che si prepara con scrupolo per i momenti più difficili. Ma anche lui, poche volte per carità, sbaglia.

Gli accade quando si infila in un discorso di cinque minuti su Joe Di Maggio, esaltandone la presenza a bordo ring per Whitaker vs Paez. In realtà quella notte Di Maggio è lontano più di 200 miglia dal Convention Center di Reno dove si svolge la riunione.
Colpisce ancora il 9 settembre del 2017.
Allo Stub Hub Center di Carson, California, si affrontano i supermosca Juan Francisco “El Gallo” Estrada e Carlos “El Principe” Cuadras.
Estrada domina la seconda parte del match costringendo il rivale al tappeto nel decimo round.
Alla fine il verdetto è unanime: 114-113 per tutti e tre i giudici.
Buffer si fa dare il microfono e annuncia il risultato con la sua inconfondibile voce.
…Tutti e tre i giudici hanno redatto lo stesso cartellino 114-113 per il vincitore con decisione unanime Carlos El Princìpe EEEE ESTRADAA!
L’ultima parte della frase, il cognome del vincitore, viene sommersa dai fischi e dai buu buu. Credo che pochi la sentano. E così il miscuglio dei nomi aggrava la gaffe del ring announcer.
La gente si chiede chi abbia vinto.
Carlos El Principe Cuadras o Juan Francisco El Gallo Estrada?
L’arbitro alza il braccio di Carlos Cuadras. Festa nel suo angolo, incredulità in quello dell’avversario. Poi il commissario di riunione mostra lo scorecard a Buffer che riprende in mano il microfono.
“Mi scuso, per favore. Mi scuso, il risultato va dall’altra parte a favore del vincitore Juan Francisco Estrada”.
Stavolta senza enfasi.

A primi di febbraio del 2008 gli diagnosticano un cancro alla gola. Viene operato. Il 19 aprile sale sul ring del Thomas&Mack Center di Las Vegas per annunciare il match tra Joe Calzaghe e Bernard Hopkins.
Sabato 31 marzo 2018 presenta al mondo il mondiale dei massimi Anthony Joshua vs Joseph Parker.



Joseeeeph Paaaarkeeeerrrr!


Anthonyyyyyy Joshuaaaaaaa!

And now, for the eighty thousands in attendance and the millions watching around the world, ladies and gentlemen
LET’S GET REEEADY TO RRRRUMBLEEE!
Oh, yeah!

 

 

 

I pesi dei protagonisti della riunione allo stadio Nicola Pietrangeli di Roma

Ecco i pesi dei protagonisti della riunione di domani, giovedì 11 luglio, allo stadio Nicola Pietrangeli di Roma.

Medi (Vacante Internazionale silver WBC)
Emanuele Blandamura 72,550 kg
Marcus Morrison 72,050 kg

Mediomassimi (vacante titolo Unione Europea)
Sergio Demchenko 77,250 kg
Hakim Zoulikha: 79,100 kg

Massimi leggeri
Francesco Cataldo 92 kg
Tommy Mc Carthy 90,600 kg

Superwelter
Mirko Natalizi 70,700 kg
Antonio Gomez 70,650 kg

Superwelter
Vincenzo Bevilacqua: 71,150 kg
Novak Radulovic: 71,050 kg

Leggeri
Emiliano Marsili 62,900 kg
Brayan Mairena 61,700 kg

Superleggeri
Sebastian Mendizabal 64,800 kg
Sebastijan Saciri 64,650 kg

Mediomassimi
Valentino Manfredonia 79,150 kg
Sokol Arsic 78,600 kg

Massimi
Alen Babic 93,500 kg
Lazar Stojanovic 111,800 kg

Tutto quello che c’è da sapere su Blandamura vs Morrison…

QUANDO
Giovedì 11 luglio.

DOVE
Stadio Nicola Pietrangeli (Foro Italico) a Roma.

COSA
Emanuele Blandamura vs Marcus Morrison (Gbr), titolo Internazionale Silver WBC

A CHE ORA
Il match avrà inizio alle ore 23:00.

LE SCOMMESSE
Quote William Hill.
Blandamura 1.36
Morrison 3.10
Pari 21

IL PROGRAMMA
Ore 18:15 Massimi (4×3) Alen Babic (debutto, Croazia) vs Lazar Stojanovic (0-6-1, Serbia); 18:45 Superleggeri (6×3) Sebastian Mendizabal (2-0, Spagna) vs Sebastian Saciri (1-1-0, 1 ko, Serbia); 19:30 (inizio programmazione televisiva) Superwelter (6×3) Vincenzo Bevilacqua (15-0, Italia) vs Novak Radulov (9-3-1, 4 ko, Serbia); 20:00 Superwelter (6×3) Mirko Natalizi (5-0, 3ko, Italia) vs Antonio Gomez (4-3-2, 2 ko, Spagna); 20:30 Leggeri (6×3) Emiliano Marsili (37-0-1, 15 ko, Italia) vs Brayan Mairena (10-11-1, 4 ko, Nicaragua); 21:00 Mediomassimi (4×3) Valentino Manfredonia (debutto, Italia) vs Sokol Arsic (1-2-2, Serbia); 21:20 Massimi leggeri (8×3) Francesco Cataldo (7-5-0, 2 ko, Italia) vs Tommy McCarthy (14-2-0, 7 ko, Inghilterra/Irlanda del Nord); 22:00 Leggeri (Unione Europea, titolo vacante) Sergio Demchenko (21-14-1, 14 ko, Italia/Ucraina) vs Hakim Zoulikha (26-10-0, 11 ko, Francia); 23:00 Medi (Internazionale silver Wbc, vacante) Emanuele Blandamura (29-3-0, 5 ko) vs Marcus Morrison (20-3-0, 14 ko).

BIGLIETTI
In vendita su TickeOne.it. Prezzi (compresi i diritti di prevendita) 55 euro bordo ring, 20 euro tribuna.

LA TELEVISIONE
Diretta dalle 19:30 su DAZN. Telecronista Niccolò Pavesi, commento tecnico Alessandro Duran.
Il match sarà trasmesso anche negli Stati Uniti, in Canada, Giappone, Spagna, Germania, Svizzera, Austria, Brasile.