Frazier sapeva che non avrebbe mai più vissuto una notte come quella

La HBO sta trasmettendo un documentario in quattro puntate su Ali, prodotto dal campione di basket LeBron James. Ho visto la foto HBO, che pubblico sopra, e lo sguardo mi è caduto sul poster in alto a destra. Quell’immagine mi ha fatto fare un salto all’indietro nel tempo fino all’8 marzo 1971, quando Muhammad Ali e Joe Frazier si sfidavano al Madison Square Garden di New York per il mondiale dei massimi. Mi è così venuta la voglia di rivivere il ricordo di quella notte.

IL MONDIALE VINTO contro Jimmy Ellis è un momento di gioia per Joe Frazier, il peso massimo di Filadelfia dotato di un micidiale gancio sinistro, ma dall’altra parte del fiume lo aspetta l’uomo che sta cercando di distruggere la sua vita.
Si chiama Muhammad Ali, ma Joe Frazier continua a chiamarlo Cassius Clay. Non cambierà mai.
Madison Square Garden, 8 marzo del 1971. Joe Frazier è il campione. Muhammad Ali è rimasto tre anni e sette mesi senza combattere. Poi è tornato, ha vinto due match e ora è pronto per un’altra Grande Sfida.

Gli scrive Bertrand Russell: «Cercheranno di spezzarla perché lei è il simbolo di una forza che non riescono a distruggere, cioè della ritrovata consapevolezza di un popolo deciso a non lasciarsi più massacrare e degradare dalla paura e dall’oppressione».

Il 20 giugno 1967 Ali rifiuta di partire per il Vietnam. Un tribunale di Houston lo giudica colpevole di «non volere servire le Forze Armate» e lo condanna a cinque anni di prigione e 10.000 dollari di multa.

«Ho incontrato due soldati neri all’aeroporto. Mi hanno detto: campione, ci vuole fegato a fare quello che hai fatto. Gli ho risposto: se voi sapeste dove state andando, se voi conosceste le possibilità di venirne fuori senza braccia o senza occhi, combattendo quella gente nella loro terra, combattendo i fratelli asiatici, sparandogli, sapreste come comportarvi. Loro non vi hanno mai linciato, non vi hanno mai chiamato negri, non hanno mai aizzato i cani contro di voi, non hanno mai sparato ai vostri leader. L’America vi ordina di sparare a quelli che chiama i vostri nemici e quando tornerete a casa non sarete più in grado di trovare un lavoro. Andare in prigione per pochi anni è niente in confronto a questo. Frazier ed Ellis combattano pure per il mio vecchio lavoro. Il mio nuovo lavoro è la libertà, la giustizia, l’uguaglianza del popolo nero».

Jerry Perenchio ha 40 anni, è il boss della Chartwell Artists, una società che rappresenta Marlon Brando, Richard Burton, Liz Taylor, Jane Fonda, José Feliciano e altre stelle dello spettacolo.
Jack Ken Cooke è il padrone dei Los Angeles Lakers di basket, dei LA Kings di hockey su ghiaccio, ha costruito il Forum di Inglewood ed è proprietario del 25% dei Washington Redskins di football americano.
Perenchio e Cooke mettono su l’affare. Ali e Frazier hanno garantiti 2,5 milioni di dollari a testa, mai nessun pugile ha guadagnato tanto, più una percentuale sugli incassi. La guerra è aperta. Gestire i media, rubare l’attenzione della gente, essere protagonista è nell’animo di Ali. Sa come fare. Sale sul palcoscenico e comincia la sua battaglia.
Ha distrutto la fiducia che Sonny Liston aveva in sé, ha gettato dubbi, alimentato il nervosismo in ogni suo rivale. Parla come un predicatore, sa giocare con le parole. Ha cambiato volto a questo sport, lo ha portato in una dimensione più ampia, assoluta.
Dicono che Frazier sia troppo ingenuo per cadere nella trappola. Non è un paradosso, è un’offesa all’intelligenza di Joe. Quel fiume di parole crea comunque un senso di rabbia, alimenta un’idea di impotenza in Smokin’ Joe.

Ci sono mille persone all’interno della vecchia palestra della polizia, al 2917 di North Broad Street a Philadelphia, mentre Frazier si sta allenando. Sanno tutti cosa sta per accadere. Puntuale, Ali mette in scena la sua recita. Arriva a sfidare Joe in un match a pugni nudi sulla strada, davanti alla palestra.
«Io sono qui, non combatto da tre anni, sono 25 pound sovrappeso e Joe Frazier non viene. Che uomo è?»
«Un uomo furbo» gli risponde Yank Durham.
Ali cerca di convertire Frazier all’Islam, quando sente che lui è un Battista convinto, comincia la seconda parte della sceneggiata. Lo insulta ancora, lo chiama Uncle Tom (Zio Tom, chiaro il riferimento al libro di Enrichetta Beecher Stowe). Dice che lui è il campione dei neri, che Joe è amato solo dai bianchi, che non rappresenta il popolo dei neri in lotta per i propri diritti.

La notte prima del match, il telefono squilla nella camera d’albergo di Joe Frazier. Il campione ha dovuto registrarsi sotto falso nome. Ha ricevuto minacce di morte nel caso in cui dovesse battere Ali. La polizia sorveglia la casa di Filadelfia dove Florence e Marvis, il figlio, aspettano l’incontro.
«Joe, sei pronto?»
«Sono pronto, fratello».
«Anch’io e tu non potrai battermi, perché sono il più grande».
«Tu dici che sei uno degli uomini del Signore, vedremo in che angolo sarà il Signore».
«Sei sicuro di non avere paura?».
«Ho paura solo di quello che sto per farti».
«Getterò acqua sul tuo fumo. Ti distruggerò. Ci vediamo domani».
«Ci sarò, non tardare».
Il corpo di Frazier, mentre spara il pugno della vita, è proteso in avanti, in una posizione che non dovrebbe essere l’ideale per liberare il massimo della potenza. Sembra che Smokin’ Joe lavori solo di spalla, senza l’aiuto delle gambe, ma quel gancio sinistro scatta come una molla. Bum! La mascella destra di Ali è centrata in pieno, il più grande va giù prima con la schiena, poi con tutto il corpo, mentre le gambe si sollevano per un attimo nell’aria. È il quindicesimo round e Joe Frazier ha appena messo knockdown Muhammad Ali. Avrebbe comunque vinto quella prima sfida, ma quel gancio sinistro gli regala una felicità che non proverà più.
«Avevo 27 anni e sapevo che non ci sarebbe mai più stata un’altra notte come quella nella mia vita».


Il successo di Smokin’ Joe è netto, ma nelle menti di tutti noi appare ancora oggi (nelle dimensioni del punteggio) molto meno evidente. Se mi chiedete come sia finito quell’incontro, vi risponderò che Frazier lo ha vinto di un soffio, che senza quel kd non ce l’avrebbe fatta, che i tre giudici lo hanno premiato di misura. Ma se avrete la pazienza di leggere i cartellini, vi accorgerete di come Muhammad Ali abbia plagiato tutti noi fino a farci dimenticare i fatti.
Arthur Mercante: 8 round per Frazier, 6 per Ali, 1 pari.
Artel Aidala: 9 per Frazier, 6 per Ali.
Bill Recht: 11 per Frazier, 4 per Ali.
Un successo chiaro.
Nella platea del Madison c’erano migliaia di spettatori. Molti tifavano Frazier. Ali faceva paura, era la coscienza di un popolo che chiedeva giustizia, che era pronto a lottare per averla. È stata la prima di tre epiche sfide, match di una violenza inaudita, combattuti con tutta l’anima e tutto il corpo. Quella del Madison l’ha vinta Smokin’ Joe. In quel gancio sinistro sparato con forza e disperazione c’era tutta l’anima di Frazier.
C’era la sua boxe, ma anche la sua vita.

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