Auguri Kalambay! Un artista che ha incantato con la magia della sua boxe

Ho sempre pensato che Patrizio Sumbu Kalambay fosse un artista del ring. Per questo cerco ogni occasione per omaggiarlo. Oggi è il suo compleanno, spero accetti come regalo questo articolo che lo vede protagonista. L’ho scritto nel settembre di cinque anni fa, il giorno in cui se ne è andato per sempre Ennio Galeazzi: l’uomo che gli era stato accanto per l’intera carriera.

Ennio aveva una parlata marchigiana cantilenante, il sorriso come compagno di viaggio per stemperare le situazioni più complesse. Ma dentro era un fermento, aveva un pensiero fisso. Cercava continuamente la soluzione per fare marciare il suo pugile sulla strada più conveniente. Sapeva di avere nelle mani l’uomo giusto, il campione, doveva solo fargli percorrere il cammino migliore.

Sumbu Kalambay era stato convinto dal giornalista televisivo Mario Mattioli a farsi chiamare Patrizio, come Oliva. Il napoletano era personaggio famoso in quegli anni Ottanta. E poi il papà di Kalambay si chiamava Patrice e lui stesso aveva chiamato il figlio Patrick. La soluzione poteva dunque andare bene per un africano diventato italiano. 
Il 25 settembre del 1985 il fatto era stato ufficializzato da un bigliettino firmato Kalambay, Sabbatini, Mattioli e distribuito alla stampa in occasione del campionato italiano con De Marco a Caserta.

Ma non bastava un nome italiano per imporlo all’attenzione generale. I pugili di colore da queste parti sono quasi sempre stati impiegati come collaudatori, rivali buoni per arricchire i record di presunti campioni, per dare sostanza a carriere senza futuro. Sumbu invece i match li vinceva, bene e per knock out. Così lo tenevano alla larga dalla gente di casa nostra.

Aveva avuto la fortuna, e anche qui Galeazzi aveva svolto un ruolo importante, di entrare nel giro di Rodolfo Sabbatini. Il grande promoter aveva subito capito il valore del ragazzo. Ma gli serviva tempo per imporlo. Così lo aveva portato in giro all’estero e quasi sempre gli aveva evitato scontri diretti con pugili italiani.

Bravo Patrizio Sumbu lo era davvero. In Africa lo chiamavano Ali, da noi è diventato “Il Professore” (nella foto sopra, da sinistra: Kalambay sr, Sumbu, Ennio Galeazzi, Luciano Fileni, Giorgio Galeazzi).

Una volta ho scritto: “Quando vedi combattere Kalambay ti innamori della boxe. Quando Patrizio sale sul ring la boxe diventa arte”.

Proprio così. I suoi muscoli erano come note musicali suonate da un grande artista. Si muovevano al ritmo giusto, andavano a sviluppare armonie deliziose. Non c’era mai volgarità nel suo pugilato. Anche un ko era una forma di bellezza, oserei dire, sofisticata. Muscoli di seta che sprigionavano una forza che era acciaio puro.

È nato a Lubumbashi, quando quella nazione si chiamava ancora Congo Belga. È diventata Zaire e lui era sempre lì, costretto a cambiare nome per la prima volta. Gerard alla nascita, diventava Sumbu per l’imposizione rivoluzionaria di riappropriarsi delle radici africane.

Nel ’74 si trovava da quelle parti e non aveva perso l’occasione per seguire passo dopo passo la preparazione di Muhammad Ali a N’Sele, in una palestra a trenta chilometri da Kinshasa. Era stato allora che aveva capito: non sarebbe mai riuscito a fuggire dal fascino travolgente di questo sport. E Ali sarebbe diventato l’esempio a cui ispirarsi.

In Italia era arrivato alla corte di Sergio Cappanera ed Ennio Galeazzi, che poi era rimasto come unico manager.

Taciturno, introverso, timido con chi non conosceva, Kalambay si rivelava affabile e spiritoso se solo riuscivi a entrare in confidenza. Fuori dal ring aveva lo sguardo dolce di chi si aspetta sempre il peggio. Eppure veniva da una famiglia medio borghese, papà contabile e mamma casalinga, non aveva mai sofferto la fame devastante di chi povero lo è davvero. Era stato il modo in cui l’Italia lo aveva accolto ad avergli dato quel senso di insicurezza.

Per imporsi doveva essere dieci volte più bravo dei suoi colleghi. E lui l’aveva fatto, anche se lungo il cammino era incappato in sconfitte apparentemente inspiegabili.

Ci aveva offerto spettacoli indimenticabili (nella foto sopra intervistato dall’inviato Rai Mario Guerrini, ascolta interessato l’attore Franco Nero).

Come la vittoria su Herol Graham a Londra, gestita dal promoter Roberto Sabbatini per la Total Sport. Niente tv, nessun giornalista al seguito. Era una vittima designata contro il “bomber” imbattuto e pronto per il mondiale.

E invece aveva dominato quella sfida, aveva tolto al britannico la possibilità di battersi per il titolo guadagnando una borsa di un milione di dollari ed era tornato a casa con la cintura europea in tasca.

Era stato finalmente salutato come meritava, da campione assoluto.

E poi la conquista della corona contro Iran Barkley, detto “la lama”, a Livorno. Un rivale pericoloso domato chiaramente davanti a telecronisti d’eccezione: Marvin Hagler e Ray Boom Boom Mancini.

Iran, chiamato così da un papà innamorato della geografia e alla ricerca di un nome strano per uno dei suoi otto figli, era cresciuto in una casa dove c’erano pochi soldi e tanto amore. Era nato nel South Bronx, un quartiere di New York, un posto dove dovevi picchiare per sopravvivere.

Le gang erano le padrone del territorio. I ragazzi più grandi rubavano a Iran anche gli spiccioli della colazione. Era stata sua sorella Yvonne a spiegargli che se voleva difendersi doveva smettere di piagnucolare, era arrivato il tempo di usare le mani. 
Quelli lo chiamavano codardo e lui non sapeva come difendersi. Entrato in una palestra di pugilato aveva capito che sarebbe stato quello il posto da frequentare per costruirsi una vita migliore.

Nel mondiale contro Kalambay aveva perso e si era inventato un modo per giustificare davanti agli altri e a se stesso una sconfitta così pesante.

«In Italia non c’era nessun giornalista americano, non c’erano rappresentanti del pugilato americano. Quelli hanno riempito il tappeto con venti litri d’acqua, non chiedetemi perché. Alla fine non riuscivo a stare in piedi, scivolavo in continuazione, non avevo equilibrio. Kalambay non mi ha mai fatto male, l’ho picchiato più forte io. Lo avrei sconfitto in un match di strada, su un ring, ovunque. È pazzesco come abbia perso quel match».

Riguardate l’incontro e poi ditemi se questa non è altro che una scusa. Quel combattimento Patrizio Sumbu l’ha vinto con pieno merito.

Dopo quel trionfo arriva il successo a Montecarlo contro Doug De Witt davanti a 6,2 milioni di tifosi entusiasti davanti alla tv!

Poi Kalambay affronta a Pesaro un altro momento chiave della sua carriera. L’alleanza tra Roberto Sabbatini e Giorgio Belligotti, cui si aggiunge la fondamentale sponsorizzazione di Berloni, porta in Italia Mike McCallum.

Ci sono cinquemila spettatori in sala e oltre quattro milioni davanti ai teleschermi quando Patrizio Sumbu (nel video una dimostrazione dell’abilità difensiva di Kalambay) si consacra fenomeno assoluto e si inserisce tra i migliori pesi medi italiani di sempre. È un autentico fuoriclasse.

Sono sincero, nel pronostico avevo indicato l’americano come favorito.

Ma non ero certo l’unico. I bookmaker di Las Vegas pagavano Patrizio a 14/5. Lou Duva aveva preannunciato un successo del suo pugile entro il quinto round. Uno dei pochi a essersi sbilanciati in favore dell’italiano era stato Roberto “Mani di Pietra” Duran che, nel salotto della sua casa di Miami, mi aveva pronosticato un successo ai punti di Kalambay.

Avevo messo assieme il tutto ed ero entrato al Palasport con più di un timore. Per questo, quando avevo visto all’opera il talento puro di Kalambay, mi ero entusiasmato come un ragazzino. E avevo goduto di una gioia maligna quando, rientrando di notte in albergo, avevo sentito le urla del mitico Lou Duva che insultava l’intero clan americano per la disfatta.

C’è stato altro nella carriera di Sumbu. La sconfitta lampo contro Michael Nunn a Las Vegas, per esempio. Ottantotto secondi ed era tutto finito. Kalambay era stato schiantato da un colpo d’incontro che si era infilato in una guardia inesistente. Aveva provato a portare un timido jab sinistro, era rimasto un istante di troppo sul colpo e il mancino americano aveva piazzato il suo sinistro sopra una guardia troppo bassa affidata al destro di Patrizio. Un momento buio, da dimenticare in fretta.

Poi erano tornati l’europeo e un’altra sfida mondiale. Contro Chris Pyatt in Inghilterra. Nonostante gli anni e le battaglie combattute, ancora una volta il più bravo era stato lui. Ma alla fine a essere premiato era stato l’altro. Un successo, visto a posteriori, meritato ma che lasciava comunque il ricordo di un grande campione anche se sconfitto.

Fuori dal ring la vita di Patrizio Sumbu Kalambay ha avuto alti e bassi, fortune e sfortune. Oggi, a 63 anni, insegna boxe, anche se è quasi impossibile che trovi uno capace di esibirsi al suo livello. Ma ha buoni consigli da dare e un’esperienza con lui sul ring non può che far bene a qualsiasi pugile abbia voglia di imparare qualcosa di un’arte affascinante, ma terribilmente complessa come il pugilato.

Ennio Galeazzi se ne è andato a 91 anni. Le ultime cose che ricordo di lui sono un sorriso appena accennato a ingentilirne il viso, la cantilena marchigiana che accompagnava ogni discorso e una presenza costante accanto ai suoi uomini.

Con lui è scomparso un altro pezzo del pugilato di una volta che mi sento di rimpiangere ogni giorno di più.

Tristezza, per favore va’ via. Oggi è tempo di gioia.

Auguri Sumbu.

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