N. 3 nell’era dei Fab Four del tennis, il maratoneta discreto si ritira

Non vi è alcuna ragione per cui un uomo
debba mostrare la sua vita al mondo.
Il mondo non capisce
(Oscar Wilde)

 

Cammina lentamente verso il centro del campo, ha la bandana rossa tra le mani, la depone all’incrocio delle righe. In tribuna Marta ha gli occhi umidi, scuote la testa, accarezza Leo. Moglie e figlio, che il 4 maggio compirà il primo anno di vita, stanno accompagnando il loro uomo nel lungo addio al tennis.

David Ferrer è un campione che ha attraversato lo sport senza urlare, senza gesti clamorosi. Facendo semplicemente il suo mestiere.

Profilo basso. È sempre stato convinto che solo il lavoro paghi. E ha ragione di pensarlo, se nel suo conto in banca sono finiti oltre oltre 31 milioni di dollari, se sul suo curriculum ha potuto scrivere: vincitore di 27 tornei, numero 3 del mondo l’8 luglio del 2013, tre Coppe Davis, un bronzo olimpico.

Non ha mai dato grande importanza al gossip, all’immagine, a quello che i giornali scrivevano di lui. Poche copertine per il maratoneta del tennis.

Eppure è arrivato in alto nella classifica. E l’ha fatto nella stagione dei Fab Four: Federer, Nadal, Djokovic, Murray.

“Ha meritato un posto subito dopo di noi” ha detto Nadal. Quel posto tra i Beatles della racchetta il giovanotto di Xabia, o Javea fate voi, l’ha conquistato con mille corse e pochi errori.

Di lui si è parlato poco.

Profilo basso. Non ha avuto il talento sconfinato di Roger Federer, contro cui ha perso tutte e diciassette le volte che ha giocato. Non ha avuto l’estrosità, la capacità di entrare in contatto diretto col pubblico di Novak Djokovic. Né la scontrosità raffinata di uno scozzese come Andy Murray.

Non ha avuto la potenza devastante di Rafa Nadal. Non ha mai vinto uno Slam. E ha giocato per una nazione che ha campioni in quantità industriale.

Ma è arrivato lì, terzo in classifica.

Lo chiamavano “The Wall”, il muro. Come i tifosi della Roma facevano con il difensore centrale Walter Samuel, la roccia che respingeva indietro ogni avversario. Lui rimandava al mittente ogni battuta.

«Era il migliore alla risposta dell’intero circuito», parola di Roger Federer.

Ma era anche silenzioso e sorridente, binomio che mal si sposa con lo star system.

Li vogliamo pazzi, maleducati, stravaganti o perfetti. Siamo pronti a perdonare solo la mostruosità del talento. E Ferrer di questo non ne ha mai avuto in misura abnorme. Lui correva, ribatteva, correva, sparava bordate profonde, correva, tirava negli angoli, correva. E quasi mai usciva dal recinto della normalità di una vita da mediano. Per trovare lo spunto da inserire in una storia, e renderla più interessante, bisogna andare molto indietro nel tempo, tornare al 1999. L’anno della svolta. Poca voglia di tennis, allergia all’allenamento, predisposizione al divertimento.

Ritardi, scarsa applicazione. Sembra impossibile che io stia parlando dello stesso David Ferrer che abbiamo sempre visto correre come un forsennato da una parte all’altra del campo. Eppure è la verità. Situazione estrema, estremi rimedi.

Javier Piles, era il suo tecnico, ma anche l’uomo che aveva chiuso il diciassettenne David nello stanzino dove il club riponeva vecchie racchette e palline. Un locale due metri per due, con le sbarre alla finestra.

Una sorta di prigione, era solo un magazzino. Attraverso quelle sbarre Javier gli passava pane e acqua. E basta.

Dopo tre ore, Piles aveva riaperto la porta.

David era uscito giurando che in quel circolo non l’avrebbero più rivisto.

I genitori del giovanotto erano gente all’antica, dotati di sani principi. Jaime, il papà, faceva il ragioniere. Pilar, la mamma, l’insegnante elementare. Gli avevano fatto un discorso chiaro.

«Se vuoi i soldi per andare a divertirti, per passare le serate in discoteca, devi lavorare».

Stop, fine delle trasmissioni.

Javea era ed è una bella città sul mare novanta chilometri a est di Ibiza. Lì David Ferrer è nato, lì è cresciuto fino a 13 anni.

Poi c’è stata Gaudia e infine Barcellona.

Residenza a parte, l’unica cosa chiara era che avrebbe dovuto trovarsi in fretta un lavoro. Muratore, ma sì andava bene anche quello. Una settimana a mettere mattoni su una carriola e a scaricarli di qua e di là per il cantiere. Alla fine i soldi in tasca era stati qualcosa di assai vicino ai 40 euro di oggi.

All’ottavo giorno, alle 9 del mattino, puntuale come una cambiale, David Ferrer si era ripresentato al campo di allenamento e aveva giurato a Piles che non avrebbe mai più fatto un minuto di ritardo. Ha mantenuto la promessa. Per tredici anni hanno lavorato assieme.

Marta Tornel è una bella ragazza, figlia di un signore che a Benifaiò aveva un negozio di ottica molto ben avviato. Lei è elegante, discreta, poco disposta a mettersi in mostra. Basso profilo, insomma. Quasi sempre. Meno che a Parigi quando nel 2012, ebbro di felicità per il primo Master 1000 vinto, David aveva saltato la gradinata ed era andato in tribuna ad abbracciare Piles, poi Rafael Garcia (il fisioterapista), Albert Molina (il manager) e infine a baciare la sua ragazza. Click, foto, prima pagina anche per loro.

Vincere non basta, a fare scattare la passione, soprattutto se non sei Federer. E poi David è un tipo davvero strano. Ama leggere, glielo ha insegnato la mamma. Una passione non proprio comune tra i campioni dello sport.

E lui legge, anche negli spogliatoi. In tre giorni è stato capace di divorare “I pilastri della Terra” di Ken Follett, 1300 pagine! Filosofia, mistero, autobiografie. È onnivoro. Divora qualsiasi cosa possa fargli scoprire nuovi mondi, aprirgli la conoscenza. Anche di se stesso.

Stravaganze, non ne ricordo. Se non quella di un legame al limite del feticismo con il suo asciugamano. Un legame così forte che lo ha convinto a inserire su Twitter la foto di loro due. Lui e l’asciugamano.

Vizi? Ne aveva uno, il fumo, ma ora appartiene ai ricordi anche quello.

Il ragazzo che tifa Valencia nel calcio (ma l’unica richiesta di autografo nella sua vita l’ha fatta a Pedrag “Peda” Mijatovic, il genio del Real Madrid), ha applaudito Safin/Ferrero/Hewitt nel tennis, ama il basket, non frequenta la vita guidando in corsia di sorpasso.

Si gode quotidianamente quello che ha. E continua a pensare che l’unica cosa che paghi sia il lavoro.

Picchia da fondocampo, è determinato, veloce, ma non ha un colpo decisivo. Come un pugile senza il pugno da ko, doveva sfiancare il rivale. Lavorarlo ai fianchi, costringerlo ad andare in affanno per poi piazzare la botta risolutrice. Ma doveva anche spendere meno dal punto di vista tecnico e mentale. E ogni volta per portare a casa il risultato era costretto a inseguire la partita perfetta.

Giocava da fondocampo, quello intorno alla rete è sempre stato un terreno sconosciuto.

Dritto e rovescio. Con questi due colpi è riuscito a fare tutto. Il resto lo ha mostrato solo in rarissime occasioni. Forse è per questo che è riuscito a reggere i ritmi massacranti che gli sono stati indispensabile per superare qualsiasi rivale. Ha conquistato titoli sul veloce, sulla terra e sull’erba.

È approdato in finale al Roland Garros, in semi agli Australian Open e agli US Open, a Wimbledon si è fermato ai quarti.

Ha vinto tre volte la Davis: 2008, 2009 e 2011. Ha messo in fila una serie incredibile di momenti positivi, fino a giungere sul podio della classifica, dopo sette stagioni da Top 20.

Profilo basso. È vero, ma navigando sottovento è arrivato quasi in cima alla vetta.

David Ferrer è un giocatore concreto.

Un uomo concreto.

Ossequioso dei consigli della mamma, una moglie che non ha nulla delle figliole che appaiono nelle foto e scompaiono nella vita. L’unica cosa che lega Marta al mondo dei ricchi campioni è la bellezza, ma anche questa senza esibizionismi, senza urla. Come il suo ragazzo.

Il Muro respingeva al mittente ogni pallina.

Correva come un maratoneta e picchiava forte.

Non ha avuto una moltitudine di fan, ma credete che a lui interessasse?

David Ferrer ha imparato una cosa molto importante dalla sua famiglia, la discrezione.

Una rarità nel mondo di oggi.

Soprattutto tra i baciati dalla fortuna e dai guadagni.

Il 5 maggio comincia il Master 1000 di Madrid.

Sarà il suo ultimo torneo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Andy Ruiz jr, il pugile XXXL l’1 giugno sfiderà Joshua al Madison?

Io sono un ragazzo paffuto venuto dal nulla”.

È la definizione che Andy Ruiz jr ha dato di se stesso, una settimana fa, in un’intervista rilasciata a Shaun Brown di Boxing Monthly.

Paffuto, dunque: pienotto, grassoccio secondo il vocabolario Treccani.

In realtà il fisico di Andy è un po’ più che pienotto, grassoccio.

Al debutto nel professionismo pesava 135 chili, decisamente troppi per uno alto 1.88. Si è messo a dieta, poi è tornato a immergersi nel cibo spazzatura dei fast food, ne è riemerso in seguito a lunghe lotte con un vizio capitale: la gola. Non a caso prima di ogni sfida importante si spara una decina di Snickers, le barrette al cioccolato della Mars, una cosina molto leggera

Nell’ultimo match ha fermato la bilancia a 120 kg. Ancora troppi, ma un po’ meglio di prima.

Chi lo incrocia per la prima volta fatica a credere sia un pugile, anzi: un buon pugile. E invece è un peso massimo veloce di braccia, capace di portare combinazioni vincenti chiuse quasi sempre dal gancio sinistro, ha un jab pesante e soprattutto ha il pugno che mette ko.

È entrato in palestra quasi costretto dal papà Andy senior che puntava sull’esercizio fisico per far perdere quell’aspetto così florido al figliolo.

Vai bambino, ti farà bene” lo implorava anche mamma Felicitas in pieno accordo con il marito. “Un po’ di attività gli gioverà” pensava.

Junior ha quasi subito capito che la palestra gli piaceva, che la boxe avrebbe potuto essere il suo grande sogno.

Papà, diventerò un campione”.

Senior sorrideva alla battuta del figlio. La mamma sorrideva decisamente meno, anzi: cominciava a preoccuparsi. Non voleva che il suo ragazzo salisse su un ring a dare e prendere cazzotti.

A sei anni il primo allenamento, a sette l’esordio. Chiudeva la prima fase dell’attività, quella dilettantistica, con qualche titolo conquistato qui e là e un record di 104-8. Una di quelle otto sconfitte la rimediava ai Mondiali 2007 di Chicago contro Michael Hunter jr.

In quell’occasione Andy difendeva i colori del Messico, perché lui è nato a Mexicali ventinove anni fa, era un bambino di quattro anni quando si è trasferito nell’Imperial Valley, nella Bassa California, con la famiglia.

A diciannove anni era già professionista, i tifosi avrebbero presto imparato a chiamarlo “Destroyer”, il distruttore.

Ha messo assieme un curriculum di 32-1-0, 28 successi per ko, ha avuto come istruttore Freddie Roach.

Ha boxato per la Top Rank di Bob Arum, ha da poco firmato per Al Haymon.

Dopo aver letto il nome di uno dei suoi maestri e dei promoter, anche se non l’avete visto in azione, avrete capito che come peso massimo è sicuramente uno tosto. Uno su cui si può contare, nonostante non abbia un fisico perfetto. Come diciamo dalle mie parti, Junior è uno che non ha un filo di magro.

L’unico neo in carriera è la sconfitta contro Joseph Parker, in Nuova Zelanda, per la cintura Wbo dei massimi. Una sconfitta di misura ai punti per majority decision (113-115, 114-114, 113-115) che Andy era convinto di non meritare. In caso di vittoria, era già pronto un contratto da 12 milioni di dollari per affrontare Anthony Joshua.

Era il 10 dicembre del 2016.

Non ce la faccio ad accettarla” ripeteva in continuazione agli amici, a quell’affermazione faceva seguire un lungo periodo di silenzio. Si chiudeva all’interno della famiglia, non voleva più vedere nessuno, non aveva alcuna intenzione di tornare sul ring. Poi, lentamente, la passione tornava a farsi sentire. Una visita in palestra, un’altra ancora. Il primo allenamento, la dieta, gli sparring. E il 10 marzo 2018 un nuovo match. Batteva per ko 1 Devin Vargas e cominciava la seconda parte della sua vita sportiva.

Sembra un percorso quasi perfetto, una paciosa corsa verso il successo.

C’è però una nube nella carriera di Andy jr. Da due anni lavora con Angel Memo Heredia, un signore con un passato molto attivo nel campo del doping. Ora giura, almeno sui giornali, di avere rinnegato quelle abitudini e di avere un approccio esclusivamente scientifico con la preparazione degli atleti.

Junior non si preoccupa delle voci sull’uomo che cura la sua preparazione fisica. E va avanti.

Papà diventerò campione”.

Il momento sembra stia per arrivare.

Eddie Hearn lo ha appena confermato. Andy è il favorito a ricoprire il ruolo di sfidante di Anthony Joshua (22-0, 21 ko) l’1 giugno sul ring del Madison Square Garden di New York per il titolo Wba, Wbo, Ibf dei pesi massimi.

Junior il ragazzo paffuto non si vergogna più del suo aspetto, quello che gli dà fastidio è il però che i tecnici inseriscono nella frase ogni volta che parlano di lui, quasi fosse impossibile pensarlo pugile vero senza se e senza ma.

È ciccione, però…

Picchia duro il ragazzo. Nove volte ha vinto per ko al primo round. Sorprende soprattutto la sua velocità di esecuzione, hai la sensazione che stoni su quel fisico così opulento. Anche le gambe si muovono rapide, ha una mobilità che non penseresti mai di vedere su un uomo taglia XXXL.

Andy Ruiz jr è più forte di quello che si potrebbe pensare a prima vista, sinceramente però non credo che riuscirebbe a centrare il colpaccio.

AJ sarebbe comunque il netto favorito.

LA SCHEDA

Andres Ponce Ruiz

Nome d’arte: Andy Ruiz jr

Soprannome: Destroyer

Nato a Mexicali (Messico)

L’11 settembre 1989

Ha un record di 32-1-0

Vittorie prima del limite: 21

Guardia normale

Altezza: 1.88

Peso: 120/135 chili

Vive a Imperial (California)

Ultimo match: + kot 5 Alexander DImitrenko (41-4-0)

Classifica mondiale: 11 Wba, 15 Ibf

Promoter: Al Haymon

 

 

 

Turchi in 76 secondi… Fiordigiglio emoziona. Obbadi ko da applausi

Primo pugno, poco più di un minuto e tutti a casa.

Il sinistro di Turchi mette ko Sami Enbom, un colpo al fegato azzera ogni attesa.

Il giovanotto venuto dalla Finlandia resiste una manciata di secondi, settantasei per la precisione.

Non se se Fabione sarà entusiasta di questo risultato.

O almeno non so se sarà pienamente soddisfatto di avere chiuso così velocemente la storia dopo mesi di allenamento, tensione e sacrifici.

È stata una serata che si è snodata come previsto. Un cartellone da 1 fisso, senza storia.

Un bel match, quello di Fiordigiglio contro Danyo.

Poi, semplicemente quello che si prevedeva.

FIORDIGIGLIO – Match di grande intensità.

Stephen Danyo era il rivale più consistente dell’intera serata. Sul ring ha confermato quanto mi aveva detto nell’intervista fatta in settimana. È venuto in Italia per riportare a casa il titolo. E ha lottato per questo.

Fiordigiglio è stato bravo a resistere nei momenti difficili, soprattutto nei round iniziali. Ma soprattutto è stato bravo a dare intensità alla sua azione, a rischiare di prendere colpi pur di riuscire ad accorciare la distanza. Perché da vicino lui riusciva a scaricare, a centrare l’avversario. Ma dalla media distanza era l’altro a comandare.

Combattimento incerto, bello, combattuto.

L’olandese ha confermato di essere avversario tosto.

L’aretino ha ribadito di avere dentro il sacro fuoco, di essere disposto a soffirire per centrare l’obiettivo. Pronto anche alla battaglia cruenta.

Meo Gordini ha sofferto all’angolo, ha cercato di convincere il suo pugile a non lasciare nelle mani dell’altro l’iniziativa. Non era facile seguire i consigli del saggio maestro. Orlando ha cercato di accontentarlo, sofferente anche, ma non più di tanto, per un leggero taglio all’arcata sopracciliare sinistra.

“Venerdì dimostrerò di essere il migliore e sarò campione” mi aveva detto Danyo.

L’italiano ha fatto di tutto per spegnere il sogno.

E alla fine, con grande, incredibile sofferenza, ce l’ha fatta.

Danyo se ne è andato con molti dubbi nella testa. Il verdetto non l’ha convinto, a dirla tutta neppure io sono pienamente certo che i giudici abbiano centrato i cartellini.

È stato il miglior match della serata.

Per l’ardore con cui si sono battuti, entrambi meritavano il meglio.

Dare Fiordigiglio con tre punti di vantaggio, significa assegnare all’aretino sei riprese, quattro al rivale. Il punto in più viene dal richiamo ufficiale. Credo ci sia stata un po’ di generosità nella gestione del risultato.

RIGUCCINI – Alessandro Riguccini travolge Ivan Alvarez.

Primo knock down dopo quaranta secondi.

Secondo knock down dopo 1:16.

Terzo, e definitivo per il kot, dopo 1:39.

E il messicano? Ha solo incassato, non ha tirato un colpo. E ha rimediato la terza sconfitta negli ultimi cinque combattimenti (gli altri due li ha chiusi con una vittoria e un pari).

Avevo una grande curiosità, volevo capire cosa ci fosse dietro tutte quelle vittorie di Riguccini in Messico. Non ho avuto la risposta. Non è colpa sua, quanto dell’inconsistenza della difesa del rivale.

BOSCHIERO – Devis Boschiero apre la serata di Firenze portandosi ancora dietro la delusione per la sconfitta contro Martin Ward nell’ultima incursione toscana.

È leggermente contratto, non sempre trova il giusto tempo per entrare e uscire in fase d’attacco. A tratti mi sembra un po’ troppo nervoso.

Ha davanti Ysner Talavera, un nicaraguense che si dimostra un gran pedalatore all’indietro. Un maratoneta del ring che cerca di limitare i danni abbassando la testa quando viene chiuso alla corde, praticamente sempre. E se quella scorrettezza non dovesse bastare, è pronto ad abbracciare il rivale. In fase d’attacco solo qualche montante portato più per liberarsi a coscienza che per fare davvero male.

Bene per intensità Boschiero, meno per precisione e applicazione tattica. Un motorino instancabile, gli anni per lui sembrano non passare mai. Stavolta però è stato meno concentrato, meno efficace nel chiudere l’azione.

Una vittoria comunque netta, non c’è stato un solo secondo in cui il match sia stato in dubbio. Successo numero 47 per Devis, terza sconfitta negli ultimi quattro match per Talavera. L’altro incontro è stato un no contest.

BLANDAMURA – Emanuele Blandamura ha fatto bene i compiti.

Davanti aveva un collaudatore, ma Lele non ha cercato la strada più facile. Matic non è certo rivale di livello, l’unico colpo che riesce a portare sperando abbia qualche effetto è un diretto destro che però spara troppo da lontano e per questo finisce fuori misura (uno solo efficace, quello della ripresa conclusiva).

Detto questo, va anche detto che la prova di Blandamura è stata positiva. Per colpo d’occhio, rapidità di braccia e scelta dei tempi d’azione.

Il romano di Udine ha condotto un match pulito, fatto di poche sbavature (qualche gancio sinistro troppo sbracciato) e di concretezza. Non ha il colpo del ko, ma questo lo sappiamo da sempre. I colpi però li porta con proprietà tecnica, seguendo le giuste traiettorie.

Un buon test, anche se bisogna necessariamente mettere sulla bilancia la modestia dell’avversario. Lele ha fatto esattamente il massimo che gli si chiedeva. Ha dominato, ha boxato con eleganza, ha messo in mostra tecnica e colpo d’occhio. Attenzione solo a non esagerare nelle lodi, Matic è quello che abbiamo visto.

OBBADI – Mohammed Obbadi poco prima di salire sul ring aveva pronunciato una dichiarazione coraggiosa: “Voglio fare il miglior match della serata”. Ha mantenuto la promessa, condividendo con Fiordigiglio vs Danyo il titolo di miglior incontro del programma. Ha chiuso al primo round con un’azione da applausi. Ha mandato a vuoto Jersen Larios, schivando con un movimento del tronco, e l’ha incrociato con un destro largo.

Giù, a terra.

Era tutto finito.

“Oggi si va via presto, l’avevo detto”.

Esultava all’angolo Leonard Bundu, il nuovo maestro del marocchino d’Italia. Il mitico Leo, uno dei migliori pugili italiani dell’ultima generazione.

Secondo ko subito negli ultimi tre match per Larios.

Lasciamo per un attimo da parte il dato statistico. Ora c’è da applaudire Obbadi. Per l’azione difensiva, per il colpo d’occhio, per la rapidità di esecuzione del colpo risolutore.

Bene. Avanti così.

RISULTATISuperpiuma: Devis Boschiero b Yesner Talavera (Nic) p. 6; medi: Emanuele Blandamura b Nikola Matic (BIH) p. 6; gallo: Mohammed Obbadi b Jerson Larios (Nic) ko 1; welter (interim Wbc silver) Alessandro Riguccini (65,900) b Ivan Alvarez (Mex, 69,950) ko 1. Arbitro: Massimo Barrovecchio; superwelter (vacante International Ibf) Orlando Fiordigiglio (kg 69,550)  b. Stephen Danyo (Ola, kg 69,350) p. 10 (96-93, 96-93, 96-93). Arbitro: Massimiliano Bianco; massimi leggeri (Wbc International) Fabio Turchi (kg 90,400) b Sami Enbom (Fin, kg 90,350) ko 1 dopo 1:16. Arbitro Ian John Lewis. Medi: Matteo Signani b Frane Radnic (Cro) p. 6; superwelter: Mirko Natalizi b Grigoris Nikolopoulos (Gre) kot 1.

 

Tutti in fila per Joshua, ecco la storia della caccia al malloppo…

 

Eddie Hearn è quello che in Sicilia chiamerebbero il puparo, muove il mondo dei pesi massimi come se questi colossi fossero solo marionette.

Annuncia una data, poi si concede un prolungamento nel tempo e quelli continuano a farsi la guerra fra loro. Fino a quando non si sconfina nella farsa. Come la boutade di Dean Whyte, fratello di Dillian, massimo solo nel peso e non nella professione, che si è detto disposto ad affrontare Anthony Joshua per nove milioni di sterline. O come Shannon Briggs che, a 47 anni, si dichiara pronto per la sfida.

Sono talmente tanti i contendenti coinvolti come potenziali rivali che chi è rimasto fuori strepita.

“È un insulto. Un’offesa per me il fatto che Hearn non abbia fatto il mio nome” urla Joe Joyce che ha da poco firmato con Frank Warren.

Ci sono dentro tutti i maggiori promoter: Al Haymon (Andy Ruiz jr), appunto Frank Warren, lo stesso Eddie Hearn (Michael Hunter) e non poteva mancare Don King (Trevor Bryan).

“Quelli di Matchroom hanno il mio numero di telefono, sarò felice di aiutarli a promuovere l’evento”.

Al momento sono talmente tanti a far parte della fila che Sky Bet ha stilato le quote sulla possibilità che questo o quel pugile firmi il contratto per la sfida dell’1 giugno al Madison Square Garden di New York, mondiali Wba, Ibf, Wbo in palio.

Andy Ruiz Jr 4/6
Michael Hunter 6/5
Trevor Bryan 8/1
Luis Ortiz 9/1
Manuel Charr 12/1
Wladamir Klitschko 18/1
Dereck Chisora 22/1
Joseph Parker 22/1
Adam Kownacki 25/1
Oleksandr Usyk 25/1
Bryant Jennings 33/1
Joe Joyce 33/1
Oscar Rivas 33/1
Deontay Wilder 40/1
Dillian Whyte 40/1
Hughie Fury 40/1.

Diamo uno sguardo ai principali pretendenti.

Andy Ruiz jr (32-1-0, 21 ko, 29 anni). Numero 11 Wba, 15 Ibf. Ha perso la prima occasione, sconfitto di stretta misura con decisione a maggioranza la sfida contro Joseph Parker per la cintura Wbo. Ha una mole gigantesca per la sua altezza: 1.88. All’esordio ha fermato la bilancia a 135 chili, nell’ultimo match ha segnato 119. Veloce di braccia pesante nei colpi, buon movimento di gambe. È la scelta numero 1. Partirebbe sfavorito, come del resto tutti gli altri contendenti.

 

Michael Hunter (16-1-0, 11 ko, 30 anni). Viene dai massimi leggeri, categoria in cui è stato sconfitto ai punti nella sfida per il titolo Wbo dal fuoriclasse Oleksandr Usyk. È 10 per l’Ibf, 12 per la Wba. Ha solo quattro match da peso massimo. Ha tecnica e velocità. Il fatto che abbia appena firmato per Eddie Hearn lo pone come secondo favorito tra i papabili.

Manuel Charr (31-4-0, 17 ko, 34 anni). È il campione regolare della Wba. Negli ultimi otto match è stato sconfitto tre volte, due delle quali per knock out. Non combatte dal novembre del 2017.

In carriera ha affrontato due soli pugili di classifica ed è stato battuto da entrambi prima del limite.

Nelle ultime tre stagioni ha sostenuto solo tre incontri.

A mio avviso, improponibile.

Trevor Bryan (20-0, 14 ko, 29 anni). Campione a interim della Wba, sigla che non nega un titolo a nessuno, ha disputato solo tre match da peso massimo, nella categoria inferiore è stato messo ko da Tony Bellew. Non ha qualità per proporsi come rivale di uno come Joshua.

Adam Kownacki (19-0, 15 ko, 30 anni). Numero 5 del Wbc, 4 Ibf, 13 Wba. Ha il pugno da ko, ma non sufficiente esperienza. Hearn non sembra considerarlo tra i candidati.

Agit Kabayel (19-0, 13 ko, 26 anni). Campione europeo, vincitore di Chisora e RUdenko. Numero 9 del Wbc, 3 Ibf, 9 Wbo. Poco conosciuto negli States. Possibilità vicine allo zero.

Luis Ortiz (31-1-0, 26 ko, 40 anni) sembrava fosse fuori dalla corsa dopo la sua dichiarazione: “Mi hanno offerto cinque milioni di dollari. Una cifra offensiva, se vogliono che firmi me ne devono dare il doppio”. Poi Hearn ha detto che lo avrebbe nuovamente contattato. È il rivale più accreditato. Ma avrebbe poco tempo per prepararsi. Difficile che la trattativa vada in porto.

A chiudere la prospettiva fantapugilistica prospettata da alcuni giornali americani. Jarrell Miller potrebbe tornare in corsa. La Commissione Atletica di New York lo ha sospeso, negandogli il rinnovo della licenza. Il suo avvocato ha detto che Miller non si era ancora affiliato alla NY Athletic Commission per cui l’ente non avrebbe avuto alcun diritto di sospenderlo. A questo punto ha annunciato il legale, al suo assistito basterà trovare uno Stato che accetti di affiliarlo e il giovanotto potrebbe salire sul ring.

A parte il fatto che trovo assai improbabile che una Commissione di qualsiasi Stato americano accetti di affiliare un tipo che è stato trovato positivo a tre differenti test antidoping, soprattutto dopo tutto il clamore che c’è stato attorno a questo caso. Ma anche nell’ipotesi che riuscisse a trovare un commissioner compiacente, non credo che Hearn lo accetterebbe nuovamente come co-protagonista di un evento in cui si gioca una buona parte della sua reputazione.

Il circo dei pesi massimi è salito in massa sulla giostra. E non è che gli altri due protagonisti si apprestino a scontri memorabili: Tyson Fury vs Tom Schwarz e Deontay Wilder vs Dominic Breazeale sono match che non offrono la minima attrattiva.

La caccia al malloppo è l’unica cosa che conti, in fila ci sono tutti.

Turchi e Fiordigiglio a Firenze, in una di quelle riunioni da 1 fisso

Non ce la faccio a entusiasmarmi per la riunione di Firenze. Penso che nessuno dei pugili di casa possa perdere. Troppo netto il divario con i loro avversari.

L’altra volta, il 30 novembre scorso, i match mi avevano appassionato. Mi ero seduto a bordo ring per vedere lo spettacolo e avevo ammirato Devis Boschiero. Mi era piaciuta la furia con cui aveva cercato la vittoria contro un avversario veramente tosto. Il miglior incontro della serata. Anche Turchi mi aveva spinto ad applaudire. Tony Conquest lo aveva impegnato. Era stato sicuramente bello il modo in cui Fabione aveva chiuso il combattimento al settimo round.

Per lo show di domani, 26 aprile, le cose sono state costruite in modo diverso.

Gli avversari scelti non mi convincono, il loro recente passato è tappezzato di sconfitte. Sono uomini che non generano in me la curiosità di andare a vedere cosa siano in grado di fare.

E questa non è una bella cosa.

DAZN ha portato in Italia pugilato di altissima qualità.
Ho paura che stavolta l’Italia non porterà qualità sugli schermi di DAZN.

La boxe nasconde spesso sorprese dietro l’angolo, vero. Ma se arrivassero dalla Tuscany Hall, a mio giudizio, non si potrebbero definire tali. Per ogni italiano sconfitto userei la stessa parola. Non sarebbe sorpresa, ma delusione.

Rodolfo Sabbatini l’avrebbe definita una riunione da 1 fisso.

Il clou è senza dubbio Fabio Turchi vs Sami Elbon per il titolo Wbc Internazionale dei massimi leggeri.

Fabio si presenta da imbattuto (16-0, 12 ko), voglioso di ben figurare davanti alla sua gente e deciso a chiudere prima del limite.

Il finlandese (18-2-0, 10 ko), che ha boxato a lungo tra i mediomassimi, nel suo curriculum ha dunque due sconfitte: con Dominic Boesel e Tomas Lodi, la seconda è datata 26 maggio 2018. Una battuta d’arresto che Enbom ha giudicato pesante, non solo perché arrivata per kot al terzo round, ma anche per il fatto che quel match avrebbe dovuto rappresentare la svolta della sua carriera. Persa la sfida, ha pensato che sarebbe stato meglio dedicarsi ad altro e ha annunciato il suo ritiro. Con il passare dei mesi ha però capito che forse valeva la pena di andare avanti. Il 16 febbraio scorso è tornato sul ring. Ha battuto, neppure tanto facilmente stando ai cartellini (39-37, 39-38, 39-37) Gennadi Stserbin (1-2-0) ai punti in 4 round. È stato sufficiente per conservare la qualifica di pugile in attività.

L’offerta per venire in Italia è arrivata nel momento giusto.

E adesso Turchi si trova in una posizione estremamente scomoda. Enbom non è al suo livello. Il toscano è netto favorito, deve vincere prima del limite. Ogni altro risultato sarebbe una delusione. Spero sbrighi velocemente la pratica. La boxe italiana ha bisogno di un personaggio come lui.

Non è che per gli altri protagonisti la situazione sia molto diversa.

La curiosità della serata è rappresentata da Alessandro Riguccini (a sinistra nella foto), il fiorentino che è andato a cercare fortuna in Messico. Ha messo su un record di 22-0, con 18 ko, e alla Tuscany Hall difende il titolo ad interim Wbc silver dei welter. Lo fa contro Ivan Alvarez (28-9-1, 18 ko), messicano che negli ultimi quattro incontri ha ottenuto una vittoria, due sconfitte e un pari.

C’è voglia di vederlo dal vivo, sinora in Italia, tranne l’esordio, è apparso solo in streaming o su YouTube. Leggendo il suo curriculum ho notato una propensione al cambio di peso. Ha boxato da superpiuma, ma anche da superwelter. La svolta brusca è arrivata a giugno 2017, fino a quel momento aveva combattuto da leggero. A novembre ha fatto un salto di due categorie.

Orlando Fiordigiglio (30-2-0, 13 ko) si batte per il vacante Ibf dei superwelter, categoria in cui occupa il numero 6 dell’International Boxing Federation. Affronta Stephen Danyo (15-2-3, 6 ko), olandese con propositi bellicosi. Ha ancora fame di vittorie, è vero: gli manca il pugno pesante, ma ha personalità. Fiordigiglio dovrebbe venirne a capo, ha ampiamente i mezzi per farlo. Anche perché il record dell’olandese parla di un pugile che negli ultimi tre combattimenti è stato sconfitto sia da Felix Cash che da Custio Clayton e ha vinto ai punti contro Giorgi Ungiadze (17-36-1).

Si ritrovano sullo stesso ring, ma stavolta non da avversari, Emanuele Blandamura (28-3-0, 5 ko) e Matteo Signani (27-5-3, 10 ko).

Il 3 dicembre 2016 Lele e Matteo si sono affrontati per il titolo europeo dei medi a Colleferro. Ha vinto ai punti il romano nato a Udine. A 39 anni avanzati sono entrati nella parte finale della carriera, quella in cui non si può commettere il minimo errore. Lo sanno, hanno la professionalità per stare lontani dalle battute a vuoto.

Signani (foto sopra) è lo sfidante ufficiale di Kamil Szeremeta per il titolo europeo dei medi. La possibilità di raggiungere un accordo a trattativa privata scadrà martedì 30 aprile, a mezzogiorno.

Domani si troverà davanti Frane Radnic (11-12-0, 10 ko), un croato che non vince da quattro anni e ha collezionato 12 sconfitte consecutive negli ultimi dodici incontri.

Per Blandamura ci sarà Nikola Matic (16-40-0, 11 ko). Chi ha visto all’opera il pugile della Bosnia Erzegovina me lo ha descritto così: “Modesto, un collaudatore che però sa stare sul ring. Coraggioso, sempre disposto a fare il match”.

Negli ultimi cinque incontri ha collezionato cinque sconfitte.

Lele è innamorato della boxe. Appena un anno fa di questi tempi era reduce dalla sconfitta nel mondiale Wba contro Ryota Murata. Dopo quel match ha pensato per un po’ a quale avrebbe potuto essere il suo futuro. Mi ha detto che senza l’allenamento, senza l’adrenalina del pugilato non riesce a sentirsi a suo agio. Ha così deciso di riprovarci. Ha ripreso a Roma lo scorso novembre, continuerà domani a Firenze.

Sarà dura trovare ancora una volta la strada giusta per salire in alto. Matic rappresenta solo un momento di passaggio, così tanto per mantenersi in forma.

Per Devis Boschiero (46-6-2, 21 ko) ci sarà Ysner Talavera (15-5-1, 4 ko), un nicaraguense con due sconfitte e un no contest negli ultimi tre incontri.

L’ultima volta a Firenze, il 30 novembre scorso, Boschiero ha disputato un match fantastico contro il britannico Martin Joseph Ward. Ha perso ai punti per split decision, ha dato battaglia per dodici riprese. A quasi 37 anni ha dimostrato una tenuta atletica da fare invidia a tanti under 25.

Stavolta l’impegno è meno stressante, se lo merita.

Mohammed Obbadi (18-1-0, 12 ko) ha cambiato maestro e palestra. Andato via Boncinelli dall’Accademia Fiorentina, il marocchino d’Italia si è spostato a Cascina dove vive e si allena. Ora lo prepara il maestro Khalid. Si è irrobustito, dicono fatichi a rientrare nel limite dei mosca dove è numero 6 per l’IBF. Affronterà Jerson Larlos (7-4-0, 3 ko), due sconfitte negli ultimi due match tra cui il kot 5 subito il 24 febbraio contro Leymon Benavides (15-6-1, 2 ko in carriera). L’accordo per il match sembra sia stato raggiunto a 53 chili. Assai vicino al limite dei gallo.

Mirko Natalizi (a sinistra nella foto) si presenta sul ring da imbattuto (4-0, 2 ko) e affronta Grigoris Nikolopoulos (2-4-0, 1 ko), tre sconfitte negli ultimi tre match. L’ultima contro Georgias Skarpotheos (all’epoca, 0-2-0 in carriera).

PROGRAMMA (Tuscany Hall, Firenze, domani 26 aprile) Superwelter (6×3) Mirko Natalizi vs Grigoris Nikolopoulos; medi (6×3) Matteo Signani vs Frane Radnic; gallo (6×3) Mohammed Obbadi vs Jerson Larios; superpiuma (6×3) Devis Boschiero vs Yesner Talavera; medi (6×3) Emanuele Blandamura vs Nikola Matic; superwelter (vacante International Ibf, 10×3) Orlando Fiordigiglio (kg 69,550)  vs Stephen Danyo (Ola, kg 69,350); massimi leggeri (Wbc International, 12×3) Fabio Turchi (kg 90,400) vs Sami Enbom (Fin, kg 90,350); welter (interim Wbc silver, 12×3) Alessandro Riguccini (65,900) vs Ivan Alvarez (Mex, 69,950).

PESO – Oggi, 25 aprile, alle 13:00, presso il Novotel Firenze Nord Aeroporto, in Via Tevere 23 a Sesto Fiorentino.

TELEVISIONE – Domani, 26 aprile, diretta su DAZN dalle 19:30. Telecronista Niccolò Pavesi, commentatore tecnico Alessandro Duran.

Intervista al rivale di Fiordigiglio, Danyo: “Venerdì sarò campione!”

Stephen Danyo (15-2-3, 6 ko) è un olandese di trent’anni.
Boxa da superwelter, è alto 1.80, è stato campione europeo WBO nella categoria inferiore. Si è anche battuto due volte per titoli di sigla internazionali.
L’ho intervistato.
Il ritratto che ne esce è quello di un uomo con grande fiducia nei suoi mezzi. Viene in Italia per conquistare il titolo, nel nostro scambio di domande e risposte non ha certo nascosto le sue ambizioni.

Perché hai scelto il pugilato?
“Ho iniziato a boxare all’età di 13 anni. Mi sono innamorato subito di questo sport. Il primo obiettivo è stata l’Olimpiade estiva di Londra 2012. Ai campionati del mondo, che servivano anche come qualificazione olimpica, non ce l’ho fatta per poco (a Baku 2011 è uscito ai quarti di finale). Ora il mio obiettivo è diventare campione del mondo e fissare più traguardi da professionista”.

Perché il tuo soprannome è The chosen one, il prescelto?
“È stato il mio ex manager a darmelo. Anch’io sono un credente in Dio Gesù Cristo, così quel nome è rimasto con me”.

Sei sposato? Hai figli?
“Ho una compagna, la nostra è una relazione seria. Ho due figli: di quattro e cinque anni”.

Lavori o la boxe è la tua unica attività?
“Faccio il pugile a tempo pieno. Ho un reddito mensile tramite il mio sponsor”.

Quale è il tuo pronostico per il match contro Orlando Fiordigiglio?
“Venerdì sera sarò incoronato campione!”

Che giudizio dai su Fiordigiglio?
“È un discreto pugile, rispetto quello che è riuscito a fare in passato. Ma adesso è il mio momento, dimostrerò che sono migliore di lui!”

Hai così tanta fiducia da avere già programmato il prossimo incontro per il 7 giugno a Rotterdam. È così?
“Con il mio team abbiamo intenzione di realizzare grandi eventi di pugilato in Olanda”.

Sei già stato in Italia?
“Sì, ero al campo di allenamento con il team WSB D&G Milano Thunder. Volevano che mi unissi a loro, ma io avevo altri piani”.

Quale è il tuo colpo migliore?
“Lo vedrai venerì sera”.

In Olanda la boxe non è molto popolare, è difficile fare pugilato nel tuo Paese?
“Ho una grande squadra. Siamo perennemente impegnati. Presto il pugilato diventerà grande anche da noi”.

TUTTO QUELLO CHE C’E’ DA SAPERE

DOVE
Tuscany Hall, Firenze
QUANDO
Venerdì 26 aprile
ORGANIZZATORE 
Matchroom Boxing, Eddie Hearn. Opi Since 82, Salvatore Cherchi
MATCHMAKER 
Christian Cherchi
TITOLO 
vacante IBF international superwelter
DISTANZA 
Dieci riprese
PROTAGONISTI
Orlando Fiordigiglio (30-2-0, 13 ko) vs Stephen Danyo (15-2-3, 6 ko)
TELEVISIONE 
DAZN (collegamento inizio riunione ore 21:00)

 

 

Oliva scrive al presidente del CIO: Proteggete i sogni dei giovani pugili

Tra un mese, il prossimo 22 maggio, il CIO si riunirà a Losanna. In quell’occasione sarà deciso se confermare il pugilato nel programma dei Giochi di Tokyo 2020. In caso positivo, sarà annunciato anche il nome dell’organizzazione a cui verrà affidata la gestione del torneo. Davanti alla minaccia dell’esclusione della boxe dall’Olimpiade, Patrizio Oliva ha inviato una lettera a Thomas Bach, attuale presidente del CIO. Ricevo e volentieri pubblico.

 

 

Signor THOMAS BACH
Presidente Comitato Olimpico Internazionale
Losanna, Svizzera

Caro Presidente Bach,

mi chiamo Patrizio Oliva, sono stato medaglia d’oro nei pesi superleggeri all’Olimpiade di Mosca 1980.

Condivido la battaglia del CIO nei confronti di quei dirigenti che hanno minato alle base il suo fascino.

L’AIBA ha recentemente ammesso di avere operato in passato con poca accortezza sul piano finanziario, su quello della lotta al doping e su quello della gestione di arbitri e giudici.

Ora, dicono i massimi dirigenti, i problemi sono stati risolti.

Anche qui mi trovo in linea con la politica del CIO che ha chiesto all’Associazione mondiale sempre maggiori delucidazioni sulla gestione del nostro sport.

La WADA ha sostenuto l’inattendibilità dell’Ente, classificando il pugilato come lo sport olimpico con meno controlli antidoping fuori gara in assoluto. Dai vertici dell’Associazione hanno assicurato che il caso è in via di soluzione.

Ma i problemi non finiscono qui.

Un ragazzo che soffre, si sacrifica, si impegna fisicamente e mentalmente deve essere sicuro che anche giudici e arbitri rispettino le regole, senza alcun condizionamento. Dopo il disastro di Londra 2012, Rio 2016 ha confermato l’inadeguatezza del sistema. Sono stati sospesi 36 tra arbitri e giudici, è stato azzerato il gruppo che ne governava l’attività, allontanato il direttore esecutivo. A tre anni dai Giochi, non hanno fatto ancora sapere come si sia conclusa quell’inchiesta. Non vedo come possano dire “problema risolto”.

Sul piano finanziario, l’ammissione che ogni speranza futura sia legata ai contributi del CIO e che il debito accumulato sia di almeno 16 milioni di dollari, mi fa pensare che siano ancora molto lontani da qualsiasi soluzione. La governance è la stessa da molto tempo. La gestione del presidente Ching-Kuo Wu non è stata certo brillante per scelte politiche, sportive e finanziarie. Gli stessi membri del Comitato Esecutivo che lo appoggiava lo hanno ammesso e ne hanno chiesto le dimissioni.

La maggior parte dell’attuale dirigenza politica dell’AIBA era in carica già all’epoca del governo Wu, che ha esercitato il suo potere per undici anni.

È per questo che mi trovo pienamente in linea con l’atteggiamento del CIO, come credo lo sia la maggior parte dei pugili.

La prego quindi di risolvere questo nodo fondamentale.

L’AIBA non può continuare a gestire la boxe olimpica.

Ma, signor presidente, con uguale franchezza Le dico che il pugilato non può sparire dai Giochi. Ogni ragazzo che sale per la prima volta sul ring, ha un sogno nella testa: l’Olimpiade. Non può essere l’AIBA a rubare il loro sogno.

Recentemente il dilettantismo è finito in prima pagina sui principali giornali del mondo. New York Times, Le Monde, The Guardian ne hanno parlato. Ma solo per sottolineare scandali, sotterfugi, ammanchi.

Restituisca dignità a uno sport che non merita di essere trattato in questo modo.

Il 22 maggio il CIO faccia giustizia e confermi la presenza del pugilato nel programma olimpico di Tokyo 2020.

La ringrazio per l’attenzione

con stima

Patrizio Oliva

Oro olimpico a Mosca 1980 nei pesi superleggeri, vincitore della Coppa Val Barker come miglior pugile dell’Olimpiade. Allenatore della nazionale italiana ai Giochi di Atlanta 1996 e Sydney 2000. Campione del mondo professionisti.

 

 

 

Fognini, in fondo è la vittoria di chi diceva: facciamocelo piacere così com’è

Fabio Fognini ha vinto il Master 1000 di Montecarlo. In molti stanno correndo per saltare sul carro, dopo averlo frustato a sangue con le loro parole. Ripropongo (titolo compreso) un articolo che ho scritto nell’aprile del 2017 ed è stato pubblicato su Tennis Match. L’ho solo aggiornato nei tempi dei verbi e in qualche statistica.

Story Teller/ Fabio Fognini. Se non riusciamo a farcelo piacere per quello che è, per ciò che dimostra e sta facendo, la colpa è nostra… Lui è il miglior tennista italiano, per classifica e risultati dopo i miracolosi Anni Settanta. E gioca un tennis di una bellezza unica. Così noi di Tennis Match abbiamo deciso di dare un taglio alle troppe (e inutili) discussioni sul suo carattere.

E se imparassimo a farcelo piacere così come è?

Lui è un tipo un po’ così, come quelli che nascono lì, in Liguria.

Ha un sorriso contagioso quando è in buona, uno sguardo che ti tiene lontano quando le cose non vanno come vorrebbe.

Fabio Fognini è quello che in un video girato per l’Associazione Tennisti Professionisti, alla domanda: “Che consiglio daresti ai giovani che vogliono diventare una stella del tennis?” ha risposto molto seriamente: “Essere pazienti, è sicuramente la prima cosa”.

E se lo dice lui…

Premiata Ditta Fognini
distruggiamo racchette dal 1987

Purtroppo non è mia, ma di Gene Gnocchi che se l’è fatta scrivere su una maglietta.

Fabio è anche quello che sul suo profilo Atp ha messo come prima frase della sua biografia:

Nickname is “Fogna”

Il soprannome è Fogna.

Ne conoscete altri così?

È quello che, assieme a Flavia Pennetta, campionessa, consorte e mamma, per annunciare l’arrivo del primogenito aveva scritto sui social: “Baby Fognetta is coming”.

Lo so, a tutti voi interessa soprattutto il tennista.

E, anche qui, perché sperare sempre che sia diverso da quello che ha finora mostrato di essere? Non è che nella famiglia del tennis italiano ne abbiamo avuti molti più bravi di lui.

In fondo è sempre uno che si è arrampicato sino al numero 12 del mondo. E tutti noi lì a dire: forza, un altro piccolo sforzo e entri nella Top Ten. E se lui non ce la fa, giù con gli insulti. Perché, diciamocela tutta, non è solo Fabio a usare brutte parole in questa storia.

È stato l’unico italiano dopo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti a chiudere per due anni consecutivi tra i primi venti.

Ma questo non ci basta.

Ha sconfitto Andy Murray e per quattro volte Rafa Nadal, due consecutive sulla terra rossa, una nella memorabile sfida in rimonta dopo essere stato sotto di due set sul veloce degli US Open 2015, l’ultima l’altro giorno in semifinale a Montecarlo.

Ma questo non ci basta.

È arrivato in semifinale nel Masters 1000 di Miami, livello di torneo in cui non si ricordano vincitori italiani.

Ma questo non ci basta.

È stato il primo italiano a vincere un Master 1000.

Ma questo non ci basta.

Lui ama Valentino Rossi, è amico di Bobo Vieri e tifa Inter.

Dico, segnali di che tipo fosse ce ne ha mandati in quantità.

Ma questo non ci basta.

Lo raccontiamo come uno che non è riuscito a costruire niente. Ne parliamo come se venisse da una scuola italica che da sempre sforna campioni.

Il tennis di casa nostra, tra i maschietti, ha avuto nei tempi lontani Nicola Pietrangeli, in quelli più recenti Adriano Panatta. Poi, a livello di vincenti nei tornei del Grand Slam, ci fermiamo lì in tutta la storia di questo sport.

Fognini mette assieme nove tornei, disputa partite importanti, batte qualche Top Ten, porta punti preziosi in Coppa Davis.

Ma questo non ci basta.

E allora accade che alla fine anche lui cominci a pensarci su, a sognare che stravolgendo tutto potrebbe finalmente dare una risposta alla nostra e soprattutto alla sua voglia di capire dove possa arrivare.

Maggio 2017 doveva essere l’anno della svolta.

Era il mese in cui compiva trent’anni, in cui è nato il primogenito, l’ha chiamato Federico ed è venuto al mondo il 19: tre giorni dopo la sua vittoria agli Internazionali di Roma contro il numero 1 Andy Murray.

Appuntamenti importanti per cui si era messo il vestito della festa.

Aveva cambiato coach, ma siccome sapeva che a noi questo non sarebbe bastato, ha cambiato anche preparatore atletico. Ha preso Douglas Cordero, cubano residente a Miami. Si è allenato in Florida, ha perso qualche chilo, ha dato tonicità ai muscoli.

Poi maggio è scivolato via senza ricordi da incorniciare e il 2017 non gli ha regalato grandi acuti. Il circo ha continuato a lavorare. Lui a giocare, gli altri a riempirlo di: sta gettando a mare un talento unico, non si impegna, spreca cento occasioni. E via così…

Poi arriva una domenica di Pasqua nell’anno di grazia 2019 e accade qualcosa di magico.

A Montecarlo batte il numero 3 Alexander Zverev, nei quarti elimina Coric, sconfigge Rafa in semifinale e supera Lajovic nella partita per il titolo.

In un colpo solo riaccende i sogni.

Soprattutto i nostri.

Ma già so che non riusciremo a goderci il momento. Fantastichiamo sempre su come avrebbe potuto essere il passato, su quello che potrebbe essere il futuro.

La semifinale non ci bastava, la vittoria su Nadal era bella, ma non pienamente appagante. Il torneo Fogna doveva vincerlo. E quando è accaduto, finalmente abbiamo dimenticato in fretta tutto il cattivo che avevamo detto su di lui.

A dirla tutta, anche noi qualche giustificazione la abbiamo.

Fognini è uno che ha movenze fluide e rapide, che tira un rovescio come si deve fino a farlo diventare il suo colpo migliore, che serve meglio di quasi tutti gli italiani, che ha gambe veloci e reattive. Insomma è uno che le speranze te le strappa dal cuore.

Non ce la facciamo proprio a farcelo piacere così come è troppo spesso ne vediamo solo il lato buio, rimanendo ciechi davanti all’altra faccia della Luna.

Travolti dal borghese conformismo dello sport moderno, arriviamo a scambiare per mancata capacità di crescere anche il sano divertimento di uno che non può certo maledire la vita.

Così quando avanza a Miami e dopo una partita chiusa con un successo scrive sullo schermo della tv:

Niña, se vinco non torno più.

O a Montecarlo ricama sulla telecamera:

Fogna 2 ahahahah

diciamo con un pizzico di rimprovero: “Eccolo lì, l’eterno Peter Pan”.

Signori, ma datevi una calmata. La vita è così piena di brutture che un sorriso non può certo farvi male. E poi, letta la prima parte, andate a vedere sino in fondo alla frase: c’è un TA scritto dentro un cuore. Un Ti Amo lanciato via etere alla donna della sua vita. Prendetelo tutto insieme il pacchetto. Gioventù e sentimento non devono farvi paura.

Non so, due anni fa non credevo che Fabio Fognini potesse risalire sino a fare meglio di dove era stato. Tranquilli tutti, giocatore compreso. Era solo la mia opinione e non mi vergogno di ricordarla.
Ma ho anche detto che mi ha regalato e mi regalerà momenti di grande emozione su un campo da tennis.
A me questo basta, non gli chiedo altro. Non pretendo che cambi.

Perché sono sempre più sicuro che solo rimanendo se stesso riuscirà a offrirci altre vittorie. Sbagliano le donne quando sposano un uomo e pretendono di cambiarlo. Sbagliamo noi quando ci innamoriamo di un giocatore e vorremmo che in campo facesse esattemente quello che NOI pensiamo sia giusto fare. Anche se di tennis ne capiamo molto, infinitamente meno di lui…

Quindi, ve lo chiedo ancora.

E se imparassimo a farcelo piacere così come è?

 

 

Big Baby è solo l’ultimo caso nella lista nera. Il massimo della boxe…

Jarell Miller (23-0-1, 20) è stato trovato per tre volte positivo in altrettanti test in vista della sfida mondiale dell’1 giugno al Madison Square Garden di New York contro Anthony Joshua.
Per quel match avrebbe incassato una borsa di cinque milioni di dollari e ne avrebbe presi altre tre per due successivi incontri su DAZN, anche in caso di sconfitta.
Il match è saltato. Big Baby è solo l’ultimo di una lunga lista di pesi massimi coinvolti in brutte storie di doping. Leggere le pene applicate, qualsiasi sia l’organizzazione coinvolta.
Non voglio fare il ripetitivo confronto tra passato e presente, mi piace però ricordare quali fossero i pugili che negli anni Settanta occupavano la classifica mondiale dei pesi massimi: Ali, Frazier, Foreman, Norton, Bugner, Lyle, Shavers, Holmes…
Credo sia il caso di sottolineare alcune note della World Anti-Doping Agency (WADA) sul tema doping.
1. Non esiste minima quantità se ce ne è abbastanza per rilevare la positività.
2. Non esiste involontarietà, ogni atleta è responsabile delle sostanze che assume consapevolmente o meno.
3. Non esiste la supposizione che non abbia influito sulla prestazione.

Luis Ortiz.

Positivo l’11 settembre 2014 nel match contro Lateef Kayode.
Squalificato per nove mesi.
Una settimana dopo la fine della squalifica batte Byron Polley (27-18-1).
Quattro mesi dopo disputa l’interim Wba e sconfigge Matias Ariel Vidondo.
Il 29 settembre 2017 positivo al doping in vista della sfida a Deontay WIlder per il titolo Wbc.
Il 2 novembre la Wba lo squalifica per un anno e lo toglie dalle classifiche.
Il Wbc lo multa per 25.000 dollari e non prende altri provvedimenti.
L’8 dicembre 2017 torna sul ring e batte per kot 2 Daniel Martz.
Il 3 marzo 2018 disputa il mondiale Wbc contro Deontay WIlder e perde per kot 10.
Oggi è numero 8 Ibf, numero 3 Wbc.
Anni: 40.
Ultimo match: 2 marzo 2019, batte ai punti in 10 round Christian Hammer.

Shannon Briggs.

Positivo nell’aprile 2017 a un controllo in vista del match del 3 giugno contro Fres Oquendo per il titolo Wba.
La Wba lo sospende per sei mesi.
Briggs ha 47 anni.
Ultimo match: 21 maggio 2016, vince per ko 1 contro Emilio Ezequiel Zarate.
Il 5 marzo 2019 annuncia di avere chiesto la licenza britannica e di volere sfidare David Haye, ritiratosi dopo la sconfitta contro Bellew.
Dice anche di avere rinnovato la licenza per gli Stati Uniti e di essere in trattative per figurare nel programma imperniato sul match Tyson Fury vs Tom Schwarz, in cartellone il 15 giugno a Las Vegas.

Fres Oquendo.

Positivo il 6 luglio 2104 nel match contro Ruslan Chagaev al controllo fatto dalla RUSADA (l’agenzia antidoping russa) e dalla WADA.
Non combatte da quel giorno.
Ha 47 anni, è numero 3 della WBA dopo essere sceso al numero 6. Ha recuperato tre posizioni senza mai combattere.
La Wba lo ha designato per il titolo contro Shannon Briggs nel giugno 2017.
Match saltato per la positività di Briggs.

Bermane Stiverne.

Positivo il 4 novembre 2016 a un controllo in vista del match del 17 dicembre contro Alexander Povetkin per designare lo sfidante ufficiale di Deontay Wilder per il titolo Wbc.
Settantacinquemila dollari di multa, nessuna squalifica.
Negli ultimi quattro anni:
perde ai punti in 12 il mondiale contro Deontay Wilder,
sconfigge Deric Rossy (30-10-0) finendo al tappeto nel primo round e vincendo di stretta misura (96-93 96-93 95-94),
il Wbc lo nomina sfidante ufficiale,
perde per ko 1 contro Wilder,
perde per kot 6 contro Joe Joyce il 23 febbraio scorso.

Alexander Povetkin.

Positivo il 21 maggio 2016 a un test sostenuto sette giorni prima.
Niente squalifica.
Il 17 dicembre 2016 deve affrontare Bermane Stiverne per designare lo sfidante ufficiale di Deontay Wilder.
Il 15 dicembre l’annuncio di una nuova positività.
Ancora nessuna squalifica.
Stiverne si rifiuta di fare l’incontro.
Il 3 marzo 2017 il Wbc lo multa di 250.000 dollari e lo squalifica a tempo indeterminato, può presentare la richiesta di licenza il 4 marzo 2018. Fino a quella data non è autorizzato a combattere per alcuni titolo Wbc.
L’1 luglio 2017 batte Andriy Rudenko per i titoli Wba Continentale e Wbo Internazionale. Successivamente supera anche Christian Hammer e David Price.
Il 22 settembre 2018 perde per kot 7 il mondiale contro Anthony Joshua.
È numero 9 Wba, numero 7 Wbc.
Ha 39 anni.

Lucas Browne.

Positivo il 5 marzo del 2016 nel match vinto contro Ruslan Chagaev per la cintura Wba. Positivo sia al primo che al secondo test.
Titolo revocato, sanzione pecuniaria, sei mesi di squalifica. Pena ridotta.
Torna sul ring il 2 giugno, batte prima del limite Matthew Greer (16-20-0, dieci sconfitte per ko).
Le cronache dicono sia positivo anche a un test del novembre 2016.
La Wba lo designa sfidante ufficiale al titolo contro Shannon Briggs.
Il match salta.
Il 24 marzo 2018 perde per ko 6 contro Dillian Whyte per il titolo Wbc silver.
Stasera, 20 aprile 2019, affronta a Londra Dave Allen (16-4-2, 13 ko).
Ha 40 anni.

Dillian Whyte.

Positivo nel 2012.
Il BBBC lo squalifica per due anni.
Torna il 21 novembre 2014.
Ha 31 anni.
È numero 1 per il Wbo e numero 4 per la Wba.

Manuel Charr.

Ultima nota sulla categoria.
Non si tratta di doping, ma credo aiuti a capire come siano realizzate le classifiche degli Enti mondiali.
Charr ha un record di 31-4-0.
Negli ultimi otto match è stato sconfitto tre volte, due delle quali per knock out.
Ha 34 anni e non combatte dal novembre del 2017.
In carriera ha affrontato due soli pugili di classifica ed è stato battuto da entrambi prima del limite.
Nelle ultime tre stagioni ha sostenuto solo tre incontri.
Nel 2016 è stato fermo un anno per un’operazione all’anca.
Prima aveva battuto un signore di 42 anni, un altro di 36 e uno che su boxrec.com figurava al numero 574 della sua categoria.
L’ultimo combattimento l’ha sostenuto il 25 novembre 2017 contro un rivale che all’epoca aveva quasi 41 anni, era inattivo da diciotto mesi. Un tizio che nonostante fosse a riposo era riuscito a scalare cinque posizioni nel ranking mondiale: dal numero 7 era infatti passato al numero 2.
Il tizio si chiama Alexander Ustinov e il match era valido per il mondiale Wba dei pesi massimi.

L’Europa di Falcinelli crea un gruppo di lavoro per fare pressione sul CIO

La Confederazione Europea di pugilato (EUBC), riunita ieri a Belgrado, ha emesso un comunicato in cui informa che sta creando un gruppo di lavoro e chiederà all’AIBA l’autorizzazione per instaurare un rapporto con il Comitato Olimpico Internazionale, nel tentativo di fare pressione sullo stesso CIO in un momento in cui la boxe olimpica è messa fortemente a rischio e la sua partecipazione ai Giochi di Tokyo 2020 non è stata ancora assicurata.

L’EUBC, guidata da Franco Falcinelli che è contemporaneamente vice-presidente dell’AIBA, ha detto di non volere rimanere ferma in una fase così delicata.

Al momento non si conosce la risposta dell’AIBA alla richiesta dell’EUBC.

Il 22 maggio il CIO si riunirà a Losanna e in quell’occasione farà sapere al mondo quale sarà il futuro del pugilato olimpico.