Sabato sale sul ring Ray Robinson, una storia di curiose omonimie…

Ray Robinson tornerà sul ring sabato a Filadelfia, affronterà l’imbattuto Egidiijus Kavaliauskas sulla distanza dei dieci round, al limite dei pesi welter.

Niente zucchero prima del nome.

Sugar Ray, quello vero, ci ha lasciati il 12 aprile dell’89 e sul piano pugilistico era di un altro pianeta.

The new Ray Robinson è nato due anni e mezzo prima della scomparsa dell’originale. Oggi ha un record di 24-3-0, con 12 ko all’attivo.

Nell’elenco aggiornato di boxrec.com gli omonimi del fuoriclasse della Georgia sono in tutto dodici. Motivi diversi hanno portato i genitori a chiamare i loro ragazzi come il campione.

Per l’ultimo, in ordine cronologico, la scelta è stata del tutto casuale.

Il nostro uomo non ha mai conosciuto il padre, che di cognome faceva Robinson. Il nome glielo ha dato la mamma Diane Nettles, semplicemente perché le piaceva chiamare Ray suo figlio.

Niente storie di boxe o di passione alle spalle, la signora sapeva poco di sport.

Decisamente più intrigante la storia di un altro atleta che porta il nome di un pugile famoso, mi piace riproporre un racconto che ho scritto sul tema qualche anno fa.

Lui si chiama Mike Tyson.

Mike Tyson come il padre, come il figlio di tre anni.

Si chiamano proprio così senza senior o junior dopo il nome. Per distinguersi hanno preferito scegliere tre differenti nomi di mezzo: Jorge, Jamont’e e Jai.

“Piacere, Mike Tyson”
“Sei un parente?”
“No, sono proprio Mike Tyson”

Accade almeno una volta al giorno. La gente non riesce a capacitarsi di essere davanti a quello vero. Forse perché il nostro Mike Tyson gioca defensive back nei Seahawks, che lo hanno scelto al sesto giro del Draft della NFL (accadeva nel 2017, da settembre 2018 è con gli Houston Texans).

È alto 1.88 e pesa attorno ai 91 chili. Potrebbe essere un buon massimo, magari un cruserweight. E invece no.

“Chi è il vero Tyson?”
“Lo siamo tutti e due. Solo che lui faceva il pugile e io gioco a Football”.

Viene da Norfolk, Virginia. La città del grande Pernell Whitaker, Sweet Pea, campione del mondo in quattro categorie di peso.

Il cerchio si chiude.

Il nostro uomo è nato nel luglio del 1993, l’anno in cui Iron Mike dopo essere stato il più giovane campione del mondo dei pesi massimi era diventato ospite della prigione di Plainfield nell’Indiana.

Condannato a due anni per stupro.

L’altro caso di omonimia che mi ha colpito risale a qualche tempo prima ed è ancora più strano…

Erano i magici anni Ottanta.
La boxe viveva un’epoca di grandi protagonisti.
Mike Tyson era un peso massimo e aveva un fisico compatto.
Non altissimo, assai vicino ai cento chili di peso. Qualcuno lo chiamava The Destroyer, il distruttore.
Saliva sul ring pieno di certezze e quando scendeva il risultato del suo match era sempre lo stesso.
Una sconfitta dietro l’altra.
Jerry Halstead, Lione Washington, Andre Smith, Kimmuel Odum e Dick Ryan lo avevano messo knock out. Chuck Gardner e Bobby Hitz l’avevano battuto solo ai punti.
Aveva un record di cui vergognarsi: 0-7-0.
Eppure Mike Tyson continuava a girare per gli Stati Uniti raccontando di essere il migliore.
“Stavolta sarà l’occasione buona?”
Ye-a-a-ah“.
Strascinava le parole, per ogni domanda sembrava avesse un’unica risposta.
Ye-a-a-ah“.
Era Mike Tyson.
La verità è che tutti lo chiamavano OT, Other Tyson: l’altro Tyson. Un po’ come oggi chiamano The New Ray Robinson il personaggio che mi ha spinto a scrivere questa storia…
Il Mike Tyson vero era anche lui un peso massimo.
Era il campione del mondo della categoria.
Ed era imbattuto.
Il nostro OT era nato nel 1960 a Oxford nel Mississippi, a 18 anni se ne era andato a Davenport nell’Iowa. Aveva lavorato in una fabbrica che produceva ketchup e poi aveva fatto l’autista di camion. Si era allenato prima con Bob Kramer, poi con Bill Bender a Los Angeles. Era rimasto nel professionismo dal 1986 al 1989, gli anni di massimo splendore di Iron Mike.
Gli unici match che OT aveva vinto erano stati quelli nei “toughman contest“. Uomini senza alcuna esperienza di boxe che si mettevano i guantoni e salivano sul ring. Per due volte era stato finalista del torneo e aveva portato a casa mille dollari.

Le sue borse medie si aggiravano sui 1.200 dollari, mentre il Tyson vero intascava milioni per ogni combattimento.

Un giorno le due vite avevano rischiato di incrociarsi.
La polizia aveva bussato alla porta di OT, in un vecchio hotel della California, e gli aveva mostrato una denuncia per avere picchiato un parcheggiatore. Lui aveva impiegato qualche ora per chiarire l’equivoco e quelli erano allora andati da Iron Mike.

Non ho mai avuto il manager giusto, se l’avessi trovato avrebbe saputo darmi l’opportunità per fare vedere il mio valore“.

E se ti avessero proposto un match con il campione, che cosa avresti risposto?

Ye-a-a-ah“.

Pensavi di poterlo battere?

Ye-a-a-ah“.

Questa è la storia di OT, l’altro Tyson.

Se ti chiami così, hai deciso di fare il pugile e sei un peso massimo, per la miseria proprio nell’epoca del vero Mike Tyson dovevi capitare?

Ye-a-a-ah…

Ma anche se scegli di giocare defensive back nella National Football League, quel nome ti perseguiterà. Credimi, ogni volta che stringerai la mano a un nuovo amico, ti sentirai fare la stessa domanda.
“… ma sei quello vero?”.

Parola di Mike Tyson…

Per chiudere questo viaggio attraverso le omonimie tra comprimari e protagonisti famosi, mi piace sottolineare come l’originale Sugar Ray Robinson in realta si chiamasse Walker Smith jr.

Era piccolino, un peso piuma. Ed era stata proprio questa la categoria in cui aveva disputato il primo match.
Aveva 15 anni, troppo giovane per salire sul ring.
Una sera era andato a vedere una riunione. Un pugile non si era presentato all’appello: si chiamava Raymond Robinson.
Walker jr amava la danza e adorava il ballerino nero Bojanges Bill Robinson. La scelta era stata fatta. Grazie alla complicità di un amico più grande, che gli aveva prestato la tessera, era riuscito a spacciarsi per un sedicenne. Quindi, abilitato a salire sul ring.
Il piccoletto avrebbe fatto l’intera carriera come Ray Robinson.
Una signora gentile e un giornalista attento gli avrebbero regalato anche il soprannome. Sugar: zucchero, dolce come la sua boxe.
Era fatta.
Si sarebbe fermato solo dopo dopo 87 match da dilettante (85-0 come Ray Robinson, 0-2 come Walker Smith jr) e 199 da professionista (174-19-6 con 109 ko): mondiale nei welter e cinque volte mondiale nei medi.
Io ci avrei pensato dieci volte prima di presentarmi sul ring con il suo nome…

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...