Shields vs Hammer può riscrivere la storia del pugilato femminile

Se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi a un uomo 
Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi a una donna
(Margareth Tatcher)

Deontay Wilder, Anthony Joshua, Tyson Fury.
Tre massimi che continuano a parlare senza riuscire a chiudere un accordo.
Claressa Shields, Christina Hammer: due donne che l’accordo l’hanno fatto.

Campionesse del mondo, imbattute, sabato 13 aprile saliranno sul ring della Boardwalk Hall ad Atlantic City per il titolo unificato (Wbc, Wba, Ibf, Wbo) dei pesi medi. Saranno il clou di una riunione che prevede anche sette match maschili. Saranno in diretta in prime time (nell’orario di punta) su Showtime.

È un evento storico per la boxe femminile.

Claressa Shields: due ori olimpici, 68-1-0 da dilettante, 8-0 (2 ko) da professionista è già stata protagonista di un momento molto importante per il pugilato delle donne. Il 10 marzo del 2017 ha tenuto il clou ed è stata trasmessa in diretta da Showtime. Era il suo secondo match da pro’, affrontava e batteva per kot 4 l’ungherese Szilvia Szabados. Si combatteva all’MGM Arena di Detroit.

Christina Hammer: 24-0 (11 ko) da professionista, è alla sua seconda esperienza americana: il 22 giugno scorso ha sconfitto per decisione unanime dopo dieci round Tori Nelson.

Pronostico incerto. Grande attesa.

cover

“La gente dice che il modo in cui parlo di pugilato
è troppo cattivo e duro.
Ma a me piace colpire,
altrimenti non sarei un pugile.
Non faccio finta che non sia parte di me

(Claressa Shields)

 

claressa

Claressa è nata il 17 maggio del ’95 a Flint, Michigan. La città più pericolosa d’America, la prima nella classifica dei crimini violenti. A 5 anni ha subito violenze sessuali da un vicino di casa. Per lungo tempo ha dovuto fare a meno della famiglia. Senza la mamma e con il papà, un campione della boxe di strada, in prigione da quando lei aveva due anni sino a quando ne avrebbe compiuti nove. La persona che le è rimasta accanto è stata zia Tammy. La  prima tifosa da quando la ragazza ha deciso di diventare pugile.

clarence

Tutto è cominciato nel momento in cui il papà, Clarence detto “Cannonball” (al centro della foto sopra mentre guarda la figlia impegnata ai Giochi di Londra 2012), le ha raccontato la storia di Laila Ali e lei si è appassionata al pugilato. Ha cominciato nel 2006 nella palestra Berston Field House. Per qualche tempo il maestro Jason Crutchfield, un tipo stravagante che colleziona strani cappelli, sembrava ignorarne la presenza. Poi, un giorno le si è avvicinato.

Come ti chiami?
Claressa”
Eh?
Claressa
Troppo complicato, facciamo Ress. Mi piace di più

Era appena nato il soprannome che si sarebbe portata dietro per sempre. Lo stesso con cui hanno titolato un documentario su di lei.

Per Ress, detta anche T-Rex, tifa anche Eddie, un amico che aveva messo in piedi una scommessa non appena era venuto a sapere che la ragazza sarebbe salita su un ring per combattere.

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“Dieci dollari che lascerai la palestra prima di una settimana”.
Accetto. Zia Tammy mi ha detto che le donne possono fare le stesse cose degli uomini, quindi…

Quei dieci dollari li ha intascati con facilità.

Nel 2011 aveva pensato di finirla lì.
La boxe mi rubava il tempo, mi negava i divertimenti della vita. Per fortuna ho cambiato idea”.

L’incertezza è durata poco. Una telefonata è stata la svolta definitiva.

Ehi Ress, sono Jason
Che c’è?
Farai l’Olimpiade di Londra a 165 libbre!
Sei pazzo, non vado mai sopra le 137
Abbi fede

Lei di fede ne ha avuta, tanta. I cittadini di Flint hanno vissuto i loro giorni di felicità, davanti alla tv, tifando per Claressa. E continuano a farlo. La boxe è anche, e soprattutto, questo.
Oro a Londra 2012, ancora oro a Rio 2016. Poi il passaggio al professionismo, la conquista del mondiale, il clou in una riunione in cui ci sono anche gli uomini, la diretta su Showtime. E adesso ecco la possibilità di entrare nella storia.

Christina Hammer non ha mai perso in dieci anni di professionismo.
Ha uno stile tranquillo. È un pugile metodico, fa un uso appropriato del jab e ha pesantezza dei colpi con il destro.
È kazaka di origini, tedesca di adozione. Nata a Nowo Oblinka, si è trasferita a Sontra nel ’91 assieme ai genitori. Ha praticato calcio, nuoto e atletica leggera prima di innamorarsi della boxe. Molto popolare in Germania, è modella e testimonial di Anita un’azienda che produce intimo per donna. Supporta un rifugio per ragazze che hanno ricevuto minacce o sono state maltrattate. È proprietaria di un Casino online e dona il 5% dei proventi a supporto di un’organizzazione e del Josè Sulaiman Relief Found che offrono assistenza ai bisognosi, soprattutto ai bambini figli di ex pugili in difficoltà.

Due personaggi di spessore, due combattenti di talento e abilità. Un esempio di quanto la boxe avrebbe bisogno di tornare alle origini per aumentare la sua credibilità. I migliori dovrebbero affrontare i migliori. Il campione dovrebbe essere uno solo. Le donne ci provano, ancora una volta sono loro a mostrare la strada.

 

La guerra dei Pacquiao: il figlio sogna i Giochi, il papà vuole che smetta

“Papà, voglio fare il pugile”.
“Figliolo mio è uno sport duro, fatto di sacrifici e privazioni. Puoi sceglierlo perché la povertà ti spinge a farlo, ma non credo che questo sia il tuo caso”.
“L’ho scelto perché lo amo”.
(voce di donna) “Tu mi spezzi il cuore”.
“Mamma, non puoi uccidere i miei sogni”.
Emmanuel, che tutti chiamano Jimuel, ha 18 anni. E ha scelto di percorrere la strada più difficile. I genitori temono possa farsi male, rimanere deluso, soffrire.
Lui ha provato con il basket, passione del papà. Ma ha capito presto che la sua strada era un’altra.

È un momento di grande impegno per Jimuel. È diventato parte attiva degli affari di famiglia, ha ufficializzato il fidanzamento con Heaven Peralejo: un’attrice resa popolare dal Grande Fratello locale. E adesso c’è la boxe.
Si è allenato, preparato. E ha fatto il primo match. Anche se chiamarlo match mi sembra davvero esagerato, in realtà è stata niente più che un’esibizione in palestra ad Alabang. Era il 9 febbraio scorso. Sparring con l’amico e compagno di allenamenti Lucas Carson, arbitro il maestro. Tre round di scambi, senza cartellini, giudici o verdetto finale. Anche se qualcuno ha propagandato l’incontro annunciando un improbabile pari.
Niente più che una sessione di guanti.

Eppure c’era tanta gente in palestra, c’erano le televisioni, i fotografi e quando il video di quei momenti è stato postato su YouTube oltre 210.000 persone hanno cliccato per vederlo. Jimuel è quello con la conchiglia protettiva rossonera, ma soprattutto è quello che ha la scritta PACMAN su quella conchiglia.
Perché Emmanuel Jimuel è il figlio più grande di Manny Pacquiao, il campione del mondo in otto categorie, e di Jinkee: la mamma che si sta opponendo con tutte le sue forze alla scelta del ragazzo.
“Hai tutto quello che puoi desiderare, perché vuoi fare il pugile?”
“Perchè ho un sogno. Voglio rappresentare le Filippine all’Olimpiade”.
È decisamente presto per sapere se il sogno sia realizzabile o meno, il giovanotto ha appena intrapreso cammino, la strada è molto lunga.

Manny Pacquiao voleva per lui una laurea in legge, un futuro da avvocato. Fatica a convincersi che deve lasciarlo libero di provare a fare il pugile. Gli ha promesso di stargli vicino, di seguirlo passo dopo passo perché solo così potrà offrirgli la sua esperienza. O forse perché spera di mostrargli la montagna di rinunce che dovrà fare per arrivare a sognare il traguardo.
“Devo fargli capire quanto sia duro scegliere questo mestiere”.
In un’intervista televisiva si è commosso fino alle lacrime commentando il desiderio del figlio.
La mamma non si è ancora arresa.
“Non mi convincerete mai che sia una scelta giusta”.

AIBA, tentativo disperato. CIO, il 22 maggio decide sui Giochi

Continua l’incertezza sulle sorti del pugilato olimpico.
Oggi il CIO, riunito a Losanna, ha comunicato ufficialmente che il 22 maggio annuncerà le sue decisioni sull’inserimento o meno del pugilato nel programma di Tokyo 2020 e su chi sarà l’Ente che dovrebbe gestire il torneo.
L’annuncio è stato quindi anticipato di un mese, rispetto alle ultime notizie provenienti sempre dal Comitato Olimpico Internazionale.
Ferma restando la convinzione che fine maggio sia sempre troppo tardi, un piccolo passo in avanti è stato fatto.
Continuo ad essere convinto che non dovrebbe esserci alcun problema sulla presenza della boxe in Giappone: cinque categorie per le donne (51, 57, 60, 69, 75 chili), otto per gli uomini (52, 57, 63, 69, 75, 81, 91, +91 chili).

Resta da vedere chi gestirà questo sport.
L’Aiba oggi ha prima lanciato un allarme, poi ha fatto un tentativo (disperato) di salvataggio.

L’allarme è arrivato direttamente dal sito web dell’International Boxing Association. Poche, ma chiare parole: se il CIO non riprenderà a versare i contributi alla Federazione Internazionale, l’AIBA fallirà. Per la prima volta sono state comunicate anche le cifre del contendere. Lo ha fatto il direttore esecutivo Tom Virgets.
Al momento l’Associazione ha debiti per un totale di 16 milioni di dollari, tre potrebbe recuperarli autonomamente entro la fine dell’anno. Se arriveranno i soldi, ne ammortizzerà altri quattro/cinque entro il 2020. Il contributo che il CIO dovrebbe riprendere a versare, se il rapporto tornerà regolare, è di 14,5 milioni di dollari entro il 2020, più altri 3,6 entro fine 2021.

Per accelerare i tempi è intervenuto Umar Kremlev (foto sopra), che si è candidato alla presidenza con una dichiarazione all’agenzia Tass (il Congresso elettivo dovrebbe essere convocato entro metà dicembre 2019). Il russo è uscito allo scoperto: in una lettera (foto sotto) inviata a Thomas Bach, presidente del CIO (e pubblicata dal sito insidethegames.biz), ha annunciato l’intenzione di coprire con le sue finanze personali i debiti AIBA per l’intero ammontare dei 16 milioni di dollari. Nella stessa lettera dice di essersi convinto a offrire il suo contributo per il bene del pugilato, sperando che l’azzeramento dei problemi economici conservi la presenza di questo sport all’interno dei Giochi. Kremlev chiude la missiva invitando Bach a tutelare la figura dell’AIBA all’interno del movimento olimpico.

L’AIBA, sempre attraverso le parole di Tom Virgets, pubblicate sul sito ufficiale e mandate via email ai giornalisti accreditati, si è fortemente lamentata del fatto che a poco più di un anno dai Giochi la situazione sia ancora in fase di stallo. Ha sottolineato come siano stati presentati al CIO quattro differenti rapporti esaustivi, l’ultimo il 20 febbraio scorso, a cui non è mai stata data alcuna risposta. Ha infine esternato la sua insofferenza per l’atteggiamento del CIO che neppure nella sessione che si è chiusa oggi a Losanna è stato in grado di fornire una soluzione.

Nessuna certezza sui tornei di qualificazione, niente regolamento sui criteri di partecipazione, nessuna notizia su numeri e nomi degli ufficiali che dovranno operare nel settore arbitri/giudici. I pugili, i protagonisti assoluti di questo sport, continuano ad essere considerati alla stregua di ostaggi a cui nessuno deve rendere conto.

La boxe in Gippone ci sarà. Le conferme arrivano anche dal sito del CIO e da quello di Tokyo 2020. Il pugilato è inserito nel programma, sia degli organizzatori che del Comitato Olimpico Internazionale senza alcun distinguo.

Il popolo della boxe dovrà pazientare altri due mesi per sapere chi sarà chiamato ad amministrare il torneo. Ma soprattutto ad aspettare saranno gli atleti, vittime incolpevoli delle malefatte del proprio Ente mondiale e della lentezza del CIO nel recepire il problema, intervenire e trovare la soluzione.
Tutti colpevoli.

Ma, come dice Myke Tyson: “Tutti nella boxe se la cavano bene, tranne il pugile“.

Bundu parla del suo mondo, quello dei welter: “Il più forte è…”

Leonard Bundu, pugile di grande talento, campione europeo
e sfidante mondiale, ha disputato il suo ultimo match
tre anni fa. Adesso insegna boxe all’Accademia Pugilistica Fiorentina,
assieme ai maestri Ivano Dagliana e Paolo Vignoli.
Da poco è entrato nel gruppo anche Angelo Ardito. Ho chiesto
a Bundu di parlarmi del suo mondo, quello dei pesi welter.

 

Leo, i pesi welter diventano sempre più forti.

Si confermano la categoria regina del pugilato, dentro ci sono i migliori talenti in circolazione”.

Chi è il tuo preferito?

Mi piace molto Terence Crawford, ma sullo stesso livello metterei Errol Spence jr. Non so se faranno mai uno scontro diretto, di certo lo vedrei molto volentieri”.

Errol Spence jr è stato il tuo ultimo avversario, il 21 agosto del 2016.

È il pugile che a mio avviso ha fatto i progressi più evidenti. Tre anni fa pensavo che Keith Thurman fosse più bravo di lui. Per carità, Spence jr ha pugno potente. Con lui ho perso per ko, con Thurman sono andato sino alla fine. Ma Spence jr lo vedevo sopratuttto come distruttore, mi sembrava si esponesse più dell’altro ai colpi del rivale. In altre parole, aveva qualche pecca difensiva. Thurman prendeva pochissimi rischi, anche lui sapeva fare molto bene la boxe e aveva pugno pesante. Difesa solida e colpo dopo colpo chiudeva il match. In sintesi: pensavo fosse più bravo”.

Hai cambiato idea?

Sì. Per carità, l’infortunio alla spalla ha creato molti problemi a Thurman. Ma ora vince raramente prima del limite, non è sicuro come una volta. Credo abbia bisogno di altro tempo per tornare al 100%”.

Errol Spence jr ha invece fatto dei passi in avanti, giusto?

Direi di sì. È sempre stato bravo tecnicamente ed ha sempre avuto una potenza devastante. Ma ora la sua boxe è più tranquilla, addirittura più efficace. Si espone meno e ottiene di più”.

Pensavi che avrebbe vinto così facilmente contro Mikey Garcia?

Assolutamente no. Era il mio favorito, ma ero convinto che avrebbe faticato almeno un po’. E invece ha dominato, lo ha surclassato tecnicamente”.

Veniamo a Crawford, è il mio favorito. Tu mi sembri invece meno disposto a sbilanciarti.

Per carità, mi piace tantissimo. Boxa bene, spreca poco, se necessario si adatta facilmente alla tattica dell’avversario, sa come imporre la sua. E poi, non per tirarmela, ma quando cambia guardia mi fa venire in mente il passato. Era una mia specialità. La differenza è che lui è un fenomeno. Ma sono convinto che contro Spence jr il match sarebbe molto equilibrato”.

Il 20 aprile affronterà Amir Khan, risultato scontato come pensiamo tutti?

Probabilmente sì. Khan era veloce, aveva grandi qualità. Ora non credo sia al massimo, il tempo del picco di condizione è passato. Il devastante knock out subito contro Canelo si farà sentire. È meno competitivo di un tempo, ma sono convinto che potrebbe essere protagonista di un bel match, una prova d’orgoglio”.

Manny Pacquiao a 40 anni è ancora sulla breccia. È pieno di soldi, ha una famiglia che ama, è adorato nel suo Paese, ha una carica politica. Perché pensi continui a combattere?

Bravo, me lo sono chiesto anch’io. Non ha più niente da dimostrare. È stato campione del mondo in sei categorie di peso, ha affrontato i migliori, guadagnato borse ricchissime. Al pugilato non ha più nulla da chiedere. Lo fa per passione. E a quella non si resiste. Vedo in palestra ragazzi che per un match sono pronti a qualsiasi sacrificio. Non lo fanno per la gloria o per i soldi, solo per passione. Tornando a Pacquiao, mi chiedo anche dove trovi il tempo per fare tutte quelle cose. Mi ricorda mia sorella Antonella”.

La candidata a sindaco di Firenze?

Lei. È sempre in movimento, attiva. Mi stanco solo a guardarla. Pensa che ha fatto anche la 100 km del Passatore! Al pensiero mi sento male. La corsa non mi è mai piaciuta, la facevo quando ero in attività perché era indispensabile. Ma ora, basta. Tutto il contrario di lei”.

Non ha avuto niente a che fare con il pugilato?

Era una grande tifosa. È stata l’unica, assieme a mia moglie Giuliana e ai bambini, che mi ha seguito ovunque. In Inghilterra, negli Stati Uniti. Ha anche provato a tirare qualche colpo sul ring. Veloce, potente. Poi si è stufata”.

Hai due figli: Andrè di quasi dodici anni e Frida (nella foto sopra quando era piccolina**…) che ne ha quasi dieci. Anche loro sono stati coinvolti nella boxe?

Mi hanno seguito. In palestra e nei viaggi in giro per il mondo. Ogni tanto mettevano i guantoni e tiravano qualche colpo. Ne uscivano traiettorie pulite, precise, efficaci. Erano nati e cresciuti all’interno di questo sport”.

E poi?

Poi si sono stancati anche loro. Chissà che crescendo non ci ripensino”.

Ci siamo persi per strada Shawn Porter.

Vero. Sono talmente tanti i welter forti che uno come lui rischia di uscire dal cono di luce. Ha un gran bel fisico, è molto forte. Come è forte Danny Garcia, tanto per fare un altro nome”.

Non ti sei mai detto: porca miseria, ma proprio nei welter dovevo combattere? Magari in un’altra categoria, il mondiale avresti potuto vincerlo.

Non ho alcun rimpianto. Io sono nato welter. Al top della carriera ho incontrato i migliori. Mi sono tolto le mie soddisfazioni. Forse, fossi stato giovane oggi con la Matchroom di Eddie Hearn che agisce in Italia, qualche possibilità in più l’avrei avuta. Ma non sto certo qui a lamentarmi, sono contento di quello che ho fatto. Anche se…

Anche se, cosa?

Un rimpianto ce l’ho”.

Quale?

Se da giovane, quando ero dilettante, mi fossi dedicato con maggiore impegno alla boxe, se avessi capito che avrebbe potuto diventare la mia professione, la mia fonte di guadagno, forse avrei ottenuto di più. Ho capito tardi, solo dopo il passaggio al professionismo, che mi sarei dovuto porre prima degli obiettivi e avrei dovuti inseguirli con tutte le mie forze. Ma a quel tempo non me la sentivo di fare sul serio…

A proposito di obiettivi, ce n’è qualcuno che in questo momento ti sta a cuore?

Vorrei tanto mettere su una palestra mia, la Bundu Boxe. A Firenze, ovviamente. È la mia città. Quando ero campione d’Europa e marciavo forte, avevo attorno tante persone, giuravano che avrebbero fatto qualsiasi cosa per aiutarmi a realizzare il progetto. Ho smesso di combattere nel 2016, da tre anni non vedo più nessuno di quegli amici pronti ad aiutarmi…

**correzione. Nella prima stesura avevo commesso un errore, pensavo fosse Andrè. Mi ha scritto Giuliana Riunno e l’equivoco è stato chiarito. Troppo facile per lei riconoscerli anche a distanza di anni e nascosti dal casco protettivo. È la mamma…

Scopriamo chi è Tom Schwarz, il 16 giugno sfiderà Tyson Fury (video)

Tom Schwarz affronterà Tyson Fury domenica 16 giugno a Las Vegas, Thomas and Mack Center o MGM Grand sarà la sede del match.

Il pugile tedesco è nato ad Halle an deer Saale, città della Sassonia-Anhalt, il 29 maggio del 1994.

È alto 1.97 e ha un peso forma attorno ai centosei chili.

Boxa in guardia normale, nonostante la mole è agile di gambe e rapido di braccia. Ha un discreto jab sinistro. È diventato professionista a 19 anni, ha vinto i 24 incontri finora disputati (16 volte prima del limite).

Alto e grosso, ma senza una muscolatura forte. Impreciso quando attacca, sbraccia un po’ troppo finendo con mancare il bersaglio.

Non ha mai affrontato un pugile di classifica. Il sito specializzato boxeringweb.com lo inserisce al 42esimo posto nel mondo, addirittura al quinto in Germania dietro ad Agit Kabayel, Christian Hammer, Alexander Dimitrenko e Marco Huck.

Ha boxato due sole volte fuori dal suo Paese, entrambe in Repubblica Ceca: un successo ai punti e uno per ko.

Parte decisamente sfavorito, il bokmaker William Hill paga 13 volte la sua vittoria, mentre offre solo a 1.03 quella di Tyson Fury.

Negli Stati Uniti hanno rispolverato per lui il solito epiteto che regalano agli sconosciuti al debutto negli States: bum, un povero senza speranza.

Tom Schwarz, a conferma di come vengano stilate le classifiche, è l’attuale numero 2 della World Boxing Organizzation, dietro Dillian Whyte, davanti a Jarrell Miller e allo stesso Tyson Fury…

Questa posizione nel ranking potrebbe far pensare al fatto che il britannico lo abbia scelto per scalare posti e arrivare alla qualifica di sfidante ufficiale di Anthony Joshua. A quel punto le possibilità di un match contro il connazionale salirebbero di molto.

È nono per l’Internazional Boxing Federation, mentre non appare nei primi quindici di World Boxing Council e World Boxing Association.

Fury cercava un rivale grosso, in preparazione alle sfida con Deontay Wilder o Anthony Joshua a cui aspira, e presente nelle classifiche.

Tom Schwarz possiede entrambi i requisiti.
Sulla sua vita privata si sa poco.

È entrato in palestra da ragazzino, soprattutto per buttare via i chili di troppo. Era decisamente cicciottello e questo lo rendeva vittima del bullismo da parte dei compagni di classe.

“Le ore a scuola erano diventate un autentico incubo”.
Ora va decisamente meglio, quei bulletti non si sono più fatti vedere.

Per quasi due anni è stato fidanzato con Annemarie Eilfeld, una cantautrice tedesca resa popolare dal concorso German Idols. La storia si è chiusa a fine 2016.

Ora è legato a Tessa Schimschar (foto sotto), presto andranno a vivere assieme a Magdeburgo.

Se volessi, potrei avere ogni donna. Ma in amore non tradisco” ha detto alla Bild.

Ha fatto un provino a Los Angeles per il ruolo di Ivan Drago jr nel film Creed 2. Non è stato scelto.

Ama vestire abiti sgargianti, adora i suoi due Chihuahua: Coco e Ade, vorrebbe diventare un grande personaggio come Floyd Mayweather.

Sa benissimo di essere a un punto chiave della sua carriera.

“Affrontare Tyson Fury, arrivare a un match di questa importanza è quello che ho sognato dalla prima volta che sono entrato in una palestra”.

Bookmaker, esperti, tecnici e colleghi sono convinti che il match sia già segnato. Per il tedesco ci sarebbero poche speranze di finire in piedi.

Io? Sono d’accordo con loro.

 

 

Ha subito devastanti ko, non regge i colpi. E sabato torna sul ring…

David Price il 6 luglio compirà 36 anni.

Fa il pugile, pesa 120 chili ed è alto 203 centimetri.

È un massimo con un record di 23-6-0 (19 ko), tutte e sei le sconfitte sono arrivate prima del limite. Ne ha subite tre negli ultimi cinque match.

Quella contro Alexander Povetkin, il 31 marzo del 2018, è stata la più devastante. L’azione che ha chiuso la sfida è stata altamente drammatica. Un gancio destro del russo ha gelato Price che si è letteralmente bloccato, ha abbassato le braccia e si è esposto al colpo di grazia di Povetkin. Il gancio sinistro si è abbattuto come una mannaia sul mento del britannico e ha chiuso la sfida.

Soccorso sul ring, aiutato a respirare con una maschera d’ossigeno. Portato in ospedale dove gli sono state riscontrate: frattura del naso, lacerazioni profonde alla bocca che hanno richiesto trenta punti di sutura, taglio all’arcata sopracciliare suturata con altri dodici punti.

Meno di sei mesi dopo è tornato a combattere. Ha perso contro Sergey Kuzmin per abbandono al quinto round, quando ha lamentato uno strappo al bicipite destro.

David Price non regge più i colpi, la sua è, come si dice in gergo, una mascella di vetro. Non ha gambe e fisico per resistere allo stress di un match. I knock out subiti in carriera sono stati devastanti. Ha accusato colpi alla testa, senza che i muscoli del collo e delle spalle riuscissero ad attutirne l’effetto.

Sono venti anni, tra dilettantismo e professionismo, che combatte. Nelle ultime stagioni ha subito punizioni terribili, senza avere neppure sufficienti tempi di recupero. Nella sua categoria i pugni sono macigni e lui non ne sopporta più il peso.

Sabato, alla Echo Arena di Liverpool, David Price affronterà Kash Ali (15-0, 7 ko negli ultimi nove match) in un match previsto sulla distanza di dieci round. Ali, nonostante il record, non sembra possedere una potenza devastante. Ma il problema, ormai sembra chiaro, non sono i rivali. Il problema del peso massimo britannico è nel suo stesso fisico.

La boxe è nobile, gli uomini non sempre lo sono.

Qualcuno fermi il soldato Price.

Sabato sale sul ring Ray Robinson, una storia di curiose omonimie…

Ray Robinson tornerà sul ring sabato a Filadelfia, affronterà l’imbattuto Egidiijus Kavaliauskas sulla distanza dei dieci round, al limite dei pesi welter.

Niente zucchero prima del nome.

Sugar Ray, quello vero, ci ha lasciati il 12 aprile dell’89 e sul piano pugilistico era di un altro pianeta.

The new Ray Robinson è nato due anni e mezzo prima della scomparsa dell’originale. Oggi ha un record di 24-3-0, con 12 ko all’attivo.

Nell’elenco aggiornato di boxrec.com gli omonimi del fuoriclasse della Georgia sono in tutto dodici. Motivi diversi hanno portato i genitori a chiamare i loro ragazzi come il campione.

Per l’ultimo, in ordine cronologico, la scelta è stata del tutto casuale.

Il nostro uomo non ha mai conosciuto il padre, che di cognome faceva Robinson. Il nome glielo ha dato la mamma Diane Nettles, semplicemente perché le piaceva chiamare Ray suo figlio.

Niente storie di boxe o di passione alle spalle, la signora sapeva poco di sport.

Decisamente più intrigante la storia di un altro atleta che porta il nome di un pugile famoso, mi piace riproporre un racconto che ho scritto sul tema qualche anno fa.

Lui si chiama Mike Tyson.

Mike Tyson come il padre, come il figlio di tre anni.

Si chiamano proprio così senza senior o junior dopo il nome. Per distinguersi hanno preferito scegliere tre differenti nomi di mezzo: Jorge, Jamont’e e Jai.

“Piacere, Mike Tyson”
“Sei un parente?”
“No, sono proprio Mike Tyson”

Accade almeno una volta al giorno. La gente non riesce a capacitarsi di essere davanti a quello vero. Forse perché il nostro Mike Tyson gioca defensive back nei Seahawks, che lo hanno scelto al sesto giro del Draft della NFL (accadeva nel 2017, da settembre 2018 è con gli Houston Texans).

È alto 1.88 e pesa attorno ai 91 chili. Potrebbe essere un buon massimo, magari un cruserweight. E invece no.

“Chi è il vero Tyson?”
“Lo siamo tutti e due. Solo che lui faceva il pugile e io gioco a Football”.

Viene da Norfolk, Virginia. La città del grande Pernell Whitaker, Sweet Pea, campione del mondo in quattro categorie di peso.

Il cerchio si chiude.

Il nostro uomo è nato nel luglio del 1993, l’anno in cui Iron Mike dopo essere stato il più giovane campione del mondo dei pesi massimi era diventato ospite della prigione di Plainfield nell’Indiana.

Condannato a due anni per stupro.

L’altro caso di omonimia che mi ha colpito risale a qualche tempo prima ed è ancora più strano…

Erano i magici anni Ottanta.
La boxe viveva un’epoca di grandi protagonisti.
Mike Tyson era un peso massimo e aveva un fisico compatto.
Non altissimo, assai vicino ai cento chili di peso. Qualcuno lo chiamava The Destroyer, il distruttore.
Saliva sul ring pieno di certezze e quando scendeva il risultato del suo match era sempre lo stesso.
Una sconfitta dietro l’altra.
Jerry Halstead, Lione Washington, Andre Smith, Kimmuel Odum e Dick Ryan lo avevano messo knock out. Chuck Gardner e Bobby Hitz l’avevano battuto solo ai punti.
Aveva un record di cui vergognarsi: 0-7-0.
Eppure Mike Tyson continuava a girare per gli Stati Uniti raccontando di essere il migliore.
“Stavolta sarà l’occasione buona?”
Ye-a-a-ah“.
Strascinava le parole, per ogni domanda sembrava avesse un’unica risposta.
Ye-a-a-ah“.
Era Mike Tyson.
La verità è che tutti lo chiamavano OT, Other Tyson: l’altro Tyson. Un po’ come oggi chiamano The New Ray Robinson il personaggio che mi ha spinto a scrivere questa storia…
Il Mike Tyson vero era anche lui un peso massimo.
Era il campione del mondo della categoria.
Ed era imbattuto.
Il nostro OT era nato nel 1960 a Oxford nel Mississippi, a 18 anni se ne era andato a Davenport nell’Iowa. Aveva lavorato in una fabbrica che produceva ketchup e poi aveva fatto l’autista di camion. Si era allenato prima con Bob Kramer, poi con Bill Bender a Los Angeles. Era rimasto nel professionismo dal 1986 al 1989, gli anni di massimo splendore di Iron Mike.
Gli unici match che OT aveva vinto erano stati quelli nei “toughman contest“. Uomini senza alcuna esperienza di boxe che si mettevano i guantoni e salivano sul ring. Per due volte era stato finalista del torneo e aveva portato a casa mille dollari.

Le sue borse medie si aggiravano sui 1.200 dollari, mentre il Tyson vero intascava milioni per ogni combattimento.

Un giorno le due vite avevano rischiato di incrociarsi.
La polizia aveva bussato alla porta di OT, in un vecchio hotel della California, e gli aveva mostrato una denuncia per avere picchiato un parcheggiatore. Lui aveva impiegato qualche ora per chiarire l’equivoco e quelli erano allora andati da Iron Mike.

Non ho mai avuto il manager giusto, se l’avessi trovato avrebbe saputo darmi l’opportunità per fare vedere il mio valore“.

E se ti avessero proposto un match con il campione, che cosa avresti risposto?

Ye-a-a-ah“.

Pensavi di poterlo battere?

Ye-a-a-ah“.

Questa è la storia di OT, l’altro Tyson.

Se ti chiami così, hai deciso di fare il pugile e sei un peso massimo, per la miseria proprio nell’epoca del vero Mike Tyson dovevi capitare?

Ye-a-a-ah…

Ma anche se scegli di giocare defensive back nella National Football League, quel nome ti perseguiterà. Credimi, ogni volta che stringerai la mano a un nuovo amico, ti sentirai fare la stessa domanda.
“… ma sei quello vero?”.

Parola di Mike Tyson…

Per chiudere questo viaggio attraverso le omonimie tra comprimari e protagonisti famosi, mi piace sottolineare come l’originale Sugar Ray Robinson in realta si chiamasse Walker Smith jr.

Era piccolino, un peso piuma. Ed era stata proprio questa la categoria in cui aveva disputato il primo match.
Aveva 15 anni, troppo giovane per salire sul ring.
Una sera era andato a vedere una riunione. Un pugile non si era presentato all’appello: si chiamava Raymond Robinson.
Walker jr amava la danza e adorava il ballerino nero Bojanges Bill Robinson. La scelta era stata fatta. Grazie alla complicità di un amico più grande, che gli aveva prestato la tessera, era riuscito a spacciarsi per un sedicenne. Quindi, abilitato a salire sul ring.
Il piccoletto avrebbe fatto l’intera carriera come Ray Robinson.
Una signora gentile e un giornalista attento gli avrebbero regalato anche il soprannome. Sugar: zucchero, dolce come la sua boxe.
Era fatta.
Si sarebbe fermato solo dopo dopo 87 match da dilettante (85-0 come Ray Robinson, 0-2 come Walker Smith jr) e 199 da professionista (174-19-6 con 109 ko): mondiale nei welter e cinque volte mondiale nei medi.
Io ci avrei pensato dieci volte prima di presentarmi sul ring con il suo nome…

 

 

Scandalo arbitri/giudici AIBA. I risultati di Rio 2016 vanno azzerati

La boxe olimpica ha perso la sua credibilità.

Lascio da parte le opinioni personali, mi atterrò ai fatti, a episodi provati, incontestabili.

Al termine di questo articolo qualsiasi persona di buon senso arriverà a una sola conclusione: i risultati dei Giochi di Rio 2016, per quanto riguarda il pugilato, non sono veritieri. Lo dice l’AIBA con i suoi comportamenti, non lo dico io. Devono essere azzerati.
Purtroppo l’AIBA lo dice nei fatti e lo smentisce a parole.

Procedo con ordine.

Durante l’Olimpiade brasiliana ci sono state violente contestazioni sui verdetti.

A tre giorni dalla conclusione del torneo, l’AIBA ha sospeso i sette giudici/arbitri più affermati, i cosiddetti cinque stelle, i capi.

Mik Basi (Gbr), Kheira Sidi Yakoub (Alg), Michael Gallagher (Ire), Mariusz Gorny (Pol), Vladislav Malyshev (Rus), Gerardo Poggi (Arg) e Rakhymzhan Rysbayev (Kaz). Facevano parte del gruppo soprannominato i Magnifici Sette, i capi dell’intero sistema. Sono rimasti a Rio, ma non hanno più officiato. Hanno un regolare contratto con l’Aiba con uno stipendio fisso di 5.000 dollari l’anno, più un bonus di 500 dollari per ogni match arbitrato nelle WSB o di 1.000 per quelli che li vedono impegnati nell’APB”  ha scritto il giornalista bulgaro Ognian Georgiev su Fightnews.

Indiscrezione confermata dai fatti.

Successivamente l’AIBA ha preso un altro duro provvedimento e l’ha comunicato in una nota ufficiale: “I risultati dell’indagine attualmente in corso consentiranno all’AIBA di valutare pienamente quali possano essere le misure finali da adottare. Nel frattempo è stato deciso che i 36 giudici e arbitri che sono stati utilizzati nell’Olimpiade brasiliana non potranno officiare in qualsiasi evento Aiba fino a quando l’indagine non avrà la sua conclusione e le commissioni non sanciranno ulteriori misure da adottare nei confronti di chi ha sbagliato.”

Sono passai quasi tre anni da quel documento e i 36 arbitri non sono stati ancora reintegrati a pieno titolo. Molti di loro hanno chiesto spiegazioni ufficiali, hanno preteso il risultato dell’indagine, hanno minacciato di andare in tribunale.

L’AIBA ha continuato a tacere.

Mi chiedo: se tutti gli arbitri e giudici, compresa la classe dirigente, è stata sospesa e mai reintegrata, come possono essere considerati validi i risultati del torneo olimpico officiato da dirigenti che la stessa AIBA non giudica all’altezza?
Le strade sono solo due: o sono colpevoli e vanno squalificati, o sono innocenti e vanno reintegrati. Nel primo caso i risultati di Rio vanno azzerati e le medaglie restituite al CIO, nel secondo l’AIBA deve prendersi le sue responsabilità e fronteggiare le cause di risarcimento in arrivo da parte di chi era estraneo alla vicenda.

I medagliati meritavano davvero quelle medaglie? E chi è stato ingiustamente fermato, come può rivalersi?

E non è finita qui. È di queste ore la pubblicazione di un’inchiesta di Le Monde e Bulgaria Today. Nei loro articoli, i giornali dicono che Karim Bouzidi, direttore esecutivo dell’AIBA al tempo dei Giochi brasiliani, avrebbe chiesto arbitri e giudici diversi da quelli designati per alcuni match, avrebbe esercitato il suo potere per condizionare gli stessi arbitri e giudici.

Il dirigente di origini berbere, ex commerciante lanciatosi a capofitto nel mondo del pugilato, è stato rimosso il 18 agosto 2016 dal suo ruolo.

Questo, in quell’occasione, il comunicato.

In seguito alla decisione presa dall’AIBA, decisione riguardante una nuova valutazione dei giudici e arbitri impegnati nei Giochi Olimpici di Rio 2016, i vice presidenti e il Comitato Esecutivo hanno deciso con effetto immediato di riassegnare l’attuale direttore esecutivo (Karim Bouzidi, ndr) a un nuovo incarico all’interno dell’organizzazione. Di conseguenza, le responsabilità operative per il resto dell’Olimpiade saranno affidate al più anziano Vice Presidente AIBA, Franco Falcinelli, Presidente della Confederazione Pugilistica Europea“.

Ora Le Monde e Bulgaria Today dicono che Bouzidi non è uscito dall’AIBA, ma vi è rimasto in qualità di consulente del presidente recentemente dimissionario Gafur Rakhimov.

Concludo. L’AIBA ha sospeso trentasei giudici/arbitri, ha allontanato i sette capi dei giudici/arbitri, ha deposto il direttore esecutivo. Tutto questo senza che, a tre anni di distanza, sia stata data alcuna spiegazione ufficiale o siano stati annunciati i provvedimenti definitivi.

Per quale motivo dobbiamo credere che i risultati di Rio 2016 possano essere considerati validi?
Il banco è saltato e a farlo saltare è stato il banco stesso.
Attorno a questo mondo allo sbando in tanti tacciono. Da noi, dirigenti, maestri, pugili e mestieranti girano la testa dall’altra parte e fanno finta di non vedere, non sapere, da loro neppure una parola sulla gestione diciamo avventurosa dell’Ente mondiale che li governa. Sono in buona compagnia, solo pochi Paesi infatti osano fare domande, gli altri vanno avanti come se nulla fosse.

È ufficiale: la boxe olimpica ha perso tutta la sua credibilità.
L’unico segnale di rinnovamento arriva dall’Africa: l’elezione  a presidente ad interim di un giovane dottore marocchino, apparentemente fuori dai giochi di potere, fa sperare nella possibilità di un lento ravvedimento. I cattivi sembra siano stati tutti avvertiti di non fare ulteriori danni, altrimenti saranno chiamati ad allontanarsi dal tavolo da gioco. Il tempo del divertimento è finito.

Da domani a giovedì, a Losanna, si riunisce il CIO. Si parlerà anche di pugilato e del suo inserimento nel programma di Tokyo 2020, oltre che di chi dovrà gestirlo ai Giochi. Al momento si escludono decisioni definitive, ma la boxe olimpica ci ha abituati a non dare nulla per scontato.

 

Parisi, rivediamo il video realizzato dalla moglie Silvia per ricordarlo

Il 25 marzo di dieci anni fa moriva in un incidente stradale Giovanni Parisi.
Oro olimpico a Seul ’88 e due volte campione mondiale tra i professionisti. Un protagonista della boxe, un personaggio che ha scritto la storia del pugilato italiano.
Per ricordarlo nel giorno del triste anniversario, avevo pensato alla pubblicazione di un video che lo rappresenta meglio di tanti altri che sono stati girati su di lui.

L’ha realizzato, un anno dopo la scomparsa, Silvia Hurbinova: la moglie di Giovanni. Le ho chiesto il permesso di pubblicarlo, lei ha acconsentito e mi ha detto che le fa “tanto piacere che le persone si ricordino di lui e attraverso i loro racconti facciano conoscere Giovanni anche alle nuove generazioni che non hanno avuto la possibilità di incontrarlo”.

Racconti, storie e immagini della carriera del grande campione anche nel servizio di cui allego il link a fondo pagina.

https://dartortorromeo.com/2019/03/23/dieci-anni-fa-se-ne-andava-parisi-lultimo-flash-della-nostra-boxe/

 

Il marocchino Moustahsane nuovo presidente ad interim dell’AIBA

Nei prossimi giorni l’AIBA ratificherà la nomina a presidente ad interim di Mohamed Moustahsane, medico cinquantenne a capo della Confederazione Africana di pugilato.

Il Comitato Esecutivo dovrebbe fare a breve l’annuncio, possibilmente prima della fine del convegno che il CIO terrà a Losanna da martedì 26 a giovedì 28 marzo.

Dopo le dimissioni di Gafur Rakhimov, il dirigente marocchino è stato l’unico dei cinque vice-presidenti in carica ad accettare di candidarsi. Il primo a declinare l’invito è stato Franco Falcinelli, capo della Confederazione Europea e attuale presidente onorario della FPI.

La partecipazione del pugilato ai Giochi di Tokyo 2020 a questo punto diventa praticamente certa, mentre resta sempre il dubbio su chi sarà a gestirlo. Ancora ieri il CIO ha detto attraverso un portavoce che l’inchiesta che sta conducendo sull’AIBA non riguarda soltanto Rakhimov.

A proposito dell’ex presidente, a poco più di 24 ore dalle sue dimissioni sono cominciate a circolare alcune voci. Sembra che ci sia la possibilità che Rakhimov torni in sella dopo che il CIO avrà concluso l’inchiesta, o dopo che lui avrà chiarito la sua posizione.

Non si sa ancora fino a quando Moustahsane resterà in carica, nè se sarà convocato un congresso straordinario prima di Tokyo 2020 per eleggere il nuovo presidente.

La notizia della nomina di Moustahsane è stata data per prima dal sito specializzato insidethegames.biz.