Shields vs Hammer può riscrivere la storia del pugilato femminile

Se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi a un uomo 
Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi a una donna
(Margareth Tatcher)

Deontay Wilder, Anthony Joshua, Tyson Fury.
Tre massimi che continuano a parlare senza riuscire a chiudere un accordo.
Claressa Shields, Christina Hammer: due donne che l’accordo l’hanno fatto.

Campionesse del mondo, imbattute, sabato 13 aprile saliranno sul ring della Boardwalk Hall ad Atlantic City per il titolo unificato (Wbc, Wba, Ibf, Wbo) dei pesi medi. Saranno il clou di una riunione che prevede anche sette match maschili. Saranno in diretta in prime time (nell’orario di punta) su Showtime.

È un evento storico per la boxe femminile.

Claressa Shields: due ori olimpici, 68-1-0 da dilettante, 8-0 (2 ko) da professionista è già stata protagonista di un momento molto importante per il pugilato delle donne. Il 10 marzo del 2017 ha tenuto il clou ed è stata trasmessa in diretta da Showtime. Era il suo secondo match da pro’, affrontava e batteva per kot 4 l’ungherese Szilvia Szabados. Si combatteva all’MGM Arena di Detroit.

Christina Hammer: 24-0 (11 ko) da professionista, è alla sua seconda esperienza americana: il 22 giugno scorso ha sconfitto per decisione unanime dopo dieci round Tori Nelson.

Pronostico incerto. Grande attesa.

cover

“La gente dice che il modo in cui parlo di pugilato
è troppo cattivo e duro.
Ma a me piace colpire,
altrimenti non sarei un pugile.
Non faccio finta che non sia parte di me

(Claressa Shields)

 

claressa

Claressa è nata il 17 maggio del ’95 a Flint, Michigan. La città più pericolosa d’America, la prima nella classifica dei crimini violenti. A 5 anni ha subito violenze sessuali da un vicino di casa. Per lungo tempo ha dovuto fare a meno della famiglia. Senza la mamma e con il papà, un campione della boxe di strada, in prigione da quando lei aveva due anni sino a quando ne avrebbe compiuti nove. La persona che le è rimasta accanto è stata zia Tammy. La  prima tifosa da quando la ragazza ha deciso di diventare pugile.

clarence

Tutto è cominciato nel momento in cui il papà, Clarence detto “Cannonball” (al centro della foto sopra mentre guarda la figlia impegnata ai Giochi di Londra 2012), le ha raccontato la storia di Laila Ali e lei si è appassionata al pugilato. Ha cominciato nel 2006 nella palestra Berston Field House. Per qualche tempo il maestro Jason Crutchfield, un tipo stravagante che colleziona strani cappelli, sembrava ignorarne la presenza. Poi, un giorno le si è avvicinato.

Come ti chiami?
Claressa”
Eh?
Claressa
Troppo complicato, facciamo Ress. Mi piace di più

Era appena nato il soprannome che si sarebbe portata dietro per sempre. Lo stesso con cui hanno titolato un documentario su di lei.

Per Ress, detta anche T-Rex, tifa anche Eddie, un amico che aveva messo in piedi una scommessa non appena era venuto a sapere che la ragazza sarebbe salita su un ring per combattere.

1

“Dieci dollari che lascerai la palestra prima di una settimana”.
Accetto. Zia Tammy mi ha detto che le donne possono fare le stesse cose degli uomini, quindi…

Quei dieci dollari li ha intascati con facilità.

Nel 2011 aveva pensato di finirla lì.
La boxe mi rubava il tempo, mi negava i divertimenti della vita. Per fortuna ho cambiato idea”.

L’incertezza è durata poco. Una telefonata è stata la svolta definitiva.

Ehi Ress, sono Jason
Che c’è?
Farai l’Olimpiade di Londra a 165 libbre!
Sei pazzo, non vado mai sopra le 137
Abbi fede

Lei di fede ne ha avuta, tanta. I cittadini di Flint hanno vissuto i loro giorni di felicità, davanti alla tv, tifando per Claressa. E continuano a farlo. La boxe è anche, e soprattutto, questo.
Oro a Londra 2012, ancora oro a Rio 2016. Poi il passaggio al professionismo, la conquista del mondiale, il clou in una riunione in cui ci sono anche gli uomini, la diretta su Showtime. E adesso ecco la possibilità di entrare nella storia.

Christina Hammer non ha mai perso in dieci anni di professionismo.
Ha uno stile tranquillo. È un pugile metodico, fa un uso appropriato del jab e ha pesantezza dei colpi con il destro.
È kazaka di origini, tedesca di adozione. Nata a Nowo Oblinka, si è trasferita a Sontra nel ’91 assieme ai genitori. Ha praticato calcio, nuoto e atletica leggera prima di innamorarsi della boxe. Molto popolare in Germania, è modella e testimonial di Anita un’azienda che produce intimo per donna. Supporta un rifugio per ragazze che hanno ricevuto minacce o sono state maltrattate. È proprietaria di un Casino online e dona il 5% dei proventi a supporto di un’organizzazione e del Josè Sulaiman Relief Found che offrono assistenza ai bisognosi, soprattutto ai bambini figli di ex pugili in difficoltà.

Due personaggi di spessore, due combattenti di talento e abilità. Un esempio di quanto la boxe avrebbe bisogno di tornare alle origini per aumentare la sua credibilità. I migliori dovrebbero affrontare i migliori. Il campione dovrebbe essere uno solo. Le donne ci provano, ancora una volta sono loro a mostrare la strada.

 

AIBA, tentativo disperato. CIO, il 22 maggio decide sui Giochi

Continua l’incertezza sulle sorti del pugilato olimpico.
Oggi il CIO, riunito a Losanna, ha comunicato ufficialmente che il 22 maggio annuncerà le sue decisioni sull’inserimento o meno del pugilato nel programma di Tokyo 2020 e su chi sarà l’Ente che dovrebbe gestire il torneo.
L’annuncio è stato quindi anticipato di un mese, rispetto alle ultime notizie provenienti sempre dal Comitato Olimpico Internazionale.
Ferma restando la convinzione che fine maggio sia sempre troppo tardi, un piccolo passo in avanti è stato fatto.
Continuo ad essere convinto che non dovrebbe esserci alcun problema sulla presenza della boxe in Giappone: cinque categorie per le donne (51, 57, 60, 69, 75 chili), otto per gli uomini (52, 57, 63, 69, 75, 81, 91, +91 chili).

Resta da vedere chi gestirà questo sport.
L’Aiba oggi ha prima lanciato un allarme, poi ha fatto un tentativo (disperato) di salvataggio.

L’allarme è arrivato direttamente dal sito web dell’International Boxing Association. Poche, ma chiare parole: se il CIO non riprenderà a versare i contributi alla Federazione Internazionale, l’AIBA fallirà. Per la prima volta sono state comunicate anche le cifre del contendere. Lo ha fatto il direttore esecutivo Tom Virgets.
Al momento l’Associazione ha debiti per un totale di 16 milioni di dollari, tre potrebbe recuperarli autonomamente entro la fine dell’anno. Se arriveranno i soldi, ne ammortizzerà altri quattro/cinque entro il 2020. Il contributo che il CIO dovrebbe riprendere a versare, se il rapporto tornerà regolare, è di 14,5 milioni di dollari entro il 2020, più altri 3,6 entro fine 2021.

Per accelerare i tempi è intervenuto Umar Kremlev (foto sopra), che si è candidato alla presidenza con una dichiarazione all’agenzia Tass (il Congresso elettivo dovrebbe essere convocato entro metà dicembre 2019). Il russo è uscito allo scoperto: in una lettera (foto sotto) inviata a Thomas Bach, presidente del CIO (e pubblicata dal sito insidethegames.biz), ha annunciato l’intenzione di coprire con le sue finanze personali i debiti AIBA per l’intero ammontare dei 16 milioni di dollari. Nella stessa lettera dice di essersi convinto a offrire il suo contributo per il bene del pugilato, sperando che l’azzeramento dei problemi economici conservi la presenza di questo sport all’interno dei Giochi. Kremlev chiude la missiva invitando Bach a tutelare la figura dell’AIBA all’interno del movimento olimpico.

L’AIBA, sempre attraverso le parole di Tom Virgets, pubblicate sul sito ufficiale e mandate via email ai giornalisti accreditati, si è fortemente lamentata del fatto che a poco più di un anno dai Giochi la situazione sia ancora in fase di stallo. Ha sottolineato come siano stati presentati al CIO quattro differenti rapporti esaustivi, l’ultimo il 20 febbraio scorso, a cui non è mai stata data alcuna risposta. Ha infine esternato la sua insofferenza per l’atteggiamento del CIO che neppure nella sessione che si è chiusa oggi a Losanna è stato in grado di fornire una soluzione.

Nessuna certezza sui tornei di qualificazione, niente regolamento sui criteri di partecipazione, nessuna notizia su numeri e nomi degli ufficiali che dovranno operare nel settore arbitri/giudici. I pugili, i protagonisti assoluti di questo sport, continuano ad essere considerati alla stregua di ostaggi a cui nessuno deve rendere conto.

La boxe in Gippone ci sarà. Le conferme arrivano anche dal sito del CIO e da quello di Tokyo 2020. Il pugilato è inserito nel programma, sia degli organizzatori che del Comitato Olimpico Internazionale senza alcun distinguo.

Il popolo della boxe dovrà pazientare altri due mesi per sapere chi sarà chiamato ad amministrare il torneo. Ma soprattutto ad aspettare saranno gli atleti, vittime incolpevoli delle malefatte del proprio Ente mondiale e della lentezza del CIO nel recepire il problema, intervenire e trovare la soluzione.
Tutti colpevoli.

Ma, come dice Myke Tyson: “Tutti nella boxe se la cavano bene, tranne il pugile“.

Bundu parla del suo mondo, quello dei welter: “Il più forte è…”

Leonard Bundu, pugile di grande talento, campione europeo
e sfidante mondiale, ha disputato il suo ultimo match
tre anni fa. Adesso insegna boxe all’Accademia Pugilistica Fiorentina,
assieme ai maestri Ivano Dagliana e Paolo Vignoli.
Da poco è entrato nel gruppo anche Angelo Ardito. Ho chiesto
a Bundu di parlarmi del suo mondo, quello dei pesi welter.

 

Leo, i pesi welter diventano sempre più forti.

Si confermano la categoria regina del pugilato, dentro ci sono i migliori talenti in circolazione”.

Chi è il tuo preferito?

Mi piace molto Terence Crawford, ma sullo stesso livello metterei Errol Spence jr. Non so se faranno mai uno scontro diretto, di certo lo vedrei molto volentieri”.

Errol Spence jr è stato il tuo ultimo avversario, il 21 agosto del 2016.

È il pugile che a mio avviso ha fatto i progressi più evidenti. Tre anni fa pensavo che Keith Thurman fosse più bravo di lui. Per carità, Spence jr ha pugno potente. Con lui ho perso per ko, con Thurman sono andato sino alla fine. Ma Spence jr lo vedevo sopratuttto come distruttore, mi sembrava si esponesse più dell’altro ai colpi del rivale. In altre parole, aveva qualche pecca difensiva. Thurman prendeva pochissimi rischi, anche lui sapeva fare molto bene la boxe e aveva pugno pesante. Difesa solida e colpo dopo colpo chiudeva il match. In sintesi: pensavo fosse più bravo”.

Hai cambiato idea?

Sì. Per carità, l’infortunio alla spalla ha creato molti problemi a Thurman. Ma ora vince raramente prima del limite, non è sicuro come una volta. Credo abbia bisogno di altro tempo per tornare al 100%”.

Errol Spence jr ha invece fatto dei passi in avanti, giusto?

Direi di sì. È sempre stato bravo tecnicamente ed ha sempre avuto una potenza devastante. Ma ora la sua boxe è più tranquilla, addirittura più efficace. Si espone meno e ottiene di più”.

Pensavi che avrebbe vinto così facilmente contro Mikey Garcia?

Assolutamente no. Era il mio favorito, ma ero convinto che avrebbe faticato almeno un po’. E invece ha dominato, lo ha surclassato tecnicamente”.

Veniamo a Crawford, è il mio favorito. Tu mi sembri invece meno disposto a sbilanciarti.

Per carità, mi piace tantissimo. Boxa bene, spreca poco, se necessario si adatta facilmente alla tattica dell’avversario, sa come imporre la sua. E poi, non per tirarmela, ma quando cambia guardia mi fa venire in mente il passato. Era una mia specialità. La differenza è che lui è un fenomeno. Ma sono convinto che contro Spence jr il match sarebbe molto equilibrato”.

Il 20 aprile affronterà Amir Khan, risultato scontato come pensiamo tutti?

Probabilmente sì. Khan era veloce, aveva grandi qualità. Ora non credo sia al massimo, il tempo del picco di condizione è passato. Il devastante knock out subito contro Canelo si farà sentire. È meno competitivo di un tempo, ma sono convinto che potrebbe essere protagonista di un bel match, una prova d’orgoglio”.

Manny Pacquiao a 40 anni è ancora sulla breccia. È pieno di soldi, ha una famiglia che ama, è adorato nel suo Paese, ha una carica politica. Perché pensi continui a combattere?

Bravo, me lo sono chiesto anch’io. Non ha più niente da dimostrare. È stato campione del mondo in sei categorie di peso, ha affrontato i migliori, guadagnato borse ricchissime. Al pugilato non ha più nulla da chiedere. Lo fa per passione. E a quella non si resiste. Vedo in palestra ragazzi che per un match sono pronti a qualsiasi sacrificio. Non lo fanno per la gloria o per i soldi, solo per passione. Tornando a Pacquiao, mi chiedo anche dove trovi il tempo per fare tutte quelle cose. Mi ricorda mia sorella Antonella”.

La candidata a sindaco di Firenze?

Lei. È sempre in movimento, attiva. Mi stanco solo a guardarla. Pensa che ha fatto anche la 100 km del Passatore! Al pensiero mi sento male. La corsa non mi è mai piaciuta, la facevo quando ero in attività perché era indispensabile. Ma ora, basta. Tutto il contrario di lei”.

Non ha avuto niente a che fare con il pugilato?

Era una grande tifosa. È stata l’unica, assieme a mia moglie Giuliana e ai bambini, che mi ha seguito ovunque. In Inghilterra, negli Stati Uniti. Ha anche provato a tirare qualche colpo sul ring. Veloce, potente. Poi si è stufata”.

Hai due figli: Andrè di quasi dodici anni e Frida (nella foto sopra quando era piccolina**…) che ne ha quasi dieci. Anche loro sono stati coinvolti nella boxe?

Mi hanno seguito. In palestra e nei viaggi in giro per il mondo. Ogni tanto mettevano i guantoni e tiravano qualche colpo. Ne uscivano traiettorie pulite, precise, efficaci. Erano nati e cresciuti all’interno di questo sport”.

E poi?

Poi si sono stancati anche loro. Chissà che crescendo non ci ripensino”.

Ci siamo persi per strada Shawn Porter.

Vero. Sono talmente tanti i welter forti che uno come lui rischia di uscire dal cono di luce. Ha un gran bel fisico, è molto forte. Come è forte Danny Garcia, tanto per fare un altro nome”.

Non ti sei mai detto: porca miseria, ma proprio nei welter dovevo combattere? Magari in un’altra categoria, il mondiale avresti potuto vincerlo.

Non ho alcun rimpianto. Io sono nato welter. Al top della carriera ho incontrato i migliori. Mi sono tolto le mie soddisfazioni. Forse, fossi stato giovane oggi con la Matchroom di Eddie Hearn che agisce in Italia, qualche possibilità in più l’avrei avuta. Ma non sto certo qui a lamentarmi, sono contento di quello che ho fatto. Anche se…

Anche se, cosa?

Un rimpianto ce l’ho”.

Quale?

Se da giovane, quando ero dilettante, mi fossi dedicato con maggiore impegno alla boxe, se avessi capito che avrebbe potuto diventare la mia professione, la mia fonte di guadagno, forse avrei ottenuto di più. Ho capito tardi, solo dopo il passaggio al professionismo, che mi sarei dovuto porre prima degli obiettivi e avrei dovuti inseguirli con tutte le mie forze. Ma a quel tempo non me la sentivo di fare sul serio…

A proposito di obiettivi, ce n’è qualcuno che in questo momento ti sta a cuore?

Vorrei tanto mettere su una palestra mia, la Bundu Boxe. A Firenze, ovviamente. È la mia città. Quando ero campione d’Europa e marciavo forte, avevo attorno tante persone, giuravano che avrebbero fatto qualsiasi cosa per aiutarmi a realizzare il progetto. Ho smesso di combattere nel 2016, da tre anni non vedo più nessuno di quegli amici pronti ad aiutarmi…

**correzione. Nella prima stesura avevo commesso un errore, pensavo fosse Andrè. Mi ha scritto Giuliana Riunno e l’equivoco è stato chiarito. Troppo facile per lei riconoscerli anche a distanza di anni e nascosti dal casco protettivo. È la mamma…

Scopriamo chi è Tom Schwarz, il 16 giugno sfiderà Tyson Fury (video)

Tom Schwarz affronterà Tyson Fury domenica 16 giugno a Las Vegas, Thomas and Mack Center o MGM Grand sarà la sede del match.

Il pugile tedesco è nato ad Halle an deer Saale, città della Sassonia-Anhalt, il 29 maggio del 1994.

È alto 1.97 e ha un peso forma attorno ai centosei chili.

Boxa in guardia normale, nonostante la mole è agile di gambe e rapido di braccia. Ha un discreto jab sinistro. È diventato professionista a 19 anni, ha vinto i 24 incontri finora disputati (16 volte prima del limite).

Alto e grosso, ma senza una muscolatura forte. Impreciso quando attacca, sbraccia un po’ troppo finendo con mancare il bersaglio.

Non ha mai affrontato un pugile di classifica. Il sito specializzato boxeringweb.com lo inserisce al 42esimo posto nel mondo, addirittura al quinto in Germania dietro ad Agit Kabayel, Christian Hammer, Alexander Dimitrenko e Marco Huck.

Ha boxato due sole volte fuori dal suo Paese, entrambe in Repubblica Ceca: un successo ai punti e uno per ko.

Parte decisamente sfavorito, il bokmaker William Hill paga 13 volte la sua vittoria, mentre offre solo a 1.03 quella di Tyson Fury.

Negli Stati Uniti hanno rispolverato per lui il solito epiteto che regalano agli sconosciuti al debutto negli States: bum, un povero senza speranza.

Tom Schwarz, a conferma di come vengano stilate le classifiche, è l’attuale numero 2 della World Boxing Organizzation, dietro Dillian Whyte, davanti a Jarrell Miller e allo stesso Tyson Fury…

Questa posizione nel ranking potrebbe far pensare al fatto che il britannico lo abbia scelto per scalare posti e arrivare alla qualifica di sfidante ufficiale di Anthony Joshua. A quel punto le possibilità di un match contro il connazionale salirebbero di molto.

È nono per l’Internazional Boxing Federation, mentre non appare nei primi quindici di World Boxing Council e World Boxing Association.

Fury cercava un rivale grosso, in preparazione alle sfida con Deontay Wilder o Anthony Joshua a cui aspira, e presente nelle classifiche.

Tom Schwarz possiede entrambi i requisiti.
Sulla sua vita privata si sa poco.

È entrato in palestra da ragazzino, soprattutto per buttare via i chili di troppo. Era decisamente cicciottello e questo lo rendeva vittima del bullismo da parte dei compagni di classe.

“Le ore a scuola erano diventate un autentico incubo”.
Ora va decisamente meglio, quei bulletti non si sono più fatti vedere.

Per quasi due anni è stato fidanzato con Annemarie Eilfeld, una cantautrice tedesca resa popolare dal concorso German Idols. La storia si è chiusa a fine 2016.

Ora è legato a Tessa Schimschar (foto sotto), presto andranno a vivere assieme a Magdeburgo.

Se volessi, potrei avere ogni donna. Ma in amore non tradisco” ha detto alla Bild.

Ha fatto un provino a Los Angeles per il ruolo di Ivan Drago jr nel film Creed 2. Non è stato scelto.

Ama vestire abiti sgargianti, adora i suoi due Chihuahua: Coco e Ade, vorrebbe diventare un grande personaggio come Floyd Mayweather.

Sa benissimo di essere a un punto chiave della sua carriera.

“Affrontare Tyson Fury, arrivare a un match di questa importanza è quello che ho sognato dalla prima volta che sono entrato in una palestra”.

Bookmaker, esperti, tecnici e colleghi sono convinti che il match sia già segnato. Per il tedesco ci sarebbero poche speranze di finire in piedi.

Io? Sono d’accordo con loro.

 

 

Ha subito devastanti ko, non regge i colpi. E sabato torna sul ring…

David Price il 6 luglio compirà 36 anni.

Fa il pugile, pesa 120 chili ed è alto 203 centimetri.

È un massimo con un record di 23-6-0 (19 ko), tutte e sei le sconfitte sono arrivate prima del limite. Ne ha subite tre negli ultimi cinque match.

Quella contro Alexander Povetkin, il 31 marzo del 2018, è stata la più devastante. L’azione che ha chiuso la sfida è stata altamente drammatica. Un gancio destro del russo ha gelato Price che si è letteralmente bloccato, ha abbassato le braccia e si è esposto al colpo di grazia di Povetkin. Il gancio sinistro si è abbattuto come una mannaia sul mento del britannico e ha chiuso la sfida.

Soccorso sul ring, aiutato a respirare con una maschera d’ossigeno. Portato in ospedale dove gli sono state riscontrate: frattura del naso, lacerazioni profonde alla bocca che hanno richiesto trenta punti di sutura, taglio all’arcata sopracciliare suturata con altri dodici punti.

Meno di sei mesi dopo è tornato a combattere. Ha perso contro Sergey Kuzmin per abbandono al quinto round, quando ha lamentato uno strappo al bicipite destro.

David Price non regge più i colpi, la sua è, come si dice in gergo, una mascella di vetro. Non ha gambe e fisico per resistere allo stress di un match. I knock out subiti in carriera sono stati devastanti. Ha accusato colpi alla testa, senza che i muscoli del collo e delle spalle riuscissero ad attutirne l’effetto.

Sono venti anni, tra dilettantismo e professionismo, che combatte. Nelle ultime stagioni ha subito punizioni terribili, senza avere neppure sufficienti tempi di recupero. Nella sua categoria i pugni sono macigni e lui non ne sopporta più il peso.

Sabato, alla Echo Arena di Liverpool, David Price affronterà Kash Ali (15-0, 7 ko negli ultimi nove match) in un match previsto sulla distanza di dieci round. Ali, nonostante il record, non sembra possedere una potenza devastante. Ma il problema, ormai sembra chiaro, non sono i rivali. Il problema del peso massimo britannico è nel suo stesso fisico.

La boxe è nobile, gli uomini non sempre lo sono.

Qualcuno fermi il soldato Price.

Sabato sale sul ring Ray Robinson, una storia di curiose omonimie…

Ray Robinson tornerà sul ring sabato a Filadelfia, affronterà l’imbattuto Egidiijus Kavaliauskas sulla distanza dei dieci round, al limite dei pesi welter.

Niente zucchero prima del nome.

Sugar Ray, quello vero, ci ha lasciati il 12 aprile dell’89 e sul piano pugilistico era di un altro pianeta.

The new Ray Robinson è nato due anni e mezzo prima della scomparsa dell’originale. Oggi ha un record di 24-3-0, con 12 ko all’attivo.

Nell’elenco aggiornato di boxrec.com gli omonimi del fuoriclasse della Georgia sono in tutto dodici. Motivi diversi hanno portato i genitori a chiamare i loro ragazzi come il campione.

Per l’ultimo, in ordine cronologico, la scelta è stata del tutto casuale.

Il nostro uomo non ha mai conosciuto il padre, che di cognome faceva Robinson. Il nome glielo ha dato la mamma Diane Nettles, semplicemente perché le piaceva chiamare Ray suo figlio.

Niente storie di boxe o di passione alle spalle, la signora sapeva poco di sport.

Decisamente più intrigante la storia di un altro atleta che porta il nome di un pugile famoso, mi piace riproporre un racconto che ho scritto sul tema qualche anno fa.

Lui si chiama Mike Tyson.

Mike Tyson come il padre, come il figlio di tre anni.

Si chiamano proprio così senza senior o junior dopo il nome. Per distinguersi hanno preferito scegliere tre differenti nomi di mezzo: Jorge, Jamont’e e Jai.

“Piacere, Mike Tyson”
“Sei un parente?”
“No, sono proprio Mike Tyson”

Accade almeno una volta al giorno. La gente non riesce a capacitarsi di essere davanti a quello vero. Forse perché il nostro Mike Tyson gioca defensive back nei Seahawks, che lo hanno scelto al sesto giro del Draft della NFL (accadeva nel 2017, da settembre 2018 è con gli Houston Texans).

È alto 1.88 e pesa attorno ai 91 chili. Potrebbe essere un buon massimo, magari un cruserweight. E invece no.

“Chi è il vero Tyson?”
“Lo siamo tutti e due. Solo che lui faceva il pugile e io gioco a Football”.

Viene da Norfolk, Virginia. La città del grande Pernell Whitaker, Sweet Pea, campione del mondo in quattro categorie di peso.

Il cerchio si chiude.

Il nostro uomo è nato nel luglio del 1993, l’anno in cui Iron Mike dopo essere stato il più giovane campione del mondo dei pesi massimi era diventato ospite della prigione di Plainfield nell’Indiana.

Condannato a due anni per stupro.

L’altro caso di omonimia che mi ha colpito risale a qualche tempo prima ed è ancora più strano…

Erano i magici anni Ottanta.
La boxe viveva un’epoca di grandi protagonisti.
Mike Tyson era un peso massimo e aveva un fisico compatto.
Non altissimo, assai vicino ai cento chili di peso. Qualcuno lo chiamava The Destroyer, il distruttore.
Saliva sul ring pieno di certezze e quando scendeva il risultato del suo match era sempre lo stesso.
Una sconfitta dietro l’altra.
Jerry Halstead, Lione Washington, Andre Smith, Kimmuel Odum e Dick Ryan lo avevano messo knock out. Chuck Gardner e Bobby Hitz l’avevano battuto solo ai punti.
Aveva un record di cui vergognarsi: 0-7-0.
Eppure Mike Tyson continuava a girare per gli Stati Uniti raccontando di essere il migliore.
“Stavolta sarà l’occasione buona?”
Ye-a-a-ah“.
Strascinava le parole, per ogni domanda sembrava avesse un’unica risposta.
Ye-a-a-ah“.
Era Mike Tyson.
La verità è che tutti lo chiamavano OT, Other Tyson: l’altro Tyson. Un po’ come oggi chiamano The New Ray Robinson il personaggio che mi ha spinto a scrivere questa storia…
Il Mike Tyson vero era anche lui un peso massimo.
Era il campione del mondo della categoria.
Ed era imbattuto.
Il nostro OT era nato nel 1960 a Oxford nel Mississippi, a 18 anni se ne era andato a Davenport nell’Iowa. Aveva lavorato in una fabbrica che produceva ketchup e poi aveva fatto l’autista di camion. Si era allenato prima con Bob Kramer, poi con Bill Bender a Los Angeles. Era rimasto nel professionismo dal 1986 al 1989, gli anni di massimo splendore di Iron Mike.
Gli unici match che OT aveva vinto erano stati quelli nei “toughman contest“. Uomini senza alcuna esperienza di boxe che si mettevano i guantoni e salivano sul ring. Per due volte era stato finalista del torneo e aveva portato a casa mille dollari.

Le sue borse medie si aggiravano sui 1.200 dollari, mentre il Tyson vero intascava milioni per ogni combattimento.

Un giorno le due vite avevano rischiato di incrociarsi.
La polizia aveva bussato alla porta di OT, in un vecchio hotel della California, e gli aveva mostrato una denuncia per avere picchiato un parcheggiatore. Lui aveva impiegato qualche ora per chiarire l’equivoco e quelli erano allora andati da Iron Mike.

Non ho mai avuto il manager giusto, se l’avessi trovato avrebbe saputo darmi l’opportunità per fare vedere il mio valore“.

E se ti avessero proposto un match con il campione, che cosa avresti risposto?

Ye-a-a-ah“.

Pensavi di poterlo battere?

Ye-a-a-ah“.

Questa è la storia di OT, l’altro Tyson.

Se ti chiami così, hai deciso di fare il pugile e sei un peso massimo, per la miseria proprio nell’epoca del vero Mike Tyson dovevi capitare?

Ye-a-a-ah…

Ma anche se scegli di giocare defensive back nella National Football League, quel nome ti perseguiterà. Credimi, ogni volta che stringerai la mano a un nuovo amico, ti sentirai fare la stessa domanda.
“… ma sei quello vero?”.

Parola di Mike Tyson…

Per chiudere questo viaggio attraverso le omonimie tra comprimari e protagonisti famosi, mi piace sottolineare come l’originale Sugar Ray Robinson in realta si chiamasse Walker Smith jr.

Era piccolino, un peso piuma. Ed era stata proprio questa la categoria in cui aveva disputato il primo match.
Aveva 15 anni, troppo giovane per salire sul ring.
Una sera era andato a vedere una riunione. Un pugile non si era presentato all’appello: si chiamava Raymond Robinson.
Walker jr amava la danza e adorava il ballerino nero Bojanges Bill Robinson. La scelta era stata fatta. Grazie alla complicità di un amico più grande, che gli aveva prestato la tessera, era riuscito a spacciarsi per un sedicenne. Quindi, abilitato a salire sul ring.
Il piccoletto avrebbe fatto l’intera carriera come Ray Robinson.
Una signora gentile e un giornalista attento gli avrebbero regalato anche il soprannome. Sugar: zucchero, dolce come la sua boxe.
Era fatta.
Si sarebbe fermato solo dopo dopo 87 match da dilettante (85-0 come Ray Robinson, 0-2 come Walker Smith jr) e 199 da professionista (174-19-6 con 109 ko): mondiale nei welter e cinque volte mondiale nei medi.
Io ci avrei pensato dieci volte prima di presentarmi sul ring con il suo nome…

 

 

Scandalo arbitri/giudici AIBA. I risultati di Rio 2016 vanno azzerati

La boxe olimpica ha perso la sua credibilità.

Lascio da parte le opinioni personali, mi atterrò ai fatti, a episodi provati, incontestabili.

Al termine di questo articolo qualsiasi persona di buon senso arriverà a una sola conclusione: i risultati dei Giochi di Rio 2016, per quanto riguarda il pugilato, non sono veritieri. Lo dice l’AIBA con i suoi comportamenti, non lo dico io. Devono essere azzerati.
Purtroppo l’AIBA lo dice nei fatti e lo smentisce a parole.

Procedo con ordine.

Durante l’Olimpiade brasiliana ci sono state violente contestazioni sui verdetti.

A tre giorni dalla conclusione del torneo, l’AIBA ha sospeso i sette giudici/arbitri più affermati, i cosiddetti cinque stelle, i capi.

Mik Basi (Gbr), Kheira Sidi Yakoub (Alg), Michael Gallagher (Ire), Mariusz Gorny (Pol), Vladislav Malyshev (Rus), Gerardo Poggi (Arg) e Rakhymzhan Rysbayev (Kaz). Facevano parte del gruppo soprannominato i Magnifici Sette, i capi dell’intero sistema. Sono rimasti a Rio, ma non hanno più officiato. Hanno un regolare contratto con l’Aiba con uno stipendio fisso di 5.000 dollari l’anno, più un bonus di 500 dollari per ogni match arbitrato nelle WSB o di 1.000 per quelli che li vedono impegnati nell’APB”  ha scritto il giornalista bulgaro Ognian Georgiev su Fightnews.

Indiscrezione confermata dai fatti.

Successivamente l’AIBA ha preso un altro duro provvedimento e l’ha comunicato in una nota ufficiale: “I risultati dell’indagine attualmente in corso consentiranno all’AIBA di valutare pienamente quali possano essere le misure finali da adottare. Nel frattempo è stato deciso che i 36 giudici e arbitri che sono stati utilizzati nell’Olimpiade brasiliana non potranno officiare in qualsiasi evento Aiba fino a quando l’indagine non avrà la sua conclusione e le commissioni non sanciranno ulteriori misure da adottare nei confronti di chi ha sbagliato.”

Sono passai quasi tre anni da quel documento e i 36 arbitri non sono stati ancora reintegrati a pieno titolo. Molti di loro hanno chiesto spiegazioni ufficiali, hanno preteso il risultato dell’indagine, hanno minacciato di andare in tribunale.

L’AIBA ha continuato a tacere.

Mi chiedo: se tutti gli arbitri e giudici, compresa la classe dirigente, è stata sospesa e mai reintegrata, come possono essere considerati validi i risultati del torneo olimpico officiato da dirigenti che la stessa AIBA non giudica all’altezza?
Le strade sono solo due: o sono colpevoli e vanno squalificati, o sono innocenti e vanno reintegrati. Nel primo caso i risultati di Rio vanno azzerati e le medaglie restituite al CIO, nel secondo l’AIBA deve prendersi le sue responsabilità e fronteggiare le cause di risarcimento in arrivo da parte di chi era estraneo alla vicenda.

I medagliati meritavano davvero quelle medaglie? E chi è stato ingiustamente fermato, come può rivalersi?

E non è finita qui. È di queste ore la pubblicazione di un’inchiesta di Le Monde e Bulgaria Today. Nei loro articoli, i giornali dicono che Karim Bouzidi, direttore esecutivo dell’AIBA al tempo dei Giochi brasiliani, avrebbe chiesto arbitri e giudici diversi da quelli designati per alcuni match, avrebbe esercitato il suo potere per condizionare gli stessi arbitri e giudici.

Il dirigente di origini berbere, ex commerciante lanciatosi a capofitto nel mondo del pugilato, è stato rimosso il 18 agosto 2016 dal suo ruolo.

Questo, in quell’occasione, il comunicato.

In seguito alla decisione presa dall’AIBA, decisione riguardante una nuova valutazione dei giudici e arbitri impegnati nei Giochi Olimpici di Rio 2016, i vice presidenti e il Comitato Esecutivo hanno deciso con effetto immediato di riassegnare l’attuale direttore esecutivo (Karim Bouzidi, ndr) a un nuovo incarico all’interno dell’organizzazione. Di conseguenza, le responsabilità operative per il resto dell’Olimpiade saranno affidate al più anziano Vice Presidente AIBA, Franco Falcinelli, Presidente della Confederazione Pugilistica Europea“.

Ora Le Monde e Bulgaria Today dicono che Bouzidi non è uscito dall’AIBA, ma vi è rimasto in qualità di consulente del presidente recentemente dimissionario Gafur Rakhimov.

Concludo. L’AIBA ha sospeso trentasei giudici/arbitri, ha allontanato i sette capi dei giudici/arbitri, ha deposto il direttore esecutivo. Tutto questo senza che, a tre anni di distanza, sia stata data alcuna spiegazione ufficiale o siano stati annunciati i provvedimenti definitivi.

Per quale motivo dobbiamo credere che i risultati di Rio 2016 possano essere considerati validi?
Il banco è saltato e a farlo saltare è stato il banco stesso.
Attorno a questo mondo allo sbando in tanti tacciono. Da noi, dirigenti, maestri, pugili e mestieranti girano la testa dall’altra parte e fanno finta di non vedere, non sapere, da loro neppure una parola sulla gestione diciamo avventurosa dell’Ente mondiale che li governa. Sono in buona compagnia, solo pochi Paesi infatti osano fare domande, gli altri vanno avanti come se nulla fosse.

È ufficiale: la boxe olimpica ha perso tutta la sua credibilità.
L’unico segnale di rinnovamento arriva dall’Africa: l’elezione  a presidente ad interim di un giovane dottore marocchino, apparentemente fuori dai giochi di potere, fa sperare nella possibilità di un lento ravvedimento. I cattivi sembra siano stati tutti avvertiti di non fare ulteriori danni, altrimenti saranno chiamati ad allontanarsi dal tavolo da gioco. Il tempo del divertimento è finito.

Da domani a giovedì, a Losanna, si riunisce il CIO. Si parlerà anche di pugilato e del suo inserimento nel programma di Tokyo 2020, oltre che di chi dovrà gestirlo ai Giochi. Al momento si escludono decisioni definitive, ma la boxe olimpica ci ha abituati a non dare nulla per scontato.

 

Parisi, rivediamo il video realizzato dalla moglie Silvia per ricordarlo

Il 25 marzo di dieci anni fa moriva in un incidente stradale Giovanni Parisi.
Oro olimpico a Seul ’88 e due volte campione mondiale tra i professionisti. Un protagonista della boxe, un personaggio che ha scritto la storia del pugilato italiano.
Per ricordarlo nel giorno del triste anniversario, avevo pensato alla pubblicazione di un video che lo rappresenta meglio di tanti altri che sono stati girati su di lui.

L’ha realizzato, un anno dopo la scomparsa, Silvia Hurbinova: la moglie di Giovanni. Le ho chiesto il permesso di pubblicarlo, lei ha acconsentito e mi ha detto che le fa “tanto piacere che le persone si ricordino di lui e attraverso i loro racconti facciano conoscere Giovanni anche alle nuove generazioni che non hanno avuto la possibilità di incontrarlo”.

Racconti, storie e immagini della carriera del grande campione anche nel servizio di cui allego il link a fondo pagina.

https://dartortorromeo.com/2019/03/23/dieci-anni-fa-se-ne-andava-parisi-lultimo-flash-della-nostra-boxe/

 

Il marocchino Moustahsane nuovo presidente ad interim dell’AIBA

Nei prossimi giorni l’AIBA ratificherà la nomina a presidente ad interim di Mohamed Moustahsane, medico cinquantenne a capo della Confederazione Africana di pugilato.

Il Comitato Esecutivo dovrebbe fare a breve l’annuncio, possibilmente prima della fine del convegno che il CIO terrà a Losanna da martedì 26 a giovedì 28 marzo.

Dopo le dimissioni di Gafur Rakhimov, il dirigente marocchino è stato l’unico dei cinque vice-presidenti in carica ad accettare di candidarsi. Il primo a declinare l’invito è stato Franco Falcinelli, capo della Confederazione Europea e attuale presidente onorario della FPI.

La partecipazione del pugilato ai Giochi di Tokyo 2020 a questo punto diventa praticamente certa, mentre resta sempre il dubbio su chi sarà a gestirlo. Ancora ieri il CIO ha detto attraverso un portavoce che l’inchiesta che sta conducendo sull’AIBA non riguarda soltanto Rakhimov.

A proposito dell’ex presidente, a poco più di 24 ore dalle sue dimissioni sono cominciate a circolare alcune voci. Sembra che ci sia la possibilità che Rakhimov torni in sella dopo che il CIO avrà concluso l’inchiesta, o dopo che lui avrà chiarito la sua posizione.

Non si sa ancora fino a quando Moustahsane resterà in carica, nè se sarà convocato un congresso straordinario prima di Tokyo 2020 per eleggere il nuovo presidente.

La notizia della nomina di Moustahsane è stata data per prima dal sito specializzato insidethegames.biz.

Dieci anni fa se ne andava Parisi. L’ultimo Flash della nostra boxe

Erano le 20:40 del 25 marzo 2009. Sulla tangenziale, nel tratto tra Oriolo e Medassino di Voghera nel Pavese, una BMW M6 si scontrava frontalmente con un camion. La polizia accorreva velocemente sul luogo dell’incidente, chiamata dal conducente del camion miracolosamente illeso. Morto sul colpo l’uomo che era al volante della BMW. Giovanni Flash Parisi se ne andava
per sempre a 42 anni, lasciando una moglie e tre figli. 
Rendo omaggio al campione con un racconto diviso in tre parti.
Nella prima c’è il ricordo dell’uomo, del protagonista della nostra boxe.
Nella seconda parla chi ha vissuto accanto a lui l’avventura agonistica
e chi ha scritto la storia di questo sport in Italia.
Nella terza c’è una mia testimonianza: il racconto
di una giornata particolare a Seul, nell’anno di grazia 1988.

Giovanni Parisi è stato l’ultimo Flash, l’ultima stella a illuminare il  pugilato italiano.
Dopo di lui ci sono stati altri campioni, grandi pugili. Ma lui era diverso, unico.
Per vocazione ribelle, amava sentirsi alla guida del movimento. Ha guadagnato come pochi nella storia della nostra boxe. I pugili prendono pugni, non si può salire sul ring per due soldi. Lo ri­peteva in continuazione. Combatteva la sua battaglia e gli piaceva trascinare an­che gli altri nella guerra.
La boxe è sem­pre stata la sua vita. L’esistenza, fuori dal ring, l’ha dedicata soprattutto alla mam­ma, Carmela. Al ricordo delle lotte che quella donna ha fatto per garantire un fu­turo ai suoi figli.

Non ho conosciuto Parisi nel pro­fondo dell’anima, pochi ci sono riusciti, di lui fighter però penso di sapere quasi tutto.
Era una rarità per la boxe italiana. Aveva il pugno da knock out, merce rara dalle nostre parti. E così aveva vinto un’Olimpiade, quella di Seul 1988, mettendo giù quasi tutti i suoi riva­li. Li aveva stesi, ridotti alla resa, come aveva fatto con la bilancia.
Era arrivato in Corea per una serie di fortunate coinci­denze. La Federazione non aveva previsto la sua parte­cipazione, poi un altro az­zurro si era fatto male e lui l’aveva sostituito. Aveva combattuto da peso piuma.
Impresa impossibile, pen­savano gli altri. Vinco l’oro, pensava lui. Una dieta pazzesca, una serie di match entusiasmanti ed era arrivato dove vole­va.

Aveva pugno Giovanni, ma aveva an­che la testa. È stato uno dei pochi italiani ad affidarsi a un professionista che ne curava immagine e pubbliche relazioni, Sabatino Durante: un professionista che ha fatto molto per lui e per la nostra boxe.

Il mestiere di pugile non era da affrontare a cuor leggero. E così lui ave­va fatto. Prima con Silverio Gresta, poi con Elio Ghelfi e nella storia dei trionfi finali con Salvatore Cherchi.

Ed era arri­vato due volte al mondiale. Prima nei leg­geri, poi nei superleggeri. Un’unica mac­chia, il match contro Julio Cesar Chavez. Era la sfida che avrebbe potuto cambiare il volto di questo sport in Italia.
Giovan­ni non era riuscito a combattere al me­glio quella battaglia. Una serie infinita di rinvii e lo stress che cresceva avevano generato l’incontro meno cruento della sua car­riera sul ring di Las Vegas.
Lui, campione che dava un segno speciale ad ogni match, usciva da quel mon­diale senza segni e con po­ca gloria.
Ma Giovanni non è stato certo solo quella notte nel deserto del Neva­da. É stato un grande, un campione che ha segnato la sua epoca e portato la boxe italiana in prima pagina.

Ha combattuto tante guerre e le ha vinte. Ha battuto Altamirano, Pendleton, Rivera, Fuentes. É andato anche a caccia di quel terzo mondiale che nessuno nella storia italiana aveva mai conquistato. Ma non ce l’ha fatta.
Uscito dalla boxe, non è pe­rò riuscito a staccarsene. Nonostante la travolgente passione che provava per Sil­via Hrubinova, la splendida modella slovacca che aveva sposato. Nonostante l’amore per i suoi tre figli: Giovanni Carlos, Angel Sofia e Isabel Carmela.

Il pugilato era sempre in cima ai suoi pensieri. Si era così lascia­to coinvolgere nell’organizzazione, nella creazione di una società, nell’ennesimo progetto di rilancio della boxe italiana.
Lo ricorderò sempre con quel sorri­so sornione. Ti guardava e ti giudicava, Giovanni. Sembrava facile entrare nel suo mondo, era invece quasi impossibile. Diffidente per natura, non si lasciava mai andare del tutto. Portava nel cuore la sofferenza, convinto che fosse un peccato da scontare.

É stato il campione della gente per tutta la carriera, durata 18 anni, dall’oro olimpico all’ultima sfida sul ring del Pa­lalido contro Frederic Klose nel 2006., una brutta chiusura segnata da una struggente lettera scritta dal figlio e pubblicata sulla Gazzetta dello Sport.
Era un picchiatore che affascinava le folle. É stato l’ultimo eroe di una boxe che va lentamente sparendo. Quell’impatto fron­tale sulla tangenziale di Voghera ha chiuso la storia di un uomo che non ha regalato solo un oro olimpico e due mondiali professionisti all’Italia .
Le ha anche dato dignità, quella che lui invocava per chiunque salisse su un ring. E per questo si è battuto sino a quando un tragico incidente ce l’ha portato via. Uno schianto terribile, la fine di un uomo che per lunghi momenti della sua vita aveva smesso di lottare. Ma che sul ritrovava come per incanto forza, determinazione, viaggiando lungo la strada del sacrificio. Quella non l’ha mai tradito.

DICONO DI LUI

NINO BENVENUTI
(campione olimpico, due volte mondiale professionisti)
“Portava sul ring la magia del pugilato classico”

“Non ho avuto rapporti stretti o frequentazioni costanti con Giovanni, eravamo pugili di epoche diverse. Ma le volte che ci siamo incontrati ho sempre visto un uomo rispettoso, educato e umile. Come pugile era bravissimo: tecnico, intelligente, prendeva pochi colpi. Portava sul ring il pugilato classico che facevo io. Senza talento non si vince l’Olimpiade e il mondiale professionisti. Attualmente al suo livello non c’è nessuno”.

PATRIZIO OLIVA
(campione olimpico e mondiale professionisti)
“Pugile completo, capace di risolvere il match con un pugno”

“Come persona l’ho incrociato poco. Un paio di volte a Seul ’88, dove facevo il telecronista per TMC, e in qualche altra occasione da professionista. Era forte, cosa altro si potrebbe dire di uno che ha vinto tanto come lui? Un grande campione dotato di una dote che io non avevo, poteva risolvere il match con un solo colpo. Ma aveva anche una buona tecnica, velocità di braccia, personalità sul ring. Peccava di un eccesso di tensione in avvio dell’incontro e questo gli è costato più di una partenza in salita, con qualche atterramento. Il suo gancio spettacolare gli permetteva di uscire da molte situazioni delicate. Un grande del nostro pugilato”.

MAURIZIO STECCA
(campione olimpico e mondiale professionisti)
“Per sempre nella storia, come i più grandi”

“Ha centrato un difficilissimo oro olimpico, ha conquistato con spietata determinazione il mondiale professionisti. Aveva in mente un obiettivo e lo inseguiva con ogni mezzo. Costante nella preparazione, predisposto quasi naturalmente al sacrificio. Ne è un esempio il modo in cui è riuscito a rientrare nel limite dei piuma a Seul ’88. Sarà per sempre nella storia, come da noi riescono a fare i più grandi. Benvenuti, ad esempio. Un campione che sapeva con certezza cosa volesse dal pugilato. E l’ha avuto, con pieno merito”.

SANDRO MAZZINGHI
(due volte campione del mondo professionisti)
“Determinazione e sacrificio, questo ci accomunano”

“Giovanni Parisi è stato l’unico vero combattente di un’era ormai finita, quella del pugilato italiano afflitto da una crisi costante. Ragazzo semplice e umile che ho conosciuto a fine anni Novanta , in occasione del Mondiale tra Alessandro Duran e Michele Piccirillo. Una carriera strepitosa fatta di determinazione e sacrificio, aggettivi a me comuni perché campioni lo si diventa dopo avere provato cosa significhi sacrificarsi per centrare l’obiettivo che stai inseguendo. Giovanni era così. Oggi lo ricordo con vera ammirazione, se n’è andato troppo presto.  Sono sicuro che avrebbe avuto ancora molto da dare al nostro movimento pugilistico”.

SALVATORE CHERCHI
(manager e promoter di Giovanni Parisi)
“È stato uno dei più forti pugili italiani degli ultimi trent’anni”

“Giovanni ha fatto il debutto da pugile nella prima riunione organizzata dalla Opi, era l’esordio al professionismo di mio fratello Franco. Ho preso la procura di Parisi in concomitanza del match con Chavez, poi sono riuscito a liberarlo da Don King che voleva farlo firmare con suo figlio. Parisi è stato uno dei più forti pugili italiani degli ultimi trent’anni. Aveva un carattere burbero, ma andava capito. La sua non era stata una vita facile, non era stato fortunato. Ha dato il meglio da peso leggero, velocità e precisione erano la specialità della casa. Avevamo delle discussioni vivaci, ma alla fine ci mettevamo sempre d’accordo. È stato un grande”.

LIVIO LUCARNO 
(maestro storico di Giovanni Parisi)
“Un grande campione, un uomo molto chiuso”

“È entrato nella mia palestra a 13 anni, sono stato sempre il suo maestro. Un pugile bravissimo, un campione. Riusciva a far cose che altri non riuscivano a fare. Era rapido, di braccia e di gambe. Un campione nel senso più ampio della parola. Come uomo l’ho conosciuto molto meno. Ci siamo frequentati esclusivamente in palestra. Era schivo, chiuso, difficile a concedere confidenza. Non ha mai approfittato della sua popolarità. Molti politici hanno provato a coinvolgerlo, lui non ha mai detto sì”.

MARIO IRENEO STURLA
(medico di Giovanni Parisi)
“Vi raccontro l’anima del campione”

“Una ventina di anni fa eravamo nel salone del Grand Hotel di Castrocaro Terme per un congresso medico. Il professor Santilli, che era il nostro presidente, mi aveva chiesto di portare con me un campione. Ero venuto con Giovanni. A presentare la serata c’era Marino Bartoletti che aveva fatto una domanda a Parisi: Quale è il viaggio che ti è piaciuto di più? Per un attimo Giovanni era rimasto in silenzio, poi con quel tono di voce basso che usava quando voleva che l’uditorio prestasse il massimo dell’attenzione, aveva detto: Quello che faccio dentro la mia anima ogni sera prima di addormentarmi. Questo era Giovanni Parisi”.

SABATINO DURANTE
(PR di Giovanni Parisi, al centro nella foto sopra)
“Cercava l’amicizia, aveva paura di essere tradito”

“Giovanni era veloce e spettacolare sul ring così come era fragile e complicato nei rapporti. Un po’ Baudelaire e molto Prévert. La sua infanzia difficile non lo abbandonò mai: cercava il rapporto sempre, l’amicizia, l’amore. Ma la paura di essere tradito, non capito, gli complicava la vita e le scelte. Campione vero, fuoriclasse pugilistico, un ragazzo che un flash ci ha tolto prematuramente. Riposa in pace Giovanni, abbiamo parlato, discusso molto e a volte litigato. Ti ho voluto bene anche se in fondo non ci siamo mai capiti come avremmo dovuto”.

LAMBERTO BORANGA
(medico, compagno di allenamenti e motivatore di Parisi)
“Velocità e potenza, ma non si è mai liberato della sofferenza”

“Abbiamo avuto un rapporto eccezionale. In pista, quando assieme a Sabatino Durante tiravamo le ripetute sui 400, e nella vita quando dividevamo la stanza d’albergo nelle lunghe preparazioni come le tre settimane a Las Vegas prima del match con Chavez. Era sensibile, introverso, chiuso. Sentiva la mancanza della mamma. Parlava solo quando si sentiva a suo agio. Aveva qualità naturali come velocità e potenza, ha ottenuto grandi risultati ma io sono convinto che avrebbe potuto fare anche di più. Ha sofferto molto e non è mai riuscito a liberarsi totalmente della sofferenza”.

DAVIDE NOVELLI
(Inviato RaiSport, ha realizzato un documentario su Parisi)
“Sapeva entusiasmare, aveva un pugilato spettacolare”

“Ho avuto la fortuna di seguire per lavoro Giovanni Parisi in due match titolati. L’immagine che conservo come fosse ora si riferisce al mondiale contro Ayers al Palasport dell’Eur, riaperto per l’occasione. Lo vedo correre dopo la vittoria, scortato negli spogliatoi dal suo staff, sui gradini in mezzo alla folla come se si trattasse del presidente degli Stati Uniti portato via di fretta dalla sicurezza della Casa Bianca. Era necessario perché gli appassionati se lo sarebbero portato a casa. Sapeva entusiasmare come pochi. La sua boxe era spettacolare. Possedeva tutto, oltre la proverbiale velocità. Correva nella pancia del Palasport con al collo l’inseparabile medaglione di mamma Carmela. Notai che lo sguardo non tradiva stanchezza, era anzi guardingo, come se il prossimo avversario potesse sbucare nascosto tra la gente da un momento all’altro. Parisi è uno dei pugili che ho più amato, e non solo tra gli italiani. Ci manca”.

IL MIO RICORDO

Incontro Giovanni Parisi all’interno del Villaggio Olimpico.
Ci sediamo su una panchina, ci studiamo, senza scambiarci una parola cerchiamo di capire chi sia l’uomo che abbiamo davanti. Sembriamo due felini che prendono tempo prima di decidere se attaccare, difendersi o fidarsi dell’altro. Poi, finalmente, cominciamo a parlare.
Sopra di noi il cielo cupo di Seul.
Giovanni ha i capelli ricci e un codino alla Camacho che ha già fatto discutere. Volevano farglielo tagliare, non ci sono riusciti.
Sul ring di solito indossa un accappatoio argentato, ma i dirigenti federali non hanno voluto che si presentasse così. È l’unica concessione che lui ha fatto al sistema.

È un ragazzo chiuso, solitario, timido. Solo sul ring riesce a liberarsi da qualsiasi condizionamento. Parla sottovoce, porta dentro l’anima grandi dolori. Il 10 maggio, appena quattro mesi fa, è morta mamma Carmela.
Lui è qui per dedicarle l’oro.
Viveva a Voghera con lei, la sorella Giulia e il fratello Sarino, da quando aveva un anno. Da quando i genitori si erano separati.

Un banale incidente ha rischiato di rovinargli il sogno olimpico.
Si è fratturato il secondo metacarpo della mano sinistra, un’operazione sbagliata ha reso più complicata la situazione.
È accaduto a novembre. Da allora ha combattuto poco.
Un torneo in Grecia, gli Europei a Torino.
Affronta i Giochi da peso piuma. Una categoria che non è la sua e lo costringe a una dieta pazzesca, assai vicina al digiuno.
«Serietà, volontà, capacità di sacrificio e determinazione. Ecco i segreti di Parisi» l’analisi è del coach Falcinelli.
Giovanni annuisce con la testa. Chiudo il blocco, metto a posto la penna.
Andiamo tutti assieme allo stadio a vedere Panetta.
Va male.
La speranza è che Parisi possa consolarci.
Un lampo.

Il gancio sinistro scatta velocissimo e chiude la corsa sulla mascella di Dumitrescu. Il rumeno crolla al tappeto. Giovanni pensa possa rialzarsi, ma spera che non lo faccia.
Per il suo bene. Mi farà questa confessione a match concluso, indossando uno sguardo da duro che raramente gli ho visto.
Dumitrescu si rialza, barcolla sulle gambe.
È finita.
Sono passati centouno secondi dal primo gong. Giovanni Parisi è campione olimpico.
Fa un salto mortale per festeggiare, poi corre verso l’angolo e abbraccia Falcinelli, Petriccioli, tutti i compagni rimasti a Seul. Piange, non riesce a smettere. Non parla, quando lo fa le frasi gli escono a fatica, interrotte da singhiozzi che scuotono il torace.
Ho realizzato il mio sogno, che non era vincere l’oro, ma prenderlo per dedicarlo a mamma. La medaglia è sua”.

Entro nello spogliatoio. C’è ressa. Parliamo velocemente, lo reclamano in conferenza stampa. L’addetto coreano gli versa un bicchiere d’acqua. Il dottor Rondoni, medico al seguito della nazionale, urla.
Non bere niente se non te lo diamo noi”.
Parisi obbedisce. Deve ancora fare l’antidoping.
È stata una lunga giornata cominciata con una sveglia appena dopo l’alba.
Alle 6:30 è già al peso.
Poi un piatto di rigatoni con olio di oliva e parmigiano, due tuorli d’uovo, marmellata e un bicchiere d’acqua.
A letto e alle 9 eccolo allo stadio.
Alle 10:20 sale sul ring, dopo meno di due minuti è già tutto finito.
Ha la medaglia d’oro al collo. L’ha sognata tante volte, mi dice: «Ma sempre da sveglio, sapevo che era un sogno che si sarebbe realizzato».
Ancora una vittoria della volontà, della capacità di sacrificarsi.
Anche il Mahatma Gandhi ne era convinto.
La forza non deriva dalle capacità fisiche, ma da una volontà indomita”.

Giovanni Parisi ci ha dato una lezione.
Quando si crede che un sogno possa realizzarsi bisogna andare fino in fondo.
Anche se questo vuol dire fidanzarsi con il digiuno, correre in pista mentre gli altri vanno a tavola, avere la bilancia come incubo.
E poi, la rabbia di vincere. È indispensabile sentirla sempre viva, un folletto che si insinua nella tua anima e ti spinge ad andare avanti.
Una vita difficile, la sofferenza di una famiglia divisa quando era ancora un bambino. L’infanzia senza il padre, il trasferimento in un’altra città. Il dolore straziante della morte della mamma.
C’è anche questo dietro il successo di un campione.
Se lo dovrebbero imprimere bene nella testa i signori della boxe.
Qui in Corea i pugili sono dilettanti, ma i giudici sono ladri professionisti” commenta il grande Rino Tommasi.
Al Palazzetto di Seul ho visto cose che voi umani non potreste neppure immaginare.
Sono rimasto disgustato, avvilito.
Il pugilato è sport di sacrificio e non merita di finire nelle mani di chi non ha neppure il pudore di porre un limite alla vergogna.
I signori che dicono sempre sì e spezzano i sogni non si fanno domande.
Loro obbediscono in silenzio.

ORO OLIMPICO, MONDIALE PRO IN DUE CATEGORIE

GIOVANNI PARISI era nato a Vibo Valentia il 2 dicembre 1967. E’ stato campione olimpico nei piuma ai Giochi di Seul 1988. E’ stato campione del mondo Wbo dei professionisti nei leggeri (1992/1993) e superleggeri (1996/1998). Ha disputato 47 match: 41 vittorie (29 per ko), 5 sconfitte, 1 pari. Ha esordito tra i professionisti con Silverio Gresta manager e Renzo Spagnoli organizzatore; poi è passato con Elio Ghefli. Ha chiuso con Salvatore Cherchi.