Il presidente dimentica Rigoldi, unico italiano campione d’Europa del 2018

Lo confesso, erano tante e tali le affermazioni che non mi trovavano d’accordo nel messaggio del presidente della FPI alla nazione, che mi è sfuggito un particolare importante.

Nel suo exploit di 6330 battute, cento righe di parole, il dirigente sportivo si è dimenticato di fare un nome.

Preso dalla foga, non ha citato l’impresa più eclatante del pugilato italiano nel 2018.

Il 17 novembre scorso, in Francia, Luca Rigoldi, 25enne di Thiene, ha sconfitto Jeremy Parodi  e conquistato l’europeo dei supergallo tra i professionisti. L’unico titolo continentale che l’Italia detenga.

Magari un paio di righe le avrebbe meritate.

E chi non beve con me, peste lo colga. Gli auguri del presidente…

GLI AUGURI DI BUON ANNO DEL PRESIDENTE FPI LAI.

Così recita l’estroso titolo che campeggia sul sito federale.

Auguri? Buon anno?

Mi sembra di sentire la voce di Amedeo Nazzari nella Cena delle Beffe.

Leggendo il testo livoroso, rubo il termine al dirigente meno medagliato della storia della FPI, mi sembra di trovare più accuse che auguri. In assoluto contrasto con l’equilibrio che dovrebbe contraddistinguere chi occupa quel ruolo.

Vado con ordine.

Punto uno.

Mi chiedo da quale pulpito possano venire queste isolate critiche, mi chiedo anche chi siano i super Maestri o ritenuti tali che non hanno mai creato un pugile, che non hanno mai disputato una finale o che non hanno mai organizzato un evento che lanciano assurde proposte e soluzioni miracolistiche per il nostro sport.
Non li conosce? Le faccio qualche nome, vediamo se posso aiutarla: Alessandro Duran, Massimiliano Duran, Patrizio Oliva, Meo Gordini, Gino Freo. Li conosce? Sono loro quelli che non hanno mai creato un pugile? Eppure sono tra coloro che di certo non applaudono all’attuale gestione della sua federazione.

 

Punto due.

Per quanto riguarda l’attività internazionale AOB credo che i risultati ci abbiano dato ragione, quarantacinque medaglie conquistate nei vari campionati internazionali. Un buon bottino.

E basta con questa storia del medagliere ricco! Il 2018 non ha visto impegni maschili a livello europeo e mondiale assoluti (assieme alle Olimpiadi gli unici appuntamenti davvero importanti). Bene le donne a livello europeo: 1 oro e due bronzi a Sofia. Male a livello mondiale: nessuna sul podio a New Delhi, sei eliminate al primo turno, due al secondo match, una al terzo. Schoolboys, Youth, Under 22, Junior, Giochi del Mediterraneo, Olimpiadi giovanili sono di preparazione agli impegni seri, non testimoniano certo il valore tecnico di una nazione.

Punto 3.

Purtroppo in questo momento dove la condivisione sarebbe quanto mai opportuna, ci sono tesserati che già sono in campagna elettorale e pensano al dopo Tokyo.”
Giuseppe Macchiarola, anzi dottor Giuseppe Macchiarola. E lo faccia ‘sto nome presidente, non abbia paura. È l’unico elemento dell’opposizione in seno al Consiglio Federale, uno dei potenziali candidati alla presidenza nelle prossime elezioni. Mancano ancora due anni alla consultazione e già le crea così tanto disturbo?

Punto 4.

Non dimentichiamoci, al di là delle farneticazioni e delle chiacchiere sui social… Nonostante il  notevole  impegno di tutto l’apparato federale, mi dispiace riscontrare ancora certe pretestuose e non qualificate critiche che appaiono dettate solo dal livore personale e che trovano la loro esasperazione soprattutto sui social.”

Fossi in lei avrei evitato l’argomento farneticazioni (ragionamenti sconclusionati, fantasie, immaginazioni, secondo la Treccani) e avrei omesso di scrivere pretestuose e non qualificate critiche. Leggendo sul sito federale (cito testualmente) “Martina La Piana è stata capace di regalare allo sport italiano la prima medaglia olimpica di un’atleta donna nella boxe” ho pensato che se c’è qualcuno che non deve parlare di fantasie e immaginazioni e deve tacere su pretestuose e non qualificate affermazioni è l’Ente che ha scritto, sostenuto e mai cancellato un’affermazione del genere. L’Ente che ha lei alla presidenza. Con tutta la stima per Martina La Piana. E se qualcuno avesse ancora dei dubbi su farneticazioni e critiche non qualificate, lo pregherei di rileggersi la voluminosa documentazione su progettazione, scelta, accordo, attività e chiusura del rapporto relative all’ingaggio dei due tecnici cubani.

Punto 5.

Abbiamo il dovere di vivere il presente e di interessarci alla boxe del momento perché non è ancora chiaro, ad esempio, come saranno gestite le qualificazioni Olimpiche e le WSB  dal momento che AIBA e CIO non hanno ancora chiarito alcuni aspetti  della loro vicenda conflittuale.”

Ma no? Adesso avete scoperto che l’AIBA è quantomeno criptica. Non ho sentito critiche neppure alla vigilia delle ultime elezioni presidenziali mondiali, non le ho lette nella dichiarazione (che noi giornalisti, in gergo, definiremmo remata) rilasciata al sito boxeringweb.net . Sembrava che tutto fosse in divenire, nessuna certezza se non quella di restare fermi, in attesa di capire come sarebbe evoluta la situazione.

A questo punto le chiedo la cortesia di riflettere su una domanda: chi è il presidente onorario della Fpi? Le fornisco un aiutino: è Franco Falcinelli, che è nell’Esecutivo Aiba dal 2002, è stato vice presidente con Wu e ora ricopre lo stesso ruolo con Rakhimov.

Poteva almeno chiedergli informazioni, o addirittura qualche consiglio su come muoversi.

Buon anno anche a lei, presidente.

 

 

L’AIBA naviga a vista. WSB stravolte, i soldi continuano a mancare…

L’Aiba ammette per la prima volta che i suoi problemi finanziari non sono stati del tutto risolti. La spia rossa è accesa dalla modifica del torneo World Series of Boxing. Lo scorso anno era stato drasticamente ridotto quando mancavano solo sedici giorni ai quarti di finale. Delle otto squadre che avevano guadagnato il diritto a disputarli, l’Aiba ne aveva salvate solo quattro. Per giustificare l’incredibile decisione si era inventata la storiella di un calendario pieno di impegni. Pietosa bugia. La finale 2018 è stata disputata a fine settembre, le semifinali si erano chiuse quattro mesi prima…

Adesso sembra quasi certo che l’AIBA, per problemi finanziari, potrebbe cambiare tutto.
Aveva annunciato al mondo che il futuro del pugilato professionistico era il torneo APB, poi quel giochino si è trasformato in un bagno di sangue sotto il profilo finanziario ed è stato azzerato. Ora anche le WSB sembrano vicine alla chiusura, l’ultimo tentativo per salvarle sarebbe quello di spezzarle in due tronconi: uno riservato ai pesi più leggeri (da 52 kg a 69 kg), l’altro a quelli più pesanti (da 75 kg a +91 kg). Questo potrebbe i costi di gestione. La squadra che sommerà più punti nella combinazione tra i due raggruppamenti sarà dichiarata campione del mondo.

La domanda è: nel caso che il progetto andasse in porto, varranno come qualificazioni olimpiche? E se la risposta è sì, in che modo i pugili guadagnerebbero la partecipazione a Tokyo 2020?

Dall’interno dell’Aiba giungono segnali che i finalisti delle otto categorie, quindi sedici atleti, avrebbero garantito l’accesso olimpico. Altri sedici sarebbero decisi da criteri che dovrebbero essere resi pubblici a maggio.

Si naviga a vista in modo imbarazzante.

E il CIO ha già annunciato che solo a giugno 2019 dirà se il torneo olimpico di pugilato sarà inserito nel programma dell’Olimpiade giapponese e, soprattutto, se sarà l’Aiba a gestirlo…

Il presidente Gafur Rakhimov ha chiesto al CIO un incontro in gennaio per dare il via a un programma di lavoro che, a suo avviso, dovrebbe condurre a una svolta positiva.

Il CIO non ha risposto.

La notizia prende spunto da una dichiarazione del capo della comunicazione AIBA al sito insidethegames.biz.

 

Tornano i due giapponesi sempre sul ring alla fine dell’anno…

I fighter dell’ultimo dell’anno tornano sul ring.
Niente cenone, niente fuochi di artificio. Non chiedetegli come festeggeranno il Capodanno, loro sanno farlo in un unico modo: combattendo, preferibilmente per un titolo.
Il 31 di questo mese, al Wynn Palace Cotal di Macao, triplo appuntamento mondiale dei piccoli grandi guerrieri giapponesi.
È strano che qualcuno decida di allestire una riunione proprio l’ultimo dell’anno. Ma quando un organizzatore proprone la sfida giusta, sa di poter contare su un paio di uomini che non fanno mai mancare il loro impegno.
Hiroto Kyoguchi (nella foto sopra, a destra) ha 25 anni, è professionista da tre e finora non ha mai perso l’occasione per festeggiare l’arrivo di un nuovo anno con una bella scazzottata.
Il 31 dicembre 2016 ha sconfitto per ko 3 Junuel Lacar.
Il 31 dicembre 2917 ha battuto per kot 8 Carlos Buitrago nel mondiale Ibf dei paglia.
Il 31 dicembre 2018 torna a combattere, sfidando Hekkie Budler per il supermondiale Wba dei minimosca.
Il giapponese (11-0, 8 ko) ha detto che ha un solo rammarico. Non quello di non avere potuto festeggiare il Natale a casa, l’ha infatti trascorso in allenamento a Macao, ma quello di non avere potuto verificare se la sua richiesta di dono sia stata esaurita. Vuole da tempo una bicicletta elettrica, ancora non ha trovato una persona di animo gentile che gliel’abbia regalata. Ha ovviamente guadagnato abbastanza da potersi permettere un garage di bici elettriche, ma lui la vuole in regalo…
Budler (32-3-0, 10 ko) ha30 anni e un soprannome impegnativo, oltre che feroce. Si fa chiamare the executioner, il boia. Proprio come il mitico Bernard Hopkins. Ha già detenuto i titoli Wba e Ibf dei mimimosca e Wba dei paglia. Ora difende la corona in un test decisamente impegnativo.

L’altro fighter di Capodanno si chiama Kozuto Ioka (23-1-0, 13 ko). Ha 29 anni e l’unica sconfitta l’ha subita in un match per il titolo. È alla sua terza sfida di fine anno.
Il 31 dicembre 2014 ha messo ko 5 Jean Piero Perez.
Il 31 dicembre 2015 ja sconfitto per kot 11 Juan Carlos Reveco per il mondiale Wba dei mosca.
Fino alla scorsa stagione è stato allenato dal padre, Kazuminai Ioka. È il nipote dell’ex campione del mondo Hiroki Ioka. Ha detenuto i titoli Wba e Wbc dei paglia, Wba dei minimosca e dei mosca.
Andrà a sfidare per il titolo vacante dei supermosca Wbo un cliente difficile.
Donnie Nietes (41-1-5, 23 ko) ha 36 anni e finora non ha mai perso una sfida mondiale, vincendone 16 e pareggiandone due. E stato campione dei paglia Wbo, dei minimosca Wbo, dei mosca Ibf.
È l’idolo delle Filippine, ha infatti battuto il record del mitico Flash Elorde come durata da campione in carica.

Il terzo mondiale in palio sarà quello Ibf dei mosca.
Il detentore Moruthi Mthalane (foto sopra), sudafricano di 36 anni (36-2-0, 24 ko) detto Baby Face difenderà il titolo contro Masahiro Sakamoto (13-1-0, 9 ko)
Strano, ma vero, nessuno dei due finora ha mai combattuto l’ultimo dell’anno…

Tutto confermato. Cammarelle general manager, Coletta ct. E adesso?

L’indiscrezione corrispondeva dunque a verità.
Ecco l’inizio del post pubblicato sul suo profilo Facebook dal consigliere federale dottor Giuseppe Macchiarola.

I fatti.
Roberto Cammarelle è il nuovo (anche perché finora la figura non esisteva) general manager della nazionale azzurra.
Giulio Coletta è il commissario tecnico dell’élite maschile.
Entrambi sono tesserati per le Fiamme Oro.
I dubbi.
Resta senza nome il ruolo di responsabile tecnico della squadra femminile. L’idea di spostare la sede a Caserta e affidare a Marzia Davide (Fiamme Oro) la gestione del gruppo trova contrasti all’interno del Consiglio Federale, il cui vice presidente vicario Flavio D’Ambrosi (che è anche vice presidente del Gruppo Sportivo Fiamme Oro) nella sua ultima disamina sull’attuale situazione pugilistica italiana scrive sul sito ufficiale: “Il Presidente Lai e la sua squadra di governo hanno adottato una strategia semplice ed estremamente ragionevole: orientare le risorse federali in quelle iniziative e provvedimenti che siano utili a crescere una nuova leva di pugili, uomini e donne, facilitando quel necessario ricambio del parco atleti.
Tradotto in concreto, la Federazione ha investito, in due anni (2017 e 2018), circa 1.100.000,00 euro per lo svolgimento di Campionati e tornei nazionali, ed ha supportato l’attività ordinaria con oltre 500.000,00, sempre nei due citati anni, accollandosi i costi dei servizi arbitrali.
Nell’ottica di implementare l’attività agonistica, sono state investite ingenti risorse dedicate a premiare atleti, tecnici e società per i risultati conseguiti a livello nazionale ed internazionale. Altre risorse sono state, altresì, incanalate verso l’attività giovanile, che negli ultimi due anni ha avuto una crescita considerevole, ai collegiali regionali dedicati agli schoolboys ed ai campus verso i quali tanti tecnici e giovanissimi atleti hanno mostrato un alto gradimento.
I risultati di una politica che ha come obiettivo prioritario l’individuazione di nuovi e promettenti pugili – ovvero nuovi talenti – ha già partorito i suoi primi risultati: ben 42 medaglie conquistate dalle Rappresentative Azzurre. Medaglie conquistate soprattutto nei Campionati internazionali di categoria (schoolboys, junior e youth).”
(nella foto sotto, da sinistra: Raffaele Bergamasco, Roberto Cammarelle e Francesco Damiani. La coppia Damiani-Bergamasco è stata l’ultima a portare sul podio olimpico un atleta azzurro).

Domande.
È abbastanza semplice l’interpretazione di queste parole.
Investimenti ingenti della Fpi, scouting e impegno dei tecnici sono stati premiati dai risultati.
Ma è altrettanto semplice il dubbio che ne scaturisce.
E allora perché cambiare ancora una volta lo staff?
Con un’aggravante.
Perché mettere in difficoltà stimati rappresentanti del settore, ponendoli davanti a scelte imbarazzanti?
E infine, a chiudere, la madre di tutte le domande.
Cosa pensano di questo nuovo organigramma i maestri italiani?

 

L’attesa è finita. Non sempre il Natale è un giorno di grande felicità…

Una storia di vita. Può essere accaduta, non so. Di certo nomi
e situazioni non sono riferiti a persone reali, il racconto è
frutto della mia fantasia.

Un muro di persone fa blocco in via Mazzini, all’angolo con corso Cavour. È un muro spesso che mi impedisce di vedere cosa sia accaduto. Cerco di trovare una risposta, ma incrocio solo sguardi allucinati. Fissano tutti lo stesso punto. Sembra che il mondo intero abbia perso la parola. La curiosità mi spinge verso la maleducazione, a forza di gomitate mi faccio largo tra la folla e finalmente vedo in faccia il peccato.

Sul marciapiede sporco, accanto a un vecchio cassonetto dell’immondizia rovesciato, tra carte da regalo stropicciate, bicchieri di cartone, avanzi di cibo, palline di Natale, c’è un ragazzo. Le sue esili gambe sono leggermente ripiegate all’indietro, il braccio destro è appoggiato sul petto, nella mano chiusa stringe una medaglia colore oro con un’incisione. “Memorial Brindani, calcio a cinque, 2003”. Il braccio sinistro è steso lungo il fianco, ha l’ago della siringa ancora infilato nella vena. Gli occhi sono chiusi, sembra che dorma. Una macchia scura, accanto alla bocca, scaccia ogni illusione. È sangue, la macchia si allarga sempre di più, come il dolore che sto provando in questo momento. Quel ragazzo ha diciannove anni, si chiama Danilo Ferretti. È mio fratello. Ed è morto.

È passato un anno da quel giorno.

Vecchi manifesti sopra pareti scrostate. Fuori l’acqua scende giù violenta, dentro viene giù a piccole gocce da crepe sul tetto mai curate. Sul lato sinistro dello stanzino, vicino alla finestra, il soffitto trasuda umidità. È il 26 dicembre, fa freddo e l’acqua ci fa compagnia da più di una settimana.
Un bagno alla turca, una doccia che raramente funziona. Una panca e un gancio dove appendere i vestiti. Uno spogliatoio cadente, in un palazzetto di provincia. Ci sarebbe da piangere, se questo non fosse il cammino da percorrere per chiedere una tregua alle angosce che non mi lasciano più dormire. Neppure un lamento esce dalla mia bocca per una situazione che dovrebbe farmi urlare di sdegno. La dignità rubata è l’ultimo dei miei pensieri.

Mi siedo sulla panca. Maestro e manager se ne stanno in piedi davanti a me. Stringo con le mani la testa e mi isolo dal mondo. Fra un’ora salirò sul ring per l’ennesima sfida di una carriera che mi ha regalato gioie e dolori. Me ne sto lì, in silenzio, in attesa di cominciare un rito che ho già ripetuto sessantuno volte, tanti sono i match tra il professionismo e gli anni trascorsi a battermi da dilettante.

Le urla del pubblico attraversano la porta di cartone che separa lo spogliatoio dall’arena. La riunione del Boxing Day è appena cominciata, i primi a salire sul ring sono pugili al debutto, devono ancora capire quale potrà essere il loro futuro.
Mi chiamo Pietro e mi batterò nell’evento principale, il clou della serata. A volte lo lasciano a vecchie glorie al tramonto che devono solo regalare speranze a giovani pugili che inseguono un sogno. Stasera lo spettacolo sarà diverso.

L’attesa è carica di tensioni, come nel periodo felice del dilettantismo. Allora però avevo sogni da inseguire, avversari da battere, valori da scoprire, un futuro da conquistare. E non avevo ancora imparato a riconoscere la verità. In quei giorni salivo sul ring per scoprire i miei limiti, anche se, a essere sincero, pensavo di non averne. Oggi mi sembra che i confini, della boxe e della vita, siano segnati da strisce di odio, corde di sangue, fiumi di rabbia. Credo di avere finalmente capito la vera ragione per cui valga la pena di prendere a pugni un altro uomo. Metterlo in difficoltà, rubargli le certezze, punirlo fisicamente fino a farlo crollare giù, privo di conoscenza.

Knock, knock. Due colpi veloci sulla porta, Giovanni entra senza aspettare una risposta. Non ne ha bisogno, è mio amico da sempre. I tempi sono cambiati, ma lui è ancora convinto che una battuta allenterà quella tensione che si genera sempre prima di un combattimento.

“Ciao, campione”
“Ciao, Giovanni. Sei l’unico a chiamarmi ancora così”
“Ti vedo giù. Penso proprio che abbiano ragione quelli che ti chiamano il Persiano”
“Il Persiano?”
“E sì. Dicono che alla fine di ogni match sei sempre lì, steso sul tappeto del ring”
“Ma vai a farti fottere!

Giovanni esce sorridendo e io torno a sentirmi come ogni pugile.
Solo.
Quando è così, il tempo passa lentamente. Mi accade sempre più spesso di riempirlo con brutti pensieri. Le attese si allungano, non c’è motivo di correre incontro a un momento che non so se potrà mai restituirmi una piccola parte della serenità perduta. Mi tornano in mente le parole scambiate con Teresa, che poi è la mia mamma, prima di uscire di casa.

“Pietro, chiamami appena il match è finito. Lo sai che non ho la forza di guardarlo in tv. Dopo tanti anni non ho ancora capito perché tu abbia scelto uno sport così pericoloso”
“Tranquilla mamma, questo incontro e poi smetto. Tranquilla, non ci sono pericoli. Non avere paura, chiudo in bellezza”
“Sì, certo. Attento, amore mio. Lo sai, la boxe non mi piace. Anche se a volte penso che forse sarebbe riuscita a salvare tuo fratello. Chiamami subito. Credo di avere già sofferto abbastanza”.

Mi tratta come se fosse sempre il suo bambino, eppure sono un ragazzone di 23 anni. Alto 1.93 per centodieci chili di peso. La boxe non mi ha reso ricco, anche se qualche soldo sono riuscito a portarlo a casa. Non ho mai vinto un titolo internazionale. Sono stato campione italiano tra i dilettanti. Poca cosa vista la scarsezza dei rivali,  un merito da non ingigantire.
Incidenti gravi non ne ha mai avuti. Almeno sul ring. Un paio di costole fratturate, qualche taglio da suturare con una decina di punti, la mano sinistra messa male per un paio di mesi. Robetta di questo tipo. Non finirò come qualcuno dei vecchi che incrocio in palestra. Pugili con le gambe molli, che non li sostengono più. A ogni colpo che arriva, sentono la scossa. È l’ultimo segnale. Un po’ come accade a chi beve troppo. Alla fine basta mezzo bicchiere per ubriacarsi.

Combatto nei pesi massimi. Una categoria in cui ogni colpo può mandarti al tappeto, lo so bene io che negli ultimi quattro incontri ci sono finito tre volte. Il “persiano”, in fondo, non è poi un soprannome che stoni.

Il maestro Ottavio Ballarin, lo stesso di sempre, mi benda le mani. Prende la destra e fa girare la fascetta di garza attorno al polso. Poi passa al dorso, attorno al pollice, tra le dita, gira sopra fino a quando non ha ricoperto tutta la mano. Con striscette di nastro adesivo fissa la garza, lasciando le nocche libere. Ogni tanto mi fa aprire e chiudere il pugno per assicurarsi di non avere stretto troppo. Si muove lentamente, lavora come un monaco davanti al mistero dell’universo. Con grande rispetto, attenzione e una vena di misticismo.

È alto e magro, con pochi capelli. Ha sessant’anni, la sua faccia è una ragnatela di rughe, della vita ha conosciuto tutto. Una mamma malata è il peso che si porta dietro e che riempie ogni giornata. La palestra, i ragazzi, la boxe servono a regalargli qualche pausa di serenità. A match finito manda giù un bicchiere di troppo e comincia a vagabondare in un  mondo tutto suo, fatto di tante parole, ricordi felici, sogni che non si realizzeranno mai. Il vino l’aiuta a non pensare che prima o poi dovrà fare ritorno a casa.

Mi tolgo i vestiti, indosso scarpette, calzettoni, sospensorio, pantaloncini e comincio il riscaldamento. Ottavio e il manager parlano sottovoce in un angolo dello spogliatoio. Un urlo più forte degli altri arriva come un segnale di pericolo alle orecchie dei tre. Un incontro è finito prima del previsto, qualcuno deve essere andato knock out e ora starà pensando alle ore passate in palestra a faticare, alle facce deluse degli amici, alla moglie che ha sofferto nelle prime file di ring, al figlio a cui ha promesso un regalo che non potrà comprare. Un altro pugile starà saltando di gioia. La boxe è così, mischia felicità e disperazione nello spazio di sedici corde, il confine tra la vita e il sogno. Un altro match e poi toccherà a me.

Il manager sussurra qualcosa, piano piano. Non vuole che io senta.

“Speriamo faccia bene. Da dilettante era un combattente di razza, anche nei primi nove incontri da professionista lo è stato. Poi si è imborghesito. Accade in ogni sport. Prendi l’ippica, un cavallo a tre anni va forte e vince, a cinque è finito”

“Ma va, Alberto! Non sapevo che anche i cavalli si imborghesissero”.

Alberto Soprani, il manager, è un uomo a cui piace vestire bene, anche se nessun sarto, per quanto bravo possa essere, riuscirà mai a mascherare quello stomaco esagerato. Come procuratore è fuori dagli schemi. Vuole bene ai suoi pugili. Sceglie per loro accoppiamenti che non propongano rischi eccessivi. Garantisce borse dignitose e, quando può e il ragazzo merita, riesce anche a portarli alla sfida per un titolo. Insomma, è una rarità.

Mancano venti minuti. Sudo, faccio un po’ di vuoto. Jab, spostamento laterale, montante incrociato. Jab, jab, diretto destro al corpo, gancio sinistro, diretto destro. Uno-due veloce al volto, diretto destro al tronco, montante sinistro. Il ritmo ce l’ho nelle orecchie, mi muovo con dinsinvoltura. Sono un artista, so come stare in scena. I minuti passano lentamente e i dubbi arrivano, sempre più numerosi, a tenermi compagnia. Torno a fare quello che non dovrei mai fare prima di un match.

Pensare.

Ricordo le attese dei tempi migliori. La frenesia che diventava qualcosa di concreto, palpabile. Attorno a me c’era ottimismo, nessuno in quei giorni credeva potessi perdere. E adesso anche quel bravo uomo di Alberto mi paragona a un cavallo imborghesito.

Mi muovo in un silenzio totale. Muti anche manager e maestro. Le urla del pubblico sono cresciute ancora una volta, poi sono lentamente tornate ad essere un brusio lontano. Un uomo dell’organizzazione entra nello spogliatoio. Mette dentro solo la testa, quasi abbia paura di venire contagiato da quell’aria triste che riempie lo stanzone.  Dice solo poche parole.

“Tocca a voi. Tra cinque minuti il primo gong”.

Tiro giù i pantalonicini, metto la conchiglia protettiva, la ricopro con i pantaloncini.

Il manager apre la porta ed esce.  Lo seguo, mentre il maestro poggia le mani sulle mie spalle. Il fumo degli effetti speciali, i fari della televisione, le telecamere a spalla e, in fondo al tunnel, il ring.

Tocco con la mano la piccola medaglia che ha il colore dell’oro, la porto sempre con me. L’ho nascosta in un taschino segreto, all’interno dei calzettoni.
Guardo in alto e ripeto in silenzio una vecchia promessa.
È il giorno di Santo Stefano e il match sta per cominciare.
Ancora pochi minuti e mi batterò contro Romeo Cenci, lo spacciatore che un anno fa ha venduto l’ultima dose a Danilo.
L’attesa è finita.

È in atto l’ennesimo ribaltone nello staff tecnico delle nazionali?

Avviso ai naviganti.
Un consiglio prima di leggere questo articolo. Non cominciate a lanciare insulti prima di essere arrivati alla fine.
Gira da tempo una notizia, prima era un bisbiglio, poi è diventata un’affermazione, come una valanga ha travolto il mondo del nostro pugilato. Al momento è solo un’indiscrezione, lo è perché mancano conferme ufficiale. Solo la Federazione Pugilistica Italiana ha il potere di dire se corrisponda o meno a verità.

Riguarda il settore tecnico nazionale.

Emanuele Renzini non si sarebbe accordato per il proseguimento del mandato. Osteggiato da un consigliere federale, sarebbe stato escluso dal futuro delle rappresentative azzurre.
La FPI avrebbe così fatto altre scelte.
Roberto Cammarelle (del Gruppo Sportivo Fiamme Oro) sarà il nuovo general manager delle squadre nazionali, una sorta di direttore generale. Giulio Coletta (del Gruppo Sportivo Fiamme Oro) sarà il nuovo commissario tecnico che traghetterà l’elite maschile e femminile verso Tokyo 2020. Sarà coinvolta all’interno della femminile anche  Marzia Davide (del Gruppo Sportivo Fiamme Oro).

Sembra che ci sia una corrente che spinga per il trasferimento della preparazione della squadra femminile a Caserta, ma il Consiglio Federale non appoggerebbe l’idea.

E i due cubani?
Jorge Valdes Perez, 63 anni, e Gerardo Gonzalez Bicet, 57, sarebbero tornati a Cuba. Erano sbarcati in Italia senza la possibilità di potere andare all’angolo degli azzurri, si sono iscritti in data 25 febbraio 2018 al corso per ottenere la prima stella AIBA. Non si conoscono i risultati di quel corso che si è tenuto dal 12 al 20 marzo a Santa Maria degli Angeli. L’ingaggio era a tempo determinato, scaduti i tempi la coppia sarebbe tornata ai Caraibi.

Voci insistenti dicono che non sarà rinnovato il contratto di tecnico federale a Gianfranco Rosi. In forse anche quello di Maurizio Stecca.

Se l’indiscrezione ricevesse una conferma, saremmo davanti all’ennesimo ribaltone dopo Londra 2012. I trionfi (a chi non fosse d’accordo con questo termine, consiglio di leggere le news pubblicate sul sito ufficiale della Fpi) non sono stati sufficienti a garantire il posto di lavoro ai tecnici azzurri.

Ma tentare di analizzare questa notizia, provare a darle un significato particolare, avere sensazioni di un preciso indirizzo preso dai federali sarebbe ingiusto, oltre che sbagliato. Perché al momento, lo ripeto, è solo un’indiscrezione.

Resto in attesa che la FPI smentisca.

Chi tace, acconsente.

La Guida del WBC è chiara, secondo le regole Tyson Fury aveva vinto

Si è molto discusso sul risultato del mondiale WBC dei pesi massimi tra Deontay WIlder e Tyson Fury, disputato sabato scorso a Los Angeles.

Ho fatto una personale rilettura della sfida. Prima di scrivere mi sono voluto rinfrescare le idee. Ho letto i criteri di giudizio di un match nella Guida del World Boxing Council.

Tre semplici punti di riferimento per l’assegnazione di un round con il sistema dei 10 punti.

  1. Aggressività.
  2. Abilità di esercitare il comando sul ring.
  3. Pura aggressività.

    L’aggressività è la capacità di tirare colpi regolari con potenza e precisione al corpo e al volto. Si può essere aggressivi andando avanti, indietro o di lato. A determinare l’aggressività sono la quantità dei colpi a segno, la potenza con cui sono stati tirati, la precisione e la pulizia dei pugni.
    Questo criterio di giudizio influenza per l’80% l’assegnazione del round.

    L’abilità di esercitare il comando sul ring può essere generata sia agendo in attacco che in difesa, non permettendo all’avversario di sfruttare le sue qualità. Ma soprattutto imponendo il proprio stile, mandando a vuoto il rivale, essendo padrone del ring con il proprio comportamento.
    Questo criterio di giudizio influenza per il 15% l’assegnazione del round e solo quando l’aggressività non riesce a determinare la scelta di chi sia il vincitore della ripresa.

    Se i due precedenti criteri, a detta del giudice, non sono sufficienti per stabilire un vincitore, si fa ricorso al terzo: l’aggressività pura.
    Ovvero si premia chi va costantemente all’attacco cercando di aggiudicarsi il round.

    Se nessuno dei tre criteri permette di indicare un chiaro vincitore della ripresa, il giudice deve decretare la parità, quindi scrivere sul cartellino 10-10.

    Partendo da queste certezze, quello che ho appena scritto non è frutto di un’opinione personale ma è direttamente tratto dalle indicazioni che il WBC da ai giudici, credo che il match di sabato 1 dicembre non possa che avere un unico vincitore: Tyson Fury.

    Il pugilato non è matematica, non ci sono certezze. Ma rileggendo l’incontro faccio fatica a non indicare il britannico come il vincitore di almeno otto riprese e l’americano delle rimanenti quattro (due delle quali per due punti, avendo inflitto un knock down allo sfidante nella nona e uno nella dodicesima). Per un cartellino finale di 114-112 in favore di Tyson Fury.
    Ricordo che i tre giudici del match hanno indicato 115-111 per Wilder (Alejandro Rochin), 114-110 per Fury (Robert Tappert, che in realtà aveva uno scorecard di 114-112, ma ha sbagliato a riportare l’ultima cifra nella colonna di Wilder) e 113-113 pari (Phil Edwards).

    E veniamo ora all’atterramento di Tyson Fury nel round finale, anche questo fonte di molte polemiche.
    Riguardando il filmato si notano due cose: la prima è che l’arbitro scandisce chiaramente il conteggio, partendo correttamente da “tre”; la seconda che al “nove” di Jack Reiss il britannico è in piedi (già dal “sei” guarda l’arbitro, aspettando solo l’ultimo secondo utile prima di rialzarsi, ottimizzando al massimo il recupero).
    Anche qui il regolamento WBC è chiaro.
    Per decretare il ko l’arbitro deve chiamare “nine and out”. Ovvero devono passare dieci secondi. Tyson Fury si è tirato su in tempo per evitarlo.

    Questo è quanto ho letto riguardando il match con il manuale del WBC vicino. Tyson Fury a mio giudizio aveva vinto (114-112) e meritava di essere dichiarato nuovo campione del mondo.
    Ultima annotazione, così tanto per ricordare come del resto fa la stessa Guida. Il verdetto finale è dato dalla somma dei punteggi di ogni singola ripresa. E il primo round ha lo stesso valore assoluto dell’ultimo.

 

AIBA & CIO, siamo al ridicolo. La boxe precipita e nessuno protesta…

Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha chiarito in modo ufficiale le azioni che ha deciso di intraprendere prima di dare una risposta alla domanda: il pugilato sarà presente ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020?

“Il Consiglio Esecutivo (CE) del CIO ha deciso di iniziare un’indagine sull’Associazione Internazionale di Pugilato (AIBA). Questo è il primo atto di una procedura che può portare alla revoca del riconoscimento dell’AIBA.

Il CE ha riconosciuto i progressi e gli impegni dell’AIBA evidenziati nella sua relazione, ma permangono diversi punti di notevole preoccupazione, in particolare nei settori della governance, dell’etica e della gestione finanziaria. Ciò richiede ulteriori indagini.

Il CIO conferma la scelta di congelare tutti i contatti con l’AIBA, ad eccezione di quelli sul livello di lavoro necessari per attuare le rispettive decisioni del CIO e di sospendere i pagamenti finanziari all’AIBA, compresi quelli legati alla Solidarietà Oimpica.

Ha inoltre deciso di congelare la pianificazione del torneo olimpico di pugilato di Tokyo 2020, compresi i contatti ufficiali tra AIBA e Comitato Organizzatore, la vendita dei biglietti, l’approvazione e l’implementazione di un sistema di qualificazione, la pianificazione degli eventi di selezione e la finalizzazione del programma della competizione.

Ha infine deciso di vietare l’uso da parte dell’AIBA di tutto quello che è legato ai loghi olimpici, compresi i cinque anelli e il simbolo di Tokyo 2020 per qualsiasi materiale di comunicazione/pubblicità e/o promozionale”.

Mi sembra chiaro, no?

E allora perché l’AIBA sul suo sito ufficiale ha scritto: “L’International Boxing Association ha preso atto dell’annuncio del Comitato olimpico internazionale e si compiace che il comitato esecutivo del CIO abbia riconosciuto i progressi dell’AIBA. L’Associazione accoglie inoltre con favore l’opportunità di lavorare con il comitato di inchiesta, presieduto da Nenad Lalovic, al fine di chiarire eventuali ulteriori preoccupazioni che il CIO potrebbe avere”.

Il CIO dice: avviamo un’inchiesta che potrebbe portare alla vostra cancellazione come Federazione Internazionale, e loro si compiacciono per aver visto riconosciuti i progressi fatti?

Ma stiamo su Scherzi a parte?

Ogni decisione è rinviata a giugno 2019, a quel punto mancheranno tredici mesi all’inizio del torneo olimpico. Non ci sono certezze, è tutto bloccato come lo stesso CIO ha tenuto a precisare.

Fermiamoci un attimo.

Il CIO riconosce 67 Federazioni Internazionali, tra cui 29 per gli sport ufficiali dei Giochi Olimpici estivi.

L’AIBA è una di queste Federazioni e ha duecentotre Federazioni Nazionali affiliate.

E mai possibile che nessuno si sia chiesto che fine faranno le Federazioni se l’Associazione dovesse essere declassata? Perché non si sente una sola voce di protesta davanti a una situazione surreale?

Poco da dire sul CIO. La voglia di rimandare ogni decisione è evidente. Sono al milionesimo rinvio, magari arriveranno fino a una settimana dai Giochi di Tokyo prima di dirci cosa hanno pensato di fare. Magari affideranno a una sorta di lotteria l’ingresso dei pugili nel torneo.

Qualcuno di questi signori sa che un pugile che pensi di giocarsi un posto ai Giochi deve mettere in atto un piano pluriennale di preparazione? Sa che deve scegliere con anni di anticipo la programmazione dei suoi impegni? Sa che alcune nazioni investono quasi il 50% del proprio bilancio nella preparazione olimpica? Che gli atleti, almeno in Italia, hanno sussidi da parte delle organizzazioni centrali nel caso in cui riescano a entrare nel Club Olimpico?

L’Olimpiade è il momento chiave dell’attività dei non professionisti.
E adesso dovremo aspettare fino a tredici mesi dai Giochi per sapere se il pugilato ci sarà (confermo la mia sensazione: al 90% non sarà tagliato fuori) e chi lo gestirà (qui è inutile fare previsioni, la boxe mi ha insegnato che tutto è possibile).

Nessuno protesta. A lamentarsi ci sono un campione olimpico, un dottore, un paio di maestri, due giornalisti e uno sparuto gruppo di appassionati. E poi ci chiediamo come abbia fatto il pugilato a passare da una grande popolarità a una media, a una piccola, fino a diventare sport di nicchia e poi…