Pugilato olimpico nel caos, il CIO rinvia a giugno ogni decisione

Siamo entrati nell’era del caos.

Il CIO ha congelato la situazione, non ha preso decisioni sul futuro del pugilato olimpico. Ha soltanto annunciato di avere aperto un’inchiesta ufficiale sull’AIBA. Le conclusioni dell’inchiesta saranno rese pubbliche a giugno nella riunione di Losanna.

Dietro le quinte il CIO ha fatto sapere che il principale obiettivo è quello di salvare il torneo di Tokyo 2020, cosa che dovrebbe verificarsi con il ritiro dello status di Federazione Internazionale attualmente in possesso dell’AIBA.

Come il CIO intenda risolvere i problemi legati al percoros di avvicinamento ai Giochi non è possibile saperlo.

Non si conoscono i criteri di selezione, né i tornei che dovranno decidere i partecipanti, né chi sarà chiamato a gestire l’intera organizzazione, chi fornirà arbitri e giudici.

Da Tokyo doveva arrivare una risposta definitiva sulle sorti della boxe olimpica, è arrivata solo una richiesta di pausa. È stato chiamato il time out, si riprenderà a giocare quando mancherà solo un anno all’inizio dell’Olimpiade giapponese del 2020

Complimenti a tutti.

Giorni decisivi per il futuro del pugilato, non solo per quello olimpico…

Domani e dopodomani Congresso del CIO a Tokyo. Il pugilato è al centro dei lavori. La discussione dovrebbe concludersi nel pomeriggio, ma non è escluso che la decisione possa slittare anche a sabato primo dicembre, data in cui si concluderà il Congresso.

Sembra sempre più certo il mantenimento della boxe nel programma dell’Olimpiade giapponese del 2020.

Tanti invece i dubbi sull’Ente che dovrà gestire quel torneo.

All’esame alcune soluzioni.
La prima è quella di affidare (temporaneamente) a una nuova Associazione il governo di questo sport.

La Wba si è proposta, recentemente ha anche preso possesso di una sede a Losanna, lì dove sono gli uffici di AIBA e CIO. L’ex campione del mondo dei pesi massimi Wladimir Klitschko ha appoggiato questa possibilità.

Il Wbc ha invece manifestato la sua disponibilità a gestire la vicenda nel Congresso che ha tenuto lo scorso mese a Kiev.

La creazione di un nuovo Ente potrebbe avere come controindicazione un’azione legale che l’AIBA sembra avere già preannunciato nel caso in cui fosse esautorata dai suoi compiti.

La stessa Associazione ha informato il CIO che il presidente Gafur Rakhimov, il perno attorno al quale ruota l’intera questione, potrebbe farsi temporaneamente da parte per consentire a un suo sostituto di organizzare lo svolgimento dei Giochi di Tokyo 2020.

Se questa dovesse essere la scelta, non credo che il CIO ne uscirebbe bene.

L’AIBA ha anche prodotto dichiarazioni ufficiali in cui informa di avere risolto i problemi relativi alla governance, alla situazione finanziaria, all’antidoping e alla gestione di arbitri e giudici. Cioè, a loro dire, di avere risposto positivamente a tutte le richieste che le erano state fatte dal CIO.

È un enigma di difficile soluzione. Togliere la gestione all’International Boxing Association, cause a parte, comporterebbe una serie di nuovi problemi.

Mancano venti mesi all’inizio dell’Olimpiade. In questo tempo dovranno essere stabiliti i criteri di qualificazione, organizzati i tornei, designati arbitri e giudici.

Aspettano la decisione del CIO duecentotre Federazioni affiliate all’AIBA e circa diecimila pugili.

Ci sarebbe poi da gestire la questione dei giudici di gara.

L’AIBA può contare su cinquemila tra arbitri e giudici. I criteri di valutazione di un match non sono poi così uguali tra dilettanti e professionisti, anche se recentemente si sono avvicinati di molto. Il timore è che non ci sia tempo sufficiente per preparare al meglio gli uomini.

Al momento ha quote decisamente basse la possibilità che il CIO risolva il problema alla radice, cioè che tenga fuori il pugilato dai Giochi. Sarebbe contrario a quanto affermato sino a questo momento dal Comitato Olimpico Internazionale.

Un giallo intricato, in cui i potenziali colpevoli sono più di uno.

La gestione sconsiderata dell’AIBA non comincia certo con l’avvento di Rakhimov, che ne ha solo esasperato i contenuti. Il CIO ha chiuso gli occhi per molto tempo, poi ha puntato i piedi. Ha detto chiaramente che la figura del nuovo presidente rappresenta un grosso problema.

Ora si trova a metà del ponte. Se decidesse di tornare indietro, sminuirebbe in modo plateale la sua credibilità. Se optasse per andare avanti, il suo futuro sarebbe rischioso sia sul piano legale che su quello sportivo.

A pagare sono ancora una volta gli atleti. A venti mesi dai Giochi non sanno se il loro sogno sarà cancellato o se potranno continuare a svegliarsi all’alba, sacrificarsi, allenarsi e soffrire avendo almeno un obiettivo che li aiuti a sopportare tutto questo.

Penso infine che a chiudere gli occhi fino a poco tempo fa non sia stato solo il CIO, li hanno chiusi anche molte Federazioni. Chi per calcolo, chi per pigrizia, non hanno visto il pericoloso ostacolo contro cui rischiavano di schiantarsi.

Oggi ce l’hanno davanti. Ma sbatterci contro o evitarlo sarà una scelta in cui non avranno alcun peso.

Chiudo con un pensiero sugli appassionati di pugilato. Per anni i peccati dell’AIBA sono passati davanti ai loro occhi senza che neppure gli scandali più grandi riuscissero a interessarli. Ho la sensazione che anche adesso fatichino a interpretare nella sua globalità lo scontro frontale CIO vs AIBA. Si limitano a scuotere la testa davanti alla possibile esclusione del pugilato dai Giochi. Non si focalizzano sulla reazione a catena che questo provvedimento potrebbe causare allo sport che dicono di amare. Il caso non riguarda solo i dilettanti, ma l’intero movimento pugilistico. Soprattutto in Italia.

Sarebbe un cambiamento epocale, ma ho l’impressione che non tutti ne siano consapevoli.

Falcinelli promette sostegno a Rakhimov, l’AIBA blocca la sospensione

L’International Boxing Association ha temporaneamente revocato la sospensione provvisoria imposta a Franco Falcinelli, presidente della Confederazione Europea di Boxe (EUBC), in attesa che il suo caso venga esaminato dalla Commissione Disciplinare dell’Aiba e dopo che lo stesso Falcinelli ha promesso di sostenere il nuovo presidente Gafur Rakhimov (la foto sotto è stata realizzata il giorno della nomina dell’uzbeko a presidente a interim).
In qualità di vice presidente dell’AIBA, Falcinelli ha assistito ai mondiali femminili disputati in India. Lo scrive oggi insidethegames.biz che riporta anche le parole del dirigente italiano in un’intervista rilasciata al sito: “In seguito al recente Congresso, qualsiasi analisi obiettiva giungerà alla chiara conclusione che i membri dell’AIBA hanno democraticamente scelto Rakhimov, indicandolo come la persona giusta per guidare l’Associazione. Accolgo quindi il signor Gafur Rakhimov come nuovo Presidente e sono pronto a svolgere il mio ruolo di vicepresidente e sostenere il suo forte impegno, specialmente in questo momento delicato e cruciale per la nostra Federazione Internazionale”.

Nel congresso che si terrà venerdì e sabato a Tokyo, il CIO avrà in agenda il problema del pugilato.
Tenerlo o no nel programma olimpico?
Continuare con l’AIBA o affidarne la gestione a un’altra Federazione?
Oramai è questione di giorni e tutto il popolo della boxe saprà.

 

 

 

Storia di un giornalista triste e solitario nel Paese delle Meraviglie

Ti ordino Satana,
seduttore del genere umano:
riconosci lo Spirito di verità e di grazia,
lo Spirito che riconosce le tue insidie
e smaschera le tue menzogne.
Esci da questa creatura!

 

“Apparecchiatura per tomografia assiale computerizzata, identica a quella rubata all’Ospedale Santa Maria Pietosa degli Orfanelli Ciechi, vendesi a clinica privata. No perditempo”.

Sono abbastanza divertente?

Voglio rassicurare il signor Stefano Buttafuoco*.

Mi godo la vita.

Mi dispiace deluderlo.

Lo so, è un colpo basso, ma sono felice di quello che faccio.

Soprattutto perché devo dare conto solo a chi mi legge. Non sono costretto a raccontare storie che potrebbero trarre in inganno chi le ascolta.

Come del resto fa la Federazione.

Martina La Piana è forte, piena di entusiasmo e potenzialmente in grado di darci molte soddisfazioni. Ma, contrariamente a quello che scrive il sito ufficiale della Fpi, non “è stata capace di regalare allo sport italiano la prima medaglia olimpica di una atleta donna nella boxe”.

Le medaglie olimpiche sono quelle che hanno vinto Benvenuti, Oliva, Stecca, Parisi, De Piccoli, Musso, Bolognesi, Formenti, Sergo, Tamagnini, Orlandi, Toscani, Cammarelle, Atzori, Pinto tanto per fermarci all’oro. Poi ci sono altri trentatrè pugili che sono saliti sul podio dei Giochi. Il ricordo di questi signori va custodito con rispetto, non mi sembra che in questo caso si sia agito seguendo questa concetto.

Chiudo con il settore dilettanti, precisando che il “remare tutti dalla stessa parte” non significa distorcere la realtà con una valutazione non oggettiva dei successi. E soprattutto non si può sempre e comunque trattare come appestati tutti quelli che non la pensano come voi.

Tanto per fare un paio di esempi: BoxeRingWeb, il sito a cui collaboro e che i federali dicono di non leggere mai per poi commentare riga per riga qualsiasi cosa vi sia riportata, ha invitato il presidente alla Hall of Fame del Pugilato Italiano. Lai ha negato la sua disponibilità per motivi familiari.

Lo stesso sito BRW ha ospitato l’intervento del presidente quando si è espresso contro l’abuso della parola pugile da parte dei media. Lo ha intervistato prima delle elezioni e a metà mandato. Insomma, da parte nostra non c’è stato un percorso a senso unico.

Non altrettanto può dirsi della Fpi.

Anche nel Paese delle Meraviglie, le medaglie hanno un peso specifico. E, soprattutto, le analisi vanno fatte sia in caso di vittoria che di sconfitta. Ai Mondiali femminili, ancora in corso, sono salite sul podio ventuno nazioni. Ma non l’Italia. Siamo davvero convinti che sia solo colpa di giudici incapaci? E perché qualcuno continua a parlare di mancanza di tutela politica quando il vice presidente dell’Aiba, ente mondiale che gestisce il settore, è l’italiano Franco Falcinelli?

  1. Dovrebbe forse condizionare i giudici?
  2. Non ha abbastanza potere per influenzare chi redige i cartellini?
  3. Non è interessato alle vicende della squadra italiana?

Chi pensa che solo una di queste tre ipotesi corrisponda a verità, non ha rispetto per il nostro dirigente. Rispetto, torna la parolina magica.

Forse bisognerebbe allargare la propria analisi, magari ci si potrebbe chiedere quale ruolo abbiano avuto i due maestri cubani ingaggiati con contratto a termine, quanto spazio sia stato loro concesso, come mai non sia stata usata in chiusura di rapporto la stessa enfasi che abbiamo letto in occasione del loro arrivo. Ci si potrebbe domandare se l’intera gestione politica del settore sia stata portata avanti nel modo più giusto. Se la rincorsa al talento non stia distruggendo strada facendo decine di giovani pugili.

Ma fare domande, porre quesiti, interrogarsi sui risultati è considerato peccato mortale. Chiunque non segua la linea federale viene immediatamente etichettato come eretico. Per loro, l’unica critica costruttiva è quella del consenso.

Gloria all’Egitto, ad Iside
Che il sacro suolo protegge
Al Re che il Delta regge,
Inni festosi alziamo.
Gloria! Gloria! Gloria!

E veniamo al professionismo.

Luca Rigoldi centra l’impresa, vince l’europeo dei supergallo in Francia.

A leggere quello che ha scritto Giorgio, il papà, c’è stato davvero poco di federale in questo successo.

Eppure la Fpi loda il lavoro comune, esalta Gino Freo: un maestro che non mi sembra sia sempre stato nelle grazie del potere; si accosta in maniera indiretta alla vittoria. Dimenticando di non avere supportato sui suoi stessi media l’evento. Colpevole di non avere mandato alcun rappresentante, parola di Giorgio Rigoldi, a sostegno della spedizione. Il presidente della commissione professionisti, Enrico Apa, mi dicono fosse a Valladolid per i campionati dell’Unione Europea dilettanti.

Ma questi sono dettagli. Usarli come arma di attacco sarebbe ingiusto. Anche perché è di una lampante evidenza l’appoggio totalmente sbilanciato in favore del dilettantismo, che qualsiasi parola sarebbe superflua.

E poi oggi siamo a un punto di svolta. Non ci sono più scuse.

La boxe professionistica si trova davanti a una doppia occasione.

Per quanto riguarda la prima il merito deve essere riconosciuto a un solo protagonista della vicenda: la famiglia Cherchi. Tanto per essere chiari: da qualche tempo non ho un buon rapporto con Salvatore Cherchi, ma questo non può certo condizionare il mio giudizio. Altrimenti mi comporterei come quelli che critico. Christian, il figlio, è stato il principale artefice dell’accordo con Matchroom di Eddie Hearn. Lavorando duro, sfruttando rapporti che hanno costruito negli anni, i Cherchi sono riusciti a mettere a segno il colpaccio. Chiunque provi a saltare sul carro rischia di farsi male.

È un’occasione d’oro. C’è il gruppo organizzativo più forte d’Italia, il boss del pugilato mondiale, una televisione pronta a investire come nessuna televisione ha mai fatto da noi. Meritano appoggio e attenzione. I contrasti personali devono essere lasciati da parte. Applauso.

La seconda possibilità ha come motore Davide Buccioni. Anche qui non si può certo dire che i nostri rapporti siano idilliaci (eufemismo). Ma una volta ancora giudico il fatto in modo oggettivo. E allora bisogna ammettere che siamo davanti a un doppio colpaccio: sia il per il match proposto come clou all’esordio, che per l’accordo televisivo che fa presagire una programmazione a lunga scadenza. Il promoter romano ha creato la seconda ottima opportunità per il pugilato di casa nostra.

Io faccio il giornalista. Racconto quello che vedo cercando di non snaturare la realtà, di non esaltarmi sempre e comunque.

Non insulto nessuno, non spettegolo, non passo tristi giornate (lascio perdere nebbiose, le parole hanno un senso e vanno usate in modo appropriato) davanti a Facebook. Ma questo non vuol dire che non lo usi a livello professionale. Non apparterrei all’epoca in cui vivo se non lo facessi.

Dalla scrivania di casa, malinconica come solo una scrivania può esserlo, saluto tutti quelli che con i loro risultati fanno diventare più forte il movimento e auguro il meglio alla boxe italiana.

Non ce la faccio proprio a porgere gli stessi auguri…

a quelli che con il loro comportamento stanno convincendo qualsiasi atleta che le sconfitte non esistono. Che se si perde, la colpa è sempre di qualcun altro, mai di se stessi.

a quelli che parlano continuamente di furti e non dicono che al mondo possono esistere persone più brave di noi.

a quelli che si esaltano davanti a successi di nicchia e tacciono davanti a debacle epocali.

a quelli che continuano a coinvolgermi non facendo mai nome e cognome*.

Il volatile sul trespolo saluta, un po’ malinconico (l’uccello a volte può esserlo) per quello che vede, sente, legge.

Non ce la faccio proprio ad applaudire a prescindere.

 

*Giornalista televisivo presso Rai 1. Ha studiato Economia e Commercio presso LUISS. Ha frequentato LUISS Guido Carli. Responsabile comunicazione e rapporti media della Fpi (dal suo profilo Facebook e dai dati del sito Fpi).

*Mi sono riconosciuto nella descrizione, in questa come in altre fatte in precedenza, del contestatore settantenne. Se così non fosse, pregherei Stefano Buttafuoco (autore del post su Facebook) di specificare nome e cognome del soggetto a cui faceva riferimento.

 

Tyson Fury, per affrontare Wilder ha perso 70 chili in un anno!

Tyson Fury (27-0, 17 ko) potrebbe salire sul ring, l’1 dicembre allo Steples Center di Los Angeles contro Deontay Wilder (40-0, 39), con il peso minimo della sua carriera.

Fury era appena sopra i 111 chili nel match del 2012 contro Vinny Maddalone. Era un chilo in più contro Wladimir Klitschko il 28 novembre del 2015. Dopo una lunga pausa e mille problemi è tornato in palestra a 180 chili!

Il 9 giugno di quest’anno ha disputato contro Seferi il primo incontro della sua seconda carriera dopo un’interruzione di due anni e mezzo. Pesava 125,200.

Contro Planeta, il 18 agosto scorso, era sceso a  117,100.

Ora foto e video lo mostrano decisamente magro. Chi gli è vicino dice che potrebbe affrontare il campione del mondo del Wbc appena sopra i 110 chili! In questo caso sarebbe dimagrito di settanta rispetto a un anno fa.

Sascha Zverev, il giovane adulto con il futuro in tasca (video)…

Pochi giorni fa, a Londra, Alexander Zverev ha battuto Cilic, Isner, Federer, Diokovic e ha vinto il Masters. Ha 21 anni ed è il numero 4 del mondo. Ha già vinto dieci tornei e intascato un prize money di quasi quindici milioni di dollari. Parlavo di lui nell’ottobre del 2016 in un articolo per Matchpoint. Ve lo ripropongo.

La giovinezza non è un’affettazione. La giovinezza è un’arte
(Oscar Wilde)

 

Primi giorni di luglio, anno 2016.

Il torneo di Wimbledon fatica a portare a conclusione il secondo turno.

Come accade ogni anno, una pioggerellina fitta e fastidiosa bagna l’erba dell’All England lawn Tennis and Croquet Club.

L’acqua scende senza pietà sul campo numero 8.

È un sabato pomeriggio triste e grigio.

Il giorno prima Mikhail Youzhny e Alexander Zverev si sono dovuti arrendere. Una pioggia intermittente ha allungato malignamente i tempi di gioco. Partita sospesa e rinviata quando erano due set pari, 2-1 30-40 per il ragazzo tedesco. C’erano cinquanta persone a guardarli da spalti che offrivano uno spettacolo desolante. Sono ancora di meno il giorno dopo per i cinque game che completano la sfida a dispetto dell’acqua che non intende concedere tregua.

L’unica isola felice è il Centrale (finalmente coperto), anche perché in campo c’è l’eroe di casa Andy Murray che strapazza l’australiano John Millman.

Per i tifosi bagnati e vagabondi tutto il resto è noia.

Eppure su quel campo numero 8 è di scena un giovanotto che ha già marchiato il tennis con il fuoco del suo talento. Il russo è un veterano che ha vissuto tempi migliori. L’altro ha la faccia da giovane californiano. Sembra uno di quei surfisti, belli da fare invidia, che cavalca le onde per poi approdare sulla spiaggia tra le braccia di una sensuale biondina. Ma se vai solo un più a fondo nell’analisi dei tratti somatici ti accorgi che dietro quello sguardo ironicamente ingenuo si nasconde una grande forza di volontà. Mi ricorda Matthew McConaughey, l’attore americano, uno sciupafemmine che si è imposto prima col fisico e poi con la recitazione.

Il protagonista della nostra storia di professione fa “Il Predestinato”.

Il primo contatto con il tennis lo ha avuto quando aveva solo diciassette mesi. Ha raccolto da terra un mini racchetta e ha cominciato a trascinare una pallina gialla per tutta la casa, rischiando di distruggere ogni cosa fosse a tiro sui mobili che il piccolino andava inevitabilmene a urtare. Mamma e papà l’hanno visto trotterellare felice, l’hanno preso per mano e portato su un campo da gioco. Sono rimasti lì a divertirsi fino a sera.

Alexander senior è stato un tennista professionista, negli anni Ottanta ha fatto parte della squadra di Coppa Davis dell’allora Unione Sovietica. Irina è stata nella formazione russa della Federation Cup. Anche Mischa, il fratello più grande, ha praticato il tennis da professionista. Bravo al punto da entrare nei Top 50. Era 45 nel giugno del 2009, poi un infortunio lo ha frenato.

Lo sport è una sorta di virus positivo nella famiglia Zverev. Contagia tutti i componenti, li porta all’interno di una sorta di cerchio magico in attesa del grande illusionista. E adesso sembra che l’uomo dei miracoli sia finalmene arrivato.

Quel bambino di diciassette mesi è cresciuto e adesso a tennis gioca sul serio.

Sascha farà sempre meglio”, Roger Federer.

Senza alcun dubbio è un possibile numero 1 del futuro”, Rafa Nadal.

È il più completo tennista che abbiamo nel circuito dell’Atp”, Justin Gilmestob: ex giocatore nel circuito Atp, attualmente commentatore e intervistatore per Tv Guide.

Il Predestinato è nato ad Amburgo il 20 aprile del 1997.

Il Muro di Berlino era crollato da meno di due anni quando i signori Zverev si sono trasferiti dalla Russia in Germania. Sei anni dopo è arrivato lui.

Alexander jr ha cambiato luoghi, lingua, abitudini. Si è spostato dalla periferia di Amburgo a Saddlebrook in Florida, per poi approdare a Montecarlo. Ha imparato a parlare inglese, russo e tedesco. Ha capito un po’ alla volta di avere ricevuto in dono un talento naturale, è stato bravo nel momento in cui si è fortemente impegnato per non sprecarlo.

Ha l’aspetto di un adolescente. Capelli lunghi, spesso tenuti a bada da una bandana. Fisico da atleta che dedica molto tempo all’allenamento. Sguardo deciso, come lo è la sua personalità.

 

In campo sembra un veterano. E a volte, quando lo senti parlare, ti chiedi se non lo sia davvero.

Non ho mai cercato di scacciare le emozioni dal mio gioco. Se lo facessi, significherebbe che non amo abbastanza lo sport che faccio.”

È la prima.

A volte in campo mi comporto in maniera strana. Potrei essere definito un uomo di spettacolo, ma potrei anche essere definito un idiota.”

È la seconda.

Mi sembra possano bastare per capire meglio il personaggio.

Fisicamente lo puoi tranquillamente definire un longilineo.

Una costatazione oggettiva inconfutabile, ma anche un debole segnale di allarme.

Non è così semplice costruire una muscolatura adatta al fisico di un giovanotto alto 1.98 con un peso di 86 chili. È una macchina delicata che al minimo errore rischia di rovinarsi. Ha una struttura che gli permette di muoversi in modo coordinato e flessibile, un gioco di gambe eccezionale. Dovrà irrobustirsi senza perdere la fluidità negli spostamenti.

Sascha è un giovanotto che nasconde nell’animo l’istinto del killer. Sportivamente parlando, si intende.

È un pistolero che spara prime di servizio a 220 kmh, ma soprattutto mette dentro seconde vincenti con ottime percentuali. Una botta da 190 kmh o una battuta liftata che va a impattare l’angolo giusto.

È un professionista serio, ma conserva le abitudini di ogni ragazzo della sua età. Esce dal campo e si impossessa del cellulare, controlla immediatamente gli sms. Molti sono di Mischa. Obbligatorio rispondere.

Baciato dal talento, bello e con un conto in banca che cresce felicemente: solo quest’anno ha messo in cassa 1,2 milioni di dollari.

Tranquilli, non rischia di perdersi per strada.

Per allenatore ha Alexander sr, il papà.

Per consigliere il fratellone.

Gira il mondo, passa da un aereo all’altro, da un albergo a un altro, da una pressione psicologica a uno stress fisico. Ha solo diciannove anni e avverte il bisogno di sentirsi al sicuro, di confrontarsi con voci amiche. Ha la fortuna di avere vicino le persone giuste.

Roger Federer è da sempre il suo idolo.

Mi sono innamorato del tennis guardandolo giocare.”

Dallo svizzero ha ricevuto una sorta di investitura. L’ha voluto e lo vuole accanto sul campo, compagno di allenamenti con cui confrontarsi. È un segnale importante, la conferma di un valore universalmente accettato nonostante la giovane età.

A 19 anni ha vinto un torneo Atp, a San Pietroburgo quest’anno dopo avere superato Youzhny, Berdych e Wawrinka. Ha conquistato due Challenger, a Braunscweig nel 2014 e a Heilbronn nel 2015. Ha sconfitto Federer, Wawrinka, Berdych, Thiem. Quando scrivo è numero 21 del mondo e tutti pensano sia solo una classifica temporanea destinata a migliorare.

È il futuro numero 1.

Lo dicono da ogni latitudine. Lo giurano tennisti, commentatori, giornalisti, analisti e tifosi. Lui va avanti (apparentemente) senza farsi condizionare. Il Predestinato non è tipo da lasciarsi influenzare dalle parole degli altri.

Di lui non si conoscono vezzi particolari.

Porta spesso tre collane, una è il simbolo dell’Ariete: suo segno zodiacale. Delle altre due non ha ancora voluto rivelare il significato. Altro non trapela. Se sei fuori dal clan è difficile entrare nel mondo di Alex.

Ha la residenza a Montecarlo, adora la Nba e ama giocare a basket, tifa per i Miami Heats e pratica il golf anche se vedere i tornei in tv lo annoia da morire. Inutile cercare stranezze, eccentricità o follie in questo diciannovenne.

L’unica esplosione di rabbia riconosciuta e riportata dai sacri testi è avvenuta alla Hopman Cup del 2016 quando, infuriato per una chiamata sbagliata, ha chiamato l’arbitro di sedia “fottuto deficiente”. Se l’è cavata con un warning.

E con questo, per quanto riguarda le stravaganze, abbiamo finito. È l’unico precedente a carico.

Quella partita contro Mikhail Youzhny a Wimbledon il nostro giovanotto l’ha poi vinta in cinque vibranti set. Anche lì ha messo in mostra un rovescio bimane quasi perfetto, un dritto potente, servizio esplosivo e profondità di gioco. È il bagaglio di un futuro protagonista assoluto che si muove a folate sul campo, quassi fosse la rappresentazione di un soffio di vento venuto a scardinare uno spettacolo che da tempo mette in scena sempre gli stessi protagonisti.

Lui è Alexander Zverev ed è la guida della nuova generazione.

 

Banca svizzera chiude il conto dell’Aiba per “rischio reputazionale”

La Banque Cantonale Vaudoise (BCV) con sede a Losanna avrebbe chiuso il conto dell’Aiba per “il rischio reputazionale” di essere associata all’Ente mondiale.

La Banca svizzera avrebbe comunicato con una lettera la decisione all’Aiba dopo la nomina di Gafur Rakhimov alla presidenza.

Lo scoop è del sito insidethegames.biz che ha pubblicato la notizia in homepage.

Si ignora in quale Banca l’Aiba appoggerebbe attualmente le sue finanze, il New York Times ha scritto che avrebbe trasferito il conto in un Istituto di Credito serbo.

Si avvicina intanto il momento della decisione del CIO, che durante il Congresso di Tokyo (30 novembre/1 dicembre) annuncerà se il pugilato farà ancora parte del programma olimpico a partire dai Giochi del 2020. Anche se la boxe dovesse continuare la sua storia olimpica, non è detto che sia l’Aiba a gestirla.

Fpi: Siamo grandi! Chi non ci crede è un volatile impigliato sul trespolo

La boxe italiana gode ottima salute.

E l’intero panorama pugilistico nazionale è entusiasta dell’attuale gestione federale. Lo deduco leggendo http://www.fpi.it.

Un tripudio di consensi per l’operato della Fpi nel Lazio.
Come in Campania, le tante società presenti hanno applaudito l’operato della Federazione, riconoscendogli la qualità del lavoro che sta portando avanti.
Una pioggia di consensi alla gestione Lai in Liguria.

Il Vice Presidente Vicario Dott. Flavio D’Ambrosi resoconta con sottile ironia, senza che il minimo dubbio attraversi la sua mente.
Il lavoro ripaga sempre…..le chiacchiere da bar sono sterili e superflue!
Lo scrivente termina il suo resoconto salutando con mestizia quei pochissimi volatili rimasti impigliati sul trespolo!

Resto stupito per lo spreco di esclamativi, ma non per l’incauto richiamo agli uccelli. Lo considero una diretta conseguenza dell’imbarazzante ripetersi del verbo volare nella titolazione delle news federali.

Resto intanto in attesa dell’appropriazione politica del successo europeo colto da Luca Rigoldi in Francia.

Loro ci hanno sempre creduto e hanno fatto di tutto per mostrarlo.

L’avventura sul sito federale è stata accompagnata da sette righe in presentazione e altrettante in sede di commento, una riga in meno dell’annuncio fatto in occasione della chiusura degli Uffici Federali per il ponte di Ognissanti dall’1 al 4 novembre.

E il sito gemello? Due righe in presentazione, tre a match chiuso, quindici per il commento.

Si vede proprio che ci credevano.

Ampliando lo sguardo, non posso non rilevare il silenzio assordante della stampa nazionale in fase di presentazione e di commento. È la triste conferma di come il pugilato italiano sia orami diventato sport di nicchia, per pochi intimi. Ma del resto, se neppure gli organi federali riescono ad afferrare il valore dell’impresa, con che coraggio andiamo a rimproverare i quotidiani?

Magari domani qualcuno ci tornerà su con un ampio articolo, ma a cose fatte è sin troppo facile cavalcare il successo.

Luca Rigoldi ha portato a termine un lavoro fantastico, magistralmente accompagnato all’angolo da Gino Freo: uno che BoxeRingWeb ha indicato come miglior maestro dell’anno 2017 con la seguente motivazione “Ha portato Luca Rigoldi al titolo dell’Unione Europea, lo ha assistito nella prima vittoriosa difesa contro Daniele Limone. Era all’angolo di Davide Festosi la sera della conquista della cintura italiana dei leggeri vinta contro Marco Siciliano. Il tecnico della Boxe Piovese ha chiuso un’annata in cui i suoi pugili hanno portato a casa risultati importanti e ha confermato le qualità che ne hanno fatto da tempo uno dei migliori maestri italiani”. Noi di BRW abbiamo sempre creduto in lui.

Come abbiamo creduto in Luca Rigoldi: protagonista del match dell’anno 2016, capace di ripetersi nel 2017. Questa la motivazione dell’ultimo riconoscimento nel gennaio scorso: “Rigoldi nel 2016 è stato protagonista del miglior incontro della stagione: la sfida contro Iuliano Gallo. Si è ripetuto nel 2017 quando si è preso la rivincita contro l’imbattuto Vittorio Parrinello nel combattimento che gli è valso il titolo dell’Unione Europea dei supergallo. Un match vibrante, disputato da due dei migliori pugili italiani di oggi. Dodici round equilibrati che alla fine hanno premiato il 24enne di Villaverla”.

Noi non saliamo sul carro dei vincitori, il carro lo scegliamo prima.

In quanto ai trionfi dei dilettanti azzurri sarebbe meglio andarci cauti.

Fermi restando i macroscopici errori commessi con Clemente Russo e Irma Testa, errori sui quali non ho ancora letto una minima ammissione di colpa, ripeto quanto scritto appena pochi giorni fa commentando il flop della ragazza di Torre Annunziata ai Mondiali.
Gli unici eventi che contano sono Europei, Mondiali e Olimpiadi. Il resto è preparazione fisica e mentale in vista di queste tre manifestazioni.

I conti si fanno alla fine.

La speranza è che i conti siano in attivo.

Ho esultato per il successo di Rigoldi. Un messaggio inviato prima della sfida, e uno immediato a successo ottenuto, sono lì a testimoniare interesse e soddisfazione. Esulterò davanti a qualsiasi vittoria di un pugile italiano. Ma non perderò tempo a sottolineare chiacchiere sterili e superflue, non mi avventurerò nell’ornitologia per supportare le mie tesi.

Non è così che funziona.

Fatti, non parole.

Oibò, ma questa l’ho già sentita. Chiedo scusa.

 

 

 

 

Irma Testa, un altro flop. Vogliamo davvero sprecare un talento?

Avere del talento significa
capire che si può fare di meglio
(Antoine Albalat)

Irma Testa è stata eliminata al primo turno dei Mondiali femminili in corso di svolgimento in India. L’ha battuta l’inglese Paige, che era all’esordio su un palcoscenico così importante.

È la quarta sconfitta dell’azzurra negli ultimi cinque match.

Sarà il caso di porsi qualche domanda, invece di continuare a ficcare la testa nella sabbia. La ragazza ha solo vent’anni, ha talento e un’ottima base tecnica di partenza grazie agli insegnamenti del maestro Lucio Zurlo alla Boxe Vesuviana.

Eppure, a livello assoluto, non gliene è andata bene una nei tornei importanti.

Da youth è stata argento mondiale, da junior i Mondiali li ha vinti ed è stata anche proclamata “la più brava dei campionati”. Ha conquistato l’argento all’Olimpiade giovanile del 2014, nonostante tre settimane prima del debutto fosse stata ricoverata d’urgenza in ospedale e nella stessa notte operata di appendicite.

Era una ragazza talentuosa a caccia di conferme quando ha fatto il salto di classe per andare a combattere tra le grandi.

Unica azzurra a qualificarsi per un’Olimpiade, è sbarcata a Rio con un record di 54-9-1. È uscita al secondo turno e da quel momento in poi le soddisfazioni sono state davvero poche. Dai Giochi a oggi ha messo assieme un record di 29-9-0, numeri non al livello delle aspettative.

Che è accaduto?

L’enorme differenza tra il rendimento del periodo youth/juniores e quello di oggi è imbarazzante. Eppure non leggo alcuna analisi sul tema all’interno della struttura federale.

Europei, Mondiali e Olimpiadi. Sono questi gli appuntamenti che contano. Tutto il resto serve solo come preparazione, fisica e mentale, in vista di quei tre momenti decisivi.

Gli obiettivi sono chiari, inutile raccontare favole.

Sperperare un talento è peccato mortale. Quando i risultati non arrivano bisognerebbe prenderne atto e indagare su eventuali errori commessi. Dall’atleta, dai tecnici, dai dirigenti. Tutti sotto esame per questo biennio fallimentare.

Ho invece la netta sensazione che si pensi sempre e comunque a trovare la giustificazione alla singola prestazione negativa, come è accaduto a Rio, invece di cercare di capire quale realmente sia il problema nella sua globalità.

Continuando a osservare il dito, non vedranno mai la luna.

 

Hannah suona il fagotto per professione, sabato disputerà il mondiale

Hannah ha disputato il suo primo match il 20 maggio 2017, diciassette mesi fa.
Sabato disputerà il mondiale Wbc, Wba, Ibf dei supermedi.
Hannah ha un record di 5-2-0.
Affronterà Claressa Shields (6-0) due ori olimpici, altrettanti successi nei campionati del mondo dilettanti.
Hannah di lavoro fa la musicista. Suona il fagotto (uno strumento a fiato a oncia doppia) in un’orchestra, insegna musica ai bambini.

Viene da Luss, un incantevole villaggio a nord di Glasgow in Scozia.
È nata e cresciuta in una fattoria dispersa nel verde della zona, a tre miglia dalla strada principale. La famiglia aveva un allevamento di pecore, appartiene al ceto medio, non ha mai sofferto la fame. Da bambina ha frequentato una piccola scuola che aveva in tutto ventisette alunni.

Prima ha scoperto il Taekwondo, poi la Muai Thai.
Quando è andata a Londra è entrata in una palestra e Derek Williams, ex campione europeo dei massimi, le ha insegnato la boxe.
Musicista per professione, spera di trovare nel pugilato le stesse soddisfazioni che ha raccolto da artista.

Hannah Rankin ha affrontato sette rivali che avevano un record complessivo di 28-74-7. E sabato si batterà per il mondiale contro una delle più forti pugili donne in circolazione.
La riunione si svolgerà nella Kansas Star Arena di Mulvane, il clou sarà la sfida tra i pesi massimi imbattuti Jarrell Miller (22-0-1, 19 ko) e Bogdan Dinu (18-0, 14 ko).