Iron Mike vuole vedere Mayweather vs Khabib. E lo dice a modo suo

Mike Tyson è uscito allo scoperto. A lui il match tra Khabib Nurmagoumedov (l’uomo che ha sconfitto Conor McGregor) e Floyd Mayweather jr piace. E vorrebbe vederlo. Ovviamente, essendo Tyson, l’ha comunicato a modo suo.
Iron Mike ha pubblicato sul profilo Instragram, 6,8 milioni di followers, una vecchia foto del 2014 in cui si vede Dana White mentre dorme, seduto al suo posto in aereo. La prima immagine mostra l’ex campione del mondo dei massimi occupato a scrivere qualcosa sulla fronte del boss dell’UFC. Nella seconda appare il risultato di quel lavoro.

DICK.

E nulla più.
Scegliamo la versione meno volgare. L’altra farebbe esplicito riferimento all’organo riproduttivo maschile. Il dizionario Hazon dice che in slang, ovvero in forma dialettale, potrebbe anche significare: stupido, cretino.

Unendo i due concetti in una sola parola, potremmo prendere in prestito un termine volgare del vecchio dialetto romanesco, che veniva però usato anche in modo ironico: cazzaccio. Che sta per (Fernando Ravano, Dizionario romanesco, Newton Compton Edizioni 2010) “sciocco, balordo, stupido al massimo grado”. Scriveva il poeta Giuseppe Gioacchino Belli: “Bon omo nun vò dì sempre cazzaccio”. E, se volessimo enfatizzare il concetto: cazzaccio cor botto (stupido in maniera superlativa, al massimo grado).

Perché Tyson ha deciso di pubblicare la foto quattro anni dopo averla fatta?
Semplice, non ha gradito il commento di Dana White al match: “Questo combattimento non si farà mai. La mia organizzazione non è stata contattata da Mayweather, mentre Nurmagomedov è sotto contratto in esclusiva con noi e per qualsiasi attività deve ottenere il nostro nulla osta”.

Iron Mike vuole vedere questo match e poi, con tutti i soldi che ci sono in giro, dubita che l’UFC si metta in mezzo per bloccare l’affare.

Sui social network è già apparso il poster dell’incontro (che sarebbe combattuto con le regole del pugilato). Ci sono anche una data e una sede: 4 maggio 2019 a Grozny, in Russia. Se dovesse andare in porto, ne sono sicuro, un posto a bordo ring sarebbe per Tyson.

Sabato a Castrocaro Terme la grande notte della boxe (video)

HOF2018

Sabato 27  ottobre sarà il Grand Hotel Terme&Spa di Castrocaro ad ospitare la prima serata di gala della Hall of Fame del Pugilato Italiano.
Un evento unico per il nostro Paese nella storia di questo sport.
Sette innamorati di boxe si sono chiesti come onorare i grandi campioni. Hanno trovato una risposta in quello che accade da tempo in altre nazioni e da noi invece era assente.
Per aprire la Casa della Gloria, BoxeRingWeb (promotore dell’iniziativa) in unione con gli amici del comitato direttivo (Franco Esposito, Davide Novelli, Vittorio Parisi, Alessandro Ferrarini, Gualtiero Becchetti, Flavio Dell’Amore, Dario Torromeo) ha scelto quattro personaggi che nel panorama pugilistico italiano hanno fatto quello che nessun altro è stato in grado di fare. Sono i soli che siano riusciti a vincere l’oro olimpico e il mondiale professionisti.

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Per questo appuntamento inaugurale è stata dunque premiata l’unicità dell’impresa.
Sabato sera saranno celebrati Nino BenvenutiPatrizio Oliva,Maurizio Stecca e Giovanni Parisi.

I CAMPIONI

NINO BENVENUTI 

(26 aprile 1938)
dilettante
Oro pesi welter Roma 1960
Coppa Val Barker, miglior pugile dei Giochi
professionista
Mondiale superwelter Wba, Wbc 1965-1966.
Mondiale medi Wba, Wbc 1967
Mondiale medi Wba, Wbc 1968-1970.
Record: 82-7-1 (35 ko).

PATRIZIO OLIVA

(20 gennaio 1959)
dilettante
Oro pesi superleggeri Mosca 1980
Coppa Val Barker, miglior pugile dei Giochi
professionista
Mondiale Wba superleggeri 1986-1987.
Record: 57-2-0 (20 ko).

 

MAURIZIO STECCA

(19 marzo 1963)
dilettante
Oro pesi gallo Los Angeles 1984
Professionista
Mondiale Wbo piuma 1989.
Mondiale Wbo piuma 1991-1992.
Record: 49-4-0 (22 ko).

GIOVANNI PARISI

(2 dicembre 1967 / 25 marzo 2009)
dilettante
Oro pesi piuma Seul 1988
professionista
Mondiale leggeri Wbo 1992-1994.
Mondiale superleggeri Wbo 1996-1998.
Record: 41-5-1 (29 ko).

Terme di Castrocaro

QUANDO
Sabato, 27 ottobre 2018

DOVE
Grand Hotel Terme&Spa di Castrocaro, Via Garibaldi, 2

COSA
Hall of Fame del pugilato italiano

A CHE ORA
La serata di gala avrà inizio alle ore 20:30

INFORMAZIONI
0543.767114 (prenotazione cena o pernottamento)
0543.550608 (notizie sportive)

COSTO CENA

Cena di gala: 37,00 euro.

COSTO SOGGIORNO
Due notti (arrivo venerdì 26, partenza domenica 28) comprendente: due pernottamenti in camera doppia con colazione; due percorsi magico benessere p.p.; cena di gala: 246,00 euro
Una notte (arrivo sabato 27, partenza domenica 28) comprendente: un pernottamento in camera doppia con colazione; un percorso magico benessere p.p.; cena di gala: 166,00 euro.

COSI’ LA STAMPA

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Mundine: L’inno è razzista. Se lo suoneranno, non combatterò

Anthony Mundine (48-8-0, 28 ko) ha detto che se ascolterà Adavance Australia Fair prima del match contro Jeff Horn (18-1-1, 12 ko) si siederà sul tappeto, rifiutandosi di combattere.

L’inno australiano per The Man (è il soprannome e anche il titolo della sua autobiografia) è semplicemente la canzone della supremazia bianca e Horn “un uomo bianco privilegiato”.

Boicotterà la sfida, non vuole sentire ragioni.

Il match è in programma al Suncorp Stadium di Brisbane, nel Queensland, per il 30 novembre. L’ex campione dei supermedi per la Wba, è arrivato all’incontro che dovrebbe chiudere la sua carriera. Una sorta di regalo d’addio per i suoi tifosi, 43 anni è l’età giusta per smettere. Ma Mundine vuole farlo nel migliore dei modi.

“Stanno parlando di suonare l’inno. Se lo faranno io rimarrò seduto seduto “, ha detto Mundine dopo un allenamento presso la palestra di suo padre a Sydney “Non posso sopportarlo, è una canzone che esalta la supremazia bianca. La lotta, la triste condizione, la costante ingiustizia quotidiana degli indigeni australiani non devono essere offese. Devono fermarsi. Veniamo violentati e saccheggiati in modi diversi. Non ho intenzione di sopportare quell’inno. Non mi interessa quando verrà suonato. Se lo faranno, io resterò seduto. Lui ha questo privilegio, amici. Sapete tutti di quale privilegio sto parlando. Ha questo privilegio. Io non ho mai avuto questo privilegio. Sto combattendo contro questo più di ogni altra cosa. Sto combattendo per l’uguaglianza e la giustizia. Lui ha il privilegio dell’uomo bianco.”

Questo è il testo di Advance Australia Fair, l’inno nazionale che Anthony Mundine contesta.

Australiani gioiamo,
Perché siamo giovani e liberi;
Abbiamo un suolo dorato e ricchezza per la fatica,
La nostra patria è circondata dal mare;
La nostra terra abbonda di doni della natura
Di una bellezza ricca e rara;
Nella pagina della storia, lascia che ogni fase
Promuova la bella Australia
Con toni gioiosi cantiamo,
“Avanza bella Australia!”
Sotto la nostra lucente Croce del Sud,
Lavoreremo alacremente con il cuore e con le mani;
Per rendere questo nostro Commonwealth
Importante in tutti gli Stati;
Per quelli che sono venuti attraverso i mari
Abbiamo pianure sconfinate da condividere;
Con coraggio collaboriamo tutti insieme
A far progredire l’Australia.
Con toni gioiosi cantiamo
“Avanza bella Australia!”

Un mese fa era stata Harper Nielsen, una bambina di nove anni, a contestare l’inno rifiutandosi di cantarlo assieme alle compagne prima delle lezioni a scuola.
“Ignora gli indigeni australiani. Quando è stato scritto aveva il significato di far avanzare i bianchi, quando dice “siamo giovani”, ignora gli australiani indigeni che erano qui molto prima di noi”.

Il fatto aveva scatenato un dibattito. La politica Pauline Hanson aveva condannato le parole di Harper: “È solo una mocciosa, è una bambina che è stata sottoposta al lavaggio del cervello, io le darei un calcio nel sedere.”

Ora le stesse parole le ha dette Anthony Mundine, pugile, 1.80 per 73 chili. Ventotto knock out all’attivo.

Lucchetta non conosce il silenzio e ama le banalità. Via l’audio

“Per tutte le nostre presunzioni sull’essere al centro dell’universo,
noi viviamo in un comune pianeta di una monotona stella ficcata
in un oscuro angolo, in una galassia ordinaria che è di circa cento miliardi
di galassie. Questo è il fatto fondamentale dell’universo che abitiamo.
Ed è un bene per noi arrivare a capirlo” (Carlo Sagan, astronomo)

 

Nell’articolo sul Corriere della Sera del 19 settembre scorso, il professor Aldo Grasso, docente presso l’Università del Sacro Cuore e critico televisivo del quotidiano, poneva una domanda ai lettori: Il telecronista e il commentatore sono al servizio dell’incontro o vale invece la nuova regola che la competizione sportiva è al servizio del telecronista?

Oggi, per l’intera telecronaca di Serbia vs Italia, finale del mondiale femminile di pallavolo, Andrea Lucchetta ha dato una risposta definitiva.

Non è stato zitto neppure un secondo, ha messo in fila una serie di banalità, qualcuna anche un po’ volgare, mi ha inflitto la sua voce come se fosse una penitenza che dovessi assolutamente scontare.
Mi ha in pratica costretto a vedere l’intero tie break senza l’audio.

Sono anziano, forse addirittura vecchio.

Quando ho cominciato a lavorare come giornalista mi hanno insegnato che il protagonista è sempre e comunque l’evento, l’atleta. Tu sei solo chiamato a raccontare la meravigliosa avventura a cui hai la fortuna di assistere. Non devi prevaricare la competizione sportiva, devi semplicemente preoccuparti di narrare quello che vedi inserendolo nel contesto armonioso di una storia.

Una grande storia, come la finale mondiale ha dimostrato di essere.

Chiudo qui. Non voglio sommergervi anch’io sotto un mare di parole. Ma credetemi, il silenzio è un tempo della narrazione, fa parte integrante del racconto.

Tutto il resto è noia. Se non addirittura fastidio.

 

Hearns, 60 anni da campione. Tre storie: Duran, Hagler e Minchillo…

Thomas Hearns compie oggi sessant’anni. È stato campione del mondo in cinque categorie. Ha vinto il titolo welter Wba contro Pipino Cuevas (kot 2), quello dei superwelter Wbc per MD contro Wilfredo Benitez, la corona mediomassimi Wbc contro Dennis Andries (kot 10), il vacante medi Wbc contro Juan Domingo Roldan (ko 4), la cintura Wbo supermedi contro James Kinchen per MD 12. Ha chiuso la carriera con un record di 61-5-1, 48 ko. Lo ricordo in una spettacolare vittoria contro Roberto “mani di pietra” Duran, nell’indimenticabile sfida con Marvin Hagler, tre round da leggenda, nel successo contro il guerriero Luigi Minchillo. Avrei potuto raccontare altre imprese, i due match con Sugar Ray Leonard ad esempio. Ma non ero a bordo ring. La prossima volta proverò a raccontare qualcosa di più sulla sua vita. Thomas Hearns è un grande pugile, un signore elegante, un atleta carismatico. Una rarità.

Il ko è un momento triste ed esaltante del pugilato. Racchiude l’essenza dello scontro, esalta il vincitore e propone attimi di terrore a chi ha lo sconfitto nel cuore.

Ne ho visti tanti in una vita a bordo ring. Ce ne sono alcuni che ricordo meglio, altri che ho dimenticato. Ma nella mente ne conservo almeno cinque che non scorderò mai. Questo è uno di quelli.

Era il 15 giugno del 1984, sul ring del Caesars Palace c’erano Thommy “Hitman” Hearns che difendeva il titolo Wbc dei pesi superwelter e Roberto “mani di pietra” Duran.

Il match si sarebbe dovuto disputare alle Bahamas, ma era stato trasferito in Nevada perché gli hotel non riuscivano a garantire un’adeguata disponibilità di stanze.

In platea 14.284 spettatori, la pay per view aveva venduto la sfida a 2.1 milioni di case. Per i pugili stessa borsa: 1,85 milioni di dollari.

Hearns (25 anni) al momento del match aveva un record di 38-1-0, l’unica sconfitta subita per kot 14 contro Sugar Ray Leonard quando era in vantaggio su tutti e tre i cartellini dei giudici. Nel primo round metteva due volte al tappeto Duran (77-5, 33 anni compiuti nove giorni prima) che alla fine della ripresa confuso e scosso andava all’angolo neutro. I suoi secondi lo riportavano in quello giusto.

Nel round successivo Hearns lo travolgeva di colpi, stoicamente e grazie a una resistenza fisica eccezionale “mani di pietra” riusciva a rimanere in piedi. Dopo 59 secondi dall’inizio della ripresa un terrificante diretto destro del Cobra metteva ko lo sfidante che finiva faccia avanti al tappeto.

Terrificante.

Il primo colpo era stato un gancio destro, il gong era suonato da un secondo e il gancio destro di Hagler si era già stampato sulla mascella di Thomas Hearns. Era la notte del 15 aprile del 1985, il ring era quello del Caesars Palace di Las Vegas, l’arbitro si chiamava Richard Steele.

Il vento che arrivava dal deserto aveva reso fresca la serata al termine di una giornata calda e umida. Marvin difendeva per l’undicesima volta il mondiale dei medi. Titolo unificato, racchiudeva tutte e tre le sigle maggiori: Wbc, Wba, Ibf. Niente banda dell’alfabeto, il campione era uno solo. Aveva 30 anni Hagler e per arrivare così in alto aveva avuto bisogno della sua bravura, ma anche del potere di un uomo che stava scrivendo la storia del pugilato americano.

Bob Arum, un distinto signore sulla cinquantina. Quando parlava protendeva un po’ in avanti il viso, come se volesse attirare tutta l’attenzione dell’interlocutore. Il suo era un inglese chiaro, da uomo colto. Se la persona a cui si rivolgeva era straniera, la parlata assumeva cadenze lente. Non voleva correre il rischio di essere frainteso. Si era laureato con lode alla facoltà di legge dell’Università di Harvard. Nel suo passato c’era stato un ruolo importante nello staff di Bob Kennedy quando il senatore democristiano era impegnato nella corsa alla Casa Bianca. Arum aveva lavorato per lui come avvocato esperto in problemi di tasse e finanza. Aveva lavorato anche al dipartimento di giustizia dello Stato di New York, era stimato a Wall Street. Aveva ignorato la boxe sino al 1965, poi aveva capito che ci si potevano fare soldi. Tanti soldi. E ci si era lanciato dentro.

Con lui, dal 1977, c’era anche Rodolfo Sabbatini. Classe 1927. Ex giornalista prima all’Avanti, ai tempi in cui il direttore era Sandro Pertini, poi a Paese Sera. Rodolfo era il miglior organizzatore d’Europa. Un omone che adorava la polemica e la alimentava con quel suo vocione roco e la cadenza piacevolmente romana. Aveva stretto un legame forte con la Top Rank di Bob Arum, assieme avrebbero organizzato settanta campionati del mondo.

All’angolo di Hagler c’erano, come sempre, i Petronelli. Erano i manager, gli allenatori, i confidenti, gli amici. Si erano sempre occupati di lui con tanta dedizione. Pat e Goody Petronelli erano nati a Casalvecchio, un paesino vicino Foggia. Una comunità di emigranti albanesi di lunga data. Un posto che aveva anche un altro nome, glielo avevano dato proprio gli Arbereschi. Si chiamava Kazalleveqi e quando i Petronelli erano bambini stava vivendo un piccolo boom demografico. Tremila abitanti, quanti non ne aveva mai avuti prima, quanti non ne avrebbe mai avuti dopo. Poi, la famiglia di Guerrino e Pasquale, si chiamavano così quando vivevano ancora a Casalvecchio, era emigrata in America. Assieme al papà avevano messo su una piccola azienda edilizia. Goody era stato per vent’anni in Marina, nel servizio sanitario. Pat aveva fatto il muratore. Adesso gestivano una piccola palestra dove Goody faceva da maestro, forte di una carriera professionistica che era arrivata fino a ventisei incontri, con una sola sconfitta. Una mano rotta, e curata male, non gli aveva consentito di andare avanti. Ora si divertiva a insegnare ai ragazzi.

Marvin lavorava nel loro cantiere. Tre dollari al giorno per tirare su muri o impastare la calce. Nel 1969, a 15 anni, era entrato per la prima volta nella palestra dei fratelli Petronelli. Era appena nato quello che sarebbe diventato famoso nel mondo come “il triangolo”. Marvin Hagler non era ancora meraviglioso, ma aveva appena fatto la scelta che gli avrebbe cambiato la vita.

Due colpi al corpo di Hagler, un gancio destro di Hearns, due ganci sinistri di Hagler, il diretto destro di Hearns. Gli ultimi quaranta secondi del primo round erano stati una guerra. Non c’era stato posto per l’attesa, si sparavano pugni in serie. L’obiettivo era distruggere l’altro, a qualsiasi prezzo. Thomas Hearns sembrava avesse scelto di combattere in equilibrio precario, quasi ballando sulle punte. Era più alto di dieci centimetri, le sue braccia avrebbero potuto tenere lontano il rivale, creare una ragnatela attraverso la quale sarebbe stato difficile passare. Ma aveva troppa considerazione di se stesso per pensare che Hagler potesse avere più potenza di lui.

 

Hearns aveva 27 anni, 34 vittorie per ko e sei ai punti. Aveva perso un solo match, contro Ray Sugar Leonard. Era già stato campione del mondo dei welter battendo Pipino Cuevas, era stato campione dei superwelter superando Wilfredo Benitez. Aveva messo ko Roberto “mani di pietra” Duran con un diretto che sembrava un colpo di pistola. Perchè mai avrebbe dovuto temere questo giovanotto che veniva da Newark, da Brockton o da dove volete voi. L’unico campione di quelle parti aveva un altro nome, si chiamava Rocky Marciano, era un peso massimo, ed era morto.

Alla fine del primo round Goody stava cercando di tamponare una ferita sulla fronte di Marvin. Un taglio, appena sopra l’arcata sopracciliare destra, che buttava molto sangue, poteva diventare percioloso.

Cotone, pomata, cicatrizzanti.

Goody: “Non preoccuparti, Marvin. Chiudi gli occhi, lasciami lavorare”.

La soluzione di adrenalina avrebbe dovuto funzionare. Un minuto per occuparsi di quel taglio era poco, ma Goody non era uomo da perdere la calma. Non l’aveva mai persa. Aveva la faccia di un bonaccione, ma chi lo conosceva bene sapeva che era lui la guida della famiglia. Pat faceva il manager, prendeva contatti con gli organizzatori, gestiva il patrimonio. Ma era Goody a comandare in palestra e sul ring.

«Alla testa Marvin, picchialo alla testa».

Bertha nelle prime file di ring continuava a urlare con voce stridula il grido di guerra. Era la moglie di Hagler, la madre dei loro cinque figli (Pat Petronelli aveva fatto da padrino alla cresima di Chanelle, una delle ragazze). Bertha dondolava sulla sua sedia, sembrava in trance e continuava a ripetere quella che era più un’invocazione che un consiglio.

Secondo round.

Emmanuel Steward strillava: “Boxa Thommy, boxa”.

 

Il ritmo era da pazzi. Hearns provava a cambiare guardia per evitare il jab destro del campione mancino. L’altro continuava a pressare. Il fisico di Hagler era una scultura perfetta. I muscoli disegnavano un torace senza difetti. Anche la sua boxe sembrava esente da colpe. Il gancio sinistro con cui scuoteva due volte il rivale era da manuale. Era un colpo che basava la potenza sulla rotazione dell’anca e sulla leva fornita dalla spalla. Raggiungeva il massimo effetto a corta distanza. Marvin aveva il rapporto altezza/peso perfetto per scagliarlo ottenendo il massimo del risultato.

Quando suonava il gong, Hearns tornava all’angolo guardando fisso il campione. Sorridendo, come se volesse fargli capire che di quei ganci non ne aveva sentito neppure uno, non avevano fatto danni. Doveva essere piuttosto l’altro a preoccuparsi. Thomas aveva tirato 61 colpi, 26 dei quali erano andati a segno. Ed avevano fatto male al presuntuoso campione. Nessuno dei pugni lanciati da Hagler aveva preoccupato lui. Niente poteva scalfirlo. Questo era il messaggio, ma il volto preoccupato di Emmauel Steward, boss del Kronk Gym di Detroit e maestro di Thomas Hearns, non trasmetteva lo stesso concetto.

Nello spogliatoio, prima della sfida, tutto era sembrato così semplice. Gli uomini ritmavano il suo nome, poi prendevano a pugni il muro. Thomas Hearns ballava, gli altri alzavano i pugni verso il cielo. Nel camerino accanto, Hagler ascoltava in silenzio, poi finalmente diceva qualcosa.

“Non può portarseli tutti sul ring. Lassù ci saremo solo noi. Lui ed io”.

E cominciava a ritmare, sottovoce, due parole: “Distruction and distroy”.
Le ripeteva come una sorta di mantra mentre il resto dello spogliatoio se ne stava in totale silenzio. Neppure un grido di incitamento, un consiglio, un’invocazione. Proprio come era accaduto nella vecchia palestra a Main e Charleston street dove Marvin si era allenato nei giorni passati a Las Vegas. Era lì che aveva fatto le sedute di guanti, al Ring Side Gym: il rifugio del mitico Johnny Tocco. Nessun estraneo aveva accesso in quel buco dove la religione era quella di sempre. Sangue, sudore e lacrime per chi insegue la gloria.

Marvin Hagler amava il suo soprannome, Meraviglioso. Voleva che che facesse parte di ogni introduzione ai suoi match e quando un commentatore televisivo si era rifiutato di farlo, lui era andato in tribunale e aveva cambiato nome. Ora si chiamava a tutti gli effetti Marvin Marvelous Hagler, con una sola “l”. Nessuno poteva ignorarlo.

Finale di ripresa. Destro-sinistro di Hagler, ancora destro. Hearns era scosso. Prima del match aveva fatto un lungo massaggio alle gambe, ma l’uomo che doveva prendersene cura aveva sbagliato qualcosa. Un massaggio forse troppo lungo e adesso le gambe sembravano deboli, incapaci di sostenerlo in quella che era diventata una guerra. In poco più di otto minuti, avrebbero tirato 339 colpi. Più di un colpo al secondo. Più della metà dei quali era andata a segno.

Terzo round. Il destro di Hearns scuoteva Hagler che era alle corde. Richard Steele fermava il match. La ferita si stava aprendo sempre di più, ora rischiava di diventare pericolosa.

Steele: “Ehi Marvin, riesci a vedere con tutto quel sangue che viene giù dal taglio?“

Hagler: “Perchè, ti sembra che non lo stia riempiendo abbastanza di pugni? Lo sto forse mancando?“

L’arbitro chiamava il medico, si agitavano gli uomini d’angolo del campione. Il dottor Donald Romeo faceva segno che, per ora, si poteva continuare. Ma alla prossima chiamata avrebbe fermato il match. Marvin sapeva di avere poco tempo a disposizione se voleva salvare il mondiale.

 

Tre sinistri in fila del Cobra di Detroit. Poi, la fine.
Il primo destro di Hagler centrava Hearns appena dietro l’orecchio sinistro, all’altezza dell’occhio. Thomas perdeva l’equilibrio, barcollava. Marvin lo inseguiva. Due passetti rapidi e ancora un destro che faceva fare allo sfidante un mezzo giro su se stesso, Hearns cercava rifugio alle corde. Non faceva a tempo ad arrivarci, non riusciva a trovare una sponda su cui poggiarsi. Il terzo destro del campione del mondo partiva largo. Era un gancio che si abbatteva come una mannaia sulla mascella di Hearns. Una botta terribile, una sorta di esecuzione.

Thomas si afflosciaca lentamente al tappeto, andava giù in una sorta di fuga verso qualsiasi cosa gli restituisse stabilità. Un uomo in croce, con gli occhi aperti per guardare in faccia la paura. Poi provava a rimettersi in piedi, ma cadeva tra le braccia di Richard Steele che, con un gesto carico di umana pietà, lo aiutava a rimettersi sdraiato sul ring.
Correva Emmanuel Steward, provava a tirarlo su, a togliergli il paradenti per farlo respirare meglio. Correva il fratello dello sfidante, sul volto aveva una preoccupazione infinita. Thomas Hearns non era in grado di stare in piedi da solo. Lo portavano a braccia verso lo sgabello dell’angolo. Si sedeva piegandosi come un sacco floscio, lo sguardo ancora perso nel vuoto.

Un paio di metri più in là Marvin Marvelous Hagler sorrideva mentre i fratelli Petronelli lo portavano in trionfo. Non era per soldi che si erano legati a quel ragazzo. A bordo ring finalmente Bertha aveva smesso di strillare. Se ne stava in silenzio per un istante, poi cercava di salire sul quadrato. Sorrideva Bob Arum, una risata riempiva il faccione di Rodolfo Sabbatini che gli amici chiamavano da sempre “capoccione”. E non solo per le mille invenzioni della vita.

Gli spettatori finalmente avvertivano un senso di pace. La guerra era finita. Erano stati travolti da una frenesia inebriante, pericolosa. Avevano sentito scariche elettriche attraversare i loro corpi. Non era solo violenza allo stato puro quella che i duellanti avevano espresso sul ring. C’erano state anche strategia, sentimento, passione. E in meno di nove minuti tutto questo aveva attraversato la grande arena del Caesars Palace, confondendosi fra le migliaia di persone che faticavano ancora a libersarsi da quella montagna di emozioni.

La guerra era finita. E Marvin Hagler era sempre più Meraviglioso.

 

kover

La prima volta che ho visto combattere Minchillo ho pensato che non avesse futuro. Il tronco era quasi parallelo al tappeto. Forse esagero, ma il ricordo è quello di un pugile che si attorcigliava su se stesso per provare a piazzare un colpo.

Mi sbagliavo, come mi sono sbagliato tante volte. Luigi Minchillo era un ottimo pugile, un guerriero indomabile che non si fermava davanti a niente. E andava a cercare il rivale, lo pressava, l’attaccava, provava a vincere. Anche se l’altro si chiamava Acaries, Hope, Benes, Duran, Hearns o McCallum. A volte riusciva a centrare l’impresa, altre no. Ma statene certi, ci provava sempre.

Trent’anni fa a Detroit l’ho visto battersi alla Joe Louis Arena contro Thomas Hearns, il Cobra. Eravamo arrivati laggiù portandoci un po’ di paura dall’Italia. La sfida era terribile. L’altro aveva perso una sola volta in carriera, contro Sugar Ray Leonard. Aveva sconfitto Esteban, Cuevas e Benitez. Picchiava come un assassino e si batteva in casa.

NOI

Detroit faceva paura (sopra, da sinistra Mauro Bruno di Tuttosport, io per il Corriere dello Sport e Teo Betti del Messaggero).

Mettete i soldi in cassetta di sicurezza e spostatevi solo in macchina. Non uscite mai la sera.

Prima di salutarci l’italiano che era venuto a prenderci all’aeroporto aveva ritenuto opportuno darci questo consiglio.

Il sindaco della città aveva prolungato di un’ora l’apertura delle scuole elementari. Si entrava alle 9:30, prima era ancora buio e il numero di bambine stuprate era in preoccupante aumento.

Gli under 18 aveva il coprifuoco. Tutti a casa entro le 22.

Detroit era una polveriera. Aveva primati che non potevano certo essere invidiati: 635 omicidi l’anno, 58 ogni 100.000 abitanti che significava moltiplicare per otto la media nazionale. Nel 50% dei casi vittima e assassino avevano meno di 16 anni.

L’industria automobilistica era crollata. Le compagnie straniere avevano conquistato il 30% del mercato e il colosso General Motors era sceso sotto il 35% con una perdita di undici punti rispetto a sei anni prima.

Le fabbriche chiudevano una dopo l’altra. Operai e dirigenti erano sul lastrico. La criminalità stava prendendo il sopravvento. Da Motor Ciy, la città si era trasformata in Nightmare City. L’incubo aveva preso il posto dei motori.

La parte ovest di Detroit è lontana dal Paradiso.”

Così mi aveva detto un collega americano. Era un ottimista, aveva salvato l’altra metà.

Spacciatori, ladri e stupratori erano tra le professioni con il più alto tasso di crescita. La gente fuggiva in periferia, lasciando il centro in mano alla criminalità.

Mink

Minchillo era un bravo ragazzo. Passionale, coraggioso, istintivo. Era sbarcato a Detroit con il manager Giovanni Branchini, il maestro Elio Ghelfi ed uno spicchio della sua famiglia: il fratello Guerino, papà Paolo e la moglie Enza.

Eravamo andati tutti assieme alla Joe Louis Arena per vedere giocare i Red Wings, campionato NHL. Hockey ghiaccio.
C’erano solo bianchi nell’arena. L’unico nero era Mudimbi, sparring di Luigi.

La sera del match la percentuale degli afroamericani era salita al 90%.

Avevo incontrato Thomas Hearns alla Cobo Hall. Il ring era al centro di un enorme salone. Indossava un accappatoio bianco e i suoi occhi ti scrutavano l’anima.

Era gentile, disponibile, corretto.

Sullo sfondo un’intera parete a vetro faceva arrivare il mio sguardo fino al Canada. A separarlo da Detroit c’era solo il fiume.

Avevo parlato a lungo con Hearns che, seduto su una panca, non aveva mai mostrato la minima insofferenza davanti a un giornalista italiano che non conosceva, ma che sentiva di dover rispettare.

HEARNSOK

L’avevo rivisto di nuovo la mattina del peso al Kronk Gym. Aveva un cappotto di cammello, un abito elegante, una cravatta di classe.

Sempre disponibile, un grande professionista.

Mi aveva raccontato di come amasse l’Italia, del rispetto che aveva per Minchillo, del forte legame che accomunava lui e la città.

Dietro di lui un grande cartellone con il disegno stilizzato dei grattacieli in vetrocemento e una scritta “Do it in Detroit”. Fallo a Detroit. Poco più in là sfilavano in passerella le ragazze che ambivano al ruolo di Ring Girl nella notte del mondiale. E sì, perché in palio c’era il titolo Wbc dei superwelter.

Luigi Minchillo quella chance se l’era meritata. Sapeva che era un compito rischioso, ma era orgoglioso di giocarsela fino in fondo. Nel gelo della città, nella neve che copriva le strade, nel ghiaccio che avvolgeva ogni cosa, il guerriero di San Paolo Civitate si sentiva caldo per la sfida.

Detroit era scura, buia. In ogni angolo.

Ma era possibile ascoltare ovunque della buona musica. Anche nella hall del mio albergo. Lì erano cresciuti Steve Wonder, le Supremes, i Temptation. Era la città della Motown, di Madonna, di Aretha Franklyn. La città del jazz.

Avevo sceso pochi gradini ed ero già dentro al locale. Con me c’erano Elio Ghelfi e il figlio Ivan. Avevamo faticato a vedere qualcosa, eravamo andati a tentoni e finalmente avevamo trovato un tavolo con tre sedie libere. Avevamo ordinato qualcosa a un cameriere che si muoveva in quel buio come se avesse avuto un radar nascosto nella testa. Avevamo bevuto e ascoltato re ottime esecuzioni.

Quando si era accesa qualche luce, finalmente avevamo visto i nostri vicini. Una signora riusciva miracolosamente a non sbattere la testa sul tavolino. Il capo le scendeva lentamente verso il basso per fermarsi solo quando era a un paio di centimetri dal legno per poi tornare su. Aveva gli occhi chiusi, le braccia penzolanti.

Al tavolo davanti un ragazzo faticava a parlare, strascicava le parole, aveva la voce impastata. La bella figliola che gli sedeva davanti non tentava neppure di fingere, non le importava nulla di quello che stava dicendo quel tizio. Lei era impegnata a vagare in un mondo tutto suo.

Anche il resto dei frequentatori di quella sala, tranne qualche eccezione, non era molto diverso.

match

La notte del mondiale, Minchillo recitava alla perfezione il suo ruolo. Non indietreggiava, ma andava incontro al dolore. Non aveva paura, non ne ha mai avuta. A un certo punto sembrava addirittura che Hearns voltasse le spalle e si ritirasse, l’italiano esultava. Ma era solo un’impressione. Il campione torturava di colpi il volto e il corpo del rivale e la sua vittoria era netta, sacrosanta.

Dopo il match Luigi se ne stava disteso sul lettino dello spogliatoio. Aveva gli occhi gonfi, il corpo dolorante. Faticava a respirare, stringeva al petto le fotografie dei figli: Stefania e Paolo. La moglie Enza gli stava accanto: silenziosa, trepidante.

Detroit era una città terribile. Mi dicevano che la gente in strada fosse pronta a uccidere per poco. La paura era di gran lunga il sentimento più diffuso in quella metropoli angosciante come un incubo.

Ma Luigi Minchillo non sapeva cosa significasse quella parola. Aveva sfidato il migliore, aveva perso, ma era tornato a casa con l’orgoglio di avere fatto il suo dovere fino in fondo. Sul volo che lo riportava a Milano l’avevano riconosciuto, gli avevano fatto i complimenti. Lui nascondeva gli occhi pesti dietro un paio di occhialoni da sole. Ma era solo per pudore, non voleva esporre le sue ferite.

Il guerriero era andato all’inferno e ne era uscito a testa alta.

Boxing Hall of Fame Italia sui giornali. E il 27 tutti a Castrocaro Terme

I media hanno accolto con interesse e simpatia l’iniziativa del sito specializzato BoxeRingWeb che ha ideato e organizzato la Boxing Hall of Fame Italia.
L’Ansa, il Corriere dello Sport, L’Arena di Verona, il Resto del Carlino, il Corriere di Romagna sono stati tra i primi a riportare la notizia.

Il 27 ottobre 2018 il Grand Hotel&Spa Terme di Castrocaro ospiterà il primo evento legato a questa folle e affascinante idea.

Nino Benvenuti, Patrizio Oliva, Maurizio Stecca e Giovanni Parisi saranno i primi a entrare nella Casa della Gloria, un luogo che al pugilato di casa nostra è sempre mancato.

Il primo appuntamento sarà una serata di gala in cui saranno consegnati i trofeo agli unici quattro pugili che nella storia della boxe italiana sono riusciti a vincere sia l’oro olimpico che il mondiale professionisti (il premio di Giovanni Parisi sarà consegnato alla famiglia).

Conoscere il passato aiuta a capire il presente, a immaginare il futuro. Ne sono sempre stato convinto. La memoria storica è un valore importante. Serve a ricordarci da dove siamo venuti.

I requisiti per entrare nella cerchia ristretta dei premiati sono: valore tecnico, titoli conquistati, popolarità, segno lasciato nell’epoca in cui hanno combattuto, riconoscimenti internazionali.

Ogni anno la commissione composta dai sette fondatori (Gualtiero Becchetti, Flavio Dell’Amore, Franco Esposito, Alessandro Ferrarini, Davide Novelli, Vittorio Parisi e me) nominerà i nuovi eletti seguendo questi principi base.

BoxeRingWeb.net accompagnerà passo dopo passo il progetto. Sul sito sarà possibile leggere notizie, informazioni, approfondimenti, articoli sui vincitori, statistiche e altro ancora. 

Sarà una grande festa del pugilato, saranno celebrati i campioni che lo hanno reso popolare, appassionante e magico.

27 ottobre, Grand Hotel&Spa di Castrocaro Terme.
Chiunque può partecipare, su BoxeRingWeb tutte le informazioni.

Francesco Damiani, da massimo a massimo: Joshua è il migliore

L’ultima volta che l’avevo visto senza la tuta della nazionale si stava allenando in una vecchia scuola elementare del secolo scorso a San Potito, frazione di Lugo. Avevano traformato quel posto in una palestra di boxe, accanto alle guardie venatorie. Per uno strano scherzo del destino ho parlato l’altro giorno con Francesco Damiani fra una battuta di caccia e l’altra, proprio lì vicino, da quelle parti. Perché adesso è lì che suda e allena giovani speranze, adesso però il ring dove i ragazzi fanno sparring è cambiato. Quella volta di tanti anni fa era qualcosa di unico al mondo, era rettangolare.

“Non c’era spazio, così avevamo dovuto tagliare a metà quello di Bagnacavallo e l’avevamo messo lì”.

Francesco ha compiuto da poco sessant’anni, è sereno, felice. La boxe continua ad appassionarlo, non poteva essere altrimenti dal momento che sono più di quarant’anni che la frequenta.

Abbiamo parlato di pesi massimi, abbiamo cominciato con un azzurro che ha deciso di scegliere la strada del professionismo.

Francesco, cosa pensi della scelta di Vianello di firmare un contratto con Bob Arum e di andare negli Stati Uniti a combattere?

“Guido è un giovane (ha 24 anni, ndr) dotato di un grande fisico. È un bravo ragazzo, educato e rispettoso. Lì, negli States, non stanno a guardare tanto per il sottile. Ti lanciano nella mischia. Se vai, bene. Altrimenti, sotto un altro. Lui è un pugile in fase evolutiva, deve acquisire esperienza, migliorare sul piano tecnico. Non conosco i motivi per cui abbia fatto questa scelta, forse è prematura. Sono convinto che potenzialmente Vianello possa diventare un ottimo peso massimo, ma deve crescere a piccoli passi. Spero che in America non vogliano tutto e subito”.

Pensi che avrebbe dovuto aspettare almeno i Giochi di Tokyo 2020?

“Ne sono convinto. Rinunciare a un’Olimpiade per la quale, ne sono certo, si sarebbe qualificato, sarebbe un errore. Fa ancora in tempo a chiedere di aiutarlo a rispettare questa opportunità. Non so che tipo di contratto abbia firmato, ma penso che la Federazione non l’abbia lasciato andare via senza garantirsi la possibilità di una sua presenza a livello olimpico, può farlo anche da professionista”.

Da quanto non lo senti?

“Mi ha mandato un messaggio sul telefonino un paio di giorni fa. Attualmente si allena a Los Angeles, esordirà l’8 dicembre, credo a New York. Mi ha proposto di stargli vicino, mi ha detto che erano pronti due biglietti aerei per me e mia moglie Claudia”.

Cosa gli hai risposto?

“Che farò il tifo per lui dall’Italia. Gli auguro ogni fortuna, è un ragazzo che merita il meglio. Ma la mia vita è qui, la famiglia, la caccia, gli amici, la palestra con giovani dilettanti e professionisti con tanta voglia di andare avanti”.

Passiamo ai tre pesi massimi di cui si parla di più. Chi pensi sia oggi il migliore in circolazione?

“Senza dubbio Anthony Joshua. L’ho conosciuto molto bene da dilettante. L’ho visto agli Europei in Turchia, alle qualificazioni di Baku e l’ho visto perdere in finale ai Giochi di Londra 2012. Lasciate perdere il verdetto ufficiale, quella sera Roberto Cammarella aveva vinto chiaramente. Il britannico era un pugile di medio/alto livello, uno che soffriva contro quelli più bassi di lui, quelli che venivano a cercarti, ti pressavano e quando erano a corta distanza scaricavano lunghe serie. In difesa non era un fenomeno, attaccato si trovava in difficoltà”.

Poi è passato professionista, cosa è cambiato?

“È cambiato il modo di gestirlo. Ha trovato dei manager/organizzatori eccezionali. Hanno saputo condurlo lentamente verso miglioramenti evidenti. Oggi ha la struttura fisica per sopportare sforzi prolungati, per sostenere un ritmo costante nel corso dell’intero match. Sul piano tecnico è nettamente il migliore di tutti i pesi massimi in circolazione. E quando arriva fa male”.

Ma…

“Ma gli manca ancora l’esperienza necessaria per essere al massimo. Ha margini di miglioramento. Davanti a un pugile che gli toglie spazio e lo pressa, ha ancora qualche problema. È vero, gancio e montante lo aiutano a risolvere molti match. Ma se dovesse trovarsi davanti un tipo tosto, mobile sul tronco e deciso a cercare l’obiettivo penso avrebbe qualche difficoltà”.

Sintetizzando, come lo definiresti?

“Un pugile ben costruito fisicamente, dotato di potenza soprattutto nel gancio e nel montante, molto bravo tecnicamente. I punti deboli sono costituiti da qualche lacuna ancora in fase difensiva e, ma questa per ora è solo una mia considerazione, dai problemi che avrebbe a risolvere una situazione diversa da quelle che finora ha affrontato. Contro un rivale forte, tosto, un attaccante senza paura che gli togliesse spazio per svolgere la sua azione, come si troverebbe?”

Passiamo a Deontay Wilder. Che mi dici?

“Fa male, ha grande potenza”.

Tutto qui?

“Sul pianto tecnico è grezzo, nettamente inferiore a Joshua. Mi sembra anche lento nei movimenti, scoperto quando porta l’azione d’attacco, in potenziale difficoltà contro un tecnico”.

Eppure è campione del mondo ed è imbattuto.

“Non dimenticare la prima cosa che ti ho detto di lui. Ha una potenza devastante. Se gli lasci lo spazio per piazzare i suoi colpi, sei finito”.

E Tyson Fury?

“Parliamo subito del lato umano. L’ho conosciuto alla conferenza dell’International Boxing Federation a Saint Vincent. È l’opposto di quello che vediamo nelle occasioni pubbliche. È gentile, educato, socievole. Ma ha capito che se fa il matto guadagna di più, e allora si comporta di conseguenza”.

Come pugile che voto gli dai?

“Diciamo che se per me Joshua vale 10 e Wilder 7, Fury si ferma a 6. È tosto, ben strutturato fisicamente, ma credo che si troverebbe in difficoltà contro qualsiasi pugile coriaceo, aggressivo e coraggioso”.

L’1 dicembre a Los Angeles si affronteranno Wilder e Fury, quale è il tuo pronostico?

“Vedo questo match come una sorta di eliminatoria per conquistare il diritto di affrontare Joshua. Incontro equilibrato, per me è favorito Wilder”.

Ciao Francesco.

“Ciao Dario, magari la prossima volta mi chiederai di qualche giovane talento che è venuto fuori dalla palestra di Lugo. Chissà..”

Chissà…

FRANCESCO DAMIANI
è nato a Bagnacavallo (Ravenna) il 4 ottobre 1958.
Da dilettante.
Due volte campione europeo (1981 e 1983), oro alla Coppa del Mondo 1982, argento ai Mondiali 1982 (scippato dell’oro da un verdetto scandaloso in favore di Tyrrell Biggs), argento ai Giochi Olimpici di Los Angeles 1984.
Ha sconfitto Teofilo Stevenson al primo turno dei Mondiali di Monaco 1982.
Da professionista (30-2-0, 24 ko).
Tre volte campione europeo.
Campione del mondo Wbo (+ko3 Johnny Du Plooy).
Ha sconfitto Eddie Gregg, James Broad, Tyrrell Biggs, Everett Martin, Ander Eklund.
Ultimo match 22 aprile 1993.
Da ct della nazionale ha conquistato un oro, tre argenti, tre bronzi alle Olimpiadi.

Falcinelli alla guida di un nuovo Ente per portare la boxe a Tokyo 2020?

Mi sbaglierò, ma il pugilato si sta avviando verso una clamorosa svolta.
Comincio dai fatti.
Se qualcuno avesse mai avuto dubbi sulla posizione del CIO, ieri il Comitato Olimpico Internazionale ha negato l’accredito a Gafur Rakhimov, presidente a interim dell’AIba e unico candidato al Congresso che a Mosca il 2 e 3 novembre eleggerà il nuovo presidente. Gli ha vietato di presenziare ai Giochi estivi della gioventù in corso di svolgimento a Buenos Aires. Il CIO ha detto che la situazione tra i due organismi è congelata in attesa degli eventi. In appoggio a questo atteggiamento ha informato del mancato accredito le 203 Federazioni Nazionali affiliate all’Aiba. Vuole essere sicuro che siano consapevoli sino in fondo di quanto potrebbe accadere in caso di una elezione di Rakhimov.
Questo riporta il sito insidethegames.biz.
Ma c’è altro nell’aria, e non mi convince.
Ieri nel comunicato in cui confermava la minaccia di estromettere il pugilato dal programma olimpico di Tokyo 2020 e di togliere all’Aiba la figura di Federazione Internazionale, il CIO chiudeva il testo con un interessante paragrafo.
“Allo stesso tempo, vorremmo rassicurare gli atleti che il CIO – come ha sempre fatto in tali situazioni e come sta facendo in questi giorni ai Giochi Olimpici della Gioventù di Buenos Aires 2018 – farà il massimo per garantire che gli atleti non debbano soffrire di queste circostanze e si adopererà per proteggere il loro sogno olimpico.”

Nel mio articolo di commento mi era sembrato naturale esternare un sospetto.
Nell’ultimo capoverso del comunicato c’è una frase che potrebbe essere interpretata come uno sguardo al futuro, il benvenuto a una nuova associazione che possa prendere in mano le sorti di questo sport.
Ieri questa mia sensazione è stata suffragata da alcune dichiarazioni.
Sembra proprio che all’interno del CIO abbia preso corpo l’idea di estromettere l’AIBA da ogni possibilità organizzativa, soprattutto da quella che porta ai Giochi Olimpici, e di sostenere contemporaneamente un’altra Associazione che gestisca il pugilato e lo conduca per mano sino a Tokyo 2020.
Mi sbaglierò, ma in quest’altra organizzazione potrebbe assumere un ruolo di grande rilievo proprio Franco Falcinelli che è stato recentemente sospeso dal Comitato Esecutivo dell’Aiba per avere tenuto (a loro dire) una condotta scorretta.
Non credo sia casuale l’intervento di ieri di Thomas Bach, presidente del CIO, a sostegno del dirigente italiano. Bach ha definito “una grave ingiustizia” la sospensione dell’umbro dal ruolo di vice presidente esecutivo.
Il giallo diventa sempre più intrigante.
Volano i coltelli, la guerra ormai è in pieno atto.
E i pugili, non per loro colpa, possono solo stare a guardare.

Il CIO dichiara guerra e minaccia: pugilato e AIBA fuori dall’olimpismo

La notizia di Gafur Rakhimov candidato unico alla presidenza dell’AIBA, non poteva lasciare indifferente il CIO che ha più volte espresso nel recente passato la sua avversione a un’elezione dell’uzbeko a capo del pugilato olimpico mondiale.

Il Comitato Olimpico Internazionale, riunito a Buenos Aires dove l’8 e 9 ottobre terrà la sessione numero 133, ha ribadito con durezza la sua posizione, lanciando sul sito ufficiale una vera e propria dichiarazione di guerra contro l’AIBA.
Nell’annuncio, oltre a confermare il rischio di esclusione del pugilato dal programma olimpico a partire da Tokyo 2020, il CIO minaccia di disconoscere come Federazione Internazionale la stessa AIBA.

Nell’ultimo capoverso del comunicato c’è poi una frase che potrebbe essere interpretata come uno sguardo al futuro, il benvenuto a una nuova associazione che possa prendere in mano le sorti di questo sport.

La boxe olimpica si trova davanti a un bivio epocale. Il rischio è quello di azzerare la sua presenza internazionale. La cancellazione dai Giochi, unita al disconoscimento dell’Associazione che ne gestisce l’attività mondiale, porterebbe a un ulteriore ridimensionamento nell’immagine e nella sostanza di questo sport.

Gli errori commessi dall’AIBA continuano implacabili a sommarsi nel tempo.

I verdetti scandalosi, con Londra 2012 e Rio 2016 a rappresentare i picchi dell’imbarazzante gestione del settore giudici/arbitri. Le disavventure finanziarie che hanno portato l’associazione sempre più vicina alla bancarotta e hanno fatto perdere credibilità e rispetto alla stessa boxe dilettantistica. Le folli innovazioni che sono naufragate nel nulla, WSB e APB su tutte, e hanno creato buchi economici e disastri promozionali. La mancata osservanza del regolamento antidoping in fase di controlli a sorpresa che ha generato sospetti.
Adesso siamo arrivati alla resa dei conti.

Dopo essersi rifiutato per anni di intervenire, il CIO ha scelto di seguire una nuova strada. E adesso presenta il conto.

Siamo davanti al momento più difficile che la boxe dilettantistica abbia mai vissuto nella sua storia.

Questo il testo ufficiale del comunicato (ho lasciato in maiuscolo la parte iniziale, conservando la grafica riportata nel sito).

IL CONSIGLIO DIRETTIVO DEL COMITATO OLIMPICO INTERNAZIONALE (CIO) HA ESPRESSO OGGI LA SUA INQUIETUDINE PER LA GRAVE SITUAZIONE ALL’INTERNO DELL’ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DI PUGILATO (AIBA) E LA SUA GOVERNANCE ATTUALE. QUESTE PREOCCUPAZIONI INCLUDONO L’ISTITUZIONE DELLE LISTE ELETTORALI E L’INGANNEVOLE COMUNICAZIONE ALL’INTERNO DELL’AIBA IN MERITO ALLA POSIZIONE DEL CIO.

Tale comportamento sta influenzando non solo la reputazione dell’AIBA e della boxe, ma quella dello sport in generale.

Pertanto, il CIO ribadisce con chiarezza la sua posizione: se nel prossimo Congresso AIBA (2-3 novembre a Mosca, ndr) i problemi di governance non saranno adeguatamente indirizzati alla soddisfazione del CIO, non solo verrà messa in pericolo l’esistenza del pugilato all’interno del programma olimpico ma anche il riconoscimento dell’AIBA come Federazione Internazionale riconosciuta dal Comitato Olimpico Internazionale.

Allo stesso tempo, vorremmo rassicurare gli atleti che il CIO – come ha sempre fatto in tali situazioni e come sta facendo in questi giorni ai Giochi Olimpici della Gioventù di Buenos Aires 2018 – farà il massimo per garantire che gli atleti non debbano soffrire di queste circostanze e si adopererà per proteggere il loro sogno olimpico.

Rakhimov candidato unico alla presidenza, Olimpiadi sempre più a rischio

Gafur Rakhimov è l’unico candidato alla presidenza Aiba nelle elezioni che si terranno il 2 e 3 novembre a Mosca.
Serik Konakbayev, il potenziale sfidante, per avallare la sua candidatura avrebbe dovuto avere il sostegno di venti Federazioni che dichiarassero i propri intenti in altrettante lettere ufficiali. Alla mezzanotte del 23 settembre, data in cui scadeva il termine di presentazione delle liste, Il kazako si è fermato quota diciannove.
Cosa accadrà adesso?
L’uzbeko Rakhimov verrà eletto.
Davanti a questo dato di fatto si aprono due strade.
La prima porta direttamente alla cancellazione del pugilato dal programma olimpico di Tokyo 2020, come da tempo minacciato dal Cio. Ed è la più probabile.
La seconda dipende dall’esito dei negoziati a livello politico tra il Comitato Olimpico Internazionale e rappresentanti uzbeki e russi.
Di certo il rischio di un’esclusione dai Giochi è aumentato in modo allarmante.
Nella lista delle candidature alla vicepresidenza appare il nome di Franco Falcinelli (che nei giorni scorsi aveva annunciato ufficialmente il suo appoggio a Konakbayev). La sospensione da ogni carica Aiba lo taglierebbe fuori, favorendo la sostituzione con il tedesco Jurgen Kyas. Falcinelli però avrebbe presentato un ricorso d’urgenza direttamente al Tribunale svizzero di Losanna, chiedendo la riammissione nei ruoli.
Vedremo come finirà.
Tanto per non farsi mancare nulla anche C.K. Wu ha detto di volere portare l’Aiba in tribunale. Ha confidato di essere stato avvicinato da molte federazione che gli avrebbero chiesto di ripresentarsi come candidato alla presidenza. L’espulsione a vita decretata dal Comitato Esecutivo dell’associazione, su spinta del rappresentante canadese Pat Fiacco, gli avrebbe tolto questa possibilità.
Anche lui spera che il Tribunale lo rimetta in corsa.