Sandro Mazzinghi, 80 anni mercoledì. Storia di un fighter di talento

Il coraggio è resistenza alla paura
e dominio della paura,
ma non assenza di paura

(Mark Twain)

Jab sinistro, gancio destro.
Montante destro.
Gancio sinistro, ancora gancio sinistro.
Saltella sulle gambe. Le spalle si muovono lentamente, seguono un ritmo che viene da lontano. Ascolta una musica che solo lui può sentire.

Non ho conosciuto Mazzinghi quando si batteva assecondando il ritmo della gloria. Quando conquistava i titoli mondiali, io ero fermo alla fase precedente. Ragazzo in un quartiere popolare di una Roma vivace e ottimista, nella seconda metà degli anni Sessanta. Prendevo ancora a pugni la vita, sperando che non si aprissero altre ferite. Ero stanco di sentirmi sott’acqua. Mi mancava il respiro, ma sapevo che nel momento stesso in cui mi fossi fermato, sarei finito.
Sandro quel conto l’aveva già pagato.

Finta, rientra.
Jab sinistro.
L’altro sbarella.
Un altro jab sinistro.
Diretto destro, gancio sinistro.
Non si ferma fino a quando l’avversario non crolla al tappeto.

Ho incontratopiù volte Mazzinghi nei giorni della serenità, nella casa a Cascine di Buti, in un bel villino con le rose in giardino e vigneti tutt’attorno. Dietro ci sono i monti di Pisa, davanti lo sguardo spazia sulla piana di Pontedera e quella di Settignano. Una casa ben messa, con la passatoia in velluto rosso, candelabri di legno alla sommità delle scale, quadri che raccontano la Toscana, altri che immortalano le gesta del campione, ne raccontano le vittorie. È lì che ho scoperto un uomo che aveva un gran bisogno di raccontarsi. Gli serviva per ritrovare valori che altri non gli avevano riconosciuto. Era convinto di non essere stato capito.

Ogni volta che lo colpiva con un montante,
quello strillava e si lamentava.

La conferma ai dubbi di Sandro (sopra a sinistra, nella foto di Azzurra Minuti assieme al suo amico Alberto Brasca, ex presidente federale) arriva in una bella serata di luglio dello scorso anno, a Pontremoli. Sono lì, assieme ai suoi figlioli David e Simone, perché “Anche i pugili piangono” ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport.

Paolo Liguori che è il gran cerimoniere dell’evento mi chiede di parlare di Mazzinghi, accompagnando la domanda con queste parole: “Tutti quelli che hanno seguito il pugilato di quegli anni ricordano le differenze, ricordano di un Benvenuti fuoriclasse e di un Mazzinghi indomito”.

E lì che scatta la molla, è come se fossi stato colpito da un pugno che non avevo previsto. Reagisco d’istinto e racconto tutto d’un fiato quello che ho imparato di Sandro, racconto come lo vedo io.

Avanza guadagnando centimetro dopo centimetro,
muovendo le braccia come se fossero due stantuffi,
senza concedersi un attimo di tregua.

“Bisogna intenderci su cosa sia il talento. Apparentemente, per quello che è il giudizio comune, Sandro era senza talento. Per me, invece, ne aveva tantissimo. Ne aveva soprattutto uno, speciale. Era nato combattente e non aveva paura di nulla. Un talento grandissimo che lui ha saputo sfruttare sul ring.

Non temeva niente perché fin da bambino aveva conosciuto la paura vera.

Era stato sotto i bombardamenti a Pontedera. Le bombe scoppiavano poco lontano da lui. La mamma lo proteggeva con il corpo, scappavano via lungo il fiume Era, abbracciati gli uni all’altra, su una barca trovata sulla riva. Quelle bombe avevano appena distrutto i suoi sogni di bambino. Fino a poco prima giocava nel cortile sotto casa, ora quel cortile non esisteva più. Improvvisamente era diventato grande, adulto.

Aveva capito cosa fosse la paura, ma l’aveva vinta, era andato avanti.
E sul ring tutto questo si vedeva, perché Sandro nella vita e sul ring era la stessa persona.

Durante le lunghe chiacchierate che abbiamo fatto, mi ha colpito una frase: “Noi Mazzinghi il pane ce lo sudiamo, è un pane inzuppato nel rischio”.

Non hanno mai avuto una vita facile i Mazzinghi. Hanno conosciuto la fame, quella vera. Quella che ti fa sognare il pane di notte, quella che arriva a fartene sentire l’odore e ti fa svegliare affamato per poi scoprire che non hai nulla.

Ha superato tutto questo, figuratevi se poteva avere paura di un avversario sul ring.

È andato avanti combattendo passo dopo passo.

Ha scoperto il pugilato quasi per caso. Era andato in una palestra a vedere una riunione, c’era anche Guido. Era il fratello, l’amico, il consigliere. Era tutto per Sandro. All’improvviso si è avvicinato l’organizzatore.

“Guido, manca l’avversario di quel tipo lì”
“E che vuoi da me?”
“Puoi dire a Sandro. se la sente di combattere”.
“Diglielo tu”.

L’organizzatore si è avvicinato, si combatteva all’Assistenza, a Cascine.

“Sandro, il Bozzi è senza avversario”.
“Ma pesa, almeno sei chili più di me”.
“Lo batti facile”.

È stato a quel punto che Sandro ha fatto la madre di tutte le domande.

“Che ci guadagno?”
“Una bistecca, il pane, la frutta”.
“Accetto”.

È stato il primo passo verso la grande avventura.

Sandro non aveva la tecnica di Benvenuti, ma andateci voi a combattere contro uno che viene sempre avanti, incurante di qualsiasi cosa faccia l’altro uomo con cui divide il quadrato.

Uno che restringe il ring fino a farlo diventare di un metro per lato, che ti chiude all’angolo, ti pressa, continua a colpirti, non si ferma mai.

Sandro, senza talento, è stato campione del mondo dei superwelter. Perso il titolo, ha ricominciato daccapo. È diventato campione d’Europa.

Senza talento, ha disputato forse il più importante match mai combattuto in Italia. Davanti a quarantamila spettatori a San Siro, in un’autentica corrida, ha battuto il coreano Ki Soo Kim. Un incontro pazzesco, intenso, condotto a ritmi folli. Un match che un pugile può sopportare una sola volta nella vita, perché lì si consuma tutto quello che un uomo ha dentro.

Ma lui era nato per combattere, senza paura, e quel match l’ha vinto. Ha portato a casa un altro titolo mondiale.

Questo era Sandro Mazzinghi, il pugile senza talento”.

Guardi Sandro e vedi che avanza cercando un continuo contatto fisico, deve picchiare senza sosta per succhiare energie al combattimento. A chi lo osserva per la prima volta la sua potrà sembrare una tattica scriteriata. In realtà è il solo modo di battersi che conosca, il pugilato per lui è questo. Una battaglia dove dare tutto in ogni secondo che si rimane sul ring. Un corpo a corpo in cui ognuno di quei colpi corti potrebbe risultare decisivo. Una metodica opera di demolizione che richiede coraggio, fisicità e preparazione.

Leggo sul web una definizione di fighter, o meglio in-fighter come gli inglesi chiamano quelli come lui. E mi sembra sia una descrizione perfetta di quello che Sandro sapeva fare sul ring.
“L’in-fighter boxa all’interno della guardia dell’avversario, è un pugile dall’aggressione continua, sempre addosso al rivale, spara continue raffiche e intense combinazioni di ganci e montanti. Agisce meglio a distanza ravvicinata perché generalmente è di statura più bassa dei rivali. Schiva i colpi e si infila nella guardia dell’avversario, abbassandosi fino alla vita per passare sotto o di fianco ai colpi in arrivo. Le schivate fanno andare a vuoto il rivale causandone lo sbilanciamento, e consentono all’in-fighter di passare sotto il braccio disteso”.

Fermiamoci un attimo, perché siamo arrivati al punto in cui Sandro scatenava l’inferno.

L’in-fighter di Pontedera è in pensione da tempo. Oggi è un uomo sereno, vive accanto alla sua famiglia.

Guido se ne è andato per sempre il 5 ottobre del ’96 e gli manca. Giorno dopo giorno quell’assenza sembra pesare di più. Un maledetto aneurisma se lo è portato via. Quando l’ha saputo, Sandro è rimasto pietrificato.
«Mi sembrava immortale. Ci sentivamo spesso, eravamo molto uniti. Insieme abbiamo scalato montagne altissime. Lui era orgoglioso di me e io di lui. L’ho sempre ammirato, come sportivo e come uomo. Era forte in tutti i sensi. Con lui mi sono sentito al sicuro in ogni istante della mia vita. Il giorno in cui è morto se ne è andata via una parte di me».

Gli manca mamma Ernesta.
La moglie Vera è una ferita perennemente aperta.
Del papà ha un ricordo a mezza via tra il triste e l’eroico.
Anche Adriano Sconcerti, il manager amico, non c’è più.

Ma di nessuno di loro ha un’immagine sbiadita. Sono ancora tutti lì, nel villino di Cascine di Buti, a fargli compagnia quando gli acciacchi dell’età sembrano avere la meglio.

La moglie Marisa, i figli David, Simone sono il presente e il futuro. Non è mai solo, l’amaro tante volte masticato appartiene al passato.
Non ha rimpianti, a dargli forza c’è la consapevolezza di essere riuscito a raggiungere qualsiasi traguardo abbia inseguito.

Mercoledì 3 ottobre saranno ottanta gli anni trascorsi su questo mondo da un uomo senza paura, nato per combattere.

Auguri, Sandro. Sei un pugile da leggenda, un fighter di talento.

I LIBRI

Su Sandro Mazzinghi sono stati scritti quattro libri: Michelangelo Corazza e Mario Braccini (Abe Edizioni 1993) Pugni amari (vincitore del Premio Bancarella Sport); Alessandro Mazzinghi (Scramasax 2003) Sul tetto del mondo; Dario Torromeo (Absolutely Free Editore 2016) Anche i pugili piangono (vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport); Riccardo Minuti (Tagete Edizioni 2018) Un Eroe del ‘900.

LE FRASI

“Noi Mazzinghi il pane ce lo sudiamo. È un pane inzuppato nel rischio” (Sandro Mazzinghi)

“Sandro ora è tutto, cioè tutti noi Mazzinghi: E voglio dire me che ho sbagliato. mio padre, il nonno. Un ceppo duro a morire, ve lo assicuro. La sfortuna ci spezza le gambe, ma noi su, in piedi e a testa alta. Sfrontati? No, il fatto è che noi non abbiamo paura. O meglio: questa paura ce la cacciamo in gola, nelle viscere, ce la dimentichiamo. Eccoci qui. Noi altezzosi, anzi testardi, sicuri di piegare la malasorte” (Guido Mazzinghi)

“Sei forte Sandro, hai un pugilato spettacolare. Perché non vieni in America? Lì impazzirebbero per la tua boxe! Complimenti” (Sugar Ray Robinson)

IL PREMIO

Il 19 novembre a Milano, Sandro Mazzinghi riceverà la Guirlande d’Honneur 2018 conferitagli dalla Federazione Internazionale Cinema e Cultura sportiva (116 Paesi affiliati), presieduta dal professor Franco Ascani e riconosciuta dal Comitato Olimpico Internazionale.

SANDRO MAZZINGHI
(3 ottobre 1938)
Mondiale Wba, Wbc superwelter 1963-1965.
Mondiale Wba, Wbc superwelter 1968.
Record: 64-3-0 (42 ko, 61%).
Il 7 settembre 1963 batte per kot 9 Ralph Dupas al Velodromo Vigorelli di Milano e conquista il mondiale superwelter Wba, Wbc.
Difende il titolo tre volte.
Il 26 maggio 1968 batte ai punti in 15 riprese Kim Soo Kim allo stadio San Siro di Milano e riconquista il mondiale superwelter Wba, Wbc.
Il 17 giugno 1966 batte per ko 12 Yoland Leveque al PalaEur di Roma e conquista il titolo europeo dei superwelter.
Difende il titolo quattro volte.
Primo match: 15 settembre 1961 Teatro Puccini di Firenze (+ ko 2 Severino Gagliardi).
Ultimo match: 4 marzo 1978 Firenze (+ Jean Claude Warusfel p. 10)

 

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Falcinelli cambia candidato. Oliva: “Salta più lui di una pallina da ping pong”

Franco Falcinelli, presidente europeo e vice presidente esecutivo mondiale del pugilato targato Aiba, ha chiesto ai membri del Comitato Direttivo della stessa associazione di unirsi a lui nel sostenere Serik Konakbayev nella corsa alla presidenza. Il Congresso elettivo si terrà a Mosca il 2 e il 3 novembre.

Così ha scritto il sito insidethegames.bitz che aggiunge di avere preso visione delle lettere inviate da Falcinelli al CE e allo stesso presidente a interim Gafur Rakhimov.

A spingerlo verso questa decisione sarebbe stata la ferma opposizione del Comitato Olimpico Internazionale nei confronti di Rakhimov. Il CIO ha lasciato chiaramente intendere che, nel caso l’uzbeko vincesse le elezioni, il pugilato sarebbe escluso dal programma dei Giochi di Tokyo 2020.

“Siamo davanti alla scelta tra il grande rischio di sostenere il signor Gafur Rakhimov e quello di sostenere un’alternativa alla guida dell’Aiba. Così ho deciso di aiutare Serik Konakbayev a candidarsi alla presidenza”.

A Milano, in occasione dei Mondiali del 2009, Franco Falcinelli mi aveva presentato l’allora presidente Ching-Kuo Wu, dipingendolo come l’unica persona che potesse fare il bene della boxe, l’unica che potesse risolvere qualsiasi problema legato a questo sport. Sappiamo come sia finita.

Otto anni dopo Falcinelli era nel gruppo che ha scatenato una guerra senza esclusione di colpi contro lo stesso Wu.

Nell’ottobre del 2017 l’Aiba e Ching-Kuo Wu hanno elaborato una dichiarazione congiunta.

L’International Boxing Association e Ching-Kuo Wu hanno annunciato oggi di aver accettato amichevolmente di risolvere i problemi di gestione all’interno dell’AIBA e di ritirare e chiudere tutte le relative procedure pendenti davanti ai tribunali civili e alla Commissione disciplinare dell’AIBA. Entrambe le parti hanno convenuto che in questa fase non vi è alcuna indicazione di comportamenti non etici. Dopo undici anni come presidente dell’AIBA, Wu ha deciso di dimettersi dalla sua posizione di presidente“.
Franco Falcinelli veniva nominato presidente a interim e dichiarava: “Desidero ringraziare Ching-Kuo Wu per il contributo dato allo sport del pugilato e all’AIBA per molti anni, gli auguriamo tutto il meglio”.
Poi chiedeva al Comitato Esecutivo di votare a favore di una raccomandazione per assegnare il ruolo di presidente onorario AIBA a Wu, previa ratifica del Congresso.
La proposta veniva bocciata a larga maggioranza.
Falcinelli veniva nominato presidente a interim, successivamente decideva di dimettersi e di appoggiare la scalata di Gafur Rakhimov alla presidenza dell’Aiba, ente nel quale avrebbe poi assunto l’incarico di vice presidente esecutivo.
Tutto questo a gennaio 2018.
Pochi giorni fa, a poco più di un mese dalle elezioni, sarebbe avvenuto il cambio di rotta. Niente più appoggio a Rakhimov, che deve battersi contro un colosso politico ed economico come il CIO, e sostegno a Konakbaiev che lo stesso CIO vede di buon occhio.
Diciamo che sul piano della politica sportiva ha molti amori. Rimbalza più lui di una pallina da ping pong” commenta ironico Patrizio Oliva.
Tu come ti saresti comportato?
“Io mi sarei sentito in imbarazzo nel cambiare così spesso alleato”.

Non credi che le motivazioni addotte stavolta siano valide?
Capisco che appoggiare Rakhimov avrebbe portato all’esclusione olimpica del pugilato, ma perché farlo solo all’ultimo momento? Fino a pochi giorni fa il suo gruppo lo aveva sostenuto, lui assieme all’Aiba lo aveva difeso davanti agli attacchi del Cio. Cambiare ora non è un comportamento che credo possa essere applaudito. E ve lo dice uno che ha grande stima di Konakbayev, uno che è rimasto in rapporto con lui anche dopo la fine dell’attività agonistica, uno che lo ha invitato a partecipare alla corsa per la presidenza ricevendo in risposta due parole dalla sua segretaria Laura: Why not? Uno che è stato tra i primi a congratularsi con Serik subito dopo la sua candidatura ufficiale. Ma io non ho mai risparmiato critiche a Wu e Rakhimov. E non sono stato di certo il loro vice presidente”.
Franco Falcinelli prima di dedicarsi all’attività politico sportiva era stato allenatore della nazionale italiana di pugilato.
Nell’aprile del 1996, a tre mesi dai Giochi di Atlanta, aveva lasciato squadra e Federazione. Si era dimesso. In quei giorni, in un’intervista a Repubblica dichiarava: “Boicottati. L’ Italia si trova in un ruolo di sostanziale opposizione agli attuali vertici internazionali, che confermano e consolidano il loro potere combattendola con armi subdole“.
Lo scontro con il presidente Ermanno Marchiaro, che lo aveva confermato alla guida del team azzurro, ruolo in cui era stato chiamato da Franco Evangelisti, era stato duro e si era concluso con una rottura clamorosa.
Il suo posto di commissario tecnico era stato preso da Patrizio Oliva.
L’idea di lasciare la Nazionale a meno di novanta giorni dall’inizio dell’Olimpiade americana non aveva evidentemente tenuto conto del contraccolpo che avrebbe avuto sugli atleti. Era chiaro che la squadra che avrebbe combattuto ad Atlanta sarebbe stata figlia della gestione Falcinelli. Io avevo provato a fare qualcosa, ma con così poco tempo a disposizione era stato tutto molto difficile. Falcinelli aveva scelto di imboccare la sua strada, lasciando senza guida quei ragazzi che si erano affidati a lui. Come dissi all’epoca in un’intervista alla Gazzetta dello Sport: “Il capitano non abbandona la nave, non scappa”. Mi sembra sia chiaro” dice Patrizio Oliva.
Il riferimento è al sospetto che la decisione di Falcinelli avrebbe potuto essere stata presa nel timore di un altro flop clamoroso.
L’Italia ad Atlanta non salì sul podio, come non era salita sul podio neppure quattro anni prima a Barcellona, con Falcinelli a capo dello staff tecnico.

AJ centra un altro ko. Povetkin è bravo, ma Joshua è il migliore

 

Anthony Joshua è il migliore peso massimo che ci sia in circolazione.

Per un attimo Alexander Povetkin ha pensato di potere realizzare il suo grande sogno. È accaduto nel finale del primo round. Un montante destro doppiato da un gancio sinistro del russo hanno scosso AJ che ha visibilmente barcollato. L’altro gli è saltato addosso, ma non è riuscito a chiudere come avrebbe voluto l’azione. Il gong glielo ha impedito.

Poi, lentamente, con calma e determinazione, AJ si è ripreso il ruolo che gli spetta. Il suo jab sinistro ha comandato la scena, ha dettato i tempi, ha imposto il ritmo della recita. Per carità, Povetkin ha tenuto sempre e comunque botta. Il suo gancio destro ha centrato con inquietante frequenza il volto del campione che sembrava non fosse proprio in grado di evitarlo. La sfida si è sviluppata seguendo un copione di grande intensità. Il russo sempre attivo, sempre pericoloso. Ma era la calma, la serenità, la padronanza del ring di Joshua a dare l’impressione quasi certa di chi alla fine avrebbe portato a casa la vittoria.

A Povetkin restava solo qualche fiammata. Intense provocazioni, slanci di energia che non trovavano più nè la carica da parte sua, nè la mancanza di attenzione da parte del rivale. Una combinazione che aveva scatenato l’illusione nella ripresa di esordio.

Solo il suo clan credeva in lui. I bookmaker avevano bocciato Povetkin offrendo una quota da sballo: avrebbero pagato otto volte la puntata in caso di una sua vittoria. Non ci credevano i giornalisti, me compreso. Nè gli uomini che ogni giorno vivono a contatto con il mondo della boxe. Lo avevamo visto tutti contro David Price. E non ci era per nulla piaciuto. Ci era sembrato pesante, lento e disattento. Era stato contato anche contro uno slow hand quale l’ultimo Price si è dimostrato di essere anche stasera. E invece contro AJ il russo è sembrato rigenerato. A 39 anni ha saputo reinventarsi per l’ennesima volta. E ha meritato ogni dollaro gli sia entrato in banca.

Ma non ce l’ha fatta. La combinazione con cui Joshua ha chiuso il combattimento è da applausi a scena aperta. È un gol su rovesciata, un sorpasso in curva sulla moto proprio lì dove nessuno tranne te vede lo spazio dove infilarsi. È la volata senza se e senza ma lungo il rettilineo che porta all’arrivo di un mondiale di ciclismo.

Destro, ancora destro, sinistro. Gancio sinistro e diretto destro a chiudere. 

Bum. Alexander Povetkin è stato spedito al tappeto, si è rialzato con la forza dell’orgoglio ma ha resistito pochi secondi. Poi è andato giù e l’arbitro ha detto basta.

No, non lo so e non mi va in questo momento di pensarci. Non mi importa che posto occupi oggi AJ nella storia dei pesi massimi, non so neppure quale gradino possa salire nella classifica degli ultimi dieci anni. Figuratevi nella storia. Aspettiamo che finisca la carriera e poi ci divertiremo a litigare.

Una cosa però mi sento di dirla. AJ ha restituito al campione del mondo dei pesi massimi la dignità di eroe popolare. Portare novantamila persone in uno stadio non è impresa così semplice come qualcuno possa pensare. Ha smosso interessi economici che sembravano dimenticati per sempre, ha riacceso il sacro fuoco dei media, ha innescato la miccia di discussioni e rivalità. Almeno su questo credo si possa essere tutti d’accordo.

Chiudo dicendo che questo mondiale mi è piaciuto. E per uno a cui la boxe piace da morire, regalo più bello non poteva esserci. Non so quanti saranno a pensarla come me, Ma credetemi. Anthony Joshua merita rispetto. Più di quanto non gliene sia stato dato sino ad oggi.

RISULTATI – Welter: Shakhram Giyasov (5-0, 4 ko) b Julio Laguna (14-1-0, 10 ko) kot 4 dopo 0:38; Massimi: Sergej Kuzmin (13-0, 10 ko) b David Price (22-6-0, 18 ko) abb. intervallo 4 e 5 round; Massimi leggeri: Lawrence Okolie (10-0, 7 ko) b Matty Askin (23-4-1, 15 ko) p. 12 (116-110, 114-112, 114-113); leggeri: Luke Campbell (20-2-0, 15 ko) b Yvan Mendy (40-6-1, 19 ko) p. 12 (119-109, 118-111, 116-112); massimi (mondiale Wba, Ibf, Wbo, Ibo) Anthony Joshua (Gbr, detentore, 22-0, 21 ko, kg 111,360) b Alexander Povetkin (Rus, 34-2-0, 24 ko, kg 100,78) kot dopo 1:59 della settima ripresa. Arbitro: Steve Gray (Gbr), Giudici: Carlos Sucre (Usa), Jean Robert Laine (Mco), Matteo Montella (Ita).

Campbell si prende la rivincita su Mendy. E DAZN? Non mi ha soddisfatto

Luke Campbell ha fortemente voluto la rivincita. E l’ha ottenuta. Nel dicembre del 2015 era stato sconfitto, per split decision, da Yvan Mendy. Stasera sul ring di Wembley ha battuto il francese e si è così aggiudicato la semifinale che lo designa sfidante al titolo Wbc dei leggeri.

Un match vinto con tecnica e saggezza tattica. Un incontro meno scontato di quanto dicano i cartellini finali. Uno spettacolo che ha in parte riconciliato con la boxe dopo l’avvilente esibizione offerta da Okolie e Askin.

Merito di Campbell e di Mendy. Onore a loro.

Due parole su DAZN, prima che inizi Joshua vs Povetkin.

Ho fatto l’abbonamento da pochi giorni, è il primo evento che vedo in diretta.

Bilancio negativo.

In apertura mancava il segnale audio da Wembley.

Ma questo è stato il male minore.

Il problema erano le immagini. Nessun inconveniente per l’80% della trasmissione.

Bene, dire te voi.

E perché? dico io.

Se mi vendi un prodotto che pago il prezzo che chiedi, ho il diritto di vedere al meglio il 100% dello spettacolo.

E invece l’immagine spesso si bloccava, a volte addirittura veniva cancellata dal nero,  a volte erano i contorni a sfumare. Interruzione dopo interruzione, la diretta da Wembley mi ha lasciato un nervosismo che difficilmente riuscirò a smaltire.
Lo sport è fatto di emozioni, se lo strumento tecnico le blocca in continuazione queste svaniscono e a me resta solo un senso di insofferenza.

Perché dovrei accontentarmi di quell’80%?

Pensate se Rai, Mediaset o Sky avessero la stessa resa televisiva.

Avremmo accettato senza lamentarci?
E poi, credo sia ora che il pugilato venga trattato come uno sport di antiche tradizioni. È una mia opinione, per carità. Il fatto è che non mi piacciono le telecronache didascaliche. È come se quelli del calcio spiegassero come si esegue uno stop, cosa significa fare la diagonale, come si calcia una normale punizione.

E infine, richiesta di un vecchio innamorato di sport, perché una volta nella vita non ci raccontate qualcosa sulle storie dei protagonisti. Qualcosa che non sia il record nudo e crudo?

RISULTATI – Welter: Shakhram Giyasov (5-0, 4 ko) b Julio Laguna (14-1-0, 10 ko) kot 4 dopo 0:38; Massimi: Sergej Kuzmin (13-0, 10 ko) b David Price (22-6-0, 18 ko) abb. intervallo 4 e 5 round; Massimi leggeri: Lawrence Okolie (10-0, 7 ko) b Matty Askin (23-4-1, 15 ko) p. 12 (116-110, 114-112, 114-113); leggeri: Luke Campbell (20-2-0, 15 ko) b Yvan Mendy (40-6-1, 19 ko) p. 12 (119-109, 118-111, 116-112); massimi (mondiale Wba, Ibf, Wbo, Ibo) Anthony Joshua (Gbr, detentore, 21-0, 20 ko, kg 111,360) vs Alexander Povetkin (Rus, 34-1-0, 24 ko, kg 100,78). Arbitro: Steve Gray (Gbr), Giudici: Carlos Sucre (Usa), Jean Robert Laine (Mco), Matteo Montella (Ita).

Okolie centra il successo numero 10, ma il match è di una noia infinita

Conserva l’imbattiblità, ma lascia una pessima impressione Lawrence Okolie, giunto alla decima vittoria consecutiva. 
Ha sconfitto Matty Askin al termine di uno dei più brutti incontri di pugilato a cui io abbia assistito.

Una noia infinita, un modo di stare sul ring incomprensibile. Di boxe se ne è vista davvero poca, diciamo pure niente. Nessun colpo pulito, nessuna capacità tattica, la tecnica è rimasta una parola di cui nessuno dei due sfidanti sembrava conoscerne il significato

Male, malissimo Okolie. Peggio, se mai sia possibile, il campione britannico in carica dei massimi leggeri. Matty Askin ha interpretato il ruolo di uno scarso rissaiolo che è salito sul ring con il timore di affrontare una sfida di cui non è mai sembrato all’altezza.

Applausi per nessuno, fischi per entrambi.

Anche l’organizzatore dell’evento, Eddie Hearn di Matchroo, è rimasto disgustato.

RISULTATI – Welter: Shakhram Giyasov (5-0, 4 ko) b Julio Laguna (14-1-0, 10 ko) kot 4 dopo 0:38; Massimi: Sergej Kuzmin (13-0, 10 ko) b David Price (22-6-0, 18 ko) abb. intervallo 4 e 5 round; Massimi leggeri: Lawrence Okolie (10-0, 7 ko) b Matty Askin (23-4-1, 15 ko) p. 12 (116-110, 114-112, 114-113); leggeri: Luke Campbell (18-2-0, 15 ko) vs Yvan Mendy (40-4-1, 19 ko); massimi (mondiale Wba, Ibf, Wbo, Ibo) Anthony Joshua (Gbr, detentore, 21-0, 20 ko, kg 111,360) vs Alexander Povetkin (Rus, 34-1-0, 24 ko, kg 100,78). Arbitro: Steve Gray (Gbr), Giudici: Carlos Sucre (Usa), Jean Robert Laine (Mco), Matteo Montella (Ita).

Price abbandona dopo quattro round, la speranza è che non ci riprovi

In uno stadio di Wembley ancora poco frequentato, al momento del combattimento sugli spalti c’erano qualche migliaio di spettatori, e sotto una pioggia fastidiosa abbiamo assisito all’ennesima commedia del pugilato. Una commedia che ha lasciato tanta tristezza.

Questa è la storia di una disfatta annunciata.

A me sembrava una follia. Ora ne abbiamo tutti avuto la conferma. Chiunque frequenti il mondo della boxe aveva dei fortissimi dubbi sul fatto che David Price tornasse sul ring, a maggior ragione non si trovava una giustificazione al fatto che lo facesse a meno di sei mesi dal devastante ko subito contro Alexander Povetkin. Un knock out al quinto round, figlio di un micidiale gancio sinistro e della sbadataggine dell’arbitro Howard John Foster (che la Federazione britannica ha incredibilmente riproposto per la sfida di stasera) che non era stato in grado di bloccare il match dopo quel terrificante pugno. No, con Price incapace di qualsiasi difesa, aveva permesso al russo di colpire ancora.

Fine della storia.

Così avevamo pensato tutti, speravamo che il gigante britannico non fosse colto dalla tentazione di risalire sul ring.
Mi sbagliavo io, si sbagliavano tutti quelli che questo sport lo amano.

La boxe non è governata né dalla logica, né tantomeno dal buonsenso.

Price non solo è tornato, ma lo ha fatto dopo meno di centottanta giorni contro l’imbattuto Sergey Kuzmin che lo ha costretto all’abbandono nell’intervallo tra la quarta e la quinta ripresa.

Il russo lo ha pressato fin dal primo gong, gli ha tolto energie e l’ha costretto a ricorrere sempre più spesso al clinch. Il colosso britannico, 113 centimetri di altezza e olte 120 chili di peso, ha chiuso lamentando un infortunio al braccio destro. A me è sembrato che, anche se non ci fosse stato questo inconveniente, Price non sarebbe riuscito ad andare sino alla fine.

Adesso chi ha permesso che questo match andasse in porto, spero si porti dietro almeno i rimorsi per aver fatto prendere dei rischi a un signore che dovrebbe decidersi a lasciare una disciplina la cui fatica non è più in grado di reggere.

RISULTATI – Welter: Shakhram Giyasov (5-0, 4 ko) b Julio Laguna (14-1-0, 10 ko) kot 4 dopo 0:38; Massimi: Sergej Kuzmin (13-0, 10 ko) b David Price (22-6-0, 18 ko) abb. intervallo 4 e 5 round; Massimi leggeri: Lawrence Okolie (9-0, 7 ko) vs Matty Askin (23-3-1, 15 ko); leggeri: Luke Campbell (18-2-0, 15 ko) vs Yvan Mendy (40-4-1, 19 ko);massimi (mondiale Wba, Ibf, Wbo, Ibo) Anthony Joshua (Gbr, detentore, 21-0, 20 ko, kg 111,360) vs Alexander Povetkin (Rus, 34-1-0, 24 ko, kg 100,78). Arbitro: Steve Gray (Gbr), Giudici: Carlos Sucre (Usa), Jean Robert Laine (Mco), Matteo Montella (Ita).

Addio a un grande coach. Enzo Calzaghe, un sardo che si è fatto onore nel mondo

Alla fine, come spesso accade, ha vinto il male.
Enzo Calzaghe non ce l’ha fatta.
Se ne è andato per sempre lunedì, 17 settembre 2018.
Era nato a Bancali, una piccola frazione in provincia di Sassari, il giorno di Capodanno del 1949. Due anni dopo la famiglia si era trasferita nel Bedfordshire. Era cresciuto da quelle parti, era andato a scuola con Joe Bugner, futuro campione europeo dei pesi massimi. Era stato lui a consigliare all’amico di dedicarsi al pugilato, era certo che l’avrebbe aiutato a difendersi dai bulli che avevano cominciato a dargli fastidio.
A 13 anni, nuovo cambiamento. La famiglia tornava in Sardegna e lui, ovviamente, era con loro. Provava a fare il calciatore, sembrava potesse essere la strada giusta, dicono che avesse addirittura giocato in una squadra assieme a Gianfranco Zola.
Ma non riusciva a sentirsi a suo agio, il percorso era troppo lungo e lui aveva fretta di arrivare. Cambiava così obiettivo, assieme ai fratelli Sergio e Uccio formava un gruppo musicale. Erano giovani, non si lasciavano spaventare dai sacrifici e avevano spirito d’avventura. Se ne andavano in giro per l’Europa. Dormivano dove potevano, mangiavano quando trovavano qualcosa che costasse davvero poco.

Non so se ad Enzo piacessero gli hamburger, sicuramente gli piaceva quella ragazza che li preparava in un pub del Galles. Faceva di tutto per conoscerla, per uscire con lei. Quattro settimane dopo lui e Jackie erano sposati. È stata la sua fortuna.
Si trasferiva in Inghilterra, poi in Galles. Guidava i bus, vendeva finestre, e intanto continuava a suonare.
La famiglia cresceva. Nasceva Joseph William, poi arrivavano anche Sonia e Melissa. Quando Joe aveva nove anni, Enzo riviviva da papà un vecchio incubo. Il ragazzo era molestato dai bulli a scuola. Per lui valeva l’antica regola, la boxe era la cura giusta.
Cominciava ad allenarlo, non avrebbe più smesso.
È stato al suo angolo nei 120 match da dilettante (110-10-0) e nei 46 da professionista (46-0, 32 ko, mondiale delle quattro maggiori sigle, seppure in tempi diversi, nei supermedi).
È stato anche l’uomo che gli ha consigliato di smettere.
Nel discorso in cui annunciava il ritiro, il campione riservava parole di grande affetto per il papà: “Sono stato fortunato ad aver avuto una carriera fantastica, devo ringraziare tutte le persone che sono state al mio fianco e mi hanno aiutato a ottenere tutto. Ovviamente i miei ringraziamenti speciali vanno alla mia famiglia e, soprattutto a mio padre Enzo, che prima mi ha incoraggiato a indossare i guantoni e poi è stato al mio angolo per tutti i combattimenti che ho disputato”.
Enzo Calzaghe ha guidato al mondiale anche Enzo Maccarinelli e Gavin Rees. È stato il coach di altri veri campioni, tra cui Nathan Cleverly.
Ha ricevuto i premi The Ring Magazine Trainer of the Year e Boxing Writers Association of America. È stato uno dei più grandi maestri che la Gran Bretagna abbia mai avuto.

Nelle prime ore della giornata di sabato 15 settembre si era sparsa la voce che fosse morto.
Poco dopo era arrivata la smentita.
“È una falsa notizia. Mio zio è vivo, ma sta molto male. Per cortesia vogliate rispettare i sentimenti della nostra famiglia in questo momento così difficile” aveva detto la nipote Carrie.
Stavolta purtroppo non ci saranno smentite.
“La famiglia, devastata, annuncia la morte dell’amato Enzo. Joe e tutta la famiglia Calzaghe ringraziano il pubblico per il loro affetto e le parole di incoraggiamento. Un ringraziamento particolare per il sostegno che ci ha offerto l’intera comunità della boxe. Enzo ha condotto una vita incredibile sia all’interno che all’esterno della palestra di pugilato e la sua perdita è devastante per la nostra intera famiglia”.
Poi, i Calzaghe hanno chiesto cortesemente rispetto per il loro dolore.
Se ne è andato così un italiano che si è fatto onore, con il lavoro e i risultati. E non ha mai dimenticato le sue origini. Quando poteva, tornava in Sardegna dove aveva vissuto momenti meravigliosi.
La boxe piange una altro fuoriclasse.

 

 

Appuntamenti romani. Un film e un libro per raccontare la boxe, gli uomini

Il grido di dolore per una boxe che fino a qualche anno fa riempiva le giornate di chi ‘amava.
Il racconto del tempo in cui Roma sapeva affascinare e conquistare.

“Boxe Capitale” di Roberto Palma, presentato in anteprima al Rome Indipendent Film Festival, è anche questo.

Giovedì 20 settembre ci sarà la prima in una sala pubblica, al Nuovo Cinema Aquila (via L’Aquila 66-74, Roma) dalle 21:30.

Sul grande schermo sfilano gli uomini che hanno popolato un’epoca in cui i pugili erano ancora eroi.

Sono rimasto affascinato da quel clima di guasconeria, semplicità e voglia di arrivare che si respira con grande naturalezza nel documentario. Le palestre di Roma, Audace e Team Boxe Roma XI soprattutto ma anche le altre, sono lo scenario sui recitano pugili, maestri, dirigenti e organizzatori. Ognuno con la sua intensa storia da raccontare.

Il regista dosa con grande abilità passione, emozione e drammaticità. Stemperando il tutto con una buona dose di ironia. Da questi ingredienti saggiamente usati esce fuori il ritratto del pugile romano. Un po’ sfrontato, coraggioso, strafottente e poco propenso a seguire le regole. Ma anche forte, determinato, sempre e comunque innamorato di questo strano sport che si chiama pugilato. Una disciplina per cui rubi le ore al sonno, ti sottoponi ad allenamenti massacranti, prendi pugni in faccia, ti ferisci e a fine serata raccogli una paga che non è minimamente all’altezza di quello che hai messo sul piatto della bilancia.

“Boxe Capitale” mi ha ricordato l’istrionismo di Luciano Sordini e Daniele “Bucetto” Petrucci. Guerrieri tosti, mai domi, sempre pronti alla battaglia. Si fanno aiutare da una vena disincantata e dissacrante per narrare il passato e affrontare il presente. Un’esibizione di grande senso comico. Due autentici attori.

Il viaggio attraverso le facce del pugilato romano passa attraverso quella del maestro Eugenio Agnuzzi, uno che non nega a nessuno la battuta o un prezioso consiglio tecnico. Serio quando è necessario esserlo, mai serioso. Sempre pronto alla presa in giro quando serve per abbassare il clima di tensione se ritiene sia salito troppo in alto. Uno che dispensa saggezza pugilistica, senza far pesare il suo ruolo.

Il faccione da antico romano di Cesare Venturini e quello da centurione indomito e coraggioso di Mario Romersi. Eccoli lì a raccontare a raccontarsi. Parlano di una boxe che non c’è più, quella in cui un titolo italiano ti portava in cima al mondo e ti permetteva di vivere degnamente.

Un brusco salto in avanti nel tempo ed ecco Giovanni De Carolis che sottolinea, con quella calma che in pubblico non abbandona mai, come il pugilato oggi si faccia solo per amore. Non certo per crearsi un futuro. E se lo dice lui che è stato l’ultimo italiano campione del mondo…

Mi ha fatto piacere ritrovare un viso che non vedevo da molto tempo, quello di Franco Morasca. Era l’organizzatore dei venerdì al Palazzetto di viale Tiziano. Appuntamento fisso con pugili che non erano fenomeni, ma tenevano con grande dignità il cartellone. Dissacrante come sempre, Morasca non ha risparmiato nessuno. Ha avuto divertenti frecciate per tutti.

Tra i protagonisti del ring è sfilato Domenico Spada: si è presentato in smoking all’anteprima alla Casa del Cinema a Villa Borgese, quando ha tirato le fila del rapporto tra i gitani e la boxe.

Bella la storia di Angelo Artino, pugile che si è laureato con una tesi su boxe e disabilità. E oggi frequenta con piacere la Traiano Boxe Fiumicino del maestro Rondinella, un locale riservato esclusivamente ai disabili con l’intento di inserirli in un progetto più ampio che riesca a regalare loro rispetto delle regole e momenti felici attraverso questo sport.

C’erano anche tre giornalisti sulla scena.

Luigi Panella di Repubblica, Alfredo Bruno direttore di Boxe Ring ed io.

Abbiamo provato a fare da collante alle storie, a raccontare il pugilato capitolino attraverso la nostra chiave di lettura.

E ancora: Renzo Frisardi, Marco Digianfrancesco, Alberto Arcese, Gabriele Venturini, Marcello Stella, Italo Mattioli, Valerio Ranaldi, Silvano Setaro della Quadraro Boxe, Emanuele Blandamura: l’ultimo campione europeo della nostra boxe, Franco Piatti..

Chiedo scusa a tutti quelli che non ho citato. A una certa età la memoria è un bene prezioso. Per chi è riuscito a conservarla.

Ho lasciato per ultimo lo struggente momento in cui ha attraversato lo schermo il ricordo di Carlo Maggi, scomparso due anni fa. Daniele Petrucci non è riuscito ad andare avanti. Si è bloccato, ha stretto le corde del ring e ha pianto. È stato l’ennesimo omaggio a un maestro che oltre al pugilato insegnava anche la vita.

L’appuntamento è per giovedì 20 settembre al Nuovo CInema L’Aquila, via L’Aquila 64-74, ovviamente a Roma.

BOXE CAPITALE (documentario, 71’) regista e sceneggiatore Roberto Palma. Musiche: Matteo Senese. Montaggio: Alessandro Giordani. Anno di produzione: 2017. Fotografia: Giorgio Brancia. Suono in presa diretta: Luigi Scairato. Produttori: Silvia Innocenzi, Tommaso Agnese, Giovanni Saulini. Produzione: Magda Film.

Il 3 ottobre un altro incontro con il pugilato vicino e lontano dal ring.
Alla Biblioteca Hub Culturale Moby Dick (alla Garbatella) alle 17:30 ci sarà la presentazione del libro “Che LOTTA è la VITA” in cui racconto la storia di Emanuele Blandamura.

Tutti lo chiamano Lele.
Combatte dentro e fuori dal ring.
Non c’è giornata in cui non sia chiamato a confrontarsi con i demoni.
A dieci mesi è abbandonato dai genitori.
Comincia qui la storia di un uomo inseguito da incubi e dubbi.
Lo salva nonno Felice, maresciallo dei carabinieri in pensione.
Lo ama e gli insegna ad amare la vita, anche se sa di essersi imbarcato in un’impresa difficile: a 56 anni tirare su un bambino non è cosa da poco.

È un rapporto speciale quello tra il ragazzo ribelle e un signore che ne ha viste tante. Guerra e prigionia comprese.
Crescendo, Lele scopre che deve abbandonare la commiserazione e passare all’azione. È bravo a venirne fuori, lottando e soffrendo. È bravo soprattutto nonno Felice a camminargli accanto. Gli insegna come ritrovare un minimo di serenità, senza imporgli regole o stilare una lista di comandamenti.
Per fargli capire cosa sia la vita sceglie la strada più difficile da praticare, quella dell’esempio silenzioso.
E Lele capisce.
Pagina dopo pagina di “Che LOTTA è la VITA” impariamo a conoscerli meglio, fino a quando i ruoli si invertono. Il bulletto si prende cura del nonno colpito dal male e non più indipendente.
Il tempo passa, Lele scopre lo sport, diventa campione di pugilato, conquista il titolo europeo dei medi. Impresa prestigiosa. Quel giorno a bordo ring ci sono anche i genitori.
Ritrova la mamma dopo 27 anni di silenzio, riallaccia i rapporti con il papà dopo infiniti problemi.
Era un bulletto di periferia, è diventato un campione che vola addirittura in Giappone per vivere il sogno mondiale.
Tutto questo Lele racconta in prima persona nel libro.
Fanno da sfondo al romanzo le strade di una Roma di periferia, tra palestre che sembrano grotte e strade violente che offrono poco alla speranza.

CHE LOTTA È LA VITA è la storia del Sioux del Ring. Prima bulletto poi campione, salvato da un nonno eroe. Edizioni Slam, Absolutely Free Editore. Mercoledì 3 ottobre alle ore 17:30 Biblioteca Hub Culturale Moby Dick (via Edgardo Ferrati 3A, alla Garbatella, a cinquanta metri dal Teatro Palladium). Relatore il giornalista radiofonico Federico Zamboni. L’attore Giuseppe Ippoliti leggerà alcune pagine del libro. Ingresso libero.

 

 

Enzo Calzaghe, papà e allenatore del supercampione Joe, lotta per la vita

Nelle prime ore della giornata di sabato 15 settembre si era sparsa la voce che Enzo Calzaghe fosse morto.
Poco dopo è arrivata la smentita.
“È una falsa notizia. Mio zio è vivo, ma sta molto male. Per cortesia vogliate rispettare i sentimenti della nostra famiglia in questo momento così difficile” ha detto la nipote Carrie.
Enzo Calzaghe è stato il coach di Joe per l’intera carriera pugilistica del figlio. È stato al suo angolo nei 120 match da dilettante (110-10-0) e nei 46 da professionista (46-0, 32 ko, mondiale delle quattro maggiori sigle, seppure in tempi diversi, nei supermedi). È stato l’uomo che gli ha consigliato di smettere.
Nel discorso in cui annunciava il ritiro, il campione aveva riservato parole di grande affetto per il papà: “Sono stato fortunato ad aver avuto una carriera fantastica, devo ringraziare tutte le persone che sono state al mio fianco e mi hanno aiutato a ottenere tutto. Ovviamente i miei ringraziamenti speciali vanno alla mia famiglia e, soprattutto a mio padre Enzo, che prima mi ha incoraggiato a indossare i guantoni e poi è stato al mio fianco e al mio angolo per tutti i miei combattimenti”.
Calzaghe sr ha guidato anche Enzo Maccarinelli, Gavin Rees e Nathan Cleverly.
Enzo è italo-gallese. È nato a Bancali, una piccola frazione in provincia di Sassari, il giorno di Capodanno del 1949. Ha prestato servizio militare a Milano. Poi ha viaggiato molto in Europa per lavoro. Prima Londra e infine il Galles dove vive da anni con tutta la famiglia.
Sta lottando per la vita. È un combattente di razza contro un rivale terribile.
RIspetto per lui.

Ho chiesto al presidente Lai: Quale è lo stato di salute del pugilato italiano?

Ho chiesto a Vittorio Lai, presidente della Federazione Pugilistica Italiana, di rispondere a dieci domande.
Il giornalista è spesso il tramite tra chi opera in una disciplina agonistica e chi la governa. Ho raccolto dubbi e incertezze, le ho fatte mie e le ho girate a chi ha in mano le sorti di questo sport.
Sono da sempre contrario al pensiero unico.
Sul sito online della FPI vengono riportate molte notizie, ma manca totalmente (come accade del resto in qualsiasi altro sito federale) il contraddittorio.
A diciotto mesi dalle elezioni, è arrivato il momento di fare con il presidente un bilancio sul movimento pugilistico maschile italiano, dilettanti e professionisti.
È il tempo giusto per un civile scambio di opinioni.

L’ultima dichiarazione sul futuro della boxe alle Olimpiadi, fatta del Presidente del CIO Thomas Bach in data 20 luglio scorso, è drammatica: “A causa dell’urgenza di garantire passi forti e positivi per affrontare i problemi, il Comitato Esecutivo del CIO ha deciso di mantenere la sua posizione, che include la sospensione continua dei contributi finanziari all’AIBA e il diritto di rivedere l’inclusione del pugilato nel programma dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Un’ulteriore revisione dello stato dell’AIBA sarà condotta dal CIO durante la sua riunione a Tokyo, dopo il Congresso AIBA programmato per il 2 e 3 novembre”. Come si schiererà l’Italia in questa vicenda: nel Congresso di novembre, sarà accanto a Konakbayev o a Rakhimov?

L’Italia o meglio la Federazione Pugilistica Italiana valuterà al momento. Per ora la situazione è ancora interlocutoria e verificheremo lo stato dei fatti una volta formalizzate le candidature ed i relativi programmi. E’ prematuro dunque ipotizzare una scelta che comunque faremo in modo responsabile e ponderato, avendo a cuore il futuro del pugilato olimpico.

In passato, su disposizione dell’Aiba, la Fpi ha abolito il settore professionistico delegandone la gestione alla Lega Pro Boxe. Successivamente ha reinserito in organico i professionisti. Ha scelto, investendo pesantemente, la strada dell’APB che è poi fallita. Ha finanziato le WSB e quando è stata la stessa Fpi a subire un torto evidente con la cancellazione della partecipazione della squadra italiana ai quarti di finale con un preavviso di sole due settimane, non ha detto una sola parola. Tutto questo non le sembra una manifestazione di debolezza nei confronti dell’Aiba?

Direi proprio di no. Si parla di debolezza in presenza di un atto di forza. Le scelte dell’AIBA, alcune in divenire, sono state dettate da esigenze che l’ente ha valutato fondamentali per il movimento mondiale e noi, come da statuto, abbiamo ottemperato alle direttive e successive modifiche al pari delle altre Federazioni Nazionali. In molti casi non è stato facile e abbiamo talvolta comunicato il nostro disappunto su alcune questioni per le vie formali ma siamo qui per questo, per garantire un operato a livello nazionale in linea con i cambiamenti e gli sviluppi della disciplina pugilistica. Lo sport in generale si evolve e quindi il pugilato non può essere da meno.

La stessa Aiba ha recentemente approvato una competizione denominata Boxing Mixed Double. Torneo a squadre con due donne e due uomini per team, specifiche regolamentari ancora da definire. La Fpi ritiene, come sostiene l’Associazione mondiale, il torneo degno di entrare nel programma olimpico?

Ribadisco che le scelte relative al programma olimpico spettano solo ed esclusivamente all’ente mondiale in accordo con il CIO e che quindi qualsiasi valutazione da parte nostra, tra l’altro priva di elementi, sarebbe prematura e fuori luogo. Verificheremo, a regolamento definito e una volta avviata la sperimentazione, l’utilità e il fascino del torneo.

Prima di Rio 2016 l’Aiba aveva creato un gruppo di sette arbitri top, dopo i Giochi li ha messi via tutti e sette. Dopo Rio ha anche sospeso 36 arbitri/giudici senza dare comunicazioni ufficiale sui risultati dell’inchiesta. I verdetti delle ultime due Olimpiadi sono stati altamente criticabili, i provvedimenti della stessa Aiba lo confermano anche se non ufficialmente. Come giudica la Fpi la situazione attuale di arbitri/giudici nel mondo?

Sicuramente la situazione arbitrale necessita di interventi e massima vigilanza a livello mondiale per garantire l’integrità e l’etica del nostro sport. Abbiamo valutato positivamente ad esempio la sperimentazione del BAR (Bout Analysis Review) quale strumento di revisione di verdetti sbagliati, nella speranza che questo avvenga quanto prima e in vista dei prossimi Giochi Olimpici.

Negli ultimi Europei, due Mondiali e Olimpiade di Rio 2016 gli azzurri non sono mai saliti sul podio. È il segnale di un crollo dei valori tecnici del dilettantismo italiano?

In verità a giugno in occasione degli Europei Femminili Elite abbiamo riportato a casa un oro (Severin Kg +81) e due bronzi (Delaurenti Kg. 54 e Canfora Kg. 69). Quindi sul podio siamo saliti e stando ai risultati dell’ultimo semestre – ben 32 medaglie conquistate in occasione di Campionati Europei Under 22, Youth, Schoolboy, Elite e Giochi del Mediterraneo – abbiamo anche rispettato, viste le qualifiche, quanto previsto, ossia garantire un forte ricambio generazionale. Puntiamo sui giovani come è giusto che sia, mantenendo vivo e costante il passaggio di consegne tra campioni e nuove promesse.

Il presidente europeo e vice presidente mondiale Franco Falcinelli ha detto: “Il LOC (il comitato organizzatore locale, ndr) non rispettava le regole AIBA relative al numero di ITO (International Technical Officials, ndr) e la giusta qualifica di RR / Jjes (arbitri e giudici, ndr). Questo tipo di atteggiamento ha costretto l’AIBA a considerare questo evento regionale non più allo stesso livello delle passate edizioni. Di conseguenza, dobbiamo considerare i “Giochi del Mediterraneo” come un “Torneo B” dell’AIBA. Senza alcun valore tecnico per i pugili partecipanti”. Il vice presidente vicario Flavio D’Ambrosi ha detto: “In questi ultimi mesi, la Federazione ha inanellato una serie di straordinari successi internazionali. Ben 28 medaglie – conquistate ai Campionati Europei, di categoria ed assoluti, femminili e maschili – a cui si aggiungono le 4 medaglie (2 Ori, 1 Argento ed 1 Bronzo – ITALIA SECONDA NEL MEDAGLIERE DI SPECIALITA’) ottenute ai recenti Giochi del Mediterraneo. Anche i più riottosi devono cominciare ad ammettere che la mole di risultati agonistici non può attribuirsi soltanto alla sorte”. Chi ha ragione? D’Ambrosi, e quindi Falcinelli è un riottoso, o il presidente europeo, e quindi i Giochi del Mediterraneo sono un torneo senza alcun valore tecnico per i partecipanti?

Qualcuno diceva che “se discutessimo per capire, invece che per aver ragione, sarebbe tutto più semplice”. Mettere a confronto due posizioni su due argomenti diversi e non in contrapposizione mi permetto di definirla una forzatura. Probabilmente lei ha dato un’interpretazione sbagliata alle due dichiarazioni. Il Vicepresidente AIBA e Presidente EUBC Franco Falcinelli ha sollevato alcune perplessità sull’aspetto tecnico-organizzativo dei Giochi del Mediterraneo in un raffronto con le passate edizioni. Il Vicepresidente Vicario Flavio D’Ambrosi invece ha voluto solamente puntualizzare e rendere noti ai più “disattenti” i successi internazionali della Federazione, tra cui anche quelli ottenuti a Tarragona. La valutazione sul valore tecnico del torneo poi non spetta di certo a noi.

In data 19 gennaio 2018, il vice presidente vicario Flavio D’Ambrosi scriveva sul sito federale: “Una volontà che ha portato il saggio e lungimirante Presidente Vittorio Lai ad accogliere il progetto di promozione e rilancio del settore Pro, presentato dal manager Andrea Locatelli che, da parte sua, ha accolto con entusiasmo la possibilità di mettere a disposizione della Federazione l’esperienza e la professionalità maturati nel mondo dello sport ed in particolare nell’ambito del professionismo”. A sette mesi di distanza quale è il bilancio di quel progetto, Locatelli può sempre contare sull’entusiasmo della Federazione?

Il progetto di promozione e rilancio del Settore PRO presentato dal manager Andrea Locatelli è stato approvato e deliberato dal Consiglio Federale, di concerto con le società organizzatrici PRO, sulla base di una programmazione mediatica degli eventi finalizzata ad ottenere risultati certi e concreti sia in termini di posizionamento televisivo che di risorse derivanti da sponsorizzazioni e pubblicità. Incentrato sul pagamento delle spese di produzione e trasmissione televisiva e di un contributo ai promoter per le spese di organizzazione, commisurato all’importanza dell’evento, il progetto prevedeva due periodi, uno ponte e uno definitivo. Il primo aveva come scadenza aprile ma per una serie di rimandi e modifiche in corso d’opera, oltre alla chiusura di FoxSport, canale tv a cui erano destinati gli eventi big, è stato prolungato prima a luglio e successivamente ad ottobre ovvero fino al completo utilizzo del budget stanziato dalla Federazione. In occasione del prossimo Consiglio Federale verranno valutati i risultati prodotti fino ad oggi dal progetto PRO e quindi verrà presa una decisione definitiva sulla collaborazione del manager Locatelli. Per ora posso solo auspicare che l’investimento futuro da parte della Federazione non sia più finalizzato solo sull’aspetto organizzativo degli eventi PRO ma soprattutto sulla ricerca del talento, come avvenuto per il prossimo Trofeo delle Cinture FPI-WBC, che può garantire una prospettiva olimpica. Vogliamo puntare sulla crescita degli atleti per garantire un futuro al settore pro e quindi migliorare la qualità dei match che, come già concertato con note emittenti televisive, potrebbe diventare il punto di svolta per un ritorno del pugilato sul piccolo schermo. Negli ultimi due anni abbiamo investito molto a livello mediatico, credendo fortemente nelle potenzialità del Web e garantendo spazi tv ai maggiori eventi. Ma per poter condividere l’entusiasmo c’è ancora molto da fare.

Negli ultimi 14 anni l’Italia ha avuto due soli campioni del mondo professionisti per le sigle riconosciute dalla Fpi, nonostante i titoli a disposizione siano diventati 68 (17 categorie di peso per 4 Enti: Wba,Wbc, Ibf, Wbo). Nei Top 15 delle classifiche mondiali le presenze italiane al momento rappresentano lo 0,29%. Pensa che riuscirete a invertire la tendenza?

Purtroppo ancora fatichiamo a scalare le classifiche, avendo ereditato un momento di grande difficoltà del professionismo, ma proprio per questo abbiamo voluto dare la massima attenzione al movimento investendo tempo e denaro. Sicuramente non sarà facile invertire la tendenza ma, come evidenziato negli ultimi comunicati dei Vicepresidenti D’Ambrosi e Apa, abbiamo avviato una sinergia importante con il territorio e con le società organizzatrici per rimettere in moto il settore pro e renderlo competitivo a livello internazionale. Le profonde innovazioni apportate al Settore PRO sono state molto apprezzate . Solo quest’anno sono stati stanziati 250.000,00 euro per l’organizzazione di manifestazioni (Titoli Italiani e Internazionali) e per il Trofeo delle Cinture PRO FPI-WBC, oltre ad aver messo a disposizione delle società organizzatrici e degli atleti tutte le nostre risorse, uffici compresi. La ricerca del talento, l’aumento dell’attività e il miglioramento dell’assetto organizzativo di sicuro contribuiranno al rilancio del movimento.

Ho perso, per mia colpa, le tracce dei due allenatori cubani. Mi dicono che a fine anno torneranno a casa. Sia che l’indiscrezione corrisponda a verità, sia che sia inesatta, che senso ha avuto metterli sotto contratto?

La invito ad andare ad Assisi presso il Centro Nazionale di Pugilato per ritrovare ciò che ha perso. Lì troverebbe quanto programmato fin dall’inizio del mio mandato. Ho sempre ribadito che sarebbe stato un periodo transitorio e che la presenza dei due tecnici cubani avrebbe avuto un inizio e una fine, essendo stata prevista per riassestare e supportare lo staff della Nazionale Italiana Maschile da punto di vista prettamente tecnico. I tecnici cubani hanno anche collaborato con numerosi Comitati Regionali partecipando agli stages organizzati sul territorio per contribuire all’impostazione tecnico-tattica di base degli atleti. Queste iniziative hanno riscosso pieno successo e sono state molto apprezzate dai tecnici partecipanti. A conclusione di tale periodo individueremo un Direttore Tecnico che traghetterà la Squadra nel biennio olimpico verso Tokyo. Anche in questo caso abbiamo ereditato una situazione post-Rio difficile ma non impossibile da rimettere in sesto, vista la volontà, la passione e la determinazione dei nostri tecnici e atleti azzurri. Per dare un “senso” al nostro piano d’azione dovremo arrivare al 2020. Non crede?

Nelle sue interviste pre elettorali aveva promesso: la nazionale non andrà a un italiano; il tecnico federale sarà itinerante, dovrà portare qualità in giro per l’Italia; Assisi sarà il centro per rifinire la preparazione, per tirare fuori il meglio dai dilettanti senza portarli fuori dal loro ambiente; con l’Aiba ci muoveremo su un piano di critica costruttiva; su Boxe Ring la domanda è: tenerla o cancellarla? Se la terremo dovrà essere ristrutturata per diventare degna del suo passato; indiremo stage per i pugili professionisti; realizzeremo tre centri di allenamento per i pro’. E altro ancora. Pensa di avere mantenuto fede a una di queste promesse?

Penso di aver fatto fino ad oggi quello che dovevo nel rispetto di chi mi ha eletto, del movimento pugilistico italiano e di chi ogni giorno mi supporta per gestire al meglio l’attività federale. Potrei risponderle elencando quanto realizzato in questo anno e mezzo, ad Assisi, con le ASD, per l’attività PRO, AOB, Gym Boxe e Giovanile, ma essere autoreferenziali, come lei mi insegna, non servirebbe a nulla. A fine quadriennio potremo tirare le somme. Del resto, abbiamo avviato un metodo di gestione sempre più improntata alla massima trasparenza attraverso una comunicazione rapida – grazie al sito e ai social quasi in tempo reale – con cui tutti, non solo il nostro mondo, possono seguire e verificare costantemente l’operato federale. Più che aver mantenuto fede alle promesse penso che un Presidente Federale debba aver attuato il programma previsto in fase elettorale ponendo la massima attenzione alle esigenze del territorio, alle richieste dei tesserati e affiliati e quindi ai cambiamenti, che in corso d’opera ci possono stare, per migliorare lo schema iniziale e renderlo concreto, attuabile e condivisibile. Mi risulta che il consenso da parte dell’intera famiglia pugilistica non manchi e che mai come ora il Consiglio Federale sia unito e aperto al dialogo; se qualcuno ha qualcosa da suggerire o criticare ben venga, sapremo rimboccarci le maniche e, con lo spirito di un Team, trovare nuove soluzioni attraverso un confronto democratico nel rispetto dei ruoli. Basterebbe veramente poco per risollevare almeno gli animi di questo sport: meno parole, più fatti e soprattutto più collaborazione nel rispetto di una passione che dovrebbe renderci uniti e compatti. La percezione del pugilato a livello mediatico e socio-culturale migliorerebbe di gran lunga.