Falcinelli: Giochi del Mediterraneo, torneo senza alcun valore tecnico

Con riferimento ai recenti Giochi del Mediterraneo, conclusisi a Tarragona lo scorso 1 luglio, leggo sul sito della Federazione Pugilistica Europea (EUBC) una lettera del presidente Franco Falcinelli. Ne cito testualmente un passo: “Il LOC (il comitato organizzatore locale, ndr) non rispettava le regole AIBA relative al numero di ITO (International Technical Officials, ndr) e la giusta qualifica di RR / Jjes (arbitri e giudici, ndr). Questo tipo di atteggiamento ha costretto l’AIBA a considerare questo evento regionale non più allo stesso livello delle passate edizioni. Di conseguenza, dobbiamo considerare i “Giochi del Mediterraneo” come un “Torneo B” dell’AIBA. Senza alcun valore tecnico per i pugili partecipanti”.
Il testo è in italiano, quindi spero sia chiaro a tutti.

Momo Duran mondiale dei cruiser Wbc, quella magica notte di luglio 1990…

Il telefono suona due sole volte, prima che arrivi il terzo squillo Massimiliano ha già la cornetta in mano.

“Dimmi Rocco”.
“Sapevi che avrei chiamato?”
“Lo speravo”.
“Ho una grande notizia per te”.
“Dimmi Rocco”.
“Prova a indovinare”.
“Il titolo europeo?”
“Sali”.
“Non dirmi che è il mondiale”.
“E invece te lo dico. Hai la possibilità di fare il titolo. Hai un’ora di tempo per decidere. Prendere o lasciare”.
“Ti richiamo”.

Cinque minuti dopo Carlo torna a casa.
“Papà, ha chiamato Rocco. Posso fare il mondiale”.
“Te la senti? Ne sei convinto?”
“Certo”.
“E allora andiamo a prenderci questo titolo”.

È nata così la grande avventura di Massimiliano Duran.
Accadeva nella tarda primavera del 1990.

Due mesi dopo, il 27 luglio di quell’anno: venti giorni dopo i mondiali di calcio di Italia ’90, si batteva sul ring di Capo d’Orlando contro il grande Carlos De Leon.

Ciao Massimiliano, vogliamo parlare di quella notte?

“Volentieri Dario, comincio dicendoti come mi sentivo dopo quella telefonata di Rocco Agostino. Mi sembrava di essere protagonista di un sogno”.

Se chiudi gli occhi, quale è la prima immagine che ti torna alla mente?

“Quella di un signore che dal palazzo accanto all’hotel dove alloggiavo in attesa del match a Capo d’Orlando, mi ha visto e salutato. Due minuti dopo ero circondato da una marea di ragazzi, nell’edificio vicino c’era una scuola e loro volevano conoscere lo sfidante al titolo”.

 

Altri tempi, altra popolarità per il pugilato.

“Il match era trasmesso in diretta da Rai2, telecronista Mario Guerrini, interviste di Franco Costa. Stadio pieno”.

Nello spogliatoio, prima dell’incontro, sia tu che Carlo avete detto che eravate sicuri della vittoria.

“Il mio obiettivo era quello di diventare campione italiano. C’ero riuscito, poi avevo avuto questa enorme fortuna. Non potevo sprecarla. Sapevo che sarebbe stato un match difficile, De Leon era un campione con grande esperienza. Ma ero preparato a tutto. Papà mi aveva detto molte cose, mi aveva raccontato dei trucchi che i pugili usavano sul ring. Mi aveva messo in guarda sulle ditate negli occhi e i colpi alla gola. Non aveva tenuto delle lezioni, mi aveva raccontato queste storie mentre mangiavamo. Come se nulla fosse. E puntalmente il portoricano mi aveva fatto vedere in concreto cosa significasse subire quelle scorrettezze. Ero preparato. Mi allenavo a Bogliasco assieme a tanti campioni. Vedevo gli altri andare a combattere per un titolo e spesso tornare vincitori. Mi sentivo parte di una scuderia importante. Ero covinto di vincere, di farcela. Non potevo sciupare un’occasione del genere. Mi sentivo in grado di accarezzare il cielo, di toccare il fuoco senza farmi male”.

Carlos De Leon aveva disputato quindici titoli mondiali, tu avevi fatto in tutto quindici match. Lui era stato più volte campione, aveva una borsa da 500.000 dollari in arrivo per una sfida con George Foreman, era più esperto e maturo. Perché eri così sicuro di farcela?

“Non è che fossi certo in assoluto. È che l’avevo visto combattere e mi ero fatto l’idea che se lo avessi preso in velocità, se avessi usato il mio sinistro come sapevo, se avessi avuto le gambe per reggere il ritmo delle dodici riprese, sarei potuto scendere dal ring da campione”.

Alla fine è andata così, anche se la conclusione non è stata quella immaginata.

“Ho vinto per squalifica all’undicesima ripresa. Lui era già stato scorretto in quel round, mi aveva buttato in terra con una spinta. L’arbitro Logist aveva trasformato quella scorrettezza in un knock down e mi aveva contato. Poi era andata anche peggio. Dopo il suono del gong che decretava la fine della ripresa, con l’arbitro in mezzo, lui mi aveva colpito in faccia con un gancio destro. Io avevo guardato Logist e avevo visto che non aveva intenzione di fare niente neppure quella volta. Allora ho pensato che mettendo il ginocchio al tappeto avrei potuto farlo ammonire, così avrei pareggiato il conto. Ma in quel momento si è scatenato l’inferno”.

Sono volati sul ring chili di spaghetti, una scena che è stata mandata in onda dalle televisioni di tutto il mondo.

“È vero, a ripensarci mi viene da ridere. Uno degli sponsor aveva fatto distribuire un pacco di spaghetti per ogni spettatore. La gente, sentendosi tradita, ha manifestato in quel modo la sua disapprovazione”.

Campione del mondo per squalifica, al termine di un match in cui eri comunque davanti nei cartellini dei tre giudici.

“Era andato tutto come avevamo previsto. Ero avanti di due e tre punti, il terzo aveva il pari. Per il verdetto è stata determinante la mediazione dell’avvocato Antonio Sciarra, all’epoca alla guida del professionismo. Ha parlato con l’inglese Clark, il rappresentate del Wbc, e sono arrivati alla decisione più giusta. Altri dirigenti, altri tempi”.

Carlo dopo il match mi diceva che avrebbe voluto portarti negli Stati Uniti, invece non è andata così.

“Il piano era quello. Prima una difesa a Ferrara contro Anaclet Wamba, in quello che sarebbe stato il mio ultimo match in Italia. Poi la sfida contro Thomas Hearns negli States. L’accordo era già stato raggiunto. Lui voleva vincere un’altra corona dopo quelle dei welter, superwelter, medi, supermedi e mediomassimi. Io avrei preso una borsa da un milione dei dollari. La mia vita sarebbe completamente cambiata”.

E invece non è andata così.

“La mia vita è cambiata, ma non nel senso che avevo pensato. Papà è morto e io ho visto saltare tutto per aria. Ero arrivato troppo in alto per gestire tutto da solo. Non sapevo come fare, mi mancava quella guida che avevo sempre avuto. Non ho avuto la capacità di tirarmi fuori da quella situazione. Ho sofferto un casino, chi avevo attorno ne ha approfittato e io non mi sono neppure difeso”.

Cosa è accaduto?

“Borse che cambiavano in continuazione, match che venivano spostati senza informarmi. Cose normali fuori dal ring, ma io non ero preparato ad affrontarlo. Per me era qualcosa di insostenibile. Ci sono rimasto così male che quando ho smesso di fare il pugile ero disgustato dalla boxe, sono rimasto un anno senza neppure mettere piede in palestra”.

Eri molto legato a tuo padre, del resto tutta la tua famiglia è molto unita. Lasciando un attimo tranquilli mamma Augusta e tuo fratello Alessandro, dimmi: quali sono le cose più belle che Carlo ti ha detto da uomo e da pugile?
“Da pugile, una volta alla fine di un allenamento a Bogliasco, mi ha detto: “Massimiliano sono contento, adesso sei forte e maturo. Andrai lontano”. È stato grande. Da uomo mi ha detto una cosa che mi ha profondamente toccato: “Ti ringrazio per quello che stai facendo per tuo fratello Alessandro, non ti rendi neppure conto di quanto tu lo stia aiutando”. Ero già campione del mondo, probabilmente se mi fossi montato la testa e avessi fatto il fenomeno lui ne avrebbe risentito”.

Di Alessandro sei stato anche l’allenatore. Come era il vostro rapporto?

“Abbiamo dormito per sei anni nella stessa stanza. Credi che qualcuno potesse conoscerlo meglio di me? Conoscevo i suoi punti di forza e le sue paure. Su una cosa potevamo discutere all’infinito senza essere d’accordo. Lui diceva che se un pugile non ha talento non va da nessuna parte. Io gli rispondevo che quel che diceva era vero, senza talento non si può costruire nulla. Ma se non hai accanto una persona che quel talento riesce a fartelo esprimere al cento per cento, puoi rimanere per sempre un incompiuto che non arriva fino a dove sarebbe potuto arrivare. Non lo ammetterà mai, ma credo di avere avuto un ruolo importante nella sua carriera: i titoli li ha vinti con me accanto. Lui lo sa, anche perché quando veniva all’angolo non potevo dirgli una cosa che già la stava facendo”.

Come sarebbe stata la famiglia Duran senza la boxe?
“Non so cosa rispondere. Avevo quindici anni e già avevo deciso. Mi divertivo a fare il pugilato, ero contento di farlo. Sentivo l’orgoglio di essere diverso, di essere in grado di fare cose che altri non riuscivano a fare”.

L’idea che saresti potuto arrivare al mondiale, quando è arrivata?

“Se devo scherzare, dico che una volta eravamo a tavola Alessandro, Kalambay ed io. Ridendo ho detto: ecco tre campioni del mondo, Sumbu dei medi, Ale dei welter e io dei mediomassimi. E andata proprio così, anche se ho cambiato categoria. Ma quella era solo una battuta. Se devo essere serio dico che da quando ho cominciato pensavo a obiettivi sempre più importanti, passo dopo passo. Intendo dire che ci credevo, sognavo di arrivarci, non che ne fossi sicuro”.

E dopo il mondiale come ti sei sentito?

“Mi sembrava di volare”.

In palestra adesso hai una cintura speciale del World Boxing Council. Che significato ha?
“È stata una gioia, un momento di felicità. Devo ringraziare il presidente Mauricio Sulaiman e Mauro Betti, un amico, una persona seria. È una cintura realizzata appositamente per l’Italia, per il torneo che avevo in mente. Ci sono i simboli di tutte le regioni italiane e al centro quello della Repubblica. Ne sono orgoglioso, anche se non è finita come avevo sognato”.

Chiudo con una domanda poco impegnativa. Chi ti ha regalato il tuo soprannome?

“È stato quello svitato di mio zio. All’esordio da professionista dovevo incontrare Momo Cupelic che si è presentato a Ferrara con dei mutandoni che non vedevo da anni. Erano da militare, con lo spacco davanti. Da vergognarsi, anche se devo dire che oggi Cupelic le avrebbe suonate a tanti. Quando in allenamento non andavo, avevo poca voglia o non facevo le cose per bene, mio zio continuava a ripetermi: “Non fare il Momo, Non fare il Momo”. Così quel soprannome mi è rimasto addosso, un giornalista l’ha scritto in un articolo ed è stata la fine. Ma mi ha portato fortuna e quindi dico: Grazie Momo”.

Massimilano chiude con una risata questa lunga chiacchierata.

È il testimone di un pugilato che forse non tornerà più. Quello dei match in diretta sulla Rai, degli stadi pieni, dei nostri campioni che partono nettamente sfavoriti e battono il grande di turno.
Oggi Momo allena e lo fa con la stessa passione di sempre.
In questa intervista però c’è una domanda sbagliata, colpa mia.
Perché sono andato a chiedere a un Duran cosa sarebbe stata la sua famiglia senza il pugilato?
Come dice la scrittrice americana Joyce Carol Oates: “La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe“.

I Duran lo sanno benissimo.

MASSIMILIANO DURAN è nato a Ferrara il 3 novembre del 1963. Ha debuttato da professionista il 23 maggio del 1986. In carriera ha disputato 25 match: 19 vittorie (8 prima del limite), 6 sconfitte. È diventato campione del mondo dei massimi leggeri Wbc il 27 luglio 1990 battendo a Capo d’Orlando, per squalifica all’undicesima ripresa, Carlos De Leon. È stato anche campione italiano ed europeo della categoria.

Ex peso leggero batte il massimo Danny Williams per il titolo WBU…

Lee McAllister ha attraversato undici anni di carriera combattendo a cavallo tra leggeri e superleggeri, categorie in cui ha conquistato il titolo del Commonwealth. L’ultimo match con licenza inglese l’ha fatto da welter. Poi ha intrapreso un’altra strada.
Sabato 28 luglio è salito sul ring dell’Aberdeen Beach Ballroom per sfidare in 12 riprese il peso massimo Danny Williams.
Williams (52-27-0) era presentato dalla promozione dell’evento come l’uomo che ha chiuso la carriera di Mike Tyson. In termini statistici è vero, anche se quel Tyson era già finito da tempo. Ma il match in questione è del 30 luglio 2004, dopo di allora il massimo britannico ha combattuto altre 43 volte, perdendo in 23 occasioni. Oggi, a 45 anni compiuti da poco, se ne va in giro a prendere borse offrendo in cambio il ricordo della magica notte di quattordici anni fa.


Danny era al suo quarto match dell’anno.
Nel 2018 ha sconfitto Rudolf Balos (0-3-0), Martin Stensky (3-42-0) e Jozsef Komany (19-35-1).
Williams è alto 1.91 ed è salito sul ring a 120 chili.
McAllister (36-3-0, 10 ko) si è ritirato nel 2013, poi nel novembre 2016 ha preso la licenza irlandese ed è tornato a combattere. Sei vittorie contro rivali non esaltanti, l’ultimo è Lee Kellett un massimo leggero con un record di 5-10-2.
In sei mesi l’ex campione dei superleggeri ha dovuto mettere su quasi 25 chili e sabato ha combattuto a 95 kg, lui che è alto 1.75.
Lee McAllister, detto The Aberdeen Assassin, ha vinto per kot al decimo round, dopo avere inflitto tre atterramenti a Danny Williams che subito dopo il match ha annunciato il ritiro.

Ultima annotazione su questa sfida.
Come riportato dai giornali locali e confermato dalla foto del vincitore, l’incontro sarebbe stato valido per il titolo dei massimi Wbu. Non se ne trova traccia in boxerec.com, nè nel sito ufficiale della stessa Wbu. Un giallo in piena regola. Una ulteriore stranezza in una serata che lascia aperti molti interrogativi.

 

 

 

Sabato e l’8 settembre grande boxe su SkyArena. Poi la vedremo su DAZN?

In arrivo da Sky notizie buone e meno buone per chi ama la boxe.
Sabato 28 luglio interessante serata su SkyArena (canale 203).
Con inizio alle ore 20:30 vedremo la riunione di Eddie Hearn alla 02 Arena di Londra, il clou sarà la sfida tra i pesi massimi Dillian Whyte (23-1-0, 17 ko, 30 anni), che nell’ultimo match del 24 marzo scorso ha sconfitto per ko 6 l’imbattuto Lucas Browne (25-0), e Joseph Parker (24-1-0, 18 ko) che nell’ultimo incontro del 31 marzo ha perso contro Anthony Joshua ai punti, diventando il primo pugile a portare alla distanza il campione del mondo.
Nel resto della serata: massimi, Dereck Chisora (28-8-0) vs Carlos Takam (35-4-1); leggeri (mondiale donne Ibf e Wba) Katie Taylor (9-0) vs Kimberly O’Connor (13-3-2); welter: Conor Benn (12-0) vs Cedrick Peynard (6-5-3); massimi: Nick Webb (12-0) vs David Allen (13-4-2).
Repliche: domenica 19 alle 13 e alle 18; lunedì 20 alle 14 e alle 22; martedì 31 alle 20:15.
L’8 settembre, dalla Birmingham Arena, ancora SkyArena a trasmettere pugilato di livello. Il clou stavolta sarà sostenuto dai superwelter Amir Khan (32-4-0) e Samuel Vargas (29-3-2). In cartellone anche la sfida tra i medi Jason Welburn (23-6-0) e Tommy Langford (20-2-0).
Telecronache di Mario Giambuzzi, commento tecnico di Alessandro Duran.
Il 22 settembre lo stadio di Wembley ospiterà il mondiale massimi Ibf, Wba, Wbo, Ibo tra il detentore Anthony Joshua (21-0, 20 ko) e lo sfidante Alexander Povetkin (34-1, 24 ko). Il match sarà organizzato da Eddie Hearn, ma come tutti gli altri incontri di Joshua non rientra nel pacchetto dell’accordo siglato a suo tempo con Fox (e ora passato a Sky). Questa sfida sarà trattata a parte, solo nelle prossime settimane sapremo se potremo vederla in diretta (come è stato finora per gli altri match di Joshua) o no.
La notizia brutta è che agli inizi di ottobre scade il contratto che lega Matchroom alla televisione di Murdoch e al momento non ci sono segnali nè nell’uno, nè nell’altro senso. L’unica cosa certa è che con le riunioni di Londra e Birmingham si chiude la programmazione già codificata.
Voci che arrivano al di fuori da Sky, dicono che potrebbe esserci la possibilità che il canale pronto ad ospitare nel prossimo futuro il pugilato, grazie a Perform, possa diventare DAZN. Dopo avere acquisito i diritti di tre partite del campionato di Serie A e di tutta la Serie B, la televisione potrebbe allargarsi ad altri sport.
Vedere DAZN non è complicato. Non serve il cavo, nè la parabola satallitare. Basta un collegamento Internet. Si può vedere su smart Tv, smartphone e tablet, computer (i network sono Chrome, Firefox, Internet Explorer, Edge e Safari).
Oggi è stato annunciato l’accordo Sky-Perform per il calcio. Il rapporto di lavoro dunque esiste già, gestire la boxe non dovrebbe essere un problema, serve però la voglia di cimentarsi in questo campo.
L’acquisto dell’evento da parte dello spettatore potrebbe essere singolo, senza un costo di abbonamento. In pratica una vera e propria pay per view con prezzi da decidere.

Se non cambierà la governance, il CIO cancellerà la boxe dalle Olimpiadi

Il pugilato rischia grosso, ma l’Associazione mondiale che lo gestisce (AIBA) sembra non curarsene. A spingerla verso una direzione diversa da quella attuale non sarà solo la minaccia di esclusione dai Giochi di Tokyo 2020, ma anche e soprattutto il taglio definitivo dei contributi. Con l’attuale situazione finanziaria l’AIBA non si può certo permettere di riunciare ai diciotto (18) milioni di dollari annui che riceve dal Comitato Olimpico Internazionale.

Il CIO è stato molto chiaro, il messaggio è partito senza possibilità di imcomprensioni.

“A causa dell’urgenza di garantire passi forti e positivi per affrontare i problemi, il Comitato Esecutivo del CIO ha deciso di mantenere la sua posizione, che include la sospensione continua dei contributi finanziari all’AIBA e il diritto di rivedere l’inclusione del pugilato nel programma dei Giochi olimpici di Tokyo 2020. Un’ulteriore revisione dello stato dell’AIBA sarà condotta dal CIO durante la sua riunione a Tokyo, dopo il Congresso AIBA programmato per il 2 e 3 novembre”.
Questo l’annuncio di ieri, oggi ha ribadito la posizione: “I progressi compiuti dall’Associazione Internazionale di Boxe (AIBA) sono stati riconosciuti, ma viste le numerose discussioni ancora in corso all’interno della Federazione su questioni finanziarie, imminenti elezioni e misure di buon governo, il CE del CIO continua a riservarsi il diritto di rivedere l’inclusione del pugilato nel programma Tokyo 2020”.
La chiave di lettura è nelle date.
Il Congresso Elettivo dell’AIBA è in programma il 2 e il 3 novembre, solo allora sapremo il destino della boxe olimpica. Eppure il CIO avrebbe già potuto pronunciarsi nella 133esima sessione che terrà a Buenos Aires l’8 e 9 ottobre.
Avrebbe potuto farlo in altre tre occasioni, quando ha ricevuto altrettanti rapporti dell’AIBA: 31 gennaio, 30 aprile, 18 luglio.
Il problema è che l’Associazione Mondiale di pugilato non ha mai risposto nella maniera in cui il CIO avrebbe voluto alla madre di tutte le domande: “Sarà nel rispetto delle regole il problema della governance?”

La voglia di uscire da un imbarazzante equivoco è tanta.

L’attuale presidente a interim dell’AIBA è Gafur Rakhimov.
Il prestigioso quotidiano britannico Guardian ha scritto: “Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti lo ha definito uno dei principali criminali del suo Paese, una persona coinvolta nel traffico di eroina collegato al gruppo criminale Thieves-in-Law”.
Gli Stati Uniti gli hanno negato il visto d’ingresso.
Il CIO non accetterà che questa persona resti alla guida del movimento e, ma questo non lo ha chiesto, credo che lo stesso farà con chi lo ha difeso e appoggiato.

L’AIBA finora si è schierata a difesa del dirigente: “È vittima di una campagna diffamatoria, non è mai stato condannato per alcun crimine”.
Questa la situazione.
Se l’AIBA confermerà Gafur Rakhimov alla presidenza e gli affiancherà le persone che ne hanno assecondato la politica, il CIO, scegliendo a supporto della decisione una spiegazione meno diretta, taglierà definitivamente i contributi e cancellerà il pugilato dai Giochi Olimpici.

Il prossimo appuntamento è per il 2 e il 3 novembre, sarà in quei giorni che conosceremo le decisioni prese dall’AIBA.

Quelle del CIO sono chiare fin da oggi.

 

Il CIO prolunga la sospensione Aiba. Boxe ancora a rischio per Tokio 2020

Il Comitato Esecutivo del CIO, riunito a Losanna, ha ricevuto una relazione sulla situazione della International Boxing Association (AIBA) e ha evidenziato la sua significativa preoccupazione in corso in una serie di settori chiave, tra cui la governance e la gestione etica e finanziaria, che richiedono ulteriori informazioni e conferme.
“A causa dell’urgenza di garantire passi forti e positivi per affrontare questi problemi, il CE del CIO ha deciso di mantenere la sua posizione, che include la sospensione continua dei contributi finanziari dal CIO all’AIBA e il diritto di rivedere l’inclusione del pugilato nel programma dei Giochi olimpici di Tokyo 2020. Un’ulteriore revisione dello stato dell’AIBA sarà condotta dal CIO durante la sua riunione a Tokyo, dopo il Congresso AIBA programmato per il 2 e 3 novembre”.
Situazione di stallo dunque, ma più si allungano i tempi più aumentano le preoccupazioni.
Il clima di euforia che attraversa i comunicati dell’AIBA per ora non trova riscontro nelle decisioni del CIO. Forse il Comitato Olimpico Internazione spera che dal Congresso elettivo di novembre esca un nome che non sia quello dell’attuale presidente o del suo entourage.

Antoine e Maud Griezmann, un momento di gioia per combattere l’incubo

Lui è Antoine Griezmann, 27 anni, idolo della Francia. Il calciatore a cui un’intera nazione ha affidato un sogno, il genio tattico che ha portato la squadra a vincere il Mondiale di Russia 2018.

Lei è Maud Griezmann, 30 anni, la sorella. Una donna che ha vissuto un incubo.

Parigi, 13 novembre 2015.

Ore 9:00 della sera.

Maud è con Simon Degoul, il fidanzato, all’interno di un grande locale dove si suona musica dal vivo.

Antoine sta uscendo dagli spogliatoi dello Stade de France dove tra poco affronterà la Germania in amichevole.

Qui comincia la storia.

Un dramma, anzi una tragedia.

Maud ha raccontato quella notte maledetta a Sam Borden del New York Times.

Lei spegne il cellulare, la musica degli Eagles of Death Metal è troppo forte per sentirlo, per parlare. C’è allegria attorno a Maud, il rock aggiunge ritmo a una gioventù che in quel momento chiede solo di divertirsi.

Alle 9:20 due kamikaze si fanno esplodere appena fuori dallo stadio. Il presidente Francois Holland viene portato rapidamente via in elicottero. La partita si ferma. I tifosi, rifugiatisi dentro il terreno di gioco, sono terrorizzati. I giocatori sono rinchiusi negli spogliatoi.

Un’altra sparatoria in un ristorante di Parigi.

C’è l’inferno là fuori, vicino a lei. E c’è Antoine che ha paura.

Maud non sa niente, ha spento i contatti con il mondo, la musica è l’unica cosa che riempie quei momenti della sua vita.

È legata al fratello, è legata alla famiglia.

Ha un tatuaggio con la data di nascita di Antoine e uno con il nome dell’altro fratello: Theo.

Nel locale si sentono degli scoppi. Lei pensa che siano effetti scenici, uno scherzo. Pensa a tutto, non può neppure immaginare cosa possano fare gli uomini quando hanno il buio in fondo al cuore.

Le urla sono il segnale di quanto brutta possa essere a volte la vita. Non è uno scherzo, né un effetto scenico. È la tragedia che si presenta in tutta la sua crudeltà.

Il commando spara per uccidere.

In molti si buttano a terra.

Maud e il fidanzato sono con la faccia schiacciata sul pavimento, fanno di tutto per non muoversi. Chiunque dia un segnale di irrequitezza viene brutalmente ammazzato.

Alla fine saranno 130 i morti di quella maledetta giornata, 90 di loro saranno uccisi al Bataclan. Il locale dove Maud Griezmann pensava di trovare un fine settimana spensierato.

L’irruzione della polizia salva molti ragazzi. Lei e Simon scappano via a piedi nudi, raggiungono un taxi, chiedono di essere portati a casa.

Sono le 2:00 del mattino del 14 novembre 2015.

La tragedia si è compiuta, l’incubo è appena iniziato.

 

Ieri, 15 luglio 2018, Antoine ha giocato la finale dei Mondiali 2018 contro la Croazia di Modric. La Francia si è aggrappata al suo estro per conquistare il trofeo.

Non so se In tribuna ci fosse Maud, come nella finale degli Europei 2016, i due si vogliono un mondo di bene.

Quando Antoine era piccolino e tirava il pallone contro la porta del garage di famiglia, lei vestiva i panni del portiere e lo incoraggiava a calciare più forte, più preciso.

Oggi lavora per lui, cura la sua immagine e le pubbliche relazioni.

Maud tifa per Antoine, questo la aiuta a scacciare le immagini di un incubo che sa benissimo l’accompagnerà per tutta la vita.
Per non dimenticare ha aggiunto sulla pelle un nuovo tatuaggio.

L’immagine della voce guida degli Eagles of Death Metal che canta, mentre piange, abbracciato alla Torre Eiffel.

Pensare che la gioia di una vittoria in un’importante partita di calcio possa aiutare a scacciare il ricordo di una tragedia, sarebbe una follia. Ma il piacere di vedere un fratello felice per qualcosa che regala gioia a tanta altra gente, può aiutare a vivere un momento di pace.

La Wba non conosce la vergogna e annuncia quattro mondiali nei cruiser

Quattro campioni per un titolo.
Quattro campioni (che vengono definiti mondiali) nella stessa categoria, per lo stesso Ente che gestisce una fetta del pugilato.
Murat Gassiev (26-0, 19 ko) è il supercampione dei massimi leggeri (cruiser) Wba (e lo è anche per Ibf, Wbc, Wbo).
Denis Lebediev (30-2-0, 22 ko) è il campione in sospeso dei massimi leggeri Wba.
Arsen Goulanurian (23-0, 25 ko) è il campione a interim dei massimi leggeri Wba.

Questa la situazione fino a sabato quando, battendo in un match con il titolo vacante Hizui Altunkaya (30-10-0) ad Astana per kot 9, Beibut Shumenov (18-2-0, 12 ko, foto in alto e in basso) è diventato il nuovo campione regolare Wba.
E sono quattro!

Non bastano la differenziazione in diciassette categorie di peso, la spartizione in quattro Enti diversi, considerando solo le sigle maggiori e ignorando le altre (almeno) dieci. No, ecco la World Boxing Association che ci racconta che in una sola categoria, i massimi leggeri, lei ha quattro campioni del mondo.
A Roma si dice: non conosce la vergogna.
Va bene anche Totò: “Ma mi faccia il piacere!

Salta il rientro di McCall (53 anni), il rivale si ritira poco prima del match

Per fortuna qualcuno ha avuto il buonsenso di annullare lo show prima che cominciasse.
Non penso sia stato chi l’aveva messo in piedi.
Ernest Krystal Reyna, il presidente della Reyna Promotions che opera a Corpus Christi, aveva così annunciato il ritorno sul ring dopo quattro anni di assenza del 53enne Oliver McCall (57-14-0, 37 ko): “Questo sarà il ritorno del campione Oliver McCall, in cartellone nella nostra riunione. Ho passato molto tempo con lui nel  campo di allenamento e posso dire una cosa: Non credo che ci sia nessun peso massimo in attività che lo possa fermare”.
McCall avrebbe dovuto combattere ieri notte all’American Bank Center di Corpus Christi, in Texas, contro Terrel Jamal Woods (17-42-7, 11 ko), un perito elettronico che vive a Forrest City con la sua compagna.
Tutto era filato senza sorprese fino alle operazioni di peso: 109 chili per l’ex campione del mondo Wbc dei pesi massimi, 112 per l’avversario.
Poi, senza dare tante spiegazioni, Woods si è ritirato e il match è saltato.
Non circolano, al momento, commenti di Oliver McCall. Non si sa se voglia riprovarci o meno. L’augurio è che cerchi altre strade e non corra ulteriori rischi.
In cartellone sono rimasti due match di pesi massimi, i loro match sono durati in totale meno di tre minuti: Ernest Reyna jr (9-5-0, 5 ko) ha sconfitto per kot 1 Larry Knight (1-15-1), Juan Garza (2-0) ha battuto per ko 1 dopo 54 secondi Allen Nelson (al debutto). 

Stanotte Oliver McCall torna a combattere, in aprile ha compiuto 53 anni!

Oliver McCall è diventato campione del mondo dei pesi massimi il 24 settembre del 1994 battendo a sorpresa, con un devastante kot al secondo round, Lennox Lewis.

Nel ’95 ha difeso il titolo superando ai punti Larry Holmes.

Il 23 aprile del ’93 aveva inflitto un kot all’ottavo round a Francesco Damiani.

Oliver McCall (57-14-0, 37 ko) ha disputato l’ultimo match il 26 aprile del 2014, negli ultimi sei incontri ha vinto due volte e perso in quattro occasioni.

Dopo aver raggiunto l’apice nel pugilato ha avuto diversi alcuni problemi con la legge. È stato arrestato per possesso di cocaina, internato in un centro di recupero per tossicodipendenti.
Sul ring in molti ricorderanno la rivincita contro Lennox Lewis, persa in modo drammatico: si era rifiutato di continuare a combattere, era stato vittima di un vero e proprio crollo mentale (foto sopra).

Sposato e divorziato due volte, padre di quattro figli, in carriera ha guadagnato dodici milioni di dollari.

Stanotte tornerà sul ring a Corpus Christi per un match contro Terrel Jamal Woodds (17-42-7, 11 ko). Al peso 109 chili per lui, 112 per l’avversario.

Il 21 aprile scorso Oliver McCall ha compiuto 53 anni.