Mazzinghi vs Ki-Soo Kim, di match così puoi permettertene solo uno nella vita

 

Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza.
(Che Guevara)

Domenica, 26 maggio 1968.
Kim detta le regole.
Intasca una borsa di 54.000 dollari, un’enormità per questi tempi. Pretende, e ottiene, anche altro.

«Non ho alcuna intenzione di ripetere le operazioni di peso. Se non vi sta bene, ditemelo. Torniamo a casa e ci portiamo dietro la cintura».

Lo accontentano, devono farlo.
Sale sul ring a 73 chili, più di tre oltre il limite della categoria.

Le cinque della sera, due tori nell’arena.
Sandro è solo, come ogni pugile sul ring.
Non sente nulla, tranne un rumore che viene da lontano.

È un rumore confuso. Aumenta di intensità e lui lo avverte sempre più vicino. Non sono parole, non è un suono definito. È un frastuono che gli cresce nella testa, un ronzio che si trasforma lentamente in un fragore che riempie le orecchie.

Quando è Ki-Soo Kim a colpire, un silenzio assordante si impossessa dello stadio. In questi attimi che sembrano eterni, Mazzinghi si sente naufrago in mare aperto. Poi torna ad ascoltare quel suono che lo spinge ad andare avanti, a resistere, ad attaccare.

I colpi del coreano scatenano un silenzio assordante. Le urla che accompagnano le serie di Mazzinghi sono musica che riempie il toscano di nuove energie.

Le cinque della sera, due tori nell’arena.
Ki-Soo Kim è un rivale tosto, cattivo, resistente.

Quel rumore che cresce a ogni colpo è un alleato che rende meno pesante la fatica di Mazzinghi. Sembra il rombo di un aereo in fase di decollo, nell’attimo in cui le ruote si staccano da terra.

L’altro usa la testa come un’arma pericolosa. Lo colpisce pieno, di striscio, gli spinge i capelli ispidi sul volto.
Una testata, subito.

Pronti, via e Sandro si spacca lo zigomo destro. È un taglio profondo e doloroso. Al secondo round quello gli rompe anche l’arcata sopracciliare sinistra. Il sangue viene giù copioso.

La folla urla inviperita. Distinti signori in giacca e cravatta gridano parole da trivio. Protestano e hanno ragione. L’arbitro Harold Valan sta permettendo al coreano qualsiasi scorrettezza.

Mazzinghi sanguina, ma continua ad attaccare. Pressa, colpisce, insiste.

Al terzo round il coreano si scopre e lui gli piazza un gancio sinistro al fegato. La mano affonda nel corpo che per un attimo è rimasto senza difesa. Il campione prova a girarsi verso destra, a coprire con il gomito quella zona così vulnerabile. Ma fa ogni gesto con una frazione di secondo di ritardo, lo fa quando ormai il pugno di Sandro è già andato a segno.

A Mazzinghi basta fare un mezzo passo indietro perché quello gli finisca a tiro. Doppia con un montante destro al mento.

Sente le nocche che vanno a sbattere proprio lì, sa che l’altro soffre. Sa che il cervello sta inviando segnali di pericolo a tutto il corpo.

Il toscano tira colpi a raffica, sono ventuno quelli che centrano il bersaglio in pochi secondi.

Gancio.
Montante.
Diretto.

Non si ferma.

Gancio.
Montante.
Diretto.

L’altro soffre, ma continua a replicare.

Mazzinghi sbuffa e istintivamente si ferma per un attimo.

Ki-Soo Kim gli cade addosso, prova a tenersi in piedi poggiando la mano sulla spalla di Sandro, sbarella. Il toscano si gira lentamente, si scrolla di dosso il rivale e quello finisce al tappeto.

Valan inizia il conteggio, il coreano si gira verso l’angolo. Spalle all’arbitro poggia le braccia sulle corde in chiaro segno di resa.

«Ha abbandonato!» pensa lo sfidante.

«È finita Ale! Hai vinto!» urlano dall’angolo.

Non è così.

Il match va avanti.

Mazzinghi picchia e l’altro incassa. Ma quando è il coreano a replicare, sono dolori anche per Sandro.

Si scambiano autentiche mazzate. Quei due sono di ferro e soprattutto decisi a percorrere l’intera strada della sofferenza.

Il sangue, gli spacchi, il dolore, la vista appannata. Fa tutto parte del bagaglio che hanno previsto di portarsi dietro. Sono pronti a metterselo sulle spalle, l’importante è arrivare sino in fondo. Possibilmente, da vincitori.

È il match più duro nella vita sofferta del toscano.

Ci vuole un fisico bestiale per sopportare una battaglia così. Ci vuole soprattutto un grande cuore. Sandro quello l’ha sempre avuto. Nessuno l’ha mai fatto indietreggiare.

I capelli del coreano sono corti, appuntiti. Viene avanti a testa bassa.

«Mi sembrava di avere un riccio sugli occhi» dice Sandro che continua a dare e a prendere. Ha trent’anni, quelli del pugilato dicono che è vecchiotto. L’altro è un grande lottatore che accetta la battaglia. Le cose rischiano di mettersi male.

Quanto potrà andare avanti a questi ritmi?

Pam-pam, pa-pam, pa-pam.

Un colpo dietro l’altro. Sembra non vogliano prendere tempo neppure per respirare. Vanno avanti in apnea. Le braccia sempre in movimento. La schiena curva, la testa incassata, i corpi che oscillano lentamente e i guantoni che vanno a colpire tutto il possibile. Testa, corpo, mento, braccia. Un colpo, un altro ancora e poi un destro che doppia un sinistro, uno, due, cento pugni in fila per costruire un sogno.

Ha ragione Sandro, nel pugilato il successo arriva attraverso il dolore.

Incalza Ki-Soo Kim, non gli dà pace.

Subito dopo ogni break lui è lì, pronto a saltare sulla preda, ad azzannarla. L’altro pensa che prima o poi si fermerà, che avrà bisogno di riprendere fiato.

Ma Sandro sa soffrire, sa resistere al dolore. E continua a picchiare, a venire avanti.

Ritmo, aggressività, ritmo, aggressività.

Prendersi un attimo di pausa gli sembra un lusso.

Mazzinghi ha paura che arrivi prima l’altro. I colpi di Kim fanno male, è uno tosto, sa come picchiare. Sembra quasi che non senta la fatica.

Quindici riprese sono lunghe da passare.

Sembra impossibile che possano arrivare sino alla fine. Eppure ci riescono. Sono stanchi, esausti. Negli occhi della folla resta il film di una violenza mai vista, una scena in cui il colore dominante è il rosso del sangue.

Finisce ai punti. Sandro saltella e si scambia pacche sulle spalle con il fratello Guido, con il manager Adriano Sconcerti.

C’è la consapevolezza che la cintura finirà in Toscana.

Perché Sandro lo merita, perché ha dimostrato di essere più forte di Ki-Soo Kim, perché è un campione.

I quarantamila di San Siro hanno però paura che alla fine possa uscire un verdetto senza giustizia e che la superiorità non sia premiata.

Quattro punti di vantaggio per l’italiano Nello Martinelli, il coreano Soon-Choul Park vede addirittura cinque lunghezze avanti il suo connazionale. Una bestemmia sportiva, Mazzinghi il match l’ha vinto chiaramente. È Harold Valan a rimettere le cose nel giusto ordine: quattro punti per Sandro.

Il titolo mondiale torna a casa.

La faccia di Mazzinghi è una maschera di sofferenza.

I capelli, non più folti e ricci ma radi e lisci, sono appiccicati alla fronte dal sudore. Gli occhi sono gonfi, un taglio profondo e sanguinante segna brutalmente lo zigomo destro.

È il volto di un eroe appena tornato dalla battaglia. Una lotta antica che solo guerrieri senza paura possono combattere.

Anche l’altro porta i segni dello scontro.

Ha l’occhio destro chiuso, gli zigomi gonfi e un taglio sulle labbra.

Una foto meravigliosa cattura l’immagine dei due gladiatori.

Pesti, stanchi, sanguinanti e distrutti dalla fatica e dai colpi subiti. Ma vicini. Testa contro testa, guardano la macchinetta fotografica. Le mani vanno ad accarezzare il volto di quello che fino a poco prima è stato un nemico da distruggere e ora è solo un compagno di viaggio lungo la difficile strada della boxe.

Di combattimenti così puoi permettertene solo uno nella vita.

(da “Anche i pugili piangono” Sandro Mazzinghi
un uomo senza paura, nato per combattere)

 

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