È morto un grande coach. Per i suoi pugili era un papà, una guida sicura…

Era una brava persona, un coach amato dai suoi pugili che lo consideravano un papà a cui bisognava portare rispetto.

Non conoscevo Brendan Ingle. L’avevo incrociato più volte quando guidava Prince Naseem Hamed o Johnny Nelson, avevo addirittura scambiato due parole con lui. Ma dire che lo conoscessi credo sia un po’ troppo. Leggendo però le dichiarazioni che in tanti hanno rilasciato in queste ore, ho avuto la conferma che quell’impressione di rettitudine morale, quella sensazione di un’indubbia capacità di relazionarsi con l’ambiente che avevo avvertito, corrispondevano al vero.

A chiunque lo vedesse muoversi nel difficile mondo della boxe dava l’impressione di un uomo intelligente, uno che non si era mai lasciato impressionare né dal colore della pelle, né dal Paese d’origine dei pugili. Per lui erano tutti uomini che volevano inseguire un sogno.

Si presentava come un socialista. Ne aveva lo spirito.

Tutto era cominciato quando un vicario di Wincobank, Sout Yorkshire, zona Sheffield, gli aveva chiesto aiuto per quei ragazzi esuberanti che riempivano le strade e rischiavano di perdersi lungo il cammino.

Ingle non ci aveva pensato su neppure un momento. Aveva organizzato un ballo nel salone della chiesa di St Thomas, poi aveva aperto nello stesso locale una palestra di pugilato per uomini e donne.

La Wincobank gym era diventata in breve tempo un punto di riferimento.

Ai giovani piaceva quel signore calato da Dublino quando aveva solo diciotto anni. Un cattolico irlandese che non aveva paura di scontrarsi con la mentalità e il credo religioso dell’Inghilterra. Un uomo a cui piaceva vivere in un mondo senza barriere, un pensatore che considerava la boxe una scienza che impegnava corpo e anima.

È stato un peso medio senza grandi acuti (19-14, 6 ko, recita il suo record). Molto meglio come maestro.

Ha guidato quattro campioni del mondo: Naseem Hamed, che ha preso quando aveva solo sette anni, nei piuma; Johnn Nelson nei massimi leggeri; Clinton Woods nei mediomassimi e Junior Witter nei superleggeri.

Se ne è andato oggi, aveva settantasette anni.

I figli John e (soprattutto) Dominic continueranno la sua opera. Già lo fanno con Kell Brooks e Billy Joe Saunders.

I suoi pugili l’hanno salutato con grande affetto, hanno tutti avuto per lui parole di stima profonda, di rispetto. È quello che ogni maestro sogna di avere dagli allievi. Brendan Ingle non ha mai avuto bisogno di chiederlo, glielo hanno spontaneamente concesso perché lo meritava.

Una storia di cinquant’anni fa. Il giorno in cui Sandro è diventato un mito…

Forse sono un inguaribile romantico. O forse sono solo un nostalgico, come mi rimprovera qualcuno. E allora voglio cambiare l’approccio all’evento, voglio tentare di analizzarlo sotto un altro profilo.

Nell’aprile dello scorso anno è stato celebrato il cinquantenario della conquista del mondiale medi di Nino Benvenuti, si festeggiava lo storico match al Madison Square Garden di New York contro Emile Griffith.

Domani, 26 maggio 2018, saranno passati 50 anni dalla sfida più intensa, drammatica, entusiasmante del nostro pugilato. Quella vinta da Sandro Mazzinghi contro il coreano Ki-Soo Kim.

E io sono qui a chiedermi perché dopo tanto tempo si parli ancora di loro.

Su Mazzinghi sono stati scritti quattro libri, due di questi hanno vinto premi importanti: “Pugni amari” (edito nel 1993) ha conquistato il “Bancarella Sport”; “Anche i pugili piangono” (edito nel 2016) ha avuto il “Premio Selezione Bancarella Sport”. Un altro (“Sul tetto del mondo” del 2003) ha ottenuto un buon successo di vendita. L’ultimo della lista (“Mazzinghi, un eroe del ‘900” di Riccardo Minuti) sarà presentato domenica a Pontedera.

Un campione del passato che conserva un peso importante anche nell’attualità. Può accadere solo a quegli atleti che sono usciti dai confini dello sport, sono entrati nelle case degli italiani, hanno inciso sulla società, ne hanno scritto la storia.

Chi riesce nel tempo a conservare nel cuore degli altri un posto importante, appartiene a una categoria d’eccellenza: quella dei miti. Nino Benvenuti ne fa parte di diritto come Sandro Mazzinghi.

Mi faccio aiutare dalla Treccani.

mito Dal greco mthos (“parola, racconto”), una narrazione di particolari gesta compiute da dei, semidei, eroi e mostri… Caratteristica essenziale del mito è che esso si sia diffuso oralmente prima di essere scritto, e che si perpetui nella tradizione di un popolo.

Ci siamo.

Chiunque sia stato testimone di quella sfida cruenta, tumultuosa, affascinante, non la dimenticherà mai. Il racconto di Mazzinghi vs Ki-Soo Kim si perpetua nella tradizione di un popolo. È una storia che tanti nonni hanno narrato ai nipoti, tanti papà ai figli.

Se andate su Youtube e cercate quell’incontro troverete un piccolo tesoro. Vedrete due autentici guerrieri in azione. Se non c’eravate quel pomeriggio a San Siro, non riuscirete a spiegarvi come sia stato possibile che un uomo, sia esso l’italiano o il coreano, fa lo stesso, abbia potuto reggere una tale mole di colpi e portarne altrettanti.

Un colpo dietro l’altro. Sembrava che Mazzinghi non volesse perdere tempo neppure per respirare. Andava avanti in apnea. Le braccia sempre in movimento. La schiena curva, la testa incassata, il corpo che oscillava e i guantoni che cercavano di colpire, colpire, colpire. Testa, corpo, mento, braccia. Un pugno, un altro ancora. Un destro che doppia un sinistro. Uno, due, cento pugni in fila per costruire un sogno.

Ha ragione Sandro, nel pugilato il successo passa attraverso il dolore.

La sua immagine, il volto insanguinato, ma lui che continua ad attaccare appartiene alla mitologia. È un eroe che in battaglia ritrovava se stesso. Il pugile pressa, colpisce, insiste. Ma è l’uomo ad esaltarsi, perché la boxe non è uno sport così semplice come qualche ingenuo potrebbe pensare.

Sul ring il pugile offre totale coinvolgimento di mente e di corpo. Trasporta su quel palcoscenico il racconto drammatico di tutto quello che ha vissuto prima, di tutto quello che spera possa vivere dopo. Accade così che ogni incontro diventi una storia da raccontare, perché un pugile non combatte solo con il proprio fisico, ma si fa accompagnare dall’esperienza, dalla personalità, dalle paure e dai sogni. Ecco perché in tanti amano quei guerrieri che lottano sul ring. Quello è un luogo sacro, lì è proibito bluffare. Non si può pensare di apparire diversi da quello che si è. E per l’intera durata del match i pugili regalano il loro coraggio a uomini che non ne hanno mai avuto.

Sandro era ed è un uomo senza paura, nato per combattere.

Lo è sempre stato. Quando lo vedevi avanzare in combattimento non riuscivi a non porti cento domande.

Come fa a resistere, come fa ad avere così tante energie, perché non cede di un centimetro davanti a colpi che abbatterebbero chiunque?

Lui avanzava, lento, implacabile. E quando era accanto al rivale cominciava a portare serie infinite.

Uno, due, dieci, cento colpi.

Bum, bum, bum, bum, bum.

Sopra, sotto. Gancio, diretto, montante. Neppure una pausa prima della nuova serie. Gancio, diretto, montante.

Bum, bum, bum, bum, bum.

Così ha minato le resistenze di Ki-Soo Kim, così ne ha avuto ragione.

San Siro era pieno quel pomeriggio. Quarantamila persone che si agitavano sulle sedie, applaudivano, urlavano. E lui che continuava a picchiare. E l’altro che continuava a rispondere.

Una corrida, due tori nell’arena. Ma ad armi pari, condizione che la corrida non si è mai potuta permettere.

Era il 26 maggio del ’68, Sandro Mazzinghi si riprendeva il titolo mondiale dei superwelter. Dicono che questa sia la categoria dell’uomo medio, per altezza e peso Sandro lo è. Per valore, coraggio e fisicità lui appartiene a un altro genere di uomini.

Lui è un mito che continuiamo a raccontare ancora oggi, cinquant’anni dopo il trionfo.

26 maggio 1968, stadio San Siro di Milano, campionato del mondo superwelter unificato World Boxing Council, World Boxing Association: Sandro Mazzinghi (54-3-0, sfidante) b. Ki-Soo Kim (30-0-2, detentore) split decision 15 (Valan 71-67, Martinelli 71-67, Soon-Choul Park 68-73). Spettatori: 40.000, incasso circa 100 milioni di lire, rivalutate a oggi 980.000 euro. Le borse: Ki-Soo Kim 55.000 dollari, 34 milioni di lire rivalutate oggi 330.000 euro; Mazzinghi: quota fissa più percentuale sull’incasso per un totale di 10 milioni di lire.

IN TELEVISIONE

Servi di Davide Novelli su Mazzinghi vs Ki-Soo Kim andranno in onda domani 26 maggio sul TG3 Rai alle ore 12:00 e su RaiNews alle 12:30.

 

Sfida fantastica, Meraviglioso ko nella notte di Vegas. Auguri Marvin (video)

Oggi Marvin Nathaniel Hagler compie sessantaquattro anni.
È un giorno Meraviglioso. Il mio regalo per lui è una storia,
quella della sua più grande impresa.

Il primo colpo era stato un gancio destro, il gong era suonato da un secondo e il gancio destro di Hagler si era già stampato sulla mascella di Thomas Hearns. Era la notte del 15 aprile del 1985, il ring era quello del Caesars Palace di Las Vegas, l’arbitro si chiamava Richard Steele.

Il vento che arrivava dal deserto aveva reso fresca la serata al termine di una giornata calda e umida. Marvin difendeva per l’undicesima volta il mondiale dei medi. Titolo unificato, racchiudeva tutte e tre le sigle maggiori: Wbc, Wba, Ibf. Niente banda dell’alfabeto, il campione era uno solo. Aveva 30 anni Hagler e per arrivare così in alto aveva avuto bisogno della sua bravura, ma anche del potere di un uomo che stava scrivendo la storia del pugilato americano.

Bob Arum, un distinto signore sulla cinquantina. Quando parlava protendeva un po’ in avanti il viso, come se volesse attirare tutta l’attenzione dell’interlocutore. Il suo era un inglese chiaro, da uomo colto. Se la persona a cui si rivolgeva era straniera, la parlata assumeva cadenze lente. Non voleva correre il rischio di essere frainteso. Si era laureato con lode alla facoltà di legge dell’Università di Harvard. Nel suo passato c’era stato un ruolo importante nello staff di Bob Kennedy quando il senatore democristiano era impegnato nella corsa alla Casa Bianca. Arum aveva lavorato per lui come avvocato esperto in problemi di tasse e finanza. Aveva lavorato anche al dipartimento di giustizia dello Stato di New York, era stimato a Wall Street. Aveva ignorato la boxe sino al 1965, poi aveva capito che ci si potevano fare soldi. Tanti soldi. E ci si era lanciato dentro.

Con lui, dal 1977, c’era anche Rodolfo Sabbatini. Classe 1927. Ex giornalista prima all’Avanti, ai tempi in cui il direttore era Sandro Pertini, poi a Paese Sera. Rodolfo era il miglior organizzatore d’Europa. Un omone che adorava la polemica e la alimentava con quel suo vocione roco e la cadenza piacevolmente romana. Aveva stretto un legame forte con la Top Rank di Bob Arum, assieme avrebbero organizzato settanta campionati del mondo.

All’angolo di Hagler c’erano, come sempre, i Petronelli. Erano i manager, gli allenatori, i confidenti, gli amici. Si erano sempre occupati di lui con tanta dedizione. Pat e Goody Petronelli erano nati a Casalvecchio, un paesino vicino Foggia. Una comunità di emigranti albanesi di lunga data. Un posto che aveva anche un altro nome, glielo avevano dato proprio gli Arbereschi. Si chiamava Kazalleveqi e quando i Petronelli erano bambini stava vivendo un piccolo boom demografico. Tremila abitanti, quanti non ne aveva mai avuti prima, quanti non ne avrebbe mai avuti dopo. Poi, la famiglia di Guerrino e Pasquale, si chiamavano così quando vivevano ancora a Casalvecchio, era emigrata in America. Assieme al papà avevano messo su una piccola azienda edilizia. Goody era stato per vent’anni in Marina, nel servizio sanitario. Pat aveva fatto il muratore. Adesso gestivano una piccola palestra dove Goody faceva da maestro, forte di una carriera professionistica che era arrivata fino a ventisei incontri, con una sola sconfitta. Una mano rotta, e curata male, non gli aveva consentito di andare avanti. Ora si divertiva a insegnare ai ragazzi.

Marvin lavorava nel loro cantiere. Tre dollari al giorno per tirare su muri o impastare la calce. Nel 1969, a 15 anni, era entrato per la prima volta nella palestra dei fratelli Petronelli. Era appena nato quello che sarebbe diventato famoso nel mondo come “il triangolo”. Marvin Hagler non era ancora meraviglioso, ma aveva appena fatto la scelta che gli avrebbe cambiato la vita.

Due colpi al corpo di Hagler, un gancio destro di Hearns, due ganci sinistri di Hagler, il diretto destro di Hearns. Gli ultimi quaranta secondi del primo round erano stati una guerra. Non c’era stato posto per l’attesa, si sparavano pugni in serie. L’obiettivo era distruggere l’altro, a qualsiasi prezzo. Thomas Hearns sembrava avesse scelto di combattere in equilibrio precario, quasi ballando sulle punte. Era più alto di dieci centimetri, le sue braccia avrebbero potuto tenere lontano il rivale, creare una ragnatela attraverso la quale sarebbe stato difficile passare. Ma aveva troppa considerazione di se stesso per pensare che Hagler potesse avere più potenza di lui.

 

Hearns aveva 27 anni, 34 vittorie per ko e sei ai punti. Aveva perso un solo match, contro Ray Sugar Leonard. Era già stato campione del mondo dei welter battendo Pipino Cuevas, era stato campione dei superwelter superando Wilfredo Benitez. Aveva messo ko Roberto “mani di pietra” Duran con un diretto che sembrava un colpo di pistola. Perchè mai avrebbe dovuto temere questo giovanotto che veniva da Newark, da Brockton o da dove volete voi. L’unico campione di quelle parti aveva un altro nome, si chiamava Rocky Marciano, era un peso massimo, ed era morto.

Alla fine del primo round Goody stava cercando di tamponare una ferita sulla fronte di Marvin. Un taglio, appena sopra l’arcata sopracciliare destra, che buttava molto sangue, poteva diventare percioloso.

Cotone, pomata, cicatrizzanti.

Goody: “Non preoccuparti, Marvin. Chiudi gli occhi, lasciami lavorare”.

La soluzione di adrenalina avrebbe dovuto funzionare. Un minuto per occuparsi di quel taglio era poco, ma Goody non era uomo da perdere la calma. Non l’aveva mai persa. Aveva la faccia di un bonaccione, ma chi lo conosceva bene sapeva che era lui la guida della famiglia. Pat faceva il manager, prendeva contatti con gli organizzatori, gestiva il patrimonio. Ma era Goody a comandare in palestra e sul ring.

«Alla testa Marvin, picchialo alla testa».

Bertha nelle prime file di ring continuava a urlare con voce stridula il grido di guerra. Era la moglie di Hagler, la madre dei loro cinque figli (Pat Petronelli aveva fatto da padrino alla cresima di Chanelle, una delle ragazze). Bertha dondolava sulla sua sedia, sembrava in trance e continuava a ripetere quella che era più un’invocazione che un consiglio.

Secondo round.

Emmanuel Steward strillava: “Boxa Thommy, boxa”.

 

Il ritmo era da pazzi. Hearns provava a cambiare guardia per evitare il jab destro del campione mancino. L’altro continuava a pressare. Il fisico di Hagler era una scultura perfetta. I muscoli disegnavano un torace senza difetti. Anche la sua boxe sembrava esente da colpe. Il gancio sinistro con cui scuoteva due volte il rivale era da manuale. Era un colpo che basava la potenza sulla rotazione dell’anca e sulla leva fornita dalla spalla. Raggiungeva il massimo effetto a corta distanza. Marvin aveva il rapporto altezza/peso perfetto per scagliarlo ottenendo il massimo del risultato.

Quando suonava il gong, Hearns tornava all’angolo guardando fisso il campione. Sorridendo, come se volesse fargli capire che di quei ganci non ne aveva sentito neppure uno, non avevano fatto danni. Doveva essere piuttosto l’altro a preoccuparsi. Thomas aveva tirato 61 colpi, 26 dei quali erano andati a segno. Ed avevano fatto male al presuntuoso campione. Nessuno dei pugni lanciati da Hagler aveva preoccupato lui. Niente poteva scalfirlo. Questo era il messaggio, ma il volto preoccupato di Emmauel Steward, boss del Kronk Gym di Detroit e maestro di Thomas Hearns, non trasmetteva lo stesso concetto.

Nello spogliatoio, prima della sfida, tutto era sembrato così semplice. Gli uomini ritmavano il suo nome, poi prendevano a pugni il muro. Thomas Hearns ballava, gli altri alzavano i pugni verso il cielo. Nel camerino accanto, Hagler ascoltava in silenzio, poi finalmente diceva qualcosa.

“Non può portarseli tutti sul ring. Lassù ci saremo solo noi. Lui ed io”.

E cominciava a ritmare, sottovoce, due parole: “Distruction and distroy”.
Le ripeteva come una sorta di mantra mentre il resto dello spogliatoio se ne stava in totale silenzio. Neppure un grido di incitamento, un consiglio, un’invocazione. Proprio come era accaduto nella vecchia palestra a Main e Charleston street dove Marvin si era allenato nei giorni passati a Las Vegas. Era lì che aveva fatto le sedute di guanti, al Ring Side Gym: il rifugio del mitico Johnny Tocco. Nessun estraneo aveva accesso in quel buco dove la religione era quella di sempre. Sangue, sudore e lacrime per chi insegue la gloria.

Marvin Hagler amava il suo soprannome, Meraviglioso. Voleva che che facesse parte di ogni introduzione ai suoi match e quando un commentatore televisivo si era rifiutato di farlo, lui era andato in tribunale e aveva cambiato nome. Ora si chiamava a tutti gli effetti Marvin Marvelous Hagler, con una sola “l”. Nessuno poteva ignorarlo.

Finale di ripresa. Destro-sinistro di Hagler, ancora destro. Hearns era scosso. Prima del match aveva fatto un lungo massaggio alle gambe, ma l’uomo che doveva prendersene cura aveva sbagliato qualcosa. Un massaggio forse troppo lungo e adesso le gambe sembravano deboli, incapaci di sostenerlo in quella che era diventata una guerra. In poco più di otto minuti, avrebbero tirato 339 colpi. Più di un colpo al secondo. Più della metà dei quali era andata a segno.

Terzo round. Il destro di Hearns scuoteva Hagler che era alle corde. Richard Steele fermava il match. La ferita si stava aprendo sempre di più, ora rischiava di diventare pericolosa.

Steele: “Ehi Marvin, riesci a vedere con tutto quel sangue che viene giù dal taglio?“

Hagler: “Perchè, ti sembra che non lo stia riempiendo abbastanza di pugni? Lo sto forse mancando?“

L’arbitro chiamava il medico, si agitavano gli uomini d’angolo del campione. Il dottor Donald Romeo faceva segno che, per ora, si poteva continuare. Ma alla prossima chiamata avrebbe fermato il match. Marvin sapeva di avere poco tempo a disposizione se voleva salvare il mondiale.

 

Tre sinistri in fila del Cobra di Detroit. Poi, la fine.
Il primo destro di Hagler centrava Hearns appena dietro l’orecchio sinistro, all’altezza dell’occhio. Thomas perdeva l’equilibrio, barcollava. Marvin lo inseguiva. Due passetti rapidi e ancora un destro che faceva fare allo sfidante un mezzo giro su se stesso, Hearns cercava rifugio alle corde. Non faceva a tempo ad arrivarci, non riusciva a trovare una sponda su cui poggiarsi. Il terzo destro del campione del mondo partiva largo. Era un gancio che si abbatteva come una mannaia sulla mascella di Hearns. Una botta terribile, una sorta di esecuzione.

Thomas si afflosciaca lentamente al tappeto, andava giù in una sorta di fuga verso qualsiasi cosa gli restituisse stabilità. Un uomo in croce, con gli occhi aperti per guardare in faccia la paura. Poi provava a rimettersi in piedi, ma cadeva tra le braccia di Richard Steele che, con un gesto carico di umana pietà, lo aiutava a rimettersi sdraiato sul ring.
Correva Emmanuel Steward, provava a tirarlo su, a togliergli il paradenti per farlo respirare meglio. Correva il fratello dello sfidante, sul volto aveva una preoccupazione infinita. Thomas Hearns non era in grado di stare in piedi da solo. Lo portavano a braccia verso lo sgabello dell’angolo. Si sedeva piegandosi come un sacco floscio, lo sguardo ancora perso nel vuoto.

Un paio di metri più in là Marvin Marvelous Hagler sorrideva mentre i fratelli Petronelli lo portavano in trionfo. Non era per soldi che si erano legati a quel ragazzo. A bordo ring finalmente Bertha aveva smesso di strillare. Se ne stava in silenzio per un istante, poi cercava di salire sul quadrato. Sorrideva Bob Arum, una risata riempiva il faccione di Rodolfo Sabbatini che gli amici chiamavano da sempre “capoccione”. E non solo per le mille invenzioni della vita.

Gli spettatori finalmente avvertivano un senso di pace. La guerra era finita. Erano stati travolti da una frenesia inebriante, pericolosa. Avevano sentito scariche elettriche attraversare i loro corpi. Non era solo violenza allo stato puro quella che i duellanti avevano espresso sul ring. C’erano state anche strategia, sentimento, passione. E in meno di nove minuti tutto questo aveva attraversato la grande arena del Caesars Palace, confondendosi fra le migliaia di persone che faticavano ancora a libersarsi da quella montagna di emozioni.

La guerra era finita. E Marvin Hagler era sempre più Meraviglioso.

(il racconto da bordo ring della sfida Hagler vs Hearns del 15 aprile 1985 al Caesar Palace di Las Vegas, dal libro “Meraviglioso” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

Un omaggio al rivale che l’ha sconfitto, Davide Dieli onora il pugilato…

Apro Facebook e trovo un bel messaggio di Davide Dieli, un pugile che ha la capacità di esprimere sempre e comunque tutta la passione che prova per lo sport che è diventato parte della sua vita. Parole che onorano la boxe.

Parole che mi hanno fatto tornare in mente una vecchia intervista che ho fatto proprio a Davide Dieli qualche tempo fa, proprio dopo quella sconfitta. Ve la ripropongo.

GIornali, Tv, blog e siti Internet dedicano spazio solo al vincitore. Sono sempre stato convinto che anche nell’animo del perdente possa nascondersi una buona storia. È per questo che ho fatto una lunga chiacchierata con Davide Dieli, 34enne pugile romano che il 4 ottobre 2014 a Leeds è stato sconfitto per kot 4 nell’europeo contro il pugile di casa Josh Warrington. Ho cercato di scoprire quali siano stati i suoi sogni prima, cosa sia passato nella sua testa durante e come si senta adesso, a due settimane della notte più dura della carriera.

Davide Dieli, quando hai saputo che avresti disputato il titolo europeo?

“Prima dell’estate.”

E cosa hai pensato?

“Come faccio ad allenarmi ad agosto con la palestra chiusa e il maestro in ferie?”

Cosa ti sei risposto?

“Che il maestro aveva ragione. Un pugile può riposarsi quando vuole, il maestro no.”

E come hai risolto il problema?

“La palestra era chiusa dal 9 al 19 agosto. Dovevo trovare un posto dove allenarmi. Prima di andare con la mia compagna Daniela Gentili a Lavinio, dove erano in vacanza i suoi genitori, ho cercato un posto dove prepararmi. Ho trovato una palestra che per sei euro al giorno mi avrebbe permesso di fare sacco e ginnastica. Ma non mi bastava. Ne ho trovata un’altra ad Anzio ed era perfetta. Locali e attrezzatura giusti, un maestro comprensivo e gentile. Fabrizio Falconetti mi ha dato tutta l’assistenza che mi serviva.”

Tutto qui?

“No. Il maestro D’Elia mi ha assistito anche per il periodo in cui Eugenio Agnuzzi, il tecnico a cui sono legato da quattro anni, era in ferie. E poi ho avuto l’aiuto del preparatore atletico Flavio Macrì. Ad aiutarmi ci ha pensato anche il dottor Carmine Orlandi, il mio dietologo. Insomma, è andata bene.”

Cosa era per te il titolo europeo?

“Il sogno di una vita. Continuavo a pensare sempre la stessa cosa. Se lo vinco ho realizzato il massimo. Era una cosa davvero grossa. Non sono un pugile talentuoso, non sono uno di quelli che li vedi e dici: Quanto è bravo! Sono un atleta che ha raggiunto tutti i risultati grazie a quella che a Roma chiamiamo tigna: costanza, volontà, spirito di sacrificio. Sono il primo a entrare il palesta e per farmi uscire il maestro deve tirarmi per la maglietta. Per me l’europeo era come un mondiale.”

Vivi di pugilato?

“No, come potrei? Lavoro come addetto alla vigilanza.”

Come è programmata la tua giornata?

“Sveglia alle 5. Mezzora dopo esco di casa. Prima delle sei sono al lavoro. Devo andare da Cinecittà dove abito ad Acilia dove lavoro. Finisco alle 14, trenta minuti e sono di nuovo a casa. Un riposino e alle 15:45 esco per andare in palestra. Dalle 16:30 alle 18:30 mi alleno. Poi torno a casa, cena e a letto presto. Lavoro a giorni alterni, in quello di riposo ne approfitto per fare doppio allenamento.”

Pochi soldi e tanti sacrifici. Perché fai il pugile?

“Perché la boxe è come una droga, ti entra dentro e non te ne liberi più. Ma è anche un grande amore, qualcosa per cui ti senti pronto a fare qualsiasi follia. Quando ho cominciato, in casa è successo il finimondo. Sono andato avanti due anni senza che nessuno mi parlasse. Andavo in palestra, tornavo con il borsone carico, magari mi ero fatto a piedi quindici minuti sotto la pioggia. Aprivo la porta e trovavo la pasta sul tavolo, ma non c’era nessuno in famiglia che volesse capire perché avessi scelto uno sport così. Le sorelle più grandi prendevano di petto mamma, le dicevano che se lei non avesse fatto qualcosa sarei diventato un violento. Era così che vedevano il pugilato.”

E invece cosa è?

“Chi non lo conosce non lo capisce. Ti entra nella testa e solo a quel punto scopri che è uno sport che non è solo scontro fisico, ma richiede anche un lavoro psicologico. E’ uno sport di tattica, di tecnica.”

Quando qualcuno ti chiede se odi il tuo avversario, come rispondi?

“Perché dovrei odiarlo se neppure lo conosco? Io voglio solo batterlo, fargli vedere che sono più bravo di lui.”

In famiglia come è finita?

“Ora sono tutti miei grandi tifosi. È il più bel risultato della carriera sportiva. Sono contento di questo. Il pugilato ce l’ho nelle vene assieme al sangue. Sono un professionista. Prima li vedevo in televisione e non pensavo che avrei mai potuto essere uno di loro. Alla fine ha vinto l’amore .”

Quando ti hanno proposto l’europeo con Josh Warrington, hai subito accettato?

“No.”

Pensavi fosse troppo forte?

“Pensavo che non era giusto. Io ero sfidante ufficiale e meritavo quella sfida, lui era numero 7 della classifica e ci arrivava solo perché l’organizzatore era potente.”

Conoscevi il suo valore?

“Avevo visto il video di un suo match. Non mi sembrava eccezionale.”

Quale è stato l’ostacolo più duro da superare durante la fase della preparazione?

“Il confronto con me stesso. Dovevo sconfiggere tutte le paure che derivavano da una preparazione che non mi sembrava adeguata. Sono un tipo meticoloso, uno che pensa siano indispensabili almeno due mesi per sentirsi pronto. Non era questo il programma e la cosa mi preoccupava.”

È stato davvero un approccio lacunoso?

“No. Ero preparato eccezionalmente bene. Avevo dentro la dinamite, mi sentivo una bomba pronta ad esplodere. Perfetto il lavoro con il preparatore, con D’Elia e i quasi quaranta giorni con Agnuzzi.”

Poi siete arrivati a Leeds. Qualcosa è andato male? Avete avuto delle complicazioni?

“È andato tutto bene. Alloggiavamo in uno splendido albergo, ci hanno dato assistenza. Ero pronto, non aspettavo altro che salire sul ring. Stavo benissimo sino al giorno prima del match. È stato a quel punto che ho cominciato a sentire un po’ di tensione, ma è una cosa normale. Dunque no, nessun problema.”

Siamo nello spogliatoio della First Direct Arena. Hai fatto qualcosa di diverso rispetto agli altri incontri?

“No. Le solite cose. Una sola novità. Quasi sempre il maestro Agnuzzi, a cui piace scherzare, porta una radio e spara musica a palla mentre mi fa le mani. Qualche volte mi vergogno…”

Non gli hai mai chiesto perché lo fa?

“Certo. Mi ha risposto che il bendaggio è la fase in cui un pugile pensa di più al match, sente salire la tensione, nella testa si fa tante domande e realizza che ormai è lì e nun se pò scappà. È vero. La musica serve a distrarti, a deviare la tua attenzione, a non far diventare l’incontro un pensiero fisso. A Leeds la musica non c’era. È stata questa l’unica cosa diversa rispetto agli altri combattimenti.”

Quando sei uscito dallo spogliatoio ti sei trovato dentro l’inferno con migliaia di tifosi inglesi scatenati. Ti ha fatto impressione quell’atmosfera?

“No, sono sincero. C’era il delirio. Mi insultavano, mi facevano buu-buu, allungavano le mani per toccarmi. Ci sono volute tre guardie del corpo per proteggermi. Ma non mi sentivo scosso.”

Sul ring la calma è rimasta tale?

“Sì. Pensa che quando lui è salito nell’aria c’era qualcosa simile a una canzone, parlavano e avevano un sottofondo musicale. Lui è salito, ha guardato i tifosi e ha cantato con loro una strofa. Mi sono girato e ho detto al maestro Agnuzzi: Ammazza che bello, meglio che allo stadio! Sì, ero proprio tranquillo.”

Poi è cominciato l’europeo e lui è sembrato nettamente superiore. Perché?

“Non penso che sia così tanto più forte di me. Una sola cosa mi ha sorpreso e mi ha fatto capire che è davvero bravo. Ha una velocità eccezionale. Ma non solo di braccia, è esplosivo anche con le gambe. Ti faccio un esempio. C’è stata qualche fase del combattimento in cui ero in quella che si potrebbe chiamare distanza di sicurezza. In una zona cioè in cui sentivo che anche allungando le braccia non mi avrebbe potuto raggiungere. In una frazione di secondo lui invece era lì davanti a me, scaricava i colpi e quando io provavo a reagire non lo trovavo più.”

Pensi di avere sbagliato qualcosa?

“Agnuzzi mi diceva di non accettare la battaglia, di aspettare che fosse lui a venire avanti. Ma il mio pugilato è quello. È negli scambi da vicino che mi trovo meglio. E qualcosa l’ho ottenuto, soprattutto nel terzo round. I suoi allenatori a fine match mi hanno detto che l’avevo toccato duro, che gli avevano suggerito di boxare a media distanza per non rischiare. Magari se l’incontro fosse andato avanti sino alla fine sarebbe finito in modo diverso. Non dico che avrei vinto, ma avrei sicuramente fatto una figura migliore. Con i se ed i ma però non si fa la storia. Ho perso e basta.”

È finita con un kot dopo 1:42 della quarta ripresa. Come ti sei sentito?

“Tanto triste. Deluso. Arrabbiato no. Era il match più importante della mia vita, non doveva andare così. Ho avuto la grande occasione e l’ho buttata nel cestino. Ho il rammarico di non essermela potuta giocare sino in fondo. Non ho espresso tutto il lavoro fatto in allenamento. Mi sento giù per avere deluso tutti quelli che mi sono stati vicini. Sento una profonda amarezza. Il pugilato mi ha dato tanto, mi ha cambiato la vita. Ero un bambino fragile, a scuola i compagni mi prendevano in giro. La boxe mi ha regalato sicurezza e oggi sono più forte anche nella vita. Pensa che ora sono io che do consigli ai miei genitori. Non ho saputo ripagare questi doni. Sì, sono profondamente deluso.”

Hai ricevuto tanti attestati di stima, molte pacche sulle spalle, messaggi di solidarietà. Ti hanno aiutato?

“Tantissimo. Ero ancora in Inghilterra e già su Facebook, WhatsApp e sul telefonino continuavano ad arrivare le parole di chi mi vuole bene. È stata una cosa bellissima. Ma era anche un motivo in più per sentirmi triste, avevo deluso tutte queste persone. Tra chi ti manda messaggi ci sono persone che ti vogliono bene. Poi c’è qualcuno, pochi in verità, che credevano in me e pensavano che avrei potuto vincere. E io invece ho fatto davvero una brutta figura. Non sono arrivato per caso al titolo europeo, ero sfidante ufficiale. Ma per come è andata mi sto convincendo di non esserne stato assolutamente all’altezza.”

 

C’è stato anche chi ti ha insultato sul web. “Ma che ci è andato a fare in Inghilterra?” “Ha preso solo colpi e rimediato una figuraccia, poteva restarsene a casa.” A questi come rispondi?

“La gente sulla Rete a volte è di una violenza verbale inaudita. Daniela, la mia compagna, dice che se voglio essere un personaggio pubblico devo abituarmi ad essere giudicato. Nel bene e nel male. Ma a chi spara insulti di quel tipo dico solo che dovrebbero provare almeno una volta a salire sul ring per capire.”

Quando tornerai in palestra?

“Mi sono preso una pausa più lunga del solito. Ormai siamo arrivati a due settimane, ancora qualche giorno e riprendo. Nel frattempo spero che questo tarlo che ho nella testa se ne vada. Vivo a fasi alterne: un po’ giù, un po’ su. Il ricordo del match non riesco a togliermelo dalla mente e fatico a prendere sonno.”

Cosa chiedi e cosa prometti al pugilato?

“Le mie doti sono caparbietà, costanza e capacità di sacrificarsi. Con queste armi spero di crearmi un futuro migliore. Non chiedo nulla, ma prometto che farò di tutto per riconquistarmi un’occasione europea nella speranza/certezza che finisca in un’altra maniera.”

Non mi ero sbagliato, anche chi perde ha una storia interessante da raccontare.

Jamie e Al, 1.78 di altezza per 53,5 di peso. Niente è impossibile…

Il Ragno Nero era alto 1,78, pesava cinquantatrè chili e mezzo. Alto, braccia lunghe, gambe senza fine, magre, robuste. Sembrava avesse la fame dipinta sul volto. Il suo nome era Alfonso Theophilo Brown, per mestiere dava e prendeva pugni. Lo faceva con grande classe.

Un gigante tra i pesi gallo, più volte campione del mondo nella categoria. Al Brown danzava sul ring, agile nel movimento di gambe, braccia basse e colpi precisi. Vent’anni a tirare e incassare colpi, dal 1922 al ’42. Ha chiuso con un record impressionante: 129-19-13, 59 ko all’attivo, mai perso per knock out.

Era forte, ma poco propenso a osservare una rigida disciplina. Soffriva a rientrare nei limiti di peso, non riusciva a resistere al richiamo dei locali dove poteva consumare alcool, ballare fino all’alba e concedersi ai piaceri del sesso senza stare tanto a chiedersi chi fosse a fargli compagnia nella stanza da letto.

Grandissimo pugile, altrettanto grande nella trasgressione. La leggenda narra che tra un round e l’altro bevesse un bicchierino di cognac quando altri mandavano giù al massimo un sorso d’acqua. Un artista, ballerino e poeta, aveva conquistato tifosi e intellettuali. A Parigi frequentava un giro importante. Il pittore Eduardo Arroyo, Ernest Hemingway. Con il poeta francese Jean Cocteau aveva il legame più forte. Panama Brown si muoveva come un divo anche sulle strade della vita, leggero, affascinante e senza falsi pudori.

Me l’ha ricordato nel fisico Jamie McDonnell, trentunenne irlandese che venerdì combatterà a Tokyo mettendo in palio il mondiale Wba dei gallo, contro Nahroya “The Monster” Inoue.

Anche McDonnell deve stare sotto il limite dei 53,523 kg. Anche lui è un lungagnone di 178 centimetri. Ha vinto il titolo dell’Ibf, ha conquistato quello della Wba. Otto match mondiali, sette vittorie e un no decision.

Incredibilmente più prestigioso è il record dello sfidante. Nahoya “The Monster” Inoue è stato mondiale Wbc dei minimosca al sesto match da professionista, ha vinto il titolo Wbo dei mosca all’ottavo. Ora sale di categoria. È imbattuto: 15-0, 13 ko, 9-0 nei match col titolo in palio. È più piccolo del rivale. Gli rende tredici centimetri in altezza e finora ha boxato attorno ai 52 chili.

McDonnell non è ancora nella leggenda. Panama Brown appartiene al mondo dei grandi. Fuoriclasse sul ring, senza freni quando scendeva quei gradini. Ha vissuto senza mai chiedersi cosa potesse offrirgli il domani, ma soddisfacendo quotidianamente i suoi desideri. È morto nel ’51, povero e senza un dollaro. Ucciso dalla tubercolosi in un ospedale di New York. È sepolto nel cimitero Amador Guerrero di Panama City. Non si è negato nulla.

È stato uno dei grandi pugili delle Filippine, la sua morte è ancora un giallo

È il 14 luglio del ’25, San Francisco è una città in continua crescita. Il terremoto del 1906 è stato faticosamente messo alle spalle e la popolazione ha ormai superato i seicentomila abitanti. L’estate afosa, ventosa come sempre, ha portato un clima di euforia nelle strade. Ma non tutti sono felici, è la vita.

In una camera operatoria di uno dei principali ospedali della città californiana il dottor Hoffman cerca disperatamente di salvare un giovane di soli 23 anni. Il ragazzo ha una brutta infezione alla gola, figlia di una devastante infezione ai denti. Gliene sono stati estratti quattro nel giro di pochi giorni.

Il giovanotto steso sul lettino si chiama Francisco Villaruel Guilledo, è il campione del mondo dei pesi mosca. Un metro e 54 centimetri di altezza, mai sopra i 51 chili di peso. Un fuscello con una vigoria impressionante. È nato a Iloilo City nelle Filippine l’agosto del 1901, ha esordito da professionista l’1 gennaio del ’19. In sei anni ha disputato 85 match, vincendone 77, perdondene 4 e pareggiandone altrettanti. Ventidue volte ha chiuso prima del limite.

Lo chiamano Pancho Villa. Alcuni dicono che il nome gli sia stato dato dal manager filippino Paquito Villa che lo avrebbe adottato nel ’19. Altri sostengono che la decisione l’abbia presa il manager americano Frank E. Churchill per ricordare il leader della guerriglia messicana.

Villa non ha notizie dei genitori per diciotto anni. La mamma l’ha abbandonato quando aveva solo sei mesi, il padre l’ha lasciato quando aveva undici mesi. Si è rifatto vivo solo dopo che il figlio ha conquistato il titolo. In un’intervista rilasciata al New York Times nel 1923 sostiene di essersi riconciliato con lui.

Pancho combatte con incredibile frequenza, spesso affronta lo stesso avversario. Ta gennaio 1920 e ottobre 1921 incontra nove volte Mike Ballerino: sei vittorie, due pari e un no decision.

A battersi negli States lo convince Tex Rickard.

È il più importante promoter americano. Mi spiego meglio.

Nel 1910 James Jackson Jeffries ha 35 anni. È stato campione dei massimi dal 1899 al 1904, poi si è ritirato. Soldi ne ha fatti abbastanza, meglio godersi la vita. Per sei anni resta lontano dal ring, poi arriva la grande occasione.

Per il match tra lui e Jack Johnson si apre un’asta con 36 promoter e un’offerta globale di tre milioni di dollari. Tex Rickard poggia sulla scrivania un sacchetto di pelle.

«Questo parla per me, io non porto chiacchiere ma contanti».

Dentro ci sono 120.000 dollari in oro.

L’affare è stato appena siglato.

Il match dovrebbe disputarsi a San Francisco, ma i disordini razziali, l’intervento del Ku Klux Klan e quello del governatore della California non permettono di realizzare l’idea originale. Il 4 luglio 1910 è Reno, nel Nevada, a ospitare la sfida.

Tex Rickard piazza 250 poliziotti e 150 agenti a cavallo a guardia dell’arena. Non vuole disordini. Fa confiscare pistole, coltelli, addirittura alcune accette.

La sfida è impari. Jeffries, assente da sei anni dal pugilato, ha cominciato gli allenamenti a 125 chili. Ne ha persi venti in preparazione all’incontro.

Johnson lo umilia.

E Tex Rickard arricchisce il conto in banca.

Negli Stati Uniti, Pancho Villa sconfigge per ko 11 Johnny Buff e conquista il titolo dei mosca. Torna nelle Filippine a bordo della lussuosa SS President Grant, accolto con tutti gli onori e una sfarzosa parata, il presidente Manuel Quezon lo riceve e si complimenta con lui.

Ne ha fatta di strada il ragazzo. Senza genitori, ha accettato qualsiasi lavoro, compreso quello di lustrascarpe. Poi ha scoperto la boxe e nonostante gli ostacoli, messigli davanti dal razzismo dell’epoca, è arrivato in alto. Adesso è in vetta.

E pensare che voleva chiudere con la boxe. Una delusione d’amore, il rifiuto di una donna che aveva corteggiato, l’aveva intristito al punto da isolarsi da isolarsi dal resto del mondo.

Il 4 luglio del ’25 affronta Jimmy McLarnin a Emmervylle in California. In palio non c’è il titolo, entrambi sono oltre il limite della categoria. Villa è il netto favorito dai bookmaker, ma arriva al match tra mille problemi. È tornato da poco da un faticoso viaggio nelle Filippine, soffre di un terribile mal di denti, non ha dormito negli ultimi due giorni e ha subìto l’estrazione di un molare. I medici gli hanno consigliato riposo e vietato di affrontare il combattimento. Niente da fare, lui quella sera vuole a tutti i costi disputare l’ottantacinquesimo match della vita.

La moglie a Manila è ricoverata in clinica. La gravidanza sembra possa creare qualche problema, lei è al nono mese.

Per otto round McLarnin domina, Villa tira pochi pugni, tutti senza potenza. Ci prova nelle ultime due riprese, ma senza ottenere alcun effetto. L’irlandese vince la sfida, gli scommettitori sbancano i bookmaker. È stata appena realizzata una clamorosa sorpresa, contro ogni previsione.

McLarnin esulta. I giornalisti scrivono di uno strano atteggiamento di Pancho Villa, dei suoi problemi fisici, si pongono molte domande a cui non riescono a dare altrettante risposte.

Il dottor Hoffman lotta per salvare la vita del campione del mondo. L’operazione non è neppure cominciata, il ragazzo rimane soffocato durante l’anestesia. Viene inutilmente tentata una respirazione artificiale. Niente da fare. Pancho Villa non ce la fa. Ha poco più di 23 anni, è stato uno dei più grandi pugili delle Filippine.

Nel 1989 l’ottantaquattrenne Gliceria, la vedova, accuserà la mafia delle scommesse di avere ucciso l’amore della sua vita iniettandogli una dose eccessiva di anestetici per punirlo della sconfitta contro McLarnin, una sconfitta che è costata all’associazione una montagna di dollari.

Il 15 luglio del 1925, un giorno dopo la morte di Francisco Guilledo detto Pancho Villa, la signora Gliceria dà alla luce il loro unico figlio.

Ho scritto questa storia dopo avere letto una notizia su Fightnews.
Sabato, a Fresno in California, Jonas “Zorro” Sultan sfiderà Jerwis “Pretty Boy” Ancajas per il titolo Ibf dei supermosca. È il primo mondiale tra due filippini dopo novantatrè anni, l’ultimo era stato quello tra Pancho Villa e Clever Sencis, il 2 maggio 1925 a Manila. 

 

Scopriamo chi è Sefer Seferi, il rivale di Tyson Fury il 9 giugno a Manchester

Tyson Fury tornerà sul ring il 9 giugno a Manchester, a trenta mesi dall’ultimo match e soprattutto dopo aver perso poco meno di cinquanta chili. In che condizioni sarà l’ex campione del mondo dei massimi (25-0, 18 ko)? Lo sapremo solo la notte del combattimento.

L’avversario si chiama Sefer Seferi.
Esattamente un mese fa questo signore di 39 anni aveva dato la notizia: “È un sogno che diventa realtà. Non avrei mai immaginato che sarei salito sul ring per confrontarmi con il mio idolo”.
Nessuno gli aveva creduto.
Ora la sfida è diventata ufficiale.

Seferi è un massimo leggero (dovrebbe rendere in altezza a Fury circa 25 centimetri), ha un record che sembrerebbe ottimo: 23-1-0, 21 ko, l’unica sconfitta contro l’attuale campione Wba dei massimi Manuel Charr. Ma basta un’occhiata per capire quanto suoni falso quel curriculum: solo in cinque occasioni, Charr incluso, Seferi ha affrontato un pugile in possesso di un record con un numero maggiore di vittorie rispetto alle sconfitte.
Ha collezionato 21 successi per ko, ma lo ha fatto contro gente come, ad esempio: Lascek (5-42-5), Klucar (1-10-1), Cukusic (7-62-4), Grgic (0-7-0), Szalai (14-30-3), Bobis (0-4-1), Jalusic (10-33-1). Gli ultimi due incontri li ha sostenuti contro Marcelo Ferreira dos Santos (22-10-1) e Laszlo Hubert (50-23-1).

È nato in Macedonia, ma ha origini albanesi. Lo chiamano “The Real Deal”, come Evander Holyfield: le cose che i due hanno in comune, finiscono qui. Ha provato prima con il wrestling, seguendo le orme del nonno che in questo sport era un professionista, poi si è dedicato al pugilato. L’ha fatto dopo avere accompagnato in palestra Nuri, suo fratello più grande di due anni.
Anche Nuri (detto “Il Tyson d’Albania”, non so se e come Iron Mike abbia giudicato l’accostamento) come Sefer, boxa tra i massimi leggeri (39-8, 22 ko) ed è alto 1.80.
Vivono a Burgdorf, in Svizzera, dove si sono trasferiti con la famiglia nel 1992.

Boxrec nelle sue classifiche mette Nuri al numero 1 dei massimi leggeri albanesi e Sefer al numero 2. Non ci sono altri pugili albanesi nella categoria.

Nonostante il valore assoluto dello sfidante designato non sia di grande spessore, il match si presenta comunque con più di un’incognita. In che condizioni fisiche, atletiche, di forma si presenterà sul ring Tyson Fury? Ha scelto un rivale di livello medio basso, più piccolo, con un solo match vero tra i pesi massimi (unica sconfitta in carriera). Insomma, lui e Frank Warren hanno preso le loro misure di precauzione. Basteranno? Probabilmente sì, ma qualche dubbio comunque ce lo porteremo dietro fino al suono del primo gong.

 

Tarver (cinquant’anni a novembre) il 10 giugno torna sul ring…

Antonio Tarver compirà cinquant’anni il prossimo 21 novembre.
E ancora combatte.
Il 10 giugno a Lancaster (California) affronterà Travis Kauffman (32 anni, 31-2-0, 23 ko, padre single di tre figli) che negli ultimi due match ha incontrato Amir Manson (45 anni) e Josh Garmley (42).
Tarver (31-6-1, 22 ko) ha avuto tempi buoni.
È stato medaglia di bronzo all’Olimpiade di Atlanta 1996, l’anno prima aveva vinto l’oro ai Mondiali dilettanti battendo Gojovic, Aurino (match pari, decisione per numero dei colpi totali andati a segno), Jirov e Vega.
Da professionista è stato campione del mondo dei mediomassimi (in occasioni diverse) per Wbc, Wba e Ibf. Ha affrontato tre volte Roy Jones jr, chiudendo con due vittorie e una sconfitta.

Tarver ha avuto momenti bui.
Ha conosciuto la droga da ragazzo. È stato trovato positivo al controllo antidoping in due occasioni. E stato arrestato per avere emesso un assegno a vuoto nel 2014. Ha accumulato debiti per un milione di dollari.


Lo chiamano ancora Magic Man. Ma oggi si fa fatica a trovare un collegamento tra quel soprannome e il suo status.
Nel’ultimo decennio ha boxato da mediomassimo, massimo leggero e peso massimo. Andando e tornando da una categoria all’altra.
Il suo ultimi combattimento è datato 14 agosto 2015, negli ultimi tredici anni ha sostenuto solo tredici match.


Ha guadagnato anche lontano dal ring. Nel 2006 ha interpretato il ruolo di Mason Dix nel film Rocky Balboa di Sylvester Stallone (era il rivale giovane di Rocky) e ne è uscito con un buon assegno, coperto.
A quasi cinquant’anni continua a combattere.
FoxSports 1 riprenderà la sfida con Travis Kauffman che i tifosi chiamano My Time.
Di certo questo non sembra proprio essere il momento di Antonio Tarver.

È morto Troy Waters, sfidante mondiale di Rosi. Aveva solo 53 anni

La prima volta che ho parlato con lui è stato in una stanza d’albergo che sembrava essere stata appena travolta da un ciclone. Non c’era una sola cosa al suo posto. Troy Waters si era appena svegliato e rispondeva educatamente, ma con poca voglia, alle mie domande.

Eravamo a Saint Vincent. Il 27 ottobre dell’89, la sera dopo l’intervista, avrebbe sfidato Gianfranco Rosi per il mondiale Ibf dei superwelter. Di lui sapevamo tutti davvero poco.

Sapevamo che era nato in Inghilterra e da bambino era emigrato con la famiglia in Australia. Stop, fine delle informazioni. Internet in Italia era appena sbarcato e nessuno conosceva abbastanza quel sistema che in poco tempo ci avrebbe permesso di girare il mondo stando seduti nella nostra cameretta.

Andava ancora di moda l’incontro, l’intervista, lo scambio di informazioni dalla viva voce dell’interlocutore. E così Waters mi aveva raccontato di avere due fratelli, Dean e Guy. Tutti e tre erano diventati pugili nella palestra di Kulnura, sulla Costa Centrale dell’Australia. Mi aveva anche detto che era il padre ad allenarli. Ma per sapere che quel papà pretendeva davvero troppo dal terzetto, mi ero dovuto rivolgere a uno del gruppo.

Avevo così scoperto che il signor Cec era un duro e non ammetteva cali di tensione da parte dei figli. Sul ring e nella vita pretendeva sempre il massimo da loro. Questo non aiutava i rapporti interpersonali e non permetteva ai ragazzi di muoversi senza pesi sulle spalle quando dovevano affrontare un match.

Avevo chiesto a Troy un pronostico e lui mi aveva risposto che avrebbe vinto. Non aveva dubbi in proposito. Era sbarcato in Italia con un record di 14-1 e aveva solo 24 anni.

Anche io non avevo dubbi sulla vittoria di Rosi. Intervistato da Mario Guerrini per la Rai avevo espresso in modo netto le mie convinzioni. E questo non aveva fatto certo da buona promozione per l’evento. Rosi era una stella dell’Emittente di Stato, i suoi match avevano audience che si aggiravano mediamente tra i cinque e i sei milioni di telespettatori. Anche quella volta non era sceso sotto quei numeri.

Tranquilli e sereni noi giornalisti ci eravamo concessi anche una partita di calcio. Una galoppata su un campo a undici di Saint Vincent. All’ala destra, l’indimenticabile Teo Betti. Appena lo avevamo visto entrare in campo l’avevamo soprannominato l’uccellino, come il mitico Kurt Hamrin. Piccolo, scattante. Ma non certo resistente. La sua permanenza in campo non aveva superato i cinque minuti, uno stiramento agli adduttori della coscia destra l’aveva messo fuori partita.

La sera dopo Gianfranco Rosi aveva stravinto, come da pronostico: 118-110, 119-113, 117-111 i cartellini. Di quel match ricordo anche l’eleganza di Renzo Spagnoli che indossava con grande classe lo smoking. Ma ricordo soprattutto le signorine che avevano portato sul ring le bandiere: italiana per il campione, australiana per lo sfidante, statunitense per l’arbitro Tony Orlando. Le ricordo perché tra tutte e tre indossavano meno di un metro quadrato di tessuto.

Troy Waters ci avrebbe riprovato due volte: sconfitta per kot 3 in un tumultuoso incontro contro Terry Norris (un atterramento per parte, match fermato dall’angolo australiano per due ferite che spruzzavano sangue dalle sopracciglia del loro assistito), ancora una sconfitta per majority decision contro SImon Brown. In entrambe le occasioni in palio c’era il mondiale Wbc dei superwelter.

Waters aveva chiuso la carriera il 5 aprile del ’98 con un record di 28-5, 20 ko. Le altre due battute d’arresto le aveva subite contro In Chul Baek, futuro campione della Wba, per split decision e contro il mitico Felix Trinidad per ko 1. Era stato campione nazionale e campione del Commonwealth.

È morto questa mattina, venerdì 18 maggio, per leucemia. Aveva 53 anni appena compiuti. Lascia la moglie Michelle e due figli: Shontal di nove anni e Nate di tredici.

Ridicolo! L’Aiba non conosce le modifiche che ha fatto al regolamento…

L’Aiba ha eliminato a sorpresa quattro franchigie dalla fase finale delle World Series of Boxing (WSB), ma nessuno deve averlo comunicato all’Aiba.

Non sono impazzito. Mi spiego meglio.

L’ultimo comunicato dell’Ente mondiale, quello che annuncia il programma delle semifinali, riassume anche il regolamento.

“The top two teams from each group and the two strongest third-placed teams will qualify for the play-offs, which assume the format of four Quarter-Finals, two Semi-Finals and the grand Final”.

Traduzione.

Le prime due squadre di ciascun gruppo e le due squadre più forti classificate al terzo posto si qualificheranno per i play-offs, che assumono il formato di quattro quarti di finale, due semifinali e la grande finale“.

Il comunicato è arrivato oggi. Ma il 2 maggio l’Aiba aveva già rinnegato se stessa, e ogni rispetto dello sport, cancellando dalla fase finale quattro squadre (tra cui quella dell’Italia Thunder), azzerando i quarti di finale e passando direttamente alla fase successiva.

Ma evidentemente nessuno ha comunicato all’Aiba le decisioni dell’Aiba.

Grottesco? Io lo definirei ridicolo.