Mazzinghi vs Ki-Soo Kim, quell’incasso oggi sfiorerebbe il milione di euro!

C’era una folla immensa a San Siro per il mondiale Wba dei superwelter, Trentamila spettatori paganti, più qualche migliaio che in un modo o nell’altro erano riusciti a entrare gratis, occupavano lo stadio e portavano al botteghino un incasso che sfiorava i cento milioni di lire per la gioia degli organizzatori Vittorio Strumolo e Rodolfo Sabbatini. Cento milioni dell’epoca, rivalutati al 2018 sarebbero circa 980.000 euro!
Il match era in programma sabato 25 maggio 1968, ma due spruzzi di pioggia avevano spaventato tutti. Troppo rischioso tenere in piedi la serata, meglio rinviare.
Milano, domenica 26 maggio del ’68.
Alle 5 della sera i tori entravano nell’arena. La corrida poteva avere inizio.
Il biglietto di bordo ring costava 25.000 lire, che oggi sarebbero più o meno 250 euro. Ma il potere di acquisto di quelle 25.000 lire era assai più alto dei 250 euro del 2018. Venticinquemila lire erano poco meno della metà della mensilità di un operaio e un quarto di quello di un libero professionista.
Ki-Soo Kim riceveva una borsa di 55.000 dollari, pari a oltre 34 milioni di lire, al cambio attuale 336.000 euro. Il contratto di Sandro Mazzinghi oltre a una quota fissa , prevedeva anche una percentuale sull’incasso per un introito complessivo attorno ai dieci milioni di lire.

Cliccando sul link, potrete vedere immagini, ricordi e giornali di quei giorni.
http://www.kizoa.it/Movie-Maker/d186124192k8146442o1l1/senza-paura-nato-per-combattere

N.B. Alcune foto del video sono tratte da http://www.sandromazzinghi.com, il sito ufficiale del campione.

Quotidiani sportivi, girano i direttori, continuano a calare le vendite…

I giornali continuano l’inesorabile discesa verso l’inferno. Gli ultimi dieci anni hanno segnato un vero e proprio tracollo: Il Corriere della Sera ha perso 329.000 copie, Repubblica 210.00 e La Stampa 100.000.

Gli sportivi non hanno evitato la valanga, negli ultimi dati (febbraio 2018) si nota la perdita complessiva di 35.000 copie nel rapporto con lo stesso mese dello scorso anno. I media cartacei hanno cercato di salvarsi affidandosi alla grafica, al restyling del prodotto, ai titoli urlati. In altre parole hanno scelto di migliorare la forma, a discapito del contenuto. Così facendo hanno perso autorevolezza e qualità. Una pagina comprende quasi sempre grandi foto, titoloni, qualche tabella e un paio di pezzi tra le 35 e le 45 righe. Insomma, molto da vedere, poco da leggere. Neppure fosse la televisione, dove le immagini sono in movimento e gli eventi vengono trasmessi in diretta.  I nuovi tabloid hanno relegato in un ruolo marginale la qualità dell’informazione.

Torno sui titoloni. Spazi stretti, poche battute, oggettive difficoltà di organico hanno generato dei veri e propri mostri. Sto parlando dei titoli, con questo sostantivo comprendo anche occhielli e catenacci. A volte il concetto di un articolo deve essere riassunto in venti battute. Una sola parola. Nascono titolazioni incomprensibili, a cui si accompagnano occhielli e catenacci in cui non è indicato il soggetto del servizio. Rebus da decifrare, più che aiutare inducono il lettore in tentazione. Quella di non ripetere più l’errore, di non tornare più in edicola. Però la foto è enorme. E non sempre merita lo spazio che occupa. Perché le foto buone o esclusive costano, e di soldi ce ne sono pochi.

Poi c’è quello che io chiamo il gioco di rimbalzo. Ormai, nei due terzi dell’editoria sportiva, giornalista e lettore vedono lo stesso evento nello stesso modo. In televisione. L’assenza sul posto provoca mancanza di informazioni, se non di quelle che arrivano per agenzia e che sono reperibili in diretta (anche per i lettori) sui siti specializzati. L’assenza sul campo di gara genera anche disaffezione al mestiere, imbarazzante allontanamento dalle fonti che producono notizie. Il prodotto che viene generato da questo sistema fatica a decollare, anzi diciamo pure che sta pericolosamente affondando.

C’è poco da leggere, anche perché le notizie (quelle vere) praticamente non esistono. In quanto a fake news, ovvero a bufale, gli sportivi sono in prima linea. Il mercato dei calciatori dura tutto l’anno, i movimenti importanti sono davvero pochi. E allora si crea. Le vendite e gli acquisti di una squadra hanno spesso pochi contatti con la realtà. Il lettore è trattato da cliente totalmente privo di spirito critico e di capacità di analisi. I risultati di vendita (crollo è la parola che più si addice al fenomeno) dicono che non è così. La scelta è stata fatta, ed è quella dei siti specializzati online, che almeno garantiscono quel poco di informazione in tempo reale. Più, per chi può, la Pay Tv.

La qualità del prodotto dovrebbe essere l’ultima frontiera, quella dietro cui arroccarsi per difendere il fortino attaccato dall’informazione digitale. A minare l’effetto di questa arma ci hanno pensato gli editori che, sfruttando in modo personale l’intervento del Governo, hanno usato i fondi a disposizione solo per agevolare i prepensionamenti. Non sostituendo quasi mai i giornalisti che lasciavano la testata con giovani ricambi. Il taglio dell’organico sembra essere il loro sport preferito. Il Corriere dello Sport, tanto per fare un esempio che conosco bene, ha il 53% di redattori in meno rispetto a dieci anni fa. Solo nel 2017 in Italia gli organici dell’intero parco quotidiani hanno perso 865 giornalisti (il 5,45% del totale), nell’ultimo quinquennio il calo è stato di tremila unità.

Azzeramento delle notizie in esclusiva, informazione carente, poco spazio alla scrittura, recupero di interviste dalle televisioni, lettura degli eventi davanti a un teleschermo. Perché mai dovrebbe esserci una ripresa?

Se le copie vendute calano, il giro dei direttori e invece è in movimento.

Oggi Xavier Jacobelli è tornato alla direzione di Tuttosport (dove era già stato direttore del 1998 al 2002, lasciandolo per andare a dirigere il Corriere dello Sport-Stadio dove era rimasto solo otto mesi), prendendo il posto di Paolo De Paola, che comunque dovrebbe restare al giornale torinese, non so con quale incarico. Anche perché, sembra, appena due mesi fa avrebbe firmato un prolungamento di contratto per altri due anni.

Tuttosport negli ultimi dieci anni ha perso 71.00 copie su 118.000.

Dopo avere ricevuto il “no” di Alvaro Moretti (all’epoca della proposta direttore di Leggo, oggi vice-direttore del Messaggero), Paolo Liguori (direttore editoriale Mediaset), Andrea Di Caro (vice-direttore alla Gazzetta) e di Enzo Palladini (capo redattore Mediaset, interpellato come vice-direttore), ora il Corriere dello Sport-Stadio ha puntato su Massimo Caputi (al Messaggero, anch’esso vittima della crisi: nell’ultimo decennio ha perso 121.00 copie pari al 52% della diffusione).

Partito da giovane come DJ, Caputi ha svolto quasi esclusivamente la sua attività in televisione. Prima a Telemontecarlo per cui ha seguito due Olimpiadi e tre Mondiali di calcio. Poi in Rai con “Quelli che il calcio”, “L’Isola dei famosi” e “Con tutto il cuore” assieme a Valeria Marini. Cinque anni fa l’esordio nel mondo dei quotidiani, partendo subito con l’incarico di caporedattore per lo sport al Messaggero. Se accetterà, il 2 maggio dovrebbe sedersi sulla poltrona che è stata, tra gli altri, di Petroselli, Roghi, Ghirelli, Tosatti e Sconcerti.

Negli ultimi dieci anni il Corriere dello Sport-Stadio ha perso 159.000 copie su 237.000.

Alla Gazzetta dello Sport repentino licenziamento di due vice-direttori di lunga data. Email di convocazione al mattino, lettera di chiusura rapporto nel pomeriggio per Stefano Cazzetta (delega al personale) e Umberto Zapelloni (delega alle iniziative speciali).

Nel reparto arrivi si segnala quello di Stefano Barigelli (dal Corriere dello Sport-Stadio) con il ruolo di condirettore. Dovrebbe essere il sostituto di Andrea Monti quando scadrà il contratto dell’attuale direttore.

Negli ultimi dieci anni la Gazzetta dello Sport ha perso 241.000 copia su 391.000.

 

Tyson Fury ha perso 45 chili e il 9 giugno tornerà sul ring a Manchester…

Tyson Fury (25-0, 18 ko) è stato di parola. Intervistato a Montecarlo lo scorso novembre, aveva detto: “Non vedo cosa ci sia da preoccuparsi. In fondo devo perdere solo 44,5 chili”.

In molti, me compreso, avevano ironizzato su questa affermazione.

Ora sembra che di chili ne abbia persi addirittura 45! Cinquecento grammi più della promessa. Lo ha rivelato in esclusiva il tabloid britannico The Sun che ha pubblicato a supporto un servizio fotografico che mostra il gigante inglese in perfetta forma.

Ha fatto i guanti con David Allen e in una sessione di allenamento particolarmente brutale ha rimediato anche un occhio nero. Ma lui dice che non è un problema. Quel che conta è che sta rispettando la tabella di marcia.

Dopo due anni di assenza dal ring (ultimo match il 28 novembre 2015 in cui ha battuto Wladimir Klitschko ai punti ed ha conquistato il titolo Ibf, Wba, Wbo dei pesi massimi) torna a combattere. Il 9 giugno l’atteso rientro alla Manchester Arena. Ancora non si conosce il nome dell’avversario.

Intanto il manager Fran Warren annucia il programma: tre combattimenti, poi sarà pronto per il mondiale. “Wilder? Joshua? Non importa, nessuno può dirsi campione della categoria fino a quando non avrà affrontato Tyson Fury”.

La prima foto (datata novembre 2017) è presa dall’account Twitter di Richie Hatton. La seconda, Fury è a sinistra, dall’account Instagram del peso massimo (gypsyking101).

Le foto pubblicate dal Sun mostrano in maniera più evidente la perdita di peso di Tuson Fury, ma non possono essere riprese perché il tabloid le ha in esclusiva.

Tutto quello che c’è da sapere su Khan vs Lo Greco (diretta FoxSports Plus)

QUANDO
Domani, sabato, 21 aprile 2018

DOVE
Echo Arena, Liverpool, Inghilterra

COSA
Pesi welter, 12 riprese

A CHE ORA
Il match è previsto attorno alle 23:00 ora italiana

I PROTAGONISTI
Amir Khan
31-4-0 (25 vittorie per ko)
32 anni
altezza 1.74, allungo 1.80
Ultimi tre match
7-5-2016 Saul Alvarez (Mondiale medi Wbc) – ko6
29-5-2015 Chris Algieri (Welter Silver Wbc) + UD 12
13-12-2014 Devon Alexander (Welter silver Wbc) + UD 12

Phil Lo Greco
28-3-0 (vittorie per ko 15)
33 anni
1.73 altezza, 1.74 allungo
Ultimi tre match
30-6-2017 Jesus Gurrola + MD 8
12-6-2016 Joseph Elegele – UD 10
13-10-2015 Pablo Mungula + kot 5

HANNO DETTO
Amir Khan: “Devo vincere e vincere bene. Voglio distruggere Lo Greco, lui non è al mio livello. Se sarò costretto ad andare sino in fondo ai 12 round, lo farò. Sono pronto a farlo, ma la sconfitta non è un’opzione. Sono tornato per conquistare un altro titolo mondiale. Se non riuscissi a battere Lo Greco, quello di Liverpool sarà l’ultimo match della mia carriera”.

Phil Lo Greco: “Per batterlo sono pronto a rischiare di finire ko. Mi sto caricando di una pressione positiva. Non ho niente da perdere, mi sono allenato duramente, ho dato il massimo per ottenere il risultato. Per me è una questione di vita o di morte. Non sto esagerando, è semplicemente la realtà. Darò tutto me stesso, voglio vincere”.

SCOMMESSE
Le ultime quote: Khan 1/18 (puntando 18 euro, se ne possono intascare 19); Lo Greco 10/1 (puntando un euro, se ne possono intascare 11); pareggio 33/1.

TELEVISIONE
In Italia la riunione di Liverpool sarà trasmessa in diretta, domani 21 aprile, da FoxSports Plus (canale 205 del bouquet Sky) dalle 20:30 alle 00:30. Repliche: domenica 22 aprile canale 205 alle 12:00 e alle 21:00. Telecronista Mario Giambuzzi, commento tecnico Alessandro Duran.

PROGRAMMA
Leggeri
(Titolo del Commonwealth, 12×3) Sean Dodd (15-2-1) vs Tommy Coyle (23-4-0); welter (12×3) Amir Khan vs Phil Lo Greco; welter ((6×3) Conor Benn (11-0) vs Chris Truman (13-8-2); superpiuma (donne, 10×2) Natasha Jonas (5-0) vs Taoussy L’Hadji (5-6-1); superwelter (8×3) Antony Fowler (5-0) vs Ryan Toms (15-14-3); superwelter (8×3) Scott Fitzgerald (9-0) vs Laszlo Fazekas (31-30-1); superwelter (6×3) Sam Eggington (21-4-0) vs Achilles Szabo (21-18-0). In cartellone altri cinque match professionisti.

Cinquant’anni dopo, Mazzinghi racconta: Quella corrida mi ha cambiato la vita

 

Il 26 maggio 1968  Sandro Mazzinghi batteva il coreano Ki-Soo Kim e diventava campione del mondo Wba dei superwelter. Un match indimenticabile. Sandro ricorda quei momenti in questa intervista. Le sue parole ci portano indietro nel tempo, un’operazione salutare perché la memoria del passato aiuta a capire presente, e futuro. È la prima puntata di un racconto che ci accompagnerà fino al cinquantenario di quell’evento.

 

Sandro Mazzinghi, quale è il ricordo più intenso dell’incontro con Ki-Soo Kim?

“Avevo trent’anni, quella era la mia ultima chance per risalire sul tetto del mondo. Dovevo farlo per me, per mio fratello Guido che era stato come un padre e per tutti i tifosi. Perché la corona l’avevo persa immeritatamente tre anni prima, dovevo riportarla a casa in ogni maniera. Ricordo tutto di quella sfida: l’attimo in cui controllai le fasce alle mani, quando arrivò la chiamata dell’arbitro Harold Valant. Anche quando travolsi il coreano alla terza ripresa con una serie di colpi terrificanti: l’arbitro lo contò, io mi illusi di aver vinto, ma Ki-Soo Kim, non so come resuscitò (credo che a salvarlo sia stato il gong).Da lì in poi fu sofferenza pura per altre dodici riprese, con il pubblico impazzito per uno spettacolo unico. Quel combattimento è entrato nella storia. Fu davvero una grande vittoria, quando mi consegnarono la corona mi sentii l’uomo più felice e appagato del mondo. Perché col sacrificio ero riuscito a prendermi la rivincita che meritavo”.

Quale è stata la prima sensazione mentre entrava a San Siro, davanti a un mare di folla?

“Commozione pura, quelle sessantamila persone erano tutte lì per me. Era un match importante per la mia vita, volevo a tutti i costi il titolo e poi c’erano in ballo molti soldi, un giro d’affari milionario. Sentivo sulle spalle una grande responsabiltà”.

Cosa ha pensato dopo il suono dell’ultimo gong?

“Ho pensato che era finalmente finita. Ero esausto, sapevo che il titolo era ritornato nelle mie mani e quando hanno annunciato il verdetto mi sono messo a piangere di gioia, subito dopo ho sentito il boato della folla. Mi emoziono ancora a parlarne…”

Quanto è stata dura quella battaglia?

“Kim era fortissimo incassava anche le cannonate, sono stati quarantacinque minuti di pura follia. Una vera corrida, un match durissimo lungo 15 incredibili riprese. Lo stadio di San Siro era pieno, tutti gli spettatori gridavano il mio nome, volevano che mi riprendessi il titolo. Sarei morto pur di non far ritornare il mondiale in Corea. È impossibile dimenticare quei momenti. La boxe era la mia vita”.

Come definirebbe Ki-Soo Kin come pugile?

“Era un grande campione, molto astuto. E poi c’era quella testa sempre bassa che mi creava non pochi problemi. Era preparatissimo, era venuto a Milano per battermi ma sapeva che anche io alla corta distanza ero pericoloso. In Corea lui era campione del mondo anche nelle arti marziali”.

Come descriverebbe la sua popolarità dopo la vittoria?

“La mia popolarità era già molto alta, con Kim esplose in maniera pazzesca, ma io sono sempre stato un uomo con i piedi per terra. Non nascondo però che quando sei osannato da tutti, ti senti un uomo diverso”.

Sulla sfida contro il coreano sono state dette molte cose, c’è un segreto che non è stato mai svelato?

“Beh non so se sia un segreto, per farlo venire in Italia l’organizzazione gli offrì una borsa enorme per l’epoca: 55.000 dollari. Ma non tutti sanno che una parte di qui soldi erano anche i miei. Avevo strappato un contratto favoloso, oltre alla borsa avevo preteso una percentuale sugli incassi. Fu davvero una scelta giusta. Basti pensare che solo per la pubblicità il mio sponsor, la IGNIS del commendator Borghi, staccò un assegno in bianco dicendomi metti qui la cifra che vuoi, scrissi un numero e lui senza guardare mi disse: “Accetto, qua la mano”.

Rivede mai il video di quel mondiale?

“Ho un archivio pazzesco, ma non amo però rivedere spesso i miei match. Capita a volte di avere amici a cena e a volte succede che mi chiedano di rivedere alcuni miei incontri. Quello con Kim è il più gettonato. Ogni volta che lo riguardo mi emoziono: rivedo le smorfie di dolore, la fatica, la tenacia di tutti e due. Insomma, mi batte ancora oggi il cuore”.

Cosa ha significato per lei quel combattimento?

“Tanto, se non tutto. Mi ero sacrificato per tre anni pur di riportare il titolo in Italia. Quando sono tornato campione mi sentivo l’uomo più felice del mondo. Primo perché avevo di nuovo la mia cintura. Secondo perché avevo ancora una volta fatto vedere agli scettici che non ero un pugile finito. Terzo, ed era il fattore più importante, perché stavo realizzando il mio sogno: avere una casa, una famiglia e una buona stabilità economica”.

Cosa ha significato quel match per la boxe italiana?
“Credo molto, un combattimento cosi non lo vedi tutti i giorni. Due tori che si sfidano nell’arena, una battaglia fantastica. Ancora oggi in tanti si ricordano quell’incontro di cinquant’anni fa. Penso che per la Federazione Pugilistica Italiana e per l’Italia abbia significato tanto in termini di prestigio, popolarità, interessi. Era un chiaro segnale di quanto il nostro pugilato fosse osannato, non solo qui ma anche all’estero”.

Gli ottant’anni di Nino, parole e fatti di un campione senza età…

“Dimmi, James: li ricordi, tu, i bei giorni andati?”“Ogni anno che passa, sempre di più”
 (John Hurt e Kris Kristofferson, I cancelli del cielo)

Un silenzio assoluto. Un’oscurità attenuata da flebili luci. Un uomo steso sul lettino dei massaggi, attorno a lui poche persone. Fuori, davanti alla porta dello spogliatoio, un altro uomo. Era il guardiano della serenità, colui che doveva controllare che nessuno entrasse a interrompere la concentrazione del campione.
 Nino Benvenuti stava per affrontare la notte più importante della vita e aveva bisogno di ogni stilla di energia.
Era nella pancia del Madison Square Garden, lì dove ogni grande avventura era nata. Su quel ring avevano combattuto Joe Louis, Sugar Ray Robinson, Jake LaMotta, Rocky Marciano. L’arena aveva più volte cambiato indirizzo, quasi fosse il tendone di un circo creato per acrobati e clown, ma l’anima era rimasta sempre la stessa. La carovana dei pugilatori si muoveva nel ventre della civiltà, lasciando ovunque la sua impronta. Era seguendo il filo delle emozioni che potevi approdare al luogo sacro. E il Garden lo era.
Il dottor Harry Kleimann aveva già controllato le pulsazioni del triestino, 56 al minuto. Era uscito chiedendosi se quel ragazzo fosse incosciente o troppo sicuro di se stesso. Solo Nino avrebbe potuto dargli la risposta giusta.
Un silenzio assoluto attraversava la penombra di quel camerino. Era stato lungo il cammino per arrivare fino al palcoscenico che ogni pugile sognava.
Benvenuti aveva cominciato a fare boxe spinto da qualcosa che sentiva dentro, che lo motivava, che quasi gli imponeva di regalare al papà Fernando le gioie che lui non aveva potuto vivere. Il nonno di Nino glielo aveva impedito. Il pugilato, a quei tempi, faceva paura.

La decisione di diventare un pugile era stata istintiva.
Benvenuti non sapeva molto di questo sport. Ma sapeva che doveva imparare a tirare pugni. E così si era inventato un pugilato tutto suo. Aveva appeso alla trave della cantina di casa un sacco di juta pieno di frumento. Un paio di calzettoni colmi di stracci erano diventati i guantoni. Aveva tirato una corda fra le tre colonne della cantina e aveva costruito quello che lui immaginava essere un ring.
 Aveva lasciato quella palestra personale dopo sei mesi di grande lavoro. Ed era entrato in un ginnasio vero, quello che il maestro Luciano Zorzenon aveva aperto a pochi metri da casa Benvenuti.
Nulla rompeva quel silenzio assoluto all’interno del Garden. La mente di Nino andava alla ricerca della concentrazione massima, voleva isolarsi dal resto del mondo e allo stesso tempo esserne parte integrante. Cercava quello che da tempo chiamava il suo Nirvana. Voleva salire sul ring leggero, nella condizione migliore per dare il meglio di sé, perché davanti avrebbe avuto un grande campione, Emile Griffith.
Era la notte del 17 aprile 1967.
 Il mondiale dei medi sembrava un sogno per tanti, ma Nino il suo sogno l’aveva già realizzato. L’oro olimpico con l’aggiunta della Coppa Val Barker, quella per il miglior pugile dei Giochi di Roma 1960. Una cavalcata trionfale che non avrebbe mai dimenticato, continuando a dare a tutti la stessa risposta davanti alla stessa domanda.
«Nino, quale è stata la tua vittoria più bella?»
«La conquista dell’oro ai Giochi di Roma».

Sul podio aveva lanciato un bacio verso il cielo, nel ricordo di Dora. La mamma era morta quando aveva appena 46 anni e lui ne aveva da poco compiuti 17. Aveva seguito in silenzio la carriera sportiva del figliolo, probabilmente non avrebbe voluto assecondare quella scelta, ma era contenta. Lo era perché il ragazzo rendeva felice il papà. Il signor Fernando l’aveva seguito restando sempre un passo indietro, lasciando che fossero i maestri a governare il suo ragazzo. Prima Zorzellon, poi Nino Tiralongo. E infine Natalino Rea, accanto al quale era salito in cima al mondo dei dilettanti.
Ancora silenzio nel camerino del Madison. Il massaggiatore aveva finito il suo lavoro. Era quasi arrivato il tempo di andare. Benvenuti si sentiva finalmente leggero. Ma avvertiva dentro di sé un peso che doveva riuscire a trasformare in una grande spinta.
Da quando era arrivato a New York aveva incrociato centinaia di italiani che gli avevano dato una pacca sulle spalle, avevano voluto fare una foto con lui, gli avevano ricordato cosa significasse per loro avere un italiano campione del mondo. Benvenuti non aveva lottato per scacciare quei pensieri, ci si era adagiato dentro, si era fatto cullare da quelle parole. Sapeva che avrebbero contribuito a dargli forza.
Quattro charter di tifosi erano volati dall’Italia per essere lì a incitarlo. L’America degli anni Sessanta era qualcosa di molto lontano per noi. Cosa sapevamo? I libri ci raccontavano la storia di quel popolo, ma erano in pochi a conoscere l’America moderna, quella di tutti i giorni. Era assai vicino a un sogno. Dicevano: vado lì e qualcosa accadrà. Venire trasportati a New York, anche se solo via radio, voleva dire essere nel mondo nuovo, partecipare direttamente all’evento.
Avevamo raggiunto, tutti assieme, quel Continente assai più distante delle migliaia di chilometri che lo separavano dall’Italia. E non lo facevamo attraverso il cinema, che raccontava storie senza tempo. No, tutti noi stavamo vivendo in diretta una grande avventura. C’era l’Italia intera dentro il Madison Square Garden. Non c’erano aerei super veloci e il costo del biglietto non era una cosa che molti potessero permettersi. Il racconto degli States era affidato dunque a libri e film. Quindi, in gran parte, alla fantasia.

In quegli anni le nostre case si erano riempite di rumori e di luce. Un salto in avanti nel tempo, rispetto al grigiore degli anni Cinquanta. L’elettricità aveva ridisegnato le abitazioni. I giradischi erano diventati strumenti indispensabili per i ragazzi, nove milioni di italiani avevano comprato un televisore. E quelli che non lo avevano si radunavano in casa degli amici più fortunati. Venti milioni di telespettatori per la finale di Canzonissima, altrettanti per l’ultima serata del Festival di Sanremo. Ma c’era ancora chi voleva pensare per noi.
Il Governo italiano aveva vietato la trasmissione in diretta televisiva del mondiale. Temeva che gli italiani, restando in piedi sino all’alba (il match cominciava alle 22 di New York, le 4 del mattino a Roma) non si sarebbero poi presentati al lavoro. Era stata concessa, in via eccezionale, la radiocronaca. In cinquemila, solo a Milano, avevano prenotato la sveglia telefonica per le tre. In diciotto milioni avrebbero ascoltato la voce di Paolo Valenti, abile narratore della grande avventura. Una nazione intera spingeva Nino, voleva accompagnarlo sul tetto del mondo.
Era arrivato il momento di andare. Bruno Amaduzzi, Libero Golinelli e Benvenuti avevano lasciato il silenzio dello spogliatoio e si erano incamminati nel tunnel che portava all’arena. Il rumore era cresciuto lentamente, come il motore di un aereo che si avvicina e quando passa sulla testa provoca un frastuono infernale. Così le urla del Madison Square Garden avevano travolto il terzetto.
«Ni-no, Ni-no, Ni-no, Ni-no!»
Erano in tanti a ritmare quel nome. Uomini arrivati laggiù pieni di speranze, paisà che cercavano riscatto attraverso la vittoria di un loro connazionale, signori che all’America (come, all’epoca, dicevano in molti) avevano fatto fortuna. Incitavano, urlavano, sognavano. Era stato in quel momento che Nino aveva avvertito una strana sensazione. Aveva scoperto di sentirsi protetto. Quella gente era con lui.
Tanti italiani, tante bandiere tricolori. Era difficile rimanere calmo, ma lui ce l’aveva fatta. Era in un altro mondo, isolato da tutto. Nel resto della sua carriera non sarebbe mai più riuscito a sentirsi così. Solo nella folla. Non c’era tensione in lui. Poteva essere pericoloso non sentire quella carica agonistica che la tensione sa regalarti. Ma Nino quella volta non ne aveva bisogno. Sapeva esattamente quello che avrebbe fatto. Subito dopo il gong sarebbe stato lui a tirare il primo pugno. E sarebbe andato avanti su quella strada, sino alla vittoria. E così era stato.
Il match era stato duro, spietato.
Un montante destro al secondo round e Griffith era andato giù. Emilio si era fermato un attimo e Nino l’aveva quasi spinto. L’americano gli aveva tenuto il guantone in un estremo tentativo di rimanere in piedi, ma Benvenuti era riuscito a liberarsi di quella morsa e l’altro era finito al tappeto. Sapeva di averlo preso perfettamente, era un colpo che aveva studiato a lungo in palestra. Qualcuno dei suoi sparring partner era anche finito al tappeto. L’aveva provato con i guantoni grossi, funzionava. E aveva funzionato anche nel match per il titolo.

Ma Emilio quel colpo terribile era riuscito ad assorbirlo. L’aveva sentito, ma non aveva perso conoscenza. Si era rialzato immediatamente. Nino aveva allora provato ad accelerare per vedere le sue reazioni. E aveva scoperto che non era ancora arrivato il momento di forzare completamente.
Poi, nella quinta ripresa, ad andare giù era stato lui. Aveva perso l’equilibrio, il colpo gli era arrivato all’orecchio. Era caduto dritto, non si era neanche piegato. Nella testa aveva un solo pensiero, la paura di non essere più in grado di rimanere in piedi. Non era suonato. Purtroppo capiva tutto. Sentiva un fischio all’orecchio, aveva realizzato che il suo equilibrio era diventato instabile, doveva far passare il tempo. Aveva sfruttato gli otto secondi di conteggio, gliene servivano altri tre o quattro per recuperare. Ce l’aveva fatta. Ma il pericolo era sempre lì, a meno di un passo da lui.
Nino continuava a chiedersi: e adesso cosa succederà? Non aveva perso i sensi, era rimasto presente a se stesso. Era sempre lui, quello che voleva vincere. Aveva attraversato il momento più brutto del match ed era riuscito a superarlo. Nella vita ci sono dei passaggi obbligati, ti sembrano ostacoli insormontabili, ma sono proprio quelli i momenti in cui ti senti un predestinato. A Griffith sarebbero bastati un paio di colpi in più per ripresa e avrebbe vinto.
Negli ultimi due round, il quattordicesimo e il quindicesimo, Nino aveva fatto un piccolo miracolo. Aveva combattuto a mani basse, portando dei montanti al corpo. Quando mai avrebbe più fatto cose del genere? Era nelle condizioni da potersi permettere quell’atteggiamento. Era stato capace di attingere a ogni risorsa del suo corpo. Accade poche volte in una vita intera.
Alla fine il verdetto l’aveva premiato.

Nino Benvenuti era diventato il nuovo campione del mondo dei pesi medi. E aveva conquistato il titolo laggiù, in America. Avevano suonato le sirene delle navi ancorate al porto di New York. Avevano tirato fuori mille bandiere italiane gli emigrati che finalmente potevano sfidare i compagni di lavoro («Sì, sono italiano, come il campione del mondo»). Molte coppie, negli anni, avrebbero raccontato a Benvenuti di avere fatto l’amore proprio quella notte, di avere chiamato Giovanni il bambino che dopo nove mesi era nato. Gente che non aveva mai toccato vino, aveva bevuto fino a ubriacarsi. Anche chi normalmente andava a letto alle dieci di sera aveva fatto mattina senza stancarsi.
Quella del 17 aprile del ‘67 era stata sicuramente una serata magica. Nino non era riuscito a percepire subito il valore
dell’impresa che aveva compiuto. I primi segnali erano arrivati il giorno dopo. La gente lo fermava per strada per dirgli: «Adesso possiamo andare ad affrontare le fatiche di tutti i giorni dicendo che siamo italiani come Nino Benvenuti». Magari il giorno prima in fabbrica li prendevano in giro: «Vedrai come le becca dal negretto». E invece aveva vinto lui, il “bianchetto”.
No, non aveva capito subito cosa era riuscito a fare. Poi, ne era rimasto quasi spaventato.
L’Italia era impazzita, ma anche l’America era stata conquistata da quel bel ragazzo che aveva un’incredibile capacità di comunicare. La Paramount gli aveva offerto 100.000 dollari per dare il suo nome a una catena di ristoranti. Si sarebbero chiamati Nino’s. La prestigiosa rivista Life gli aveva dedicato la copertina. In qualunque strada del Paese passeggiasse, Benvenuti doveva fermarsi almeno dieci volte.
Stringere mani, firmare autografi, farsi fotografare.
E ancora una volta, sguardo al cielo, Nino aveva detto «grazie». Mamma Dora era sempre nel suo cuore.
Con Griffith avrebbe combattuto altre due volte, perdendo e vincendo. E l’entusiasmo sarebbe sempre stato lo stesso.

Messi nel cassetto i ricordi più belli, Benvenuti ci avrebbe regalato altre gioie. E soprattutto avrebbe conquistato l’amore dei romani. Il Palazzo dello Sport all’Eur sarebbe diventato la sua seconda casa. A fine carriera sarebbero stati trenta i match disputati su quel ring, per tre volte in palio ci sarebbe stato il titolo mondiale.
Quando c’era Nino lassù, la folla dell’arena romana impazziva. Quando Nino attaccava, loro attaccavano con lui. Onde di un mare in burrasca scendevano giù dal terzo anello sino a rovesciarsi sulle prime file della platea.
Quando si difendeva, loro si difendevano con lui. In silenzio o urlando contro il nemico, mimando colpi nel vano tentativo di fermare l’uomo che stava provando a intaccare il mito.
E quando un indio venuto da lontano aveva piazzato il destro che avrebbe chiuso match, carriera e speranze di Nino, i diciottomila del Palazzone avevano pianto. Non si erano vergognati di versare lacrime di rabbia e di tristezza. Avevano subito capito che un’epoca meravigliosa stava finendo. Erano lacrime di dolore, ma anche di riconoscenza per un campione che aveva saputo esaltarli anche nel giorno più duro, quello della resa al grande Carlos Monzon.
C’erano stati giganti della boxe che sembravano destinati a essere i padroni del mondo. Campioni che avevano tutte le caratteristiche per essere i numeri uno. Era però accaduto che sulla loro strada incrociassero il Mito. E allora anche i giganti si erano sentiti comuni mortali, a cui solo la sorte era riuscita a negare quello che sentivano già loro. Dividere la gloria, a volte cedere addirittura il passo, era comunque un’esperienza difficile da affrontare.

A volte per rendere ancora più esaltante la carriera di un grande pugile serviva un degno rivale. Muhammad Ali aveva avuto Joe Frazier, i loro tre incontri avevano segnato un’epoca. Nino Benvenuti aveva Sandro Mazzinghi. Lo aveva incontrato due volte, aveva vinto in entrambe le occasioni, anche se il toscano non aveva mai accettato quei verdetti.
Né il primo, knock out al sesto round.
«Contro Benvenuti non ho mai perso. A Milano l’arbitro Brambilla avrebbe dovuto sospendere il match al quinto round. Benvenuti aveva alzato le braccia e se ne era andato verso il suo angolo gridando: “Buttate la spugna, questo mi ammazza”».
Né il secondo, sconfitta ai punti.
«Quel combattimento l’avevo vinto chiaramente, ma hanno voluto premiare lui. Prima o poi tutti si convinceranno che questa è la verità».
Nino, nella sua autobiografia “Il mondo in pugno”, aveva commentato in maniera diversa quella rivalità.
«Avrei voluto che diventassimo amici, come mi è capitato poi con Griffith e Monzon, ma non è stato possibile. Sandro mi ha riservato, in molte occasioni, parole poco riguardose. Sono però contento per quello che ho visto l’ultima volta che l’ho incontrato. Ha una famiglia stupenda, due bravi ragazzi che studiano. Tutti hanno nei suoi confronti un rispetto che molti uomini vorrebbero avere. Ma nella sua testa io sono stato sempre quello che ha goduto di misteriosi favoritismi. Chi mi conosce bene sa che non avrei mai accettato nulla che non mi fosse spettato di diritto».


È andata avanti così fino a un anno fa, quando, improvvisamente, incomprensioni e malintesi sono stati messi via ed è scoppiata la pace. Dopo cinquant’anni, Nino e Sandro si sono scambiati parole d’affetto.
Benvenuti, intervistato da Davide Novelli su Rai 3 in occasione della trasmissione dedicata al primo match con Griffith (17 aprile 1967) ha detto: “Anche Sandro Mazzinghi ha avuto parte di gloria in quella sfida. Perché per me è stato un avversario durissimo, difficilissimo, vicino anche alla vittoria. È stato un rivale temibile per me che sono andato poi a vincere un titolo mondiale mondiale in America. È per questo che dico: una parte di quel titolo la può sentire sua: Sandro era un grande campione, dico era perché ormai non fa più nulla (sorride, ndr), abbiamo chiuso (ride, ndr). Alessandro è stato per me, come Griffith, un avversario da tenere a memoria, perché non si può dimenticare la sua irruenza, la sua potenza. La tua potenza, come eri e come combattevi. Lo so che adesso ti starai mettendo a ridere. Ti garantisco che tu sei stato un grande campione”.

Nino ha chiuso quell’intervento con un bacio lanciato attraverso la telecamera.

Pronta è arrivata la risposta di Mazzinghi: “È bello con gli anni ricordare queste grandi imprese perchè sia Nino che io abbiamo fatto la storia del pugilato italiano, quando la boxe era uno sport veramente amato dai tifosi. Noi in quei favolosi anni abbiamo movimentato l’intero sistema pugilistico italiano, spaccando un’intera nazione in due. Sempre l’uno contro l’altro, come solo i grandi sanno fare. Ho visto l’intervista a Nino e mi ha fatto molto piacere sentire le sue parole di stima nei miei confronti, ricambio con altrettanta stima il bacio che mi ha inviato. Ciao Nino“.
Chi era accanto a Sandro, giura si sia commosso.

Nel passato di Nino, oltre alle conquiste sportive, rappresentano un momento importante anche i tre mesi trascorsi in un lebbrosario a Madras, in India. Un’esperienza indimenticabile sotto il profilo umano.
Oggi vive a Roma con Nadia, la sua seconda moglie, da cui ha avuto una figlia: Nathalie. Ha scritto in un libro la sua autobiografia.
La sua è stata una carriera fantastica, riempita dall’amore della gente. Un oro olimpico, due titoli mondiali in categorie diverse. In mezzo a tutte queste gioie, sopravvive un solo rimpianto.
«Non ho realizzato un mio sogno. Non ho potuto farlo per questioni di età. Mi sarebbe piaciuto fare un incontro con Ray Sugar Robinson. Anche per perdere, mi sarebbe bastato misurarmi con lui. Avrei voluto esser battuto da Ray Sugar Robinson, un mito».
Anche i miti hanno il loro mito.
Giovedì 26 aprile, Nino Benvenuti compie ottant’anni.
Auguri, campione.

 

Intervista a Blandamura: il mondiale, il kot, Murata, le emozioni, il futuro…

Emanuele Blandamura al telefono dalla sua stanza, al trentasettesimo piano dell’albergo che lo ospita.

“Dalla finestra si vedono le luci di Tokyo, è bello”.

Panorama a parte, come stai?

“Come un cretino che ha perso la sfida mondiale”.

Non pensavo di trovarti così giù di morale.

“Non lo sono. Forse cerco solo di sdrammatizzare. Perdere non piace a nessuno. Devo però dire che qui la gente è fantastica, continuano a fermarmi in strada per farmi i complimenti”.

Il match è stato visto da quindici milioni di giapponesi.

“Fantastico. E in Italia?”

A FoxSports sono soddisfatti, sembra che l’audience sia andata molto bene.

“Questa è una cosa che mi fa piacere, per me ma soprattutto per la boxe”.

Come giudichi la tua prestazione?

“Il maestro Agnuzzi ha studiato la tattica giusta. Se avessi combattuto come facevo qualche anno fa, andando avanti e provando subito a fare il match, sarei finito ko in due round”.

Meglio restare coperti e aspettare le riprese finali?

“Meglio limitare i danni all’inizio, muovermi molto sulle gambe, colpire con il sinistro per dargli fastidio. E soltanto dopo tentare di catturare il titolo. L’avevo detto dal giorno che sono arrivato. Non sono venuto in Giappone per prendere i soldi della borsa, sono venuto per cercare di prendere il mondiale. La tattica era quella giusta”.

Il divario nella consistenza dei colpi si è fatto sentire. Lui è più potente. In altre parole, ha vinto il migliore. Sei d’accordo?

“Non vedo come potrei dire il contrario. Murata è uno schiacciasassi, i suoi destri sono fucilate. Per fortuna avevamo preparato con cura maniacale la fase difensiva in palestra e molti colpi sono finiti sui miei guantoni, altri sono andati a vuoto”.

Poi però è arrivata la punizione nel finale dell’ottavo round.

“Vero. I colpi li vedevo, ma quel gancio destro che ha chiuso il match è stato di una precisione impressionante. Il sinistro lo avevo alto, eppure il pugno è arrivato a segno”.

Pensi che l’arbitro abbia fatto bene a chiuderla lì?

“Mancavano quattro secondi alla fine, avrei avuto un minuto di intervallo per recuperare. Potevo andare avanti, a dirla tutta: fosse per me, sarei andato avanti”.

Al tuo angolo però erano di parere diverso.

“Lo so. Ho estrema fiducia nelle persone che sono al mio angolo. Quando combatto non vedo e non sento nessuno di quelli che sono fuori dal ring, tranne loro. So che hanno pensato che fosse meglio finirla lì. Rispetto la decisione”.

Dici di non vedere nulla oltre il ring, non hai neppure sentito la pressione dei 17.000 della Yokohama Arena?

“No. Potevamo essere in un giardino deserto o al centro di uno stadio con centomila spettatori, per me sarebbe stata la stessa cosa. Mi ha battuto Ryota Murata, non il pubblico”.

Quale è il tuo giudizio sul campione del mondo Wba dei pesi medi?

“È un pugile forte, ha un pugno potente. È degno di affrontare i migliori con la speranza di poterli battere”.

Quali sono stati i lati positivi di questa trasferta?

“Ho vissuto un grande momento, il massimo che un pugile possa sognare. Il mio match è stato presentato da Jimmy Lennon jr, uno dei due più grandi ring announcer del mondo. Ho ricevuto i complimenti di Bob Arum, è vero: forse ha usato parole di convenienza, ma poteva anche farne a meno. Mi ha telefonato Paul Malignaggi e mi ha detto di provare grande rispetto per me come pugile e come uomo. E poi ci sono degli aspetti della mia prestazione che sono da sottolineare”.

A cosa ti riferisci?

“Avevo un grande fondo atletico. Ho eseguito alla perfezione la tattica. Lo stesso Murata ha detto di avere avuto difficoltà ad inquadrarmi, cosa che non gli era accaduta contro N’Dam. Ero preparato davvero bene, anche sotto il profilo psicologico. Ho dato il massimo. Ho perso perché lui era più forte di me, accade nello sport. La boxe è uno sport duro e difficile, una disciplina per pochi. Sudi e lavori in palestra, poi sali sul ring e speri di fare il match della vita. A volte trovi qualcuno migliore di te, devi fargli i complimenti non cercare scuse per giustificare la sconfitta. Murata è forte, date a retta a chi ha fatto a pugni con lui…”

Sei salito sul ring con una strana maglietta.

“Sì. L’ho comprata assieme a Veronica, la mia fidanzata. Mi è stata di grande aiuto, è stata fantastica. La maglietta l’abbiamo presa a una manifestazione motociclistica. Sul davanti c’è la fotografia di una lupa con in bocca una bambina. Lo sai, per me questa immagine significa protezione, amore, affetto. Per questo quando mi dicono: In bocca al lupo, io rispondo: Grazie“.

Lele, cosa farai da grande?

“È presto per darti una risposta, l’unica cosa certa è che il mio programma ora è pieno di date per la presentazione del libro, l’autobiografia “Che LOTTA è la VITA”. L’abbiamo scritta assieme, sei pronto a partire?”

Pronto Lele. Quando rientri in Italia?

“Arriviamo domani sera, 17 aprile, alle 19 all’aeroporto di Fiumicino”.

In bocca al lupo.

“Grazie”.

 

Blandamura dopo il mondiale: “Ho perso, ma torno in Italia a testa alta”

Emanuele Lele Blandamura è sereno, accoglie con serenità il verdetto del ring senza ricamarci tanto su. Ha perso per kot contro Ryota Murata quando mancavano quattro secondi alla fine dell’ottavo round del mondiale Wba dei pesi medi.

“È una sconfitta da accettare a testa alta perché bisogna sempre riconoscere quello che hai fatto tu e quello che ha fatto il tuo avversario sul ring. Complimenti dunque a Ryota Murata, è stato molto bravo. Avevamo lavorato tanto in palestra per cercare di limitare al minimo la potenza del suo destro. Ore e ore di allenamenti per togliere efficacia a quel diretto. Per quasi otto round penso di esserci riuscito, non credo di avere subire molto. Il mio pugilato non è proprio quello che ho messo in mostra a Yokohama, il fatto è che ho dovuto adattarlo a Murata. La boxe è uno sport che si fa in due e tu non puoi prescindere dal valore, dalla forza del tuo rivale. Ho perso, ma penso di essermi comportato bene. Lo ripeto, torno in Italia a testa alta”.

Questa è una di quelle battute d’arresto che Lele chiama “sconfitte che ho vinto”. È stato un altro match che gli ha insegnato qualcosa. Un’esperienza mondiale che a 38 anni gli mancava.

 

 

Blandamura cede (ancora una volta) all’ottavo round. Murata lo mette kot

Lele ha fatto il massimo. Ha perso prima del limite nella maledetta ottava ripresa, la stessa che aveva segnato la resa nelle uniche due precedenti sconfitte: contro Saunders e Soro.

Stavolta contro Ryota Murata aveva deciso di giocarsi tutto sulla difesa. Per sei round si è mosso bene sul tronco, ha provato a non dare un riferimento fisso al campione del mondo, ha tentato di frenarlo con qualche azione d’attacco.

Il giapponese ha avuto il merito di non smarrire la pazienza lungo il cammino del match. Ha aspettato, ha accelerato quando doveva, frenato quando era necessario. Ha messo dei buoni diretti destri e ha chiuso con un preciso gancio, preceduto da tre diretti portati con la stessa mano.

Il kot è arrivato quando mancavano quattro secondi alla fine dell’ottavo round.

Blandamura non ha nulla da rimproverarsi. Ha boxato con intelligenza tattica, ha impostato l’intera sfida sul tentativo di portare avanti il combattimento pensando (forse) di tentare l’affondo nella parte finale. Non ha subito una lezione, ha incassato con grande fisicità un paio di affondi al corpo di Murata. Li ha portati via alzando la soglia della sofferenza.

Bravo in fase di contenimento, abile negli spostamenti e nell’oscillazione del tronco per sei riprese. Ha usato il sinistro per rompere l’azione del campione e il destro per provare qualche sortita in attacco. Ha affrontato con grande dignità un rivale che è, si sapeva, più forte di lui. Ma l’ha fatto con un match intelligente. Intelligente perché anche quando decidi di boxare in difesa contro un avversario che ha la dinamite nei guantoni, devi saperti muovere, devi avere addominali d’acciaio per resistere a montanti, ganci e diretti, devi scegliere il tempo giusto per contenere l’avanzata dell’avversario. Lele l’ha saputo fare a lungo. Poi, a cominciare dal settimo round, si sono visti segnali di cedimento. E nell’ottava è arrivata la svolta. Quasi otto round, ancora una volta. Non so se il match potesse andare avanti o meno. Di certo, Murata era largamente avanti e prima del kot aveva messo a segno tre destri importanti, tutti pesanti.

Emanuele Blandamura torna a casa con la certezza di avere dato il massimo. Non è certo un disonore perdere contro un pugile di valore come Ryota Murata. Il viaggio in Giappone non si è concluso come sognava, ma resta la soddisfazione di aver disputato un mondiale e di avere onorato la sfida.

Un grande titolo dei pesi mosca ha preceduto quello dei medi. L’ha vinto a sorpresa Cristofer Rosales, 23 anni appena, contro l’imbattuto Dalgo Higa che finora aveva sempre vinto e sempre per ko.

Il nicaraguense ha boxato alla grande. Longilineo, alto (1.69) per la categoria, dotato di velocità di braccia. Lo chiamano “latigo”, la frusta: come Juan Martin Coggi. Nel rispetto del soprannome, con le mani ha portato autentiche frustate. Diretti, ganci e soprattutto montanti. Un’esibizione di talento puro. Una vittoria arrivata alla fine di un combattimento bellissimo, onorato da una boxe pulita e tremendamente efficace. Higa probabilmente ha sofferto per lo sforzo fatto negli ultimi giorni per rientrare nei limiti di peso, uno sforzo che lo ha privato della dinamite nei pugni e lo ha costretto a pagare dazio alla distanza.

RISULTATI – Mosca (mondiale Wbc): Cristofer Rosales (27-3-0) b. Dalgo Higa (15-1) kot 9; Medi (mondiale Wba) Ryota Murata (14-1-0, 72,575 kg) b. Emanuele Blandamura (27-3-0, 72,370 kg) kot a 2:56 dell’ottavo round. Arbitro: Raul Caiz jr; giudici: Robert Hayle (Usa, 70-63), Carlos Sucre (Usa, 68-65), Alfredo Palanco (Mex, 69-64).

 

Blandamura affronta il picchiatore Murata, sfida terribile per il mondiale

Lele lo sa.

L’adrenalina accumulata in questi giorni, presto si trasformerà in tensione.
Lele conosce la trama, il teatro della rappresentazione e chi dividerà con lui il palcoscenico.

3-10 Shin-Yokohama, Kohoku-ku, Yokohama-shi, Kanagawa.

È il luogo della sfida. In quell’Arena, a meno di 40 chilometri da Tokyo, si gioca il futuro.

L’altro si chiama Ryota Murata, detiene il mondiale Wba dei medi. Ed è  il netto favorito. Tanto per rendere l’idea: mercoledì 11 aprile Bet365 quotava il campione a 1.02 (un euro per vincerne 1.02), lo sfidante a 13 (un euro per vincerne 13); William Hill offriva il giapponese a 1.03 e l’italiano a 11.

Chiarito il concetto, cerco di capire cosa possa riservare questo match a Emanuele Blandamura.

Il giapponese ha pugno potente e freschezza atletica, è più giovane e meglio strutturato fisicamente. Ed è in una fase di transizione. Sta cercando di modificare l’atteggiamento tattico sul ring. La forza che ha nel destro, comunque lo porti: diretto, gancio e montante, ne ha condizionato finora le scelte. È spesso andato in avanti a caccia del colpo da ko, quello che gli permette di chiudere la sfida. C’è riuscito in dieci match su quattordici. Ora, un po’ per migliorare l’immagine pugilistica sul piano internazionale, un po’ per rischiare di meno, ha deciso di frenare la sua irruenza.

Sarà più paziente, meno esuberante, più attento. Così almeno dice, non so se credergli. A 32 anni è difficile modificare il modo di gestire un incontro.

E Blandamura?

Ho cercato e trovato una mia chiave di lettura, mi permette di vedere il futuro in modo meno drastico di quanto non facciano i bookmaker e concede un appiglio ai molti amici che hanno speso parole di fiducia per Lele.

C’è nel record del pugile italiano un match a cui mi affido quando voglio convincermi che l’ipotesi di una clamorosa sorpresa possa in qualche modo reggere. È il combattimento con Billy Joe Saunders per il titolo europeo. Ma come, dirà qualcuno, ha perso per ko e lo prendi come elemento a sostegno per un possibile ribaltamento del pronostico contro un picchiatore come Murata?

Domanda legittima. E allora, provo a spiegarmi meglio.

Spesso Lele mi ha detto: “Sono fiero delle sconfitte che ho vinto”. Frase criptica, ermetica. Decodificata vuol dire che alcune battute d’arresto gli hanno lasciato un’esperienza positiva. Ha imparato dai suoi errori. Quel ko all’ottavo round è stato terribile, devastante. Ma fino al momento in cui un’imperdonabile distrazione ha permesso a Billy Joe di piazzare il gancio vincente, Blandamura è stato nel match. Da co-protagonista, non da semplice comprimario. E Saunders è un campione (forse) più forte di Murata.

Lele non ha la dinamite nei pugni, questo è cosa nota. Ma è capace di svolgere un grande lavoro, di affogare con ritmi alti e continuo movimento l’avversario. Lo so benissimo, potrebbe non bastare, potrebbe essere troppo poco per un ariete come il giapponese. Ma se riuscisse a ripetere per tutti e dodici i round il rendimento avuto contro Saunders, ne sono sicuro, uscirebbe a testa alta dall’Arena.

È in ottime condizioni, lui dice che il modo in cui Marco Rustichelli lo ha accompagnato lungo il cammino ne ha stravolto l’identità pugilistica. Si sente rinato atleticamente e più forte mentalmente. Ha maggiore fiducia in se stesso, senza che questo renda indispensabile modificare l’atteggiamento tattico sul ring. Sa che a 38 anni si trova davanti l’ultimo treno che passa in stazione. O lo prende al volo, o sarà meglio pensare ad altro.

So benissimo che Blandamura è sfavorito. Ma, a differenza di chi non pensa meritasse questa occasione, io sono convinto che se la sia conquistata con pieno diritto. L’ha meritata per l’amore con cui ha abbracciato un mestiere difficile come quello del pugilatore, per la passione che ha messo in ogni giorno di allenamento, per il titolo europeo portato a casa contro Signani, per la vittoria in trasferta contro Nader, per le sette riprese e mezzo con Saunders.

E poi c’è Eugenio Agnuzzi, il maestro (nella foto sopra, da sinistra in senso orario: Blandamura, Agnuzzi, Christian Cherchi, Federico Giorgi). Poggia anche su di lui la possibilità di un risultato a sorpresa. È un tecnico abile e preparato. Sa come gestire Lele, ha con il pugile un’empatia totale.

Insomma, da parte italiana c’è la consapevolezza di affrontare un ostacolo terribile. Ma anche la certezza di essere pronti a dare il massimo. Non so se basterà, ci vorrebbe il match perfetto per venire a capo di una sfida così complessa. Perché ogni volta che vedo i filmati di Murata mi dico che quel destro lì, ma anche il gancio sinistro, provoca danni seri.

Temo i round iniziali. Le prime tre riprese saranno un mistero che potremo risolvere solo vivendolo. Tensione, sovraccarico di responsabilità, eccesso di adrenalina potrebbero condizionare il rendimento di Blandamura, renderlo meno reattivo, addirittura passivo davanti all’azione del campione. Penso però che non sarebbe da lui. Ma so anche che il primo esame mondiale, in un altro continente, davanti a migliaia e migliaia di tifosi avversari è un’esperienza difficile da decifrare anticipatamente.

(sotto la copertina del romanzo che racconta la drammatica, commovente, esaltante storia di Lele. Da maggio in libreria e nei principali store online)

Quando immagino cosa potrebbe accadere domenica 15 aprile sul ring di Yokohama, mi dico che se dovessi affidarmi al raziocinio dovrei formulare un solo, inevitabile pronostico.
Ryota Murata è il chiaro favorito.
L’ho detto all’inizio di questo articolo, lo ribadisco in chiusura.
Ma il guerriero del Nuovo Salario, l’uomo che ama la nobilità e il coraggio del popolo Siuox, il ragazzo che ha vissuto una drammatica infanzia, il figlio che ha inseguito i genitori, il pugile che ha sofferto ogni vittoria e si è guadagnato ogni traguardo, meriterebbe un finale da applausi.

La boxe è uno sport che non guarda in faccia a nessuno. Ma chissà, magari stavolta potrebbe lasciarsi ammaliare dal pugilato generoso al limite dell’impossibile di Emanuele Blandamura, lo sfidante italiano.

I PROTAGONISTI

Ryota Murata
Campione del mondo Wba
13-1-0, 10 ko, 77% di ko
32 anni
1.83 di altezza, 1.88 di allungo
Ultimi tre match

Bruno Sandoval (19-1-1) + ko 3
Hassan N’Dam Jikam (35-2-0) – SD 12 (117-110, 111-116, 112-115); Mondiale Wba medi
Hassan N’Dam Jikam (36-2-0) + kot 7; Mondiale Wba medi

Emanuele Felice Blandamura
Numero 6 classifica Wba
27-2-0, 5 ko, 17% di ko
38 anni
1.78 altezza, 1.81 allungo

Ultimi tre match

Goran Milenkov (12-10-0) p. 6
Matteo Signani (23-4-3) SD 12 (113-115, 116-112, 115-113); europeo medi
Alessandro Goddi (30-1-1) p. 12 europeo medi

IN TELEVISIONE
Domenica
15 aprile, diretta su FoxSports (canale 204 del bouquet di Sky) con inizio alle ore 12:45. Ore 13:00 mosca: Dalgo Higa (15-0) vs Cristofer Rosales (26-3-0). Ore 14:00 medi (mondiale Wba) Ryota Murata (13-1-0) vs Emanuele Blandamura (27-2-0). Repliche, domenica 15 (canale 205 del bouquet di Sky): ore 19:15 e 21:45. Telecronista Mario Giambuzzi, commento tecnico Alessandro Duran.

IL PROGRAMMA
Mosca: Dalgo Higa (15-0) vs Cristofer Rosales (26-3-0); medi (mondiale Wba) Ryota Murata (13-1-0, 72,575 kg) vs Emanuele Blandamura (27-2-0, 72,370 kg). Arbitro: Raul Caiz; giudici: RObert Hayle, Carlos Sucre, Alfredo Palanco; supermosca: Junto Nakatani (14-0) vs Mario Andrade (13-6-5); superleggeri: Shawn Oda (7-0) vs Roldan Aldea (12-4-1); gallo: Rui Ikari (1-0-2) vs Musashi Ichijo (2-2-0); supergallo: Shinnosuke Kimoto (3-1-0) vs Tomoya Kishine (3-2-1); mosca: Kosuke Hasegawa (1-3-0) vs Haruki Usui (0-0-1).