Nino migliora, è fuori pericolo. Resta in ospedale, ma scherza sulla vicenda

Notizie confortanti dopo una notte di paura.
Nino Benvenuti ha trascorso sereno le ultime ore, è stato dichiarato fuori pericolo.
Stamattina ha ricevuto alcune telefonate da amici. Era lucido, gentile, spiritoso.

“Mi stanno rivoltando come un pedalino, quando uscirò da qui avrò la certezza di essere sano come un pesce”.

È stato intanto ricostruito il diario delle ore che hanno portato alla grande paura.

Ieri sera, 28 aprile, il campione ha accusato dei dolori all’addome e al petto. Aveva difficoltà a muoversi e parlare. Era a cena in compagnia della moglie Nadine e di un gruppo di amici. I dolori si sono fatti sempre più forti e i presenti hanno temuto un problema cardiaco o cerebrovascolare.

E stato ricoverato d’urgenza presso il Policlinico di Tor Vergata dove è arrivato in Codice Rosso, il più grave, un chiaro segnale di emergenza in corso. Prontamente assistito dal personale medico, Nino è stato sottoposto a numerosi accertamenti.

Poche ore dopo l’allarme era rientrato.

I medici hanno scongiurato qualsiasi patologia grave.

Quanto accaduto non va comunque sottovalutato. È il segnale di qualcosa che va monitorato,  cosa che i medici del Policlinico di Tor Vergata faranno nei prossimi giorni, sottoponendo il campione a cure specifiche e ulteriori accertamenti.

I dottori hanno richiesto l’assoluto riposo del paziente, l’annullamento dell’intera agenda degli impegni e il certosino rispetto delle cure consigliate.

Numerosi i messaggi di solidarietà, gli auguri di pronta guarigione che hanno raggiunto un personaggio molto popolare.

Nino ha ottant’anni, li ha compiuti tre giorni fa.

Paura per Nino Benvenuti, ricoverato d’urgenza in ospedale

Paura per Nino Benvenuti. L’agenzia Ansa riferisce di un forte malore a causa del quale è stato necessario il ricovero d’urgenza al Policlinico di Tor Vergata, dove è giunto in codice rosso. I medici lo hanno immediatamente sottoposto a una serie di esami clinici. Il fatto è accaduto nel pomeriggio di oggi. Gli stessi medici successivamente hanno escluso il peggio, ma si sono riservati di pronunciare ufficialmente una prognosi definitiva. Hanno in ogni caso consigliato assoluto riposo e l’annullamento, per un periodo di tempo non specificato, di qualsiasi impegno l’ex campione del mondo avesse assunto in precedenza.
Nino Benvenuti ha compiuto 80 anni giovedì scorso, 26 aprile.

 

Lo chiamano l’Incubo. Ha lasciato la scuola per la boxe, sabato sfiderà Golovkin

Vanes sta leggendo un libro di boxe, steso sul letto nel silenzio di una casa tranquilla.
Squilla il cellulare.
Una, due, tre, quattro volte.
Alla fina si lascia convincere, anche perché il trillo del telefonino sta diventando fastidioso.
Poggia il libro sul comodino, spinge il pulsante verde del cellulare e accetta la chiamata.
Dall’altra parte c’è uno che non ha alcuna intenzione di perdersi in convenevoli.
“Ehi ragazzo, c’è quel tizio che si fa chiamare Triple-G o qualcosa del tenere. Vuoi affrontarlo?”
“Certo!”
Non ci pensa neppure un secondo, lui non ha mai rifiutato un avversario.
Non fa eccezione neppure per Gennady GGG Golovkin, 37-0-1 e 33 ko.
Non gli mette paura.
“In fondo è solo un uomo, quindi battibile. Come tutti gli uomini”.
Vanes Martirosyan accetta la sfida, risponde sì al suo promoter.
Quel tipo strano, con i capelli bianchi dritti sparati verso il cielo.
Don King, proprio lui.
L’uomo dai capelli elettrici.
I nemici dicono che quei capelli sono come lui: non rispettano nessuna legge, neppure quella di gravità.
L’organizzatore ha una spiegazione più spirituale.
«Stavo cercando di prendere sonno quando mi sono sentito come un rombo in testa. Sono corso allo specchio e ho visto i miei capelli dritti come frecce. Anche il barbiere, il giorno dopo, non è riuscito a far niente: ogni volta che provava a tagliarli, sentiva come una scossa. Era il segnale divino: è da quel momento che sono in missione per conto di Dio.»
Un po’ come i Blues Brothers.


Don King nella vita di Martirosyan è arrivato dopo Bob Arum e i fratelli Gossen.
Così come coach Edmont Tarverdyan è arrivato dopo Freddie Roach, Ronnie Shield e Joe Gossen.
Vanes è un duro.
Non ha mai evitato gli ostacoli. Ha combattuto quaranta match, ne ha vinti 36, pareggiato uno e persi tre: contro Lara, Jermell Charlo e Andrade. Sempre ai punti, due volte con il mondiale in palio.
È nato in Armenia, nella città che prende il nome dallo scrittore Khacatur Abovjan, l’1 maggio del 1986. Lunedì compirà 32 anni, ne aveva quattro quando si è trasferito con la famiglia a Glendale, nella San Fernando Valley: Los Angeles, California.
A sette è entrato in palestra per la prima volta. Era a due passi da casa e papà Norik, che al suo Paese tirava di boxe, ce l’ha portato. A dodici l’ha tolto da scuola, voleva che si concentrasse di più sullo sport. E gli studi? Ci avrebbe pensato un insegnante privato, la nuova scuola era casa Martirosyan.

Cittadino americano, ha preso parte alle selezione per la maglia della nazionale USA. Ha battuto Andre Berto ed è andato all’Olimpiade di Atene 2004. È uscito al secondo turno.
Poi, a 19 anni, è passato professionista.
Trentadue vittorie di fila prima del pari (86-85, 86-86, 84-87) contro Lara.
Da quel momento non tutto è filato via liscio, il record degli ultimi match lo conferma: 4-3-1.
Non combatte dal 21 maggio 2016, quando è stato sconfitto da Erislandy Lara con decisione unanime per il titolo Wba dei superwelter, che poi è la sua categoria.
Contro Gennady Golovkin per il mondiale Wbc, Ibf e il supermondiale Wba, sabato 5 maggio a Carson in California, esordirà tra i medi.
E allora, scrivete su un quaderno: il valore di GGG, il fatto che da due anni Vanes non sale sul ring, aggiungete gli ultimi risultati dell’armeno/statunitense e chiudete gli appunti con l’incognita del debutto nella categoria superiore. Se avrete fatto bene i compiti, non potrete che condividere il responso dei bookmaker: per vincere un dollaro puntando su Golovkin ne dovrete impegnare 25, se volete prenderne dieci giocando Martirosyan basterà scommetterne uno. A questo punto, che GGG sia il netto favorito mi sembra un eufemismo.


“Il match è una grande opportunità per me. Ho il massimo rispetto per Golovkin, ma so che lo posso battere”.
Vanes lo dice con uno sguardo da cattivo e accompagna le parole con la promessa di onorare il suo soprannome. che poi è nightmare: incubo.
A crederci è anche Ronda Rousey, la ragazza che è diventata in poco tempo un grande personaggio nel mondo dell’UFC e si allena nella stessa palestra di Martirosyan.
“Sono orgogliosa di lui” dice la fighter.
“Lei per me è come una sorella” risponde L’Incubo e per ingentilire l’atmosfera salta la corda al ritmo di una banda che suona dal vivo a pochi metri dal ring.
Conga, fisarmonica e piffero danno vita a una musica armena che riempie la sala.
Vanes Martirosyan è pronto per GGG.
È certo di avere la possibilità di sovvertire il pronostico, ma solo pochi amici sono disposti a seguirlo su questa strada.

 

Nel 2014 aveva conquistato Tyson, ora passerà sette anni in carcere (video)

“In futuro tutti saremo famosi per 15 minuti”, parole finite addirittura sulle mura del New York Museum of Modern Art (MOMA). Si è soliti attribuirle all’artista Andy Warhol, recentemente qualcuno ha insinuato il dubbio che siano invece nate nella mente del fotografo Nat Finkelstein. Chiunque le abbia pensate, restano comunque parole simboliche. E più o meno veritiere.

Craig Vitale i suoi quindici minuti di fama li ha avuto nel 2014.

Due devastanti montanti lo avevano lanciato nel mondo dei social. Su YouTube le vittorie per ko contro Johnny Kavana (in 52 secondi) e Joe Muir (in meno di due round) avevano fatto il giro del mondo, cinquecentomila persone avevano visto quei filmati. Tra queste c’era un personaggio importante, l’eroe di Craig. Il suo idolo. Iron Mike Tyson.
L’ex campione del mondo aveva telefonato prima al manager Adam Wilcock e poi al maestro Sam Brizzi. Voleva portare Vitale negli States, allenarlo, farlo combattere.

I due conoscevano pregi e difetti del loro uomo. Era forte, ma era ancora troppo grezzo per tentare la grande avventura americana. Avevano negato il permesso.

Craig Vitale aveva 25 anni e solo dodici mesi da pugile professionista, sei match, sei vittorie, tre ko da marzo 2013 a marzo 2014. E non è che da dilettante avesse combattuto molto di più: 7-0 recitava il suo record. Era dunque imbattuto. Così in molti si erano meravigliati, quando poco dopo aveva deciso di chiuderla lì. Niente Tyson, niente Stati Uniti, niente pugilato.

L’unico modo per rivederlo sul ring era quello di collegarsi a YouTube.

Adesso questo signore, nato nelle Isole Samoa ma residente ia Sunshine nello Stato di Victoria in Australia, ha 29 anni. Passerà almeno i prossimi sette, se non diventeranno undici, in carcere.

Il giudice Michael Croucher lo ha condannato per rapina a mano armata.
Lui e il fratello sono entrati in un drugstore, lui ha puntato un fucile da caccia contro i clienti, poi ha sparato un colpo verso la cassiera non colpendola, ha invece ferito a una mano un signore appena entrato per comprare delle patatine ai figli.

“È difficile capire perché abbia deciso di presentarsi armato per derubare una donna che è la metà del suo peso e ha il doppio dei suoi anni, per portarle via pochi miserabili dollari e un paio di cassette di Jim Beam” ha detto il magistrato.

Jim Beam, per chi non lo sapesse, è bourbon: un whiskey che prende il nome da una contea dello Stato del Kentucky.

Cappuccio della tuta calato sulla testa, fucile in mano, minaccioso ha fatto la rapina. Poi ha cercato di scappare, è stato catturato.

Sognava di diventare il campione dei pesi massimi, ora dovrà meditare sui suoi errori. Chiuso in cella, avrà dai sette agli undici anni per farlo.

Hearn: La sfida Joshua vs Wilder è più vicina, forse la vedremo a fine anno

Un piccolo passo avanti verso la realizzazione dell’unificazione del mondiale massimi tra Anthony Joshua (Wba, Ibf, Wbo, 21-0, 20 ko) e Deontay Wilder (Wbc, 40-0, 39 ko).

In un’intervista rilascia a SkySports UK il promoter Eddie Hearn di Matchroom ha detto che la sfida potrebbe realizzarsi entro la fine dell’anno.

L’offerta di Shelly Finkle, co-promoter di Wilder, era di 50 milioni di dollari o il 50% dell’intero movimento economico attorno al match. La proposta scadeva alla mezzanotte di ieri. Hearn ha risposto: “Siamo molto interessati”. Poi ha chiesto di approfondire la questione.

“Questo mondiale si farà presto?” gli ha domandato il giornalista di SkySports UK.
“Credo di sì. La trattativa è aperta. Noi abbiamo fatto un’offerta, loro ne hanno fatta un’altra. Ci sono molti aspetti della questione da analizzare, ma andremo avanti per capire se l’accordo sarà realizzabile in tempi brevi. Di certo l’aspetto positivo di questi ultimi giorni è che, nonostante ancora non sia stato chiarito se la loro sia una proposta fatta per incrementare le pubbliche relazioni di Wilder o no, oggi siamo più vicini al match”.

Hearn ha precisato che i termini generali sono positivi, ma ha manifestato dei dubbi su come la questione sia stata impostata.

“Non ho mai visto un mondiale organizzato tramite una email spedita da un pugile a un altro pugile. Voglio vedere il contratto, dobbiamo incontrarci”.

Shelly Finkel ha ribadito: “La nostra è un’offerta seria, abbiamo mandato una email a Eddie Hearn, Anthony Joshua e Robert McKracken. Aspettiamo che ci facciano sapere se intendono incontrarci. Se rifiutano 50 milioni di dollari o il 50% del movimento di affari vuol dire che non sono interessati al mondiale contro Deontay”.

Battaglie dialettiche a parte, restano in piedi altre questioni.

Il Wbc ha ribadito che il prossimo match di Wilder dovrà essere la difesa obbligatoria in giugno/luglio contro Dominic Brezeale.

La Wba ha confermato che il prossimo match di Joshua dovrà essere contro Alexander Povetkin o, in alternativa, Dillian Whyte o Jarrell Miller.

Tennis e musica, chitarre e racchette. Quella voglia matta di distruzione…

Dopo dodici anni di terapia il mio psichiatra
ha detto qualcosa che mi ha indotto alle lacrime.
Mi ha detto: “No hablo inglés”
(Ronnie Snakes)

 

Non importa che sia una chitarra o una racchetta.
L’importante è romperla.

Strana gente gli psicologi.
Dicevano che per Jimi Hendrix la chitarra fosse una proiezione del pene.
Se l’analisi fosse stata giusta, ci sarebbe da chiedersi cosa passasse per la testa del più grande di sempre quando nel 1967, prima a Monterrey e poi al Finsburry Astoria di Londra, ha distrutto la chitarra dopo averla incendiata.

L’aveva dipinta personalmente con fiori e cuori. Ma le aveva anche dato fuoco e poi l’aveva fracassata.

Un gesto di ribellione? Forse. Una provocazione? Più probabile. Ma c’è sempre un’anima candida che non accetta l’idea che gli oggetti che hanno contribuito a creare un mito possano andare persi per sempre. Così un tizio che lavorava all’ufficio stampa di Hendrix, quella chitarra l’ha prima recuperata e poi salvata nel garage di famiglia. Qualche tempo dopo, conservata ma non restaurata, la Fender Stratocaster è stata venduta all’asta.

L’americano Daniel Boucher ha pagato 495.000 dollari per averla.

Dubito che qualcuno abbia recuperato le quattro racchette distrutte in 25 secondi da Marcos Baghdatis nel secondo turno degli Australian Open, edizione gennaio 2012. E se anche l’avesse fatto, mi perdoni il cipriota, sono pronto a scommettere che non si troverebbe un solo appassionato disposto a pagarle mezzo milione di dollari. Baghdatis non è certo Jimi Hendrix. E l’unica cosa originale che ha fatto in carriera è stata quella di rompere quattro racchette in uno spazio di tempo molto breve. Un record sì, ma di follia.

Prima di lui il mondo del tennis aveva visto ben altri profeti della distruzione.

la vita. Se spacchi una chitarra in un pub di provincia mentre suoni con un gruppo di amici, chiamano un medico e ti fanno internare.

Se lo fa Paul Simonon dei Clash diventa addirittura il soggetto di una copertina (il disco era in vinile) entrata nella storia della musica. È tutto scritto sui libri. Data: 21 settembre 1979, luogo: il Palladium di New York. Frustrato dalla fredda risposta del pubblico, compostamente raccolto sui sedili del teatro anziché urlante e danzante sotto il palco, Simonon ha fracassato il basso, un prezioso Fender Precision.

Poi, si è pentito.

Ha recuperato i pezzi e li ha donati alla Rock Hall of Fame di Cleveland. In platea quella sera c’era Pennie Smith che ha fotografato la scena. Potete vedere l’immagine sulla copertina di “London Calling”.

Nessuna copertina per Paolo Canè che durante una partita di Davis in Austria è stato preso di mira da uno spettatore ubriaco. Solo dopo essere stato centrato da un bicchiere pieno di vino, Paolino si è deciso a replicare, fracassando la racchetta sulle mani dell’etilico tifoso.

Rompeva le chitarre anche Kurt Cobain. La prima, il 30 ottobre 1988, alla festa di Halloween all’Evergreen State College di Washington.

Il problema era che i Nirvana, in quel periodo, non navigavano nell’oro e una chitarra rotta a ogni spettacolo era un lusso che non potevano permettersi.

Non era senza soldi Goran Ivanisevic. Il suo problema era un altro. Nel 2000, al secondo turno del Samsung Open di Brighton in Inghilterra, si era presentato contro il coreano Hyung Lee con tre racchette.

Nel primo set, sul 5-5, Goran aveva perso game, set e controllo. Inevitibabile che spaccasse la racchetta.

Era però riuscito ad aggiudicarsi il secondo set al tiebreak. Nel terzo, sull’1-1, aveva sprecato alcune palle break attribuendo ogni singolo errore alla racchetta. Aveva così deciso di punirla con il massimo della pena. L’aveva fracassata.

Nel game successivo aveva commesso un doppio fallo. Che poteva fare il povero Goran?
L’unico gesto adatto all’occasione, almeno nella sua testa.
Rompere anche quella.
Riacquistato un minimo di lucidità aveva cercato nel borsone un’altra racchetta, erano finite.

Il giudice arbitro Gerry Armstrong non aveva potuto fare altro che allontanarlo per “lack of appropriate equipment”, mancanza di attrezzatura appropriata.

Pete Townshend, chitarrista degli Who, era un famoso distruttore di chitarre, al punto che aveva scelto per i concerti quelle più durevoli e resistenti (e soprattutto meno costose).

Le massacrava senza fare distinzioni. Un vero democratico. In carriera ha distrutto Fender Stratocaster, Fender Telecaster, oltre a vari modelli di Danelectro. Nella famosa apparizione allo Smothers Brothers Comedy Hour nel 1967, ha scelto una Vox Cheetah, utilizzata solo in quell’occasione perché disintegrata in mille pezzi da lui e dall’esplosione della batteria di Keith Moon.

«Distruggo la mia chitarra sull’altoparlante perché è di grande effetto visivo. È molto artistico. Si ottiene un suono tremendo, grandioso…».

Parola del signor Pete Townshend.

In quanto ad attimi di follia può stargli dietro senza fatica John McEnroe, cacciato dagli Australian Open del 1990. La motivazione ufficiale recitava così: “Squalificato per aver ripetutamente ingiuriato l’onorabilità della moglie del direttore di gara, con l’aggravante di aver lanciato volontariamente la racchetta sul campo di gioco, distruggendola”.

Questo e altro ha fatto uno dei più grandi sfasciaracchette di sempre. Sul podio merita un posto di tutto rispetto Marat Safin, un genio nel genere.
Da loro ci si aspettava momenti di follia a ogni apparizione.
Non deludevano quasi mai.

Genio e sregolatezza anche per Yngwie J. Malmsteen, pseudonimo di Lars Johan Yngve Lannerbäck (svedese del 1963), chitarrista heavy metal che ha raggiunto la notorietà negli anni Ottanta grazie alla notevole velocità esecutiva e all’abilità tecnica. È stato famoso per aver portato all’estremo l’applicazione della musica classica alla chitarra elettrica in un contesto heavy metal. In un concerto del tour The Seventh Sign, Malmsteen infuriato per un motivo mai del tutto chiarito, ha distrutto la chitarra sulla testa del batterista.

Il concerto è stato interrotto dopo un’ora e venti minuti di show. Bel colpo, degno di entrare in classifica. Non si hanno notizie del povero batterista.

 

Pochi a Basilea ricordano quel bambino biondo e paffuto che a 4 anni si muoveva sui campi dell’Old Boys Tennis Club. Molti ricordano un ragazzino di nove anni che dopo ogni sconfitta si rifugiava dietro la sedia del giudice arbitro e scoppiava in un pianto dirotto.

Se la partita si metteva male, cominciava a rompere le racchette, a scagliarle ovunque e a imprecare a ogni punto perso. Se i genitori dalla tribuna gli dicevano di calmarsi, lui rispondeva da vero maleducato.

«Andate a bere qualcosa e lasciatemi in pace».

Faccio fatica a riconoscere in quel bambino l’uomo di ghiaccio che ha dominato il mondo senza mai perdere la calma.

Era il futuro re del tennis, Roger Federer.

Siano racchette o chitarre, l’importante è romperle. Ma quello che ha fatto Mikhail Youzhny a Miami 2008 supera ogni record.

Sotto 7/6 3/6 4/5 40-30 contro Almagro, sbagliava il punto.
Distruggere la racchetta?
Troppo facile.
Doveva fare di più.

Aveva così cominciato a colpirsi con violenza inaudita. Tre racchettate consecutive sulla faccia, fino a quando un rivolo di sangue non ne aveva rigato il volto.

Neppure il medico, prontamente intervenuto, era riuscito a fermarlo.
Jimi Hendrix, Paul Simonon, Kurt Cobain, Pete Townshend?
Dilettanti.

Racconto tratto dal mio libro: “Storie in controtempo”. Federer, Ivanisevic, Serena, Kournikova e… Viaggio senza limiti tra gli eroi del tennis (Edizioni Absolutely Free).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli ottant’anni di Nino, campione di ogni tempo (oggi in Tv su RaiSport)

“Dimmi, James: li ricordi, tu, i bei giorni andati?”
“Ogni anno che passa, sempre di più”
 

(John Hurt e Kris Kristofferson, I cancelli del cielo)

di Dario Torromeo

Un silenzio assoluto. Un’oscurità attenuata da flebili luci. Un uomo steso sul lettino dei massaggi, attorno a lui poche persone. Fuori, davanti alla porta dello spogliatoio, un altro uomo. Era il guardiano della serenità, colui che doveva controllare che nessuno entrasse a interrompere la concentrazione del campione.
 Nino Benvenuti stava per affrontare la notte più importante della vita e aveva bisogno di ogni stilla di energia.
Era nella pancia del Madison Square Garden, lì dove ogni grande avventura era nata. Su quel ring avevano combattuto Joe Louis, Sugar Ray Robinson, Jake LaMotta, Rocky Marciano. L’arena aveva più volte cambiato indirizzo, quasi fosse il tendone di un circo creato per acrobati e clown, ma l’anima era rimasta sempre la stessa. La carovana dei pugilatori si muoveva nel ventre della civiltà, lasciando ovunque la sua impronta. Era seguendo il filo delle emozioni che potevi approdare al luogo sacro. E il Garden lo era.
Il dottor Harry Kleimann aveva già controllato le pulsazioni del triestino, 56 al minuto. Era uscito chiedendosi se quel ragazzo fosse incosciente o troppo sicuro di se stesso. Solo Nino avrebbe potuto dargli la risposta giusta.
Un silenzio assoluto attraversava la penombra di quel camerino. Era stato lungo il cammino per arrivare fino al palcoscenico che ogni pugile sognava.
Benvenuti aveva cominciato a fare boxe spinto da qualcosa che sentiva dentro, che lo motivava, che quasi gli imponeva di regalare al papà Fernando le gioie che lui non aveva potuto vivere. Il nonno di Nino glielo aveva impedito. Il pugilato, a quei tempi, faceva paura.

La decisione di diventare un pugile era stata istintiva.
Benvenuti non sapeva molto di questo sport. Ma sapeva che doveva imparare a tirare pugni. E così si era inventato un pugilato tutto suo. Aveva appeso alla trave della cantina di casa un sacco di juta pieno di frumento. Un paio di calzettoni colmi di stracci erano diventati i guantoni. Aveva tirato una corda fra le tre colonne della cantina e aveva costruito quello che lui immaginava essere un ring.
 Aveva lasciato quella palestra personale dopo sei mesi di grande lavoro. Ed era entrato in un ginnasio vero, quello che il maestro Luciano Zorzenon aveva aperto a pochi metri da casa Benvenuti.
Nulla rompeva quel silenzio assoluto all’interno del Garden. La mente di Nino andava alla ricerca della concentrazione massima, voleva isolarsi dal resto del mondo e allo stesso tempo esserne parte integrante. Cercava quello che da tempo chiamava il suo Nirvana. Voleva salire sul ring leggero, nella condizione migliore per dare il meglio di sé, perché davanti avrebbe avuto un grande campione, Emile Griffith.
Era la notte del 17 aprile 1967.
 Il mondiale dei medi sembrava un sogno per tanti, ma Nino il suo sogno l’aveva già realizzato. L’oro olimpico con l’aggiunta della Coppa Val Barker, quella per il miglior pugile dei Giochi di Roma 1960. Una cavalcata trionfale che non avrebbe mai dimenticato, continuando a dare a tutti la stessa risposta davanti alla stessa domanda.
«Nino, quale è stata la tua vittoria più bella?»
«La conquista dell’oro ai Giochi di Roma».

Sul podio aveva lanciato un bacio verso il cielo, nel ricordo di Dora. La mamma era morta quando aveva appena 46 anni e lui ne aveva da poco compiuti 17. Aveva seguito in silenzio la carriera sportiva del figliolo, probabilmente non avrebbe voluto assecondare quella scelta, ma era contenta. Lo era perché il ragazzo rendeva felice il papà. Il signor Fernando l’aveva seguito restando sempre un passo indietro, lasciando che fossero i maestri a governare il suo ragazzo. Prima Zorzellon, poi Nino Tiralongo. E infine Natalino Rea, accanto al quale era salito in cima al mondo dei dilettanti.
Ancora silenzio nel camerino del Madison. Il massaggiatore aveva finito il suo lavoro. Era quasi arrivato il tempo di andare. Benvenuti si sentiva finalmente leggero. Ma avvertiva dentro di sé un peso che doveva riuscire a trasformare in una grande spinta.
Da quando era arrivato a New York aveva incrociato centinaia di italiani che gli avevano dato una pacca sulle spalle, avevano voluto fare una foto con lui, gli avevano ricordato cosa significasse per loro avere un italiano campione del mondo. Benvenuti non aveva lottato per scacciare quei pensieri, ci si era adagiato dentro, si era fatto cullare da quelle parole. Sapeva che avrebbero contribuito a dargli forza.
Quattro charter di tifosi erano volati dall’Italia per essere lì a incitarlo. L’America degli anni Sessanta era qualcosa di molto lontano per noi. Cosa sapevamo? I libri ci raccontavano la storia di quel popolo, ma erano in pochi a conoscere l’America moderna, quella di tutti i giorni. Era assai vicino a un sogno. Dicevano: vado lì e qualcosa accadrà. Venire trasportati a New York, anche se solo via radio, voleva dire essere nel mondo nuovo, partecipare direttamente all’evento.
Avevamo raggiunto, tutti assieme, quel Continente assai più distante delle migliaia di chilometri che lo separavano dall’Italia. E non lo facevamo attraverso il cinema, che raccontava storie senza tempo. No, tutti noi stavamo vivendo in diretta una grande avventura. C’era l’Italia intera dentro il Madison Square Garden. Non c’erano aerei super veloci e il costo del biglietto non era una cosa che molti potessero permettersi. Il racconto degli States era affidato dunque a libri e film. Quindi, in gran parte, alla fantasia.

In quegli anni le nostre case si erano riempite di rumori e di luce. Un salto in avanti nel tempo, rispetto al grigiore degli anni Cinquanta. L’elettricità aveva ridisegnato le abitazioni. I giradischi erano diventati strumenti indispensabili per i ragazzi, nove milioni di italiani avevano comprato un televisore. E quelli che non lo avevano si radunavano in casa degli amici più fortunati. Venti milioni di telespettatori per la finale di Canzonissima, altrettanti per l’ultima serata del Festival di Sanremo. Ma c’era ancora chi voleva pensare per noi.
Il Governo italiano aveva vietato la trasmissione in diretta televisiva del mondiale. Temeva che gli italiani, restando in piedi sino all’alba (il match cominciava alle 22 di New York, le 4 del mattino a Roma) non si sarebbero poi presentati al lavoro. Era stata concessa, in via eccezionale, la radiocronaca. In cinquemila, solo a Milano, avevano prenotato la sveglia telefonica per le tre. In diciotto milioni avrebbero ascoltato la voce di Paolo Valenti, abile narratore della grande avventura. Una nazione intera spingeva Nino, voleva accompagnarlo sul tetto del mondo.
Era arrivato il momento di andare. Bruno Amaduzzi, Libero Golinelli e Benvenuti avevano lasciato il silenzio dello spogliatoio e si erano incamminati nel tunnel che portava all’arena. Il rumore era cresciuto lentamente, come il motore di un aereo che si avvicina e quando passa sulla testa provoca un frastuono infernale. Così le urla del Madison Square Garden avevano travolto il terzetto.
«Ni-no, Ni-no, Ni-no, Ni-no!»
Erano in tanti a ritmare quel nome. Uomini arrivati laggiù pieni di speranze, paisà che cercavano riscatto attraverso la vittoria di un loro connazionale, signori che all’America (come, all’epoca, dicevano in molti) avevano fatto fortuna. Incitavano, urlavano, sognavano. Era stato in quel momento che Nino aveva avvertito una strana sensazione. Aveva scoperto di sentirsi protetto. Quella gente era con lui.
Tanti italiani, tante bandiere tricolori. Era difficile rimanere calmo, ma lui ce l’aveva fatta. Era in un altro mondo, isolato da tutto. Nel resto della sua carriera non sarebbe mai più riuscito a sentirsi così. Solo nella folla. Non c’era tensione in lui. Poteva essere pericoloso non sentire quella carica agonistica che la tensione sa regalarti. Ma Nino quella volta non ne aveva bisogno. Sapeva esattamente quello che avrebbe fatto. Subito dopo il gong sarebbe stato lui a tirare il primo pugno. E sarebbe andato avanti su quella strada, sino alla vittoria. E così era stato.
Il match era stato duro, spietato.
Un montante destro al secondo round e Griffith era andato giù. Emilio si era fermato un attimo e Nino l’aveva quasi spinto. L’americano gli aveva tenuto il guantone in un estremo tentativo di rimanere in piedi, ma Benvenuti era riuscito a liberarsi di quella morsa e l’altro era finito al tappeto. Sapeva di averlo preso perfettamente, era un colpo che aveva studiato a lungo in palestra. Qualcuno dei suoi sparring partner era anche finito al tappeto. L’aveva provato con i guantoni grossi, funzionava. E aveva funzionato anche nel match per il titolo.

Ma Emilio quel colpo terribile era riuscito ad assorbirlo. L’aveva sentito, ma non aveva perso conoscenza. Si era rialzato immediatamente. Nino aveva allora provato ad accelerare per vedere le sue reazioni. E aveva scoperto che non era ancora arrivato il momento di forzare completamente.
Poi, nella quinta ripresa, ad andare giù era stato lui. Aveva perso l’equilibrio, il colpo gli era arrivato all’orecchio. Era caduto dritto, non si era neanche piegato. Nella testa aveva un solo pensiero, la paura di non essere più in grado di rimanere in piedi. Non era suonato. Purtroppo capiva tutto. Sentiva un fischio all’orecchio, aveva realizzato che il suo equilibrio era diventato instabile, doveva far passare il tempo. Aveva sfruttato gli otto secondi di conteggio, gliene servivano altri tre o quattro per recuperare. Ce l’aveva fatta. Ma il pericolo era sempre lì, a meno di un passo da lui.
Nino continuava a chiedersi: e adesso cosa succederà? Non aveva perso i sensi, era rimasto presente a se stesso. Era sempre lui, quello che voleva vincere. Aveva attraversato il momento più brutto del match ed era riuscito a superarlo. Nella vita ci sono dei passaggi obbligati, ti sembrano ostacoli insormontabili, ma sono proprio quelli i momenti in cui ti senti un predestinato. A Griffith sarebbero bastati un paio di colpi in più per ripresa e avrebbe vinto.
Negli ultimi due round, il quattordicesimo e il quindicesimo, Nino aveva fatto un piccolo miracolo. Aveva combattuto a mani basse, portando dei montanti al corpo. Quando mai avrebbe più fatto cose del genere? Era nelle condizioni da potersi permettere quell’atteggiamento. Era stato capace di attingere a ogni risorsa del suo corpo. Accade poche volte in una vita intera.
Alla fine il verdetto l’aveva premiato.

Nino Benvenuti era diventato il nuovo campione del mondo dei pesi medi. E aveva conquistato il titolo laggiù, in America. Avevano suonato le sirene delle navi ancorate al porto di New York. Avevano tirato fuori mille bandiere italiane gli emigrati che finalmente potevano sfidare i compagni di lavoro («Sì, sono italiano, come il campione del mondo»). Molte coppie, negli anni, avrebbero raccontato a Benvenuti di avere fatto l’amore proprio quella notte, di avere chiamato Giovanni il bambino che dopo nove mesi era nato. Gente che non aveva mai toccato vino, aveva bevuto fino a ubriacarsi. Anche chi normalmente andava a letto alle dieci di sera aveva fatto mattina senza stancarsi.
Quella del 17 aprile del ‘67 era stata sicuramente una serata magica. Nino non era riuscito a percepire subito il valore
dell’impresa che aveva compiuto. I primi segnali erano arrivati il giorno dopo. La gente lo fermava per strada per dirgli: «Adesso possiamo andare ad affrontare le fatiche di tutti i giorni dicendo che siamo italiani come Nino Benvenuti». Magari il giorno prima in fabbrica li prendevano in giro: «Vedrai come le becca dal negretto». E invece aveva vinto lui, il “bianchetto”.
No, non aveva capito subito cosa era riuscito a fare. Poi, ne era rimasto quasi spaventato.
L’Italia era impazzita, ma anche l’America era stata conquistata da quel bel ragazzo che aveva un’incredibile capacità di comunicare. La Paramount gli aveva offerto 100.000 dollari per dare il suo nome a una catena di ristoranti. Si sarebbero chiamati Nino’s. La prestigiosa rivista Life gli aveva dedicato la copertina. In qualunque strada del Paese passeggiasse, Benvenuti doveva fermarsi almeno dieci volte.
Stringere mani, firmare autografi, farsi fotografare.
E ancora una volta, sguardo al cielo, Nino aveva detto «grazie». Mamma Dora era sempre nel suo cuore.
Con Griffith avrebbe combattuto altre due volte, perdendo e vincendo. E l’entusiasmo sarebbe sempre stato lo stesso.

Messi nel cassetto i ricordi più belli, Benvenuti ci avrebbe regalato altre gioie. E soprattutto avrebbe conquistato l’amore dei romani. Il Palazzo dello Sport all’Eur sarebbe diventato la sua seconda casa. A fine carriera sarebbero stati trenta i match disputati su quel ring, per tre volte in palio ci sarebbe stato il titolo mondiale.
Quando c’era Nino lassù, la folla dell’arena romana impazziva. Quando Nino attaccava, loro attaccavano con lui. Onde di un mare in burrasca scendevano giù dal terzo anello sino a rovesciarsi sulle prime file della platea.
Quando si difendeva, loro si difendevano con lui. In silenzio o urlando contro il nemico, mimando colpi nel vano tentativo di fermare l’uomo che stava provando a intaccare il mito.
E quando un indio venuto da lontano aveva piazzato il destro che avrebbe chiuso match, carriera e speranze di Nino, i diciottomila del Palazzone avevano pianto. Non si erano vergognati di versare lacrime di rabbia e di tristezza. Avevano subito capito che un’epoca meravigliosa stava finendo. Erano lacrime di dolore, ma anche di riconoscenza per un campione che aveva saputo esaltarli anche nel giorno più duro, quello della resa al grande Carlos Monzon.
C’erano stati giganti della boxe che sembravano destinati a essere i padroni del mondo. Campioni che avevano tutte le caratteristiche per essere i numeri uno. Era però accaduto che sulla loro strada incrociassero il Mito. E allora anche i giganti si erano sentiti comuni mortali, a cui solo la sorte era riuscita a negare quello che sentivano già loro. Dividere la gloria, a volte cedere addirittura il passo, era comunque un’esperienza difficile da affrontare.

A volte per rendere ancora più esaltante la carriera di un grande pugile serviva un degno rivale. Muhammad Ali aveva avuto Joe Frazier, i loro tre incontri avevano segnato un’epoca. Nino Benvenuti aveva Sandro Mazzinghi. Lo aveva incontrato due volte, aveva vinto in entrambe le occasioni, anche se il toscano non aveva mai accettato quei verdetti.
Né il primo, knock out al sesto round.
«Contro Benvenuti non ho mai perso. A Milano l’arbitro Brambilla avrebbe dovuto sospendere il match al quinto round. Benvenuti aveva alzato le braccia e se ne era andato verso il suo angolo gridando: “Buttate la spugna, questo mi ammazza”».
Né il secondo, sconfitta ai punti.
«Quel combattimento l’avevo vinto chiaramente, ma hanno voluto premiare lui. Prima o poi tutti si convinceranno che questa è la verità».
Nino, nella sua autobiografia “Il mondo in pugno”, aveva commentato in maniera diversa quella rivalità.
«Avrei voluto che diventassimo amici, come mi è capitato poi con Griffith e Monzon, ma non è stato possibile. Sandro mi ha riservato, in molte occasioni, parole poco riguardose. Sono però contento per quello che ho visto l’ultima volta che l’ho incontrato. Ha una famiglia stupenda, due bravi ragazzi che studiano. Tutti hanno nei suoi confronti un rispetto che molti uomini vorrebbero avere. Ma nella sua testa io sono stato sempre quello che ha goduto di misteriosi favoritismi. Chi mi conosce bene sa che non avrei mai accettato nulla che non mi fosse spettato di diritto».


È andata avanti così fino a un anno fa, quando, improvvisamente, incomprensioni e malintesi sono stati messi via ed è scoppiata la pace. Dopo cinquant’anni, Nino e Sandro si sono scambiati parole d’affetto.
Benvenuti, intervistato da Davide Novelli su Rai 3 in occasione della trasmissione dedicata al primo match con Griffith (17 aprile 1967) ha detto: “Anche Sandro Mazzinghi ha avuto parte di gloria in quella sfida. Perché per me è stato un avversario durissimo, difficilissimo, vicino anche alla vittoria. È stato un rivale temibile per me che sono andato poi a vincere un titolo mondiale mondiale in America. È per questo che dico: una parte di quel titolo la può sentire sua: Sandro era un grande campione, dico era perché ormai non fa più nulla (sorride, ndr), abbiamo chiuso (ride, ndr). Alessandro è stato per me, come Griffith, un avversario da tenere a memoria, perché non si può dimenticare la sua irruenza, la sua potenza. La tua potenza, come eri e come combattevi. Lo so che adesso ti starai mettendo a ridere. Ti garantisco che tu sei stato un grande campione”.

Nino ha chiuso quell’intervento con un bacio lanciato attraverso la telecamera.

Pronta è arrivata la risposta di Mazzinghi: “È bello con gli anni ricordare queste grandi imprese perchè sia Nino che io abbiamo fatto la storia del pugilato italiano, quando la boxe era uno sport veramente amato dai tifosi. Noi in quei favolosi anni abbiamo movimentato l’intero sistema pugilistico italiano, spaccando un’intera nazione in due. Sempre l’uno contro l’altro, come solo i grandi sanno fare. Ho visto l’intervista a Nino e mi ha fatto molto piacere sentire le sue parole di stima nei miei confronti, ricambio con altrettanta stima il bacio che mi ha inviato. Ciao Nino“.
Chi era accanto a Sandro, giura si sia commosso.

Nel passato di Nino, oltre alle conquiste sportive, rappresentano un momento importante anche i tre mesi trascorsi in un lebbrosario a Madras, in India. Un’esperienza indimenticabile sotto il profilo umano.
Oggi vive a Roma con Nadia, la sua seconda moglie, da cui ha avuto una figlia: Nathalie. Ha scritto in un libro la sua autobiografia.
La sua è stata una carriera fantastica, riempita dall’amore della gente. Un oro olimpico, due titoli mondiali in categorie diverse. In mezzo a tutte queste gioie, sopravvive un solo rimpianto.
«Non ho realizzato un mio sogno. Non ho potuto farlo per questioni di età. Mi sarebbe piaciuto fare un incontro con Ray Sugar Robinson. Anche per perdere, mi sarebbe bastato misurarmi con lui. Avrei voluto esser battuto da Ray Sugar Robinson, un mito».
Anche i miti hanno il loro mito.
Giovedì 26 aprile 2018, Nino Benvenuti compie ottant’anni.
Auguri, campione.

Oggi, alle ore 19 su RaiSport, una lunga intervista di Davide Novelli a Nino.
Benvenuti è nato a Isola d’Istria il 26 aprile 1938.
Oro nei pesi welter e miglior pugile del torneo all’Olimpiade di Roma 1960.
Record da dilettante: 119-1.
Campione del mondo dei superwelter e dei medi da professionista.
Record da professionista: 82-7-1, 35 ko.

 

Lungo le strade d’America. Belle donne, orsi nel gelo della notte, bar solitari…

Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo.
(Laozi, filosofo cinese)

1) continua

La ragazza bionda ha la pelle leggermente abbronzata. E’ magra, sensuale, elegante. Siede accanto al camino nella grande hall del Ritz Carlton Hotel di Aspen, Colorado. L’uomo è vicino ai sessanta, ha un fisico asciutto, capelli grigi e corti, indossa un vestito di Armani. Deve avere qualche milione di dollari in banca, si vede da come governa la situazione. Ascoltano un gruppo che canta dal vivo.

Capelli neri e lisci. Lunghi e pettinati all’indietro, raccolti in una coda di cavallo. Occhiali improbabili, orecchino al lobo sinistro. E’ la voce guida del quartetto che sta intrattenendo ricchi signori e belle ragazze. Cantano “Tears in Heaven”, testo e parole di Eric Clapton dedicati a Connor, il figlio avuto da Lori Del Santo. Il bambino di quattro anni morto in un tragico incidente.

“Would you know my name if I saw you in heaven?
Would it be the same if I saw you in heaven?
I must be strong and carry on
‘Cause I know I don’t belong here in heaven”

Sapresti il mio nome se ti vedessi in paradiso?
Sarebbe lo stesso se ti vedessi in paradiso?
Devo essere forte e andare avanti
Perché so che non appartengo qui in paradiso

Sono uno dei pochi a sentirmi triste dentro. Forse perché ascolto la canzone. Gli altri parlano, ballano, bevono. È la mia ultima sera in città. Domani parto.
Un collega, mi invita alla Woody Creek Tavern.

A pranzo ci sono autentici cow boy” mi dice.

Ma è all’ora di cena che l’umanita che popola il locale si fa più interessante.

Una ragazza, credo abbia da poco passato i vent’anni, sta giocando a biliardo. È di una bellezza calda, burrosa. Indossa jeans aderenti cuciti sulla pelle, un mini top nero e sopra una maglietta bianca trasparente che copre davvero poco. Quando si china in avanti per tirare il colpo, il seno abbondante fatica a non uscire dall’ampia scollatura. Non sempre ci riesce. Il compagno di gioco è un tizio alto e magro, con dei capelli che non devono avere un buon rapporto con l’acqua.

2

La sala è piena. Birre, T-bone steak, chili e quesadilla circolano in grande quantità. Alle pareti spiccano vecchi articoli di giornale, foto sbiadite. C’è un chiasso infernale. I camerieri urlano le ordinazioni alla cucina, le voci si accavallano.

Il tizio alto e magro, quello che non si lava mai i capelli, appoggia le mani sul biliardo e dopo una breve giravolta si siede direttamente sul bordo, a pochi centimetri dal panno verde. Se ne sta appena sotto un televisore che è sempre acceso, anche se nessuno lo guarda. La ragazza poggia la stecca sul panno, fa un piccolo salto anche lei e si assesta sulle gambe del giovanotto. Cominciano un gioco diverso da quello di prima, ma che sembra appassionarli decisamente di più.

Finalmente le birre arrivano al nostro tavolo. È notte, la neve scende su Aspen.

La mattina dopo mi sveglio a fatica. Devo avere bevuto troppo. Dico al tassista di andare veloce, rischio di perdere l’aereo. Quando arrivo, il quadro delle partenze ha un’indicazione inquietante.

09:00 DENVER DELAYED (volo ritardato)
Tre ore dopo la scritta cambia.
09:00 DENVER CANCELLED (volo cancellato)

La città è sotto una tormenta di neve, impossibile dire quando si tornerà alla normalità. Non so a che ora riuscirò a partire. Perderò la coincidenza per la California.

Perché non andiamo da Aspen a Mammouth Mountain in macchina?
Il mio amico lo dice come se fosse la cosa più normale del mondo.
Più di novecento miglia da fare in un giorno e mezzo, dobbiamo essere lì per una nuova tappa della Coppa del Mondo di sci, abbiamo appena visto quella di Aspen. Quattro Stati da attraversare, dal Colorado alla California passando per Utah e Nevada, centinaia di chilometri lungo la I-50. La strada più solitaria d’America.
È il passaporto per una nuova avventura, non posso perdere l’occasione.
Andiamo”.

3

Prendiamo la Interstate 70. Quaranta miglia e facciamo la prima sosta, abbiamo fame. Glenwood sembra deserta, in realtà ha seimila abitanti e ha vissuto giorni felici sino alla Grande Depressione. Dalla seconda guerra mondiale in poi ha un’economia che si regge sul turismo che viene di riflesso da Aspen.

Camminando verso il ristorante, ci fermiamo davanti a una vetrina. Al centro, illuminata da due lampade, c’è una foto formato poster di John Wayne vestito da cow boy. Costa 175 dollari, una pazzia. Uno di noi vorrebbe comprarla, lo frena solo la paura di una lunga e interminabile presa in giro.

Mangio qualcosa che non so identificare. Mi sembra una gigantesca insalata con sopra avanzi di ragù dei giorni scorsi.

Proseguiamo sulla I-70, passiamo per Fruita, Loma ed eccoci a Salina. Siamo entrati nello Utah. Meno di duemila abitanti, la cittadina dorme tranquilla. Sono da poco passate le nove quando apro la porta dello Shaheen’s Restaurant. E’ un locale messicano, ma a gestirlo è una famiglia di cacciatori di Dallas. Decine di teste d’alci attaccate alle pareti.

Siamo nella terra dei Mormoni.

La cameriera è una biondina molto carina. A me sembra si senta addirittura troppo bella per vivere lì.

Un’Anchor Porter, per favore.”
“Non ne ho.”
Una Rock Bottom Dark.
“Non ne ho.”
Una Sam Adams.”
“Non ne ho.”
Mi ricordo che da queste parti la sera è proibito servire alcolici superiori al 3.2%.
Beata ragazza, era così difficile dirlo?

Meglio così. Dobbiamo fare ancora duecento miglia per arrivare a Ely dove passeremo la notte.

A Scipio prendiamo per 12 miglia la I-15 in direzione South. A Holden siamo di nuovo sulla I-50 e marciamo verso North. Eccoci a Delta, poi i 2.400 metri del Sacramento Pass e finalmente Ely.

La strada che porta dallo Utah al Nevada offre splendidi scenari. Vai avanti per centinaia di chilometri senza incrociare una persona. Non è un caso che negli States chiamino la I-50 “la strada più solitaria del mondo”.

4

Attraversiamo il deserto. Il cielo è limpido e pieno di stelle, sono più di quante sia mai riuscito ad ammirarne in tutta la vita. La Via Lattea è davanti ai  miei occhi ed è di un’ affascinante bellezza. L’aria è tersa, priva di contaminazioni, mi sento in un mondo diverso da quello in cui ho vissuto sino a poche ore fa. Il brutto è che fra qualche ora sarò di nuovo lì.

Passiamo accanto a maestose montagne, le sento vicine come fossero delle persone, i canyon mi regalano una sensazione di potenza.

Una frenata improvvisa, una sterzata rischiosa. Il coniglio selvatico è salvo. Desert cottontail e fit fox, volpi che arrivano sino a mezzo metro di lunghezza, sono gli unici esseri viventi che incrociamo nella nostra lunga notte attraverso il deserto.

Accendo la radio, Bruce Springsteen canta “Glory days”. Un inno alla malinconia, quando i ricordi ti lasciano senza nulla e tu non puoi fare a meno di aggrapparti ai pochi giorni di gloria sfumati nel tempo che fugge.

“Now I think I’m going down to the well tonight
And I’m going to drink till I get my fill
And I hope when I get old I don’t sit around thinking about it
But I probably will
Yeah, just sitting  back trying to reapture a little of the glory off,
Well time slips away
And leaves you with nothing, mister, but
Boring stories”

Penso che andrò giù al bar stanotte
E berrò fino a fare il pieno
E spero che quando sarò vecchio non me ne starò seduto a ripensarci
Anche se probabilmente lo farò
Sì, starò seduto a cercare di catturare un po’ della gloria passata,
Il tempo fugge via
E ti lascia senza niente, signore,
Solo noiose storie di giorni di gloria

Ely è città di frontiera. Il primo punto di riferimento per i giocatori che si illudono di realizzare i propri sogni nel Nevada. Blackjack, roulette, slot machine. Tutto, meno i dadi.

Non si troverà un altro posto per giocare in cinquecento miglia di strada da Jackpot a Las Vegas.

5

Quando entriamo nell’albergo guardo l’orologio. Segna l’1:30 della notte. C’è un signore al video-poker. Il resto è silenzio. Per chi è stato anche una sola volta a Las Vegas, Ely ha l’aspetto di un luogo popolato di fantasmi, senza futuro.

Il letto è comodo, dormo il sonno dei giusti. Colazione robusta. Uova strapazzate, bacon, fette di pane tostato, succo d’arancia, latte e dolci. Siamo di nuovo in macchina.
Copper Flat, Egon Rouge, i 2.300 metri del Passo Robinson Summit, White Pine Mountains, Eureka.

Un grande cartello, a meno di un chilometro dalla città, ricorda a tutti i bei tempi quando centoventi saloon e decine di alberghi accoglievano la folla di turisti che piombava a Eureka.

C’è molta Italia in questo posto sconvolto da un vento che alza nuvole di sabbia e fa rotolare sulla strada grossi cespugli le cui radici non hanno legami profondi col terreno. Emigranti delle nostre terre sono arrivati quaggiù nel 1870. Non parlavano una parola di inglese, ma lavoravano onestamente e con grande impegno nelle miniere. Molte costruzioni sono frutto di menti italiane. Il Brick Building di Celso Tatti, il Colonnade Hotel dei Benevolenti, il Saloon Lani e Repetto.

Vedo l’insegna di un ristorante. E’ ancora chiuso. Poggio le mani sulla vetrina per annullare gli effetti del riflesso e scruto all’interno. Tavoli polverosi, sedie rotte, pareti screpolate. Deve essere chiuso da un secolo. Cinquanta metri e trovo un altro posto dove vendono cibo. Un tavolo di legno, posate che hanno conosciuto tempi migliori. Una signora senza sorriso mi presenta il menù. Bistecca, patatine fritte, strudel di mele, due birre. Totale, dieci dollari. Fosse così anche nell’altra America, viaggiare non sarebbe solo un sogno. A Eureka con 18 dollari trovi un posto letto all’Hotel Alpine. Non è il Danieli di Venezia, ma ti puoi accontentare.

C’è uno strano cartello sulla porta del negozio di robivecchi accanto al ristorante.

Apriamo ogni mattina alle 9, ma possiamo aprire anche alle 10 o alle 8. A volte non apriamo per niente. Chiudiamo ogni giorno alle 5 del pomeriggio, ma possiamo anche stare aperti fino alle 6 o chiudere alle 3. Sabato e domenica restiamo chiusi, ma se passate potete anche trovarci aperti. Se avete proprio bisogno, chiamateci a casa. Non ci troverete”.

Entro e compro una guida della città, “A step back into history” (un passo indietro nella storia). Un po’ pretenziosa.

6

Lasciamo Eureka, scendiamo dalle Diamond Mountains, attraversiamo la Diamond Valley dove la US 50 curva verso ovest. Passiamo il Cancello del Diavolo ed entriamo nelle Manogany Hills. Superiamo Summit Mountain e Antelope Peak oltre i 3.300 metri. Piombiamo nella Monitor Valley.

Austin è la malinconica testimonianza del decadimento di una città. Le miniere d’oro e d’argento l’avevano resa ricca, oggi solo trecento persone popolano questo posto triste y solitario.

Abbiamo poca benzina. Per centinaia di chilometri non abbiamo incontrato nè case, nè stazioni di rifornimento. Procediamo e dopo una decina di minuti davanti a noi si manifesta una visione miracolosa: un cartello di legno che ha la forma di una grossa freccia.
La scritta è rossa.

FOOD, DRINK, GAS

Seguiamo l’indicazione, giriamo per un viottolo pieno di buche. Cinquanta metri, uno spiazzale ricoperto di neve. Un grosso lucchetto blocca la pompa di benzina. Parcheggiamo davanti a una costruzione bassa, bianca, con un tetto di tegole e una scritta in rosso su sfondo bianco: “Cold Spring Station”. Si apre la porta ed esce un gigante di due metri con una lunga barba nera, il pancione fatica a stare dentro un camicia a quadri rossi e neri.
Come direbbe un mio amico della Garbatella: “Si vede subito che non ha un filo di magro.”
Viene verso di noi, lo seguono tre cagnolini scodinzolanti.

Il barbone ride, chiama ad alta voce la moglie. Lei esce dalla casetta bianca. Indossa una maglietta a maniche corte, si strofina l’avambraccio sinistro con la mano destra.
E’ fresco oggi.
Siamo a cinque gradi sotto zero.

Dal saloon esce un altro uomo. E’ enorme, fatica a rimanere dritto. Barcolla, ha gli occhi socchiusi e umidi. La testa deve pesargli terribilmente vista la fatica che fa a tenerla dritta. Ride e ci invita a bere una birra. Lui è mastodontico, noi abbiamo sete. Entriamo.

7˜

Il saloon è buio. Due uomini e una donna bionda (jeans aderenti, cappellaccio da cow boy e stivali a punta) se ne stanno appoggiati al bancone. Altri quattro, stesso abbigliamento, occupano due tavolini in fondo alla sala. Non riesco a capire da dove possano essere arrivati. Case non ne abbiamo viste. Chiedo al padrone.

Da dove viene questa gente?
“Dalle loro case.”
Questo lo supponevo, ma quanto distano da qui le loro case?
“Dipende, anche cento chilometri.”
E fanno cento chilometri per bere una birra?
“Fanno cento chilometri per stare con gli amici, scambiare qualche parola con una persona che non sia la moglie o il marito, ridere, scherzare. Domani torneranno a lavorare”.
Mi sembra tutto molto strano”.
“Perché voi europei avete un concetto spazio/tempo diverso dal nostro”.
In ogni barista si nasconde l’anima del  filosofo-sociologo.
Beviamo, facciamo benzina, salutiamo e siamo di nuovo in viaggio. La tabella di marcia è stressante.

Passiamo Falon ed entriamo a Reno, la città dei divorzi veloci, la città fondata dalla tribù indiana dei Washo. Ceniamo, mezzo bicchiere di birra e si riparte. Il ristorante, scelto a caso, è italiano. Impressionante il numero di ristoratori del nostro Paese che operano negli States. Uno dei miei compagni di viaggio ha da tempo lanciato una scommessa: “Ogni volta che in una città americana non troverò un ristorante con la scritta “Italian cuisine” ti pagherò la cena.” Finora non ha mai pagato.

Di nuovo in cammino. È la 395 direzione South la strada che ci porterà a destinazione. A Vinton entriamo in California. Poi passiamo velocemente Bishop, Bridgeport, Lee Virgin. Mancano 36 miglia a Mammouth Mountain quando scopriamo che l’indicatore della benzina segna rosso fisso. E’ notte, di distributori non c’è traccia.

8

Fa freddo, la temperatura esterna è di 15 gradi sotto lo zero. L’idea di rimanere bloccati ci innervosisce. Con un filo di gas, sfruttando al meglio le discese e badando a non fare bruschi cambi di marcia, imbocchiamo la strada che collega la città al nostro albergo. Sono quattro miglia, ma nel momento in cui la percorriamo ancora non lo sappiamo. L’auto si inerpica lentamente sulla salita. Neve e ghiaccio attorno a noi. È la stagione in cui gli orsi si svegliano dal lungo letargo invernale. A ogni curva le speranze di farcela diminuiscono, gli occhi restano fissi sull’indicatore della benzina, la lancetta pende decisamente su una lettera che mi terrorizza: E.
Empty, vuoto!

Ancora una curva, magia.

Le luci del Mammouth Mountain Inn ci accolgono festose, finalmente a casa. È notte fonda, abbiamo lasciato l’aeroporto di Aspen da 36 ore. Ci abbracciamo, ce l’abbiamo fatta. Non abbiamo realizzato un’impresa da record, non abbiamo scoperto il nuovo mondo. Ma è stata sicuramente una bella avventura.

  1. Marzo 1995. Un viaggio in auto da Aspen a Mammouth Mountain attraversato quattro Stati: Colorado, Utah, Nevada e California. Trentasei ore (soste notturne, pasti e disguidi inclusi) per percorrere millecinquecento chilometri, deserto compreso. I compagni di quell’avventura erano Leonardo Coen de La Repubblica e Claudio Colombo del Corriere della Sera. Lavoravo ancora per il Corriere dello Sport-Stadio. Nella foto sopra, da destra: Claudio Colombo, Giorgio Viglino (La Stampa), Massimo Lopes Pegna (Gazzetta dello Sport), Leonardo Coen ed io a Mammouth Mountain.

Fabio Turchi si racconta. Passato, presente e futuro della speranza italiana…

Fabio Turchi è nato a Firenze il 24 luglio del 1993. Ha esordito da professionista il 31 ottobre 2015. Il suo record è 14-0, 11 ko. Boxa da massimo leggero, è mancino. Alto 1.88, campione italiano, campione internazionale silver Wbc. Lo allena il papà Leonardo, il manager è Mario Loreni. Match maker: Alessandro Ferrarini. Affronterà Luke Watkins per il titolo dell’Unione Europea. Ha firmato un accordo con la Real Deal di Evander Holyfield. Questa è la sua storia.

 

Fabio, in che zona di Firenze sei nato?

“Careggi, poi mi sono spostato all’Isolotto, ora vivo a Rifredi. Sono un itinerante. Non mi fermo mai”.

Dici di amare la boxe da sempre, ma avrai pur fatto qualche gioco da bambino. O no?

“Quando la mamma mi portava ai giardini con i ragazzi della mia età, andavo ancora all’asilo, mi mettevo da solo in disparte e mi muovevo come se dovessi fare il vuoto o la ginnastica”.

Tutta colpa di tuo padre Leonardo che boxava da professionista?

“Lui mi ha portato in palestra quando avevo quattro, cinque anni. A vedere, non ad allenarmi. E mi è subito piaciuto tutto. L’odore, l’atmosfera, i rumori”.

In che senso, i rumori?

“Il locale era lo stesso di oggi, quello dove insegna il babbo. Prima che nel ’98 la bruciassero, aveva il parquet. Ricordo quelle luci in alto, gialle, diverse da qualsiasi altra luce avessi visto in giro. E poi c’era lo stanzino dei pesi. Non volevano che entrassi, così mi fermavo appena fuori ad ascoltare. Loro facevano cadere sul pavimento i pesi, pensando così di mettermi timore. E invece a me quel rumore piaceva. A volte, raramente, mi permettevano di salire sul ring. Mi guardavo intorno, era bellissimo. È stato amore a prima vista”.

Sei mai andato a vedere combattere papà?

“Sì. Ho visto qualche suo match da professionista”.

E cosa hai provato?

“Stavo malissimo. Avevo una paura terribile. Temevo potesse perdere, ero terrorizzato che potesse farsi male. Ma lo scenario che c’era attorno al pugilato continuava a piacermi. Sognavo di poter vivere un giorno da protagonista quelle atmosfere”.

Cosa era il pugilato per Fabio bambino?

“Passione. Pensa che quando ero ragazzetto, mi mettevo in un angolo da solo e facevo la telecronaca come se fossi Mattioli e Benvenuti. E sul ring, nella mia testa, a battersi per il titolo c’ero io”.

Cosa è per te oggi il pugilato?

“Per me la boxe è professionismo. È sempre stata quella la mia aspirazione”.

Come hai vissuto il periodo della nazionale?

“Il dilettantismo mi ha fatto crescere come atleta e come uomo. Ma non faceva per me. Sia chiaro, non giudico ma rispetto chi ha scelto di vivere solo quella fase del nostro sport. Nella mia testa però il dilettantismo era un momento di crescita, di passaggio verso quella che era la vera meta: il professionismo”.

Ti pesa il fatto di non avere avuto la possibilità di partecipare all’Olimpiade di Rio 2016?

“Per me è stata un’occasione mancata. Sono arrivato alla fase finale del dilettantismo vuoto. I ritiri continui, il fatto di avere davanti uno come Clemente Russo, personaggio e pugile di caratura importante, il dovere pensare all’inserimento nei gruppi militari come obiettivo da raggiungere, il dovermi sentire più uno da scrivania che uomo da ring mi ha convinto a cambiare”.

È stata dura scegliere di lasciare la sicurezza dell’Esercito e le certezze del dilettantismo?

“È stato un momento difficile. Avevo addirittura pensato di smettere. È stato il periodo più buio da quando ho cominciato a fare la boxe. In assoluto il più brutto della mia vita, non solo dell’attività sportiva. Mio padre mi diceva che ero impazzito, che sbagliavo. Sono stato lasciato da solo anche da quelli che dicevano di essere miei amici. I vecchi pensavano che avevo perso la testa. Non sapevo dove ritrovare certezze”.

Adesso sei convinto di avere fatto la scelta giusta?

“Mi sono preso molte rivincite. Non solo su me stesso, ma su tanta gente che pensava avessi sbagliato tutto”.

Eppure hai lasciato uno stipendio fisso e l’assistenza garantita che potevi avere dall’essere nel giro azzurro.

“Non dico che i soldi non siano importanti, sarei un ipocrita. Dico che ho sempre cercato entusiasmo in quello che facevo e ho voluto essere coerente andando a rischiare in proprio. Dicevo che il dilettantismo era una fase di passaggio, di crescita, comunque un momento di transizione. E il professionismo era la boxe vera. Con questi concetti nella testa non potevo non fare la scelta che ho fatto”.

Non hai ancora conquistato titoli assoluti, parlo di europei o mondiali, eppure hai già raggiunto una buona popolarità. Come lo spieghi?

“Alla gente evidentemente piace la mia semplicità. E chi ama questo sport ha apprezzatto la scelta di rischiare nel professionismo andando controcorrente”.

C’è qualcosa che non ti piace nella vita da pugile?

“Tra un match e l’altro passa molto tempo e io devo faticare, soprattutto a tavola. Sono una buona forchetta. Mi piace quello che non potrei mangiare, i carboidrati in blocco: pasta e dolci. Ma sono anche uno scrupoloso. Quando vado in allenamento non mi concedo distrazioni. Voglio arrivare al match al massimo, senza avere rimpianti per una seduta in palestra fatta male o per uno sgarro nell’alimentazione”.

Ti piace mangiare, ma sai anche cucinare?

“Quando sono andato via di casa, sapevo fare davvero poco. Mamma mi vedeva raramente, ero sempre in ritiro, quando tornavo mi viziava. Adesso credo di essere cresciuto. E non solo perché ho imparato a cucinare, ma anche perché ho capito cosa significhi gestire un bilancio familiare. Pagare le bollette, rispettare le scadenze. Fino a quando ero con i miei, pensavano a tutto loro. Sono diventato grande”.

È facile o difficile avere a che fare con un padre che è anche allenatore?

“È un’arma a doppio taglio. A volte è meglio avere vicino uno che ti conosce bene, sotto match riesce a regalarti il 5/10% di rendimento in più. Ma può anche essere un male. Una critica del papà/allenatore ti tocca più di quella di uno che è solo il tuo maestro. Prima, quando ero ancora in casa, era stressante. Parlavamo di pugilato 24 ore al giorno. Adesso va decisamente meglio”.

Pensi che l’America sia davvero il paradiso del pugilato?

“Io l’ho sempre vista così. Da bambino giocavo alla play station e sceglievo il pugilato, vedevo Holyfield e Tyson e avrei voluto essere loro. Eppoi Evander aveva anche i pantaloncini viola, il colore della Fiorentina. Come avrei potuto non volergli bene”.

Era il tuo preferito?

“Era uno di quelli che ammiravo. E quando l’ho conosciuto ho imparato ad apprezzarlo ancora di più. È stato un grande campione, ma non se la tira. È gentile, alla mano”.

Facciamo uno stacco sull’attualità, che mi dici di Slick Nick Kisner, il tuo avversario del 2 giugno ad Atlantic City?

“Avrei dovuto affrontarlo in dicembre. L’ho studiato. È un buon pugile, un mestierante che sa anche boxare sporco. Usa spesso il jab e ha un buon gancio sinistro. Tira di rimessa. Non mi sembra particolarmente pericoloso, ma dovrò comunque stare attento”.

Cosa vedi nel tuo futuro?

“Non amo fare previsioni. Ma se proprio devo, dico che nel 2019 vorrei arrivare ad essere sfidante al titolo europeo. Entro tre anni, comunque entro i trenta, arrivare a disputare il mondiale”.

Cosa pensi di provare il giorno in cui il tuo manager ti dirà “Fabio, abbiamo l’accordo”?

“Credo che proverei sensazioni contrastanti. Entusiasmo per il momento più importante della carriera, tensione perché mi chiederei: sono davvero all’altezza?”

Quale è il tuo rapporto con Firenze?

“Adesso che sto costruendo la mia carriera sento che la gente mi è vicina. Ho tanti sostenitori. Ma se guardo avanti credo che dovrei scoprire altri posti. Per crescere bisogna uscire dal guscio. Il fiorentino vede solo Firenze, e questo non è un bene. Il mondo va scoperto”.

Prossima tappa il 2 giugno ad Atlantic City per il secondo match americano, avversario Nick Kisner (20-4-1, 6 ko)…

 

Kisner avverte Turchi e tifosi: Il 2 giugno brillerò, portate gli occhiali da sole…

Slick Nick è un po’ appesantito nel fisico. Su un metro e ottanta di altezza, poggia più di novanta chili, in un match è arrivato addirittura a 98: due anni fa contro Steven Tyner. Boxa adottando spesso una strana guardia. Le mani alte, con il palmo rivolto verso l’avversario. Un po’ come i maestri quando fanno le figure in allenamento.

(nel post qui sopra, pubblicato sul suo profilo Facebook, Slick Nick annuncia il prossimo match contro il nostro Fabio Turchi e avverte i suoi tifosi: “Il 2 giugno brillerò. Portate i vostri occhiali da sole”).

Spesso tiene il sinistro troppo basso, ma è comunque sufficientemente rapido. Non ha un grande ritmo, ma è in possesso di una discreta scelta di tempo che sfrutta per boxare sostanzialmente di rimessa.

Viene da Baltimora, Maryland, dove è nato il 17 gennaio del 1991. A sei anni è entrato in palestra, a sette ha sostenuto la prima esibizione, a otto il debutto in un match.

Lo ha sempre allenato Danny, suo padre, che ha origini a mezza via tra Germania e Scozia. La mamma ha radici irlandesi, ma soprattutto cecene.

All’angolo va anche il fratello Dylan.

(sopra, il video del match contro Lamont Singletary: 8-1-0 al momento della sfida, disputata il 30 marzo dello scorso anno).

Buona carriera da dilettante, a 18 anni il passaggio al professionismo dove infila dodici vittorie e un pari nei primi tredici match. Delle quattro sconfitte subite fino a oggi, una è arrivata per ko: contro Ryhad Merhy (23-0 al momento della sfida): un gancio sinistro alla figura, poi doppiato da un colpo identico alla tempia. Terribile. Due per decisione contrastata e l’altra ai punti (all’unanimità) contro Lateef Kayode (20-0 all’epoca)

Ha conquistato e difeso il titolo Wba-Naba Usa dei massimi leggeri.

Slick Nick Kisner costituirà un piccolo passo avanti nella costruzione della carriera di Fabione Turchi. Un gradino più su dei pugili che ha finora affrontato. Il 2 giugno ad Atlantic City, in occasione dell’ingresso di Evander Holyfield nella Hall of Fame del New Jersey, li vedremo uno contro l’altro.