Marzo del ’96. L’uomo del ghetto è di nuovo tra noi…

Las Vegas, 16 marzo 1996

Gli inglesi urlano, bevono, incitano, insultano. Poi, tacciono. Muti e terribilmente soli.
Mike Tyson ha appena distrutto Frank Bruno.
Prima il silenzio, poi solo violenza.
Gli hooligans picchiano e sono picchiati. Mi giro e vedo agitarsi nell’aria i manganelli dei poliziotti di Las Vegas. Torna la calma.
Iron Mike si inginocchia sul tappeto, sembra stia per mettersi a pregare.
Esce dalle corde, piega le braccia, si tocca con le mani i genitali. Guarda i giornalisti. È un ghigno quello che c’è sul suo volto.
«Here!» urla agli hooligans.
Qui.
L’uomo del ghetto è tornato.

Nessuno lancia più il grido di guerra che aveva riempito l’Arena.
«Bru-u-unoo, Bru-u-unoo, Bru-u-unoo.»
Frank è seduto sullo sgabello al suo angolo, distrutto e sanguinante, triste e umiliato.
Tutto è cominciato meno di un’ora fa.
Il dramma della sconfitta è scritto sul volto di Bruno mentre percorre il corridoio che dallo spogliatoio lo porta al ring. Occhi socchiusi, sopracciglia verso il basso, labbra che si tormentano.
Tyson avanza con fare regale, sguardo fiero in avanti.

Un gancio sinistro dà il via all’incubo.
Frank Bruno vede l’uragano che arriva, ma non ha la forza di chiudersi in casa a cercare riparo.
I tifosi provano a dargli una mano.
«Bru-u-unoo, Bru-u-unoo, Bru-u-unoo.»
Mike spara un gancio destro, un montante. Non si ferma più. Tredici colpi, uno solo fallisce il bersaglio. Frank si affloscia sulle corde, scivola lentamente verso il tappeto. È finita, sono passati 50 secondi dall’inizio della terza ripresa.
Il mostro è di nuovo tra noi.
Bruno scappa in albergo. Parla solo con gli inviati del Sun, hanno pagato 130 milioni di lire per avere l’esclusiva. Poi va in ospedale. Sei punti di sutura all’arcata sopracciliare sinistra. Qualche ora sul letto senza riuscire a prendere sonno. Alle 11 di domenica è già sul volo che lo riporta a Londra.
L’uragano sembra essersi placato.

Dice Mike Tyson.
«Ringrazio Allah per avermi dato la forza di riuscire in questa impresa. Nella religione ho trovato la forza per battere la drammatica realtà del carcere. Ora sono un uomo diverso che sta costruendosi una nuova vita.»
Non so se sia diverso dentro. Sul ring mi è parso la belva di sempre.
Indossa un maglione di Armani, bianco come i pantaloni. Altri simboli di purezza non riesco a vederli.
Si autoproclama “servo del Signore”.
«Allah è il mio profeta.»
Che vegli su di lui, ne ha bisogno.

(da “Il match fantasma” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

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