C’è un Tocco di magia in quella vecchia palestra di Las Vegas…

Curiosando nel mio archivio ho trovato questo pezzo
di qualche anno fa, ho pensato valesse la pena riproporlo.

Me ne stavo appoggiato alle corde di un ring che si incastrava fra pareti scrostate, tappezzate da locandine di match del passato. Il “Ringside Gym” di Johnny Tocco, al numero 9 di West Charleston Boulevard angolo Main Street, era una piccola palestra. Ma era anche un santuario della boxe.

Qui si allenavano i migliori.

Tappeti che da tempo avevano perso il loro colore ospitavano volenterosi fighter impegnati nella ginnastica a terra, una stanza con il soffitto in cartongesso pieno di buchi era il posto per chi praticava il vuoto. Non c’erano tapis roulant, panche per i pesi o macchine speciali per gonfiare i muscoli.

In un lato, appena dopo la porta di ingresso erano appoggiate un paio di cyclette. L’unico che ho visto darci dentro è stato Mike Dokes. Aveva pedalato con grande energia, poi era sceso sudato come se fosse appena uscito dalla doccia. Per coprirsi non aveva usato un accappatoio. Si era messo sulla pelle una pelliccia di finto visone.

L’ex campione del mondo dei pesi massimi se ne stava lì, grondante sudore, maleodorante, ancora vestito da pugile ma avvolto nella pelliccia, a guardare due messicani che facevano i guanti.

Johnny Tocco era arrivato a Las Vegas, da St Louis, alla fine del 1952.

Meno di tre anni dopo, era maggio e non l’avrebbe mai dimenticato, aveva preso la grande decisione.

Era al Cashman Field per vedere il cubano Nino Valdes battersi contro Archie Moore in un match per il titolo dei massimi dello stato del Nevada. Arbitro e giudice unico l’ex campione del mondo James J. Braddock (lo chiamavano Cinderella Man da quando era diventato campione del mondo nel ’35 battendo Max Baer, ricordate almeno il film?).

Aveva vinto il mitico Archie Moore. Ma non era stato questo a fare prendere a Johnny Tocco la decisione che gli avrebbe cambiato la vita, il fatto era che lì si sentiva davvero a casa. Per questo non si sarebbe più mosso da Las Vegas.

Ero lì, in quella palestra piena di gente che aveva scelto sangue, sudore e lacrime perché pensava che fosse l’unico modo per realizzare il sogno di vivere in qualche lussuosa villa nella città del gioco, di alloggiare nelle suite di alberghi che avevano visto solo al cinema.

SPORTS Johnny Tocco in the Ringside Gym taken on 3-18-97. jeff scheid

Ero a pochi minuti dalla Strip, ma da quelle parti si respirava un’aria diversa. E non certo per colpa dell’enorme sigaro che Johnny portava perennemente all’angolo della bocca. Quello, per fortuna, spesso era spento.

JOHNNY TOCCO’S BOXING

Era la scritta in giallo su sfondo rosso che mi aveva affascinato fin dalla prima volta che l’aveo vista.

Arrivavo nel santuario del dolore dopo essermi lasciato alle spalle roulette, slot machines e belle donne di poco vestite. Su quel ring avevano sudato Larry Holmes, Mike Tyson, Marvin Hagler, Evander Holyfield e cento altri ancora.

Tocco era decisamente su di peso, sfiorava il quintale. Aveva lo sguardo da duro. Sussurravano che avesse resistito anche a James Norris, Frankie Carbo e Blinky Palermo: i boss del giro grande quando la mafia era padrona del pugilato.

Nonostante il suo atteggiamento intimidatorio la gente voleva bene a Johnny.

Era nato a St Louis nel 1910. A otto anni aveva scoperto la boxe, amore a prima vista. Non si erano più lasciati.

La sua vita l’aveva passata in palestra. Aveva allenato Sonny Liston, era stato all’angolo di campioni, aveva fatto il cutman in decine di mondiali. Attorno a lui i pugili sudavano, faticavano, si impegnavano. Quando entravano in quel locale sapevano di andare incontro al dolore.

A farli andare avanti era il profumo della boxe. Un odore forte che penetrava nelle narici e metteva direttamente a contatto con il sacrificio. Avrebbero colpito e sarebbero stati colpiti. Lo sapevano. Nello stesso momento in cui mettevano i piedi sul tappeto del ring erano consapevoli che avrebbero dovuto lasciare a casa la paura. Non c’era spazio per altro tra quelle dodici corde. Loro, l’avversario e un arbitro che era lì solo per far rispettare le regole.

L’odore acre del sudore, dolce degli unguenti, sgradevole del cuoio.

E poi i rumori che diventavano la colonna sonora dentro quelle mura. Il suono della pera, ad esempio. Non si potevano accostare a quel magico oggetto se non avevano i tempi giusti. Dovevano sentire il ritmo nell’anima, non provare a cercarlo fuori. La pera era una sintesi della boxe. Sollecitava riflessi, tempo, misura.

Chiunque entrava in quella palestra sapeva che essere lì significava essere pronti a tirare fuori tutte le energie per andare oltre il limite della sofferenza. Un’asticella che si alzava a ogni allenamento, tenendo sempre bene a mente il match che sarebbe venuto, il prossimo ostacolo da superare.

Tutto questi mi passava per la testa. Ero lì dentro e mi sentivo parte di un mondo fantastico. Anche se la mia presenza non era neppure da comprimario, ero solo uno spettatore, un giornalista arrivato dall’Italia per guardare e raccontare quel che vedeva, ma mi piaceva davvero quell’atmosfera magica. Oh se mi piaceva.

tocco

Sono passati trent’anni o poco meno da quando ho vissuto tutte quelle emozioni che ho appena descritto. Una vita nel pugilato, tanti ricordi. Nella testa porto una splendida sintesi di Paul Haggis, lo sceneggiatore di Million Dollar Baby: “Se c’è una magia nella boxe è quella di combattere battaglie al di là di ogni sopportazione, al di là di costole incrinate, reni fatti a pezzi e retine staccate. È la magia di rischiare tutto per realizzare un sogno che nessuno vede tranne te.”

Johnny Tocco quel sogno l’ha inseguito per oltre quarant’anni e lungo il cammino ha lasciato salute e affetti.

Sposato, divorziato, sposato una seconda volta con Roseann.

Una figlia e un figlio, quattro sorelle. Erano ancora tutti vivi quando lui stava soffrendo per un diabete devastante che l’aveva costretto all’amputazione della gamba sinistra. Erano tutti lì, eppure Johnny si sentiva solo. Come è solo un pugile sul ring.

Tre infarti, un pacemaker, il diabete. Costretto a rimanere in casa, a non fumare il sigaro, a non guidare. Prigioniero senza neppure la gioia di sentirsi vivo nella sua vecchia palestra.

L’aveva venduta pochi mesi prima di morire. Centomila dollari e la firma su un foglio di carta davanti a un uomo d’affari avevano chiuso una storia cominciata sessant’anni prima. Gli servivano soldi. Vendevano le magliette della sua palestra in tutto il mondo, ma nessuno gli pagava i diritti. Gli avvocati avevano detto che ci voleva una montagna di dollari solo per cominciare la causa. Così lui si era rassegnato a vivere delle quote dei pugili che frequentavano la Ringside Gym. Gli bastavano appena per vivere. Aveva accumulato debiti per 35.000 dollari: gli erano serviti per pagare le spese mediche per la moglie, morta appena prima di lui, e per curare il suo diabete.

Nella boxe aveva fatto di tutto. Aveva lavato i pavimenti delle palestre, svuotato i secchi all’angolo. Era stato coach, cutman, spesso era anche stato un protagonista. Nel 1954 aveva comprato un vecchio bar e l’aveva trasformato nel

JOHNNY TOCCO’S RINGSIDE GYM

Se ne stava seduto in un minuscolo ufficio, oppure guardava la sessione di sparring appoggiato alle corde. I campioni passavano, lui restava.

Nell’agosto del 1997, a 87 anni, se ne è andato per sempre. Pesava sessanta chili, era diventato l’ombra di quella roccia di uomo che il mondo della boxe aveva imparato ad amare. Faticava a camminare, perdeva spesso l’equilibrio, si sentiva terribilmente fuori da tutto. E questa era la sensazione che gli dava più fastidio.

Oggi la palestra appartiene a Elisabeth Benitez e a suo marito James Smith, nipote di Indian Johnny Smith professionista degli anni Trenta. Hanno provato a restaurarla, ma i pugili si sono opposti. Hanno accettato una ripulita e via. Non si sarebbero sentiti a loro agio in una palestra moderna. L’unico ritocco concesso è stato un grande murales accanto alla porta di ingresso. Nel dipinto ci sono molti miti del pugilato americano.
C’è anche il ritratto di Johnny Tocco.
Dopo essere stato via per qualche anno, è tornato a casa.

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